Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Destini. Testimonianze di un mondo perduto

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cropped-Boltanski-Jewish-School-of-Grosse-Hamburgerstrasse-in-Berlin-in-1939.jpgdi Corrado Stajano

[È uscito il nuovo libro di Corrado Stajano, Destini. Testimonianze di un mondo perduto (Archinto). Quella che segue è la prefazione]

Perché Destini? Più di vent’anni fa ero ospite di Cesare Garboli a Vado di Camaiore in quella sua casa piena di suggestioni e di ombre, una tavola grandissima nella sala a pianterreno, un pianoforte, una vetrina di libri antichi, scrittoi, fotografie incorniciate, poltrone, lampade, divani e un quadro che teneva tutta una parete: la famiglia in posa, il padre, la madre, le cinque sorelle e Cesare, ragazzo in calzoncini corti, dietro una pianta, solo, quasi fosse estraneo a quel coloratissimo mondo.

Passeggiavamo nel prato tutt’intorno alla casa dalla forma di un cubo, le Apuane sullo sfondo, tra i meli e i ciliegi. D’improvviso, come se quel pensiero fosse per lui dominante, il gran critico, storico dell’arte – come definirlo? – con culture e interessi che travalicavano la letteratura, le arti figurative e il teatro amato, tra Natalino Sapegno, Roberto Longhi e Gianfranco Contini, i maestri, perso nei labirinti di Molière e di Pascoli, mi chiese a bruciapelo: «Che cosa ti interessa di più?». E io, di getto, come se le parole venissero non dal cervello, ma dall’incontrollabile inconscio, «I destini», gli risposi. Mi guardava con un’espressione di corruccio e mi aspettavo qualche suo non insolito fuoco d’artificio che avrebbe dimostrato l’insensatezza o, meglio, l’assurdo, di quelle mie parole che, subito dopo averle pronunciate, mi sembravano parole in libertà. E invece, con una voce bassa, come se parlasse a se stesso, «Anche a me», disse.

Mi son ricordato di Cesare mettendo insieme questi ritratti, testimonianze, memorie di uomini con cui ho passato tratti della vita. Amici, allora, come nel bel libro di Romano Bilenchi? Il più delle volte, ma anche maestri, compagni, dimenticati o sconosciuti rimasti impressi nella mente, come il conte poeta di Collegno, Tino Richelmy.

È proprio il destino il protagonista, incombente. Ne fa fede una tovaglia di lino bianco appesa al muro di una casa di città, simbolo della buona e della cattiva sorte. Forse quella tela di cui ho scritto è più illuminante delle altre storie di vita di queste pagine e fa capire come sono misteriosi i destini degli uomini, coi loro desideri, speranze, sconfitte. Spesso imperscrutabili, difficili da comprendere. 718 persone, famose un tempo, molte ora dimenticate, altre rimaste invece nella Storia del tragico Novecento, lasciarono le loro firme ricamate poi in rosso, a punto erba, a segnare il tempo. Nel gran quadrato di lino bianco quei 718, così diversi l’uno dall’altro anche nella calligrafia, sembrano accomunati tra loro. Alcuni hanno avuto un’esistenza morbida, non si sono neppure resi conto della furia del mondo, altri, invece, hanno avuto troncata la vita da acerbe sofferenze, esiliati dalla patria, fucilati, morti nei lager nazisti, suicidi, impiccati.

Forse per me è stato da sempre un gioco, se si può chiamare così la curiosità: su un tram, sulla metropolitana, in treno, in aereo non riesco a non guardare i viaggiatori, di soppiatto, e mi sento un ladro d’anime. Chi sono?, mi domando e cerco di capirlo dai tratti del volto, dai comportamenti, dalla parlata, dal vestire, dai giornali che stanno leggendo, dai libri che qualcuno porta con sé. Una specie di ispettore del commissario Maigret.

Mi faccio domande senza una possibile risposta. Hanno avuto quel che hanno desiderato o sono rimasti incastrati negli ingranaggi del vivere? Che importanza hanno avuto nelle loro esistenze le opportunità, certe scelte fatte o non fatte, il caso, la fortuna, l’intelligenza, la volontà, l’appartenenza di ceto e di classe?

Per le strade poi non perdo mai di vista chi mi passa accanto. Mi diverto, senza spiriti lombrosiani, a osservare le fisionomie. Come saranno stati da bambini quegli austeri signori che incontro? Talvolta mi pare di captare dai loro volti certi dissonanti moti infantili. E come diventeranno da vecchi quei ragazzi e ragazze immoti per ore in gruppuscoli vocianti, con le loro bottigliette di birra – le birrette –, davanti ai bar alla moda nelle grandi città?

Chissà com’era da giovane quella signora elegante, con un cammeo sulla blusa di seta violacea, un bastoncino nero di malacca, che sta attraversando la strada sulle strisce e sembra appena uscita da un film di James Ivory?

Che destino avrà invece quella ragazza sorridente che corre su una bicicletta verde, con il portapacchi pieno zeppo di fiori, di frutta, di pane? E quel bambino povero che, come i suoi coetanei di mezzo secolo fa, sta giocando tutto solo con un pallone e lo scaglia contro il muro di un cortile di periferia? Certo, il suo sarà un destino seminato di chiodi rispetto a quello del bambino accompagnato ogni mattina in macchina dalla mamma o a piedi dalla baby-sitter filippina all’esclusiva scuola dei preti, con un vestitino di gran marca addosso, di quelli disegnati dagli stilisti, in bella mostra nelle vetrine dei negozi per i più piccini nelle vie dei centri storici delle città.

L’albero della vita è soggetto da millenni al sole che matura le messi, ai venti, alle tempeste e anche al buon governo e al cattivo governo. Talvolta l’intelligenza, il genio scompigliano le carte, sbaragliano i piani del destino e accade che persone di merito, di povera estrazione sociale, senz’appigli nel caos del mondo, primeggino in egregie cose abbandonando nella scia dell’oscurità privilegiati figli di papà, predestinati d’obbligo al successo che, malgrado le protezioni naturali, il nome, la ricchezza, la scala sociale della famiglia, non riescono a far vincere la loro mediocrità.

I personaggi di Destini, uomini e donne della cultura italiana del Novecento, anomali, spesso, controcorrente, sono riusciti a fare nella vita quel che fin da ragazzi hanno desiderato, mai pentiti delle loro scelte. Scrittori, giornalisti, un regista cinematografico, un editore, un frate poeta, un notaio, un banchiere. All’ombra della famosa tovaglia dove si aggrovigliano i destini di tanti.

Molti mi sono stati amici. Paolo Volponi, scrittore visionario, di innata simpatia: in quel palazzo lucente della Olivetti di Ivrea dove lo conobbi si occupava proprio della sorte degli uomini.

Peppino Fiori l’incontrai sull’Aspromonte, nella sua Barbagia: fu il cantore dei grandi sardi, Gramsci, Lussu, Berlinguer. Un uomo di generosità naturale.

Giulio Einaudi, il grande editore: gli portai il mio libro più amato, Il sovversivo, nella casa editrice di una volta dalle pareti bianche. I suoi occhi celesti parevano di gelo, bastava uno sguardo un po’ ironico per mettere in imbarazzo. Ma forse era soltanto timido. Il suo ricordo è legato a Roberto Cerati, l’uomo vestito di nero, il vietcong della discrezione e dell’umiltà. Dopo la morte di Giulio fu, fino all’ultimo giorno della vita, nel novembre 2013, il modello di un’impossibile fedeltà a quel mondo perduto.

Vincenzo Consolo, l’amico di una vita: lo ricordo, l’ultima volta che lo vidi, disteso sul divano della sua casa. Mi salutò levando il braccio smagrito, «addio, addio». Sapeva, sapevo.

David Maria Turoldo, il frate poeta, lo conobbi con il suo confratello, amici fin da ragazzi, padre Camillo De Piaz, alla Corsia dei Servi di Milano. Figlio di un falciatore a giornata, quando entrò in convento a nove anni faticò a mettere le scarpe. Aveva sempre camminato a piedi nudi, o tutt’al più con le «sgalmare» friulane di legno e corame grezzo o con le babbucce chiamate scarpets. Mi regalò una poesia, Nel tuo ventre, Milano, con una dedica generosa. Chissà se è stampata in qualche libro, nella stupefacente dissipazione dei suoi scritti.

Tiziano Terzani. Lo conobbi ai funerali dell’anarchico Pinelli, portava sulle spalle il piccolo Folco Mao. Lavorava al «Giorno» di Italo Pietra, il suo sogno era la Cina, andrà in Asia poco dopo e ci resterà trent’anni, con il suo entusiasmo, con la sua passione mai spenta.

Raffaele Mattioli, poi, il sommo banchiere. Mi accodavo agli allora giovani redattori della sua «Ricciardi» e quasi ogni giorno, di primo pomeriggio, tra il ’68 e la morte, lo vedevo nella sua casa, in una gran sala che dava su un giardino. Ci faceva scuola senza aver l’aria di farla e tra i paradossi, l’ironia, l’irriverenza, l’affettuosità meridionale, ci instillò con i suoi saperi comparati la fede nella forza della cultura, ci insegnò anche a non aver paura delle nequizie del mondo.

Dai ritratti e dai ricordi di Destini spuntano frammenti della storia del Novecento. È singolare che due grandi amici, Ermanno Olmi e Claudio Magris, della stessa generazione, stiano oggi lavorando sullo stesso tema, la guerra che, con i suoi orrori e i suoi capricci, insegna a capire gli uomini, la loro generosità, il loro coraggio, la loro debolezza e viltà ed è forse il più feroce degli eventi della vita, indimenticato, come provano gli infiniti diari dei grandi della terra di ogni tempo e i diari degli umili che spesso non sanno neppure perché sono stati mandati a morire.

Magris sta scrivendo un libro che si ispira al tormento del Lager della Risiera di san Sabba, alla periferia di Trieste, l’unico campo di concentramento dove, in Italia, dalla fine del 1943 all’aprile del 1945, funzionò un forno crematorio. I nazisti – il loro comandante era l’Obersturmführer delle SS Joseph Oberhauser – lo fecero saltare in aria al momento della fuga nella speranza di occultare le tracce dei loro delitti. Ma è rimasta la memoria.

Olmi, invece, ha finito di girare un film sulla Grande Guerra: alcune ore di una notte alla vigilia di Caporetto. Ha scavato una trincea nel giardino di casa, ad Asiago dove vive, per le scene dell’attesa, e un’altra trincea, un caposaldo a 1800 metri di altezza, nella neve della val Formica sopra la Valsugana, per le scene della battaglia.

Torneranno i prati, si intitola il film. La pace, il sereno, la speranza che non deve morire.

Purtroppo è diventata anch’essa un’illusione. Cerchiamo almeno di far sì che agli uomini di oggi e di domani tocchino destini clementi.

[Immagine: Christian Boltanski, L’École de la Grosse Hamburger Strasse en 1938 (gm)].

Un commento

  1. Interessante. Anche se il destino è la massa di sconosciuti e, come ricorda di striscio Stajano, i dimenticati. Su di loro i nomi che contano sono eccezionalmente pochi. Da qui potrebbe partire una filosofia umana: perché pochi, perché tantissimi?

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