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Letteratura e realtà

Far lavorare il tempo. Su Boyhood di Richard Linklater /1

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di Daniela Brogi

[Nei giorni scorsi è uscito in Italia Boyhood di Richard Linklater, un film importante cui oggi dedichiamo due recensioni. La prima è di Daniela Brogi; la seconda, che pubblicheremo in serata, è di Antonio Bibbò].

« – Hai notato quante persone dicano continuamente “Cattura l’attimo?” [: seize the moment]? Io tendo a pensare il contrario: è l’attimo che ci cattura – || – Sì, è una condizione incessante. Il tempo… è come continuamente fuori, capisci? [: It’s constant…the time…it’s like always out now, you know?] ».

Le ultime parole che udiamo alla fine di Boyhood ci raggiungono e poi tornano indietro, per sfuggirci e insinuarsi tra la confusione emotiva e percettiva vissuta sino a quel momento. «The time…it’s like always out now»: tra lo stordimento di una visione così nuova ecco che ci arriva, mentre la sentiamo e non la sentiamo, la frase tematica dell’intero film: resta nell’aria come in una valle di echi, propagandosi da un punto all’altro dell’orizzonte coperto dal racconto per tutta la sua durata. Boyhood è, difatti, una grande opera sul sentimento del tempo. Questa sua peculiarità prima di tutto svolge il filo di una riflessione continua sulle forme di percezione del tempo: tempo non in quanto temporalità, ma in quanto temporaneità, secondo un’idea che attraversa tutta l’opera di Linklater, rimodulandola ogni volta diversamente. Per esempio Slacker (1991), come già indica il titolo, racconta come passano le vite di coloro che girano a vuoto, cioè gli sfaccendati, quelli che stanno al di fuori del tempo lavorativo; la trilogia Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight – 1995-2013 – è dedicata all’evoluzione nel tempo della storia di una stessa coppia, rappresentata con una tecnica che sforza all’impossibile la dead line della misura temporale (il tramonto, l’alba, la mezzanotte), per sprigionare proprio da questi limiti un effetto massimo di rappresentazione del trascorrere della vita.

Ma, oltre che dialogare con le opere precedenti, la speciale capacità di Boyhood di esprimere un’esperienza del tempo stabilisce una diretta risonanza con le riflessioni di uno dei più grandi teorici del cinema, André Bazin, in particolare con la sua idea di un realismo capace di sfidare “l’eternità nell’esattezza dell’istante”, non a partire dall’oggetto (come fa il realismo ingenuo), ma attraverso i procedimenti specifici del mezzo riproduttivo, che da risorse tecniche si trasformano in forme estetiche. Proprio in questa ricerca di una relazione fenomenologica tra il mondo rappresentato e il linguaggio cinematografico impiegato per esprimerne la presa di coscienza sta molto della poetica di Boyhood, e più in generale, come già si diceva, dell’intera opera di Linklater; tant’è vero che il regista aveva reso un esplicito omaggio a Bazin in Waking life (2001), il film in rotoscope dove, tra le tante situazioni vissute da un ragazzo in coma che non riesce a svegliarsi da una condizione di sogno, a un certo punto due personaggi discutono le teorie di Bazin, soffermandosi sulla possibilità di sperimentare una narrazione svincolata da una sceneggiatura preesistente e che invece nasca dal momento stesso della rappresentazione. Ebbene: Boyhood, per molti aspetti, sfida, risolve, e consegna una risposta rivoluzionaria proprio a questo problema di raccontare un preciso tempo e una precisa esperienza nel momento stesso in cui si svolgono: non c’è una storia già accaduta che viene reinventata e sistemata per essere raccontata, come già succedeva in altre imprese cinematografiche dedicate al racconto di una vita; ma, piuttosto, assistiamo alla ricreazione di un’esperienza incontrata e vissuta, anche dallo spettatore, nell’istantaneità stesso dei suoi passaggi e del suo accadere.

Trentanove giorni di riprese nell’arco di dodici anni: a partire dal 2002 ogni dodici mesi il regista ha riunito lo stesso gruppo di attori per realizzare The Twelve-Year Project (come si chiamava il film fino all’uscita di 12 Years a Slave), vale a dire il racconto dei dodici anni di vita di Mason Junior (Ellar Coltrane) nell’arco del ciclo scolastico americano, dai sei ai diciotto anni, cioè dalle elementari a Austin fino all’uscita dalla famiglia per entrare al college. Il film racconta la quotidianità di Mason, della sua sorella maggiore di un paio d’anni (Lorelai Linklater, figlia del regista), dei suoi genitori divorziati (: Olivia, interpretata da Patricia Arquette che si merita senza alcuna incertezza il prossimo Oscar da attrice non protagonista; e Mason Senior: Ethan Hawke); racconta di tre traslochi, delle scuole cambiate, dei nuovi fidanzati dei genitori, degli amici .

I personaggi della storia crescono e invecchiano sul set. Boyhood rende letterale la metafora che tante volte possiamo aver usato per modo di dire: Boyhood, cioè, fa lavorare il tempo. Finora questa impresa era stata affrontata da Linklater attraverso uno sforzo tecnico di dilatazione e contrazione delle soglie temporali (Slacker, per esempio, racconta un solo giorno nella vita di Austin). Adesso, invece, si è trattato di creare un’opera capace di farci sprofondare nel sentimento di un’epoca. E per questo, dunque, possono diventare anche riduttive certe definizioni usate come “coming of age” o rappresentazione di uno “spaccato di vita”, perché, al contrario, il tempo è rappresentato da Boyhood come un flusso, come una continuità costante di discontinuità che messe vicine creano un nastro ininterrotto.

Direi che la capacità di far stare assieme, in una sorta di simbiosi, queste due situazioni apparentemente contrarie, cioè l’unicità dei tanti istanti che catturano la nostra vita e, simultaneamente, l’effetto di scorrimento e di indistinzione prodotto dalla somma di ciascuno di questi istanti; la capacità insomma di costruire l’impressione, di quanto il tempo sia fermo ma, al tempo stesso per l’appunto, sempre mobile e al lavoro sulle nostre vite; questa straordinaria capacità di Boyhood è dovuta principalmente a tre aspetti. Anzitutto la scelta di usare come fuoco del racconto (sia a livello di sguardo che di trattamento narrativo) il momento della vita più abitato dal polimorfismo, e dalla tempesta di emozioni provocata dalla perdita continua delle proprie forme. “Boyhood”, infatti, mostra attraverso un bambino che sta crescendo il periodo che va dall’infanzia all’adolescenza, fino ai diciotto anni: nell’arco di questo tempo il corpo di Mason cambia, si modifica. Tra l’altro, è interessante precisarlo, boyhood non indica una condizione indifferenziata dal punto di vista del genere – tant’è vero che esiste anche la “girlhood”. La boyhood è, possiamo provare a dire, l’epoca dell’apprendistato “maschile” alla vita adulta – e questo significato si spiega meglio pensando ai vari modelli maschili incontrati dal protagonista nel corso del film; quasi che, a parte il vero padre, tutti gli altri uomini in scena– i nuovi compagni della madre, gli insegnanti, persino il nuovo suocero del padre – non volessero perdersi l’occasione di spiegare a Mason che essere virili significa essere responsabili, non effemminati, violenti, aggressivi.

Il secondo aspetto poi che fissa l’eternità degli istanti che compongono la crescita di Mason consiste nel lavoro accuratissimo attraverso il quale Boyhood ci restituisce il “colore dell’epoca” usando (oltre ai rimandi obliqui alla grande storia, come la guerra in Afghanistan, o la campagna elettorale di Obama) i due sistemi principali di interazione tra io e mondo che caratterizzano la contemporaneità, vale a dire: la tecnologia (dai videogiochi usati da Mason fin da piccolo, a Facebook, a Skype..); e la musica, che funziona da significante pieno, perché le canzoni (Coldplay, The Flaming Lips, Arcade Fire) agiscono da dispositivi di racconto, proprio come accade a ciascuno di noi quando ascoltando un motivo che ha fatto da colonna sonora a una situazione fermata dalla nostra memoria, siamo improvvisamente riportati dentro le sensazioni di quel tempo. La musica non accompagna la storia: ne scandisce gli snodi temporali.

Il fatto è che il senso della vita che trascorre è formato dagli istanti inessenziali che via via stendono una vernice uniforme sui traguardi del passato – proprio come fa Mason da ragazzino, in una scena en abyme, quando passa il pennello intinto di bianco sulle tacche al muro dove via via era stata segnata la sua altezza. Per rendere l’impressione di questo flusso – e siamo arrivati al terzo aspetto a cui si accennava – Linklater ha adottato delle soluzioni radicali: eliminando ogni forma di extradiegesi che avrebbe disturbato e impedito lo sprofondamento nella storia; eliminando ogni effetto di cesura dal montaggio: non ci sono stacchi, scivoliamo sul passare degli anni, spesso senza rendercene conto, quasi in fuori sincrono, perché le progressioni dell’età non sono quasi mai indicate, ma stanno in scena e basta, magari mentre scorrono le immagini di Mason che entra o esce da una porta con il volto diverso.

Sempre rimanendo all’interno delle scelte di linguaggio e di espressione che fanno significato, un altro elemento da osservare è che Boyhood è una narrazione che per la gran parte del suo svolgersi, a parte alcuni momenti decisivi (come le separazioni dalle case, un compleanno) lavora sulle perdite di tempo: racconta le situazioni che da un giorno all’altro si disperderanno e non ci ricorderemo più; il film in un certo senso rovescia la filosofia del make the most of the present moment perché costruisce una trama antidrammatica, priva di passaggi illuminanti («guarda mia mamma… fondamentalmente è confusa come me»), senza situazioni di svolta – assomiglia molto, da questo punto di vista, al libro che un personaggio cercava di scrivere in Waking life: « – Che cosa sta scrivendo? – || – Un romanzo – || – E qual è la trama? – || – Non c’è una trama: ha solo persone gesti movimenti morsi di entusiasmo e fugaci, emozioni. In pratica le storie più belle mai raccontate – ».

Cosa si ricorda e cosa si ricorderà allora di questo tessuto di esistenza così uguale e così unico? Anche in tal senso Boyhood è un film in cui i personaggi non ritrovano il tempo, e tantomeno epifanie, ma ne sono catturati, senza condanne o redenzioni. Tanto più che ognuno, poi, si ricorderà di quell’epoca una storia diversa: «mi ricordo – dice Mason al padre – quando avevo sei anni… tu e mamma litigavate…». «È questo, è solo questo che ti ricordi?» chiederà il padre stupito, e accadrà altre volte nel film – per esempio quando Mason Senior non ricorda di aver promesso al figlio la macchina che invece intende vendere. Come già in altri film di Linklater, ciascuno in Boyhood conserva ricordi della propria infanzia completamente diversi da quelli dei propri genitori.

La madre di Mason, Olivia, fa del suo meglio; Mason senior, il padre, spera che i figli possano imparare dai suoi errori. Non sono perfetti, anzi hanno mille limiti e difetti, però sono una delle coppie di genitori che più ci emozionano: concluderò questo articolo provando a dire perché, servendomi della scena in cui Mason senior regala al figlio per il suo quindicesimo compleanno una doppia compilation contenente le più belle canzoni interpretate da John, George, Paul e Ringo, ciascuno dei componenti dei Beatles, dopo lo scioglimento del gruppo (after the separation): non esiste un Beatles che si possa preferire, dice il padre al figli: «the issue is balance».

Boyhood segna un capitolo nuovo nella storia del cinema: per quello che ha fatto e per quello che ci fa provare. Ci procura un sentimento tutto particolare, qualcosa che ci turba ed è diverso dal pathos o dall’emozione lacrimevole fine a se stessa: Boyhood ha una sorta di effetto catartico. Perché? Essenzialmente per due ragioni. Perché ci fa rivivere, come non era mai accaduto, qualcosa che è capitato e può capitare a tutti in ogni istante, vale a dire l’esperienza dello scorrere del tempo; e poi perché questa esperienza, calata nella circostanza specifica dell’infanzia e dell’adolescenza, è raccontata come una situazione che ci riguarda non soltanto in quanto individui ma, soprattutto, in quanto esseri appartenenti a una storia dove non eravamo soli. Che sia andata bene, oppure no, è andata così: c’erano anche gli altri, ed è assieme a loro che abbiamo suonato la musica degli anni della nostra crescita, molto di più di quanto i nostri racconti egocentrici potrebbero farci credere: non eravamo soli. Come i Beatles: «quando ascolti troppo del loro materiale da solisti, ti annoi, ma se metti li metti uno dopo l’altro, si innalzano reciprocamente, e a quel punto capisci: sono i Beatles! Il punto è l’equilibrio: questo è quello che ha trasformato una qualunque rock band nel complesso più importante del mondo.

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5 commenti

  1. Un film noiosissimo, tremendo. Basato su una sola idea: veder invecchiare gli attori. In tempi di macchine fotografiche digitali, mi pare che sia una strada battuta da tanti – seppur non nel cinema, ma questo davvero giustifica tre ore di ovvietà sul senso della vita? Peccato infatti che la sceneggiatura sia tale e quale centinaia di altri filmetti ammmericani (padre ambizioso e manesco, ex soldato paranoico), e che le altre strategie per rendere il film come specchio degli anni non siano che fumo negli occhi. Per dire, uno potrà pure mettere l’indie rock dell’anno nella colonna sonora, ma i personaggi poi suonano tutt’altro. E si potrà pure esibire tanta tecnologia, e discorsi molto illuminantissimi come quello su Facebook (wow, cinema verità!), ma poi la tecnologia non influisce affatto sulla vita dei personaggi, e tutto il film punta invece a far diventare il protagonista un noiosissimo fautore della fotografia analogica, un ragazzetto che potrebbe essere cresciuto pure negli anni ’90, o ’80, o prima ancora. Va bene provare a raccontare l’adolescenza, ma bisognerebbe pure saperla capire.

  2. Pingback: Segnalazioni | Zanzibar

  3. Il film mi ha coinvolto, anzi catturato, dalla prima immagine all’ultima. Condivido dalla prima parola all’ultima il bellissimo pezzo di Daniela Brogi, che ringrazio.

  4. L’impossibile comunicazione tra adulti e figli,
    anche quando sembra ci sia dialogo, anzi proprio attraverso quelle che sembrano battute di dialogo,
    è raccontata benissimo.

    Qui c’è la descrizione di “Boyhood” anno per anno :
    http://www.imdb.com/title/tt1065073/synopsis?ref_=tt_stry_pl
    rileggendolo ho riscoperto cose molto belle che non ricordavo
    F

  5. @bobi raspati
    eh si, non hai proprio capito niente

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