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La Cina al bivio. Crescita economica e distruzione dell’ambiente

| 4 commenti

cropped-7.jpgdi Lara Marie Djurovic

[Lara Marie Djurovic ha studiato Economia politica all’Università di Sydney. Questo saggio è stato presentato, nel 2014, all’interno del seminario China and World Economy, diretto da Joseph Halevi, che ringraziamo per averci concesso la pubblicazione in anteprima. La traduzione italiana è di Jacopo d’Alessio].

In anni recenti la Cina è passata da un’economia di Stato a un’economia di mercato e da paese in via di sviluppo ad una nazione progredita. Questi cambiamenti complessi hanno prodotto contraddizioni inevitabili. Se le attuali disparità dell’economia cinese, lo “squilibrio degli investimenti” o il suo “squilibrio esterno”, rappresentano rischi di breve/medio periodo per la sostenibilità della crescita, il vero problema è però legato ai fattori ambientali e socio-politici di lungo periodo che minacciano non solo quest’economia, ma il futuro dell’intera nazione e della comunità internazionale.

Le questioni più urgenti che riguardano il futuro cinese sono l’esaurimento di sorgenti d’acqua non riciclabile, la crescita della popolazione, il degrado ambientale, il consumo di energia, l’inquinamento dell’aria, e, infine, la minaccia per la stabilità civile e lo Stato che simili contraddizioni potrebbero innescare. Questo saggio esaminerà ogni aspetto nel tentativo di comprendere quali siano gli ostacoli per una crescita sostenibile cinese e una sua espansione futura, cercando di capire se le misure del governo per attenuare le minacce siano davvero adeguate, oppure siano mere soluzioni soluzioni-tampone per mettere a tacere gli spettatori preoccupati, mentre nella realtà si continua a legittimare uno sviluppo pericoloso e irrefrenabile. 

Negli ultimi trent’anni la Cina ha distrutto le sue sorgenti acquifere con un quarto della terra agricola ridotta ora a deserto[i]. L’acqua non è una risorsa riciclabile. Oggi più della metà della popolazione cinese (700 milioni di persone) manca di un accesso diretto a questo bene di prima necessità[ii]. Percentuali di popolazione più numerose, con un più alto consumo pro-capite delle risorse regionali, aggravano la scarsità. La carenza idrica in gran parte nella Cina settentrionale e occidentale ha ormai raggiunto un livello critico tale da ostacolare, come vedremo, un ulteriore progresso economico[iii]. Nel prossimo futuro, perfino le grandi città inizieranno a sentire la stretta della scarsità. L’attuale capacità di approvvigionamento d’acqua di Shanghai è di circa 16 milioni di tonnellate al giorno, che è in grado di coprire il fabbisogno di 26 milioni di persone. Una volta che la popolazione avrà raggiunto i 30 milioni, la domanda salirà fino a 18 milioni di tonnellate superando la capacità attuale, e si calcola che Shanghai raggiungerà i 30 milioni di abitanti in circa sette anni[iv]. Le falde acquifere di Pechino riforniscono il 50% della città, ma tale livello scende di un metro l’anno, provocando il cedimento del terreno in tutta la regione a causa delle eccessive trivellazioni sotterranee[v]. A peggiorare la situazione, queste città con le loro industrie producono ogni giorno centinaia di migliaia di tonnellate d’acqua di scarico fortemente inquinata, gran parte della quale si riversa nei fiumi. I bacini sono sempre più carichi di prodotti chimici e sali pericolosi, tra cui il benzene cancerogeno[vi].

Il crescente inquinamento dei fiumi principali, come il Fen o Il Fiume Giallo, minacciano l’economia almeno in due modi. L’inquinamento limita la crescita industriale del territorio e causa problemi di salute alla popolazione. Alti funzionari governativi ammettono che i danni finiranno per essere maggiori dei benefici recati dalla crescita economica. E tuttavia la maggior parte delle soluzioni finora elaborate (dalla conservazione e il riciclaggio, fino al pompaggio a 150 km dal Fiume Giallo, che attualmente si trova già impoverito) richiedono nuove tecnologie e grandi investimenti di capitali ancora assenti dai grandi piani governativi, nonostante che l’attuale sviluppo industriale rischi a breve la minaccia di un crollo rilevante. L’ultimo piano quinquennale (2011-2015) ha fissato obiettivi di sostenibilità strabilianti per quanto riguarda il taglio dell’energia e l’intensità d’acqua per unità di PIL. Tutti questi obiettivi sono fondamentali per l’inverdimento della Cina, ma non sono sufficienti se la popolazione continuerà ad aumentare e la produttività industriale non verrà sorvegliata in misura maggiore. Inoltre resta comunque sospeso un interrogativo: il pianeta sarà in grado di far fronte al massiccio consumo energetico della Cina?

La Cina è povera di petrolio e ricca di carbone, che brucia in quantità maggiore rispetto a Stati Uniti, Unione Europea e il Giappone messi assieme[vii]. Nel 2010 ha rappresentato, da sola, il 20% della domanda globale di energia. Superando gli Stati Uniti, è diventata il più grande consumatore mondiale. Negli ultimi decenni, la Cina ha infatti ampiamente beneficiato di una tendenza globale che trasferisce la produzione ad alta intensità di manodopera dai paesi del primo mondo a quelli in via di sviluppo. Poiché questi ultimi possiedono in genere tecnologie di produzione meno progredite e hanno meno vincoli ambientali, il trasferimento ha determinato un aumento del consumo di combustibili fossili e una devastazione ambientale. Tuttavia i paesi avanzati, che hanno politiche ambientali rigide, hanno deciso di imporre tariffe sul commercio di beni composti da grandi percentuali di carbonio per impedirne una maggiore diffusione. E poiché i dazi imposti sul carbonio nelle nazioni OCSE penalizzano i paesi che ne fanno un’esportazione intensiva, i paesi non OCSE (come la Cina) potrebbero subire gravi perdite d’introiti. Un’ analisi recente ha stimato che, per effetto di tali obblighi, la Cina avrebbe già subito una diminuzione di PIL pari al 4%[viii].

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista medica britannica The Lancet, nel 2010 circa 1,2 milioni di persone sono morte prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e questo rende tale fenomeno la quarta più grande minaccia per la popolazione cinese[ix]. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la Cina è il più grande produttore mondiale di acciaio. A causa di questo come di altri progetti industriali ad alta intensità produttiva, il paese è affetto da una grave e crescente contaminazione dell’aria tale da determinare rischi disastrosi per la salute delle persone. Tra il 2001 e il 2011 l’incidenza del cancro al polmone a Pechino è raddoppiata: fra le vittime ci sono anche numerosi non fumatori[x]. Alcuni scienziati hanno avvertito che la percentuale tossica nell’atmosfera ha raggiunto livelli così allarmanti in grado addirittura di rallentare il fenomeno della fotosintesi clorofilliana. Ciò potrebbe scatenare gravissimi ostacoli al processo di approvvigionamento alimentare del paese. C’è il rischio che le autorità perdano il controllo del territorio diffondendo il caos tra la popolazione. Il peggioramento delle condizioni atmosferiche comporta anche, nel tempo, un significativo tributo economico: ha imposto per esempio la diminuzione di voli aerei, la chiusura delle fabbriche e di autostrade, la chiusura delle città a giorni alterni per i veicoli. Secondo He Dongxian, professore associato presso la Facoltà China Agricultural University di risorse idriche e di Ingegneria Civile, nuove ricerche suggeriscono che, se lo smog persiste, l’agricoltura cinese soffrirà condizioni “in qualche modo simili ad un inverno nucleare”[xi].

 Nonostante tutto, diversi fattori ostacolano la vigilanza sull’inquinamento cinese. Anzitutto la forte dipendenza del paese dal carbon fossile che costituisce il combustibile principalmente in uso e che viene impiegato, soprattutto, nel campo della costruzione edilizia. In secondo luogo, la mancanza di interventi di programmazione politica orientati al rallentamento della crescita industriale rappresenta un ulteriore ostacolo, soprattutto a causa delle resistenze proprie del settore industriale. La maggior parte delle fabbriche cinesi e delle centrali elettriche limitano le loro emissioni di vapore sulla base di margini estremamente flessibili e le multe dovute all’inquinamento sono generalmente inferiori ai costi di controllo[xii]: insomma sono convenienti. Tuttavia, anche se la sostenibilità ambientale sembra di minore importanza rispetto ai vantaggi economici continui e immediati, vi è anche una crescente consapevolezza delle vulnerabilità associata al forte uso di energia per le esportazioni. Per cui il governo ha anche attuato politiche volte a ridurle. Ad esempio, sono stati costituiti una serie di sussidi e iniziative d’investimento pubblico per incrementare il settore dell’efficienza energetica, che ha come obiettivo una quota di servizi pari al 47% del PIL nel 2015[xiii]. Inoltre, a partire dal 2004, riduzioni di sgravi fiscali e aumenti delle tariffe sono stati applicati all’esportazione di prodotti ad alta intensità energetica[xiv].

La questione su cui il governo cinese dovrà a un certo punto prendere posizione è complicata ma ineluttabile: come possono continuare la loro rapida crescita senza far precipitare l’ambiente in un baratro? Esistono innumerevoli teorie su come rallentare il cambiamento climatico; ci si chiede anche se il cambiamento climatico sia perfino un problema reale. E tuttavia è difficile oggi considerare irrilevante, soprattutto osservando la distruzione dell’habitat cinese, l’impatto umano sull’ambiente. Nel 2008 la Cina ha già diminuito in modo concreto le emissioni globali di CO2 fino al 23% rispetto agli Stati Uniti, che sono invece al 19%, e all’Unione Europea, che si trova al 13%[xv]. Il carbone è responsabile di oltre l’80% dell’inquinamento, rendendo cruciali nel prossimo decennio i provvedimenti della Cina per il suo futuro e per il futuro del mondo intero. Le riforme attuali potrebbero non essere sufficienti per contenere le esigenze di una popolazione in continua crescita a causa delle risorse necessarie da reperire e della massa di rifiuti che si devono produrre.

Quindi il deperimento ambientale conduce all’impoverimento economico e corrode al contempo la solidità delle stesse istituzioni, provoca conflitti interni dovuti a carenze di vari tipi (energetica, economica, alimentare)[xvi]. Degrado delle risorse e impoverimento colpiscono spesso la produttività economica dei paesi in via di sviluppo, contribuendo in tal modo all’aumento delle privazioni. Vaclav Smith, ad esempio, ha stimato l’effetto combinato dei problemi ambientali sulla produttività economica della Cina. I principali ostacoli che identifica sono la riduzione dei campi di raccolta causata da inquinamento di acqua, suolo e aria, l’inquinamento dell’aria a causa dell’intensiva mobilità umana legata ai trasporti, la perdita di terreni agricoli a causa di costruzioni e di erosione del terreno, la perdita di derrate alimentari e le inondazioni a causa dell’erosione del territorio e la deforestazione, la perdita di legname dovuto a pratiche di raccolta sbagliata. Smith calcola il costo corrente di tali oneri in almeno il 15% sul PIL, ed è convinto che il prezzo economico da pagare è destinato ad aumentare nei prossimi decenni[xvii]. Solo due paesi al mondo hanno terreni coltivabili inferiori a quelli della Cina, e sono l’Egitto e il Bangladesh. La Cina ha poco spazio per espandere i terreni irrigati, anche se potrebbe ampliare l’irrigazione in alcune regioni[xviii]. Inoltre il terreno rimanente è spesso di bassa qualità; ogni anno il paese perde tanto azoto e fosforo da erosione del suolo in quanto si utilizza un tipo di fertilizzante organico.

L’impoverimento ambientale aumenta le pressioni finanziarie e politiche sui governi. Per compensare le ripercussioni sociali dovute alla perdita d’acqua, di suolo e di foreste, il governo sarà obbligato a spendere ingenti somme di denaro a favore dell’industria e le infrastrutture per edificare nuove dighe, gli impianti d’irrigazione, gli impianti di fertilizzanti, e attuare programmi di riforestazione[xix]. Insomma, un divario crescente tra le esigenze della popolazione e la capacità dello Stato nel soddisfarle, insieme con gli interventi economici sbagliati, si potrebbero aggravare le rimostranze civili e, fra le stesse élite, la rivalità tra fazioni politiche avverse, esautorando la stessa legittimità dello Stato centrale[xx]. Le questioni ambientali, infine, potrebbero causare addirittura una frammentazione del Paese. Ma questa per ora non è stata una grande preoccupazione: infatti la maggior parte degli esperti sono stati distratti piuttosto dalla fenomenale espansione economica delle zone costiere, e hanno avuto la tendenza a applicare questa linea (economica-industriale) anche a tutto il resto del territorio nazionale. Al contrario, noi crediamo che il costo di una lettura erronea delle condizioni ambientali potrebbe essere molto elevato. La scarsità di risorse potrebbe effettivamente portare in futuro a disordini civili e alla disintegrazione dello Stato, che non solo danneggerà l’economia cinese, ma che avrà anche ripercussioni di enorme portata oltre i propri confini.

Gli effetti a lungo termine di questo spettro di problemi sono evidenziati anche dai progetti cinesi all’estero, che promuovano ulteriormente il degrado ambientale per un vantaggio meramente economico. Per citare un esempio emblematico, la crescente domanda cinese di risorse e materie prime ha visto distruggere lentamente ecosistemi globali vitali come quello della foresta pluviale amazzonica in Brasile. La foresta amazzonica contiene una delle concentrazioni di piante più massicce e una delle diversità biologiche più ricche al mondo: ricicla le precipitazioni dalle regioni costiere verso l’interno continentale; assicura un adeguato approvvigionamento d’acqua utile al fabbisogno dell’agricoltura del paese[xxi]. I grandi progetti industriali, in particolare le piantagioni di soia, nelle quali la Cina gioca un ruolo di primo piano, stanno offrendo grandi opportunità economiche alla nazione sudamericana, ma distruggono al contempo gli ecosistemi tropicali, accelerando il cambiamento climatico e promuovendo violazioni ai diritti umani. La coltivazione intensiva della soia spazza via la biodiversità, distrugge la fertilità del suolo, inquina acqua dolce e sfolla intere comunità[xxii]. Il bacino amazzonico costituisce ora il massimo fornitore della Cina per quanto concerne le risorse naturali, rimpiazzando così i suoi vicini asiatici che ne sono stati ormai impoveriti. In un tempo relativamente breve la Cina è diventata così il principale partner commerciale del Brasile, superando gli Stati Uniti e l’Europa[xxiii]. Ma la richiesta vorace di ferro e di legname, così come della soia e della carne di manzo, non sta solo alimentando la deforestazione, ma anche influenzando negativamente le leggi di tutela ambientale[xxiv]:

Il denaro guadagnato da questo commercio sta rafforzando interessi dell’agro-business brasiliano, ma con profondi effetti sulla politica interna che si riflettono in modificazioni legislative e amministrative tali da indebolire la tutela dell’ambiente[xxv].

L’esempio di questa situazione è la campagna di successo della comunità agro-alimentare per ottenere dal Congresso brasiliano l’indebolimento dell’attuale politica di protezione sul territorio che, pur essendo stata spesso violata anche a livello locale, ha sempre svolto comunque un ruolo importante nella conservazione della foresta pluviale, i fiumi, e la biodiversità[xxvi].

Per concludere, la grande influenza internazionale della Cina ha portato a pressioni da parte degli altri governi che esigono da quella una risposta urgente e una politica di controllo su problemi così imminenti. Ciò ha anche evidenziato la necessità di gestire meglio la situazione nazionale, col fine di consolidare la legittimità dello Stato, che è vitale per la transizione economica e sociale che il paese deve ancora completare. Per gli anni a venire, la Cina ancora combinerà allo stesso tempo le caratteristiche di una nazione progredita con quelle di una ancora in via di sviluppo. E’ il risultato di una modernità influenzata da una relativa arretratezza rurale. Un’ambiguità simile avrà numerose ripercussioni economiche, politiche e sociali[xxvii].

Sul fronte interno, la Cina deve risolvere una serie di problemi strutturali, che possono essere affrontati solo attraverso lo sviluppo economico e un continuo alto tasso di crescita. I cinesi infatti sono estremamente sensibili alle implicazioni sociali dello sviluppo, e quest’ultimo è ciò che fondamentalmente dà la legittimità al Partito comunista agli occhi del popolo. Il rischio è quindi che, se il governo attuale decidesse di rallentare l’economia in modo eccessivo a vantaggio della questione ambientale, potrebbero soffrirne sia la propria autorità come anche la coesione sociale.

Tuttavia, a differenza di altri paesi in espansione, la Cina dispone di una più coerente politica di riforme. Alcuni credono che il processo di crescita attuale si sposi infatti con la loro, anche se sembra giunto il momento di introdurre miglioramenti più incisivi. I leader cinesi riconoscono chiaramente l’urgenza di tali problemi, ma anche se il paese possiede una popolazione quattro volte maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti, la burocrazia che si occupa dell’ambiente costituisce solo un ventesimo delle dimensioni di quella nordamericana[xxviii]. Questo atteggiamento risulta terribilmente irresponsabile se si pensa che il paese occupa un territorio così vasto, e che ormai fa sentire la sua presenza dappertutto a livello globale, da un punto di vista sia politico che economico. Anche se le riforme fanno parte di un processo continuo che sembra avere tutto il potenziale per legittimare l’autorità del nuovo regime, nei prossimi decenni le decisioni economiche cinesi trasformeranno il mondo molto più radicalmente di quello che è riuscita a fare ogni altra superpotenza nel corso degli ultimi due secoli[xxix]. Se le questioni ambientali rimanessero sottovalutate, si avrà come risultato la rovina dell’economia cinese. Ne verrebbe travolto anche l’attuale equilibrio dell’ordine mondiale. La progettazione e l’attuazione delle riforme in corso nei prossimi dieci-quindici anni potrebbero vedere sia la transizione completa della Cina verso uno sviluppo sostenibile, sia un pericoloso riassestamento del sistema internazionale con rischi gravi, che potrebbero portare alla più concreta, disastrosa, e irreversibile catastrofe naturale mai conosciuta dall’umanità.

Note

[i] S George, Whose Crisis Whose Future, Polity Press, Cambridge, 2011, p 133

[ii] Ibid

[iii] T Homer-Dixon, “Scarcity and Conflict,”Forum for Applied Research and Public Policy, 2000, p 32.

[iv] T L Friedman, ‘China Needs its Own Dream’, 2/10/2012, New York Times.

[v] T Homer-Dixon, “Scarcity and Conflict,”Forum for Applied Research and Public Policy, 2000, p 32.

[vi] Ibid p33.

[vii] D Dollar, ‘Poverty, inequality and social disparities during China’s economic reform,’ April 2007, p 53.

[viii] Ibid p205

[ix] F Gerard Adams & Y Shachmurove, “Modeling and forecasting energy consumption in China:Implications for Chinese energy demand and imports in 2020, Energy Economic, vol 30, 2008, p1265.

[x] Ibid p2101.

[xi] J Kaiman, “China’s toxic air pollution resembles nuclear winter, scientists say,” The Guardian, February 2014

[xii] Ibid p2101

[xiii] State Council of China, 2011.

[xiv] F Domininci & M A Mittleman, “Chinas Air Quality Dilemma; Reconciling Economic Growth with Environmental Protection, American Medical Association 2012, p 2100.

[xv] E Shim, “The Worst Case Scenario in Climate Change is Now Happening,” NASA, 20/05/2013, p2.

[xvi] T F Homer-Dixon, “Environmental scarcities and violent conflict; evidence from cases,” International Security Vol 19 no.1, Massachusetts, 1994, p25.

[xvii] V Smil, ‘Environmental Change as a Source of Conflict and Economic Losses in China,’ Project on Environmental Change and Acute Conflict, p 24, 2002.

[xviii] V Smil, ‘Environmental Change as a Source of Conflict and Economic Losses in China,’ Project on Environmental Change and Acute Conflict, p 24, 2002

[xix] T F Homer-Dixon, “Environmental scarcities and violent conflict; evidence from cases,” International Security Vol 19 no.1, Massachusetts, 1994, p25.

[xx] Ibid

[xxi] Admin, “Food For Thought-Soybean Endangers Brazil Amazon Rainforest,” World Ecology Report, XXXIII No 4, 2012, p 2.

[xxii] Ibid

[xxiii] J Rocha, “China’s Environmental Impact in the Amazon,” China Dialogue, 16/07/2013, p 1.

[xxiv] Ibid

[xxv] P M Fearsnide et al, “Amazonian forest loss and the long reach of China’s influence,” Environment, Development and Sustainability, Vol 15, April 2013, pp325-338.

[xxvi] Ibid

[xxvii] M Jaques, ‘Concluding remarks: the eight differences that define China,’ When China Rules the World: The end of the Western World and the Birth of a New Global Order, Penguin Press, New York, 2009, p418.

[xxviii] S George, Whose Crisis Whose Future, Polity Press, Cambridge, 2011, p 235.

[xxix] M Jaques, ‘Concluding remarks: the eight differences that define China,’ When China Rules the World: The end of the Western World and the Birth of a New Global Order, Penguin Press, New York, 2009, p 333.

[Immagine: E.Burtynsky, City#2 Nanpu Bridge Interchang, Shangai, China 2004 (gm)].

4 commenti

  1. voglio solo ringraziarvi delle vostre pubblicazioni sempre di livello alto e di mandarmi la newsletter! Saprete o forse no, che vi pubblico da tempo sul mio blog (vedi sito web sopra)–chiara

  2. Un bellissimo articolo che offre preziose informazioni sulle condizioni cinesi di sfruttamento dell’ambiente. Tuttavia c’è un’impostazione di fondo eccessivamente positivista. La scrittrice crede che il dissesto ambientale e soprattutto idrologico porterà all’instabilità sociale del paese fino addirittura ad una scissione.

    Io purtroppo non la vedo in questo modo. Le crisi possono diventare la causa di instabilità sociale, ne sono il presupposto, ma solo attraverso l’intrusione della politica che riesce a mediare la crisi e la società. Altrimenti, molto più verosimilmente, finisce per prevalere una situazione statica.

    Ne è un esempio sotto gli occhi di tutti quello che sta succedendo in Europa. Direi anzi, che in certe occasioni, come quella europea, appunto, la minaccia della crisi serve proprio, al contrario, alle classi dirigenti per bloccare qualsiasi tentativo di protesta e dissenso sociale (Es: se non fate le riforme, poi arriva lo spread).

  3. Interessante! Possiamo avere il link all’originale in inglese? Ci sono alcune passaggi che non mi convincono: Vaclav Smil [non Smith], dei campi di raccolta? in quanto si utilizza un tipo di fertilizzante organico? comunità agro-alimentare (forse multinazionali?)

  4. Bell’ articolo che ho trasmesso ai miei amici. Certo non c’è da stare allegri se il cambiamento climatico in corso è veramente causato dall’ effetto serra. Mi ritorna in mente quanto scritto in un libro ( che ho qui tra le mani ) di un filosofo australiano Clive Hamilton : ” requiem for a species ” titolo che è tutto un programma……

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