cropped-Morales.jpgdi Gabriella Saba

[Questo articolo è uscito sull’ultimo numero di «Il Reportage»]

L’immagine “slavata” di Alvaro Garcia Linera ha registrato una svolta radicale nell’agosto del 2011, quando il vicepresidente della Bolivia, noto nel Paese come El Vice, ha confessato in un infiammato discorso pubblico di essere innamorato della giovane leader studentesca cilena Camila Vallejo. Da evanescente ed emaciata è diventata, quell’immagine, scoppiettante e allegra, metaforicamente colorata, perfino maliziosa. Linera, naturalmente, si riferiva alla carica idealistica e al carisma, non ha accennato se non velatamente agli occhi verdi e al profilo perfetto della bella studentessa, ma la dichiarazione è finita nelle prime pagine di tutti i giornali latinoamericani, è stata ripresa da molti media europei e il viso esangue del “Jacobino” (un nick che si è dato lui stesso), ha bucato per la prima volta un pubblico ben più ampio di quello che si appassiona alle disquisizioni sull’empate catastrofico di gramsciana memoria spesso citato dal cinquantatreenne Linera nei suoi discorsi e saggi.

Già, perché a differenza del presidente Evo Morales, ex sindacalista aymara di pochi studi e pastorello di lama, da bambino, nel dipartimento andino di Oruro, Garcia Linera è matematico e sociologo e ha insegnato presso la Universidad Mayor de San Andrés di La Paz, nonché scritto decine di libri di cui l’ultimo è Las tensiones creativas de la revolución. La quinta fase del proceso de cambio en Bolivia. In una parola, Linera è considerato, dalla gran parte degli analisti, il vero cervello dell’éra Morales, l’ideologo dell’evismo e, in qualche modo, il contraltare al presidente: un bianco dai modi raffinati e dalla solida, borghese, famiglia criolla, teorico di un “vigoroso marxismo andino”, che contrappone a quello “cadaverico” degli anni Cinquanta e Settanta, accusato di non essersi mai unito alle mobilitazioni recenti.

Nei primi anni Novanta, l’attuale Vice entrò nel movimento guerrigliero Tupac Katari, ma venne catturato per il sabotaggio di un palo della luce – che, per inciso, non fece vittime – e trascorse cinque anni in carcere, studiando il progetto di un new deal boliviano che portasse al governo i rappresentati cholos, i popoli indigeni aymara e quechua: complessivamente il 62 per cento della popolazione, da sempre esclusi dalla gestione della cosa pubblica e relegati ai margini della società.

Quando incontrò Evo, nel 2004, la prigione era per Alvaro un ricordo lontano e lui aveva scritto abbastanza saggi e articoli accademici da conquistarsi una solida fama di intellettuale. Tra il carismatico sindacalista aymara e l’esangue teorico fu amore a prima vista e l’inizio di un sodalizio che va avanti da dieci anni, senza nemmeno le crisi fisiologiche delle coppie più oliate. Un’eminenza grigia, dicono di lui sia i detrattori, sia gli estimatori. Un sognatore, un visionario, però pragmatico, aggiungono i secondi. Il sogno realizzato, almeno in parte, di Garcia Linera è la Bolivia attuale che non solo ha ridotto la povertà dal 34 al 18 per cento e nello stesso tempo ha visto il suo Pil aumentare, nei primi tre mesi di quest’anno, al 5,6 per cento, ma ha raggiunto quei risultati collocando in posti chiave i famosi cholos: come la presidente del Consiglio superiore della Magistratura, l’aymara Cristina Mamani, la quechua ex presidente della Assemblea Costituente, Silvia Lazarte, e uno degli uomini forti dei governi Morales, il ministro degli Esteri aymara David Choquehunca.

Il sogno realizzato di Linera sono, anche, i palazzi deliranti e coloratissimi di El Alto, la cittadina a nord di La Paz, a 4mila metri sulle Ande, un tempo quartiere marginale e povero e oggi spiegamento di stupefacenti cholets (crasi da chalet e cholos) che la nuova burguesìa indigena di commercianti e trasportatori fa costruire come simbolo del nuovo status e della ricchezza raggiunta: palazzi fino a sette, otto piani in vetri riflettenti, alluminio e lastre in pietra, decorati con piroghe e segni zodiacali, sole e stelle, alberi e cime innevate delle Ande e sormontati in genere da uno chalet la cui posizione dovrebbe scoraggiare l’accesso ai ladri e permettere alla luce naturale di entrare senza ostacoli. Lo chalet è infatti la casa vera e propria, mentre i piani sotto ospitano uffici e atelier, negozi e gigantesche sale per feste vagamente felliniente: sfilate di colonne gialle, dorate e rosso fiamma con balaustre a archi, specchi e decorazioni ovunque. Molti architetti di La Paz considerano d’altronde quelle produzioni come la nuova, vera architettura da studiare, altro che i palazzoni asettici e di importazione che si insegna a costruire nelle università. Per Randolph Cárdenas, autore del saggio Arquitecturas emergentes en El Alto. El fenómeno estético como integración cultural, “se negli istituti universitari si insegna una certa cosa ma quella che ha successo nella strada è un’altra, chi sta sbagliando? Nelle università ci indottrinano sulla “architettura importata”, ma non tengono conto del fatto che questa non è certo boliviana per il solo fatto che si costruisce qui”. Anziché chola, Cárdenas preferisce chiamare la nuova architettura “emergente”, intanto quella esce dal dipartimento di La Paz per contagiare cittadine come Trinidad, Pando e Beni.

Ora, è probabile che Garcia Linera non pensasse a case e palazzi quando parlava di valorizzazione della cultura originaria, sta di fatto che se c’è un segno evidente della rivoluzione sociale in Bolivia sono proprio quelle produzioni strampalate e sgargianti, che costano fino a un milione e mezzo di dollari e vantano perfino un archistar locale: Freddy Mamani Silvestre, quarantenne iperattivo e autore di circa sessanta palazzi nella sola El Alto. Non sono soltanto le case. Suv e auto costose sfrecciano nelle strade non solo di El Alto: alla guida molte signore in pollera e bombin, gonna tradizionale e cappellino. Anche questo fa parte del sogno di Linera, a parte forse la deriva consumista. Pollera e bombin possono costare fino a decine di migliaia di dollari e le borghesi cholas non amano indossare lo stesso completo più di poche volte. “Sono molto amanti delle cose belle e nuove e detestano l’idea di risparmiare”, spiega la sociologa e specialista di moda chola Valeria Salinas. “Il loro consumismo, però, si esaurisce in parte all’interno delle tradizioni, che mischiano con gli status più globalizzati e importati”. Un sincretismo singolare, insomma, imitazione a metà come nel caso della molto glam Ayni Sociales, che copia le riviste occidentali ma le adatta alla società emergente indigena: stesse dinamiche, sono i contenuti a fare la differenza.

La rivoluzione sociale voluta da Evo e Linera sono anche le scuole in cui si studia obbligatoriamente una delle tre lingue originarie – aymara, quachua e guaranì – e i cambiamenti nati dalle nuove regole imposte dalla Costituzione approvata nel 2009: quella, per esempio, che proibisce la proprietà di terre più estese di cinquemila ettari e ha scatenato la reazione di molti terratenientes, ma ha promosso una giro netto nell’impostazione della piccola e media economia rurale. Il sogno di Linera sarebbe, in realtà, che i bianchi assimilassero le tradizioni e certe abitudini dei cholos. Coma ha ribadito in più occasioni: “Spetta anche noi, ai bianchi, indianizzarci, assimilare lo spirito delle popolazioni originarie e dalla loro cultura”. E molti bianchi di alta classe, nell’entusiasmo (non si sa quanto reale) della prima elezioni di Evo, ostentarono improbabili ascendenze indigene e auspicarono cambi radicali come nel caso di Enrique Herrera Soria, presidente della Borsa Panamerican Security e boliviano insolito, alto 1.90 e con capelli rossi e occhi verdastri che, nel suo ufficio ipermoderno in uno dei più avveniristici palazzi di Calacoto, quartiere bene e in quanto tale sistemato nella parte più bassa della città, a 3.200 metri, si vantava con me: “In qualche modo siamo tutti indigeni. E quanto a me, sono orgoglioso che il nostro presidente sia finalmente un aymara”. L’ufficio di Herrera Soria era completamente tappezzato di quadri che rappresentavano le foglie di coca, realizzati da Gaston Ugalde, il pittore boliviano per eccellenza e amico di Evo. Quella per la legalizzazione della coltivazione della foglia di coca è stata una delle battaglie condotte da Morelas come sindacalista e cocalero e per un attimo, mentre lo intervistavo, mi ero chiesta se quelle tele fossero state sempre lì o le avessero sistemate un attimo dopo l’elezione.

Sull’altro estremo della scala sociale, anche la domestica Doña Cata, quechua e povera, era in fibrillazione per l’elezione di Evo, ma questo era più comprensibile. Nella cabina di guida del pullman che ci portava da Sucre a La Paz qualche settimana dopo la prima elezione, avevo passato con lei le dodici ore del tragitto ascoltando racconti di vita e il sogno di un’esistenza migliore. Fuori impazzava il temporale e il conducente, completamente fatto, guidava nella notte a rotta di collo in una strada smossa e irregolare, chiudendo gli occhi spesso per fare il bullo: “Guardate come guido bene con gli occhi chiusi. Affidatevi a Dio”. E mentre io mi affidavo effettivamente a quel Dio in cui per una volta ero tentata di credere, l’imperturbabile Doña Cata, una signora sui 55 anni molto piccola e tonda, con tutti denti cerchiati in metallo, raccontava a noi altri tre stipati in quella cabina, che quel lavoro di domestica non le bastava per sopravvivere e che ogni tanto arrotondava con favori sessuali a compaesani che ricambiavano con una gallina o con qualche soldo. “Ma il cuore è del marito – ci aveva detto – con gli altri andavo solo per necessità, adesso che c’è don Evo cambia tutto, non avrò più bisogno dei loro regali”.

Naturalmente non tutti i boliviani erano contenti dell’arrivo di Morales. Molte signore delle classi alte si dichiararono terrorizzate, per esempio, che la nuova ministra della Giustizia, un’ex domestica, scoprisse che non avevano mai pagato i contributi alle donne di servizio. Altre temevano che sarebbero state costrette a indossare pollera e bombin per andare alle feste ufficiali e altre ancora che lo Stato avrebbe confiscato loro tutti i beni.

Non è successo niente di tutto questo, persino la nazionalizzazione delle risorse come il gas, di cui la Bolivia è il secondo produttore dopo il Venezuela, è stata meno draconiana di come sembrava all’inizio. Benché il leit motiv di Linera fosse, ed è tuttora, che l’avversario politico deve essere sconfitto prima che convinto, nei fatti la disfatta prende l’avvio dalla battaglia delle idee: quella della cultura comunitaria con cui gli indigeni amministrano le terre e la saggezza dei loro tribunali, che la nuova Costituzione ha formalmente affiancato a quelli nazionali, oltre alla logica della continuità dell’uomo con la natura. “Dobbiamo considerare le forze naturali – sostiene Linera – come parti di un organismo vivo, di cui l’essere umano e la società rappresentano una parte dipendente… In questo contesto, la natura è concepita come il prolungamento organico della soggettività umana, alla quale si deve garantire la continuità creatrice. Soltanto in questo modo si eviterà il collasso dell’umanità”.

Paradossalmente, però, ha difeso a spada tratta la costruzione di una autostrada che dovrebbe attraversare l’Amazzonia, una decisione che ha scatenato nel 2011 le proteste degli indigeni locali, prontamente zittiti da Alvaro che li ha accusati di scarsa collaborazione. Tra i vari compiti che si è assunto il Vice, c’è infatti quello di parafulmine, per tutelare l’immagine del Mandatario. Lo ha fatto, per esempio, in occasione del gasolinazo, sempre nel 2011, l’oceanica protesta contro il forte aumento del costo della benzina che proprio Garcia Linera si era incaricato di comunicare ai boliviani, misura poi ritirata da Evo. E contro la Chiesa cattolica, quando i prelati attaccarono la crescita senza controllo del narcotraffico. Perché a dispetto delle apparenze, il Vice ha un carattere duro e usa toni a volte ben più violenti di quelli, solitamente conciliatori, del presidente. Due anni fa ha sposato la bellissima Claudia Fernandez, smentendo sia la fama di inafferrabile donnaiolo (tra le sue ex fiamme ci sono modelle e una Miss Bolivia), sia quella di gay.

Il sogno realizzato di Linera sono anche le molte donne de pollera che si avvicendano in campi che prima erano riservati agli uomini. Per esempio la conduttrice di uno dei moderni autobus Puma Katari, Mercedes Quispe, molto benvoluta tra i passeggeri perché una volta arrivata al capolinea ringrazia gentilmente chi scende per aver viaggiato sul suo bus. O la campionessa di lotta libera Carmen Rosa, che combatte in abiti tradizionali.

Soltanto di recente il duo Morales-Linera ha ufficializzato la propria candidatura per le elezioni del 2015. La nuova costituzione prevede un terzo mandato e d’altro canto il “Jacobino” ha sempre sostenuto che un piano di governo ha bisogno di ben altro che pochi anni per essere attuato.

Qualcuno, anche tra i masisti, non è contento di ritrovarsi di nuovo come vicepresidente quel personaggio duro e tranchant, mentre l’ala più radicale lo trova ultimamente troppo blando, ma è difficile che Evo cambi un candidato così efficiente. Molte cose sono ancora da completare, la corruzione è alta e la macchina statale ingombrante, ma in generale il bilancio è positivo, tanto che la Bolivia è uno degli Stati queridos del Fondo monetario internazionale. Paradossalmente, uno dei punti più critici è proprio la questione identitaria su cui si regge la sbandierata rivoluzione sociale dello Stato plurinazionale boliviano: secondo l’ultimo censimento, meno del quaranta per cento dei boliviani si riconosce nelle etnie quechua e aymara, contro il 62 per cento dei dati precedenti. Segno che il tessuto sociale si sta ibridando e, secondo alcuni, addirittura globalizzando, e che le tradizioni della “pachamama” rischiano di svanire a mano a mano che aumenta il benessere e si infoltisce la classe media: i cholos, che nelle grandi feste collettive come il Gran Poder, l’apoteosi in chiave di celebrazione della borghesia nativa, sfilano nei loro abiti più sontuosi, ma consumano i cibi e bevande di lusso arrivate da Stati Uniti ed Europa. Nulla di sconveniente. Né i due presidenti si sono stupiti dei risultati del censimento. Ma certo il panorama è un po’ più sfumato di quello su cui il Vice ha fondato la sua tetragona, e affascinante, battaglia degli opposti.

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2 thoughts on “Marxismo andino

  1. “Entrò nel movimento guerrigliero Tupac Katari” in realtà assieme a Felipe Quispe è uno degli ideologi del gruppo. “Il sogno realizzato, almeno in parte, di Garcia Linera… collocando in posti chiave . .. il ministro degli Esteri aymara David Choquehunca” chi ha scritto questo passo è un razzista infatti non arriva a comprendere che non è stato “l’uomo bianco” a scegliere chi dovesse governare ma è stato il “pastorello” Evo Morales a deciderlo e ti dirò di più che David Choquehuanca dovesse essere il ministro degli esteri di un governo di Evo Morales era già stato deciso dall’attuale Presidente nel 1997

  2. “collocando nei posti chiave”. il soggetto non è il vicepresidente, bianco, ma la Bolivia, legga bene. se poi, dopo aver letto bene, ha ancora voglia di darmi della razzista, beh faccia pure ma sulla base del nulla.

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