Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Poesia lirica, poesia di ricerca. Su alcune categorie critiche di questi anni a partire da due libri recenti

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cropped-Ruff-Portraits.jpgdi Claudia Crocco

Ho cara la tua carne; l’ammasso
d’alberi e vento che dentro te
scorre vene. C’è il sonno; il giorno e poi
il movimento che propaga
vita faccia e sangue
per tutte le cose che fai.
Si racconta che alcuni animali
si nascondano al momento giusto, vadano via
per morire invisibili. Tu invece mostri
come la tua carne sempre sia
foglia, neve; tu non hai paura
ogni giorno di fronte a me
di cadere.

Questo testo fa parte della seconda sezione di Tua e di tutti (Faloppio, Lietocolle, 2014), l’ultimo libro di Tommaso Di Dio. Come nelle altre poesie della raccolta, chi parla usa la prima persona: descrive un mondo quotidiano, spesso nomina luoghi riconoscibili di Milano (la stazione, un parco, un supermercato); tuttavia ricorre anche a cortocircuiti fra astratto e concreto (vv. 1-2 «[…] l’ammasso / d’alberi e vento che dentro te / scorre vene»). Di Dio si serve di parole referenziali e mimetiche («piazza», «slip», «cemento», «pallone»), ma anche di molte che conservano una tensione al metafisico e alla vaghezza («natura», «vero», «male», «tempo», «grazia», «amori»). Dei tredici versi di cui si compone la poesia, soltanto uno ha una struttura endecasillabica (il v. 3); gli altri hanno forme variabili, che vanno dalle quattordici (v. 8) alle quattro sillabe (v. 13). Nonostante l’assenza di versi canonici, si percepisce una scansione prosodica coerente: il ritmo deriva da un lavoro di simmetrie fra sintassi, accenti, enjambement ed emissione di fiato, come Bernardo De Luca suggerisce in una accurata analisi della raccolta uscita su puntocritico.

«Ho cara la tua carne»: chi dice io, già dall’incipit, presuppone un interlocutore. Si può pensare che il destinatario sia una donna, poiché all’interno della seconda sezione di Tua e di tutti ci sono molti riferimenti a un tu femminile. Se si accetta questa ipotesi, il senso della poesia è molto semplice: l’armonia fra chi parla e la persona alla quale si rivolge sublima anche la paura di fronte alla morte. La vita umana, «tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona» (p. 27), d’altronde, è forse la protagonista di tutta la raccolta di Di Dio. Ma su questo torneremo a breve. Tenendo a mente queste poche note sul testo, consideriamo ora una situazione apparentemente analoga, di confronto fra un uomo e una donna, tratta da un altro libro pubblicato nell’ultimo anno.

Con il passare degli anni, abbiamo capito come sopravvivere in un ecosistema così profondamente compromesso e instabile come quello della nostra famiglia. Le continue correzioni di postura, necessarie a mantenere l’equilibrio, sono ormai automatismi perfettamente mimetizzati nella nostra gestualità. La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile. Una delle tattiche vincenti alla base del nostro matrimonio consiste nel mantenerci reciprocamente in coma farmacologico, in modo da minimizzare gli scontri: cicatrici sottili, sartoriali, strategicamente disposte lungo le pieghe naturali della pelle, nel corso di raffinati interventi di chirurgia estetica. Riconquistiamo sempre la serenità e diamo a tutti l’impressione di essere felici. Credo che una certa indifferenza di fondo venga spesso scambiata per fiducia nel propri mezzi. Una soddisfazione parziale rientra nella media e non fa sorgere sospetti: è il posto migliore a cui tornare. Quando ne ho l’occasione, cerco diversivi altrove; li nascondo piuttosto agevolmente nel doppiofondo dei miei pensieri, e immagino che anche lei faccia lo stesso.

Una lunghissima rincorsa (Roma, Bel-Ami, 2014) è l’opera di esordio di Jacopo Ramonda. Il sottotitolo è Prose brevi: il libro si compone di cinquantacinque brani in prosa, divisi in quattro sezioni. Alcuni hanno un titolo, altri fanno parte di una sequenza con un titolo ricorrente e un numero progressivo (L’elaborazione del lutto, seconda sezione); infine ci sono testi nei quali la numerazione è preceduta dalla parola Cut-up. La tradizione del cut-up – che consiste nel montaggio di materiali preesistenti per formare un nuovo oggetto artistico – deriva dalle avanguardie storiche; tra la fine del Novecento e l’inizio del secolo successivo viene ripresa da molti autori francesi, statunitensi e italiani, che spesso si servono della prosa poetica: uno degli esempi più importanti in Italia è quello di Alessandro Broggi. Come Broggi spiega nell’ultimo numero di “Atelier”, dedicato proprio alla poesia in prosa, questo tipo di montaggio si propone di trascinare all’interno del discorso poetico parti di realtà che per convenzione non ne fanno parte. Il cut-up diventa una sfida estetica e politica: tutto può essere testo, persino le frasi tratte dalla pubblicità, se si rinuncia alla pretesa di proiettare sull’opera una componente soggettiva dell’autore: «E prosa è tutto ciò che non è poesia, ovvero praticamente quasi tutto venga scritto e pronunciato. […] Se lo vogliamo vedere, i testi in prosa […] sono i supporti di senso in cui si istituisce e si consuma il vivo di molte nostre pratiche sociali; la produzione testuale collettiva ci dà una possibile radiografia del nostro Occidente»[1]. È a questa tradizione che si rifà Ramonda.

Il testo di Una lunghissima rincorsa che ho citato si intitola, appunto, Equilibristi (cut-up n. 138). L’equilibrio non è sinonimo di armonia: a differenza della poesia di Di Dio, la prosa di Ramonda descrive una situazione di tregua apparente e di profonda lontananza all’interno di una relazione. In entrambi i casi viene evocata una scena di coppia, e a prendere la parola è la parte maschile; ma la fiducia nell’altro che caratterizza il primo rapporto (« […] tu non hai paura / ogni giorno di fronte a me / di cadere») è opposta alla simulazione continua e all’indifferenza (il «coma farmacologico») che ci viene descritta per il secondo. Nel primo caso chi dice io sceglie e dispone le parole nel verso per dare forma a una esperienza personale, alla gioia che si prova per l’empatia tra due persone; nel secondo le frasi sono costruite per demistificare il discorso comune sulle vite di coppia, e non sono prive di una venatura ironica, (« i raffinati interventi di chirurgia estetica»): qualcosa di simile accade in alcune prose di Avventure minime di Broggi, Senza paragone di Bortolotti, Prati di Inglese. Il brano di Ramonda non immette nella prosa le potenzialità metriche della versificazione tradizionale (come fanno, invece, altri prosatori contemporanei quali Frasca o Mazziotta e, in modo molto diverso, Dal Bianco e Mazzoni); tuttavia anche il suo testo ha un ritmo interno percepibile e compatto, costruito soprattutto sulla sintassi asindetica e sulle scelte lessicali[2]. Inoltre Una lunghissima rincorsa sfrutta molto la metafora, dunque una figura retorica tipica della poesia: nel brano che ho scelto è una metafora il paragone implicito fra rapporti umani e malattia, vita di coppia e coma farmacologico.

2. Considerazioni di questo tipo, probabilmente, sono alla base della comparazione fra Tua e di tutti e Una lunghissima rincorsa proposta recentemente da Damiano Sinfonico su La balena bianca. Sinfonico parla di una comune attenzione alla vita umana quotidiana: questi due libri riescono a dire «qualcosa di noi». La «speranza» del primo e la disforia del secondo lo inducono a parlare di «lirismo dolce» per Di Dio e di «analisi suggestiva» per Ramonda. Ora, l’osservazione di Sinfonico è fondata: il mondo di Una lunghissima rincorsa è fatto di molte infelicità individuali che non si incontrano, se non per confermare estraneità e diffidenze reciproche. Chi parla è continuamente impegnato nell’analisi di fatti e dettagli apparentemente irrilevanti che lo circondano, nulla di intenso accade. Anche Tua e di tutti descrive una realtà comune e non distante da noi, ma presentandone il lato mitico e di possibile illuminazione.

Il paragone fra i due libri sulla base dell’atteggiamento di chi prende la parola è acuto: proprio per questo si può aggiungere qualcosa. In particolare, vorrei provare a riflettere su come queste opere si pongono in rapporto a ciò che le precede, e a soffermarmi sulle categorie critiche con le quali vengono analizzate. Credo possa rivelarsi utile almeno per due motivi. Il primo è che dalla scelta di queste categorie dipende la messa in risalto degli elementi di continuità o di rottura con il passato. Il filtro che usiamo per leggere i testi, infatti, determina l’idea che un libro o un gruppo di autori possano essere innovativi rispetto a una tradizione esistente. Dal momento che vengono segnalate continue svolte da circa trent’anni (e altrettanto spesso si parla di frammentazione del panorama critico), non sarà vano chiedersi cosa le determini: le categorie che scegliamo oggi, in un certo senso, determineranno il canone di domani. Il secondo ha a che fare con il senso della prassi critica. Leggiamo poesie e ne parliamo perché mettono in evidenza aspetti del mondo che consideriamo significativi; oppure in quanto sembrano svelare qualcosa del nostro modo di farne esperienza; infine perché ai nostri occhi alcune opere attivano una riflessione sulla lingua che usiamo, o sull’ambiente sociale in cui viviamo. Qualsiasi sia il motivo delle nostre letture, ha senso provare a capire perché oggi identifichiamo alcuni testi come poesia, e come li interpretiamo.

Ho scelto queste due raccolte per svariati motivi: sono uscite a pochi mesi l’una dall’altra; appartengono a autori della stessa generazione (cioè quella dei nati negli anni Ottanta); facendo parte di circuiti della poesia recente che hanno una certa visibilità, hanno già avuto un buon numero di recensioni, soprattutto online. Il mio è anche un giudizio di valore: Tua e di tutti e Una lunghissima rincorsa sono due libri pubblicati nell’ultimo anno che ho letto con interesse. Allo stesso tempo, mi permettono di evidenziare i limiti di molta poesia di autori giovani. Per diverse ragioni, insomma, rappresentano un caso paradigmatico.

3. Leggendo articoli e recensioni online a libri di poesia contemporanea, spesso ho l’impressione che si siano sclerotizzate due tendenze contrapposte, le quali talvolta convivono pacificamente.

La prima è quella di una lettura en artiste, che rifiuta l’uso di categorie critiche tradizionali e punta tutto sul corsivo, su parole che suggeriscono empatia fra lettore e testo e si riferiscono al campo semantico delle emozioni. Il prototipo di questo discorso critico può essere considerato La statua vuota[3]; ma l’introduzione alla Parola innamorata, a suo modo, era molto militante: Pontiggia e Di Mauro cercavano di sottrarre alle classificazioni accademiche e alla censura neoavanguardista la nuova poesia di Magrelli e di De Angelis (tra gli altri). Il tono enfatico nasceva dalla polemica contro quelli che venivano considerati abusi interpretativi della poesia, ovvero le analisi storicistiche, sociologiche e strutturaliste, che a metà anni Settanta dettavano legge nel dibattito letterario. Quella impostazione critica, dunque, aveva un retroterra culturale ben preciso, che la prospettiva storica di quasi quarant’anni dopo permette di individuare; e riusciva a cogliere elementi di novità del panorama contemporaneo. Non si può dire altrettanto per molti articoli e saggi “innamorati” recenti, i quali sembrano avvicinare i testi soltanto in virtù del loro contenuto emotivo: ogni volta che ci affidiamo a questo tipo di interpretazione e di lettura, ribadiamo l’idea che la poesia sia «storia del cuore dell’uomo» (Anceschi), genere egocentrico che ha avuto una tradizione illustre, ma che ora è formalmente idiosincratico e avvicinabile solo per via intuitiva.

La seconda è quella di una presunta scientifizzazione del discorso, che sfrutta soprattutto il lessico filosofico: è come se ogni libro di versi aprisse una svolta nel rapporto tra poesia, realtà e conoscenza. In questo caso, invece, l’antecedente è quel linguistic turn di cui tanta poesia del secondo Novecento è direttamente figlia. Certo, è difficile parlare dell’opera di Zanzotto, Sanguineti o Rosselli senza considerare le teorie filosofiche che mettono in discussione il rapporto fra parole e cose e il valore referenziale del linguaggio. Ma davvero ognuno dei soggetti poetici contemporanei rappresenta una sfida al nostro universo di senso e alle esperienze cognitive alle quali siamo abituati?

L’idea di una continua rivoluzione epistemologica a partire dai versi ha due limiti importanti. Innanzitutto genera una lettura molto intellettualistica: per parlare di come si pone l’io davanti al mondo, l’interprete ha bisogno di complessi riferimenti extratestuali; la letteratura secondaria, talvolta, diventa il vero centro della sua analisi, che dunque perde il proprio scopo originario. Il secondo limite è quello di basarsi soprattutto su un’analisi formale, a scapito dei contenuti. Non è mia intenzione svalutare l’approccio filosofico ai testi o quello dell’analisi stilistica: entrambi, d’altronde, si basano su tradizioni critiche molto consolidate in Italia. Per ricorrere di nuovo a un esempio concreto, è ovvio che per accostarsi ad alcuni autori di inizio Novecento bisogna conoscere Nietzsche o di Freud, che ne hanno condizionato la visione del mondo; così come molti poeti degli anni Ottanta sono profondamente influenzati da Heidegger. Tuttavia penso sia necessario riflettere sui limiti che la critica filosofica e quella formale presentano oggi: la prima si scontra spesso con le idiosincrasie del critico, con la mancanza di prospettiva storica e con un certo meccanicismo. Di conseguenza, talvolta i testi diventano strumenti che confermano una analisi teorica già esistente. Quanto alla seconda, viene in mente una riflessione di Fortini: «la linea della “modernità” coincideva infatti con mutamenti profondi dell’ordine linguistico. Ma (e qui essa si contraddiceva) invece di risolvere interamente il discorso critico in analisi linguistica (o tematica), e parlare tutt’al più di scuole o generi o tendenze, continuava – come noi riteniamo inevitabile – a puntare soprattutto sull’individuazione delle personalità e sulla singolarità o eccellenza degli esiti»[4]. Ecco: molta critica di poesia degli ultimi anni sembra soffrire di questa stessa contraddizione.

4. Vedo problemi simili anche nei recenti tentativi di dare una definizione di “poesia di ricerca”. Paolo Zublena ricorre a questa categoria sulla base di analisi stilistiche di Enrico Testa[5]; le considerazioni di entrambi vengono riprese da Vincenzo Ostuni, che parla di poesia di ricerca nell’antologia Poeti degli anni Zero (numero monografico dell’Illuminista, 30, Roma, Ponte Sisto, 2010). Paolo Giovannetti si serve della stessa etichetta, ma in modo diverso, nell’introduzione a un’altra antologia, Prosa in prosa (Firenze, Le Lettere, 2009). Dal 2010 molti saggi e articoli online fanno riferimento a una di queste definizioni, ascrivendo all’area della poesia di ricerca nuovi autori. Antologizzatori e critici canonizzano una prassi di cui intanto parlano alcuni poeti: Andrea Inglese, Marco Giovenale, Gherardo Bortolotti. Nel 2006 Bortolotti, Broggi, Giovenale, Sannelli, Zaffarano fanno confluire le comuni riflessioni nel movimento GAMMM, tuttora attivo[6]. Ma cosa condividono gli autori di GAMMM con Gian Maria Annovi, Giulio Marzaioli e con gli altri antologizzati da Ostuni sotto la categoria di poesia di ricerca? E cosa li differenzia rispetto al resto della poesia di questi anni?

Tra le opere e le riflessioni degli autori appena nominati esistono differenze significative. In generale, comunque, le definizioni di poesia di ricerca si avvicinano soprattutto perché reagiscono allo stesso fenomeno: l’idea di poesia lirica e i suoi esempi novecenteschi. Tutti i poeti citati rifiutano la struttura minima del testo estratto da Tua e di tutti che ho riportato: vale a dire la presenza di qualcuno che si pone come «io autore [ti] sto dicendo che»[7], e descrive una parte della propria soggettività ricorrendo a immagini, analogie, figure retoriche e convenzioni metriche. Una scrittura di questo tipo è considerata superata. Alla lirica vengono contrapposte forme diverse di manipolazione del linguaggio, considerate parte di una nuova fase estetica o di un nuovo genere letterario. La costellazione teorica alla quale si appoggiano gli autori di ricerca, infatti, è costituita da critici francesi o americani che discutono forme di post-poesia: Jean-Marie Gleize, Christophe Hanna, K. Silem Mohammad, Emanuel Hocquard. Tuttavia non tutti i poeti che ho nominato ricorrono alle stesse pratiche, e anche i punti di riferimento sono molto eterogenei. Per Broggi, ad esempio, contano molto le teorie di Marcel Duchamp, Nicolas Bourriad, John Cage. Altri sottolineano l’importanza di rendere il testo un processo vivo e in fieri: la poesia testimonia una tensione nell’avvicinamento agli oggetti; il soggetto è una pura cassa di risonanza dello sforzo che ne deriva. In questo caso viene ripresa una tradizione francese che ha origini più antiche e si rifà (prima che a Gleize) a Georges Perec e, soprattutto, a Francis Ponge: è il caso di Inglese[8], in parte quello di Bortolotti. Ma per comprendere Bortolotti bisogna considerare anche le contaminazioni con la fantascienza, con la fotografia, con la scrittura da blog. Per molti, infine, è importante un autore italiano recente, Giuliano Mesa, nonostante Mesa sia stato anche un poeta lirico.

Il presupposto principale dei testi considerati di ricerca è l’annichilimento dell’io: serve liberarsi dei «pidocchi pronominali»[9], così come di qualsiasi altro marcatore di genere, cioè di qualsiasi cosa riconduca alla tradizione lirica. Per questo motivo viene suggerita una nuova idea di poeticità, basata non sui fenomeni interni al testo, ma sulla manipolazione delle parole nello spazio. Il lessico deve essere rigorosamente tratto dalla realtà e dalle forme d’uso più comuni: ecco perché spesso si ricorre al cut-up, del quale si è già parlato, alla poesia come elenco (Giovenale), quando non al flarf e al googlism[10]. Altre volte vengono proposte ibridazioni con generi artistici diversi, come la videoarte, la musica elettronica (Inglese, Zaffarano), il teatro (Ventroni, Marzaioli), la fotografia (Bortolotti); ma la componente di formalizzazione, ciò che segna l’appartenenza a un genere, non è mai l’aspetto che prevale nel determinare la forza estetica dei testi. In questo senso si tratta sempre (ed è evidente soprattutto nel caso delle interazioni con la fotografia e con la musica) di operazioni low fi – o, per dirla con Bortolotti, di basso livello.

Un altro modo esplicito di contrastare la forma poetica è negare la forma-verso: molti di questi autori scrivono prose. Alcuni, come Bortolotti (e Ramonda), sono esclusivamente prosatori; altri alternano verso e prosa. La poesia in prosa non è una novità recente, e per il suo uso moderno bisogna risalire almeno a fine Ottocento[11]; ma non è alla tradizione di Baudelaire e Rimbaud (e men che meno a quella italiana di inizio Novecento) che si rifanno gli autori di Prosa in prosa e di GAMMM, bensì alle teorie di critici e poeti francesi e nordamericani più recenti (fra i quali i già menzionati Gleize e Hanna). La prosa in prosa contemporanea ha un intento demistificatore, e si propone in quanto nuovo strumento di ricerca nel mondo della postproduzione: «le prose […] sembrano quasi negare il meccanismo stesso della connotazione, chiedono al lettore di confrontarsi con una pura sintagmaticità combinatoria. […] A contare è il significato meramente relazionale, l’ascetica denotazione, insieme ai meccanismi che regolano la combinatoria orizzontale dei segni»[12].

Alcuni di questi autori rivendicano un valore politico per le nuove forme di discorso poetico (Broggi, Inglese, Zaffarano), tuttavia senza che questo assuma l’aspetto utopico che aveva per i poeti della Neoavanguarda. A fare la differenza, rispetto al vecchio modello di impegno politico, è il distanziamento ironico. Per ricorrere a Gleize:

Qui vediamo che, per la poesia critica, ci sono due opposte scelte strategiche, due modelli. La scelta del “contro-uso”, vale a dire la produzione d’una modalità simbolizzante individuale (idioletto puro) che tende all’illeggibilità (da qui la rottura della comunicazione con il pubblico o con il lettore virtuale), oppure la scelta del modello “meta-uso”, che si serve invece delle stesse forme dei linguaggi dominanti per trasformarli in materia prima di una scrittura poetico-critica, la quale, al contrario delle posizioni del “contro-uso”, potrà rivendicare come luogo d’intervento e d’azione lo spazio pubblico – pannelli pubblicitari, schermi video, poster, ecc.[13]

La negazione dell’io autoriale, la scomposizione del linguaggio, la dismissione delle parti tradizionalmente poetiche, infine la ricerca di varie tecniche di montaggio sono le caratteristiche esteriori più visibili del gruppo di autori per i quali si è parlato di “poesia di ricerca”.

Ma proviamo ad andare più in profondità, e a guardare all’atteggiamento verso il mondo che li caratterizza. Si può partire dall’ultimo punto: la tensione politica rivendicata in base a pratiche formali. Oggettivare sé stessi nelle cose, assumere il “linguaggio del potere”, ricorrere a un distanziamento ironico: parole come queste fanno venire in mente le dichiarazioni di un altro movimento di avanguardia recente, quello del Gruppo 93. Anche il cosiddetto postmodernismo critico rivendicava la mimesi ironica dei linguaggi dei mass media. Possiamo andare ancora più indietro: alla base di una poetica come quella appena descritta c’è, inevitabilmente, la fiducia nella possibilità politiche del linguaggio («Questo “realismo nuovo” mi sembra porsi non tanto il problema di rappresentare il mondo […], ma quello di modificarlo […] sfruttando per questa manipolazione la realtà prima di un testo, cioè quella delle sue parole», Bortolotti su Giovenale) e, in alcuni casi, nel potere performativo delle parole. Queste sono due eredità evidenti della Neoavanguardia. Infine, l’aspetto che più potrebbe costituire un tratto di koiné, l’annichilimento dell’io, in realtà è un vistoso elemento di continuità con una ossessione della poesia del Novecento: la difficoltà a usare il pronome di prima persona per prendere la parola con la pretesa di esprimere un contenuto di verità, e il conseguente progressivo indebolimento dell’io poetico[14]. Se ne parla già nell’antologia di riferimento del Gruppo 63, i Novissimi; ma forme di reazione all’io lirico romantico tradizionale si trovano anche in alcuni poeti di inizio Novecento (il modernismo), e in molti autori degli anni Sessanta che sono al di fuori della Neoavanguardia[15].

5. Questa idea di poesia di ricerca, insomma, nasce a partire da alcuni equivoci. Innanzitutto, non tiene conto della presenza di una tradizione precedente che ha già affrontato gli stessi problemi: se si rilegge il Novecento nel suo insieme (poesia e romanzo), è possibile inserire le scritture poetiche degli anni Zero in una prospettiva più ampia. Inoltre cerca di costituire una alternativa alla sclerotizzazione della lirica, lamentandone l’autoreferenzialità e l’inadeguatezza al mondo reale; eppure finisce per creare una ennesima grammatica autoalimentante. Se la nuova poesia sconfessa la langue a partire da tante parole, non c’è il rischio che crei solo una nuova langue, fondandola solo su elementi formali? Mi pare che parte di questo problema derivi dall’ipotesi di una effettiva autonomia della lingua, e dal tentativo di valutare la poesia solo in base a innovazioni linguistiche. In questo senso, come si è già detto, si ripropongono problemi già affrontati dalle avanguardie. Non a caso Giovannetti conclude l’introduzione all’antologia del 2009 citando il saggio di Walter Siti sul realismo nella Neoavanguardia e in Zanzotto, e auspica che si possa parlare di realismo anche per i nuovi autori della poesia di ricerca. Eppure, in un’altra pagina di quello stesso saggio di Siti, si legge (a proposito del cut-up e della poesia di Balestrini) che «con la naturalizzazione della metafora siamo al punto massimo della rinuncia al principio di scelta; resta però […] il problema dell’azione (individuale e collettiva): su cosa fondarla? L’unica via d’uscita possibile a questo punto è il volontarismo: se ogni direzione è sostanzialmente equivalente, solo la decisione volontaria e momentanea può fissare la verità di un gesto […] Questo volontarismo spiega l’insistenza del testo nel proporci strofe sempre nuove e nello stesso tempo sempre uguali alle precedenti»[16].

All’interno di GAMMM sono stati pubblicati alcuni dei libri di poesia più originali degli ultimi anni; inoltre gli autori di questo gruppo e di altri blog affini (slowforward, certe frange di Nazione Indiana, ecc.) hanno reso molto vivace il dibattito su cosa sia la poesia e sulla sua funzione nel mondo contemporaneo, anche grazie alla traduzione di autori ancora poco conosciuti in Italia. Gli esempi migliori di poesia in senso lato sperimentale, tuttavia, non si esauriscono nel tentativo di una sovversione linguistica, e sono anche quelli che meno cercano di dare poeticità al testo lavorando sulla sua sonorità o sulla combinazione. In questo senso l’equiparazione fra poesia di ricerca e sovversivismo linguistico è riduttiva, e nuoce agli stessi autori ai quali viene applicata.

Un altro esempio della prospettiva falsata derivante dall’uso dell’etichetta “poesia di ricerca”, così come è stata intesa fino a ora, è quello della poesia in prosa. Nel corso dei secoli questo tipo di scrittura ha assunto forme molto diverse. Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, la poesia in prosa fa seguito a una constatazione del logoramento della lirica: quando questa viene vista come troppo ingombrante, tanto da non riuscire più a comunicare significati che non siano autoreferenziali, la prosa viene scelta in quanto lingua di grado zero, che permette più libertà dalle convenzioni sia metriche sia contenutistiche della poesia soggettiva. Ciò si verifica anche in autori che non appartengono alla genealogia appena individuata, e che non contrappongono alla vecchia idea di poesia forme di manipolazione avanguardista del linguaggio. Il discorso in prosa può diventare territorio fertile per contenuti diversi dall’esposizione di emozioni personali[17]; oppure per impossessarsi di una lingua quotidiana più autentica. Lavorando sulla lingua viva in cui siamo immersi è possibile mostrare la stereotipizzazione dei nostri modelli culturali. La normale abitudine di Broggi, Bortolotti o Ramonda sia alla cultura pop sia alla lingua del mondo 2.0 permette loro di introdurre nei testi in modo non virgolettato – come accade, invece, nel cut up vero e proprio o nei googlism – situazioni e stereotipi che rivelano la struttura profonda della vita contemporanea: narcisismo, sovraesposizione nevrotica del privato, mercificazione delle emozioni. Come osserva un altro autore di testi in prosa, «non possiamo non dire io; e al tempo stesso l’io è, alla lettera, una singolarità qualunque, un personaggio-che-dice-io»[18]. Tuttavia l’ampliamento dello spazio poetico in senso narrativo o saggistico avviene anche nelle opere di poeti che scrivono in apparente continuità con la tradizione che li precede, e a volte usano la prima persona: ad esempio Benedetti, Dal Bianco, Maccari, Magrelli, Mazzoni. La categoria di lirica in senso tradizionale non è sufficiente per descrivere tutta la loro opera. Alcune prose di Dal Bianco, i libri di Magrelli a partire dagli anni Novanta, I mondi e i testi successivi di Mazzoni, Contromosse di Maccari, Materiali di un’identità e Tersa morte di Benedetti sono opere sperimentali, non meno di quelle degli autori classificati come “di ricerca”. È vero che molti di questi poeti si sono serviti anche della prosa; e non è superfluo chiedersi perché.

Se guardiamo alle autodichiarazioni di alcuni poeti inclusi nell’etichetta di cui sopra, d’altronde, notiamo che questi ultimi nomi rientrano fra i loro punti di riferimento, oppure fra coloro verso i quali rivelano di sentire affinità di intenti. Per ricorrere a esempi concreti, possiamo considerare ancora una volta il dossier dedicato alla poesia in prosa uscito sull’ultimo numero di “Atelier”. Qui si legge che Broggi e Ramonda hanno come punti di riferimento comuni («compagni di strada» per il primo dei due) Inglese, Bortolotti e Mazzoni; a questi si affiancano gli altri autori di Prosa in prosa, per Broggi[19]; Vanni Santoni con Personaggi precari e Franco Arminio di Cartoline dai morti, per Ramonda[20]. Passiamo agli altri due autori di poesia in prosa intervistati: anche in questo caso, il panorama è più vario di quanto le prefazioni antologiche nominate all’inizio di questo paragrafo lascino immaginare. Fra le righe scritte da Luciano Mazziotta leggiamo due nuovi nomi: Raos, per Lettere nere; ma anche Benedetti con Materiali di un’identità[21]. Infine Simone Burratti[22], il più giovane fra i poeti in prosa pubblicati da “Atelier”, aggiunge ai nomi già fatti anche quelli di Dal Bianco e a Michaux.

L’ultimo equivoco generato dall’uso fatto finora della categoria di “poesia di ricerca”, insomma, è quello di tacere somiglianze di famiglia meno ovvie, ma forse altrettanto presenti sia all’analisi dei testi sia nell’immaginario degli stessi autori. Aprendo l’introduzione e la postfazione a Prosa in prosa, oppure leggendo alcuni post-manifesto di GAMMM, la dimensione collettiva della poetica di Bortolotti, Broggi, Giovenale, Inglese, Raos, Zaffarano ecc. sembra inopinabile. Attraverso la prefazione a Una lunghissima rincorsa, Inglese inserisce esplicitamente Ramonda in questa genealogia[23], quasi a creare un effetto di scuola. Eppure, leggendo testi e interviste, si notano affinità e influenze fra gli autori nominati e altri che sono al di fuori di questo panorama ufficiale. Se si allarga lo sguardo, dunque, la cartografia della poesia italiana assume contorni diversi.

6. L’idea di “poesia di ricerca” non può essere basata su fatti puramente formali. La deflazione dell’io fa parte di un fenomeno più vasto, che interessa tutta la poesia contemporanea da circa un secolo. Oggi si continua a scrivere poesia lirica. Anche nel versante più propriamente lirico, tuttavia, ci sono poeti che ancora scommettono sulla prima persona, ma cercano di riprodurre gli effetti del mondo della postproduzione su un soggetto qualsiasi, a partire dal suo rapporto con gli eventi storici e con quelli più intimi: Gezzi, Di Dio, Testa all’altezza di La divisione della gioia, ma anche lo stesso Inglese nei suoi due libri più belli, La distrazione e Commiato di Andromeda. In un intervento dello scorso anno, parlando di poesia di ricerca (ma in un senso un po’ più ampio di quanto fatto in precedenza), Cortellessa sostiene che «un connotato trasversale, che accomuna autori considerati “post-lirici” e altri “oggettivisti”, mi pare sia – superata infine la dicotomia novecentesca fra un io “ridotto”, tendenzialmente annullato, e un soggetto restaurato, sino al suo trionfo narcisistico – una soggettività neutra»[24]. Forse non è più – o, comunque, non è solo – l’uso o meno della prima persona a rappresentare un discrimine fra poesia di ricerca e poesia tradizionale.

Per concludere: se si guarda ad alcune delle scritture più interessanti di questi anni, e alla loro eterogeneità nelle scelte di contenuto e struttura, viene da pensare allo scenario della poesia italiana nei primi decenni del Novecento. Da un lato vi erano gli esperimenti futuristi, che miravano a riprodurre gli effetti della velocità e della tecnica del nuovo secolo attraverso le parole in libertà; dall’altro le ambientazioni urbane e le descrizioni dell’io straniato da se stesso di Sbarbaro, il mal di vivere di Montale, la decostruzione ironica dell’io di Gozzano, il Canzoniere di Saba. Nel mezzo, testi intermedi come La passeggiata di Palazzeschi. Quali fra questi modelli di poesia si sono rivelati più efficaci nel dire qualcosa del proprio tempo?

 Torniamo ai due testi di partenza. Come rileva Sinfonico, Tua e di tutti e Una lunghissima rincorsa hanno due differenze importanti: la prima di natura formale (il verso e la prosa); la seconda relativa alla postura dell’io. Ma precisiamo meglio. Entrambi si muovono nel segno di un io depotenziato, che non coincide del tutto con l’autore (Ramonda: «Mi piace pensare alle mie prose brevi come ad una raccolta di profili psicologici, una serie di testimonianze anonime. […] Spesso riporto in prima persona il pensiero di un personaggio con cui empatizzo, altre volte una mia personale testimonianza è scritta in terza persona»[25]). Il loro tempo è il presente, e entrambi cercano agganci con eventi contemporanei; tuttavia risultano più convincenti quando si focalizzano sulla situazione antropologica più privata, quella della coppia.

La «difficoltà del verso» (sempre Sinfonico) di Di Dio non corrisponde tanto al fatto di andare a capo, ma piuttosto alla fiducia nell’uso delle parole in modo non corrispondente al discorso quotidiano, con l’intento di descrivere ciò che l’io prova di fronte al contatto col mondo. In questo senso, Di Dio fa parte di quella tradizione poetica del Novecento che ha fra i suoi più grandi interpreti, in Italia, in Milo De Angelis e Mario Benedetti. Quello di chi dice io è «un affacciarsi sbigottito, perturbato sul mondo» come si legge già nell’introduzione al primo libro, Favole[26]; e l’elemento che determina la funzione poetica è quello propriamente lirico. È forse l’aspetto che Di Dio più riprende da Benedetti, l’influenza del quale è evidente sia per quanto appena detto, sia per alcune riprese puntuali: a un lettore di Umana gloria risulteranno familiari frasi come «il vento è cresciuto nelle mani», p. 51; «ho cercato tanto un tempo del tempo / per dire qui», p. 46.

Se Di Dio racconta un’esistenza che aspira ancora all’accensione del quotidiano («Mi chiedo come tenere tutto questo, del mondo e / della mente[…]», p.51), Ramonda, al contrario, ne insegue la decostruzione, gli spazi grigi: «Sono estremamente interessato al non detto, sia nella vita che in letteratura. In particolare mi affascina tutto ciò che tacciamo a noi stessi e le ragioni dietro a queste tentate omissioni»[27]. Una lunghissima rincorsa descrive un ambiente in cui, come nelle canzoni dei Marlene Kuntz o dei Sonic Youth alle quali si ispira, rimane solo l’ombra dell’epifania lirica, ormai ridotta a icona riproducibile e parodiabile.

Tua e di tutti e Una lunghissima rincorsa cercano di superare la componente biografica; e ci riescono riallacciandosi a tradizioni che li precedono. Nessuno dei due si pone realmente il problema della metrica in quanto repertorio col quale confrontarsi. Probabilmente entrambe le strade continueranno a essere percorse; e ambedue sono soggette al rischio della grammaticalizzazione precoce, così come a quello della idiosincrasia personale. Ma quello che ci dicono questi libri è che, da un lato, le poesie di questi anni provano ad ampliare i propri spazi di espressione; dall’altro, il mondo di cui ci parlano i poeti di oggi, anche quando rifuggono la confessione lirica vera e propria, conserva continuità con i testi di cento anni fa soprattutto nel momento in cui mostra uno straniamento e un senso tragico di ciò che accade.

[1] A. Broggi, Nuovi anfibi /4. Alessandro Broggi: testi e intervista, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, in “Atelier”, 75, settembre 2014, p. 28.

[2] «Leggendo poesia da anni, mi sono ormai reso conto di non avere né un grande orecchio né una sensibilità particolarmente sviluppata per la musicalità, per il ritmo, quindi tendo a concentrarmi sui contenuti e sul lessico», J. Ramonda, Nuovi anfibi /2. Jacopo Ramonda: testi e intervita, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, cit., p. 19.

[3] G. Pontiggia, E. Di Mauro, La statua vuota, in La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 9-11.

[4] F. Fortini, I poeti del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1977, p. 4.

[5] P. Zublena, Come dissemina il senso la poesia “di ricerca”, in “Enciclopedia Treccani”. Cfr. anche Nuovi poeti italiani, fasc. monografico di “Nuova corrente”, LII, 135, gennaio-giugno 2005, a cura di P. Zublena.

[6] Nel momento in cui viene scritto questo articolo, novembre 2014, ne fanno parte: Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Mariangela Guatteri, Andrea Raos, Michele Zaffarano.

[7] M. Giovenale, Cambio di paradigma, in “GAMMM”, 10 febbraio 2011.

[8] Cfr. A. Inglese, L’anomalia di Ponge, in “Nazione Indiana”, 27 novembre 2012: «Ponge pretende, infatti, di dismettere il titolo di “poeta” e, simultaneamente, il genere “poesia”. Non si tratta di un vezzo né di una provocazione, ma dell’inevitabile conseguenza di una pratica di scrittura, ancora prima che di un partito preso teorico: egli si sente più familiare con l’universo della ricerca scientifica che con quello della meditazione metafisica o della trasfigurazione poetica. Più che all’opera, come traguardo di compiutezza formale, è interessato al processo di elaborazione di una forma. In esso, infatti, si manifesta appieno la postura ad un tempo positiva e scettica del ricercatore, che avanza per tentennamenti e prese parziali».

[9] M. Giovenale, Cambio di paradigma, cit.

[10] Cfr. a questo proposito K. Silem Mohammad, Sought poems, in “GAMMM”, 2007.

[11] Cfr. al riguardo P. Giovannetti, Dalla poesia in prosa al rap. Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea, Novara, Interlinea, 2008.

[12] P. Giovannetti, Dopo il sogno del ritmo. Installazioni prosastiche della poesia, in A. Inglese, G. Bortolotti, A. Broggi, M. Giovenale, M. Zaffarano, A. Raos, Prosa in prosa, introduzione di P. Giovannetti e note di lettura di A. Loreto, Firenze, Le Lettere, 2009, p. 13.

[13] J. M. Gleize, Opacità critica, trad. di M. Zaffarano, in “GAMMM”, maggio 2014.

[14] Cfr. G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, Il Mulino, Bologna, 2005, pp. 233-247.

[15] Cfr. a questo proposito almeno D. Frasca, Posture dell’io. Luzi, Sereni, Giudici, Caproni, Rosselli, Pisa, Felici Editore, 2014; G. Simonetti, Mito delle origini, nevrosi della fine. Sulle poesie italiane di questi anni, in “Le parole e le cose”, 2 giugno 2012; E. Testa, Per interposta persona. Lingua e poesia del secondo Novecento, Roma, Bulzoni, 1999.

[16] W. Siti, I funerali di Togliatti, in Il realismo dell’avanguardia, Torino, Einaudi, 1975.

[17] Cfr. a questo proposito G. Mazzoni, In dialogo, in “L’Ulisse”, 13 (Dopo la prosa. Poesia e prosa nelle scritture contemporanee).

[18] Ibidem.

[19] «Tornando alla letteratura, non posso infine non citare, tra i miei compagni di strada, la mia stima nel lavoro – in prosa e in versi – degli altri cinque autori con me del libro collettivo Prosa in prosa[19] e di Guido Mazzoni», A. Broggi, Nuovi anfibi /4. Alessandro Broggi: testi e intervita, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, cit., p. 20.

[20] Ma l’elenco completo di Ramonda è più lungo: «Alcuni anni fa mi sono imbattuto nelle prose di Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi e Guido Mazzoni, che mi hanno aperto un mondo. Altri libri molto importanti per me sono stati – tra gli altri – Centuria di Manganelli, Palomar e Le città invisibili di Calvino, Il partito preso delle cose di Ponge, Mi ricordo di Perec, Cartoline dai morti di Franco Arminio, Personaggi precari di Vanni Santoni. E poi le prose di Kafka. L’enorme lavoro di Giovanni Nadiani sulla prosa breve, sia come autore che come traduttore. Le poesie in prosa di Tiziano Rossi e di Giampiero Neri; quelle di Charles Simic e di Russell Edson. La poesia di Umberto Fiori. Credo che nelle mie prose brevi sia anche rintracciabile l’influenza delle poesie prosastiche e della narrativa di Carver e Bukowski. Anche le poesie di Alessandra Carnaroli e di Francesca Genti sono state – e sono tuttora – molto importanti per me», J. Ramonda, Nuovi anfibi/2. Jacopo Ramonda: testi e intervista, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, cit., p. 10.

[21] «Quanto al “contemporaneissimo” annovererei tra i maestri di genere il Commiato d’Andromeda di Andrea Inglese, i testi sparsi di Lettere nere di Andrea Raos, che avevo avuto la possibilità di leggere prima della pubblicazione; poi chiaramente Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti. Benché possa sembrare strano, per concludere, un testo che mi ha mostrato i livelli di libertà del discorso che era possibile toccare attraverso la scrittura in prosa è stato Materiali di un’identità di Mario Benedetti», L. Mazziotta, Nuovi anfibi /3. Luciano Mazziotta: testi e intervista, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, cit., p. 15.

[22] «Henri Michaux, Stefano Dal Bianco, Guido Mazzoni, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi; in misura minore, il Pavese di Lavorare stanca e i libri in prosa di Charles Simic», S. Burratti, Nuovi anfibi/1. Simone Burratti: testi e intervista, a cura di T. Di Dio e C. Gallo, cit., p. 7.

[23] «Quando ho letto per la prima volta le prose di Jacopo Ramonda ho provato una sorta di narcisistica soddisfazione: vi ho ritrovato un’aria di famiglia con i testi che, nel 2009, io e altri cinque autori, tutti provenienti dal mondo della poesia, avevamo pubblicato in un volume collettivo intitolato Prosa in prosa (Le lettere, 2009). Tale progetto editoriale, oltre a me, coinvolgeva Alessandro Broggi, Gherardo Bortolotti, Marco Giovenale, Andrea Raos e Michele Zaffarano. Esso ambiva costituire una tappa significativa in un percorso che si era misurato con una modalità di scrittura in prosa né propriamente poetica né propriamente narrativa e che, in Italia, sembrava avere ancora pochi riscontri sia sul piano dell’invenzione letteraria sia su quello della riflessione critica e teorica», A. Inglese, Gabbie d’equilibrio. Sulla prosa di Jacopo Ramonda, in J. Ramonda, Una lunghissima rincorsa, Roma, Bel Ami, 2014, p. 5.

[24] A. Cortellessa, Per riconoscere la poesia: tre connotati, in “Le parole e le cose”, 22 settembre 2013,.

[25] M. Ecoli, Quattro chiacchiere con Jacopo Ramonda, in “Solo libri.net”, 17 gennaio 2013.

[26] M. Benedetti, Prefazione, in T. Di Dio, Favole, Massa, Transeuropa, 2009, p. 7.

[27] M. Ecoli, Quattro chiacchiere con Jacopo Ramonda, cit.

[Immagine: Thomas Ruff, Portraits (gm)].

106 commenti

  1. Ho molto apprezzato la chiarezza di questo articolo sul panorama della poesia contemporanea, sulle categorie critiche ed estetiche che lo attraversano e sulla loro effettiva, o meno, adeguatezza. Mi domando se sia possibile fare altrettanto con la narrativa. Sarebbe molto interessante.

  2. Complimenti. Un articolo che riassume bene alcune evidenze di oggi col sostegno di argomenti solidi.

  3. L’articolo è senza dubbio circostanziato e ben riferito. L’impressione, dal loggione, è che sia fermo al 2004-6 e che nel 2014 tutto appaia come un riflusso locale. La direzione presente la indica Casadei con i suoi studi sulle dinamiche della mitopoiesi globale e quindi anche della poesia. In un eventuale scenario globale fatto di campioni locali, qui non c’è nulla che possa caratterizzarsi e spendersi come italiano 2014. In UK stanno per esempio provando ad imporre nel mainstream Kate Tempest, come ottantina di sistema. Noi abbiamo Moresco-Dante in prosa e Arminio-Leopardi in poesia. Tutto il resto è sostanzialmente irrilevante. Saluti.

  4. molto equilibrato, grazie

  5. L’articolo traccia un quadro descrittivo che, come indica IlFuGiusco, non riporta niente di nuovo. Il quale modo i poeti contemporanei fanno ricerca? Beh, sia sul lato di un lirismo più tradizionale sia sul lato di una commistione tra verso e prosa, mi pare che non sia interessante tanto capire in quali dinamiche di famiglia lo facciano (le dinamiche di famiglia sono ben evidenti!), ma come lo facciano. L’aspetto stilistico, linguistico, della pratica della scrittura, e anche quello della visione teorica, che l’articolo prende di mira a un certo punto, mi pare che vengano cacciati per la porta, ma poi alla fine rientrino dalla finestra come una necessità: alla fine, dopo tutte le possibili osservazioni su cosa sia o non sia la poesia di ricerca, si avverte il loro, e non da poco,

  6. L’articolo traccia un quadro descrittivo che, come indica IlFuGiusco, non riporta niente di nuovo. Il quale modo i poeti contemporanei fanno ricerca? Beh, sia sul lato di un lirismo più tradizionale sia sul lato di una commistione tra verso e prosa, mi pare che non sia interessante tanto capire in quali dinamiche di famiglia lo facciano (le dinamiche di famiglia sono ben evidenti!), ma come lo facciano. L’aspetto stilistico, linguistico, della pratica della scrittura, e anche quello della visione teorica, che l’articolo prende di mira a un certo punto, mi pare che vengano cacciati per la porta, ma poi alla fine rientrino dalla finestra come una necessità: alla fine, dopo tutte le possibili osservazioni su cosa sia o non sia la poesia di ricerca, si avverte il loro, e non da poco, bisogno. E poi il riferimento alle scritture di inizio 900: fino a che punto è plausibile? O meglio, è plausibile come riferimento a lato, ma non come ipotesi conclusiva dell’argomentazione. Sandra parla di equilibrio: se l’equilibrio si riferisce a un bilanciamentento tra chi è più vicino alla lirica tradizionalmente intesa e chi è più vicino alla poesia in prosa, mi pare giusto; ma si tratta di fatti, non di interpretazioni. Se dovessimo interndere equilibrio da un altrto punto di vista, forse sarebbe meglio essere più cauti.

  7. pardon, mi sono autocitata nel riscrivere il commento che aveva perso un pezzo – mi riferivo all’osservazione di silvia. Grazie. Sandra M.

  8. Ringrazio molto Alessandra Sarchi, Fabrizio Bajec e Viola.

    Sono certa che una operazione di questo tipo sia possibile anche per la narrativa, per quanto lo scenario sia diverso.

    Cerco di rispondere a Sandra. Lei ha ragione: analisi formale e teorica rientrano dalla finestra. Non ho mai detto, infatti, che la critica stilistica e quella filosofica siano del tutto inutili. Non ripeterò ciò che ho già scritto, ma mi pare di avere tratteggiato due derive specifiche di entrambi gli approcci.

    Il paragone con lo scenario del primo Novecento non vuole essere cogente nel modo suggerito da lei. Può reggere fino al punto in cui lo porto, non credo oltre.

  9. Mi chiedo solo se quando si scrive che un poeta si muove “nel segno di un io potenziato, che non coincide del tutto con l’autore” o che “insegue la decostruzione, gli spazi grigi” del quotidiano sia proprio necessario citare non poesie, ma frasi tratte da un’intervista che per giunta sembrano piuttosto banali. Non credo che ci sia niente di male nel dire le cose che dice il poeta nell’intervista. Da lì a usarle in un articolo di critica letteraria, però…Sappiamo, extratestualmente, che il poeta si interessa alle omissioni e che a volte, addirittura, scrive in terza persona alcune sue testimonianze. Accidenti. Mi scuso il nervosismo, ma il tempo che bisogna investire nella lettura per arrivare fino a lì non è poi così poco.

  10. *per* il nervosismo, I’m sorry

  11. Il testo di Claudia Crocco è estremamente ricco. Meriterebbe anche discussione su diversi punti importanti. Mi limito in questo caso però a una semplice precisazione. Mi riferisco a questo passo:
    “Attraverso la prefazione a Una lunghissima rincorsa, Inglese inserisce esplicitamente Ramonda in questa genealogia[23], quasi a creare un effetto di scuola”.
    Ora, mi sono permesso un riferimento esplicito a “Prosa in prosa”, nel caso del lavoro di Ramonda, anche perché ho poi avuto modo di aggiungere in seguito, nella prefazione, queste parole:

    “Nello stesso tempo, questo libro d’esordio mostra quanto la scelta della prosa, in lui, nasca da una necessità non certo ascrivibile a un semplice gioco d’influenze e suggestioni letterarie, né tantomeno da quella che solo ottimisticamente potremmo definire una “moda”. Ramonda è venuto a questa prosa in modo autonomo e consapevole, cercando una forma che fosse maggiormente all’altezza delle proprie ossessioni, ed è seguendo questo percorso che, forse, ha trovato ad un certo punto degli interlocutori più initimi di altri.”
    Più avanti ancora scrivevo:

    “Il caso Ramonda, però, mostra che siamo dentro una storia diversa [dalla tendenza “lunga” della lirica novecentesca verso la prosa], di cui non è ancora facile cogliere appieno la genealogia.”

    Insomma, credo che non sia pretestuoso il riferimento a “Prosa in prosa” nel caso di Ramonda, ma non mi pare, se si legge quanto sopra, di aver cercato questo effetto di scuola. Sono davvero convinto, e i testi sono lì a provarlo, che il percorso di Ramonda sia davvero autonomo.

  12. Anch’io trovo l’articolo di Claudia ricco e interessante, come per altro le ho già scritto in privato.
    Sono anche contento di questo commento di Andrea.
    Ci tengo a chiarire un paio di punti.
    “Prosa in prosa” e altri testi di Inglese, Bortolotti e Broggi hanno esercitato ed esercitano tutt’ora un’influenza importante su di me a vari livelli, ma non sul piano degli intenti programmatici e delle finalità.
    Come ho scritto nell’intervista rilasciata ad Atelier (v. nota 20 del testo di Claudia), le mie prose sono il frutto di influenze diverse e penso che non ci sia nulla di male in questo, anzi credo sia un fatto positivo, soprattutto per un autore esordiente: pretendere di essere assolutamente originale sarebbe troppo, ma evitare l’emulazione è indispensabile, e lasciar confluire nel proprio stile influenze diverse, anche contraddittorie, mi sembra necessario per trovare e definire la propria voce.

    Gianni Montieri ha recentemente pubblicato una recensione al mio libro su Poetarum Silva (http://poetarumsilva.com/2014/11/16/jacopo-ramonda-una-lunghissima-rincorsa/) in cui scrive “Ramonda è, probabilmente, molto più vicino al racconto breve americano di quanto lo siano altri scritti in prosa.”
    Di sicuro la narrativa di Carver, Cheever, Yates, Homes – che non ha nulla a che fare con la scrittura di ricerca – mi ha influenzato e, come lettore, torno spesso su questi autori, ma anche su scrittori completamente diversi, cercando sempre e comunque di imparare il più possibile, senza emulare nessuno.
    Insomma, un’influenza non esclude l’altra.

    Claudia ha ragione quando scrive “Gli esempi migliori di poesia in senso lato sperimentale, tuttavia, non si esauriscono nel tentativo di una sovversione linguistica”
    In un altro punto del post dice “L’ultimo equivoco generato dall’uso fatto finora della categoria di “poesia di ricerca”, insomma, è quello di tacere somiglianze di famiglia meno ovvie, ma forse altrettanto presenti sia all’analisi dei testi sia nell’immaginario degli stessi autori.”
    Claudia fa bene a puntualizzare, ma il fatto che un’etichetta non sia esaustiva è inevitabile e quella di “poesia di ricerca” non fa eccezione. I testi migliori prodotti da una determinata corrente artistica superano sempre i limiti stabiliti dalla poetica a cui si riferiscono, e questo è un bene, è un sinonimo di qualità (ovviamente non mi riferisco al mio libro, ma a quelli di alcuni degli autori citati nel post).
    Per quanto mi riguarda le scritture più interessanti – e quindi quelle che mi influenzano di più – si pongono sempre in un rapporto conflittuale con le etichette e con i generi, a prescindere dal fatto che si tratti di opere “sperimentali” o “tradizionali”. Le poesie di Carver sono un ibrido tra racconto e poesia. “Palomar” di Calvino è generalmente classificato come un romanzo, ma di fatto è composto da prose non facilmente collocabili in un genere preciso.

    Scusate la lungaggine e le ripetizioni, ma ho dovuto scrivere il commento un po’ di fretta.

  13. Diciamo, Jacopo, che se vuoi evitare qualsiasi inconveniente, qualsiasi esigenza di giustificarti, evita in futuro ogni riferimento a scritti e autori dell’area di ricerca, che in Italia passano sempre male.

  14. Grazie ad Andrea Inglese e a Jacopo Ramonda per essere intervenuti.

    Nell’articolo ho voluto mostrare che affinità e influenze fra i poeti di oggi seguono un tracciato diverso da quello suggerito dall’etichetta “poesia di ricerca”, almeno per come è stata usata fino a ora. Inoltre ho cercato di inserirla in un contesto cronologico più ampio, cioè guardando a problemi che attraversano tutta la poesia del Novecento.
    Questo non vuol dire svalutare l’ultima avanguardia italiana.
    Credo che GAMMM abbia prodotto alcuni dei più importanti libri degli ultimi anni, e che abbia svecchiato il dibattito fra poeti e critici. Non è poco.

  15. Cara Claudia,

    trovo un finalmente un po’ di tempo per articolare meglio una prima bozza di risposta a questo tuo saggio, che trovo utile, chiaro e ‘necessario’.Ho molto apprezzato la chiarezza e agilità argomentativa e la spinta polemica anche se espressa con molto garbo e cautela. Mi piace anche il salto induttivo, o meglio generalizzante, per il quale dalla discussione specifica su due autori contemporanei passi a una discussione più ampia, storico-teorica su certe, chiamiamole così, etichette di comodo e che molta fortuna hanno avuto e ancora hanno nella critica.

    Vengo direttamente alle perplessità o ai punti su cui lavorerei, perché altrimenti è inutile commentare solo il positivo, giusto? Dunque, per prima cosa il tuo argomento sulla limitata portata degli argomenti della stilistica non mi convince. E non mi convince perché Fortini, nello stralcio che citi, non intende invalidare la critica stilistica, ma piuttosto il suo uso psicologistico, orientato all’autore, che è tipico della stilistica italiana (ma non tutta – vedi lo studio di Mengaldo sugli ermetici, per dire). Fortini credo auspicasse una stilistica più tassonomica e classificatoria, più oggettiva da un certo punto di vista. Da qui, secondo me, ogni seria definizione di ‘sperimentale’ e ‘lirico’ dovrebbe ricominciare, certo senza tralasciare la componente cronologica. Una stilistica, insomma, storica e sociologica, ma in quanto stilistica basata su fatti oggettivi riscontrabili nei testi – certi usi di avverbi, tempi, modi, strutture eccetera. Per liquidare adeguatamente, se questa era l’intenzione, l’approccio stilistico, avresti secondo me dovuto riportare la definizione di lirica e sperimentalismo di Testa e Zublena – cosa che non fai, impedendo al lettore una verifica puntuale.

    Sulle etichette in generale, io credo che il problema sia nella loro stessa esistenza. Mi spiego: tu fai bene a problematizzarle, perché creano più problemi di quanto facciano chiarezza, ma io mi spingerei più in là: tutti questi sono, ovviamente, concetti, costrutti semiotici che hanno una ben definita origine, che sono nati in seno a certe comunità ecc. Secondo me bisogna limitarsi a discutere e migliorare le definizioni proposte a posteriori dai teorici della letteratura, non la parte divulgativa e corriva di questi concetti, che sono più che altro etichette identificative per certi gruppi senza necessariamente una forte base testuale a connetterli. Per questo giustamente rilevi la mobilità dei concetti. Mentre il contesto di produzione è molto complesso (autori, rapporti di forza, influenze, contingenze ecc. prima della stesura di un testo), quello di ricezione può meglio essere idealizzato al binomio testo-lettore. Per il lettore, se la critica vuole fare un servizio a lui anziché al senso di identificazione delle correnti di vari autori, queste etichette contano poco o nulla – quello che conta è la risposta che un dato testo, nella sua configurazione stilistica e tematica, suscita in lui o in lei. Questa, secondo me, è la strada da seguire (ancora più della critica culturale) per stabilire delle basi solide e verificabili ai nostri concetti o etichette. Non vagheggio un rapporto quasi causale o un’equazione tra tratti stilistici e tematici e denominazioni, ma uno sforzo in tal senso aiuterebbe molto.

    Mi interessa capire questo nodo perché tu stessa fai rilievi interessanti sulla lingua di Di Dio e Ramonda, anche se la distinzione che fai tra langue e parole andrebbe annullata dal discorso critico, in quanto appartiene a un tipo di linguistica che non si fa più da quasi un secolo e che misteriosamente è rimasto attaccato alla critica letteraria.

    Questo è ovviamente solo un nodo del tuo saggio, se avrò tempo nei prossimi giorni tornerò su altre parti, ma questo mi premeva più di dire per il momento.

  16. Cara Claudia,

    bel pezzo e molto utile. Sinteticamente, però: accomunare critica filosofica e analisi stilistica, sostenendo che la prima come la seconda (passi l’accusa di intellettualismo) peccano di formalismo “a scapito dei contenuti”, ovviamente è una tesi piuttosto bizzarra: la critica filosofica _è_ critica di contenuti. E’ un punto cardine del tuo pezzo, rischia di minarne l’argomentazione.
    Per quanto riguarda la prefazione alla mia antologia, sfugge a te come ad altri questo brano: riportato un lungo brano di Zublena, che riconosce alla “poesia di ricerca” da lui definita uno spettro molto più ampio di quello che tu le attribuisci, includendo “anche Calandrone e Bonito” (e dunque a fortiori Annovi, e a fortiorissimi Marzaioli), io aggiungo, ampliando ulteriormente: “includer[emo] però, nel nostro caso […] tratti di un lirismo relativamente asoggettivo, caratterizzato da una dismissione di ogni tirannide epistemica dell'”autore reale”, o ancora forme autobiografiche ma sostanzialmente antiliriche”. In pratica sto dicendo che i “poeti di ricerca” possono essere lirici, cosa che è il punto del tuo testo. Non lo sono come Claudio Damiani o Carlo Carabba, ma lo possono essere e lo sono (nella breve introduzione alla sezione su Giovenale dico che anche lui è un lirico). E continuo, appunto: “sostanziali divergenze limitano l’omogeneità di questo gruppo, cui dunque potremmo scherzosamente pensare come a un ampio centrosinistra della poesia italiana”.

    A presto,
    V.

  17. Caro Davide, caro Vincenzo,

    grazie di essere intervenuti. Avete sottolineato cose interessanti, e ci sarebbe molto da scrivere e riflettere. Cercherò di rispondervi meglio che posso.

    Entrambi sollevate alcuni dubbi su ciò che scrivo a proposito di certa critica stilistica e dei problemi di quella filosofica. Capisco. In realtà non intendevo svalutare del tutto né l’una nell’altra, ma solo indicarne usi che non mi convincono. C’è una vena polemica nel mio articolo, ha ragione Davide; ma non arrivo a mettere in discussione l’intera critica letteraria italiana degli ultimi cento anni – non avrei nulla di sufficiente da opporvi. In un certo senso, è vero il contrario: io stessa ho molti dubbi metodologici, e li ho esposti o sono emersi in modo indiretto all’interno di questo saggio. Mi interessa problematizzare categorie e approcci con i quali si analizzano i testi contemporanei (poesia e prosa, entrambe), anche perché a volte mi pare accada in modo un po’ meccanico.
    Leggendo articoli, saggi, libri, e persino recensioni, oppure ascoltando altre persone discutere di opere contemporanee, spesso mi chiedo perché abbiano scelto proprio quei testi e quei modi per parlarne, per quali motivi si siano soffermati su quei dettagli formali, se siano riusciti a sviscerare ciò che rende importante, bello o degno di nota quel libro, quella poesia, quel romanzo. Penso che guardare al modo in cui si parla dei libri dica qualcosa dei libri stessi, cioè del mondo in cui sono stati scritti. Forse per questo mi interessa un genere ibrido come l’antologia, che sta a metà fra il saggio e la storiografia letteraria. Se guardiamo alle antologie del Novecento, non si nota forse qualcosa di comune sia alla critica filosofica sia (con buona pace di Contini) a quella stilistica, ovvero la tensione a creare una tesi, un discorso unitario a partire dai casi particolari? Non è forse questo l’elemento dell’antologia d’autore che più si perde nelle antologie dopo Il pubblico della poesia (e non a caso)?

    Quando leggo un libro o ascolto un intervento fatto interamente di note stilistiche, spesso mi chiedo quale sia il senso finale, e quasi sempre trovo insoddisfacenti le conclusioni teoriche o i tentativi di arrivare a una storicizzazione più generale (escludi da quanto sto dicendo Mengaldo, Davide, perché l’introduzione alla sua antologia è uno dei miei pochi punti di riferimento che ancora regge). Quanto alla critica che aspira a essere filosofica, a volte mi pare che usi termini imprecisi o velleitari («cerchi di scrivere parole con un significato reale, non usate solo da altri contemporaneisti», mi dice spesso uno studioso); in altri casi temo che si serva dei testi per dimostrare ciò che il critico già pensa del mondo.
    Talvolta, non lo nego, ho l’impressione che vengano scelti testi e metodi quasi per automatismo, o forse per un effetto di scuola, insomma perché ci si trova in un certo ambiente (geografico, sociale, virtuale) in un determinato momento. Da un lato immagino sia normale; dall’altro per me è motivo di ansia e di scetticismo. Il senso delle mie frasi da voi citate (o alle quali vi riferite) è questo. Ho semplificato un po’, spero di essermi spiegata comunque.

    Ora cerco di rispondere anche a vostri dubbi più puntuali.

    – Non ho copiato la citazione di Testa e Zublena solo perché è molto lunga. Tuttavia l’ho resa reperibile con facilità da chi legge: c’è un link che rinvia direttamente alla fonte. Poi non è detto che lo stesso Zublena sia d’accordo con il se stesso del 2005.

    – Non uso le conclusioni di Fortini, perché le mie conclusioni sulla letteratura e sulla critica sono diverse dalle sue. Questo mi permette di rispondere anche a una obiezione di Ennio Abate, che ringrazio per il commento lasciato su un altro post di questo sito. Certo, cito quel passo perché lo condivido; ma questo non vuol dire che io debba rendere mie tutte le teorie fortiniane. È vero, Davide: Fortini ha in mente altro, anche perché il contesto critico al quale si riferisce è molto diverso.

    – La critica filosofica è critica di contenuti. Hai ragione, Vincenzo: ma talvolta diventa meccanica e fumosa, si serve di concetti che ormai sono passepartout e non hanno un corrispondente reale. Questo è ciò che intendevo. Penso che, da filosofo, anche tu lo abbia notato, in alcuni casi.

    – Per quanto riguarda la prefazione a Poeti degli anni Zero, ci tengo a dire che il mio obiettivo, in questo saggio, non era contestare la tua prefazione, né l’introduzione di Giovannetti alla sua, né l’articolo di Zublena. Ho già scritto abbastanza per spiegare ciò che mi premeva; spero che sia un po’ più chiaro, perché per me è importante. Aggiungo che, a distanza di quattro anni, quella antologia mi fa una impressione diversa, forse più positiva di un tempo. Ma su ciò che tiene insieme il centrosinistra, diciamo, penso ci sia ancora da riflettere e discutere.

    Vi ringrazio di nuovo. I vostri commenti sono stati preziosi.

    A presto,

    Claudia

  18. @Ostuni

    “In pratica sto dicendo che i “poeti di ricerca” possono essere lirici”

    Non mi pare che sia così. Se leggo bene il brano citato si può essere lirici e “di ricerca” solo da “asoggettivi” (o almeno “relativamente asoggettivi”). L’unica piena soggettività concessa al poeta “di ricerca” è infatti quella di un “autobiografismo antilirico”.
    Se ne deduce che un poeta che sia insieme soggettivo e lirico – come più o meno il novanta per cento dei grandi poeti moderni – non potrà essere considerato, oggi, “di ricerca” (e tantomeno “di centrosinistra”).
    L’opposizione che emerge dai veti incrociati, alla fine, è proprio quella tra lirica e ricerca: non si può più fare “ricerca” nell’ambito tradizionale – cioè soggettivo (e spesso autobiografico) – della lirica. Con un corollario “scherzoso” ma inevitabile: tutta la lirica è di destra.

    In conclusione, i casi sono due: o si manda in soffitta la lirica in nome della “ricerca” – qualunque cosa ciò voglia dire – o si cercano categorie diverse da quelle poste tra virgolette in questa discussione.

  19. Ciao Claudia!

    Davvero una meditazione utile e interessante, la tua. Come ti scrivevo anche in privato mi è davvero molto piaciuta e servita: per la lucidità, anzitutto. Ma poi anche l’efficacia sintetica e la forza d’analisi, lo sforzo concettuale di avanzare una tua proposta di contro alle correnti critiche che richiami e a cui ti opponi. Bello davvero. E le risposte che hai dato fin qui ai commenti ricevuti mi sembrano confermare questa impressione.

    Anche io ho una questione da porti, tuttavia. A fine lettura infatti mi sono ritrovato a fare una considerazione spesso già fatta, ma che la perizia con cui affronti la questione “critica letteraria” mi spinge a non tacitare. Spero di essere chiaro, anche perché, a dire il vero, il mio è più un commento interlocutorio. Non ho insomma una risposta preconfezionata, sto cercando di mettere a fuoco il problema e il tuo articolo mi ha senz’altro permesso di fare dei passi avanti in questa direzione.

    Il tuo approccio, come quello di coloro che critichi, non mantiene comunque un vizio di fondo: non rimane ancora troppo intellettualista? L’idea che la poesia sia efficace se e solo se, in qualche modo, “parla di…” e “parla a noi” e “oggi”, ma soprattutto che, in generale, “parli”, non è troppo radicata in un’idea di comunicazione tale per cui il testo poetico o ha un contenuto epistemico (che in questo caso possiamo restituire anche con “cognitivo”), o non è? Ti faccio questa domanda perché tu, in parte, quando ti distanzi dall’idea di “poesia di ricerca”, critichi qualcosa del genere (soprattutto la tesi che ogni poesia implichi una rivoluzione epistemologica). Ma il punto è che, mi sembra, anche tu stabilisci un forte nesso tra valore “conoscitivo” di un testo (valore d’uso? Per certi versi, sì) e forza emotiva di questo testo (il fatto che abbia un’efficacia qualsivoglia). Ecco, questo nesso, a mio avviso, non funziona. Nel senso che si perde sempre la seconda dimensione – quella emotiva, quella del senso nel suo significato più materiale, affettivo, “sensibile”, diciamo – a tutto vantaggio di una sempre troppo ingombrante dimensione intellettuale e cognitiva. Beninteso: da cui non si può prescindere. Il problema mi sembra essere però di “gerarchia dei valori”: cosa vale di più, che cosa viene prima?

    Spero di avere esposto lucidamente il problema,

    A presto,

    Marco

  20. “Quanto alla critica che aspira a essere filosofica, a volte mi pare che usi termini imprecisi o velleitari («cerchi di scrivere parole con un significato reale, non usate solo da altri contemporaneisti», mi dice spesso uno studioso); in altri casi temo che si serva dei testi per dimostrare ciò che il critico già pensa del mondo.
    Talvolta, non lo nego, ho l’impressione che vengano scelti testi e metodi quasi per automatismo, o forse per un effetto di scuola, insomma perché ci si trova in un certo ambiente (geografico, sociale, virtuale) in un determinato momento. Da un lato immagino sia normale; dall’altro per me è motivo di ansia e di scetticismo. Il senso delle mie frasi da voi citate (o alle quali vi riferite) è questo. Ho semplificato un po’, spero di essermi spiegata comunque.”

    Conosci Il caso dell’orgasmo femminile di elizabeth lloyd? è appunto una ricerca di questa autrice sui vari studi più famosi sull’orgasmo femminile. L’autrice scopre caso per caso come in ogni studio ci siano errori così marchiani che alla fine conclude che non possano essere che il frutto di vari pregiudizi di fondo. è una cosa che ormai viene data per scontata, c’è anche il termine per ciò. Bias cognitivo. Per questo esiste la comunità scientifica. Uno pubblica una ricerca e gli altri verificano che sia corretta o meno.

    E poi certamente, non faccia un uso sconsiderato del vocabolario (cit. sensibile, offlaga disco pax)

  21. Per un pugno di versi

    Gli emo da una parte
    i filosofi da un’altra
    e tu nel mezzo (…)

    Ora, seriamente (spiegone in do# minore), ma tu senti il bisogno di definire la poesia di ricerca e di un discrimine del genere?

    A me che non capisco nulla di poesia leggendoti mi è venuto spontaneo un parallelo con la musica. L’annichilimento dell’io è un po’ l’abbandono della tonalità più lo spin-off della corsa verso il formalismo estremo, con le derive comiche per cui l’avanguardia raggiunto il potere diventa quello che voleva abbattere (cari rivoluzionari…), e se usavi un accordo do maggiore pulito ti dovevi giustificare con le virgolette ironiche. Poi anche l’uso insolito degli strumenti, tutto bello e interessante. Dal punto di vista del linguaggio e volendo fare psicologia spicciola l’io è stato annichilito rendendolo incomprensibile, non potendo farne a meno lo si è reso inascoltabile, non perché indicibile, ma perché ferite giustificate a parte (schoenberg ebreo in fuga, per dire; Ligeti censurato che pugnala il regime con quella nota ripetuta che ha usato Kubrick in eyes white shut), molti si sono così concentrati su se stessi da dimenticarsi che ogni tanto la musica andrebbe fatta per gli altri, con un linguaggio comprensibile agli altri. Detto in altri termini, la ricerca è un po’ come la masturbazione. Non ti rende cieco, però ecco…

    Per finire, ogni modello dice qualcosa del proprio tempo, non c’è un tempo uguale per tutti e non tutto può essere misurato (principessa d’indeterminazione)

  22. Molto interessante il protrarsi della discussione. Con Claudia ne ho già parlato, ma aggiungo giusto una notazione, prendendo spunto dal corollario (mica tanto scherzoso) di
    @Simonetti: anche l’idea che tutti i lirici siano di destra è tutt’altro che nuova. Quanto è attardata, almeno ideologicamente, questa “poesia di ricerca”? Tanto più che il rifiuto della postura lirica un tempo era sostenuto da un’idea organica di cultura critica, mentre oggi mi pare che muova da idiosincrasie individuali che si vogliono storicamente significative (ma lo vogliono su presupposti un po’ deboli, quando non su evidenti cliché). Io credo che l’idea di “superamento della lirica” abbia fatto il suo tempo, mi pare inadeguata anche per i poeti che inaugurano la fortunata antologia di Testa – e per i quali conserva, per lo meno, un valore documentale dettato dalla contingenza storica (Neoavanguardia-esaurimento di ermetismo-neorealismo-modernizzazione-vecchiaia-di-Montale-ecc.). Ma il mio sospetto è un altro, che il vero tarlo si nasconda sul “rovescio del foglio”, e cioè: la definizione di genere lirico, di derivazione hegeliano-adorniano-mengaldiana, certamente potente e decisiva per definire la faglia profondissima che separa la poesia moderna dal sistema dei generi tradizionali, forse andrebbe a sua volta storicizzata – o le si dovrebbe aggiungere qualcosa, tentarne un correttivo. Mi sembra sterile continuare a definire i fenomeni poetici di oggi per identificazione o contrasto con una categoria nata in tutt’altra situazione storico-letteraria – la lirica, questa cosa ineffabile, che ha pochi o punti riscontri testuali verificabili, in quanto per definizione può incarnarsi in qualsiasi forma. A meno di non voler tutelare una componente metastorica – e dunque la fede in una metafisica della storia fieramente inattuale, ma che andrebbe difesa con ben altri mezzi (non mi sembra il caso dei critici, e tanto meno dei poeti di cui qui si parla). Il rischio, altrimenti, come rileva appunto Simonetti, è la generalizzazione un po’ grottesca che vuole i “lirici” in blocco come poeti “di destra” (ma di destra rispetto a cosa?). Non ho un’idea chiara su quale possa essere un approccio alternativo, denuncio soltanto una mia personale insoddisfazione; intanto continuo a credere che le cose più interessanti in poesia si facciano nell’ambito di esperienze compromesse con la buona vecchia lirica di destra – piuttosto che in un’eversione debole, anzi programmaticamente (e quanta falsa ideologia c’è nell’idea di “eversione” e in questo “programma”?) disinnescata.

    @Claudia (se non l’avessi capito, sono Dario)

  23. @ dfw vs rb
    L’orgasmo femminile e la critica filosofica hanno una cosa in comune: possono essere simulati molto bene. La poesia no.

    @ Simonetti e @dp.
    Beh, innanzitutto grazie di essere intervenuti. In generale, sono d’accordo con i dubbi di entrambi. Alcune cose:

    – “La definizione di genere lirico, di derivazione hegeliano-adorniano-mengaldiana, certamente potente e decisiva per definire la faglia profondissima che separa la poesia moderna dal sistema dei generi tradizionali, forse andrebbe a sua volta storicizzata – o le si dovrebbe aggiungere qualcosa, tentarne un correttivo. Mi sembra sterile continuare a definire i fenomeni poetici di oggi per identificazione o contrasto con una categoria nata in tutt’altra situazione storico-letteraria – la lirica, questa cosa ineffabile, che ha pochi o punti riscontri testuali verificabili, in quanto per definizione può incarnarsi in qualsiasi forma”

    Certo, la lirica è nata in tutt’altro contesto storico e letterario. Al tempo stesso, mi ha sempre colpito che Friedrich, Adorno ecc. scrivessero saggi sulla natura della poesia moderna negli stessi anni in cui, in Italia, l’idea di lirica veniva dilatata e contaminata con la prosa, come avviene in alcuni autori degli anni Sessanta (cfr. il saggio di Frasca che cito in nota). E, fuori dall’Italia, questo era già avvenuto, anche in modo più radicale. Quello che voglio dire è che una contestazione all’idea di lirica passa attraverso tutto il Novecento, eppure i più grandi poeti italiani del Novecento sono poeti lirici.
    Testa e, in modo diverso, i teorici francesi ai quali fa riferimento GAMMM (Gleize ecc) sostengono che la lirica sia superata, e che siamo già in una altra fase. Quindi presuppongono la storicizzazione di cui tu parli. Ma ci sono altri punti di vista più continuisti: ad esempio quello di Simonetti stesso, in un saggio di due anni fa che mi aveva colpita molto. Non mi è del tutto chiaro quale sia la tua idea al riguardo: da un lato dici che l’idea di lirica è nata in un contesto storico troppo diverso da quello attuale, quindi sembri suggerirne l’inadeguatezza a definire ciò che si scrive oggi; dall’altro, la forma di sperimentazione che ti convince di più è quella che si compromette con la “vecchia lirica di destra”. Io penso che la lirica non sia morta, nonostante assuma forme diverse rispetto a quando scrivevano Hegel, Adorno, e forse anche rispetto a quando è stato scritto Sulla poesia moderna di Mazzoni. Ciò non vuol dire che tutta la poesia del 2014 e dintorni sia lirica; ma neanche che sia possibile scrivere liriche solo in modo regressivo. Una ricerca, se vogliamo, esiste anche sul versante della scrittura autobiografica; e a me interessa molto, tanto quella di alcuni autori “asoggettivi”.

    Altra possibile soluzione: non parlare più di “poesia di ricerca”, o almeno non in modo normativo. (e qui sto rispondendo anche a dfw vs rb).

    – @Marco Tedeschini. No, non credo che ogni poesia implichi una rivoluzione epistemologica. Spero che il mio ragionamento non pecchi di intellettualismo, ma riconosco il rischio. A me interessa capire cosa dia efficacia a un testo e non a un altro, e che categorie vengano adoperate per stabilirlo. Dunque entrambi gli aspetti di cui parli, lo ammetto. Se mi chiedi quale ha più valore, non ho dubbi: il primo, cioè perché un testo diventa interessante, che domande pone (ma NON quanto è formalmente innovativo o ossequioso a un codice). Le domande alla base dell’analisi di un testo letterario sono sempre di natura filosofica, alla fine dei conti – o almeno, le analisi che interessano a me sono fatte così.

  24. In sostanza siamo d’accordo; la mia obiezione è contraddittoria perché ho omesso un paio di pregiudizi di natura massimalista e perché nel ragionarci continuo a incontrare una contraddizione che al momento non so comporre. Mi riprometto di svolgere il tema con calma, magari stasera.

  25. C’è questa cosa che non mi torna, forse te l’avevo già chiesta. Dal momento che assumi un punto di vista che per forza di cose non può che essere parziale non possono esserci della categorie in grado di stabilire l’efficacia di un testo. O ci sono delle categorie fisse e date con cui la critica distingue i testi e allora non ha senso parlare delle proprie scelte, oppure se parti da un punto di vista non puoi basarti su delle categorie, perché per ogni nuova esperienza avrai risultati diversi. L’efficacia del testo è sempre in relazione alla tua esperienza, per questo non può essere categorizzata, a meno di credere che avrai sempre lo stesso tipo di esperienza. Poi è anche possibile che gli elementi che tu ritieni significativi ricadranno sotto una certa categoria, ma non puoi assumerlo come dato di partenza.

  26. Sono felice di aver letto questo articolo finalmente dopo due settimane di isolamento. E sono felice di aver ritrovato buona parte di quanto scritto per la mia tesi lo scorso luglio, tesi che si concludeva in appendice con una breve intervista a Inglese e Marzaioli, riportata poi su NI (http://www.nazioneindiana.com/2014/07/08/tre-domande-sulla-scrittura-a-giulio-marzaioli-e-andrea-inglese-1/)
    Ci sono all’interno del tuo articolo Claudia (mi permetto di darti del tu) alcuni spunti, i quali, anche io avvertivo durante la stesura della tesi, sarebbe utile recuperare ulteriormente per nuove riflessioni.

  27. Ciao Claudia,

    grazie della risposta. Certo. Capisco perfettamente, il problema è proprio questo infatti. Quando si chiede “perché” si fa appello necessariamente allo spazio logico delle ragioni, per rintracciare quelle che hanno motivato e mobilitato la tale o tale emozione, accensione, condizione d’animo, ecc. Non scivolare nell’intellettualismo diventa difficilissimo (e in fondo ricercare la caratura “filosofica” delle poesie non è ancora una volta una curiosità intellettuale? Perché dovrei amare solo poesie che “pongono domande”?). Forse è più un questione “pratica” allora, cioè, apprendere a usare le ragioni inibendone la natura “inglobante” (e ingombrante), per cui tutto omologano a sé (a ragioni, appunto). Ma questo è un altro problema. Trattarlo qui ci porterebbe lontano, temo. A presto e grazie ancora.

  28. @DFWvs RB
    “Dal momento che assumi un punto di vista che per forza di cose non può che essere parziale non possono esserci della categorie in grado di stabilire l’efficacia di un testo”
    In un certo senso, quello che dici è tautologico. Tuttavia io non pretendo l’ontologia delle categorie. E dunque quello che dici è opinabile.

    @Marco Tedeschini.
    Grazie a te, davvero.

    @Marco Inguscio
    Mi fa piacere che tu abbia trovato riflessioni comuni. Non ho capito se mi stai accusando di plagio. In ogni caso, la tua tesi è interessante, ma non mi sembra che diciamo le stesse cose- anzi.
    La poesia in prosa nel Novecento in Italia è l’argomento della mia tesi di dottorato.

  29. Di nuovo buongiorno Claudia. No,mi sono evidentemente spiegato male e me ne scuso. Nessuna accusa di plagio, ne tantomeno tentativo di sminuire il tuo lavoro di dottorato. Figuriamoci.
    Al contrario sono solo contento, ribadisco, di sentirmi, nel mio (molto) piccolo, spettatore attivo, per cosi’ dire, di un dibattito che mi appassiona da un paio d’anni a questa parte.
    La sezione pubblicata su NI e’ “solo” l’intervista d’appendice con Marzaioli e Inglese (che ancora ringrazio), che chiude la tesi e che riprende solo in parte quanto trattato nelle pagine precedenti, le quali invece, avendo come obiettivo proprio il tentativo di una ricostruzione di certa parte della storia della poesia italiana di ricerca e della prosa in prosa, passano, tra gli altri, da Baudelaire, Sbarbaro, Ponge, Porta, Hanna, Gleize, Magrelli, Mazzoni, Bortolotti, Inglese, e sfiora anche Ramonda e Di Dio. Li cito di nuovo qui non per vezzo narcisistico, ma per rievocare quella felice storia comune che anche tu, nella tua bella ricostruzione, hai tracciato, e della quale tutti oramai, bene o male, discutiamo.

    p.s. chiedo scusa per gli accenti ma scrivo da tastiera spagnola e con certa fretta

  30. Grazie per l’articolo, molto interessante e che mi fornisce occasione di conoscere e in futuro approfondire autori, poeti che forse alcuni commentatori sopra danno per scontati ma che vi assicuro, al di fuori della ristretta “cerchia” di addetti ai lavoti/appassionati non conosce nessuno, ma veramente nessuno. Nomi (vogliamo dire emergenti) come Di Dio, Broggi, Arminio… e praticamente tutti quelli nominati, sono assolutamente inesistenti sia sugli scaffali delle librerie più fornite sia nei discorsi di gente di buona cultura (inclusi ambienti universitari). Nessuno si faccia illusioni in questo senso. I venticinque lettori di Manzoni oggi sono diventati realmente venticinque lettori, e non per paradosso. Perciò l’articolo-saggio è assolutamente pertinente ed efficace perché nulla è scontato quando si parla dell’attuale oscura e sconosciuta poesia italiana. Più se ne parla e meglio è, per non rischiare di scomparire del tutto. Un saluto.

  31. Pur apprezzando lo sforzo dell’autrice dell’articolo, mi chiedo: come si fa a dedurre delle linee generali di sviluppo della poesia italiana contemporanea se si parte da due libri di ragazzi, lasciatemelo dire, molto modesti; davvero, lasciamo almeno maturare un po’ questi ragazzi e non affibbiamo loro delle responsabilità eccessive. I testi riportati sono più che eloquenti intorno al loro modesto bagaglio tecnico e maturità espressiva. Ci sono autori contemporanei di maggiore livello estetico da prendere in considerazione sui quali costruire un discorso critico, credo.

  32. Se posso chiederti, Giorgio, quali sono? Tu da chi partiresti? Un saluto.

  33. Gentile Gabriele Fratini,

    in generale sono restio a fare dei nomi di autori di poesia contemporanei, chi ha curiosità in tal senso può rovistare nel blog lombradelleparole.wordpress.com che faccio con altri autori, ma certo una cosa va detta: è da molti anni che non vedo in giro un autore giovane (diciamo 30 o 40 anni) che abbia maturato una propria maturità espressiva, tutti più o meno scrivono in un buon italiano medio, mediamente coltivato; io cercherei invece in autori più anziani i quali hanno avuto il tempo di metabolizzare il mondo molto complesso di oggi. Potrei fare due nomi di poetesse morte: Giorgia Stecher con “Altre foto per album” (1996) e morta nello stesso anno e Maria Rosaria Madonna autrice di un unico libro “Stige” (1992) e morta nel 2002. Tra i vivi io direi Anna Ventura, autrice che ha iniziato nel 1978 e che ha stampato quest’anno una Antologia “Tu quoque (1978-2013)” e, tra gli uomini, Roberto Bertoldo (che è anche filosofo) autore di alcuni pregevoli libri, Steven Grieco e Luigi Manzi. Ma, al di là dei nomi, mi sembra che la direzione di sviluppo della poesia italiana del tardo Novecento e di questi ultimi anni sia quella che io ho sintetizzato nella formula “Dalla lirica al discorso poetico” nel mio omonimo lavoro critico “Storia della poesia italiana (1945-2012) stampato con EdiLet di Roma . Il discorso critico sulla poesia italiana di questi ultimi decenni è ovviamente molto complesso e non può certo essere riassunto qui in poche righe, chi è interessato alla problematica della poesia contemporanea può consultare il blog sul quale scrivo.
    Cordiali saluti

  34. Grazie Giorgio Linguaglossa, leggerò ciò che trovo di questi autori, e il suo blog. Sono interessato ad approfondire. Tra lei e Claudia Crocco mi avete fornito molto materiale da leggere. Buone feste.

  35. Gentile Gabriele Fratini,

    trascrivo un mio commento fatto sull’ombra delle parole del 25 maggio 2014 alle 16:11

    «Sono particolarmente contento della qualità delle poesie di questo post: Antonio Sagredo, Annamaria De Pietro, Francesca Diano e Rossella Seller ci offrono un tipo di poesia che si allontana e di molto dalla poesia che oggi va di moda un po’ troppo facile e, diciamolo pure, abbastanza scontata che tratta il “quotidiano” e il “privato”. L’intento dell’Ombra delle Parole è appunto quello di mostrare che c’è un altro tipo di poesia, che tratta tematiche e non tematismi, che ri-adotta le tematiche eterne, ad esempio quelle del rapporto che lega l’uomo contemporaneo con il Potere, e quella che tenta di decifrare(e leggere) in modo nuovo il Mito (e non usarlo in modo parassitario per abbellire una composizione).
    Sono convinto che la scelta di un “tema” diverso è già in sé un atto ESTETICO e POLITICO, di contro all’omologismo che invade le scritture poetiche parassitarie che non pensano neanche a mettere in discussione i propri assunti di partenza. Per fare una poesia diversa bisogna prima pensarla, averla pensata lungamente; è fin troppo facile fare poesia di seconda mano, diciamo assumere come dato di fatto la “secondarietà” come un assioma basandosi sull’assunto che tanto il Novecento ha già detto tutto e che non c’è niente di nuovo a dirsi e a farsi. E allora, occorre dirlo in modo netto..e chiaro: c’è oggi in Italia chi fa, con ottimi risultati una poesia che non assume la “secondarietà” come dogma inconfutabile. La “secondarietà” si confuta da sola: chi continua a scrivere in continuità con la linea discendente di una tradizione che non c’è più tradisce soltanto il buon senso oltre che la logica elementare del pensiero.
    È oggi possibile scrivere una poesia che non ricalca parassitariamente le orme di quella passata».

  36. Sì grazie Giorgio lo avevo letto e sono abbastanza d’accordo. Ho lasciato un commento. Sto visitando anche il suo sito

  37. Vorrei iniziare con un riferimento ad Adorno tratto da Dialettica negativa, e precisamente nel capitolo dove il filosofo tedesco dichiara che dopo Auschwitz un sentire si oppone a ciò che prima del genocidio si esprimeva tramite il senso. E aggiungeva che nessuna parola con tono pontificante, quand’anche parola teologica, ha legittimità dopo Auschwitz. Come sappiamo, il filosofo tedesco assegna al genocidio di massa un valore radicale, e lo cita come rovina del senso. Il senso della storia ci conduce a questo: nel riconoscere che non c’è alcun senso della storia, se diamo al termine il valore di razionalità nella accezione invalsa da Hegel in poi: che «il reale è razionale», che c’è una spiegazione per ogni aspetto del reale, anche per le cose apparentemente insignificanti, minime, che anch’esse rientrano nel disegno di organizzazione universale dello Spirito del mondo e nel disegno razionale. Per il pensiero liberale la Storia ha una sua direzione proiettata verso il futuro nella forma del progresso e della civilizzazione etc., la storia ha una sua direzionalità pregna di senso etc. Ma dopo due guerre mondiali e la guerra fredda non si può più formulare un pensiero come questo. Per Adorno dopo Auschwitz non si può più scrivere poesia. E invece i fatti hanno dimostrato non solo che dopo Auschwitz si può ancora scrivere poesia ma che anzi oggi assistiamo ad un vero e proprio diluvio di poesia di tutti i tipi, elegiaca, iconica, concettuale, sperimentale, del quotidiano, mitologica, giocosa etc. La storia sembra andare verso l’implosione piuttosto che verso il suo ripiegamento, verso la demoltiplicazione piuttosto che verso il dimidiamento. Ma la Poesia ha coscienza di questa negatività?, la Poesia ha coscienza di questo de-moltiplicatore?. Ma è una negatività senza impiego, senza contraltare, una negatività che permette soltanto la finzione, l’allestimento di un palcoscenico vuoto. Al posto dell’impegno è subentrato il disimpegno, al posto del negativo è subentrato il post-negativo; le ipertrofie, le faglie, le erosioni, le citazioni, i rimandi, i percorsi sotterranei del senso diventano i veri protagonisti della poesia, diciamo, del post-negativo. La poesia ironica e scettico-urbana del post-negativo si muove in questa topografia assiale delle rovine (del linguaggio e del senso); si muove, con eleganza e ironia magari, in questa topografia delle rovine (con una tipografia delle rovina!); si trastulla sfoderando le risorse antiche del plurilinguaggio, esibendo l’abilità del rhetoricoeur, nell’improvvisare paronomasie, omofonie ed anafore, corto circuiti tra suono e senso, tra citazione e citazione; mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo».

  38. @Marco Inguscio.
    Mi sembra interessante. Scusa per l’equivoco.

    @Gabriele.
    Grazie.

    @Giorgio Linguaglossa
    Non deduco linee generali a partire da due libri: mi pare che il mio discorso sia un po’ più ampio, e che vengano tirate in ballo altre opere. Inoltre, cosa le fa pensare che io non abbia costruito discorsi critici su autori (e periodi) diversi altrove?
    Mi fa piacere che abbia avuto modo di esprimere la sua opinione e di segnalare il suo sito. Da ora in poi, però, verranno approvati soltanto commenti in cui si discute il post.

  39. gentile Claudia Crocco,

    le faccio presente che mi sono limitato a rispondere alla domanda di Gabriele Fratini. Peraltro, la mia riflessione era intesa ad approfondire e ampliare il discorso da lei avviato. Ritengo che avviare un discorso critico parallelo a partire dal suo post sia utile e interessante per chi voglia capire di che cosa si sta parlando. Forse lei intende la riflessione come un semplice commento interpolazione al suo testo, io invece ho un’altra idea del dibattito critico che credo debba essere una agorà dove si confrontano le tesi e non un luogo dove si emettono dei silenziatori.

  40. Gentile Giorgio Linguaglossa,

    se avessi voluto mettere dei silenziatori e non dare vita a un dibattito critico, non avrei approvato giudizi negativi sul mio saggio (un paio dei primi). E non avrei approvato cinque suoi commenti, nei quali il discorso critico si basa solo su citazioni da suoi testi (con l’eccezione di Adorno) e dal suo sito. Mi creda, non ho intenzioni censorie.
    Mi pare che lei abbia anche risposto a Fratini e che nessuno lo abbia impedito.
    Non vedo molta volontà di confronto, però, da parte sua.

    Saluti,

    C.

  41. gentile Claudia Crocco,

    comprendo perfettamente che il suo angolo visuale parte dall’esame di due autori della generazione degli anni Ottanta (la sua medesima) per valorizzarne il lavoro, forse è giusto così, ognuno parte dalla cognizione dei propri interessi, il suo lavoro interpretativo è utile, ma necessariamente parziale, e per rispetto del suo impegno non sono entrato a contestare o dimidiare il suo articolo o parti del suo articolo, che va bene così, ha dato il suo contributo critico a una serie di problemi veramente vasti e complessi. Però, suvvia, sia concesso anche all’interlocutore di turno di ampliare l’orizzonte del discorso anche a chi utilizza altre categorie di pensiero critico, non si richiuda a riccio entro il proprio recinto, da parte mia non c’è alcuna intenzione paternalistica ma chiedo che da parte sua neanche ci sia una intenzione censoria.

  42. Gentile Giorgio Linguaglossa,

    e invece si sbaglia. Parlo di due libri di miei coetanei, è vero, ma poi il discorso diventa più ampio, e altre opere vengono coinvolte. D’altronde, il Novecento è pieno di critici che compiono (senz’altro meglio di me, certo) la stessa operazione. Non penso affatto che parlare di opere della mia generazione sia limitante, né che conduca a usare categorie ristrette. Al contrario, mi sforzo di usare categorie che siano in continuità con la storiografia della poesia che ho studiato, e allo stesso tempo adeguate a ciò che si scrive oggi. Non so quanto mi riesca; però rifiuto del tutto il suo commento generico, superficiale, e paternalista. Ben venga qualsiasi commento puntuale, anche brusco, ma basta con questo tronfio tono condiscendente. Mi faccia pure le pulci, se vuole: you are welcome. Non approverò più commenti autoreferenziali in cui, per “ampliare gli orizzonti”, sponsorizza solo le sue opere e il suo sito.

    Saluti,

    C.

  43. gentile Claudia Crocco,

    mi creda, lo ripeto, non sono entrato dentro la sua argomentazione critica non per snobismo o per (come lei mi accusa) paternalismo, ma perché i problemi sono veramente molto complessi i cui nodi si possono rintracciare (se li si vuole risolvere) ben prima della generazione degli anni Ottanta, e precisamente agli inizi degli anni Settanta. Prendiamo ad esempio l’opera del maggior poeta italiano del Novecento: Eugenio Montale. Partiamo da lì.

    Dopo “Composita solvantur” (1995) di Franco Fortini, la poesia diventa sempre più piccolo borghese: si democraticizza, impiega una facile paratassi, la proposizione si disarticola e si polverizza, diventa semplice insieme di sintagmi molecolari; si risparmia, si economizza sui frustoli, sui ritagli, sui resti del senso (un senso implausibile ed effimero), si scommette sul vuoto (che si apre tra gli spezzoni, i frantumi di lessemi, di sillabe e di monemi). Subito si spalanca davanti al lettore il «vuoto», la cosa fatta di vuoto, l’«assenza» (non più inquietante ma anzi rassicurante!), la «traccia»; il poeta oscilla tra una lingua che ha dimenticato l’Origine e ha de-negato qualsiasi origine, tra la citazione culta e la de-negazione della citazione. Il poeta deve produrre «valore»? Se così stanno le cose la poesia si accostuma all’andazzo medio, fa finta di produrre «senso» e «valore», ma produce soltanto vuoto, flatulenza di frasari distassici, combusti allegramente, per ri-usarli nell’economia stilistica imposta dalla dismetria dell’epoca della stagnazione e della recessione. Si profila la Grande Crisi che ha prodotto gli ultimi tre decenni di «vuoto» della forma-poesia (altro concetto dimenticato)!. Che cosa si intende oggi per forma-poesia? Che cosa si intende per dismetria? Che cosa è rimasto dell’economia dello spreco e dello sperpero, delle neoavanguardie e delle post-avanguardie agghindate, traumatizzate e tranquillizzanti?. La poesia non ritiene più indispensabile cercare di edificare su Fondamenta solide, equivoca, prende l’abbaglio di credere che si possa costruire su Fondamenta instabili o, addirittura, sulla mancanza di Fondamenta. La poesia italiana contemporanea sembra aver perso energie, non crede più possibile ricreare le coordinate e le condizioni culturali per una poesia che voglia comunicare con parole «nuove» al pubblico (e poi: quali parole?, quale vocabolario?). La poesia parla del non-senso?, del senso?, del vuoto tra le parole?, del vuoto dopo le parole?, del vuoto prima delle parole?. Si ha l’impressione di una gran confusione. Ma qui siamo ancora all’interno delle poetiche della protesta e del disincanto del tardo Novecento!. La poesia ironica?, la poesia giocosa?, il ritorno all’elegia?, la poesia come battuta di spirito?, la poesia degli oggetti?, la poesia del mito?; il campo appare disseminato di mine, è un campo minato di rovine del pensiero. È vero?, dobbiamo credere ai pessimi maestri che ci hanno detto queste cose?, che il mondo è incomprensibile e altre sciocchezze?, e che la poesia si deve adeguare all’indirizzo medio e ai gusti di un medio pubblico mediamente acculturato?. La poesia tenta allora di orientarsi tra gli smottamenti, le faglie, i deragliamenti del senso, le deviazioni accidentali, con la dismetria dell’ironia, affonda il periscopio nel terreno della materia combusta, dei materiali esausti, degli isotopi delle parole decadute, dei detriti per riutilizzarli in una composizione emulsionata e cementificata. È questo il suo limite e il suo destino. È questo il suo télos.
    C’è una gran confusione, una «dissolvenza» di tutti i concetti «forti», «solidi». Qualcuno dice di preferire ciò che è «liquido», «leggero», che la «leggerezza» è una virtù; qualcun altro dice di adottare il «quotidiano», il «privato»; qualcun altro sostiene di voler adottare il linguaggio della comunicazione, e così via; ho il sospetto che si tratti di comodi alibi per non affrontare di petto quella cosa che abbiamo davanti: la Grande Crisi della poesia italiana. Si dice che non si dà più alcuna certezza, nessuno è così sciocco da investire né sulla «leggerezza», né sulla «pesantezza». E il poeta?. Qualcuno dice che il poeta non ha nessun salvagente cui aggrapparsi, nessuna ancora cui legarsi, nessun punto di vista da difendere, e che è costretto a fare poesia «turistica», da intrattenimento, poesia da bar; appunto, c’è chi difende il turismo intellettuale: la chatpoetry quale parente stretta della videochat; c’è chi prova a fare poesia con il linguaggio dei cellulari. Si va per iniezioni, tentativi inconsulti; e la poesia diventa molto simile ad una attività approssimativa che scimmiotta i linguaggi telemediatici.

    Oggi va di moda

    Oggi va di moda porre un referenzialismo che poggia sullo zoccolo duro del linguaggio quotidiano e/o scientifico, con in più l’idea che le frasi-proposizioni esistano isolatamente e siano intellegibili in sé sulla base di una interpretazione interna; dall’altro, un anti-referenzialismo che parte dal discorso, (anche da quello di finzione come il discorso poetico), dalla letteralizzazione delle proposizioni, si procede sulla strada della de-metaforizzazione. Così è nato il mito che il senso estetico dipendesse da un massimo di referenzialismo del quotidiano. Dopo “Satura” (1971), l’opposizione fra il letterale e quotidiano (Montale) e il figurato (Fortini) sarebbe stata una falsa opposizione, nel senso che tutta la poesia italiana si è avviata nel piano inclinato e nel collo di bottiglia di un quotidiano acritico e acrilico. Da ciò ne è risultato che dalla poesia italiana è stata espulsa la metaforizzazione di base, il metaforico e il simbolico con le funeste conseguenze che sappiamo. Così, oggi, un poeta di livello estetico superiore come Maria Rosaria Madonna che poggia la sua poesia su una potente metaforizzazione di base, risulta quasi incomprensibile (almeno a chi è abituato al modello segmentale del verso lineare). Certo, la poesia di Helle Busacca come quella di Madonna (parlo di due poetesse ormai defunte) è irriducibile a quel piano inclinato che avrebbe portato la poesia all’abbraccio con la piccola borghesia del Medio Ceto Mediatico.

    Riguardo a Pier Vincenzo Mengaldo

    Riguardo alla affermazione di Mengaldo secondo il quale Montale si avvicina «alla teologia esistenziale negativa, in particolare protestante» e che smarrimento e mancanza sarebbero una metafora di Dio, mi permetto di prendere le distanze. «Dio» non c’entra affatto con la poesia di Montale, per fortuna. Il problema è un altro, e precisamente, quello della Metafisica negativa. Il ripiegamento su di sé della metafisica (del primo Montale e della lettura della poesia che ne aveva dato Heidegger) è l’ammissione (indiretta) di uno scacco discorsivo che condurrà, alla lunga, alla rinuncia e allo scetticismo. Metafisica negativa, dunque nichilismo. Sarà questa appunto l’altra via assunta dalla riflessione filosofica e poetica del secondo Novecento che è confluita nel positivismo. Il positivismo sarà stato anche un pensiero della «crisi», crisi interna alla filosofia e crisi interna alla poesia. Di qui la positivizzazione del filosofico e del poetico. Di qui la difficoltà del filosofare e del fare «poesia». La poesia del secondo Montale si muoverà in questa orbita: sarà una modalizzazione del «vuoto» e della rinuncia a parlare, la «balbuzie» e il «mezzo parlare» saranno gli stilemi di base della poesia da «Satura» in poi. Montale prende atto della fine dei Fondamenti (in questo segna un vantaggio rispetto a Fortini il quale invece ai Fondamenti ci crede eccome!) e prosegue attraverso una poesia «debole», prosaica, diaristica, cronachistica, occasionale. Montale è anche lui corresponsabile della parabola discendente in chiave epigonica della poesia italiana del secondo Novecento, si ferma ad un agnosticismo, scetticismo mediante i quali vuole porsi al riparo dalle intemperie della Storia e dei suoi conflitti (anche stilistici), adotta una «positivizzazione stilistica» che lo porterà ad una poesia sempre più «debole» e scettica, a quel mezzo parlare dell’età tarda. Montale non apre, chiude. E chi non l’ha capito ha continuato a fare una poesia «debole», a, come dice Mengaldo, continuare a «de-metaforizzare» il proprio linguaggio poetico. Quello che Mengaldo apprezza della poesia di Montale: «il processo di de-metaforizzazione, di razionalizzazione e scioglimento analitico della metafora», è proprio il motivo della mia presa di distanze da Montale. Montale, non diversamente dal Pasolini di Trasumanar e organizzar (1968), da Giovanni Giudici con La vita in versi e da Vittorio Sereni con Gli strumenti umani (1965), era il più rappresentativo poeta dell’epoca ma non possedeva la caratura del teorico. Critico raffinatissimo, privo però di copertura filosofica, Montale aveva terrore della cultura di massa del Ceto Mediatico. Montale ha in orrore la massificazione della comunicazione. Vicino in ciò ad alcuni filosofi esistenzialisti o di estrazione esistenzialista (come Heidegger o Husserl) i quali sostenevano che l’uomo moderno vive nella ciarla, nel mondo del «si» ed quindi confinato nella inautenticità, sommerso dalla straordinaria quantità di messaggi che lo bersagliano, il poeta ligure vede in questa condizione il dissolvimento ultimo del linguaggio (e del linguaggio poetico) come strumento della comunicazione. L’idea è quella che ogni tipo di rapporto linguistico sia costretto a realizzarsi in presenza di un fortissimo rumore di fondo, che sovrasta la parola, la distorce e la rende infine un segno non più idoneo alla comunicazione. La poesia è un atto linguistico, storicamente determinato, nel senso che risente, come qualsiasi atto umano, delle condizioni di civiltà nelle quali si manifesta. Di qui il pericolo incombente che la perdita di senso afferisca anche al linguaggio della poesia.
    Montale compie il gesto decisivo, pur con tutte le cautele del caso apre le porte della poesia italiana a quel processo che porterà alla de-fondamentalizzazione del discorso poetico. Con questo atto non solo compie una legittimazione indiretta e inconsapevole dei linguaggi dell’impero mediatico che erano alle porte, ma legittima una forma-poesia che inglobi la ciarla, la chiacchiera, il lapsus, la parola interrotta, la cultura dello scetticismo, la disillusione elevata a sistema, a ideologia. Autorizza il rompete le righe e il si salvi chi può. La forma-poesia andrà progressivamente a pezzi. E gli esiti ultimi di questo comportamento agnostico sono ormai sotto i nostri occhi.
    Il problema principale che Montale si guardò bene dall’affrontare ma che anzi con la sua autorità approvò, era quello della positivizzazione del discorso poetico e della sua modellizzazione in chiave diaristica e occasionale. La poesia in forma di elettrodomestico, la poesia in sotto tono, quasi nascosta, in sordina. Qui sì che Montale ha fatto scuola!, ma la interminabile schiera di epigoni creata da quell’atto di lavarsi le mani era (ed è) un prodotto, in definitiva, di quella resa alla «rivoluzione» del Ceto Medio Mediatico come poi si è configurata in Italia.

  44. Adoro queste polemiche! A parte gli scherzi la discussione è davvero interessante e mi assumo ogni responsabilità di “sponsorizzazione” di altri siti in quanto in pratica li ho chiesti a Giorgio. In fondo non è che si sponsorizza la Coca cola o gli occhiali di Gucci, ma parliamo di materia letteraria, poco “speculabile”, non ci vedo niente di male. Invece il buon Linguaglossa mi pare che la faccia troppo difficile, se pure in parte lo condivido… la Poesia non esiste, esistono i poeti, e se questi sono scarsi o poco interessanti è giusto che vengano ignorati. Niente alibi, niente colpe alla società di massa, niente grandi teorie filosofiche, semplicemente ciò di cui parlano e/o il modo in cui ne parlano non interessa a nessuno, quindi si dessero una svegliata, cercassero di comunicare in modo più comprensibile e di temi più interessanti altrimenti che restino pure ancorati ai propri venticinque lettori e il mondo farà tranquillamente a meno di loro. Ci sono stati interi decenni o secoli in cui la poesia non ha lasciato traccia, e il nostro potrebbe essere uno di quelli, e i posteri se ne faranno una ragione e passeranno al prossimo decennio/secolo. Da amante della storia della poesia italiana, tra la morte di Petrarca e la nascita di Poliziano trovo quasi il nulla, non c’è problema passo oltre. Il lettore del prossimo secolo forse tra il 1980 (faccio per dire) e il prossimo poeta interessante troverà poco, e vabbé anche lui passerà oltre, non bisogna cercare a tutti i costi autori importanti, questi vengono fuori da soli. Se ci sono. Buone feste a tutti.

  45. In realtà non ho espresso un giudizio negativo sul suo saggio, ma sull’oggetto dello stesso. Le auguro il meglio per il suo dottorato e per il suo futuro in questo campo.

  46. Possibile che un commentatore che sostiene di voler ampliare il discorso di questo articolo non sia in grado di far altro che copincollare perpetuamente propri scritti pubblicati altrove (non cito le fonti perché sarebbe un ulteriore spot), spostando di volta in volta, in maniera arbitraria e autoreferenziale, il centro della discussione?
    Posso chiedere a Giorgio Linguaglossa se ha letto le due opere da cui l’analisi di Claudia Crocco parte (‘Tua e di tutti’ e ‘Una lunghissima rincorsa’) e se ha dato un’occhiata a qualcuno degli altri libri pubblicati dagli anni Duemila ad oggi che vengono citati dall’autrice? Lo chiedo non per polemizzare, ma perché mi sembra che Linguaglossa non faccia mai il minimo accenno al recente territorio letterario perlustrato in questa sede, dunque sarebbe utile chiarirne i confini conosciuti. Si possono prendere le mosse da dove si vuole, anche dal Carmen Arvale, purché si arrivi al presente che è oggetto del dibattito: così, forse, il discorso potrebbe essere ampliato. Altrimenti è solo voglia di mettersi maldestramente in posa, senza accorgersi che la macchina fotografica punta da tutt’altra parte.

  47. a Giorgio

    l’articolo del mio copia e incolla cerca di riflettere su poeti di un certo valore che si chiamano Fortini, Montale, Pasolini, Giudici, Helle Busacca a tutti noti, credo. Ma mi accorgo che a voi interessa solo il piccolo cabotaggio di autori (rispetto a quelli da me citati) minori e non interessa approfondire le grandi problematiche che stanno al fondo della poesia odierna.

  48. @Il fu Giusco

    Grazie.

    @Giorgio Linguaglossa.

    Intervengo un’ultima volta per dirle due cose:

    1) il suo commento esprime molta presunzione. Questo sito dà spesso attenzione a poeti di valore, e di recente ha pubblicato svariate cose su Fortini. Non mi pare che lei sia l’unico a occuparsi in modo serio di poesia contemporanea, come sembra suggerire qui.

    2) Non approverò più commenti di questo tipo.

    Saluti,

    C.

  49. gentile Claudia Crocco,

    lei è arrivata al dunque: con tono intimidatorio dichiara che censurerà (“non approverò”) ogni altro mio intervento “di questo tipo”, sottraendosi così al dialogo e all’approfondimento delle questioni estetiche che avevo posto con il mio contributo. Le faccio presente che io non ho espresso pareri irriguardosi o, come lei scrive, “Presuntuosi” nei confronti del suo articolo, anzi, ho scritto che andava bene ma che occorreva ampliare la riflessione sulla crisi della poesia e retrodatarla agli inizi degli anni Settanta. A questa mia legittima obiezione lei non ha risposto. Le ricordo che è lei l’autrice dell’articolo e se un interlocutore le pone una questione (fondata o infondata) è lei che deve rispondere con un approfondimento o una precisazione. Il suo diniego a fornire alcuna risposta è indice di un atteggiamento sprezzante e irriguardoso non soltanto nei miei confronti (che avevo posto la questione) ma nei confronti di tutti i lettori del blog.
    Chiedo infine alla redazione del sito se è lei che può decidere di censurare una discussione o se, invece, questo compito spetti alla Direzione del sito.
    E questa è una domanda che pongo alla Direzione del sito, che, spero, non vorrà sottrarsi alla mia legittima richiesta. Preciso, inoltre, che anch’io sono direttore di un blog e che non ho mai censurato nessuno tranne commenti che sfioravano il codice penale con frasari offensivi o diffamatori.

    cordialità. Giorgio Linguaglossa

  50. @Linguaglossa

    a) Come sempre, la moderazione del post spetta a chi lo pubblica. In questo caso, a Claudia Crocco.

    b) L’autore del post non “deve” rispondere un bel nulla a nessuno. Se ne ha voglia risponde, altrimenti no. In generale, si ha voglia di rispondere a obiezioni intelligenti, pertinenti e formulate in modo sintetico e rispettoso. Si ha meno voglia di rispondere a obiezioni autoreferenziali, verbose e palesemente fuori tema. Quando poi le obiezioni paiono servire soltanto a spostare l’attenzione di tutti sull’ego di chi le formula, la voglia di rispondere – o anche solo di leggere – rischia di sparire del tutto. Ci pensi.

    (gs)

  51. @ LPLC

    Scusate, ma volete discutere solo con dottorandi o quasi?
    «L’autore del post non “deve” rispondere un bel nulla a nessuno. Se ne ha voglia risponde»?
    D’accordo, specie quando si è di fronte a «obiezioni autoreferenziali, verbose» etc. Mi resta però il dubbio che quelle di Linguaglossa siano «palesemente fuori tema» (al massimo lo volevano – maldestramente? – ampliare); e che non pronuncino qualche verità «con le parole dell’errore» (Fortini).
    È provato poi, in passato, che certi redattori di LPL (non mi riferisco a Claudia Crocco) la voglia di rispondere a interlocutori “scomodi” o “diversamente abili” non l’hanno mai dimostrata. Neppure quando le obiezioni erano presentate «in modo sintetico e rispettoso» (e magari anche intelligente). Mi esimo dal fare esempi. Il risultato è che, per bloccare troll (veri o presunti), su LPLC negli ultimi tempi i commenti diminuiscono a vista d’occhio.

  52. Gentile Claudia,
    i due esempi di poesia contemporaneissima sono Tommaso Di Dio e Jacopo Ramonda? E chi sono?! Mi occupo – come operatore culturale di arte da vent’anni- e non ho mai sentito né Di Dio né Ramonda. Perdonatemi: e dove sono, in una rassegna sul contemporaneissimo della generazione anni 70’/80′, Pezzato, Amorese (Faraon Meteoses), Benassi, Ariano, Festa, Buono, Bulfaro, Di Spigno, Hoxhvogli, Mugnaini, e una decina d’altri? Io non mi ci metto, essendo un anti-poeta, e non metto nemmeno il gruppo neon-avanguardista nato attorno alla rivista Il Guastatore (non vorrei essere tacciato di sponsorizzazione). Questa rassegna contemporaneissima è anacronisticissima, ferma a dieci anni fa: effettivamente, col tardo-moderno, ogni rassegna è costretta a rassegnare le sue dimissioni e diviene anacronistica in un anno. Probabilmente è un contemporaneissimo inattuale. :-) Cordiali saluti

  53. Mah, in tutta franchezza ho imparato a evitare come l’ebola autori esangui rinchiusi in Milano, così come certa prosa non prosa di dubbio valore. Con credo che questi due chierichetti dicano granché. Risciacquano i panni in acqua vecchia e anche i panni sono logori. Lontani mille chilometri dal midollo spinale di una poesia o di un’arte nello scrivere che non calpestino i soliti sassi.

  54. Ai redattori del blog

    un blog o un interlocutore che si rifiutano di affrontare il confronto critico circa gli argomenti postati da un commentatore, dirò che questa è una posizione difensiva, che teme il confronto perché non cerca alcun confronto e alcun approfondimento, ma vuole soltanto auto imporsi.
    Per parte mia, nella mia veste di critico, non ho nulla da dire di significativo intorno ai Ramona e ai Di Dio e agli altri autori che circolano nell’articolo della Crocco. Lo scritto della Crocco è manifestamente uno scritto di sponda, amicale, di accompagnamento, e lo si capisce subito dal tipo di fraseologie generiche e accattivanti impiegate dall’autrice.

  55. @Abate
    Linguaglossa ha cominciato svalutando gli autori da cui il post prende il via (e fin qui tutto bene; anche se ci si domanda che senso abbia intervenire intorno a testi sui quali si ammette di non avere nulla da dire). Nel giro di qualche ora ha preso a postare suoi pezzi saggistici lunghi e riciclati su Montale o la Poesia dopo Auschwitz, più una raffica di pingback al suo sito (per inciso, i pingback sono l’unica cosa che non abbiamo fatto passare; quindi mente Linguaglossa quando ci accusa di aver censurato le sue parole).
    Quello che Linguaglossa aveva da dire sul post – cioè nulla – l’ha detto e ripetuto. Se vuole continuare a parlare d’altro per quanto ci riguarda può farlo, ma se la moderatrice riterrà i suoi commenti fuori tema, come sicuramente sono, credo che nessuno potrà biasimarla. Al tempo stesso nessuno potrà accusarla di scarsa sensibilità al confronto, dal momento che Claudia Crocco ha già risposto a molti interventi critici sul suo pezzo. Ma appunto: sul suo pezzo. Non sulla Poesia dopo Auschwitz.

    @Linguaglossa
    “Nella mia veste di critico, non ho nulla da dire di significativo intorno ai Ramona e ai Di Dio e agli altri autori che circolano nell’articolo della Crocco”. Sono parole sue. Le condividiamo. Ne tragga le conseguenze.

    La redazione non intende intervenire oltre – anche perché si vede benissimo chi prova a dialogare sul serio e chi invece vuol buttarla in caciara. Per adesso non c’è stata censura alcuna; ci auguriamo che si possa continuare su questa linea. La moderazione resta ovviamente affidata a Claudia Crocco.

  56. alla redazione,

    lasciamo ai lettori giudicare se la mia riflessione sia “caciara” o altro, certo un conto è riflettere sulla direzione che ha presto la poesia italiana dopo la crisi che si può datare alla fine degli anni Sessanta inizi anni Settanta con il poeta italiano più grande del Novecento: Eugenio Montale, altra cosa è riflettere sugli autori presi in esame dalla Crocco, su di essi c’è poco da dire, per loro parla la pochezza delle loro poesie e le fraseologie generiche e di accompagnamento utilizzate dall’autrice dell’articolo in questione.
    Se per Voi riflettere sulla poesia di Montale e del problema della poesia dopo Auschwitz sia “buttarla in caciara”, questa è una vostra valutazione, io invece ritengo molto più importante riflettere su certi nodi problematici della poesia del Novecento piuttosto che discettare su autori di livello infinitamente inferiore ai Montale ai Pasolini ai Sereni a Helle Busacca…

  57. @Linguaglossa
    Ha notato che il pezzo di Claudia Crocco verte sulle poetiche degli anni Zero? Ha notato che il suo riciclato “riflettere sulla poesia di Montale e sul problema della poesia dopo Auschwitz” non presenta alcun nesso apprezzabile con l’argomento del pezzo? E che questo è il problema?

    Se lo ha notato, vuol dire che ci siamo capiti, e che possiamo finirla qui. Se non lo ha notato, vuol dire che non ci capiremo mai, e che possiamo finirla qui. Noi la finiamo qui. Lei se vuole continui pure.
    (gs)

  58. Premetto che non conosco i due autori Di Dio e Ramonda, non avevo mai letto nulla di loro fino ad oggi e così mi sono documentato.
    La poesia di Di Dio è povera, non è nemmeno affamata perché si accontenta di una scodella di brodo che le viene offerta da modelli di una certa poesia consolidata in una vecchia scuola che resiste, purtroppo, in un acrocoro di potere.
    Su Ramonda, invece, sorvolo perché ho pochi elementi, ma da quel poco che ho letto mi verrebbe da suggerire il cut-out in luogo del cut-up. Trovo un elenco infinito di situazioni e personaggi vittime di un quotidiano a cui però manca Storia, neppure micro-storia, che già sarebbe un successo. Il linguaggio è anche qui povero e brodoso.
    Ma il peggior servizio a questi due giovani autori viene dal pezzo della signora Claudia Crocco, la quale tenta, nemmeno disperatamente, di far entrare i due autori in un contesto che nulla ha che vedere con le loro, diciamo, opere. Infatti, i due spariscono nell’iperbole di una comparazione che vorrebbe fare il punto dello stato dell’arte e della critica (con una puntatina alla filosofia) dagli anni settanta ai giorni nostri. Se il tentativo di Crocco era quello di partire dal presupposto dei due autori per una analisi comparativa, in parte il tentativo è riuscito, ma a discapito dei Due i quali sconosciuti erano e sconosciuti rimangono.

  59. gentile GS

    lei afferma che riflettere sulla poesia di Montale e del dopo Montale non abbia alcun punto di contatto con la presunta poetica degli anni Zero dell’articolo della Crocco.

    Ma lei crede che i problemi lasciati aperti dal più grande poeta del Novecento non abbiano ripercussione sulla poesia dei giorni nostri?, Lei crede veramente che la presunta poetica degli anni Zero dei due ragazzi presi a misura degli anni Zero possa considerarsi esaustiva con l’analisi della pseudo poesia dei due giovinotti?, Ma lei crede veramente che la poesia di oggi degli under 35 viva in un limbo aproblematico dove non si ritrovano le tracce dei problemi lasciati aperti dalle generazioni dei Montale, dei Pasolini, dei Sereni, dei Fortini, di Helle Busacca e di Giudici?, lei crede che si possa discettare sulla poesia degli under 35 come se il passato non ci fosse, anzi, cancellando il passato?

    Lei afferma: “possiamo finirla qui”, e invece io dico di no (è un mio diritto, credo) e invito la signora Claudia Crocco a rispondere ai quesiti da me posti nell’articolo che lei definisce “riciclato”. Ma perché, le chiedo, le idee hanno una data di scadenza? Un articolo anche se già pubblicato altrove deve poi essere gettato nel cestino?

  60. La ringrazio, Giorgio Linguaglossa: su LPLC nessuno si è mai occupato di Montale né della poesia degli anni Settanta; è la prima volta che sento parlare di questi problemi. Come farebbe l’Italia senza la sua saggistica?

    @Ennio Abate:
    Non ho capito se il suo problema è che io sono una dottoranda.

    @Giuseppe Panetta
    In effetti no, non tento “disperatamente” di inserire i due autori; né, in verità, cerco di fare il punto su tutta la critica dagli anni Settanta a oggi. Quanto al loro valore e al loro essere più o meno conosciuti, non vedo dati da parte sua sul mercato editoriale italiano né sulla bibliografia critica di Di Dio e Ramonda. Dunque siamo al punto in cui la mia valutazione critica va contro la sua; e va bene che sia così, non è un problema, grazie del confronto. Io ho provato ad argomentare in queste pagine. E, nella parte iniziale del saggio, spiego perché ho scelto proprio Di Dio e Ramonda per la mia analisi comparativa (per usare le sue parole).
    Non ho mai detto che siano i poeti migliori dell’anno o del decennio ecc.

    Comunque grazie per la sua opinione (davvero).

  61. La questione è se le proposte under 35 degli ultimi tempi siano il meglio che si possa fare o se invece costituiscano una consapevole inerte replica di quel che s’è già visto. Ho l’impressione che l’enorme debolezza lato testi sia compensata da una maggiore ricchezza social, che cioè la poesia (o una sua idealizzazione) faccia le veci oggi dell’oratorio, della sezione di partito, della famiglia, del gruppo di amici. Che insomma sia il modo di aggregazione privilegiato di un discreto numero di brave, bravissime persone in formazione che non ne vede altri, visto che gli altri sono spariti o sono stati tutti occupati da gente forse altrettanto confusa ma più diretta e feroce.

  62. Le derive e i rancori degli ultimi commenti sono ben poco comprensibili. E, malgrado la lunghezza di alcuni, mai che si riporti una frase una di critica testuale puntuale, che possa in qualche modo supportare quanto si sostiene. Vogliamo o no dimostrarlo sui testi o, altrimenti, tacere?

  63. Intanto sono stato censurato e quindi non ho potuto avere pubblicato il mio post. Seconda cosa parlo da filologo: trovi qualche testo degno di essere studiato? non scomodiamo la filologia per nullità come queste, altro che critica testuale.
    Alvaro, che è stato censurato prima non sapendo nemmeno il perchè, ma solo per aver detto manifesto la mia poca inclinazione poetica verso la presunta poesia di Di Dio e di Crocco.
    Cara Crocco questa volta non censurarmi, senza motivo

  64. Mi spiace signor Castiglione, questi testi sono talmente esangui, trasparenti da aver ben poco da dire e ben meno da analizzare. Prendiamo la poesia di Di Dio con cui si apre l’articolo

    Ho cara la tua carne; l’ammasso
    d’alberi e vento che dentro te
    scorre vene. C’è il sonno; il giorno e poi
    il movimento che propaga
    vita faccia e sangue
    per tutte le cose che fai.

    a parte il fatto che i versi sono spezzati male, gli a capo non rendono giustizia al lettore, nè lo fanno respirare. E’ una poesia da leggere a mente, senza alcun respiro. I contenuti sono poi banalissimi. Si cerca con un incpit a effetto (mi è cara la tua carne) che non si sa se sia rivolto alla donan amata o la macellaio in fondo all’angolo dopo che per l’ennesima volta ha aumentato i prezzi dei filetti di nascondere un’assoluta povertà di idee.

    Veniamo a Remonda.

    Con il passare degli anni, abbiamo capito come sopravvivere in un ecosistema così profondamente compromesso e instabile come quello della nostra famiglia. Le continue correzioni di postura, necessarie a mantenere l’equilibrio, sono ormai automatismi perfettamente mimetizzati nella nostra gestualità. La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile. Una delle tattiche vincenti alla base del nostro matrimonio consiste nel mantenerci reciprocamente in coma farmacologico, in modo da minimizzare gli scontri: cicatrici sottili, sartoriali, strategicamente disposte lungo le pieghe naturali della pelle, nel corso di raffinati interventi di chirurgia estetica. Riconquistiamo sempre la serenità e diamo a tutti l’impressione di essere felici. Credo che una certa indifferenza di fondo venga spesso scambiata per fiducia nel propri mezzi. Una soddisfazione parziale rientra nella media e non fa sorgere sospetti: è il posto migliore a cui tornare. Quando ne ho l’occasione, cerco diversivi altrove; li nascondo piuttosto agevolmente nel doppiofondo dei miei pensieri, e immagino che anche lei faccia lo stesso.

    Noioso dichiarativo di altrettanti momenti di noia. Un testo come questo, negli anni Settanta avrebbe potuto benissimo essere apertura “colta” e didascalica per un film di Fernando Di Leo. Appare a me del tutto vuoto e impalpabile, testimonianza di una middle class italiana morta e seplta da 20 / 30 di berlusconian/renzismo. Talmente chiuse in se stesso da non accorgersi che sono passati 40 anni.

    Che analisi testuale c’è da fare in questo vuoto pneumatico???

  65. @ Castiglione
    Gentile, mi pare che io abbia argomentato, nonostante la pochezza di informazioni, i due autori e anche lo scritto d’accompagnamento degli stessi. Mi documento sempre prima di aprir bocca.

    @ Di Dio e Ramonda.
    Mi piacerebbe leggere la vostra opinione e il vostro personale punto di vista sulle questioni legate alla vostra scrittura, anche in rapporto alle problematiche sollevate da Giorgio Linguaglossa, come pure dalla signora Claudia Crocco.

    Grazie

  66. ALL’«OMBRA DELLE PAROLE»: SENZA CHIERICA MA PUR SEMPRE CHIERICI!

    @ LPLC

    Il mio primo commento, riferibile alla vostra disputa con Linguaglossa, difendeva la possibilità di un confronto tra posizioni diverse. Dopo aver letto sul vostro blog i successivi interventi di Almerighi, Linguaglossa, Pozzoni, Panetta e altri, ancora dei medesimi, su «L’Ombra delle Parole» in un post dal titolo vittimistico («La censura di Natale»), devo dire che effettivamente il confronto si fa assai difficile e forse impossibile. Tuttavia, smusserei lo stesso certi toni e non lo interromperei. Per chiarire fino in fondo la ragione vera della contrapposizione (non solo di forma a mio parere). Giusto, dunque, ricordare che «il pezzo di Claudia Crocco verte sulle poetiche degli anni Zero». Ma, invece di ironizzare sul «riciclato “riflettere [di Linguaglossa] sulla poesia di Montale e sul problema della poesia dopo Auschwitz”», sarebbe meglio esaminarlo e criticarlo. Anche se non presenta «alcun nesso apprezzabile con l’argomento del pezzo». Non verrebbe affatto diminuita l’immagine di blog serio e rigoroso che LPLC s’è conquistata. In altri tempi e in una logica ben più attenta ai modi pensare e sentire “altri”, Fortini, lo sapete, scrisse una indimenticabile «Difesa del cretino» (Q.P. n. 29, gen. 1967 : http://www.minimumfax.com/upload/files/indi/assaggio_15_68.pdf). E voi non potreste oggi permettervi di entrare nel merito di posizioni che non ritengo cretine, anche se formulate in modi inutilmente aggressivi e apodittici?

    @ Claudia Crocco.

    No, non ce l’ho con lei in quanto dottoranda. Né coi dottorandi in genere. E però i dottorandi che scrivono su LPLC e, come già detto, alcuni dei suoi redattori preferiscono troppo spesso evitare di rispondere *nel merito* a obiezioni, critiche e richieste di chiarimento (fossero pure pretestuose o maliziose). Devo aggiungere che in questi anni ho seguito con attenzione le proposte dei “nuovi poeti” da voi fatte. E sono intervenuto varie volte contro certi commenti cerimoniosi e ossequiosi o di mero fiancheggiamento da parte di amici e amiche dei poeti proposti. Ho pure cercato di sollecitarvi a una maggiore attenzione verso ricerche poetiche meno prossime al giro dei redattori di LPLC. Nessuno dei responsabili mi ha mai risposto. Non mi pare una bella cosa. Ma non drammatizzo e chiudo qui.

    @ Giorgio Linguaglossa

    Attorno a «L’Ombra delle Parole» si sono coagulati alcuni poeti e critici e commentatori più o meno bravi e però fin troppo agguerriti e spavaldi. Il blog sarà anche «un fortilizio della libertà di pensiero e di espressione». Ma lo è più o meno come tutti gli altri. Come «Le parole e le cose». O come i da voi vituperati: Atelier, Nazione indiana, etc. Sostenere che “chierici” e “chierichetti” o “stregoni” (abusate etichette-metafore squalificanti) siano solo i gestori di altri blog, mi sembra un vizio molto settario. Non si scappa: siete “chierici” anche voi! Anche voi fate quel «lavoro di fiancheggiamento, di manipolazione, […] di censura e di censori, […] fuoco di sbarramento verso chi non si accoda» al vostro punto di vista. (Ed è facile documentarlo). Se la retorica settaria non vi accecasse, riconoscereste che questo è l’inevitabile lavoro partigiano e selettivo della critica. E lo condurreste senza certe pretese, quanto mai ingannevoli, di purezza da anime elette. E senza accanirvi (spesso a vuoto perché gli altri non son fessi) contro “personaggi simbolo”, scelti più o meno a casaccio o in base a un pregiudizio («i “chierichetti” di Nazione Indiana, di Atelier, o di Le parole e le cose») che sostituisce il ragionamento. Sei certo, infatti, che i tuoi criteri di giudizio siano migliori di quelli della Crocco o di altri “accademici”? A me non pare. Se i problemi della odierna poesia italiana «sono veramente molto complessi», come tu stesso scrivi, perché escludere che la ricerca della Crocco (o di altri/e) possa contribuire a un chiarimento di questa complessità? Secondo me, intervenendo sul suo post, avresti fatto meglio a riassumere le tue tesi sulle responsabilità che attribuisci a Montale, a tuo avviso il capostipite «corresponsabile della parabola discendente in chiave epigonica della poesia italiana del secondo Novecento». Perché ricorrere al copia/incolla di uno stralcio da un tuo saggio, dimostrando un atteggiamento ben poco dialogico e come minimo sbrigativo e sprezzante verso un lavoro critico che parte da altri criteri.
    Lo stralcio poi è pieno di domande retoriche e punti oscuri. Cosa vuol dire, ad esempio, che, dopo “Composita solvantur” (1995) di Franco Fortini, «la poesia diventa sempre più piccolo borghese» o si «democraticizza»? Fortini forse non era – l’ha sempre dichiarato ! – un piccolo borghese quanto Magrelli (per fare il nome di uno dei tuoi ultimi bersagli)? E invece di “democratizzarsi”, che dovrebbe fare la poesia? “Aristocraticizzarsi”? E qual è questa «Origine» dimenticata o denegata? (Perché non è detto che sia così fondamentale o imprescindibile, come tu sembri pensare. E, dopotutto, recuperabile. Come se la storia di secoli, che da essa ci ha allontanati, potesse miracolosamente o arbitrariamente essere cassata). Ma ancora: cosa intendi con il concetto – tutto in maiuscolo ma ultragenerico! – di «Grande Crisi»? O con quello di «forma-poesia». (Come se una ce ne fosse: inalterata, autentica e per sempre vidimata non si sa da chi). E quali sarebbero poi le «Fondamenta solide», sulle quali la Poesia o i poeti dovrebbero “edificare”? E quali le «Fondamenta instabili» da lasciar perdere?

    Se, in assenza di risposte precise alle tue stesse domande, un lettore cercasse di capire dai testi proposti da «L’Ombra delle Parole» e dalle polemiche che nei commenti serpeggiano dove vuoi/volete andare a parare, si potrebbe arrivare a questa conclusione: quasi tutti ve la prendete contro ciò che tu etichetti con i seguenti concetti: «liquido», «leggero», «quotidiano», «privato». O con «il linguaggio della comunicazione», la poesia «turistica», da intrattenimento, «da bar» o «chatpoetry». Tutte le ricerche che vanno (o sembrano andare!) in tali direzioni, vengono (ancora tue parole) giudicate «comodi alibi per non affrontare di petto quella cosa che abbiamo davanti: la Grande Crisi della poesia italiana». Tuttavia le proposte di testi de «L’Ombra delle Parole» restano eterogenee (come quelle presenti su altri blog!). Più che una linea, almeno alcuni dei redattori e commentari fissi, sembrano accomunati da una sensibilità difensiva, da un *no* (reattivo, ossessivo, astorico, snob e pseudo-aristocratico) al «referenzialismo del quotidiano». E parrebbero puntare a un ritorno al «metaforico», al «simbolico» . Poetica anche legittima. Ma di certo né innovativa né risolutiva. E siccome scrivi: «Qualcuno dice che il poeta non ha nessun salvagente cui aggrapparsi, nessuna ancora cui legarsi, nessun punto di vista da difendere», lasci intendere che il salvagente o l’ancora o il punto di vista, che permetterebbe di uscire dalla confusione tu o altri de «L’Ombra delle Parole» l’abbiate individuato. Ma è così? Io, che vi ho seguiti, continuo a vedere un’oscillazione e confusione, che dovrebbe rendervi più cauti. Cosa ha, infatti, a che fare, ad esempio, il modello abbozzato dai cosiddetti «giovani arrabbiati» con quello di Maria Rosaria Madonna o di Helle Busacca?

    @ Ivan Pozzoni

    Che cosa antipatica squalificare in partenza Di Dio e Ramonda, presentandoli come delle nullità («E chi sono?!»)! E solo perché non passati sotto il tuo naso di «operatore culturale di arte da vent’anni»! Oppure contrapporre un elenco più o meno esteso di poeti tuoi coetanei, amici o conoscenti (che potrebbero essere delle “nullità” per altri che neppure li conoscono). Ma andiamo oltre e ragioniamo. L’esplorazione critica del “mare magnum” (sorprendente, lutulento e ambiguo) della produzione poetica contemporanea è frammentata e incompleta. Che essa venga portata avanti da accademici o para-accademici, da ultralibertari o memori di qualche canone, da post-avanguardisti o neon-avanguardisti, sta di fatto che manca una panoramica ragionata e convincente dell’insieme. Siamo all’empiria. Ma allora che senso ha – diciamo – esaltare il tuo “pescato” rispetto a quello altrui? Quale sarebbe la vera differenza di fondo tra Claudia Crocco, che recensisce Di Dio o Ramonda o la cosiddetta «poesia di ricerca» e Linguaglossa, che recensisce i “giovani arrabbiati”, oppure Gezzi o Cortellessa, che recensiscono altri poeti generazionalmente più prossimi a loro e alla loro idea della poesia? Che “loro” sono accademici e Linguaglossa e tu no? E da questa collocazione social-professionale diversa (non trascurabile, ma non decisiva sul piano della qualità culturale dei risultati) deriverebbe che “loro” ( i “chierichetti” ecc.) sarebbero “di parte” e tu o Linguaglossa no? “Loro”, nell’università, sarebbero dentro i “giochi” del potere letterario e voi “fuori”? Che sciocchezza e falsa coscienza!
    Su tali premesse teoriche errate o approssimative, la tua e la vostra polemica diventano sempre più cieche e distorcono l’evidenza. E faccio un esempio. Perché «il saggetto in questione» di Claudia Crocco (cito da Pozzoni 27 dicembre 2014 alle 15:36 «L’Ombra delle Parole»: http://lombradelleparole.wordpress.com/2014/12/26/la-censura-di-natale-trascrizione-di-un-recente-scambio-di-commenti-tra-giorgio-linguaglossa-e-la-signora-claudia-crocco-sul-sito-le-parole-e-le-cose-con-conseguente-censura-delle-idee-ritenute/comment-page-1/#comment-4534) sarebbe «un mero sponsor ad un determinato gruppuscolo (nemmeno significativissimo) dell’orizzonte artistico italiano» o «un elogio sperticato» a suoi «cari amici di scuderia», se scrive (a me pare dichiarando con chiarezza le sue intenzioni e i suoi distinguo): «Ho scelto queste due raccolte per svariati motivi: sono uscite a pochi mesi l’una dall’altra; appartengono a autori della stessa generazione (cioè quella dei nati negli anni Ottanta); facendo parte di circuiti della poesia recente che hanno una certa visibilità, hanno già avuto un buon numero di recensioni, soprattutto online. Il mio è anche un giudizio di valore: Tua e di tutti e Una lunghissima rincorsa sono due libri pubblicati nell’ultimo anno che ho letto con interesse. Allo stesso tempo, mi permettono di evidenziare i limiti di molta poesia di autori giovani. Per diverse ragioni, insomma, rappresentano un caso paradigmatico»? Insomma, gli “altri” possono essere anche avversari ma, appunto per questo, dovrebbero essere conosciuti, analizzati singolarmente nella loro realtà (nei loro testi, visto che scrivono e nelle loro pratiche) e non semplicemente immaginati e ridotti a stereotipi o a “mucchio” sul quale sparare a parole la propria indignazione.

  67. @ Signor Panetta
    Può chiamarmi “Claudia Crocco” o “Crocco” omettendo il “signora” o il “signorina”? Non sono più quei tempi. La ringrazio fin da adesso, signor Panetta.

    @almerighi
    Può dire quello che vuole, anche ciò che è palesemente insensato, ma la invito a moderare i toni: non c’è bisogno di sfiorare l’insulto per esprimere opinioni. Nessuno le ha ancora detto che le sue opinioni sono vuoto pneumatico. O magari è successo, ma non su questo sito. La prossima volta un commento con toni simili non verrà approvato.

    @Ennio Abate
    ho capito, grazie del chiarimento. Io non noto differenza fra dottorandi e non dottorandi che scrivono su LPLC. Forse direi solo che i primi sono più preoccupati, direi ansiosi, per ciò che scrivono. Ma immagino che lei possa avere una impressione diversa.
    Venendo a me: mi pare di avere risposto sempre a domande precise e non offensive. Ho persino risposto su una questione filologica, in un altro post; e ho risposto in privato a lei, in una altra occasione.
    Quanto al fiancheggiare ecc: non so cosa dire, perché questo post è risultato un po’ scomodo per tutti, poeti compresi. Se scrivere un saggio del genere vuol dire fare un favore e spalleggiare qualcuno, non riesco a immaginare cosa sia scriverne uno contro.
    Alcuni dei poeti che più mi piacciono, vivi e morti, non sono nominati in queste pagine, o lo sono di sfuggita. Perché? Perché non sarebbe stato pertinente. Io ho portato avanti un ragionamento, e ho cercato di fare una ricostruzione critica, senza pensare a favorire tizio o caio. Tutto il resto è scritto qui sopra, e non lo ripeterò. Apprezzo molto le critiche puntuali; la ringrazio per avere citato il mio testo, nel rispondere a Linguaglossa &co, perché almeno dimostra di averlo letto. Non sono sicura che si possa dire altrettanto per gli altri commentatori.

    @alvaro
    il suo commento è stato censurato, in quanto molto offensivo.
    Le mie poesie qui non c’entrano proprio niente, e preferirei risponderne altrove, se necessario.

    @Davide Castiglione
    grazie.

    @Il fu giusco (e un po’ Ennio Abate)
    Non sono la portavoce delle preferenze poetiche di LPLC. Questo saggio non ha a che fare con le proposte di poesia under 35 del sito: è una mia riflessione critica, pubblicata a mio nome e indipendente dal resto. Non è detto che sia condivisa dal resto della redazione.

  68. from: ivan pozzoni
    to: claudia crocco
    cc: tuttoilmondofinoraconosciuto

    Gentilissima/o,
    sto concretizzando un’idea di antologia che desidero chiamare NEON-AVANGUARDIE / COMUNITà NOMADI / HOMO ELIGENS / UMANE TRANSUMANZE / LABYRINTHI / METRICI MOTI / SASHAGREYINTHESKY, che l’editore “??? edizioni” mi ha autorizzato.

    Si tratta di un’antologia aperta ad artisti di tutt’Italia, noti e meno noti, d’ogni orientamento poetico (importante che abbiano un orientamento), intesa come dialogo poetante costante in comunità di artisti, con testi firmati (con aggiunta di una biografia finale di ciascun artista che collabori al volume). Non c’è tema.

    Ti interessa collaborare (collaborazione solidale non a titolo gratuito, con un minimo di 3 copie da acquistare = 30€ + spese di spedizione a carico del destinatario)? La scelta, tutta mia, di inserire un minimo di collaborazione economica solidale è dovuta al progetto di fare crescere una giovane casa editrice, con l’aiuto di tutti (mio incluso, che, come d’abitudine, non percepirò retribuzione e acquisterò le mie copie).

    Normalmente non mi sono mai fatto sponsor di una casa editrice, essendo un independent researcher, svincolato da ogni interesse commerciale e mai retribuito da nessuno. Questa volta mi sento di garantire circa serietà ed efficienza della giovanissima casa editrice, con cui stanno uscendo i miei ultimi volumi.

    Se interessa, contattami tempestivamente, e manderò un dettagliato editoriale!

    [ATTENZIONE: questo commento è una specie di Centone di varie email spam e pubblicità di Ivan Pozzoni. Chiunque abbia ricevuto una sua email lo riconoscerà subito. Per questo centone, l’Autore non percepirà alcuna retribuzione]

  69. Caro Ennio,
    in merito alla domanda che mi poni sui miei “criteri di giudizio”, la risposta è molto semplice: io seguo il mio metro di giudizio, il mio gusto, la mia intuizione; ciascuno dei commentatori del blog segue il proprio metro di giudizio nel rispetto e nel dialogo con il giudizio degli altri; l’aspetto positivo dell’Ombra delle Parole è che ciascuno dei commentatori esprime liberamente il proprio giudizio estetico in piena libertà ed autonomia (altro che conventicola come tu ci accusi di essere!). La “libertà” del giudizio di ciascuno è un valore da difendere a tutti i costi. Non è poi vero quanto tu scrivi che io ho degli avversari fissi (Magrelli, De Signoribus, etc) che io colpirei a ripetizione, non è vero perché se vai a rileggere i post e i commenti ti accorgerai che ciascun commentatore ha scritto il proprio commento (pro o contro) in piena libertà; c’è stato dialogo, c’è stato confronto, ciascuno ha avuto modo di esporre le proprie tesi e contro tesi in piena libertà e autonomia, ciascuno ha dialogato con l’altro, e nessuno si è mai sottratto al dialogo accusando l’interlocutore di essere andato “fuori tema” e che quindi non è degno di essere preso in considerazione (come è avvenuto nei miei confronti su LPLC). Anzi, un grande poeta come Alfredo De Palchi ha esposto una valutazione positiva delle poesie di Magrelli, seguito da altri commenti positivi di Ivan Pozzoni e altri senza che nessuno di noi mancasse di rispetto all’altro o si sottraesse al dibattito con scuse o perché “fuori tema”.

    Il problema di tutelare e di salvaguardare la piena LIBERTA’ di tutti gli interlocutori è un punto fondamentale credo de L’Ombra delle Parole; sia chiaro un concetto: qui non si censura nessuno e si danno risposte a tutti, chiunque è libero di intervenire e scrivere quello che vuole.

    Quanto alle altre domande che poni su “La Grande Crisi” della poesia italiana, beh io tento in tutti i miei commenti, dialogando con gli altri, di chiarire e di approfondire il perché dalla fine degli anni Sessanta inizi Settanta la poesia italiana sia diventata sempre più epigonica e non ha più espresso un poeta del livello di Montale. Caro Ennio, è trascorso più di mezzo secolo ma non si vede all’orizzonte un poeta del livello di Montale. Questo è un problema che io ho tentato di illuminare con il mio saggetto fatto di copia e incolla. Perché, è vietato da una legge dello stato fare un copia e incolla di un articolo scritto un anno fa? Perché c’è una data di scadenza come sui cibi per la valenza delle idee? Le idee hanno una data di scadenza?

    La risposta al tuo legittimo quesito se anche l’Ombra delle Parole sia o non sia anch’esso un blog di camarilla o di potere o di sotto potere, te la può dare il blog stesso ripercorrendo i suoi post e i suoi commenti e il fatto che abbiamo pubblicato anche autori sconosciuti che nessuno di noi della redazione conosceva e che altri collaboratori esterni ci hanno segnalato, l’ultima in ordine di tempo è la triestina Gabriella Kuferzin le cui poesie sono state postate stamattina, una poetessa del tutto inedita che ci era stata segnalata da Flavio Almerighi che qui ringrazio.

    Quanto alle tue accuse secondo cui io emetterei giudizi “apodittici”, lascio ai lettori del blog valutare se i miei siano giudizi apodittici o no.

  70. gentile Claudia Crocco,

    non mi sembra che il commento di Flavio Almerighi abbia sfiorato “L’insulto”, suvvia, non sia così aggressiva verso chi esprime una propria personale valutazione, mi creda, non fa una bella figura nella sua veste di critico. Un gentile consiglio per il futuro, eviti di lanciarsi in proposizioni offensive e denigratorie verso gli interlocutori che esprimono un giudizio distante dal suo come fa verso Almerighi in quanto «le sue opinioni sono vuoto pneumatico». Non le sembra di aver trasceso lei verso l’insulto?

  71. Gentile Linguaglossa,

    l’espressione “vuoto pneumatico” proviene dal commento di Almerighi a Di Dio e Ramonda. Eviti di lanciarsi in commenti prima di aver letto i commenti altrui per intero. Lo consideri un gentile consiglio per il futuro.

  72. @ Linguaglossa

    Tutti abbiamo il “nostro” metro di giudizio, gusto, ecc. E chi lo nega? Né ho messo in dubbio che i commentatori di «L’Ombra delle Parole», quando discutono *tra loro*, non esprimano «il proprio giudizio estetico in piena libertà ed autonomia».
    I problemi nascono quando tu ed altri de «L’Ombra delle Parole» vi rapportate al lavoro di altri/e, esterni/e alla vostra “non conventicola». In questo caso a Claudia Crocco. In altri casi ad autori come Magrelli e De Signoribus. (Sulla qualità e le modalità delle tue critiche a quest’ultimo autore, che, ai tempi del blog «Moltinpoesia», ha causato l’interruzione della nostra collaborazione, anch’io lascio volentieri la parola ai lettori che volessero documentarsi ai seguenti link: http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/09/09/discussionesulla-poesia-di-eugenio-de-signoribus/;
    http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/09/17/discussioneancora-sulla-poesia-di-eugenio-de-signoribus/; http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/09/20/ennio-abatechiarimento-sulla-polemica-fra-me-e-linguaglossa-a-proposito-di-de-signoribus/).
    Non mi interessa, dunque, stabilire se tu e gli altri tuoi sodali abbiate o meno «avversari fissi».
    In questione, ripeto, sono la *qualità* delle critiche e la *dialogicità* del rapporto con l’altro/a, QUANDO NON SE NE CONDIVIDONO LE POSIZIONI, LE SCELTE DI POETICA O IDEALI O FILOSOFICHE, POLITICHE, ECC.
    È in queste occasioni che il dialogo, il confronto, la possibilità di «esporre le proprie tesi in piena libertà e autonomia», di cui ti vanti e che sembrano esistere *inter vos*, vengono sostituiti dal disprezzo, dal sarcasmo, dal travisamento delle posizioni altrui, dall’attacco ad personam, dalla battuta acida o ad effetto. I campioni in tali operazioni di svilimento dell’interlocutore o dell’autore esaminato dalla vostra “non conventicola” sono lì, sul blog, nome e cognome o nickname. (Qualcuno costretto a ingloriosa ritirata di fronte alla reazione risentita del “capro espiatorio” di turno che non gradiva ricevere certe dubbie manifestazioni di «piena LIBERTA’»).

    P.s.
    Un esempio di travisamento? Claudia Crocco scrive:
    « @almerighi
    Può dire quello che vuole, anche ciò che è palesemente insensato, ma la invito a moderare i toni: non c’è bisogno di sfiorare l’insulto per esprimere opinioni. Nessuno le ha ancora detto che le sue opinioni sono vuoto pneumatico. O magari è successo, ma non su questo sito. La prossima volta un commento con toni simili non verrà approvato».
    E tu, cancellando «Nessuno le ha ancora detto che», fai intendere che avrebbe detto ad Almerighi:«le sue opinioni sono vuoto pneumatico».

  73. gentile Claudia Crocco,

    ma perché lei ad ogni piè sospinto minaccia gli interlocutori non allineati o che esprimono il proprio parere di essere “non approvati” dal blog?, Non le sembra che questa sua posizione rivesta un contenuto intimidatorio? E comunque ben poco cortese? Riporto la sua frase rivolta ad Almerighi:

    «Può dire quello che vuole, anche ciò che è palesemente insensato, ma la invito a moderare i toni: non c’è bisogno di sfiorare l’insulto per esprimere opinioni. Nessuno le ha ancora detto che le sue opinioni sono vuoto pneumatico. O magari è successo, ma non su questo sito. La prossima volta un commento con toni simili non verrà approvato.»

    E poi, una domanda: perché si rifiuta sistematicamente di rispondere con argomenti ai quesiti che le ho posto? Ha timore di esporre le sue tesi? Ha timore di scendere (o salire, faccia lei) al livello del libero e civile confronto? Ma, le chiedo, al di là degli autori nati degli anni Ottanta, lei conosce la poesia del Novecento? Non metto in dubbio che lei conosca la poesia del Novecento, e allora perché si rifiuta di dire la sua opinione sulla piega declinante presa dalla poesia italiana da Montale in giù? Sarei curioso di conoscere la sua opinione.

  74. caro Ennio Abate,

    inutilmente cerchi di farmi apparire morso dalla tarantola del risentimento e della vendetta, è invece il tuo commento che dimostra un livore e un astio verso chiunque esprime un pensiero diverso dal tuo. Io rispetto il tuo pensiero, ma tu devi rispettare il mio (e quello degli altri) soprattutto quando i rispettivi pensieri non coincidono o divergono. Imparare a dialogare non è facile, lo so, ma io sono un inguaribile illuminista e un inguaribile ottimista: penso che il dialogo e il confronto sia il solo strumento che possa migliorarci tutti.

  75. Vedo che la discussione e’ esplosa. Chiudo il mio intervento: può darsi che una poesia meno stilizzata riesca ad avvicinare parte del pubblico che oggi si ciba di musica, tv e cinema pop. C’è un notevole numero di iniziative nel nord nord-est promosse da under 40 e supervisionate da operatori consolidati, così come notevole e’ l’attività inclusiva su facebook. C’è mercato, mi verrebbe da dire, e lo si sta esplorando. E’ un cambio di rotta rispetto agli oggi quarantenni, le cui punte più caratteristiche sono disperse nei modi più vari a fare da poli autonomi invece che rete. Ho letto in questi giorni che “Atelier” ha rilasciato al pubblico i primi 50 numeri della rivista in .pdf. Direi che il n.24 di fine 2001, con gli atti di un convegno dei giovani di allora, e’ una buona base di paragone fra le prospettive all’anno 2000 e quelle all’anno 2015 per chi si avvicina a queste robe. Saluti.

  76. Di Dio, Ramonda, Crocco, Abate. non c’è problema, sono già passato oltre, anzi ringrazio per avere ospitato i miei commenti se pure non favorevoli.

  77. @Crocco
    Gentile Claudia, volentieri anche del “tu”, almeno da parte mia, non era mia intenzione fare dell’ironia, davvero non in questo caso.

    @Ennio A.
    Ogni occasione è buona, eh? Moltinpoesia…

    @
    Ribadisco che mi piacerebbe leggere direttamente le opinioni di Di Dio e di Ramonda

  78. @ Giuseppe Panetta
    Il mio tempo lo dedico quotidianamente alla scrittura e alla lettura, con sacrificio, quindi non intendo sprecarlo per rispondere a commenti autopromozionali e polemici, o per difendermi da critiche provenienti da commentatori che stroncano il mio lavoro pur dichiarando più o meno esplicitamente di non conoscerlo.
    In linea di massima, prima di stroncare un libro, non sarebbe male leggerlo.

    @ Ivan Pozzoni
    Alcuni nostri testi sono apparsi sugli stessi numeri di La Masnada e Prospektiva.
    Non mi dispiace che tu non ti sia ricordato di me, ma avrei preferito che mi avessi dimenticato molto tempo fa, prima di inviarmi una proposta di pubblicazione a pagamento simile a quella che ha ricevuto da te anche Simone Burratti, come apprendo dal suo commento.

    @ Giorgio Linguaglossa
    “Lo scritto della Crocco è manifestamente uno scritto di sponda, amicale, di accompagnamento, e lo si capisce subito dal tipo di fraseologie generiche e accattivanti impiegate dall’autrice.”
    Per tua informazione, io e Claudia nemmeno ci conosciamo di persona e abbiamo comunicato via mail DOPO che lei ha letto le mie prose.

  79. Perché, come osserva IlfuGiusco, “La discussione è esplosa”?

    Perché a un certo punto, mentre il dibattito sul pezzo di Claudia Crocco scorreva tranquillo, ricco di spunti anche critici e polemici ma sempre pertinenti e sensati, si è inserito un tale, Giorgio Linguaglossa, che ha cominciato a parlare d’altro, riciclando interventi vecchi e già pubblicati altrove (sul proprio sito, in contesti del tutto diversi). Quando gli si è fatto garbatamente notare che i suoi commenti suonavano, oltre che smaccatamente autopromozionali, del tutto fuori tema, il tale si è appellato alla libertà di parola, rivendicando nessi inesistenti col thread, e naturalmente gridando alla censura (inesistente anch’essa); fino a trascinarsi dietro una patetica claque di commentatori amici suoi, per farsi dare una mano.

    E così, con le bugie, col vittimismo, con un certo bullismo (non privo del resto di misoginia), con il suo far finta di non capire anche le osservazioni più semplici – o forse con il suo non capire davvero? Ipotesi da non scartare – Giorgio Linguaglossa ha provato a interrompere una discussione viva e condivisa per imporre un monologo su di sé, sul suo sito, sui suoi temi. Monologo che non solo, come si è visto, non interessa a nessuno, ma che soprattutto non c’entra rigorosamente nulla con quello di cui stavamo parlando prima.

    Per bloccare derive del genere avrebbe avuto senso moderare fin dall’inizio gli interventi teppistici di Linguaglossa. Non lo abbiamo fatto: non tanto per evitare i soliti pletorici, grotteschi richiami alla libertà di espressione (quelli non mancano mai, soprattutto da parte di chi non ha nulla da esprimere), quanto per verificare ancora una volta come proprio questa libertà, manipolata dai teppisti, produca nient’altro che la fine del discorso. E come l’ossessione del confronto, negli egomaniaci, nasconda spesso una totale autoreferenzialità. It takes two for tango, caro Linguaglossa: lei, diciamo la verità, non ha mai voluto veramente dialogare con Claudia Crocco nel merito del thread. In compenso vuol costringere la Crocco a discutere con lei, di temi suoi – dopo aver cercato di delegittimarla. Che strana idea di confronto.

    Il gioco si è rivelato istruttivo, ma non ha più ragione di continuare. A Linguaglossa e alla sua claque diciamo, molto semplicemente, di piantarla. A questo punto anche i meno svegli avranno capito perché.
    (gs)

  80. Voi siete il Vostro linguaggio, il Vostro linguaggio siete Voi. Il Vostro linguaggio tradisce il livore che avete.

  81. Grazie a buratta e a ramonda di avere sponsorizzato una mia anacronistica email. Il mio progetto di rassegna sociologica sulla poesia contemporaneissima ha raggiunto il xvii volume con un apparato critico degno di rispetto. Sfido chiunque a visionarlo e a valutare. Grazie mille ivan

  82. Gentilissima redazione di Le Parole e le cose:
    1] trovo molto scorretta, benchè io non abbia niente da nascondere (il testo della mia email, molto anacronistica, dove non si segnala una data, di certo Burratti: meglio sarebbe stato diffondere la nuova email, mandata dalla redazione del mio editore, con i dati corretti). La diffusione di una mia email privata, a mezzo internet, senza il mio consenso, è un atto lecito? Comunque ringrazio della sponsorizzazione: sono arrivato al vol XVII della mia rassegna di sociologia dell’arte, con un apparato critico degno di rispetto. Chiunque sarà in grado, ove lo desideri, di controllare e visualizzarne le copie, le mie Premesse esplicative, le introduzioni dei maggiori critici italiani, e altre cose ancora.
    2] a Ramonda: chiaramente il mio “Chi sono?” – e mi si offenderebbe nell’animo sensibililissimo a credere il contrario- non significava: “Chi sono queste due nullità o non so chi sono”. Semplicemente, caro Ramonda, un ’83, uscito con me su Prospektiva e La masnada, all’esordio, non credo meriti tutta ‘sta attenzione, aldilà della Prefazione di Inglese. Quando, come me, sarai alla decima sudatissima raccolta, e sarai uscito due volte su Gradiva, avrai tutta la mia attenzione. Attenzione, Jacopo, non ti fare bruciare; certuni, nello stesso modo, hanno bruciato artisticamente Simone (Cattaneo)! Poi se riesci a comprendermi, sono contento; se non vuoi starmi a sentire, non mi uccido.
    3] a Abate: dopo due righe smetto di leggere: è diventato – a me- sedativo. Non comprendo l’acrimonia.
    4] a Crocco: anche se Abate sostiene il contrario, io sono un accademico (controlli Opac, il Meta-opac Azalai o il Karlsruhe Virtual Catalog, se sa cosa sono): ho la fortuna di collaborare col 50% dei docenti universitari italiani (storia della filosofia). Però sono anche un non accademico (dato che non ho ruoli istituzionali da difendere). Semplicemente mi sono sentito sconcertato da questa frase: “All’interno di GAMMM sono stati pubblicati alcuni dei libri di poesia più originali degli ultimi anni; inoltre gli autori di questo gruppo e di altri blog affini (slowforward, certe frange di Nazione Indiana, ecc.) hanno reso molto vivace il dibattito su cosa sia la poesia e sulla sua funzione nel mondo contemporaneo, anche grazie alla traduzione di autori ancora poco conosciuti in Italia”. Parzialità allo stato brado e odore di sponsorizzazione, con i costanti riferimenti alla rivista Atelier. Mi attendo un bel saggetto della Crocco su altre situazioni italiane di uguale o maggiore spessore, con citazioni di altre belle riviste, come Gradiva, Poesia, Anterem, Poiesis, Chelsea. Recupero dell’imparzialità

    [Inconcepibile che, dopo essere stato chiamato in ballo con nome e cognome e con un documento non autorizzato, non mi sia data facoltà di rispondere, e non sia stata data facoltà di rispondere a miei colleghi. Questo, nascondendo una vostra deontologia non brillante, è la degna conclusione a questa antipatica situazione. Mi considero amareggiato]

  83. Comunico che ho dato mandato al mio legale di fiducia di procedere nei confronti della direzione di LPLC per il reato di diffamazione ex art 595 c.p. consumatosi nei miei confronti con la pubblicazione di un commento diffamatorio intestato a LPLC sul sito omonimo del 28 dicembre 2014 alle ore 22.27

    Giorgio Linguaglossa

  84. @ Il fu GiusCo

    Ma dove sarebbe «esplosa» questa discussione? Se eri in rotta verso «il nord nord-est» all’inseguimento di under 40, operatori consolidati e mercato, come colomba dal disio chiamata, perché deporre questa polpettina velenosa e fuggir via invece di entrare nel merito?

    @ Le parole e le cose

    Secondo me avete sbagliato con questo ultimo intervento stile “sorvegliare e punire”. Perché la discussione al (28 dicembre 2014 a 22:27) si stava faticosamente assestando. E tenendo conto della diversità delle posizioni e delle distanze di partenza degli interlocutori, c’era anche da essere quasi speranzosi.
    Sì, Linguaglossa aveva cominciato «a parlar d’altro», riciclato « interventi vecchi e già pubblicati altrove», gridato «alla censura», ecc. Ma Claudia Crocco gli aveva controbattuto. E io pure gli ho fatto notare certe sue contraddizioni. E Jacopo Ramonda, sollecitato, aveva risposto.
    Ci si è allontanati dal fiume centrale del post che « scorreva tranquillo, ricco di spunti anche critici e polemici ma sempre pertinenti e sensati», ma non è detto che non ci si stava tornando e che la deviazione non interessasse nessuno o non c’entrasse per nulla « con quello di cui stavamo parlando prima». ( E poi siamo in periodo festivo e qualche botto di fine d’anno non dovrebbe spaventare).

    @ Giuseppe Panetta
    Se potesse spiegarmi quel suo per me cifrato « Ogni occasione è buona, eh? Moltinpoesia…», gliene sarei grato. Ma non qui, per non appesantire e distrarre. Mi scriva a poliscritture@gmail.com

    @ Ivan Pozzoni
    Lascia stare l’«acrimonia» (a me stai simpatico) e intervieni nel merito delle cose da me dette, come io faccio con le tue. Non mi pare di averti mai definito accademico o non accademico. Semmai avrò detto che spari a salve contro gli accademici che non ti garbano per farti – giustamente! – spazio.

  85. @Ennio Abate
    Perché “sorvegliare e punire”? Fin qui non c’è stata nessuna punizione e nessuna sorveglianza – solo tanta, e forse troppa, libertà di espressione. Per quanto ci riguarda la discussione può continuare, purché si depongano atteggiamenti insistenti e molesti. In caso contrario saremo costretti a chiudere i commenti.

    @Linguaglossa
    Da parte nostra nessuna intenzione diffamatoria. Il commento che lei considera diffamatorio potrà essere rimosso se verrà ritirata ogni minaccia di azione legale.

    (gs)

  86. Ringrazio cortesemente la redazione di avere ospitato la mia risposta. Ci tengo a dire che, con il mio unico intervento, non intendevo svilire o offendere nessuno: esprimevo semplicemente una mia opinione. Sono amareggiato del fatto che, in questa vicenda, si siano tollerate condotte aldilà del lecito. Mi auguro che col buon senso di TUTTI si riesca a sanare questa ferita aperta. Cordiali saluti Ivan Pozzoni

  87. @Abate: credo molto banalmente che ci siano aspettative e tensioni esagerate su queste robe. Ci sono malumori radicati, pregresse rotture. L’unico interesse in questo colonnino sta mio parere nel capire se questi giovani esordienti, persa ogni certezza materiale, siano ora essi stessi il pubblico della poesia, pari a chi ascolta canzonette e guarda film strappalacrime. Stop. Mi stupisce che tutto questo ambaradan si sia scatenato sul pezzo di una inesperta dottoranda invece che su quello ben più grave di intervista a Magrelli, qui su LPLC riproposto un paio di giorni fa. Saluti.

  88. Pubblicato su L’Ombra:
    Ivan Pozzoni
    29 dicembre 2014 alle 13:32
    Giorgio, da tuo estimatore, come HO SEMPRE FATTO, ti chiedo di recedere dalla querela, trovando un accordo con la redazione del sito LPLC. Le discussioni d’arte mai devono mai finire nelle mani di scaltri avvocati e magistrati, anche se a volte accade di oltrepassare il consentito. Spiegatevi: a caldo, a volte, si scrivono delle “scemate”. Da giurista ti chiedo: non ricorrete al sistema giudiziario italiano in casi di “reati d’opinione”: come nel bellissimo episodio del “giudice scimmione” ([…] “Il giudice era uno scimmione della Razza dei Gorilla” [….]) di Collodi, non vince mai nessuno. Perdono tutti! Perdonami l’intromissione: io resto coerente su questa mia linea.

    [Chiudo ogni mia indebita intromissione: cerchiamo TUTTI di trovare una sacrosanta mediazione]

  89. a simone burratti

    Le proposte editoriali (i ‘centoni’, come lei li chiama) di Ivan Pozzoni sono per l’appunto proposte: ognuno sceglie se aderirvi o se ignorarle.
    Personalmente reputo tali iniziative un’opportunità per esprimersi, e lo dico a ragion veduta avendo dato la mia adesione a numerose pubblicazioni, trovando sempre in Ivan Pozzoni una persona della massima correttezza professionale.
    Che non ci siano retribuzioni per gli autori, da quel poco che so del campo dell’editoria in genere, non mi risulta che ciò avvenga per autori poco o per nulla noti, e meno che mai restando nei circuiti della piccola e media editoria. Ma se lei conosce qualche editore di medie e piccole dimensioni che paga gli autori ce lo dica, io stessa sarei curiosa di fare la loro conoscenza.

  90. @ Il fu GiusCo

    Interroghiamoci pure se esistono “aspettative e tensioni esagerate su queste robe” o “malumori radicati, pregresse rotture”. Ma ritengo giusto anche difendere seriamente le proprie passioni e le proprie convinzioni. E se queste sono emerse nel post di “una inesperta[?] dottoranda invece che su quello ben più grave di intervista a Magrelli” ci dev’essere un motivo. Perché svalutare il confronto dovunque possa sorgere? Si arriva al conflitto? Ma possiamo controllarlo correggendoci anche vicendevolmente. Anche se sostenessimo posizioni incociliabili. S’impara sempre anche negli scontri e non solo nelle pacate discussioni.
    Anch’io mi associo alla richiesta di Pozzoni rivolta a Linguaglossa. Tanto più che la redazione di LPLC ha mostrato apertura. Buon anno a tutti/e.

  91. @Il Fu Giusco:

    Non mi è chiaro in base a cosa mi si definisca “un’inesperta dottoranda”.

    Ma, soprattutto, cosa c’entra il mio dottorato? E’ così importante inquadrarmi in qualche stereotipo? L’articolo avrebbe un valore diverso, se io avessi quindici o vent’anni in più? Verrebbe giudicato in un altro modo, magari meglio, se io fossi qualcosa di diverso da una dottoranda? E una dottoranda non può scrivere qualcosa di più di una recensione? Non è possibile discutere un saggio in base al suo contenuto, ignorando sesso e ruolo dell’autore?

    Ringrazio Ennio Abate, Leparoleelecose e quelli che sono intervenuti per moderare i toni degli ultimi commenti.

  92. Caro Giorgio Linguaglossa,

    sono uno dei fondatori e dei coordinatori di LPLC. Non ho partecipato alla discussione sul saggio di Claudia Crocco. Intervengo per chiederle di lasciar cadere l’ipotesi di un ricorso alle vie legali.

    Nei suoi commenti lei ha più volte citato la libertà di parola. Ora: se c’è un’arma che ha l’effetto di impedire una discussione pubblica franca, quest’arma è la minaccia di querela per diffamazione. Purtroppo i dibattiti su internet ogni tanto si surriscaldano: è una deriva ricorrente di questo medium. La invito a rileggere ad esempio il modo in cui si parla dei collaboratori di “Le parole e le cose” nei commenti a un post da lei pubblicato su “L’ombra delle parole”: “coglioni senza più argomenti”, “mobbing”, “meno che mediocrità”, “mafia poetica”, “il peggio del peggio: una vera indecenza”, “banda di sgherri catapultati là da un capo branco”, “bari con un mazzo di carte truccate”.

    http://lombradelleparole.wordpress.com/2014/12/26/la-censura-di-natale-trascrizione-di-un-recente-scambio-di-commenti-tra-giorgio-linguaglossa-e-la-signora-claudia-crocco-sul-sito-le-parole-e-le-cose-con-conseguente-censura-delle-idee-ritenute/#comments

    Se il ricorso alle vie legali dovesse creare un precedente, se tutti dovessero ricorrere a querele, la discussione sui siti letterari sparirebbe per sempre, e forse sparirebbero anche i siti letterari. Io credo che si debba sempre cercare una conciliazione informale dei conflitti che sorgono in rete, soprattutto se si è fra persone di cultura. Le vite di molti di noi sono piene di problemi seri e inevitabili: forse dovremmo tutti evitare di aggiungere, a questi problemi seri e inevitabili, dei problemi ulteriori che potremmo facilmente aggirare con un po’ di buona volontà, senza cadere in giri infiniti di querele e controquerele. Mi associo perciò a quello che hanno suggerito Ivan Pozzoni, Ennio Abate e il fu GiusCo. La invito ad accettare la proposta di Gianluigi Simonetti: LPLC cancellerà il commento che lei giudica diffamatorio, lei ritirerà la sua accusa di diffamazione.

    Cordialmente,

    Guido Mazzoni

    P.S. I commenti al post di Claudia Crocco sono chiusi. Non si può continuare a discutere di letteratura in questo clima.

  93. Caro Guido Mazzoni,

    ho stima del suo lavoro di poeta e di critico, ho avuto modo di apprezzare la sua poesia e so che è una persona seria e accolgo volentieri la proposta di ritirare la querela per diffamazione nei confronti di Gianluigi Simonetti; io non chiedo a LPLC di ritirare il commento giudicato offensivo, in linea di massima preferisco che le situazioni di “conflitto” vengano risolte mediante comportamenti da gentiluomini in quanto un letterato deve essere soprattutto un gentiluomo ed evitare di assumere toni o comportamenti vendicativi o ritorsivi. Siamo alla fine dell’anno e inizia un anno nuovo pieno di incognite per il nostro paese e, non solo la politica, ma noi tutti dobbiamo dare un segnale di distensione e di rispetto reciproco, anche la poesia italiana ha bisogno di comportamenti equilibrati e saggi. Ritirerò immediatamente il mandato al mio legale di fiducia e spero che nel futuro si possano consolidare tra tutti i rappresentanti della poesia italiana rapporti costruttivi e rispettosi.

    Buon Anno a tutta la redazione di LPLC.
    Cordiali saluti. Giorgio Linguaglossa

  94. Caro Giorgio Linguaglossa,

    la ringrazio. Auguro buon anno e buon lavoro a lei e alla redazione di “L’ombra delle parole”.

  95. La poesia femminile tra 900 e 2000. (P.Cavallo, Biagini,S.Plath, Zsimbrovska,Sexton,M.Allo,Rosselli,. Thibodeau etc) tra stregoneria ,Natura ,eccentricità, Natura, tempo irredimibile.

    la lirica moderna è caratterizzata proprio dal processo di distanza dall’esistenza, come sostiene Friedrich in cui l’astrazione e la purezza del lessico sono una denuncia ,di per sé, dell’esistenza falsa e della reificazione che domina oggi la nostra vita. (Benjamin)
    .

    La mia ipotesi forse attendibile è che la poesia sia uno scarto invisibile tra il mondo conosciuto e un non meglio precisato altrove, per cui i versi di Deborah realizzano questo impercettibile slittamento rovesciando i cieli e imponendo a essi un movimento silenzioso, ostinato e incoerente mentre paiono mostrarne la figura a vista. Deborah sembra che dica le cose del mondo, ma solo mentre siamo ormai altrove ci accorgiamo di essere stati presi da un vento mitologico , che forse è entrato da una fessura che si è aperta prima che ne accorgessimo. Eppure, le parole erano tutte esatte. Si trattava anzi di una indagine nella bella nominazione lessicale
    Ed è sempre la descrizione di un continuo accadere all’interno del corpo dell’animo e della terra, o della visione attraverso di un microscopio pieno di una obiettiva compassione, tutto teso alla terra mortale.
    Troppa molteplicità è nella nostalgia, in’ una’ nostalgia . Diamo nomi di stelle ai nostri organi per una nostalgia che i nostri organi hanno, di quand’erano stelle. Ma abbiamo nostalgia se abbiamo memoria. E abbiamo memoria quando possiamo sopportare il dolore della felicità: di quella presente, che finirà, sull’esempio di quella già finita. Si percepisce ,nella lirica tra 900 e 2000 un desiderio che viene dalla terra verso un gesto significativo che ripari un clamoroso errore , un definitivo dislocamento – forse avvenuto a causa di una perdita prematura – perché il tempo che cammina con noi spacca con il suo stesso peso la scorza che il dolore ci ha creato intorno e che ci lascia sgusciati e vulnerabili, ipersensibili
    Benn sostiene che a un certo punto la realtà e la percezione si affievoliscono per poi tornare prepotentemente a liberare energie inconsce. Senza questi momenti di epochè non avrebbe senso fare poesia., che nasce proprio nella libertà interiore,, sul filo della melodia, cercando di rimanere reale, in una surrealtà continua nel l’esperienza del vissuto
    , Perché non si dà poesia nel magma, nell’immersione nei fondi labirintici, ma dopo aver creato distrutto, navigato nel mondo sommerso si stendono le frasi, si sceglie il lessico di una tela di immaginifica,su cui si allinea la sintassi il metro.,cercando di comprendere il mondo attraverso,attraverso i toni i ritmi il suono delle parole,in Un fluire limpido con la materia del proprio sentire le emozioni, i pensieri, i simboli mitici, le passioni che si decantano,in un linguaggio che non poetizza ma delimita,nomina, cerca dal particolare angolo della propria vita la ri-definizione, la realtà ricreata e conquistata, ritrasformata secondo le proprie coordinate interiori. Il mondo esterno, il vasto mondo della relazione, e dell’essere viene rinominato, e rimodellato assecondando le proprie passioni forti.

    . Gilles Deleuze direbbe che oggi la tecnologia” coinvolge l’individuo in una violenza sitemica che annienta il corpo e la mente, e. E in cuil’utile ci viene proposto come “valore umano”, applicabile alla vita intera: affetti e relazioni, educazione e salute, nascita e morte sono ormai pensati quasi esclusivamente in modo economico-produttivo , annullando le esigenze emotivo-esperienziali e, dunque,realmente umane che hanno i fatti del vissuto.

    Due filosofi-psicoanalisti hanno definito la nostra come «l’epoca delle passioni tristi
    il futuro non è più sentito come «una promessa», come è stato per l’Occidente del 1700-100

    ”, In effetti i desideri di tutti, quasi di tutti, sono agiti dall’esterno, alienati dal soggetto
    . Se i corpi sono dominati, rattrappiti in gesti vuoti, estraniati dall’Io, è davvero necessario tornare a interrogare il corpo: è necessario vedere e sentire con il corpo. Il che non significa agire o pensare in modo emotivo e passionale, ma al contrario: cogliere come la nostra esistenza. l’esperienza e, dunque, anche il linguaggio sono radicati nel nostro corpo e come questo sia oggi sempre più appiattito, privo di parola ed estraneo a che parla. Jean-Luc Nancy nota che è il “ci” che segna e dice la nostra presenza al mondo: è il «ci sono» che apre il soggetto al mondo e il mondo al soggetto. Il pensiero e la lingua vengono
    dall’esperienza dell’esserci, dal nostro vivere in quanto corpi in un certo luogo, in un certo tempo ed entro certe relazioni con altri per dire; «io ci sono, io ci penso:
    possiamo dire ,con Maria Zambrano,che il poeta è colui che vive «un’unione erotica» con il mondo, colui che vive sentendo «nella propria carne l’ustione del mondo.
    Nella poesia,infatti, l’interiorità emotivo-memoriale) dell’Io si collega con l’esterno” (i dati concreti e tangibili del mondo) e viceversa, tanto che tale polarità esiste ma come tensione reciproca proprio nella lingua poetica che testimonia, dunque, l’intreccio tra Io e mondo, la complessità dell’esperienza stessa.
    E’ questo il “ci” di cui parlavamo teso a cogliere come nella lingua poetica si intreccino le varie “parti” dell’umano : il poeta può trovare parole che sono proprie del l’esperienza individuale e che, appunto perché profondamente, intensamente vissuta e con potenza linguistica, diventerà condivisibile con l’altro. altri.
    Ogni esperienza si fonda su «la prossimità» che il soggetto vive con ciò che più gli sfugge: la realtà, l’altro da sé, e se stesso. E’ questa la prossimità che l’umano avverte appunto che l’esperienza vissuta , solo vivendola con consapevolezza “carnale”, coglie il “mistero” del reale e lo «traduce in immagini ,in quelle parole necessarie per dargli forma.
    Percezione, visione, intuizione, pensiero ed emozione assumono nella lingua poetica una propria struttura attraverso ritmi, suono e senso così che la parola ordini il reale . Alla stregua di queste considerazioni possiamo affermare che Deborah non persegue una poetica del quotidiano, non intende elevare i movimenti di ogni giorno, affermarli e imporli per accumulo, per anticlimax, per deflazione dell’atto poetico – che costituisce gran parte delle poetica novecentesca estera e nostra –; vuole appunto riscattare non il quotidiano dell’umanità ma il quotidiano della propria vita, mettendolo a contrasto con la forza della propria immaginazione
    Ed ecco che finalmente nasce una silloge che possiede molte ragioni per avvincere tutti coloro che fanno della scrittura poetica una passione forte e irredimibile

    Innanzitutto è scritta in versi asciutti ed essenziali, in una lingua semplice,che solo talvolta risuona di reminiscenze letterarie alte, colte.

    C’è una frase di Borges, tratta dalle lezioni americane sulla poesia, a questo proposito illuminante: – Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia

    I toni, i suoni le immagini coesistono con la matericità, la corporeità del proprio sentire proprio quell’, l’acqua,in cui si è immersa come inun mondo onirico, oscuroincontrollatodove si può naufragare perdersi
    E spesso la poesia di Deb,l’immarsione in una realtà individualizzata. Da questa riemergerà qualcosa di autentico, di non ancora sussunto in schemi e moduli
    E’ un rischio che si corre nei potenti dati quotidiani più domestici e ovvi e li riscatta dalla loro ovvietà astraendoli (e astraendosi) in pensieri suoi, che sono riflessioni o semplici considerazioni o procedimenti per metafore.

    Ed è spesso,nelle liriche femminili, una dettagliata descrizione del risveglio dall’anestesia, e l’ accettazione della maternità, delle domande angosciose che si pone una madre, dopo il parto, per poi tornare a cogliere l’essenza della maternità in modo universale,dopo aver attraversato le sensazioni personali. E’ un rischio che si corre in questa potente individuazione,nell’espressione degli affetti più spontanei e immediati,il rischio di restare nella casualità dell’esistenza lacerata.
    Ma ciò che solleva la poesia all’universale umano è appunto questo passaggio nel labirinto interiore di sensazioni angosce paure gioie personali della specifica esperienza individuale. I contenuti personali, però, raggiungono l’arte solo se giungono all’universale attraverso la propria specifica forma estetica., nel pathos della distanza ,creando dal suo interno tutto ciò di cui ha bisogno. Nasce dal silenzio e, nell’affondare nella parola , nella propria particolarità di stile,temi, linguaggio che hanno in sé la propria ragion d’essere, proprio perché giungono ai topoi essenziali dell’umanità,a riflessioni proprie di tutte le donne, dell’infinito numero delle madri
    Infatti la conclusione appartiene a riflessioni proprie di tutte le donne, dell’infinito numero delle madri:
    Voci intente a guardare il mondo, la propria vita, per cogliere l’essenza della musica e della poesia, del nostro Esserci e perderci e rinascere alla luce di uno stare al mondo che l’autrice vuole continuamente rinnovato e vissuto con intensità
    La ricerca poetica delle poete si svolge , tra il qui e ora delle vicende personali e la proiezione e aspirazione verso l’altrove, che la visione poetica quasi sempre interpreta.Ed è tutta nella vigilanza nella scrittura e nel l’ascolto discreto dei segnali autentici del poiein. I versi sono sono percorsi canto, dal momento che ci troviamo coinvolti dentro un itinerario molto essenzializzato,in cui domina quella componente lirica che permette di dare la vera connotazione ad una scrittura poetica. Anche se il bagaglio lessicale della nostra autrice è sempre ricco e costante , ci è dato di constatare che lo svolgimento sembra essere concettualmente molto fluido ed agganciato all’esclusiva forza del pensiero, come se avesse ritrovato veramente se stesso dopo un necessario e laborioso peregrinare fra le varie anime del vissuto, proprio ed altrui. E inoltre sembra voler riferire le personali ed intime esperienze ad un ipotetico e probabile interlocutore (molto frequente il “tu”), come a voler dare concretezza all’altro ed a voler affermare, allo stesso tempo, la consapevolezza di sé. Le sue poesie conducono a luoghi della propria storia e del proprio vissuto , che spesso domina nella sua poetica,pur non eludendo quella domanda dell’irrequietezza che porta all’errare da un luogo all’altro in cerca di una spiegazione a una domanda assoluta, “il poeta con la mente viaggia ed esplora mondi” anche sconosciuti, come faceva Chatwin nei romanzi.
    Ma in questa esplorazione la poesia dona al mondo la regola delle sinestesie, del ritmo”, rivela il mistero dell’amore amalgamando al racconto la Natura che è preponderante, alle volte fotografata nel suo incedere stagionale

    Sono poesia ammantate di un alternarsi di gioia, fierezza del proprio corpo edi tristezza, ma nello stesso tempo la risolvono, almeno in parte, con ricordi vividi sia delle sue visioni che della sua terra e delle stagioni.
    poesia che oscilla tra luoghi domestici e visioni, tra ricordi anche lontani e speranze nuove e in cui raramente si sente la nota di malinconia che dove si ferma la parola del poeta nasce un nuovo mondo un nuovo incipit:

    .

    Altrove E’ il problema della comunicazione con l’altro da sè , flusso vitale che non chiede argini, ma effusioni di parole,suoni, carezze.Chiede vita e non silenzio, non muri. Per questo scriverò anch’io, perchè devo far fluire vita verso gli altri.Spesso, nelle più intense liriche, si odono versi molto levigati curati intensi,espressi in una poesia densa ma limpida, che dicono di una voce intenta a leggere il mondo con rispetto ma senza compiacimenti.
    Nell’epoca in cui il Soggetto ha perso la sua unità, in cui l’Autore e la Letteratura sono orfani del loro ruolo e dei loro modelli tradizionali, in cui la Forma cede al Magma, sarebbe opportuno scegliere di imprimere alla voce un timbro fermo, teso a contenere ogni febbre, ogni smarrimento e ogni delirio nella fortezza di una pace profonda, nella scelta di far fluire dolcemente il fiume della dolcezza e delle sensazioni. Ma va oltre il fiume, verso la sponda

    Solo l’incomunicabilità può dare sofferenza. L’evidenza del “fiume in piena”, mette in assoluto rilievo il peso quasi insostenibile delle potenzialità semantiche di quella catena che scandisce il vissuto di fondo,una dichiarazione lanciata in un vuoto fatto solo di silenzio.
    Una canzone dell’assente, dell’assenza, una contrazione dello slancio vitale che sbatte il corpo vitale contro un “legno stagionato”, privo di risonanze, di echi e ritorni, un legno forse bruciato, forse divelto, forse inesistente. Forse ammalato di afasia, come quando l’anima ha abbandonato corpo, mente, presente e futuro.

    Desiderio che le donne provano sempre, quando danno amore, far tornare dall’oblio la bambina che è in sè,e la leggerezza di una musica,. Richiama le note della la Primavera di Vivaldi,.e quella di tante primavere nelle figure femminili, nella nostra tradizione pittorica.E’ l’immagine, di gioiadell’offerta disè, del suo voler sentirsi ancora bambina nell’intenso fascino della stagione dorata.

    Poi si incontra spesso la malinconia, il senso del tempo che passa e distrugge i sogni, le utopie, la favola delle stagioni dorate, nella lirica, che più risente di toni foscoliani e leopardiani: “Questo reo tempo.”, per poi riprendere il volo ‘nel cielo terso’, nel suo volo-viaggio interiore, nei labirinti dell’inconscio e del sottaciuto, che diviene percorso attraverso il tempo della propria vita e di quella dei propri predecessori e congiunti, alla confluenza delle generazioni. In ogni caso, il viaggio poetico è vissuto con naturalezza,, semplicità apparente riflessa dall’andare del verso. a guardare il percorso compiuto fino all’attimo della scrittura, dove il foglio è pietra miliare di un mutamento, di un minuto avanzamento, che non presuppone traguardi, ma soltanto, passo dopo passo, rinnovate partenze. Di poesia in poesia la trama del vissuto si spiana, lascia intravedere disegni, arazzi, arabeschi. Fili brevi, linee semplici intessono il discorso poetico per sottrazioni e avvicendamenti, rinnovati intrecci e scioglimenti. E il capo d’ogni filo è di volta in volta posto con fiducia nelle mani del lettore, come a volergli affidare il compito di districare il senso della trama della vita, sciogliere e ricomporre significati in un tessuto condiviso, che aggiunge colore a colore, intreccia storie, con tutta la semplicità dell’incontro in cui ci si consegna, confidandosi al viaggiatore ignoto con l’implicita promessa di ritrovarsi al bivio tra l’essere e il tacere, tra l’inautenticità di costruire parole e la nuda semplicità del dire, da cui sempre tutto riparte, si complica, forse, ma in un nuovo nouminoso disegno.
    L’ andare, se, da un lato, è un abbandonarsi con fiducia ai sentimenti e alle percezioni sensoriali, dall’altro lato, è “un andare sempre altrove”, senza mai giungere a una meta; perché il canto non ha sbocchi finché l’anima resta sospesa tra , l’inventarsi un mondo diverso, una vita nuova e la voglia di risentire voci, suoni odori, presenze care del passato.
    La fonte ispirativa è senz’altro la Natura, figura che concretizza, anche in molti testi apparentemente descrittivi: emozionalità, stupori e ambasce intime, prima fra tutte la transitorietà di ogni forma, ma che ha anche il compito di raccogliere in sè il massimo della bellezza.e di stpori sgomenti, che si incastonano nella raccolta come gemme di perfezione stilistica la cui luce gioca fra riverberi e colori e sensazione di inusuale e morbida sensualità.
    I traslati immaginosi , visionari e al contempo introspettivi , attenti alla decifrazione di ogni possibile terrestre “verità”, attraverso la curiosità di scoprire indizi di nuovi mmini nei dettagli della natura, nei paesaggi mediterranei, tra uliveti , ruscelli, fiumi, orizzonti marini. I percorsi sono anche intrecci di relazioni, dove spesso prevale la nostalgia Una bella raccolta poetica che si dipana fra l’urgenza del dire e la riflessione, talvolta di taglio crepuscolare, che evoca però tutto un percorso personale,in una piacevolissima vitalità delle liriche e una pressoché ubiqua felicità musicale.
    Per comprendere meglio sarebbe opportuno citare e commentare alcuni versi significativi di molte, tante poete, che danno esempi validi della loro eccentricità e della loro naturalità espansa e ,talvolta, visionaria.
    Ma il tempo mi manca. Cercherò di scrivere ancora, continuando inmaniera più esaustiva

  96. Correggo SzYmborska.
    Chiedo a tutti i followers di La parola e le cose, perchè sono pubblicate solo poesie al maschile,quando esistono tante pote di gran valore del 900e 2000, nomadi, eccentriche, che esprimono il sè attraverso l’altra. Rimando per la loro eccentricità ai saggi di Muraro e Raimondi, che parlano di cerchio come razinalismo estremo e ellisse, a due fuochi. Le donne sono eccentriche, non sanno stare nel cerchio perfetto. E’ il loro nomadismo,, la possibilità di dividersi nei due punti-fuoco dei due cerchi, che è proprio la loro possibilità di generare altro da sè. Non solo fisicamente, ma anche nella relazione.
    Si potrebbe parlare di questo argomento? La capacità di libertà linguistica, simbolica delle scrittrici è vasta , e ,credo sarebbe opportuno parlarne. Saluto il gruppo DWF che ha commentato e che ancora svolge un ‘elaborazione filosofica, poetica, narratologica, semiotica sulle peculiarità dell’espressività femminile. Potrei farlo io, ma dubito che interessi al vs pubblico, così interessante e motivato. Eppure da qualche parte si dovrebbe cominciare qui. L’uno si divide in due, l’io diventa Noi. C’è tutto un lavoro da fare. Non so se,per me, valga la pena della fatica di sintetizzare le cifre stilistiche, il linguaggio, e l’approccio gnoseologico delle varie autrici. Ho scritto tanto sul tema. E non ho molto tempo. Quando commento qui lo faccio all’impronta e non rileggo quasi mai, tanto ho da fare. Con en-patia

  97. Ora mi è saltata fuori la scritta che ho già fatto quest’ultimo commento. Non è così, e sono anche state eliminate due mie poesie. A riprova di quel che ho appena detto.

  98. Pingback: Poesia contemporanea. Poesia (maschile) di ricerca | Appunti miei

  99. Vorrei semplicemente sapere se, in sede di valutazione critica, contino le «generazioni» o le annate dei libri pubblicati (libri notevoli, ovviamente, e su questo, come ha detto giustamente Giorgio Linguaglossa, in un qualche luogo del suo blog, ci possono essere vedute perfino opposte).
    Dove comincia la poesia dal 2000 ad oggi? Dai libri pubblicati o dalle generazioni?
    Io penso a un libro divertente e leggero di Piero Cudini, una specie di datario che andava dal 1900 al 1991, di anno in anno.
    Lo chiedo in particolare a Claudia Crocco visto che ha appena pubblicato un libro affrontando la ben nota questione del canone (benché novecentesco) e per altri suoi scritti.
    Ma potrei chiederlo ugualmente a Giorgio Linguaglossa, per un suo recente lavoro.

    2 domanda, da una frase letta qui: la lirica è di «destra»? Neruda e Garcia Lorca erano di «destra»?
    Non credo che la poesia debba essere subordinata né alla Storia, né a mode o trend… (Qualcosa di simile scrisse anche Roberto Galaverni in un suo importante saggio).
    Ovviamente, neppure alla sociologia della letteratura…
    Certo, deve tener conto anche della lingua del tempo ma, sincronicamente, è sempre: un altro tempo (per citare Auden)… Dunque io credo nella solitaria esperienza a due tra un lettore e un testo. Un macrotesto va visto nella sua singolarità irripetibile, nel suo valore intrinseco e non nella sua rispondenza alla koinè poetica in voga, o all’appartenenza a questo o a quello schieramento: un libro di poesia non è mica la tessera di un partito politico!
    Ma che cos’è il Tempo? Tra le domande centrali della filosofia…
    Rimando a Bergson o a Carmelo Bene, a Eliot e Pound, a Dante, a Campana e a Nietzsche, alle diverse rappresentazioni del tempo per gli antichi greci…
    Personalmente (bisogna sempre partire dall’esperienza, dai fatti e accadimenti dall’ “euristica della carne” ed evitare discorsi teorici e astratti: tra le parole e le cose ho sempre tentato di arrivare alle seconde; so che anche G.M Villalta, ad esempio, vuole oggi scrivere una poesia di cose come ha cercato di fare Mario Luzi nell’ultima parte della sua stagione; per me è più difficile essendo ancora attratto dalle sirene del linguaggio e dalla magia fonosimbolica ma, per contrasto, anche dalla nuda fenomenologia della vita, donde un certo vitalismo), ho pubblicato un libro di poesie nel 2000 (tralascio il titolo e il «medagliere») e sono del tardo 1968… Era un libro lirico? Certo fu scritto dopo tante letture e a stretto contatto con il classico testo di Friedrich: “La struttura della lirica moderna”, saggio introduttivo (e “correttivo”) di Berardinelli compreso…
    E ne ho un altro pronto, più sperimentale o di ricerca ma ancora a vocazione lirica…
    Perché leggiamo poesia? Per fare discorsi astratti? Per fare carriera nelle università?
    Problema di altri: io leggo (in un Paese dove si legge poco, e scrivo, poco, in un Paese dove si scrive molto) per cercare quel che si cerca nella Bibbia, tra Steiner e Bloom, come testo epico o sacro che sia, per mettere un po’ a fuoco la mia vita, per la bellezza e per essere felice…
    I dottorandi, i ricercatori, gli associati e gli ordinari vogliono essere felici?

  100. @Andrea Margiotta.

    Grazie per il suo commento. Provo a rispondere in modo molto sintetico ad alcune delle sue domande.

    – «Vorrei semplicemente sapere se, in sede di valutazione critica, contino le «generazioni» o le annate dei libri pubblicati (libri notevoli, ovviamente, e su questo, come ha detto giustamente Giorgio Linguaglossa, in un qualche luogo del suo blog, ci possono essere vedute perfino opposte).
    Dove comincia la poesia dal 2000 ad oggi? Dai libri pubblicati o dalle generazioni?»

    Contano entrambe le cose.

    – «domanda, da una frase letta qui: la lirica è di «destra»? ».

    Ovviamente no. I generi letterari, e i loro sottogeneri, non sono né di destra né di sinistra.

    – «Perché leggiamo poesia?»

    Non credo ci sia un unico motivo: per narcisismo, perché alcuni dei più bei libri della letteratura occidentale sono libri di poesia, ecc. Dipende. Forse dovremmo chiederci perché la scriviamo.

    – «I dottorandi, i ricercatori, gli associati e gli ordinari vogliono essere felici?»

    Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

  101. Quindi, Crocco, tu sei infelice in modo originale?
    La domanda su perché scriviamo è speculare al perché leggiamo…

  102. @ Andrea Margiotta

    Può dare del tu a sua sorella.

    Nel post non si parla di me, ma della poesia italiana degli ultimi anni.

  103. Claudia Crocco, a mia sorella do del Voi: siamo un po’ nobili, per via materna, duchi, ramo di Lymburgh-Castromediano/Balsamo… Il mio ottocentesco cugino, Sigismondo, potete vederlo in azione nel film sul Risorgimento di Mario Martone: «Noi credevamo», interpretato dal vostro, credo, conterraneo Andrea Renzi (bravo attore).
    Ho provato a farvi qualche domanda (contigua al post) e mi avete ringraziato (voi ringraziate sempre); però mi avete risposto come un replicante del film Blade Runner (anzi, neppure, perché lì la bella replicante si innamora…). Se non avete tempo, lo capisco; se volevate «liquidarmi» cortesemente invece un po’ mi dispiace… Sapete bene che le mie domande alludevano a cose ben precise che non restano solo in ambito teorico ma si traducono in fatti: un collaboratore del vostro sito, Andrea Afribo, ha scritto un interessante post, circa la permanenza o il superamento del genere lirico, nella poesia italiana contemporanea.
    Si traducono in fatti, ripeto: altrimenti, solo per farvi un esempio, Enrico Testa (con il quale, in veste poetica, ho condiviso un posto tra i segnalati principali al fu Premio Montale, ediz. 2001) non avrebbe intitolato una sua importante antologia einaudiana: «Dopo la lirica»…
    Questo per quanto riguarda la mia domanda sulla lirica, a voi rivolta.
    Ancora i fatti: e, altresì, non sarebbero nate tante antologie con griglie generazionali (questo circa la mia domanda sulle generazioni)…
    Dunque: scendo ancora nel campo dell’esperienza personale, per essere più chiaro.
    Verso la fine degli anni ’90, Antonio Riccardi, già responsabile della collana de Lo Specchio, mi telefonò a casa (allora, a Bologna): mi disse: «Ho trovato notevoli molti testi della raccolta che mi ha mandato; nello Specchio non posso pubblicarla ma, se riesco a far riaprire l’Almanacco, con un numero dedicato ai giovani, posso inserirla»…
    Ne parlai con un altro poeta italiano, tra i più importanti, il quale era un po’ scettico sulla possibile riapertura dell’Almanacco dello Specchio; che invece riaprì…
    E ci fu, in effetti, il numero dedicato ai più giovani ma con il «paletto» del: «nati a partire dal 1970»; e come vi ho già detto, io sono del tardo ’68, dunque non potevo entrarci.
    Su altri lidi, invece, la rivista Atelier compiva un suo lavoro puntando principalmente sulla generazione del direttore della rivista, Marco Merlin detto Andrea Temporelli: quella generazione era sempre dei nati negli anni settanta.
    Si vide anche che, dal punto di vista delle vendite, le antologie con targa generazionale andavano bene, dunque, si continuò su questa strada anche dopo, con i nati negli anni ’80 e ’90 (aspettando i nati nel 2000)…
    La preoccupazione di piacere ai «ggggiovani» è sempre stata una domanda «giornalisticamente» costante, perfino rivolta all’ultimo Fellini: «Maestro, cosa penseranno i giovani del suo ultimo film?»… Fellini: «Guardi, io non comincio mica un film pensando se piacerà ai giovani»…
    Nanni Moretti, nei suoi vecchi film, ironizzava su questa smania del «forever young»…
    Dunque, Claudia Crocco, io penso che sia più ragionevole valutare sincronicamente e poi fissare un certo numero di libri, diciamo così, esemplari entro il quindicennio 2000-15; e, solo dopo, si può parlare di eventuali generazioni, diacronicamente. Sapete perché? Perché, nel caso inverso, si rischia di cercare a tutti i costi qualche libro buono (o, perfino, solo gruppetti di testi) per giustificare l’esistenza di una certa generazione da «lanciare» sul mercato, con il suo bel target di riferimento; cosa giustificabile e comprensibile in sede editoriale, ma non troppo sensata in sede critica (militante e, ancor più, accademica).
    E questa è solo una parte di un problema ben più complesso, per il quale occorrerebbe addirittura risalire al problema fisico del moto (in fisica o in San Tommaso d’Aquino): un corpo in movimento (un poeta circolante) presuppone una spinta precedente; ma risalendo indietro, di spinta in spinta, chi spinge per primo?
    Problema che riguarda l’Universo ma anche la circolazione della nostra arte, dal cinema alle arti visive, dal romanzo alla poesia. Chi spinge? E chi? E perché?
    Lo dico da discreto conoscitore delle prassi dell’editoria americana…

    Quanto al vostro post: «I fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», scriveva Nietzsche…
    Dunque, ho letto questa vostra interpretazione dei fatti poetici italiani e vi ho chiesto se «ungarettianamente» desideriate la felicità, come telos…

  104. @Andrea Margiotta

    Ma no, non è che voglia liquidarla: è che non capisco cosa stia chiedendo esattamente. Riguardo alla sua esperienza personale, non so cosa dire. Per quanto riguarda la questione generale, le avevo già risposto: penso che le generazioni contino, così come conta anche la sincronia dei libri della quale parla. Non mi pare che i due criteri si escludano. Non mi sono mai trovata ad allestire un’antologia, dunque non ho pensato concretamente al criterio che considererei dominante: questo dovrebbe chiederlo agli antologisti del passato.

    – La questione del se e chi spinge per primo ecc: non lo so. Io ho fatto un’analisi di alcuni testi, non mi interessava questo.

    – «Dunque, ho letto questa vostra interpretazione dei fatti poetici italiani e vi ho chiesto se «ungarettianamente» desideriate la felicità, come telos…»

    Mi scusi, ma trovo le due cose del tutto slegate; non vedo un nesso logico fra la scrittura di un articolo sui fatti poetici italiani e la felicità.

    Ecco, ora penso di averle risposto su tutto, non ho altro da dire riguardo alle sue domande.

  105. Crocco, la felicità c’entra sempre… Vi saluto…

  106. La risposta di Claudia Crocco mi sembra sia una rispota “felice”, perfettamente in linea con una buona educazione istituzionale.

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