cropped-Eugenio-Montale.jpgdi Federico Condello

Da qualche mese si è tornati a discutere del cosiddetto Diario postumo[1], raccolta poetica incautamente attribuita a Eugenio Montale, dedicata alla poetessa lombarda Annalisa Cima ed edita in forma definitiva da Mondadori nel 1996, per le cure critiche di Rosanna Bettarini, dopo undici anni di pubblicazioni rateali a cura della Fondazione Schlesinger di Lugano. Si ricorderà il rumoroso caso: fra il 1986 e il 1996, la Cima centellinò un presunto lascito postumo di Montale, e sulla base di altrettanto presunte consegne orali e scritte del poeta offrì al mondo sei poesie inedite all’anno, quasi tutte ispirati elogi della Cima medesima o del suo selezionato entourage. Ad alcuni parve una perfida beffa del poeta, ad altri un trascurabile byproduct della sua vecchiaia, a molti un pegno toccante d’amicizia, se non addirittura d’amore. Nella primavera del 1997, ai sensazionali 84 inediti poetici si aggiunsero documenti giuridicamente ben più onerosi, provenienti ancora dal forziere svizzero della Cima: 24 fra legati, prelegati e testamenti, due dei quali designavano la poetessa erede unica di Montale e indiscutibile plenipotenziaria delle sue opere. Nel luglio del 1997, dalle colonne del «Corriere della Sera», Dante Isella lanciò il suo fermo verdetto, giudicando la silloge postuma un mediocre falso[2]. Egli fu il primo e il più coraggioso, ma non fu il solo, come oggi interessatamente si sostiene: dalla sua parte furono subito studiosi come Armando Petrucci, Romano Broggini, Pier Vincenzo Mengaldo[3]. Contro, ovviamente, l’editrice critica del Diario, Rosanna Bettarini – che nella polemica fu la più fegatosa – oltre a Maria Corti, Angelo Marchese, Giuseppe Savoca, e numerosi altri. La querelle – dopo centinaia e centinaia di pezzi giornalistici, fra l’estate del ’97 e l’inverno del ’98 – finì nel silenzio. Annalisa Cima, di quando in quando, è tornata a far sentire la sua voce in lode del Diario postumo, che nel frattempo ha occupato il suo posto, pur collaterale, entro il canone montaliano[4]. Studiosi come Alberto Casadei, Maria Antonietta Grignani, Giovanna Ioli, Paola Italia e Niccolò Scaffai non hanno mai smesso di ribadire, in questi anni, il carattere molto dubbio dell’attribuzione a Montale[5]. Per lo più, però, si è preferito lasciar correre. La recente voce Eugenio Montale del DBI, firmata da Franco Contorbia, è un buon esempio dell’evasività con cui la questione è troppo spesso trattata[6]. L’edizione mondadoriana commentata delle poesie montaliane reca al proposito, in ciascuno dei suoi volumi, una significativa frase-standard: «l’autenticità di questa raccolta è stata contestata da alcuni studiosi». Sic.

Alla questione, non trascurabile, mi è capitato di dedicare un volume, seguito da un fitto e illuminante Convegno tenutosi a Bologna, presso la Biblioteca dell’Archiginnasio, lo scorso 11 novembre (data natale di Dante Isella)[7]. Quali le novità emerse? Ne elenco qui, per brevità, solo alcune:

1) l’insostenibilità di quanto ci è stato fin qui raccontato dalla Cima circa la trasmissione del Diario postumo, che Montale avrebbe consegnato alla sua Musa suddiviso in 11 buste da aprirsi, una all’anno, a partire dal quinto anno dopo la sua morte[8];

2) il carattere autocontraddittorio di tutti i resoconti forniti dalla Cima in merito alla genesi della raccolta e dei suoi corredi essenziali, ivi compresi i 24 testamenti pubblicati nel 1997;

3) l’inconciliabilità del Diario postumo con le abitudini espressive di Montale, anche in merito al suo presunto “autocitazionismo”: come ben vide Isella, e come un’analisi a tappeto dimostra, il Diario postumo è in gran parte un meccanico collage del Montale più celebre; con analogo taglia-e-cuci, del resto, Montale avrebbe confezionato, chissà perché, molti altri testi per Annalisa Cima: specie testi in prosa, emersi poco per volta fra il 1997 e anni recentissimi;

4) il carattere del tutto anomalo delle grafie in cui appaiono vergati tanto il Diario postumo quanto i testamenti, stando alle riproduzioni che la stessa Cima ha reso disponibili[9].

A Bologna molto altro è emerso, con salutare franchezza: la Grignani ha ribadito che più mani hanno vergato i manoscritti del Diario postumo, nel quale tutt’al più si potrà cercare qualche brano orale del poeta impropriamente convertito in testo autografo. Luca Zuliani ha mostrato, con dati computazionali invero impressionanti, che la metrica del Diario postumo contraddice non solo gli usi del Montale più “classico”, ma anche e soprattutto quelli del Montale presunto coevo, fra Satura e il Quaderno di quattro anni. Alberto Casadei e Francesca Koban hanno evidenziato che scelte lessicali e stilistiche della silloge non hanno, in Montale, paralleli plausibili. Pasquale Stoppelli ha ottimamente descritto le tecniche di collage adibite per la composizione delle liriche postume. E così via. Per non dire di Antonio Riccardi, della casa editrice Mondadori, che ha ammesso la scarsa presenza di materiale montaliano nel caotico magma della raccolta, pur auspicando (e gli diamo ragione) che la ricerca prosegua. Risultato? «Una pietra tombale», ha commentato il «Corriere della Sera». Di lì a pochi giorni, il Sistema Bibliotecario Nazionale ha deciso di espungere il Diario postumo dalle opere del poeta genovese[10].

Questo lo stato dei fatti. Di fronte a tutto ciò, Annalisa Cima – orgogliosa dedicataria della raccolta e gelosa proprietaria dei relativi autografi – ha reagito con nervosismo e ha replicato con durezza. E il nervosismo, va da sé, umanamente si comprende. Eppure, al di là del dato umano, le repliche meritano un’analisi attenta. Esse offrono indizi illuminanti: forse più illuminanti di quanto l’autrice desiderasse.

Andiamo con ordine. La più robusta reazione della Cima si è registrata su «La Stampa» del 19 novembre 2014 (http://www.lastampa.it/2014/11/19/cultura/il-mio-montale-nella-bottiglia-BcgxTlWxd5oyHADmc5wCPP/pagina.html). L’articolo è corredato da vivaci ingiurie all’indirizzo di vivi e di morti, nonché da numerose dichiarazioni non documentate né documentabili. Vale la pena censirle, onde scoraggiarne la diffusione:

1. I primi sei autografi del Diario postumo si troverebbero presso la casa editrice Mondadori. Purtroppo alla casa editrice ciò non risulta[11]. Che gli autografi siano andati smarriti?

2. Dante Isella, fra il 1986 e il 1988, avrebbe avallato la pubblicazione del Diario postumo e ne avrebbe addirittura vidimato le bozze; poi avrebbe cambiato idea e denunciato la falsità della silloge per puro livore nei confronti della Cima e della Bettarini. La disinvolta affermazione non è nuova. Essa fu messa in circolazione dalla Cima già nel 1997 (cf. «La Stampa», 21 luglio 1997, p. 16), ma questo non la rende più credibile. Circa le reiterate calunnie ai danni del grande filologo, la figlia Silvia Isella ha da poco risposto come il caso merita (http://www.lastampa.it/2014/12/04/cultura/diari-postumi-di-montale-la-battaglia-pi-feroce-si-sposta-su-wikipedia-521qNPZlXKWGyaA5AGRRWP/pagina.html)[12].

3. Armando Petrucci, che giudicò implausibili le grafie sia del Diario postumo, sia dei 24 testamenti, avrebbe telefonato alla Cima e alla Bettarini, «dicendo di non aver emesso alcun giudizio, di non essersi mai occupato di autori contemporanei, di essersi offeso perché nominato a sproposito da Isella». Isella, dunque, avrebbe allestito una falsa expertise di Petrucci e l’avrebbe spavaldamente edita sul «Corriere della Sera» (27 luglio 1997, p. 23), per poi includerla nel suo Dovuto a Montale. Petrucci ne avrebbe rinnegato la paternità, ma solo per telefono. Storia interessante. Forse Annalisa Cima ignora che il Professor Petrucci è vivo.

4. Maria Antonietta Grignani avrebbe smentito Isella, e smentito se stessa. L’intervento cui la Cima allude si legge in appendice agli Atti del Seminario sul «Diario postumo» di Eugenio Montale (Lugano 24-26 ottobre 1997), Milano, Scheiwiller, 1998, pp. 165s. Esso eterna – ma senza che l’autrice abbia mai potuto vederne le bozze, come lei stessa ha raccontato a Bologna – un coraggioso intervento dal pubblico che sciupò, con disturbante stonatura, l’unanimismo del Seminario luganese. Basta leggere l’intervento per intero: e si appurerà come la Grignani abbia denunciato per inverosimile lo sgangherato “autocitazionismo” del Montale postumo.

Infine, quanto a Gianfranco Contini, fa piacere apprendere ora, per la prima volta, che egli avrebbe personalmente designato la Bettarini editrice della raccolta postuma. La Cima probabilmente dimentica di aver più volte rivendicato la scelta della Bettarini come decisione autonoma (per es. «Il Secolo XIX», 26 luglio 1997, p. 11). Ma al modo in cui il nome di Contini è stato impiegato nel corso della querelle ho dedicato altrove un piccolo excursus[13]. Aggiungiamo questo ennesimo episodio agli altri: la quantità, purtroppo, non fa verità.

Tuttavia, accanto a queste dichiarazioni di contorno – che sarebbero futili, se non offendessero la memoria di chi non è più fra noi – alcune spiccano per il loro carattere sostanziale. Ed è qui che assistiamo a una vera e propria riscrittura dei fatti da parte di Annalisa Cima: dei fatti, beninteso, come lei stessa li ha raccontati per quasi vent’anni. Il passo su cui va richiamata l’attenzione è il seguente:

 dodici, tredici [scil. poesie del Diario postumo] mi furono donate direttamente da Montale, quando andavo a fargli visita in via Bigli. Scritte in bagno (dov’era solito, anche, dipingere) su foglietti versicolori fornitigli da Vanni Scheiwiller e da me depositate in una cassetta di sicurezza. Quindi suggerii a Montale, per le successive, di provvedere lui stesso a porle sotto sigillo. Era il ’79 (le liriche vennero composte fra il ’69 e quell’anno), allorché, di fronte a un notaio italiano e a un notaio svizzero le distribuì in undici buste, che esistono, eccome.

Tralasciamo i dettagli relativi al luogo (il «bagno») in cui le poesie sarebbero state composte: si tratta, in fin dei conti, di un luogo letterariamente rispettabile, almeno da quando Eschilo vi ambientò l’assassinio di Agamennone. Notiamo piuttosto i discreti ma notevoli ritocchi apportati alla versione ufficiale fin qui fornita. Ovvero:

1. Montale avrebbe donato di persona alla Cima soltanto «dodici, tredici poesie», e la Musa le avrebbe prontamente «depositate in una cassetta di sicurezza»; le altre (ben 72 o 73!), su suggerimento della Cima, sarebbero state messe «sotto sigillo» da Montale, senza preventivi passaggi ‒ se ne desume ‒ per le mani dell’ispiratrice.

2. Nel 1979, «di fronte a un notaio italiano e a un notaio svizzero», Montale distribuì le poesie nelle famose, famigerate «undici buste». Il numero delle buste non sorprende, ma sorprende il numero dei notai: sono due. Se ne prenda nota. E si prenda nota che la Cima non c’entra nulla: il poeta, per i fatti suoi, se la sbriga con i suoi legali.

Quanto al primo punto, lasciamo pur correre la sorprendente approssimazione (dodici o tredici? Si può davvero stimare così a spanna?). Ricordiamo, piuttosto, che finora la Cima ha sempre e monotonamente dichiarato di aver ricevuto tutte o gran parte delle poesie da Montale in persona. Così per es. a «La Stampa – TuttoLibri» del 13 settembre 1986, p. 1, a proposito della prima poesia donatale da Montale: «fu la prima di una lunga serie. Tutte con dedica ad Annalisa Cima, e firma del poeta; ciascuna legata a quelle conversazioni. “Parlavamo di un tema e dopo sette o otto giorni arrivava una poesia”». Le conversazioni, dunque, furono solo «dodici, tredici»? E «dodici, tredici» formano «una lunga serie»? E ancora, poco dopo, a «Il Corriere del Ticino» dell’11 ottobre 1986, p. 33: «Annalisa Cima ricorda che le poesie nascevano da discussioni, conversazioni su temi diversi, dalla musica alla serata passata alla Scala, dalla critica di un libro appena uscito, all’incontro occasionale con amici. Gliele consegnava mano a mano che le scriveva, salvo poi richiederle per correzioni, per aggiungere una variante. Di alcuni di questi componimenti esistono due o tre differenti versioni». Dunque, un forsennato traffico di autografi: «mi donò le poesie “postume” dal ’69 al ’79, con fare furtivo, spesso infilandole in un libro. Versi che andavano e venivano», come si esprime la Cima nel 1997 («La Stampa – TuttoLibri», 7 agosto 1997, p. 2). Su «Millelibri» del luglio-agosto 1991, pp. 116-118, a una precisa domanda dell’intervistatrice («quando ti diede la prima poesia?»), la Cima risponde purtroppo a questo modo:

Subito nel ’69. Poi continuò a darmele alla spicciolata, una per volta, o anche tre o quattro, qualche volta scritte a macchina, ma di solito a mano, per non farsi vedere dalla Gina, che era la sua governante.

Fra doni isolati («una per volta») e razioni più generose («anche tre o quattro» per volta), è difficile rassegnarsi a una cifra finale limitata a «dodici, tredici» poesiole. Inutile tediare il lettore con ulteriori citazioni: dal 1986 ad anni recentissimi, la Cima ha ripetutamente corroborato l’idea di donativi poetici costanti e seriali[14]. Del resto, come dimenticare la celeberrima dichiarazione resa da Maria Corti, alla quale tanti si aggrapparono e tuttora si aggrappano? Su «la Repubblica» del 4 settembre 1997, p. 33, la Corti si disse testimone oculare di una consegna pressoché en bloc delle poesie composte fino al 1973: nell’autunno di quell’anno – a dire della studiosa – «Montale consegnò alla Cima un notevole gruppo di fogli manoscritti, ciascuno della misura media di una normale busta da lettera; alcuni erano fogli bianchi, altri gialli paglierino, altri azzurri, oltre a cartoline su cui erano scritti dei versi e fodere di buste da lettera spiegazzate, anch’esse con versi a matita e a penna». Sono qui elencati cinque diversi tipi di supporto; ciascuno è rappresentato da più esemplari («alcuni […], altri […], altri, etc.»). Si tratta del resto di un «gruppo di fogli manoscritti» definito «notevole». Delle due l’una: o la Corti vide Montale consegnare poesie diverse da quelle confluite nel Diario postumo; o la somma delle poesie donate di persona alla Cima – e questa sarebbe solo una delle tante consegne! – sarà difficilmente uguale a «dodici, tredici»[15].

 E allora: perché questa improvvisa e drastica riduzione del corpus direttamente noto alla Cima, cioè concretamente consegnatole da Montale? La domanda è legittima, e anzi obbligata. Ed è qui che entrano in gioco i notai. I notai, come si è visto, sarebbero due: «un notaio italiano» e «un notaio svizzero». Peccato che finora la Cima abbia avvalorato una diversa ricostruzione: Montale, nel 1979, sigillò il proprio corpus postumo – debitamente spartito in undici buste – entro un’unica, corposa super-busta finale, di fronte a un solo notaio; il notaio era italiano e si chiamava Raffaele Meneghini. Egli sarebbe stato presentato a Montale dall’avvocato Blasco Morvillo, a sua volta consigliatoli da Raffaele Mattioli. La super-busta (recante peraltro ben tre firme: di Montale, della Cima e del notaio, finora unico) fu addirittura esposta a Lugano, nell’ottobre del 1997, durante la ben sorvegliata esibizione degli autografi che avrebbe dovuto tacitare definitamente gli scettici. Non solo: ad una con la super-busta, a Lugano fu esibita una lettera dell’avvocato Morvillo, datata 12 ottobre 1980, secondo la quale tutti i documenti destinati a postumo exploit – poesie, testamenti e molto altro – sarebbero stati spediti da poco al «notaio di Lugano»[16]. Dunque, apprendiamo ora per la prima volta un dato ragguardevole: il «notaio di Lugano» (presumibilmente John Rossi, colui che “autenticò” le trascrizioni del Diario postumo e dei testamenti attributi a Montale[17]) non fu il mero destinatario di un’operazione integralmente condotta in territorio italiano; egli fu addirittura testimone dell’originaria ed epocale suddivisione in buste.

Le due novità – in apparenza minime, in realtà deflagranti – non vanno l’una senza l’altra: la Cima sembra studiatamente deprimere la modalità di trasmissione testuale che fin qui ci è stata descritta come prevalente (la consegna diretta dei testi da parte di Montale); la Cima enfatizza in compenso il rapporto fra Montale e i suoi personali notai, che con l’occasione sono raddoppiati.

Il rapporto fra questi due sapienti e convergenti ritocchi alla vulgata è confermato da una seconda fonte, meno vistosa ma non meno preziosa: ossia la voce «Diario postumo» di Wikipedia Italia (http://it.wikipedia.org/wiki/Diario_postumo), di cui va soppesata la stratigrafia.

In effetti, da diverse settimane, sulla voce della benemerita enciclopedia libera è in corso quella che la comunità wikipediana chiama edit war (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Guerra_di_modifiche). Con tenacia ammirevole e non meno ammirevole puntualità, l’utente Alice Blomberg interviene – anche più volte al giorno – contro ogni minimale accenno alla paternità controversa del Diario postumo: Alice cancella le addizioni di chi osa dar conto della nuova discussione in corso; Alice censura dubbi e distribuisce improperi; di fatto, Alice espianta ogni documentata versione dei fatti e vi sostituisce ispirate arringhe di gusto assai dubbio. Il fenomeno ha suscitato l’indignata reazione di numerosi utenti, con severe minacce di blocco della pagina (http://it.wikipedia.org/wiki/Discussioni_utente:Aliceblomberg); il fenomeno ha suscitato inoltre l’attenzione della stampa nazionale, che di recente ha dedicato un pezzo, firmato da Mario Baudino, ai pasticciati palinsesti di Alice (http://www.lastampa.it/2014/12/04/cultura/diari-postumi-di-montale-la-battaglia-pi-feroce-si-sposta-su-wikipedia-521qNPZlXKWGyaA5AGRRWP/pagina.html).

Naturalmente, non si può sapere chi Alice Blomberg sia. Si può solo osservare che il nome Alice rievoca la nonna materna della Cima, Alice Schlesinger[18], eponima della Fondazione luganese che curò l’intero affaire del Diario postumo. Quanto al fiorito cognome, difficile non accorgersi che in tedesco Berg significa «cima». Sarà senz’altro un caso. Certo non è un caso che Alice propaghi via Wikipedia una versione dei fatti che non è solo tendenziosa: essa è anche del tutto aderente alle novità che la Cima ha affidato a «La Stampa» del 19 novembre. Il lettore curioso può scorrere, in particolare, la versione della voce registrata nella Cronologia Wikipedia alla data del 28 novembre 2014 (http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Diario_postumo&oldid=69379912). Il testo integrale è il seguente; esso è così colorito che vale la pena riportarlo per intero[19]:

Diario postumo è una raccolta di 84 poesie attribuite a Eugenio Montale, che poco prima di morire le ha suddivise in undici buste e affidate ad un notaio italiano coadiuvato da un notaio svizzero, ispiratrice delle liriche, dedicataria e proprietaria degli autografi ed erede testamentaria del lascito è la poetessa Annalisa Cima. Già nota per le importanti traduzioni fatte alle sue poesie da Allen Ginsberg, Marianne Moore, Jorge Guillén, ed altri insigni poeti. La Cima seppe dai notai che doveva pubblicare sei poesie all’anno a partire da 4 o 5 anni dopo la morte del poeta avvenuta il 12 settembre del 1981. Nel 1986 la Fondazione Schlesinger con sede a Milano, Lugano e New York, fece stampare a mano, dalla Valdonega di Verona 100 copie del primo volume. La prima parte di Diario Postumo, di 30 poesie, fu pubblicata nel 1991 dalla Mondadori, l’intera raccolta di 84 poesie uscì nel 1996 sempre da Mondadori. Come precisò Marco Forti, direttore della sezione di poesia Lo Specchio, le poesie manoscritte di Diario Postumo furono visionate con esami calligrafici, sia da esperti grafologi che dai legali della Mondadori e ciò avvenne dal 1986 sino al 1988, anno in cui si stilò il contratto Cima-Mondadori, controfirmato dalla nipote Montale, Bianca.

I primi dubbi sono stati sollevati nel 1986 dal poeta Giovanni Raboni che per vendetta nei confronti di Montale che in pubblico lo chiamava Ruboni, disse una colossale sciocchezza che erano registrazioni trascritte da Segre e da Cima, fu smentito con la pubblicazione i Diario Postumo dalla Mondadori, casa editrice della quale era consulente. Nel 1997, per ragioni ancor meno nobili, la raccolta è stata giudicata apocrifa dall’italianista Dante Isella, in contrapposizione alle verità oppugnate dalla italianista Maria Corti, dalla filologa Rosanna Bettarini dal più grande filologo italiano Gianfranco Contini da Angelo Marchese curatore nella scolastica Mondadori di tutta l’opera di Eugenio Montale e dal traduttore di tutte le poesie di Montale, Patrice Jerval Angelini. Nel 1997 Dante Isella ammise la sua sconfitta. Nel 2014 il caso, del tutto chiuso, è stato ricopiato da un “branco di sconosciuti” che desiderano farsi un nome. E che s’appellano ad analisi filologiche, grafologiche e stilistiche già ampiamente fatte nel passato, con la differenza sostaniale che allora gli esami avvenivano su manoscritti, ora su fotocopie non bene identificate[20]. Le 12 buste esistono eccome, anzi sono già state messe in mostra sia a Lugano che New York[21].

I dettagli più eclatanti dell’estemporaneo sfogo non devono distrarre troppo, anche se appaiono francamente sintomatici: Raboni «disse una colossale sciocchezza»? E lo fece perché Montale «in pubblico lo chiamava Ruboni»[22]? E Isella attaccò il Diario postumo per ragioni ignobili? E addirittura, «nel 1997 Dante Isella ammise la sua sconfitta»? E dove, esattamente? Pare di sognare. Ma l’affermazione davvero rilevante è un’altra. Ovvero: «la Cima seppe dai notai che doveva pubblicare sei poesie all’anno a partire da 4 o 5 anni dopo la morte del poeta avvenuta il 12 settembre del 1981». Stiamo ben attenti: la Cima «seppe» tutto questo soltanto «dai notai»[23]. Forse Alice (di cui ignoriamo l’identità) qui cade in un equivoco. Certo non può non colpire un fatto: questa anonima o pseudonima versione dell’accaduto conferma e anzi rincara ciò che la Cima ha dichiarato a «La Stampa». Il rapporto diretto fra Montale e la sua Musa è ridotto al minimo. Fanno tutto i notai: compreso notificare alla Cima il calendario esatto della pubblicazione postuma.

La Cima, ne siamo certi, non può essere d’accordo con Alice, visto che ha sempre sostenuto una tesi ben diversa. Ovvero che Montale le avrebbe precocemente e insistentemente affidato a voce (anche al di là dei presunti testamenti, che sul dettaglio tornano a iosa) precise consegne relative ai tempi e ai modi della pubblicazione. Fra le tante dichiarazioni di identico tenore, eccone una che ha il vantaggio di essere firmata dalla Cima, senza intermediazione di giornalisti o intervistatori (A. Cima, Ecco il Montale inedito, «Corriere della Sera», 10 ottobre 1986, p. 3):

una mattina del 1972 mi disse: «bisogna difendersi con la segretezza dagli squali che ci circondano. Ti prego, Annalisa, piega il tuo orgoglio, accetta infine queste poesie che ti affido e affiderò». Mi donava poesie scritte su foglietti, libri, cartoline, e in buste chiuse. E registravamo argomenti dei più vari, di cui preparavamo i contenuti insieme. «Non dire niente a nessuno. È una promessa». E aggiunse: «Quattro o cinque anni dopo la mia morte, potrai agire in piena libertà, ti lascerò in grado di poterlo fare». «Pubblicherai sei poesie alla volta: una plaquette all’anno, così potrò per lungo tempo sopravvivere nel tuo ricordo».

Dunque l’Annalisa Cima del 1986 (e dei tanti anni a seguire) discorda dall’Alice Blomberg del tardo 2014, e su un dettaglio nient’affatto secondario. Ma l’Alice Blomberg del tardo 2014 concorda in pieno con l’Annalisa Cima del tardo 2014: l’una nella mobile sede di Wikipedia, l’altra su «La Stampa», ci raccontano un’identica, rinnovata verità. Ovvero, in sintesi: Montale donò alla sua ultima Musa non più di «dodici, tredici poesie». La Musa ebbe il resto dai notai. E solo dai notai seppe che fare di un così prezioso dono. Che è come dire: la Musa non c’entra nulla, o molto poco. E qualcosa sapranno semmai i notai.

Prendiamo atto della nuova vulgata che per questa duplice via si tenta di suffragare: forse altre dichiarazioni a venire andranno nella stessa direzione. Conviene essere preparati.

Ma c’è un ultimo aspetto della questione su cui essere preparati conviene: altri inediti di Montale stanno per vedere la luce. La previsione non sembri eccessiva: è già successo, e più di una volta. Benché la cosa sia passata quasi inosservata, nel 2006 una lunga prosa attribuita a Montale è stata donata da Annalisa Cima a un editore di non poca rilevanza, ossia Il Melangolo di Genova; purtroppo, tale prosa si è rivelata un grottesco patchwork di scritti giornalistici montaliani, e difficilmente si può prenderla sul serio[24]. Nel 2009, la stessa Cima ha dato alle stampe un presunto inedito di Palazzeschi che, guarda caso, esibisce a larghi tratti una grafia identica a quella del Montale postumo[25].

Evidentemente, la vena cui la Cima attinge è tutt’altro che esaurita: e infatti, su «La Stampa» del 19 novembre, la Musa non si è accontentata di rivoluzionare, pur tacitamente, la storia finora ufficiale della raccolta postuma. La Musa è andata ben oltre: ha prodotto (si scusi il bisticcio) un nuovo autografo di Montale, purtroppo non disponibile nella versione online dell’articolo. Di che si tratta? Nientemeno che delle istruzioni relative all’ultima, generosa razione di poesie postume, emersa nel corso del 1995 in vista dell’edizione mondadoriana del 1996. Si ricorderà questa sensazionale sorpresa del centenario: nell’ultima busta del lascito, l’undicesima, più grande delle altre, sarebbero state contenute non 6 ma 24 poesie; di queste 24, 6 a loro volta chiuse in un’apposita busta simile alle precedenti e contrassegnata «XI», e 18 sciolte[26].

Bene. La Cima, ora e soltanto ora, ci mostra – con allegata fotografia – alcune precise istruzioni manoscritte di Montale. Esse si troverebbero (recita la didascalia de «La Stampa») «su una delle buste in cui Montale distribuì le sue poesie postume»; e così recitano:

Cara Annalisa, queste poesie sono da pubblicare unitamente alle ultime sei, contenute nella busta contrassegnata con il n.° 11.
Eugenio Montale
1979

Facile la deduzione: se queste istruzioni sono scritte su una busta, e fanno riferimento alla busta XI, allora esse sono scritte su quello che la Bettarini (cf. n. 17) definisce un «plico più grande», nel quale la stessa busta XI sarebbe stata contenuta[27]. E infatti, nella riproduzione fotografica offerta da «La Stampa», si legge chiaramente il numero «12», in alto, sopra le supposte righe montaliane.

Cosa non torna, ancora una volta, in questa intempestiva esibizione d’autografi? Innanzitutto, sorprende che mai la Bettarini o la Cima – nelle plurime descrizioni del lascito e delle sue formidabili buste – abbiano registrato il non trascurabile dettaglio: l’ultimo plico non era solo «più grande»; esso portava addirittura istruzioni esplicite, scritte, datate e firmate da Montale. Ben strano non averne mai dato notizia. Non solo: se crediamo alla Bettarini, il plico «più grande» era anche «non numerato»; eppure qui si legge «12»: è forse addizione di altra mano? Infine, la contraddizione più rovinosa. Dal 1986 al 1995, si è sempre e semplicemente parlato di undici buste, senza distinguo alcuno. Nel 1995, all’improvviso, si è annunciato con gran chiasso che l’ultima busta, più grande delle altre, conteneva una razione poetica supplementare e assai cospicua: la Cima ha parlato in più sedi di una sorpresa, di un regalo inatteso e toccante, etc., e già ci si dovrebbe chiedere come sia stato possibile non notare, per dieci anni buoni, che l’ultima busta era più grande e nutrita delle altre. Ora, però, un nuovo, sensazionale dettaglio: quella busta faceva esplicito riferimento alle poesie in più; poesie in più, si badi bene, rispetto alle «ultime sei» non ancora emerse, perché serbate in una busta inclusa nella stessa busta 12. E allora dove fu mai la sorpresa del 1995? La corpacciuta ultima busta denunciava a chiare lettere il proprio contenuto. Ma quelle righe scritte da Montale, mai registrate da alcuno prima di oggi, non sono evidentemente mai state capite; forse perché non sono mai state lette, fino al recentissimo scoop de «La Stampa».

Anche per questa via, dunque, la storia cambia, onde reagire a chi delle buste ha messo in dubbio l’esistenza. E non senza inquietudine apprendiamo che un amico di Annalisa Cima, il poeta e critico luganese Gilberto Isella, ha visto e toccato con mano, in questi giorni, proprio la neonata busta 12 riprodotta su «La Stampa». Ce lo racconta lui stesso ne «Il Giornale del Popolo» del 6 dicembre 2014, p. 12, dove – accanto a un’affettuosa paternale sul potere corruttivo della filologia, specie se la si pratica «per inconfessate ambizioni personali» – si legge quanto segue:

Ora, se la mia testimonianza può avere qualche valore, quelle buste custodite in una banca di Lugano e di proprietà della Fondazione Schlesinger (sorta nel ’78 per volontà di Montale, Segre e Cima[28]), e con tanto di bolli notarili, le ho viste con i miei occhi e toccate con le mie mani, mettendomi per l’occasione nei panni dell’apostolo Tommaso. Su una di esse ho letto le istruzioni autografe del poeta per la Cima. La quale, sapendomi del mestiere, mi ha consentito poi di gettare uno sguardo su altri manoscritti montaliani (abbozzi di poesie e altro) che nel prossimo futuro, dopo le necessarie cure, verranno messi a disposizione degli interessati.

Non solo la busta 12 con le sue istruzioni, dunque, ma anche «altri manoscritti», contenenti «abbozzi di poesie e altro». La descrizione del cronachista-apostolo è vaga, e il suo sguardo deve essere stato frettoloso. Peccato.

Dunque, non resta che attendere con pazienza. E con la speranza che i nuovi documenti non scatenino ulteriori, deflagranti contraddizioni. Sarebbe autolesionistico.

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Note

[1] Le prime anticipazioni delle nuove ricerche sul Diario si devono a P. Di Stefano, Il «Diario postumo» di Montale: troppe profezie per essere autentico, «Corriere della Sera», 9 luglio 2014, pp. 30s., http://archiviostorico.corriere.it/2014/luglio/09/Diario_postumo_Montale_troppe_profezie_co_0_20140709_c532c524-072c-11e4-bfc0-919d0569bfdf.shtml.

[2] I suoi straordinari interventi giornalistici sono raccolti in D. Isella, Dovuto a Montale, Milano, Archinto, 1997.

[3] Di quest’ultimo si veda l’intervento su il «Corriere della Sera», 12 marzo 1998, p. 33, http://archiviostorico.corriere.it/1998/marzo/12/com_goffo_Montale_postumo_co_0_98031210278.shtml.

[4] Per es. nel volume Le occasioni del «Diario postumo». Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale, Milano, Edizioni Ares, 2012, che ha subito suscitato la lucida analisi di A. Casadei, Sul “Diario postumo” di Eugenio Montale, «Italianistica» XLII/1, 2013, pp. 288-290; essa è disponibile anche online: http://www.laboratoriodiletteratura.it/?p=256.

[5] Cito almeno, per il suo carattere dirompente, l’analisi degli autografi che Paola Italia ha pubblicato in P. Italia-P. Canettieri, Un caso di attribuzionismo novecentesco: il “Diario postumo” di Montale, «Cognitive Philology», VI, 2013, s.p. = http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/11586. .

[6] Cf. http://www.treccani.it/enciclopedia/eugenio-montale_(Dizionario-Biografico).

[7] Cf. I filologi e gli angeli. È di Eugenio Montale il “Diario postumo”, Bologna, Bononia University Press, 2014. Per gli esiti del Convegno bolognese, si veda la bella sintesi di P. Di Stefano, Cancellate il “Diario” di Montale. Non è opera sua, «Corriere della Sera», 12 novembre 2014, p. 34, http://archiviostorico.corriere.it/2014/novembre/12/Cancellate_Diario_Montale_Non_opera_co_0_20141112_11f222b4-6a39-11e4-b086-1973982f395d.shtml, e più in dettaglio http://www.magazine.unibo.it/archivio/2014/11/24/le-novita-sul-presunto-diario-postumo-di-eugenio-montale.

[8] Per tacer d’altro, se crediamo all’esistenza delle 11 buste, dobbiamo credere altresì che Montale abbia indovinato un’impressionante sequenza di eventi successivi alla sua morte e che abbia anzitempo inserito la poesia giusta nella busta giusta, onde alludere a tali eventi nei tempi e nei modi più idonei. Ci creda chi può. Cf. I filologi e gli angeli, cit., pp. 112-209.

[9] In G. Savoca, Concordanza del «Diario postumo» di Eugenio Montale. Facsimile dei manoscritti, testo, concordanza, Firenze, Olschki, 1997 e in E. Montale, Lettere-legato (1972-1980), «Annuario della Fondazione Schlesinger», VIII, 1996.

[10] Cf. F. Giubilei, «Il Diario postumo di Montale? Vi spiego perché è falso», «La Stampa», 23 novembre 2014, p. 27, http://www.lastampa.it/2014/11/23/cultura/il-diario-postumo-di-montale-vi-spiego-perch-falso-kK3lYocXrOAAfveA5TwE4H/pagina.html.

[11] Ringrazio Antonio Riccardi, Direttore Editoriale della Mondadori, per avermene dato conferma.

[12] Purtroppo ciò non ha impedito a Gilberto Isella (l’omonimia è conturbante ma casuale) di ribadire la tesi della ritrattazione su «Il Giornale del Popolo» del 6 dicembre 2014, p. 12. È la prova di quanto sia radicata l’abitudine a non verificare quel che si sente dire (l’articolista preferisce stigmatizzare la «sindrome filologica del sospetto»).

[13] Cf. I filologi e gli angeli, cit., pp. 268-280.

[14] Le dichiarazioni pertinenti sono raccolte in I filologi e gli angeli, cit., pp. 119-121

[15] Che poi la testimonianza della Corti sia in sé esposta a contraddizioni formidabili è un altro discorso: cf. I filologi e gli angeli, cit., pp. 154-164.

[16] Per tutti i dati in merito, salvati da plurime testimonianze d’epoca, cf. I filologi e gli angeli, cit., pp. 31-34, 44-47, 231-237 e passim.

[17] Autenticò le trascrizioni, lo ribadiamo: il che non significa certo – come la Cima e la Bettarini hanno spesso e volentieri sostenuto – che il notaio abbia sancito in qualche modo l’autenticità dei manoscritti. Ciò non compete a un notaio. È peraltro molto strano che l’avvocato Rossi, ritiratosi dalla professione ma tuttora attivo, non abbia mai chiarito il suo preciso ruolo nella vicenda: un ruolo che ora la Cima – pur senza far nomi – sembra voler ingigantire. Ma su questo si tornerà presto in altra sede.

[18] Cf. http://annalisacima.com/n_biografia.htm.

[19] Lo si riporta qui con tutti gli errori dell’originale.

[20] Si tratta ovviamente delle riproduzioni facsimilari patrocinate dalla stessa Cima ed edite in G. Savoca, Concordanza del «Diario postumo» di Eugenio Montale. Facsimile dei manoscritti, testo, concordanza, Firenze, Olschki, 1997.

[21] A New York nessuna esibizione è mai avvenuta. Anzi, la Columbia University di New York continua a tenere in non cale, e a negare al pubblico, le riproduzioni fornite a suo tempo da Annalisa Cima: cf. I filologi e gli angeli, cit., p. 105.

[22] Questa è una versione iperbolica di quanto la Cima ha dichiarato in altra sede: cf. A. Cima, Giù le mani da Montale, «Europeo», 25 gennaio 1991, pp. 88s. («notoriamente Montale amava chiamarlo Ruboni»). Il «notoriamente» è diventato «in pubblico». I dubbi di Raboni cui la Cima reagisce sono stati espressi nell’articolo Il poeta innamorato fa il verso dimezzato, «Europeo», 1 novembre 1986, pp. 152s. Fu il primo, assai precoce germe della polemica poi esplosa nel 1997.

[23] E i notai, vedi caso, sono due: ovvero «un notaio italiano coadiuvato da un notaio svizzero». Alice dimentica peraltro i testamenti, la cui prima tranche (12 su 24) sarebbe stata resa nota alla Cima nel 1985. O i testamenti sono sottintesi nel generico «seppe dai notai»?

[24] Si tratta della presunta recensione a Terzo Modo, la prima silloge della poetessa: una recensione finora inedita, originariamente destinata al «Corriere della Sera», che Montale avrebbe scritto nel 1969. La si può leggere adesso in A. Cima, Terzo Modo, a c. di C. Angelino, postfazione di E. Montale, Genova, il melangolo, 2006. Sul taglia-e-incolla con cui la prosa è stata costruita, e sulle relative fonti, cf. I filologi e gli angeli, cit., pp. 309-326.

[25] Sia quello del Diario, sia quello dei testamenti. La sinossi delle grafie è stata mostrata a Bologna lo scorso 11 novembre, e sarà presto pubblicata. Qualche anticipazione in F. Giubilei, «Il Diario postumo di Montale? Vi spiego perché è falso», «La Stampa», 23 novembre 2014, p. 27, http://www.lastampa.it/2014/11/23/cultura/il-diario-postumo-di-montale-vi-spiego-perch-falso-kK3lYocXrOAAfveA5TwE4H/pagina.html; cf. anche https://www.academia.edu/9453204/_Il_Diario_postumo_di_Montale_Vi_spiego_perch%C3%A9_%C3%A8_falso_La_Stampa_23_novembre_2014.

[26] Nella descrizione fornita da Rosanna Bettarini: «Montale stesso, secondo quanto ci testimonia minutamente Annalisa Cima, ha diviso le poesie di undici anni in undici buste, chiuse nel 1979: dieci buste di sei numerate da I a X di sua mano, più un undicesimo plico più grande e non numerato, contenente ancora una busta di sei (il numero XI), più un pacchetto di diciotto componimenti sciolti per altre tre virtuali buste di sei, che avrebbero potuto valere come dilatata sequenza di chiusura, moltiplicando il sei di base» (E. Montale, Diario Postumo. 66 poesie e altre, a c. di A. Cima, pref. di A. Marchese, testo e apparato di R. Bettarini, Milano, Mondadori, 1996, p. 89).

[27] L’alternativa – attendiamo lumi dalla Cima – è che la busta 12 si trovasse inclusa nella super-busta 11, accanto alla più consueta busta (11bis) contenente le ultime sei poesie. Ma in questo caso le 18 poesie “a sorpresa” non sarebbero più sciolte. Qualsiasi via si percorra, un’esiziale contraddizione è in agguato.

[28] Notiamo per inciso che anche questa affermazione continua a risultare non documentata. In compenso, si può documentare agevolmente che la Fondazione Schlesinger è nata (rinata?) a Lugano nel 1985, quattro anni dopo la morte di Montale. Il relativo estratto «dal Foglio Ufficiale Svizzero di Commercio» non è nascosto in un caveau; esso si legge nel «Corriere del Ticino» del 20 agosto 1985, p. 20, ed è ora riprodotto in I filologi e gli angeli, cit., p. 42.

[Immagine: Eugenio Montale].

109 thoughts on “La dodicesima busta, ovvero: il Diario postumo di Montale è sotto accusa, e la sua storia allegramente cambia

  1. Ho quasi il sospetto che sia stato davvero Montale ad orchestrare tutto questo. Non nel senso che abbia organizzato la pubblicazione postuma del suo Diario, quanto che abbia usato quella per prenderci in giro tutti. Vedere come l’intera intellighenzia critica italiana si arrovelli, ad anni dalla sua morte, sui suoi ultimi incerti scritti (che fra l’altro nulla di nulla aggiungono alla sua opera), io credo che oggi lo farebbe scoppiare in una sonora risata compiaciuta. Diavolo di un Montale!

  2. Non scherziamo, per favore. In «una sonora risata compiaciuta» potrebbe prorompere solo chi non ha la minima contezza di ciò che è accaduto a partire dal 1986. Il punto della questione è che gli «ultimi incerti scritti» (se così vogliamo definire le poesie del ‘Diario postumo’) non solo non aggiungono nulla, ma tolgono moltissimo sia al Montale-poeta sia al Montale-uomo. Per questo motivo sono più che necessari studi come quello di Condello, di cui leggerò con grande interesse il saggio in pubblicazione. In teoria non ci sarebbe un impellente bisogno di dimostrare alcunché, perché a chiunque abbia una conoscenza anche solo scolastica delle poesie di Montale i testi del ‘Diario postumo’ non possono che risultare sin dalla prima pagina un falso clamoroso, ma di fatto un’analisi dettagliata è utile ad arginare la pertinace arroganza di persone senza scrupoli che vogliono lucrare sul nome di un grande poeta per fini meramente personali. Resta un mistero: come è stato possibile che diverse autorità in campo critico-letterario chiudessero gli occhi di fronte a una così grossolana e ottusa contraffazione? Mah.

  3. A distanza di anni, resta un po’ una guerra di Maschi contro Femmine (Cima, Bettarini, Corti), la maschia filologia contro la femminile “finzione”, che non per forza è falsa.

    E’ una vicenda più complessa di quel puo’ sembrare leggendo questo intervento, pure cosi’ puntuale. Una vicenda, in ogni caso, non risolvibile solo sul piano dei documenti e del principio, violato, di non contraddizione.
    Su un piano diverso bisognerebbe tornare a chiedersi che cos’è la verità e se la verità è riducibile all’universo, assai contaminabile, della logica.

    Vorrei solo aggiungere che non è giusto parlare di Rosanna Bettarini con cosi’ poco rispetto: il suo atteggiamento non fu “fegatoso”. Difese con coraggio (un coraggio che sproporzionatamente l’autore dell’articolo riconosce solo a Isella, che non era esattamente un pulcino indifeso) e buona fede il suo lavoro, difendendosi anche da insinuazioni sgradevoli.

  4. Con tutto il rispetto per la Bettarini, che rimane comunque una studiosa autorevole, la sua reazione dopo l’esplosione del caso del ‘Diario postumo’ fu più biliosa che coraggiosa. La filologa infatti, pur non arrivando mai a concepire gli insulti volgarissimi con cui la Cima tentava (e tenta ancora) di infangare i suoi «avversari» (in pubblico e in privato), preferì colpire la reputazione di Isella — definendolo «poco familiare alle Muse», attribuendogli un «orecchio marmoreo» e giudicando gratuitamente il suo commento a ‘Le occasioni’ «zeppo di leggerezze (linguistiche, metriche, storiche, geografiche e perfino culinarie)» — anziché affrontare in maniera approfondita le questioni filologico-testuali. Quanto poi alle insinuazioni sgradevoli, il buon vecchio Eusebio dall’oltremondo fa riferimento a questa frase di Lalla Romano: «Forse la filologa [Rosanna Bettarini] aveva accettato generose offerte dalla poetessa [Annalisa Cima]? Si può pensarlo». Ebbene, la Bettarini replicò con una querela. Non giudico assolutamente una siffatta reazione, che è legittima, ma se questo significa avere coraggio bisogna accettare l’idea che più della metà della popolazione italiana è composta da persone coraggiose. Va inoltre notato che le parole della Romano furono incaute, sì, ma anche fortemente emblematiche dell’incapacità di comprendere i motivi per cui una montalista esperta come la Bettarini abbia potuto avallare in buona fede l’operazione del ‘Diario postumo’. Dubbi di questo tipo sussistono a tutt’oggi (non a caso, nel mio precedente commento, parlavo di «mistero»), e anzi si amplificano ora che Antonio Riccardi ha reso nota l’esistenza di lettere in cui la stessa Bettarini si mostrava esitante circa la pubblicazione dell’opera.

  5. Alcuni commenti “postumi” a una discussione estintasi troppo presto, nella speranza che qualche utente abbia continuato a interessarsi al caso. Ho letto il libro di Condello, e sinceramente mi pare risponda con dovizia di particolari a molte delle obiezioni che ho visto sollevare qui e altrove dagli autenticisti: specie a quella, inquietantissima a mio avviso, della beffa postuma. A parte che, come ebbe a dire Mengaldo, per divulgare a suo nome quelle poesie Montale avrebbe dovuto sfoggiare un grado di autolesionismo e di stupidità che, tutto sommato, non siamo autorizzati ad attribuirgli. Questo Montale beffardo, però, come dimostra Condello, avrebbe dovuto avere anche doti di profeta per architettare lo scherzo. Perché le liriche estratte annualmente dalle buste, quando non si limitano all’elogio sperticato di Annalisa Cima, sono spesso incredibilmente in sintonia con l’attualità dell’epoca di pubblicazione. Una poesia dedicata a Spadolini, per dire, uscì proprio dall’involucro del 1992, guarda caso nel momento in cui l’ex direttore del Corriere era in corsa per divenire il nuovo inquilino del Quirinale. Per tacere del fatto che la pubblicazione del lascito terminò nel 1996, centesimo anniversario della nascita del poeta. Ricorrenze (queste e altre) perfettamente centrate da Montale con la semplice indicazione del termine d’inizio dell’operazione-Diario a “quattro-cinque anni” dalla sua scomparsa: sapeva quindi, dovremmo credere, che la morte lo avrebbe colto nel 1981. Qualcuno è disposto a farlo?
    Quanto al coinvolgimento di italianisti illustri…be’, non so che cosa frullasse per la testa alla Bettarini, ma di sicuro il lavoro che ha fatto sul Diario non indica particolare amore e attaccamento all’opera. Se andate a studiarvi l’apparato critico dell’edizione Mondadori troverete che è approssimativo, spesso impreciso, manca la descrizione dei testimoni, le prime edizioni (quelle in plaquette da sei poesie che seguivano l’apertura di ciascuna busta, per capirci) non sono mai prese in considerazione etc. Forse dopotutto non era troppo convinta del fatto che l’opuscolo meritasse le sue migliori cure. Certo, come ha detto Giorgio, è un mistero (inquietante) che uno studio come quello di Condello non sia arrivato quindici anni fa.
    Ancora più inquietante però, a mio avviso, è il fatto che tanti lettori e cultori di poesia si ostinino a ritenere più seducente la tesi dell’autenticità, per quanto assai dubbia già dopo una sommaria analisi stilistica, o addirittura propugnino una generica impossibilità di discriminare fra opera autentica e pseudoepigrafa. Non è un tentativo un po’ infantile di salvare la libertà assoluta del genio creatore dalla ragnatela di “necessità” imposta ai poeti da chi ne studia l’opera? Ah, ovviamente io sto dalla parte dei ragni…:)

  6. Guardate che se qualcuno – per non fare che un esempio – applicasse la stessa maniacale ipercritica all’intoccabile Diario, o meglio ai Diari, di Anna Frank (i cui originali fra l’altro si trovano anch’essi, inaccessibili, in un caveau svizzero, e pongono anch’essi problemi relativi alle diverse grafie, che a volte si alternano finanche sulla stessa pagina…) dovrebbe propendere a sua volta per la falsità, come Faurisson… ( http://www.vho.org/aaargh/fran/archFaur/1974-1979/RF7808xx1.html ) L’ipercritica porta a dubitare di qualunque cosa.
    Le poesie del Diario postumo non sono più mediocri di molti testi dell’ultimo Montale, e per di più inaugurano, o tentano di inaugurare, una nuova stagione creativa, in cui il poeta torna, in certo modo, alle proprie origini, al lirismo della prima o della seconda stagione, senza più avere, inevitabilmente, la stessa scioltezza e la stessa naturalezza sapiente. I punti di contatto fra lo stile della Cima e quello del Montale postumo potranno derivare dal reciproco influsso e dalla sintonia spirituale. Se in una lettera a Contini Montale definisce la Cima una pennaiola, lo fa per “depistare i suoi critici”, com’era suo solito. E i critici, e soprattutto i filologi, che spesso di poesia capiscono davvero poco, si fanno ancora depistare, e riempiono pagine e pagine con cavilli inutili, invece di volgere lo sguardo a quei barlumi di poesia, pur rari ed opachi, che ancora trapelano dal Montale postumo.

  7. @ Passante

    Questo commento mi sorprende davvero molto. Non si entra nel merito dei dati e dei documenti segnalati da Federico Condello, ma si pongono due obiezioni astratte: da un lato non si può stabilire che un non-autografo sia un falso; dall’altro che lo stile del “Diario postumo” corrisponde abbastanza a quello dell’ultimo Montale, e quindi l’opera è di Montale.
    Come è evidente, si tratta di petizioni di principio che purtroppo hanno spesso inquinato una seria discussione sul “Diario postumo”. Invece, già gli affondi di Dante Isella nel 1997-98, poi quelli sparsi di molti altri studiosi, e ora il volume e i contributi di Federico Condello stanno mettendo in evidenza contraddizioni insanabili fra le numerose ricostruzioni offerte da Annalisa Cima e i dati o gli indizi su cui si può lavorare. Del resto, la Lettera aperta alla stessa Cima, appena pubblicata su LPLC, non fa altro che chiedere chiarezza su tanti punti, a cominciare dalla costituzione materiale dei presunti autografi, che in oltre vent’anni, di fatto, non ha mai visto nessuno.
    Non mi inoltro in questioni strettamente filologiche, che sono in questo caso le uniche davvero degne di essere affrontate, ma non posso non notare che osservazioni del tipo “questa poesia può essere di Montale”, “Montale depistava soprattutto i filologi” eccetera non hanno fondamento epistemologico: bisogna lavorare per indizi in mancanza di prove o dati certi, ma secondo paradigmi precisi (proprio quello che commenti come questo non seguono).
    Infine, posso preannunciare che, a breve, verranno resi noti gli esiti di nuove ricerche, che produrranno documenti d’archivio sinora sconosciuti oppure analisi di alcuni supporti (cartoline ecc.) su cui Montale avrebbe scritto i suoi testi. Anche queste analisi portano a risultati del tutto contrastanti con le affermazioni della Cima, che pare non avesse niente o quasi del materiale poi confluito nel “Diario postumo” sino a tutto il 1985; inoltre, francobolli e cartoline con poesie datate risultano emessi in un periodo successivo alla data che Montale avrebbe scritto di suo pugno. Ma forse voleva depistare anche i postini…

    Alberto Casadei

  8. Ripeto: applicate lo stesso rigore (se non vogliamo dire la stessa capziosità) ai Diari di Anna Frank (è un caso emblematico, ma potrei citarne altri), e sarete indotti a negarne l’autenticità, cosa evidentemente inammissibile, oltre che illegale in molti paesi. Fu lo stesso Montale, com’è noto, a scrivere che si divertiva a depistare i suoi critici. I quali evidentemente continuano a cascarci.
    E provate a leggere le poesie del “Diario postumo” accanto a quelle della Cima: non possono, per lampanti ragioni stilistiche, essere uscite dalla stessa penna, checché risulti da un fantomatico software che attribuirebbe i testi poetici con un margine di esattezza del novanta per cento (il che è piuttosto strano, dato che, com’è noto, lo stile di un poeta, come il caso di Montale mostra in modo emblematico, cambia anche in modo radicale nel corso del tempo).
    E la testimonianza di Maria Corti? Sarebbe stata una visionaria? O in malafede?
    Rileggete quello che scriveva Zanzotto. “Alcune di quelle poesie sono belle e del miglior Montale. Nelle altre sembra prevalere un’idea di autodemolizione, come se volesse sminuirsi, che toglie senso al lavoro dei critici perché è già lui il critico che sminuisce sé stesso”.
    Occupatevi di cose più proficue, e non copritevi di ridicolo.

  9. Caro Passante, troppo facile argomentare per autoschediasmi e ipse dixit. Le opinioni di Corti, Zanzotto e dello stesso Montale non contano nulla ai fini dell’analisi del testo. E l’attribuzione alla Cima delle poesie del Diario Postumo, che lei considera così dubbia, non è comunque rilevante ai fini del disconoscimento dell’ authorship montaliana: non c’è bisogno di indicare il falsario per scoprire un falso.

  10. @ Passante

    Le sue argomentazioni sono paralogistiche: siccome lei presuppone che il “Diario postumo” sia autentico, allora ogni dato che casualmente si può indicare come montaliano diventa dimostrazione di quello che deve essere dimostrato.

    Nel merito, lei è anche pochissimo informato. Le dichiarazioni di Maria Corti sono state smentite nel libro di Condello; le analogie fra certi tratti microstilistici della Cima e le poesie del “Diario postumo” sono state segnalate in vari interventi in un convegno bolognese dell’11 novembre 2014, di cui a breve usciranno gli Atti; in ogni caso, è ovvio che chi scrive queste orrende poesie vuole imitare l’ultimo Montale, ma non ci riesce praticamente mai se si guardano i testi con competenza e sistematicità.

    Il paragone con il Diario di Anna Frank non ha poi nessun valore: un conto è che ci siano state scritture diverse in una situazione eccezionale come quella (ma la sostanza del testo può benissimo essere stata salvaguardata), un conto è che un’unica persona sia depositaria di materiali che sarebbero interamente autografi a suo dire, mentre tutti gli esperti non li giudicano tali, salvo che non possono dimostrarlo in maniera definitiva solo perché la persona medesima impedisce di vedere questi stessi materiali. Ovviamente Il problema non è quello di riconoscere che un documento non autografo può rispondere a una volontà d’autore, ma quello di considerare come si è generato questo incredibile coacervo che chiamiamo “Diario postumo”: e tutte le analisi portano a considerare il testo un falso al 99% (forse un testo o due possono essere autentici, il resto no).

    Tutto questo ovviamente non è tempo sprecato per un autore del calibro di Montale, ma il principio della corretta attribuzione dovrebbe valere per tutti, anche minori e minimi o massimi, dato che tuttora si discute sull’autenticità di un testo fondamentale come l’Epistola a Cangrande (in gran parte apocrifa, ma c’è chi si ostina a non volerlo credere). Non si tratta quindi di accanimento filologico, ma di accertamento della verità, che certo non si ottiene con affermazioni impressionistiche e superficiali.

  11. Autoschediasmi? E’ grave, dottore?
    Maria Corti parla, altresì, di “operazione notarile di autenticazione condotta anni dopo a Milano con più di un notaio alla presenza di Montale (non si dimentichi che era nipote di notaio!)” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/09/04/montale-dopo-il-parapiglia.html). Non si vede perché quei notai avrebbero dovuto autenticare quei manoscritti e quelle buste di Montale in sua assenza, a sua insaputa e rischiando pesantissime conseguenze penali, e la radiazione dall’albo.
    Armando Petrucci decretò la falsità dei manoscritti sulla base di facsimili. Com’è ovvio, non è possibile, o almeno non è serio, decretare la falsità di un manoscritto sulla sola base di un facsimile.
    I manoscritti originali sono già stati mostrati durante un’esposizione a Lugano. Sotto teche di vetro, per ovvie ragioni di sicurezza. E’ comprensibile che la Cima non voglia che essi siano esaminati da filologi prevenuti, che difficilmente, in ogni caso, ne riconoscerebbero l’autenticità. Paleografia, grafologia e la stessa filologia non sono scienze esatte, immuni da faziosità e partiti presi.
    Ad ogni modo, la Cima ha già chiarito, con garbo, molte cose: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/07/22/caro-isella-scopriamo-tutte-le-carte.html
    Strano, poi, che in questa polemica venga citato così di rado Cesare Cavalleri: http://ares.mi.it/eventi-anni-fa-moriva-eugenio-montale-un-articolo-di-cesare-cavalleri-sul-295.html Forse perché non è un accademico, ed è – orrore – dichiaratamente cattolico.

  12. “Orrende poesie”? Leggetelo davvero, il “Diario postumo”.

    Discendi dal gran viale
    e ti sovrasta un cielo
    azzurro estivo. Una nuvola
    bianca di lini rinfresca
    la canicola al tuo arrivo.
    Ci sediamo sulla solita panchina.
    Poi d’un tratto un soffio di vento
    e la tua paglia comincia a turbinare.
    L’afferri, ti risiedi.
    L’ala del grande pino marino
    come vela spiegata ci trascina.
    Vorremmo bordeggiare
    da questo litorale tutta la costiera,
    giungere in un duetto di nomi, di ricordi
    fino a Nervi. Ma il sole già declina,
    diffonde il suo lucore in raggi obliqui,
    dispare, torna, e la memoria di sere
    uguali raddoppia gli orizzonti,
    traduce in altri giorni
    quel momento fugace che scompare.
    Ora anche il vento tace.

  13. Rinuncio a discutere con chi, oltre a conoscere pochissimo gli sviluppi recenti della questione del “Diario postumo” (e questo gli permette di citare argomenti in gran parte già smantellati dagli studiosi), considera difendibile la posizione di una persona che, in oltre vent’anni, non ha trovato nemmeno un filologo a cui far vedere i presunti manoscritti: eccesso di sospetto o chiaro segnale di una paura ben motivata? Comunque, ora c’è una lettera aperta in cui oltre 120 studiosi di tutti i tipi e con le più svariate competenze chiedono di vedere i documenti relativi al “Diario postumo”. Basta che la signora Cima scelga un fortunato tra costoro e forse finalmente saremo gettati nel mezzo di una verità.

    Rinvio comunque il sig. Passante (ma perché non dire chiaramente chi è?) al mio articolo che uscirà a breve sul sito laboratoriodiletteratura.it. Troverà non parole vacue ma citazioni di documenti: e quelli contano ben di più, specie se uno non li legge con l’unica autentica prevenzione priva di fondamento, cioè che il “Diario postumo” sia autentico.

  14. Quanto all’attendibilità e al valore probatorio delle perizie grafologiche, auguri… http://www.overlex.com/stampa.asp?id=1904&txttabella=articoli

    I periti grafologi lasciateli ai tribunali.

    Leggete e rileggete piuttosto quei versi che vi sembrano “orrendi”.

    Orrendi come questi:

    Siamo burattini mossi da mani ostili.
    Non serve vedere le ingiustizie.
    Tutto è ormai diruto. Si sfalda
    anche il prodigio. Gli occhi sono stanchi
    l’ultimo tempo del vivere è vissuto.
    Resta solo l’incantesimo d’un volo
    da questa terra folgorata verso
    un altro antro, nel quale affonderemo
    per poi emergere con contorni sfumati.

  15. E beccatevi quest’altro “orrore”, va’, credo che lo sopporterete:

    Sorta dall’isola che generò colombe
    bianco vestita giungi e ti porgo una fronda
    a forma di ghirlanda.
    Oh natura divina, animatrice di parole,
    hai salvato l’anima mia dal naufragio
    coi tuoi versi che sull’ali occulte
    veleggeranno immortali, né premio
    più bello poteva darmi la sorte.
    Al domani chiederò un altro incontro
    e un altro ancora, perché qui
    di fronte, io vecchio vate e tu
    giovane Saffo, siamo un oggi
    non incenerito, né vuoto;
    brilla nell’aria lo sfumato colore del prodigio.

  16. Fra le tante genericità e inesattezze postate dall’utente “Passante” conviene correggerne almeno una: il team di ricerca bolognese che si è dedicato al “Diario postumo”, e al quale appartengo, non ha messo a punto alcun “software” per l’attribuzione di testi e non ha argomentato l’insostenibilità dell’attribuzione a Montale sulla base di analisi di tipo computazionale. Il Sig. Passante ha orecchiato notizie inesatte. Gli argomenti strettamente filologici che hanno orientato fin dall’inizio l’analisi sono sintetizzati bene già dalla prima anticipazione giornalistica della ricerca, a cura di Paolo Di Stefano, sul “Corriere della Sera” del 9 luglio 2014: http://archiviostorico.corriere.it/2014/luglio/09/Diario_postumo_Montale_troppe_profezie_co_0_20140709_c532c524-072c-11e4-bfc0-919d0569bfdf.shtml.
    È semmai vero che un’équipe di matematici (Mirko Degli Esposti [Bologna] e Dario Benedetto [Roma]) ha applicato al “Diario postumo” anche una serie di esperimenti di authorship attribution al fine di esplorare nuove frontiere di ricerca. Ma questo è un supplemento all’analisi filologica, non il fondamento della dis-attribuzione. I risultati non sono ancora editi, sicché è difficile che Passante li possa giudicare.

  17. “La Cima mostra, descrivendone nei dettagli gli aspetti quantitativi e qualitativi, di conoscere poesia per poesia il contenuto del Diario postumo e la sua organizzazione in largo anticipo sull’apertura (presunta) delle buste”. Ovvio che ne conoscesse il contenuto, essendo la dedicataria di parte dei testi, ed essendo la genesi di tali poesie strettamente radicata nel sodalizio spirituale che la legava al poeta. Semmai, la si potrà accusare di aver tradito in parte la volontà del poeta. “Dai confusi racconti forniti dalla stessa Cima, vengono fuori numerose modalità di trasmissione dei testi che però confliggono tra loro”. Ciò vale, ancora di più, per testi come i Diari di Anna Frank o il Rapporto Gerstein, come ben sa chiunque si sia anche solo superficialmente interessato alla questione. Eppure, chi mette in dubbio l’autenticità di quei testi si copre d’infamia, e in alcuni paesi finisce in galera per anni. Evidentemente, la memoria non è immune da contraddizioni e fallacie, soprattutto a distanza di anni. Nessuno, nemmeno la Cima, è il borgesiano Núñez El Memorioso. “Numerose (e larghe) anticipazioni vengono distribuite ai giornali”. Non è difficile immaginare che la Cima possedesse minute o copie dei testi chiusi nelle buste. Maria Corti sarebbe rimasta vitima di un “tranello”. Ma non era né disonesta, né stupida. Mi chiedo come la testimonienza di una donna e di una studiosa come lei possa venire spudoratamente messa in dubbio. D’altro canto, fu Montale stesso a parlarle della beffa ordita ai filologi (che evidentemente continuano a cascarci). Beffa fino a un certo punto, data la bellezza solare di alcune di quelle liriche. Quanto a Spadolini, l’indiscrezione di un suo intento di entrare in politica poteva essere, anzi con tutta probabilità già era, nell’aria (fu eletto senatore nel 1972), e il poeta, ovviamente prossimo agli ambienti sia del “Corriere” che della “Nuova Antologia”, poteva averla carpita: quell'”Onorevole” poteva essere un auspicio. “Muore ignominiosamente la repubblica”, scrisse Luzi nel 1978. I grandi poeti non sono estranei alle profezie politiche. Infine, negli ultimi anni Montale scriveva a macchina. Le poesie postume sono scritte a mano, evidentemente, perché si tratta di testi di grande valore affettivo: mon si scrive a macchina una lettera d’amore o d’amicizia. Un eventuale falsario avrebbepotuto scrivere a macchina, e falsificato la sola firma. Quanto all’eccessiva fiducia riposta nella macchina, alludo a questo: http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0CCEQFjAA&url=http%3A%2F%2Fojs.uniroma1.it%2Findex.php%2Fcogphil%2Farticle%2Fdownload%2F11586%2F11448&ei=tL4MVZasO8L8aJf-gKAP&usg=AFQjCNGcmSMx1CSjhZxDA4iXboSUzPCkiQ&bvm=bv.89060397,d.d2s

  18. In attesa che il nostro anonimo Lettore davvero legga, o legga meglio – per ora ha frainteso addirittura la sintesi di Paolo Di Stefano da cui estrapola qualche sparsa frase: i lettori leggenti possono vederla al link citato sopra da Francesca Tomasi – vale la pena segnalare un fresco articolo di Giuseppe Marcenaro, “Il Foglio Quotidiano”, 21 marzo 2015, p. X.
    Marcenaro era un convinto autenticista almeno fino allo scorso inverno (cf. “Libero”, 6 dicembre 2014, p. 26: “sostengo l’autenticità del libro, concordando con l’opinione che espresse allora la mia grande amica Rosanna Bettarini”). Oggi, però, egli ci offre una significativa palinodia che dimostra una cosa almeno: gli argomenti in campo non sono trascurabili, e un critico onesto non riesce a trascurarli.
    Questa, in sintesi, la conclusione a cui Marcenaro approda: 1) avremmo, in origine, uno svagato gioco del vecchio Montale, che volle affidare ad Annalisa Cima, tramite “foglietti” o tramite “un registratore orchestrato dalla devota signora”, improvvisate “masticazioni poetiche”; 2) il poeta non avrebbe mancato di “alludere maliziosamente a rendere poi pubblico l’amusement, con cenni a una eventuale cadenza annuale”; 3) la Cima, però, avrebbe esagerato, prendendo troppo sul serio il proprio ruolo e tramutando uno scherzo in falsificazione. E qui le parole di Marcenaro, assai dure, meritano di essere citate:
    “La devota [scil. la Cima] compì l’opera. Cercò di ‘presentare’ i versi nella maniera ‘più scientifica’, magari con certe ingenue e veniali ‘vergature sismografiche’, per rendere più ‘oggettivo e credibile’ lo scherzo estremo del sommo, anche agli occhi di implicati notai. L’eccesso di zelo di lei, per rendere più reale il reale, avviò verso il naufragio un sublime gioco letterario. Volendo assimilarsi alla grandezza della burla (per non essere confinata al ruolo di spettatrice) […], la poetessa finì coll’impiastrare, in un guazzabuglio di ‘autografi’, ‘testamenti’ e ‘buste’, una messa in scena d’autore, a modo suo esemplare. Peccato”.
    Come si vede, al di là dei ben calibrati eufemismi, siamo ormai lontani anni luce dall’adesione alle tesi di Rosanna Bettarini: e la vecchia ipotesi della “beffa postuma” diventa, di fatto, diagnosi di un rifacimento così esteso da coinvolgere l’intero meccanismo delle buste, i testamenti e gli stessi autografi; questi ultimi sarebbero stati quantomeno arricchiti di “vergature sismografiche” (suppongo che Marcenaro alluda alla cospicua variantistica), se non addirittura creati ex novo (per forza, dove al principio fu il registratore); tutto ciò sarà “veniale”, ma sarebbe servito a raggirare per primi gli “implicati notai”. Se poi l'”impiastro” vel “guazzabuglio” comprende 24 testamenti (che “masticature poetiche” di certo non sono, bensì greve prosa di valore legale) la faccenda si fa piuttosto seria. Chiamiamolo pure, se piace, “eccesso di zelo”.
    Un così severo attacco alla Cima, da parte di un ex-autenticista, sorprende e fa riflettere. Vero è che non mancano, nel pezzo di Marcenaro, i consueti sfottò ai troppo seriosi filologi, così inclini a lasciarsi “depistare”: ma questi sono ormai argomenti di repertorio, che non distraggono dall’essenziale. E l’essenziale, in questa tentata apologia, è la durissima requisitoria di cui si è dato uno specimen. Bene: tutto sommato è un buon segno. La ragionevolezza si fa strada.

  19. Se Marcenaro scrivesse in italiano, e non in una strana ed inaudita lingua (registratore orchestrato, masticature poetiche, vergature sismografiche…), le sue argomentazioni avrebbero maggior valore. Peraltro, non è affatto da escludere (come ha notato Bertoni, non a caso poeta anch’egli) che il Diario postumo sia un falso d’autore, una mistificazione deliberata e voluta. A volte, la poesia è inganno. Fose lo è sempre. Inganno, diceva un Antico, in cui chi inganna è più giusto di non inganna, e chi si lascia ingannare più saggio di chi non viene ingannato.

  20. «A volte, la poesia è inganno. Fose lo è sempre. Inganno, diceva un Antico, in cui chi inganna è più giusto di non inganna, e chi si lascia ingannare più saggio di chi non viene ingannato»: così, aereo e insieme lirico, Lettore; i cui argomenti, strano a dirsi, riecheggiano quelli di Passante. A volte, questi argomenti, riecheggiano quelli di Annalisa Cima. Forse li riecheggiano sempre. Ma non credo che discutere questi argomenti abbia senso: siamo ormai alla professione di poetica. E le poetiche non si discutono (tutt’al più, come nel caso presente, si ignorano perché insulse). Le poetiche, tra l’altro, sono confessioni. Più o meno indirettamente, confessano: qui, per esempio, che l’imbroglio è bello e lirico. Guarda un po’…

  21. I Lettori si moltiplicano, a quanto pare. E’ un bel segno: la nostra cara Italia ne ha tanto bisogno… Per ora siamo solo a 4, ma possiamo fare di meglio. Con un po’ di sforzo, possiamo arrivare fino ai 25 auspicati (almeno) da Don Lisander. Ciò detto, Gorgia non è insulso, in sé. Mentre insulso, mi sembra, è un certo modo di leggerlo e soprattutto di fargli dire cose un po’ trite e generiche (povero Gorgia!). Mia opinione, e dunque parziale e poco interessante.

    Più interessanti le altre informazioni o, sarebbe meglio dire, le altre puntualizzazioni. Che però non puntualizzano; come sempre, quando a parlare sono i convinti sostenitori dell’autenticità del DP. Nel caso, la fortuna editoriale di questo libro (il DP, appunto) sta diventando materia per carbonari, curiosi, quasi quasi speleologi. Le biblioteche ce l’hanno, è ovvio. E non ne fanno falò, altrettanto ovviamente (perché farlo? Si dovesse decidere, una volta per tutte, che trattasi di testo di un qualche PseudoMontale, rimarrebbe un bel caso di studio, da farci sopra lavori critici, corsi e/o seminari universitari). Quanto al catalogo bibliotecario nazionale, credo (da non addetto ai lavori) che giustamente si attenda la fine della discussione, prima di prendere una posizione ufficiale. Ma la fine è vicina, c’è da credere.

    Quanto alla Mondadori: anche qui la puntualizzazione poco puntualizza. Basta fare un rapido giro on-line (non metto link: è cosa che chiunque può praticare da solo) per verificare che il DP è solo ufficialmente in catalogo, ma attualmente indisponibile presso i principali rivenditori on-line. Così, se vado in libreria per comprarlo, e magari cerco di ordinarlo (posto che la singola libreria non ne abbia copia), mi sento rispondere che attualmente non posso averlo. E’ così già da un po’, e non credo per caso: la Mondadori, evidentemente rilutta a ristamparlo (malgrado il fatto che, con Montale, per solito si venda benino).

    Mia personale opinione: la lettera aperta inviata ad Annalisa Cima è una giustissima e sacrosanta cosa, e attendiamo di sapere cosa risponderà. Il silenzio, o l’agitazione fremente e un po’ scomposta dei soliti argomenti (vuoti di senso), sarà indizio sufficiente per farsi un’opinione definitiva. Mentre attendiamo di sapere da Cima quello che risponde alle domande che le sono state rivolte, sarebbe utile spedire alla Mondadori un’altra lettera: per chiedere che il DP sia ufficialmente e definitivamente ritirato dal catalogo (dove compare, pur restando inattingibile: un po’ come le apparizioni della Madonna). Ritiro o sospensione da effettuarsi fino a quando non si sarà venuti a capo della vicenda.

    Magari poi si tornerà a stamparlo, ‘sto DP: mettendo sul frontespizio una più chiara dizione del nome d’autore. Per esempio, ma è solo un mio suggerimento, “Pseudo Eugenio Montale”.

  22. “Invitato da Annalisa Cima a un viaggio a Lugano ho preferito invece scendere a Pisa”. Così Isella (http://archiviostorico.corriere.it/1997/luglio/27/MONTALE_verdetto_del_grafologo_co_0_9707277562.shtml). Se la Cima avesse avuto qualcosa da nascondere, non credo l’avrebbe invitato.
    Egli invece, per sua stessa ammissione, preferì (nonostante le sagge esortazioni di Marchese: http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/golpdf/uni_1997_11.pdf/12CUL01A.pdf&query=walter%20veltroni ) ricorrere ad una perizia grafologica effettuata, per di più, su un facsimile, dunque di valore probatorio scarso o nullo (http://www.professionegiustizia.it/notizie/notizia.php?id=573). Successivamente, le carte furono esposte pubblicamente a Lugano (http://ares.mi.it/eventi-anni-fa-moriva-eugenio-montale-un-articolo-di-cesare-cavalleri-sul-295.html).
    Vorrei vedere chi di noi, al posto della Cima, non si sarebbe già strarotto le balle di questa storia.

  23. Fa piacere che i lettori si moltiplichino, tuttavia bisognerebbe che fossero anche lettori aggiornati. Vedo citate fonti o analisi critiche di vent’anni fa, mentre non si prendono mai in considerazione gli studi recenti, a partire dal libro di Federico Condello: 400 pagine in cui si vedono tutte le incongruenze delle affermazioni di Annalisa Cima. Non capisco poi come si possano tirare fuori argomenti come: “per due giorni e’ stato possibile vedere (dietro a teche di vetro, NdR) i manoscritti”, “non si possono fare analisi grafologiche su fotocopie” e altre simili, senza dire che chi impedisce di vedere questi testi, da oltre vent’anni, e’ la Cima stessa. Cioe’, quella che e’ una sua evidente omissione, se non proprio una volonta’ di intralciare gli studi, viene considerata una prova a suo favore!
    Comunque, invito i lettori a leggere quanto scrivo in un lavoro per ora apparso qui
    http://www.laboratoriodiletteratura.it/?p=387
    I lettori troveranno che: 1) sino al 1985 i documenti (non le chiacchiere della Cima) dimostrano che la signora Cima non aveva niente di niente di quello che ora chiamiamo “Diario postumo”; 2) nel maggio del 1981 la medesima signora Cima si gloriava di aver finalmente avuto una poesiola con dedica di Montale (altro che 84 poesie gia’ belle pronte e imbustate); 3) nella medesima circostanza, la signora Cima aveva invitato Montale ad allontanarsi dalla Mondadori per passare ad altro editore.
    Si tratta di documenti, che chiunque puo’ andare a verificare, non di chiacchiere e distintivi di presunte amicizie.

  24. Ciarpame d’archivio tanto caro agli accademici, ma che non rivela assolutamente nulla, e dimostra soltanto che fino al 1985 la Cima intendeva dare, del “Diario postumo”, solo parzialissime, minime e marginali anticipazioni, e vaghi indizi (dato che, com’è noto, stando alla volontà di Montale, riposta in atti validati da timbri notarili, il “Diario postumo” avrebbe dovuto iniziare a vedere la luce a partire dall’anno successivo) . Ripeto. La Cima invitò Isella a vedere i manoscritti, cosa che non avrebbe fatto se avesse avuto qualcosa da nascondere. Isella non ci andò, e preferì fidarsi di una perizia grafologica (che oggi la scienza giuridica considera di valore probatorio scarso o nullo, specie se condotta su fotocopie: http://www.diritto.it/docs/26733-la-giurisprudenza-e-la-grafologia-stato-dell-arte), rivolgendo poi alla signora, sulla base di tale perizia, l’infamante accusa di essere una falsaria (accusa che, per di più, la feriva nei sentimenti più profondi, dato il legame che l’aveva unita al poeta). Poi gli autografi furono esposti, e illustri studiosi, in un convegno, confermarono l’appartenenza dei testi a Montale, e (vedi le stupende pagine di quel sommo studioso che fu Oreste Macrì, altro che razzolamenti archivistici) la loro ragionevole collocazione all’interno del suo corpus. Al posto della Cima, chiunque a questo punto si sarebbe rotto i maroni e vorrebbe essere lasciato in pace.

  25. Se la Cima tradì la volontà del poeta, lo fece semmai lasciando filtrare qualche indiscrezione prima del 1986.

  26. “Comunque, invito i lettori a leggere quanto scrivo in un lavoro per ora apparso qui
    http://www.laboratoriodiletteratura.it/?p=387

    Se mai ce ne fosse bisogno, ecco nuovi e rilevanti argomenti contro l’autenticità del “Diario postumo”. Qualche ‘lettore’ risponderà che siccome Zanzotto ha detto che le poesie del DP son proprio carine, allora… Oppure che Gorgia non ha mai fatto perizie grafologiche sulle fotocopie, e quindi… Insomma, le solite confutazioni che non confutano. Ma davvero ci interessa quello che asseriscono alcuni ‘lettori’, ormai così ridicoli da mettere un po’ tristezza? Ognuno, in cuor suo, decide.

    Interessano invece le risposte di Annalisa Cima, che con questi ‘lettori’ non può avere nulla a che fare, e che ora dovrebbe spiegare anche il significato dei documenti descritti nell’articolo di Alberto Casadei. Noi tutti, fedeli lettori di Montale (se possibile: lettori di un Montale ‘fedele’; che, insomma sia proprio lui, e non qualcun altro), attendiamo con grande curiosità quello che Cima vorrà benignamente spiegarci.

    P.S. Ne siamo certi, Cima non può essersi “strarotta le balle di questa storia”. Ella è una Signora: e le Signore non si strarompono le balle, nemmeno in metafora.
    P.P.S. Personalmente ignoravo che Scheiwiller fosse anche poeta (vedi la nota 5 dell’articolo di Casadei): è proprio vero che non si finisce mai di imparare.

  27. @ autenticista

    Le sue non argomentazioni non meriterebbero neanche una risposta, ma purtroppo mi rendo conto che sono le posizioni come le sue che impediscono, almeno qui da noi, di prendere atto che un conto sono le posizioni espresse da chi *presumeva* che il “Diario postumo” fosse autentico, e cercava di giustificare la sua eccezionale bruttezza in un modo che fosse dignitoso (è per esempio la posizione di Zanzotto); e un conto sono le constatazioni, ovvero i documenti, che solo un crociano minore dell’inizio del Novecento si potrebbe permettere di definire ciarpame d’archivio.
    In ogni caso, i documenti che segnalo non dicono affatto quello che dice lei; dicono invece che la Cima nel maggio del 1981, quando a suo dire Montale aveva gia’ completato il “Diario postumo”, era particolarmente felice di aver finalmente ricevuto una sua poesia con dedica. E nel 1985 pensava di fare un libro con Scheiwiller, che però non riguardava affatto il “Diario postumo”, di cui palesemente non aveva niente in mano. E non è che nascondesse le cose a Scheiwiller, perche’ invece faceva con lui tutti i progetti di edizione dei testi montaliani, che improvvisamente, l’anno successivo, diventano tutte le opere e non solo trascrizioni di registrazioni e poche poesiole scherzose.
    Se in Italia si cominciassero a rispettare i livelli di competenza, accettando quello che dice la filologia per passare poi alla critica (alla quale, peraltro, io sono ben legato: ma dopo che si sono accertate le situazioni), forse molti dibattiti come questo si eviterebbero: sarebbe la Cima a questo punto a dover mettere a disposizione di tutti i suoi documenti senza altri indugi. C’e’ una lettera firmata da oltre 120 docenti: ne scelga uno e gli consenta di verificare seriamente i materiali. E, caro autenticista, allora credo proprio che anche lei dovrebbe accettare la dura realta’ del ciarpame documentario.

  28. Qualcuno mi spieghi solo questo: perché la Cima, se aveva qualcosa da nascondere, invitò Isella a vedere gli autografi? Perché lui non ci andò, e preferì una perizia grafologica su facsimile? E perché i filologi ripongono nelle perizie grafologiche quella fiducia che la scienza giuridica invece nega?

  29. E Maria Corti? Era stupida? bugiarda? corrotta?

    “Alla mia domanda perché una stampa postuma e a ondate successive, lui ridacchiò, com’ era sua consuetudine, aspramente, dal fondo della gola, un riso riarso. Poi rispose che tutta l’ operazione, in parte ludica in parte drammatica, era una beffa ai filologi. Ed io: ‘Ma hanno sempre stimato la tua opera i filologi’. E lui: ‘Sono cani da tartufo, bisogna depistarli. Vedrai che bagarre, che parapiglia ne nascerà'”.

    Perché continuate a farvi prendere per i fondelli (per quanto illustre sia l’artefice della beffa)?

    Ma forse è giusto così. La poesia è anche ludus.

  30. @ autenticista

    Purtroppo la testimonianza della Corti si è dimostrata totalmente infondata, come lei potrebbe già sapere se avesse letto il libro di Condello. Quanto alla grafologia, lei si basa su parametri del tutto infondati. Esistono ovviamente i periti legali, come quelli consultati da Condello, che fanno perizie per stabilire se due grafie possono appartenere alla stessa mano. E’ una prassi ovvia quando si deve cercare di determinare per esempio l’autenticità di un testamento.
    E se lei avesse una qualche competenza paleografica, potrebbe anche sapere che alcuni tratti si riconoscono facilmente attraverso buone riproduzioni: e purtroppo, nessuno di quelli autentici dell’ultimo Montale si ritrovano nei presunti autografi del “Diario postumo”, che invece, guarda caso, assomigliano terribilmente a un altro autografo posseduto dalla Cima, ma questa volta di Palazzeschi.
    Isella non andò perché aveva già abbastanza prove che i manoscritti erano falsi. Ma in ogni caso, per quale motivo la signora Cima non ha mai, dico mai, fatto vedere a nessuno, dopo la fugacissima mostra luganesi, i presunti autografi? Se sono tali, quale sarebbe il motivo per cui nessuno li può visionare? Ora questo è stato chiesto da oltre 120 docenti con una lettera aperta: perché la signora Cima non risponde e non consente una seria valutazione? La risposta sembrerebbe evidente a chiunque. A lei no?

  31. La giurisprudenza è concorde circa la “limitata consistenza probatoria della consulenza grafologica” (http://www.diritto.it/docs/26733-la-giurisprudenza-e-la-grafologia-stato-dell-arte). Nel caso di perizie fatte su fotocopie, tale consistenza è pressoché nulla (http://www.professionegiustizia.it/notizie/notizia.php?id=573). E ci si riferisce proprio alle perizie condotte su testamenti. Prima di riporre tanta fiducia nei periti grafologi, Condello avrebbe fatto meglio a consultare la giurisprudenza.
    E Isella avrebbe fatto meglio ad andare. Se non andò, fu forse perché, come scrisse Macrì, aveva paura della verità. Abitava a Varese. Non era un viaggio lungo. Se io fossi un filologo, farei mezz’ora di macchina per esaminare autografi montaliani, a maggior ragione se avessi l’intento di dimostrarne la falsità.
    La Cima non mostra i manoscritti (che avrebbe mostrato ad Isella, il che fa supporre che non avesse nulla da nascondere, dato che quando gli offrì di mostrarglieli sapeva già dei suoi dubbi in merito all’autenticità) perché, dopo il linciaggio felsineo, ha fondati motivi di ritenere che essi non sarebbero certo esaminati “sine ira et studio”.
    Infine, che una grande studiosa, una straordinaria scrittrice e una grande donna come Maria Corti venga accusata di essere una scema o una bugiarda mi pare semplicemente infame.

  32. Ma quale infamia? Si sono evidenziati numerosi motivi di contraddizione tra le testimonianze offerte, a distanza di tempo, anche da persone degnissime, il che non vuol dire che abbiano mentito o altro, ma solo che i loro ricordi non erano affidabili.

    Comunque, i manoscritti possono essere valutati da un gruppo ampio di esperti, come anche Isella aveva ipotizzato. Semplicemente, all’epoca questo grande filologo non riteneva che fosse sufficiente poter vedere per poche ore e dietro delle teche i presunti autografi. Ma dall’epoca sono passati quasi vent’anni: perché nessuno ha mai potuto vedere niente? E perché ora, di fronte alla richiesta di 120 docenti, la signora Cima non concede niente a nessuno? Sono tutti in malafede, secondo lei?

    In ogni caso, non mi pare che si possa continuare a predicare l’autenticità, di fronte a gravi contraddizioni, documenti che smentiscono le ricostruzioni ecc., e poi non chiedere che questi manoscritti vengano esaminati adeguatamente, con tutti i crismi della più avanzata ricerca paleografica (che, mi scusi, ma ha molti fondamenti).

    Se lei è in grado di sapere cosa pensa la signora Cima, come pare dimostrare per alcuni suoi riferimenti, perché non fa rispondere alla Lettera aperta, in modo finalmente da capire chi può vedere i famosi manoscritti? La lettera questo chiede e sinceramente non vedo proprio motivi per negarlo, visto che la signora Cima aveva in più occasioni detto che lo avrebbe fatto, se qualcuno lo avesse chiesto. Ora lo chiedono in 120…

  33. Vorrei chiederle professor Casadei se la visione dei manoscritti Federico Condello l’ha richiesto alla Cima prima di pubblicare il libro. Grazie

  34. “Scusi, signor notaio John Rossi, ho qui un po’ di testamenti di Montale, lui non c’è e non ne sa nulla, me li autentica lo stesso?”

    “Certo, si figuri”.

    *****

    “Professoressa Corti, Montale le confidò qualcosa circa il ‘Diario postumo’”?

    “Montale chi? Il terzino della Sanremese? Ma non si è ritirato?”

    *****

    “Professor Isella, vuol venire a vedere degli autografi di Montale?”

    “Trentanove chilometri di autostrada?! Me li mandi via fax, che poi vado a Pisa dal grafologo”.

  35. Molto simpatico Barzellettiere! Però il “grafologo” di Pisa e’ Armando Petrucci, uno dei più grandi paleografi ed esperti di scritture del secondo Novecento. Uno studioso di fama mondiale, che appunto non ebbe dubbi a riconoscere la non autografia degli autografi (!) del Diario postumo. Il fatto che queste cose non vengano dette fa si che poi si cada in discussioni appunto da barzelletta, in cui si parla di grafologi da baraccone che sarebbero equivalenti a paleografi riconosciuti a livello internazionale. Perché, contrariamente agli Esteti come Passante o Autenticista, io credo prima di tutto ai fatti e alle analisi dei competenti.
    I dati da valutare per la questione del Diario postumo sono numerosissimi, e capisco che molti non specialisti ne conoscano solo alcuni. Ma appunto, bisognerebbe conoscere tutte le contraddizioni insanabili in cui è incorsa la signora Cima prima di difenderla sulla base di pochi dati o di qualche testimonianza o di qualche battuta. Tra poco, metterò nel mio laboratoriodiletteratura un altro lavoro in corso di stampa, che doveva uscire prima del libro di Condello ma che contiene tuttora molti dati su incongruenze, persino a livello micro stilistico, che si colgono nel Diario.
    Federico Condello senz’altro interverrà ancora sulle sue ricerche. Di fatto, finora la signora Cima continua a non consentire a nessuno di verificare la consistenza dei suoi materiali. La domanda semplice e’: se non c’è niente da nascondere, perché nascondere?

  36. Ci associamo nel ringraziare di tutto cuore il professor Casadei dell’onore, financo soverchio, di qualificarci come Esteti.

  37. Da semplice lettore di poesia – ma debbo confessare: da scettico e sconsolato lettore del “Diario postumo” – ho la netta impressione che ci sia qualcuno (qualcuno, per così dire, con le mani in pasta) che moltiplica i propri pseudonimi perché vuole sempre e comunque avere l’ultima parola, senza curarsi della verità (che comunque, sia detto fra parentesi, non si può liquidare facendo riferimento all’autorità altrui oppure ricorrendo ad argomenti sofistici; e qui corre l’obbligo di ricordare che Gorgia era pur sempre un sofista). Ma, insomma, la vogliamo finire? Se il “Diario postumo” non è di Montale, anche se, per ipotesi, si bruciassero tutte le carte che documentano il falso per impedire che in futuro i filologi facciano il loro lavoro, il “Diario postumo” comunque non sarebbe di Montale. Punto. Non ci vuole mica tanto a capirlo: anche un buon falsario alla fine, se viene scoperto, si deve rassegnare, altrimenti fa la figura del bambino.

  38. “Autenticò le trascrizioni, lo ribadiamo: il che non significa certo – come la Cima e la Bettarini hanno spesso e volentieri sostenuto – che il notaio abbia sancito in qualche modo l’autenticità dei manoscritti”.
    Ma, per la legge ticinese sul notariato (http://www3.ti.ch/CAN/RLeggi/public/index.php/raccolta-leggi/legge/vid/75), Art. 4, “le dichiarazioni ricevute nella forma autentica devono essere rese alla presenza del notaio; i fatti devono essere da lui constatati personalmente; … egli deve vegliare affinché nessuna parte venga indotta a stipulare diversamente da quanto realmente ha voluto”.
    Non vedo come un notaio ticinese potrebbe autenticare il testamento di chicchessia all’insaputa e senza il consenso del’interessato, a meno di non rischiare guai grossi. Ed è perfettamente inutile interpellare oggi John Rossi, poiché il notaio è tenuto al segreto d’ufficio dall’art. 5 della stessa legge.

  39. Un buon falsario, come lei è dovrebbe leggere “la Concordanza del Diario Postumo ” del professor Giuseppe Savoca, prima di scrivere le sue bambinate.

  40. Repetita Juvant , (le cose ripetute giovano). Ma Condello mio ..!!!! 400 pagine infarcite di bugie, sono troppe anche nella sordida atmosfera del conformismo accademico.

  41. “Di fatto, finora la signora Cima continua a non consentire a nessuno di verificare la consistenza dei suoi materiali. La domanda semplice e’: se non c’è niente da nascondere, perché nascondere?”

    Saggia domanda. Per rispondere, provo a fare 2 + 2.

    2 I pro-Cima battono e ribattono su ‘sta storia (un tantino scema, in verità) che una perizia grafologica condotta su fotocopie non ha valore in un (ipotetico, almeno per ora) tribunale. E vabbe’. Ma intanto basta e avanza per fare della filologia (come fece Petrucci, magistralmente). E infatti la filologia — per solito — non richiede passaggi in tribunale.

    +

    2 Annalisa Cima gli originali del “Diario postumo” non li fa vedere a nessuno. Lo fece, per soli due giorni, ma sotto vetro.

    = Sic stantibus rebus, siamo certi che un tribunale non potrà mai verificare se gli originali sono o non sono autentici. Il che mette al sicuro un bel po’ di gente.

    Tutto il resto è ghirigoro: talora lezioso, talora sciocchino assai, talora non privo, qui e là, di punte d’umorismo. Autenticisti, Passanti, Lettori plurimi ecc., in fondo, ci stanno anche divertendo. Dobbiamo ringraziarli, per questo: è sempre bello vedere qualcuno che si arrampica sugli specchi, le unghie piantate nel vetro, e il sudore che ruscella copioso dalla fronte.

    Nel frattempo, noi che siamo solo lettori (e non moltiplicati: ci teniamo a quel poco di consistenza che abbiamo), facciamo la cosa più semplice: mettiamo il “Diario postumo” in un cassetto; magari insieme con i presunti “Diari” di Mussolini stampati nel 2010, e con il Papiro di Artemidoro.

    P.S. La “Concordanza del ‘Diario postumo’ di Eugenio Montale” rema contro, caro Ruby; chi davvero la legge, ne esce definitivamente persuaso: il DP non è mica roba montaliana.

  42. Caro Lettore 2 , con la tua ultima affermazione sul professor Giuseppe Savoca dimostri chiaramente che interpreti i libri a modo tuo. Prova a chiedere al professor Savoca. Riguardo Armando Petrucci dici un enorme fesseria facilmente dimostrabile. Per quanto concerne la visione degli autografi a Lugano c’erano tantissime persone e le teche erano necessarie rappresentano un patrimonio culturale immenso non trovi. Ha ragione la Cima nel dire sulla Stampa che se solo Condello le avesse chiesto di vederli !! Ma Condello non l’ha fatto , perché ????

  43. Ripeto, e mi permetto di esortarvi a leggere con maggiore attenzione, prima di intervenire, i post precedenti.
    Isella ammise che la Cima l’aveva invitato a vedere i manoscritti, e lui non andò. Se la Cima avesse avuto qualcosa da nascondere, non l’avrebbe invitato. Da Varese a Lugano sono 39 chilometri. Ben meno che da Varese a Pisa.
    Un notaio, in Svizzera come altrove, non può autenticare testamenti falsi, pena guai seri.
    La Corti, che non era né scema né rintronata né corrotta, attestò, con grande precisione, che Montale le aveva parlato del progetto. La sua memoria potrà essersi offuscata su dettagli minori, non sulla sostanza (tutt’altro che irriilevante).
    La Cima, dopo il linciaggio bolognese, ha fondati motivi di credere che gli autografi (non essendo comunque paleografia e filologia, e grafologia in particolare, scienze esatte) non sarebbero esaminati in modo sereno ed imparziale.
    Quanto alle concordanze, “in ogni raccolta di Montale c’ è un rapporto abbastanza stabile fra parole nuove e parole già usate: le prime oscillano sempre intorno al trenta per cento del totale. Ne Le occasioni sono il 26,3, ne La Bufera il 29, in Satura, il volume più fortemente innovativo, il 35,7, nel Diario del ‘ 71 e del ‘ 72 sono il 31,9. Vuole che continui?”. No, può bastare. Mi dica la percentuale del Diario postumo. “E’ il 28,5 per cento” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1998/02/14/montale-postumo-autentico.html). Né mi sembra regga, sul piano logico, l’obiezione di De Rienzo (http://archiviostorico.corriere.it/1998/febbraio/17/VERO_MONTALE_NON_CERCATELO_SUL_co_0_9802174582.shtml) dettata dalla brevità del Diario postumo: si tratta di una valutazione statistica, di un rapporto fra il numero di parole nuove e il numero totale delle parole che compongono la raccolta, non di un semplice conteggio del numero assoluto di parole nuove (che tenderanno ovviamente ad essere, sul piano quantitativo, tanto più numerose quanto più lunga è la raccolta: ma, a parità di numero di parole nuove, più lunga è la raccolta, minore sarà la loro incidenza statistica: si tratta dell’elementare differenza tra frequenza assoluta e frequenza relativa).
    Dunque, se dovessimo riporre (cosa che io stesso non suggerisco) una cieca fiducia nelle concordanze… Posto che il Diario postumo fosse falso, allora tutto il Montale posteriore alle Occasioni (sarebbe interessante conoscere la frequenza relativa delle parole nuove negli “Ossi” a paragone delle poesie adolescenziali e giovanili in essi non confluite) sarebbe sospetto di falsificazione. (Forse, in fondo, è vero: Montale falsifica progressivamente se stesso, rinnegando il lirismo delle origini, e avviandosi verso una poesia prosastica, con la frattura più marcata segnata da “Satura”). Sulla relative entropy lessicale come criterio di attribuzione, vedi ad esempio http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&ved=0CCwQFjAB&url=http%3A%2F%2Fwww.researchgate.net%2Fprofile%2FPhil_Vines%2Fpublication%2F221055497_Using_Relative_Entropy_for_Authorship_Attribution%2Flinks%2F02e7e5296b8e4e065c000000.pdf&ei=x8AVVe24NcL1aoyygvAL&usg=AFQjCNFesQ9Syb0_aBqWyqI9nU1QC6AjDQ&bvm=bv.89381419,d.ZWU
    Quanto all’inattendibilità delle perizie condotte su fotocopie o facsimili, si vede che sono scemi anche gli Ermellini (il che invero non è da escludere in toto, alla luce di certe sentenze riportate a volte dai giornali): http://www.professionegiustizia.it/notizie/notizia.php?id=573

  44. E giova ripetere una volta di più che, quand’anche gli originali fossero portati in tribunale, le perizie grafologiche avrebbero un ben limitato valore probatorio: http://www.overlex.com/stampa.asp?id=1904&txttabella=articoli
    Né vedo perché – ammesso che la verità sia una ed una sola – ciò che ha limitato valore nelle aule di tribunale debba avere un valore assoluto in quelle universitarie.

  45. ” Voi ,mie parole, tradite invano il morso secreto, il vento nel cuore soffia. La più vera ragione è di chi tace”….. ( Eugenio Montale).

  46. ” Il rapporto tra l’alfabetismo e l’analfabetismo è costante, ma al giorno d’oggi gli analfabeti sanno leggere” . ( Eugenio Montale)

  47. Sul numero del 26-27 marzo 1957, sul «Corriere della Sera», appare un reportage da Ascona «dal nostro inviato speciale» Eugenio Montale. Ascona: «questa Capri nordica» in cui sono «passati i tempi / di Monte Verità, dei suoi nudisti, / dei kulturali jerofanti alquanto / ambivalenti o peggio» e dove però, «inorridisci», «qualcosa regge» («Botta e risposta II»). Era evidentemente cara a Montale; che però, in quest’articolo alimentare, non sembra così coinvolto dal luogo. Se non da un suo residente, «un musicologo: l’olandese Anthony van Hoboken di cui si festeggiano, insieme, i settant’anni e l’apparizione di un anticipo di quel che sarà il suo catalogo tematico e critico delle opere di Haydn». Montale si profonde in professioni d’ammirazione per l’occhiuto filologo capace di districarsi in un’opera sterminata («125 editori, 2500 opere a lui falsamente attribuite»), conversa amabilmente con lui, registra en passant la sua confessione d’un passato di compositore refoulé («je n’étais pas fameux»), ascolta un concerto in suo onore (con «due brani di Haydn perfettamente inediti»), nota fra il pubblico la presenza d’un altro illustre residente asconese, «il mitologo Kerényi», infine prende la via del ritorno. Non prima d’una fragrante colazione, condita dai seguenti pensieri: «La mitologia e i 2500 pezzi falsi di Haydn, che strane faccende, io pensavo curvo su un “frappè” che aveva un vago sapor di caviale. Bisogna proprio venire qui ad Ascona per accorgersi che al mondo c’è ancora qualcuno che si occupa di cose tanto inutili da essere sublimi. Non ci sarebbe proprio nulla di grave se musiche spurie si intrudessero nei nostri concerti o se la mitologia da noi appresa a scuola restasse inalterata nei suoi significati. Eppure c’è chi pensa che questo sarebbe gravissimo» («Trent’anni per smascherare i 2500 pezzi falsi di Haydn», in E.M., «Ventidue prose elvetiche», a cura di Fabio Soldini, Milano, Scheiwiller, 1994, pp. 146-51: 151). L’episodio restò a lungo impresso nella memoria di Montale, se è vero (come riporta Soldini nella nota al pezzo in questione) che lo ricordò pure in un’intervista televisiva concessa dopo il Nobel alla Televisione della Svizzera Italiana («lui mi disse: “Sa, io non amo affatto questa musica, sono come un collezionista di francobolli! Ho scelto questo Haydn e continuo a studiare la sua musica e mi sono convinto che almeno 1500 sue composizioni che vengono suonate in tutto il mondo, sono false, non sono sue”. Feci anche un articolo per il Corriere…» (ivi, p. 204).

  48. Tener dietro a tante intemperanze è un lavoraccio, ma non si può guardare che con simpatia alla tenacia dei nostri combattivi anonimi. È vero che Passante, Autenticista e compagni sanno solo ciò che si capta via Google, e la loro carenza di informazioni non è sempre compensata dalla focosità dei toni. È altrettanto vero, però, che alcuni dei loro interventi, al netto degli insulti, possono offrire lo spunto per utili precisazioni. Vorrei approfittarne a beneficio di chi è davvero interessato alla questione, che non è questione marginale. Forse la poesia è «anche ludus» (sic), come scrive Autenticista, ma una raccolta di Montale in più o in meno non è un dettaglio. E bene fa Cortellessa a rinfrancarci rievocando casi di ben più ardua soluzione: proseguiamo con fiducia, perché qui i sospetti falsi non sono 2500, ma appena un’ottantina.
    Quanto a Passante, Autenticista e compagni, mi permetto di interpellarli con cordiale franchezza: il mio indirizzo mail è pubblico; se vorrete scrivermi, in futuro, per avere chiarimenti preliminari, sono a vostra disposizione. Se non altro, risparmieremo a lettrici e lettori di LPLC interventi fuorvianti e talora frastornanti.

    Veniamo dunque a qualche questione concreta.
    1) «Non vedo come un notaio ticinese potrebbe autenticare il testamento di chicchessia all’insaputa e senza il consenso dell’interessato, a meno di non rischiare guai grossi» (Leguleio); «“Scusi, signor notaio John Rossi, ho qui un po’ di testamenti di Montale, lui non c’è e non ne sa nulla, me li autentica lo stesso?”, “Certo, si figuri”» (Barzellettiere); «Un notaio, in Svizzera come altrove, non può autenticare testamenti falsi, pena guai seri» (Autenticista). È il consueto gioco di parole sul termine “autenticare”, e dura almeno dal 1997. L’avv. John Rossi ha “autenticato” le trascrizioni dei testamenti edite nell’Annuario della Fondazione Schlesinger 1996 («Certifico io notaio che i testi che precedono sono la trascrizione conforme, da me collazionata con gli originali manoscritti che portano la firma dell’autore»); l’operazione notarile è datata: 23 dicembre 1996. Temo dunque che Montale non fosse presente, né informato. Di quanto può essere accaduto entro la morte di Montale (1981) solo la Cima sembra sapere tutto: ma al proposito ci ha raccontato diverse storie, tutte lacunose, tutte senza riscontri e in gran parte segnate da contraddizioni notevoli. Sull’ultima (per ora) versione dei fatti mi soffermo proprio nell’articolo qui sopra. A ogni buon conto, poiché l’avv. John Rossi è vivo, un suo intervento chiarificatore è auspicabile. Nessun presunto segreto d’ufficio è d’ostacolo, e dispiace che uno stimato professionista sia chiamato in causa per questioni che non gli competono e per responsabilità che non vanno attribuite a lui.
    2) Isella fu invitato dalla Cima a Lugano, e non volle andare. È piuttosto curioso che i nostri anonimi commentatori insistano tanto su una frase che non hanno capito («Invitato da Annalisa Cima a un viaggio a Lugano, ho preferito invece scendere a Pisa, etc.»). Rivelo loro un segreto: la frase è ironica. La Cima non rivolse alcun serio invito a Isella, e se la cavò con affermazioni di questo genere: «chi nega l’autenticità di quei versi poteva chiedere di visionare gli originali» («La Stampa», 21 luglio 1997, 16); «Isella […] non ha mai chiesto di vedere i manoscritti e pensavo che o non gli interessassero o si fidasse dell’apparato di una nota filologa» («la Repubblica», 22 luglio 1997, 34), etc., fino al sublime: «i manoscritti sono in una banca di Lugano e chiunque può vederli» («Il Secolo XIX», 27 luglio 1997, 2). Sono le stesse affermazioni che sentiamo oggi. Quando Isella invocò la formazione di un collegio di esperti, il più possibile composito e neutrale, per dar seguito a un’accurata analisi degli autografi, la Bettarini rispose con insulti che è imbarazzante rileggere, e che danno l’idea di quanto gli animi fossero turbati.
    3) Eviterei di citare l’autenticista Angelo Marchese e le lezioni di metodo da lui impartite a Isella. Marchese rimproverò al filologo la mancata ispezione degli originali («L’Unità», 12 novembre 1997, 2); peccato che pochi mesi prima avesse confessato di non averli mai personalmente esaminati (nemmeno in copia): «io ho lavorato sul testo dattiloscritto» («Il Giorno», 21 luglio 1997, 10).
    4) Quanto a me, perché mai non ho chiesto gli autografi alla Cima, prima di pubblicare quelle che l’utente Federica chiama graziosamente «400 pagine di bugie»? Piuttosto semplice: se Passante, Autenticista e compagni avessero letto o semplicemente sfogliato il mio libro (che è assai lungo, lo ammetto), saprebbero che la mia contestazione della paternità montaliana non si fonda, se non molto marginalmente, su argomenti di ordine grafologico. Il “Diario postumo”, a parer mio e non solo mio, appartiene al novero piuttosto nutrito di pseudoepigrafi la cui natura si svela assai facilmente per altre vie. Come le “Lettere di Falaride”, per intenderci (e ciò sia detto per nobilitare un po’ la raccoltina ticinese). Ben venga, ora, l’analisi degli autografi: secondo metodo e secondo buon senso, stiamo chiedendo alla Cima di zittirci con argomenti documentari inoppugnabili. Strano che non ne approfitti.
    5) Rimane da spiegare come mai, addirittura in riproduzione facsimilare, quegli autografi risultino così smaccatamente non montaliani. Rimane da spiegare come mai le grafie dei testamenti e delle liriche somiglino tanto alla grafia dello pseudo-Palazzeschi edito dalla Cima nel 2009 (sulla palmare inautenticità di quest’ultimo autografo mi rallegra l’autorevole conferma della Prof.ssa Adele Dei, che ringrazio). Ma forse vedere i manoscritti («palpare i foglietti», diceva la Bettarini) risolverà tutto: forse la riproduzione ha generato distorsioni poderose; forse un malevolo tipografo ha giocato alla Cima e a noi tutti un tiro mancino. Attendiamo, e ripetiamo: lasciar cadere un invito al confronto come quello che ora le giunge sarebbe, da parte della Cima, un errore madornale. Le auguriamo di evitarlo (come le auguriamo, impensieriti, difensori migliori o meglio informati, che per ora mancano all’appello).
    6) La testimonianza di Maria Corti. Purtroppo, essa è stata anticipatamente smentita dalla stessa Cima. Isella ben vide e subito denunciò una contraddizione testimoniale insanabile che evidentemente è il caso di ricordare. La Corti, il 4 settembre 1997, raccontò di aver visto Montale donare alla Cima un «notevole gruppo di fogli manoscritti»; nell’occasione, la Cima e la Corti avrebbero discusso, presente Montale, il peculiare destino archivistico di quei «fogli». Purtroppo, il giorno precedente (3 settembre), a «L’Unità», la Cima aveva incautamente dichiarato: «anche Maria Corti, che andava a trovarlo [scil. Montale] ogni domenica, mi ha confessato di recente di esserne al corrente [scil. dell’intero progetto “Diario postumo”]». Pare incredibile ma è così: la Cima rivela di aver da poco («di recente») appreso dalla Corti qualcosa che non poteva non esserle integralmente e perfettamente noto, stando alla stessa Corti. Tutto questo è già stato osservato da Isella, che andrebbe letto e non solo calunniato. Per parte mia, a questa deflagrante contraddizione ho dovuto aggiungere altre serissime incongruenze (pp. 154ss. del mio volume), che rendono la testimonianza di Maria Corti semplicemente inutilizzabile. Ma anche se essa fosse in tutto e per tutto fededegna, rimane un fatto che incredibilmente si continua a trascurare: la Corti testimonia soltanto di un passaggio di carte (non identificate!) avvenuto nel 1973, cioè quando gran parte del “Diario postumo” era ancora da scrivere. Evidente, dunque, che sull’autenticità della raccolta in quanto raccolta la Corti non ha nulla da dirci. Non indaghiamo oltre su questo episodio, che coinvolge una grande studiosa che non può più precisare o chiarire; non indaghiamo oltre, specie perché non serve a niente.
    7) A margine, una domanda: se i testamenti sono autentici, perché annettere tanto peso a quanto raccontò la Corti? I testamenti non bastano? Ma come: se i testamenti sono autentici, siamo di fronte a Montale in persona che descrive il “Diario postumo” e ne detta tempi e modi di pubblicazione! È un dettaglio che non manca di colpire, se si osserva la vicenda nella sua interezza: nemmeno gli autenticisti più integrali hanno mai davvero usato i testamenti come argomento pro “Diario postumo”. In compenso, quasi tutti si sono aggrappati con sollievo alla testimonianza di Maria Corti. Bizzarro.

    Rimarrebbero altri argomenti da toccare: per es. le decisioni del Sistema Bibliotecario Nazionale sull’attribuzione del “Diario postumo” (pare che al riguardo io abbia mentito, e lo si vorrebbe ricavare da una ricerca via OPAC!), o le posizioni in merito della casa editrice Mondadori, perfettamente sintetizzate da Antonio Riccardi sul «Corriere del Ticino» del 18 dicembre scorso: «perché porre sotto silenzio le nuove acquisizioni portate dal convegno di inizio novembre? Che si apra un nuovo capitolo, basato sull’esame delle carte, e vedremo, serenamente, cosa ne esce». Parole sacrosante, di cui va ammirate fermezza e lucidità. Stiamo appunto attendendo serenamente. Mi sento di attestare, di passaggio, anche la perfetta serenità del Prof. Savoca, con il quale ho avuto il piacere di carteggiare negli scorsi mesi: chi non ha ragioni personali di astio sa mostrare sempre pacatezza e massimo interesse per i nuovi dati che via via emergono.
    Con gli argomenti del Prof. Savoca, e con quelli di tanti altri autenticisti documentati e ragionevoli, sarà utile e importante continuare a confrontarsi. Purtroppo, nessuno di coloro a cui ho rivolto il mio invito, lo scorso autunno, ha potuto prendere parte al convegno bolognese. Pazienza. Altre occasioni non mancheranno. E, a carte scoperte – se le carte si scopriranno – sarà ancora più agevole ragionare.

  49. @Passante-Autenticista-Passatista: bisognerebbe rispondere a tutte le obiezioni che sono state mosse negli ultimi mesi, senza usare argomenti risalenti a quasi vent’anni fa. Quanto ai tribunali, usano sempre gli argomenti contro l’autenticità della grafia, ci mancherebbe. Da soli possono non bastare, ma in questo caso ce ne sarebbero ben altri.

    @Andrea Cortellessa: scusa, Andrea, ma le situazioni confuse non sono tutte uguali. In questo caso ci sono argomenti e documenti in abbondanza: se le cose fossero in questi termini anche per Haydn, potremmo avere un canone perfetto e perpetuo!

    Ma soprattutto @Federica: complimenti, il suo stile assomiglia molto a quello di una Annalisa che tanto vorremmo partecipasse a questa discussione. Anche quella Annalisa, ho potuto riscontrare, aveva l’abitudine di tradurre le frasi latine, persino quelle stereotipate, in italiano fra parentesi…

  50. Professor Condello che onore mi attribuisce!!! Poter essere accostata ad Annalisa Cima… Una persona fuori da qualsiasi gioco letterario, una grande poetessa. Purtroppo non ho ancora avuto l’onore di poterla conoscere mi creda sarebbe un sogno che si avvera. Mi rattrista che si parli di Lei solo abbinata a Montale… La sua poesia è immensa. Se lei Condello leggesse solo” Terzo Modo” capirebbe la sua grandezza . Io sono solo una professoressa di lettere che ama la poesia …

  51. @ Federica: sono Casadei, non Condello: c’è scritto chiaramente! Quanto allo stile, capisco allora il modello. Terzo modo l’ho letto, ahime’, l’ho letto varie volte. Essere sopravvissuto non è stata impresa da poco…

  52. Posso attestare che Federica (una mia cara amica, che mi dà spesso e volentieri una mano in diverse circostanze) non è certo persona che si lasci coinvolgere in torbide vicende di falsificazioni poetiche.

  53. Esimio Professor Casadei, vorrà perdonarmi, ma in merito al valore della poesia di Annalisa Cima – e della letteratura in genere – sarei incline ad aderire al parere di Cesare Segre e di Claudio Magris più che al suo…

  54. Mi scuso per aver confuso il nome…lei dice dopo aver letto Terzo Modo :”Essere sopravvissuto non è stata impresa da poco”…forse conosce solo “Un Modo”…

  55. NUOVE RIVELAZIONI: MONTALE NON È MAI ESISTITO

    Secondo i calcoli di uno studioso – che da essi pretenderebbe di desumere, segretamente prezzolato da una fondazione svizzera (sulla vicenda indaga già la procura, coadiuvata dalla consulenza dei periti grafologi, notoriamente infallibili), l’autenticità del “Diario postumo”, palese falsificazione -, “in ogni raccolta di Montale c’è un rapporto abbastanza stabile fra parole nuove e parole già usate: nelle “Occasioni” sono il 26,3, nella “Bufera” il 29, in “Satura” il 35,7, nel “Diario del ’71 e del ’72” il 31,9, nel “Diario postumo” il 28,5 per cento”. “Tutto Montale, dunque, con la sola, dubbia eccezione delle ‘Occasioni’, è un falso”, ha concluso un esimio docente, noto esperto di poesia italiana contemporanea in virtù dei suoi studi su quella greca arcaica.
    “Ed è lecito supporre che il poeta non sia mai esistito, che tutte le apparizioni pubbliche di Montale (già da tempo dubbie, vista la difformità, largamente attestata, dell’abbigliamento giovanile da quello senile, e il marcato mutare dell’aspetto fisico dalla giovinezza alla vecchiaia) fossero in realtà quelle di un sosia, pare un insegnante di Bagnacavallo che, nei momenti di sconforto, ricorreva spesso all’ausilio di una non meglio nota Federica. Per gli “Ossi”, attendiamo dagli informatici della NASA i riscontri di una comparazione statistica con il lessico delle poesie d’infanzia e adolescenza”.

  56. Avanti professor Casadei, risponda in fretta. Ha letto e riletto “Terzo modo”, dice. Perché si intitola così? Anche se indubbiamente voi Normalisti iperuranii non vi abbassate a queste minuzie…

  57. NUOVE RIVELAZIONI DALLA SVIZZERA: PARLANO I NOTAI

    Clamorose rivelazioni dei notai coinvolti nella ormai acclarata falsificazione dei “Diario postumo” di Montale, poeta che peraltro oggi sappiamo non essere mai esistito. “Venne da noi una splendida signora, una certa Fiordaliso se non erro (o forse si chiamava Federica, persona assai amichevole, “alla mano” per così dire, conosciuta, operosa, solerte e benemerita negli ambienti cittadini, specie in quelli letterari e accademici), chiedendoci di autenticare, suggellandoli in buste, testamenti e poesie inedite di Montale, anche se il poeta, impegnato in una gara di sputi con i boy scout in campeggio sul lago di Lugano, non poteva presenziare, e non ne sapeva nulla. Le risposi, ovviamente, che non c’era alcun problema. In Svizzera è prassi usuale, non siamo certo precisi, rigorosi e pignoli come in Italia. In cambio, la signora ci offrì tutta se stessa, senza risparmio. Per così poco?, rispondemmo”.
    Del resto, interpellata a suo tempo circa presunte e assai dubbie confidenze rivoltele dal poeta (che nell’occasione, secondo alcune testimonianze, avrebbe indossato pantofole grigio chiaro, secondo altre di un grigio tendente invece allo scuro, il che rende la testimonianza pressoché nulla), una somma filologa ebbe a rispondere: “Montale chi? L’idraulico? Un ladro, non mi faccia parlare che è meglio”.

  58. Com’è del resto ovvio, la Legge Ticinese sul Notariato (http://www3.ti.ch/CAN/RLeggi/public/index.php/raccolta-leggi/legge/vid/75 : magari fossero così sintetiche, chiare ed univoche anche le leggi italiche) non consente affatto di autenticare qualsiasi cosa, con la sola condizione che una copia sia conforme all’originale, senza alcuna verifica sulla genuinità di quest’ultimo… a maggior ragione qualora trattisi di testamenti, o di testi documenti testimonianze di assoluto valore.
    Le condizioni e le restrizioni sono anzi molto rigide. Vedi artt. 69 sgg. e art. 89.
    In parole povere, un notaio svizzero – forse con la sola eccezione degli atti notori, quelli che oggi in Italia sono sostituiti, per la fortuna delle nostre povere tasche, dall’autocertificazione – non può autenticare la copia di un atto se non abbia prima verificato l’autenticità dell’originale, o non possieda egli stesso, nel proprio archivio, o non possa ottenere dall’archivio del tribunale o della prefettura, una copia autentica o autenticata dell’originale. Questo “sotto pena della sospensione dall’esercizio del notariato”. Decisamente non gli conviene.
    Il notaio John Rossi ebbe evidentemente a disposizione originali autenticati. Chi sostiene la falsità dirà che anche quelle autenticazioni erano fasulle… La questione potrebbe durare in eterno. “Semper ipsa quaestio ex se aliquid gignit” (cito a memoria, e non traduco, altrimenti mi scambiate per la Cima).

  59. Perché le copie di originali la cui autenticità era comprovata da timbri notarili furono fatte ulteriormente autenticare? Per poter disporre – ipotizzo – di copie autenticate, onde evitare il rischio che gli originali potessero essere danneggiati da fotografie, fotoriproduzioni, scansioni.

  60. Purtroppo la discussione sta ormai prendendo binari morti, quando non scade nel pecoreccio. Personalmente mi fermo, e rinvio alla nuova pagina con argomentazioni specifiche e comprovate, appena pubblicata qui in LPLC. Spero comunque che coloro che vogliono discutere seriamente dell’autenticita’ del “Diario postumo” rileggano con attenzione l’ultimo intervento di Federico Condello.

  61. Cari Alberto e Federico,
    col postare quel brandello del Montale «inviato speciale» però non volevo semplicemente menzionare «casi di ben più ardua soluzione». La frase che impressiona (e forse può aiutare a dirimere la questione) è quella colla quale Montale in persona dichiara che «non ci sarebbe proprio nulla di grave se musiche spurie si intrudessero nei nostri concerti», e assimila simili vicende al contesto della «mitologia» (sicché forse avrebbe gradito l’ipotesi di «Lercio», secondo la quale lui stesso non sarebbe mai esistito). A me pare che stia prendendo forma, qui, il pensiero che porterà alla famosa «beffa postuma» ai filologi (uno scherzo del genere che poteva ben piacere al dubbio humour del tardo Montale, come quello della «Poesia travestita» del quale – si noti – si fece complice proprio Maria Corti; e che è giunto a sua volta agli onori, e agli oneri, della stampa: Interlinea 1999). Curiosamente l’argomento della «beffa» vedo che viene usato per lo più dagli “autenticisti”, mentre pare a me che – ove venisse in qualche modo provato – darebbe corda semmai al partito opposto: sono «spurie» infatti, secondo lo stesso Montale, le musiche che gradirebbe «si intrudessero nei nostri concerti». Lascio agli specialisti il dubbio ulteriore, che tanti versi che tutti consideriamo “autentici” dell’ultimo Montale, ahilui, siano stati da lui scritti con lo stesso intento: beffardo sì ma anche, non so quanto intenzionalmente, autodenigratorio.
    Prevengo peraltro un’ulteriore obiezione “autenticista”: quella secondo la quale dei falsi autenticati dal diretto interessato sarebbero da considerare a loro volta “autentici” nel senso in cui simili pratiche (che non esimono tuttavia dalle verifiche d’autenticità “tradizionali”) sono da tempo tenute dagli artisti visivi. Si conoscono i gusti assai conservatori, del Montale tardo, in fatto d’arte: e figuriamoci cosa potesse pensare, ove l’avesse conosciuta, dell’arte concettuale.
    Un’ultima considerazione: come mai gli “autenticisti” qui intervenuti, pronti a brandire atti notarili e testimonianze giurate, non si firmano col proprio nome?

  62. Caro Andrea,
    grazie. Il tuo argomento mi era chiaro, ma ho preferito non aprire un altro fronte di discussione, mentre Passante e sodali diffondevano (in buona o cattiva fede) inesattezze assortite. Ora che la speranza di argomentare con loro è svanita – la strategia fumogena è la stessa già usata per la pagina Wikipedia: vd. mio articolo di partenza – volentieri ti rispondo.
    La tesi della beffa postuma e la tesi del rimbecillimento sono state, fra il 1991 e il 1998, le vie di fuga preferite dagli autenticisti in crisi. Solo la Bettarini, in verità, usò entrambe le tesi, incurante dell’attrito (ricordiamo tutti, credo, l’apologo del paiolo immortalato da Freud).

    Le due tesi sono diverse, ma hanno un saldo punto in comune. Esse fanno appello, entrambe, ad argomenti inverificabili. Anzi, argomenti a priori non falsificabili – in senso popperiano minimale – e quindi sottratti a ogni seria e fondata discussione. Sotto questo punto di vista, occorre dire che la tesi della ‘grande beffa’ offre qualche vantaggio sofistico in più, oltre a spiccare per maggiore presentabilità e garbo.
    Proviamo. Il Montale del DP scrive male, le poesie del DP sono «solenni porcherie», come le definì Mengaldo? Rimbecillimento evidente. O, a piacere: perfida simulazione; meglio ancora, con mossa argomentativa più abile: nessun falsario produrrebbe del ‘cattivo Montale’; ‘cattivo Montale’ può produrne, diciamo così, solo un Montale cattivo: molto cattivo (così la Bettarini). Fino ai limiti dell’autolesionismo, si è obiettato? Ma certo: perché no? L’umana cattiveria ha forse limiti? E ancora: Montale architetta un meccanismo di trasmissione testuale a dir poco diabolico, e prossimo al delirio; è possibile? Certo: di delirio si tratterà, appunto, che del rimbecillimento può essere una variante. Oppure (e forse meglio): capacità registica sopraffina, volontà strenua di «depistare» tutti, magari complicata (patologicamente) o arricchita (perfidamente) da una certa ‘genetica notarile’ che avrebbe caratterizzato – lo assicura la Cima in più luoghi – la condotta di Montale. E infine: gli autografi del DP esibiscono caratteristiche difficilmente conciliabili con le grafie – coeve e non – di Montale? Qui il rimbecillimento tiene poco, e cede semmai il passo a una sua più accorta variazione nosologica: il Parkinson ‘a comando’ o ‘ad personam’, coralmente diagnosticato – pur con sfumature diverse – dalla Cima, dalla Bettarini e dalla Corti. Tiene benissimo, invece, la tesi della beffa: se la volontà che attribuiamo in ipotesi al poeta è quella di épater les philologues, si può immaginare trovata più geniale di una grafia studiata per risultare inverosimile? Anzi, di una grafia studiata per risultare una grafia inverosimile che ne imita una verosimile? Mai un falsario avrebbe architettato un così cervellotico marchingegno, esposto per sua natura a troppi sospetti. Un falsario – la Cima e la Bettarini lo dicono in più sedi – se la sarebbe cavata scrivendo a macchina, e adulterando al più qualche firma. Solo Montale – un Montale a dir poco sadico: e perché no? – può aver messo in opera una simile macchina infernale.

    Si potrebbe proseguire all’infinito. E questo (a mio avviso) basta a sconsigliare l’adozione di un simile “metodo”, che impedisce a priori qualsiasi forma di verifica (o falsificazione) scientifica. Occorre stare molto attenti, perché non siamo lontani dai trucchi argomentativi tipici di quasi ogni negazionismo.
    Ciò in generale. Per quanto concerne, più in particolare, la “beffa postuma”, mi è capitato di dire altrove che chi la sostiene dovrebbe portarla fino alle sue estreme conseguenze, onde valutarne – per assurdo – la generale inverosimiglianza. La beffa ordita da Montale avrebbe dunque previsto, fra l’altro:
    1) un incredibile meccanismo di pubblicazione, fatto di buste, controbuste, etc. (ma con allegate profezie: vd. sotto);
    2) una composizione delle poesie effettuata secondo le regole del falso-tipo (tecniche di collage, anacronismi, etc.);
    3) una confezione degli autografi scrupolosamente studiata per dare l’idea di più mani che imitano la mano di Montale, etc.
    4) la predisposizione di adeguati “paratesti”, tutti confezionati secondo le regole del falso-tipo (per es. la recensione a “Terzo Modo” di Annalisa Cima: grottesco patchwork di citazioni montaliane, rimontate però da qualcuno [Montale stesso?] che si simula demente, fingendo d’ignorare grammatica e buon senso; ho analizzato la prosa nel mio libro e ne ho elencato le fonti: ci tornerò, se necessario);
    5) 24 fra lettere-legato e testamenti, l’ultimo dei quali avrebbe diseredato (a sorpresa) la nipote Bianca, illusa nel frattempo dal testamento che Montale avrebbe stilato a suo beneficio. Umorismo piuttosto nero!
    E anche in questo caso si potrebbe proseguire. Mi chiedo: oltre che inverificabile e infalsificabile, una tesi simile non è anche, e platealmente, anti-economica? L’onere della prova, di fronte a tanto, ricade sugli autenticisti. E credo che tu sia d’accordo, Andrea, visto il tuo inciso “ove venisse in qualche modo provato [scil. l’argomento della beffa]”. Ad oggi, purtroppo, l’unica “prova” effettivamente portata è la testimonianza di Maria Corti, per la quale non ripeterò quanto ho scritto nel mio post precedente.
    C’è qualcosa di più: come spiegare, alla luce della presunta beffa postuma, l’impressionante serie di profezie che Montale avrebbe indovinato tramite il meccanismo delle buste a orologeria? Nel mio libro ne ho documentate diverse: poesie che sbucano dalla loro brava busta proprio in tempo per alludere, con piena pertinenza, a eventi d’attualità; e dunque imbustate da Montale con miracolosa prescienza di quanto sarebbe accaduto dopo la sua morte.
    A me pare troppo.

    Altra faccenda è volgere la tesi della beffa postuma contro l’autenticità del “DP”. È la via che ha imboccato ora Marcenaro, e per questo – qualche decina di post più in su: 21 marzo – ho segnalato il suo articolo. La tesi è: una micro-beffa postuma, limitata a un modesto corpuscolo di poesie, ma ingigantita dalla Cima tramite la moltiplicazione dei testi, la creazione degli autografi, etc. Solo che in tal caso siamo di fronte a una falsificazione, non più a uno scherzo di qualsivoglia genere e gusto. E, al proposito, mi sentirei di mettere in guardia contro un uso puramente metaforico del termine “falsificazione”, ampliabile fino a comprendere ogni forma di ironia o auto-ironia. Temo che il “DP”, alla luce di tutti i dati e di tutti i documenti emersi, rimandi a un’accezione molto chiara e piuttosto banale di “falsificazione”.

    C’è un altro problema che tu implicitamente poni. Gli autenticisti d’oggi non solo non si firmano: hanno smesso di argomentare. I tanti che presero parte alla querelle del 1997-1998 si sono chiusi in un silenzio che fa riflettere (e non si dica che sono tutti morti! Si fa torto, e si porta male, a più di un vivo!). Dal luglio del 2014, quando il caso è riesploso, nessuno è intervenuto a difendere il “DP”, a parte la Cima, che ora si trova sola. O, peggio, circondata da pessimi avvocati. Questo dispiace.

  63. Non mi sembra che abbiamo rinunciato ad argomentare. Semmai, qualcuno deve chiarire la sua singolare interpretazione secondo cui per la legge ticinese un notaio potrebbe autenticare qualsiasi cosa purché gli vengano mostrati un presunto, e non verificato, orginale e una copia conforme.
    In presenza di testi autenticati da timbri notarili, è chi ne nega l’autenticità ad avere l’onere della probatio diabolica. Il “negazionista” (termine orrendo), se ve n’è uno, è lui.
    Si è tirato in ballo il negazionismo. Scrive Arno Mayer (non certo un negazionista): “Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable. There is no denying the many contradictions, ambiguities, and errors are in the existing sources. Most of what is known is based on the depositions of Nazi officials and executioners at postwar trials and on the memory of survivors and bystanders. This testimony must be screened carefully, since it can be influenced by subjective factors of great complexity”.
    Ma questo non deve certo indurre – quod di omen avertant – a mettere in dubbio la sacra ed inviolabile verità storica ufficiale in materia di Olocausto: chi lo fa si copre d’infamia e in alcuni paesi finisce in prigione per anni.
    Ne consegue, evidentemente, che le testimonianze, a maggior ragione quelle affidate alla memoria individuale o da essa corroborate, non sono immuni, specie a distanza di anni, da contraddizioni, lacune, incertezze, senza che ciò autorizzi a negare il nucleo essenziale di verità cui esse si riferiscono (nel nostro caso, un gruppo di poesie, non tutte spregevoli, con cui Montale volle far risuonare ancora dall’Oltretomba la sua voce – o forse, come scrisse la Corti, il suo “riso riarso”).

  64. Caro Autenticista,
    ben venga il suo contributo, almeno per le prime cinque righe.
    Disturba un po’ il suo anonimato, ma sono lieto di trovarla argomentante. La prego, sia così gentile da chiarire, a beneficio mio e di tutti i lettori, i seguenti punti: 1) quali peculiari atti sarebbe incline ad attribuire a un non meglio precisato notaio ticinese? 2) e a chi, esattamente? 3) e in quale preciso momento (diciamo, per ipotesi, fra il 1981 e il 1996?) delle lunghe e tortuose vicende testuali occorse al DP? 4) e con quali ricadute complessive sulla questione dell’autenticità del DP e/o dei testamenti annessi? 5) e secondo quale presunto legame fra liriche del DP e testamenti?
    Le chiedo tutto questo non solo perché lei mi pare complessivamente ben informata/o, o forse vicina/o a persone ben informate, o almeno volenterosa/o nella caccia all’informazione disponibile, ma anche perché sono certo che non intende sviare la discussione, bensì offrirci uno scenario (per quanto ipotetico) completo e alternativo rispetto al poco che sappiamo.
    La ascolto con interesse. Le ho posto cinque domande e le sarei grato se volesse darmi cinque risposte. Si tratta, complessivamente, di una faccenda marginale, ma la sua sicurezza impressiona e vale la pena – forse – capire quale ipotesi d’insieme vorrebbe offrire alla comune e ormai estesa discussione sul caso. Vale la pena capire cosa, in tale ipotesi, sarebbe così rilevante da indurla a evitare tutti gli altri problemi in campo.
    Grazie per gli eventuali chiarimenti, e mi perdoni fin d’ora se – in caso di risposte generiche – eviterò di dar seguito al rosario dei post, per il rispetto che dobbiamo alla sede che ci ospita.

  65. Una lettura più attenta della legge ticinese sul notariato (http://www3.ti.ch/CAN/RLeggi/public/index.php/raccolta-leggi/legge/vid/75) avrebbe forse evitato di spargere tanto inchiostro per nulla, sulla base di una questione mal posta.
    “Invitato da Annalisa Cima a un viaggio a Lugano ho preferito invece scendere a Pisa; a un incontro col notaio John Rossi ho preferito un colloquio con Armando Petrucci”, scrisse Isella. Forse la visione dei manoscritti e un colloquio con il notaio che li aveva autenticati sarebbero stati più chiarificatori. Pensare che la frase fosse ironica, e che in realtà Isella volesse dire il contrario (cioè di non essere stato invitato), mi pare, francamente, un tipico caso di sovrainterpretazione.
    Ripeto: per quella legge, com’è del resto ragionevole, un notaio non può autenticare la copia di un documento qualora l’autenticità di quest’ultimo non risulti o dal suo archivio, o da quello della prefettura o del tribunale. Non si può che presumere che il notaio Rossi ricavasse la certezza dell’autenticità degli originali da una precedente attestazione del collega Raffaello Meneghini.
    Ma forse neppure John Rossi era o è tenuto, né avrebbe potuto o può oggi, chiarire la questione, essendo vincolato dal segreto d’ufficio ai sensi della stessa legge, art. 5.

  66. Del resto, non si sa con precisione in quale anno Dante abbia portato a compimento ciascun canto, anzi nemmeno ciascuna cantica, del poema. Ma ciò non significa che quest’ultimo sia un falso.

  67. A ciò si aggiunga che se l’artefice di una ipotetica falsificazione nomina pubblicamente i notai che ne sono depositari, e che dunque ne diverrebbero complici, è difficile supporre che costoro non intervengano per smentire, anzi non querelino colui che li ha chiamati in causa. A meno che non si voglia ipotizzare (ma allora si giunge al delirio) un labirintico e diabolico complotto (per una questione in cui, trattandosi di poesia, non sono neppure in gioco interessi miliardari).

  68. @ Federico Condello
    Sì, mi pare che l’ipotesi Marcenaro sia quella più verosimile. Un’idea come quella della “beffa postuma” può ben essere stata concepita dal Montale tardo, da lui comunicata agli esecutori e ai complici e poi, dopo la sua morte, proseguita dagli esecutori in modalità sin troppo “serie” e, a ben vedere, opposte all’intenzione dell’ideatore. Se questi voleva ingannare i filologi, era nel senso che voleva far loro credere che dei falsi marchianamente evidenti (anche dal punto di vista paleografico, che i filologi dovrebbero padroneggiare a perfezione) fossero autentici – un po’ alla maniera dei falsi Modigliani artefatti a Livorno negli anni Ottanta: solo che in questo caso il falsario, o meglio il committente dei falsari, sarebbe lo stesso autore. Ma in questo spirito, una volta che altri filologi (come te) avessero smascherato la patacca, la “beffa” non avrebbe più motivo d’essere. Se così stessero le cose, si capirebbe il silenzio dei superstiti complici di allora: che però credo a questo punto sarebbe bene che, ancorché vincolati al segreto dall’amico Eusebio, rovesciassero il tavolo. Un bel gioco dura poco (e questo, diciamolo, non è poi stato neppure così bello).

  69. Caro Andrea,
    l’ipotesi di Marcenaro (e ora tua) è legittima come ogni altra. C’è chi ha immaginato un corpuscolo di autografi autentici, infarcito di falsi fino a compimento della raccolta; chi ha immaginato che all’origine del DP ci siano frasi captate da un registratore, e niente di più; chi ha mescolato le due supposizioni; etc. Il tutto, con burla o senza burla o con dosi variabili di burla. E oggi – novità inaudita – sappiamo dalla Cima stessa che lei avrebbe avuto solo “dodici, tredici” poesie dalle mani di Montale; il che contraddice, con nonchalance ammirevole, quasi trent’anni di dichiarazioni ben diverse; ma pazienza: davvero la storia è sempre storia contemporanea.
    Si può immaginare o ipotizzare qualsiasi cosa, insomma: il punto è che, ad oggi, non c’è base minimale per sostenere l’una o l’altra ipotesi. Donde il carattere semplicemente giocoso di qualsiasi speculazione in merito. I documenti “sarebbe bastato chiederli”: li abbiamo chiesti (http://www.leparoleelecose.it/?p=18231), per ora senza esito alcuno. Intanto, i documenti scovati e resi noti da Alberto Casadei (http://www.laboratoriodiletteratura.it/?p=387) dimostrano che, fino al 1985 compreso, né Scheiwiller né la Cima sapevano del “Diario postumo”!
    Questi i fatti e i dati concreti. Il resto è attività congetturale che non dovrebbe sviarci. Su un aspetto, per così dire, di metodo, ci fu grande unanimità nel convegno dell’11 novembre: interrogarsi sulla genesi del DP, una volta respinta l’attribuzione a Montale, è legittimo ma secondario. Chi può dar lumi li dia, se crede.

    Postilla minima sui notai: i “super-testimoni di Stato”, come li chiamava – a scopo intimidatorio – la Bettarini. Speravo che Autenticista avesse straordinarie informazioni da offrirci. Mi sbagliavo. Di quanto fatto da uno o due o più notai, fra il 1979 e il 1996, nulla sa Autenticista e nulla sappiamo noi. A quanto pare, per ora Autenticista si è convinto che nel 1996 (23 dicembre) nessun medium ha potuto favorire la partecipazione di Montale a chissà quali indiscutibili “autenticazioni”: è già qualcosa. Tirare i notai per la giacca, del resto, è un vecchio ma stucchevole gioco degli autenticisti in crisi: anche nel 1997, in mancanza di altri argomenti, la Bettarini e la Cima invocarono scompostamente atti notarili “contro i quali nessuno può nulla” (sic). Atti sulla cui precisa natura, per evitare discussioni serie, si è preferito comunque sorvolare. Ho raccolto ne “I filologi e gli angeli” tutte le testimonianze in merito. Testimonianze che spesso si contraddicono, al solito, e che sempre brillano per studiata evasività. Chi può dar lumi, etc.: come sopra.

  70. Come ho già detto, che la Cima non rivelasse nulla del Diario postumo fino al 1985 è abbastanza ovvio, dato che esso doveva iniziare ad uscire dall’anno successivo. Semmai la si potrà rimproverare di non aver mantenuto – anche se in privato – un totale riserbo.

    Quanto alle contraddizioni nelle sue tesimonianze, il Rapporto Gerstein – come gli storici, non solo revisionisti, ammettono concordemente – pullula, sui singoli dettagli, di inverosimiglianze e incoerenze ancor più abissali. Provate ad andare in Germania o in Austria a dire: “Il rapporto Gerstein è un falso”, o “Il Rapporto Gerstein è inattendibile”, e finite in prigione per sette anni in quanto “negazionisti” dell’Olocausto. Infatti non bisogna dirlo, e neanche pensarlo, o sospettarlo, nemmeno per un attimo, per l’amor di Dio.

    Dato che non c’è verso di farvi leggere la Legge Ticinese sul Notariato, che non è neanche tanto lunga, incollo qui gli articoli di nostro interesse (dai quali risulta che, com’è del resto ovvio, non è possibile, in Ticino, farsi autenticare copia di qualsiasi cosa senza una verifica dell’autenticità dell’originale).

    Dopodiché basta. Chi vuol capire capisca.

    Art. 71 1 Le copie autentiche sono o dei duplicati dell’originale, portanti le firme autentiche degli interessati, o delle trascrizioni conformi. Devono riprodurre anche gli inserti.
    2 Gli inserti possono essere ricopiati in aggiunta del testo dell’atto pubblico oppure allegati in copia. In questo secondo caso, ogni copia d’inserto dovrà portare una propria designazione dell’inserto e la menzione del numero di rubrica del rogito di cui fa parte.
    3 Le copie sono scritte su carta notarile come gli originali e devono riprodurre la carta notarile. Devono essere approntate con la macchina per scrivere o con altro mezzo di scrittura o riproduzione meccanica, compresi i duplicati dattilografici e la fotocopia ed esclusi solo quei sistemi che non danno sufficiente garanzia di congrua durata.
    4 I pubblici uffici cui sono destinate le copie autentiche non accetteranno le copie di atti la cui scrittura non è sufficientemente ordinata o nitida o non appare duratura (ciclostile ad alcool, fotocopia a raggi infrarossi, ecc.).
    Art. 72 1 Le copie autentiche degli atti e, se del caso, le copie separate degli inserti (Art. 71 cpv. 2) devono portare in ogni caso una dichiarazione di conformità che inizia con la data dell’autentica, indica l’ufficio o la persona cui la copia viene rilasciata, l’avvenuta collazione e termina con la firma del notaio, con l’indicazione di proprio pugno, oltre al nome e cognome, della residenza e qualifica e l’impressione del tabellionato. La dichiarazione fa menzione dell’edizione nel solo caso dell’Art. 69 cpv. 4.
    2 La dichiarazione può essere apposta a mano o a macchina o anche mediante l’ausilio di un timbro riproducente le parti invariabili del testo.
    3 Ogni foglio della copia autentica deve portare un numero progressivo e il riferimento al numero di rubrica del rogito; ogni foglio della copia dovrà pure portare la firma del notaio e il segno del tabellionato. Lo stesso vale per ogni foglio di copie separate d’inserti, con l’avvertenza che dovrà inoltre essere indicata la designazione dell’inserto.
    Art. 73 Le omissioni o gli errori nella copia dell’atto possono venire corretti con una o più postille in margine od in fine, purché approvate dal notaio con la sua firma e con l’impressione del tabellionato.
    Art. 74 Gli estratti conformi che contengono solo una parte dell’atto devono portare la data dell’atto, il nome e il cognome delle parti e dei testimoni, ed essere autenticati dal notaio, così come avviene per le copie.
    Art. 75 Se la copia non è estratta secondo le norme precedenti, non ha carattere di autenticità in quella parte che è difforme dalle stesse. Il notaio è passibile di un’ammenda disciplinare salvo l’azione penale in caso di doloso rilascio di copia difforme dall’originale.

  71. Il nostro Autenticista – della cui buona volontà non servono ulteriori prove – riesce a evidenziare, quasi a ogni suo intervento, un ulteriore anello che non tiene. Personalmente gliene sono grato, perché questo consente di segnalare ai lettori fatti significativi. Fossi un autencista, però, lo supplicherei di fermarsi.
    Ora, nel tentativo di spiegare come mai, nel loro carteggio privato, la Cima e Scheiwiller ignorino l’esistenza del “Diario postumo” per tutto il 1985, Autenticista offre la seguente spiegazione: la Cima sa tutto, ma non può scriverne all’editore suo amico, perché i patti con Montale la vincolano al silenzio. Scappatoia brillante. Peccato che sia d’ostacolo l’esplicita testimonianza di Annalisa Cima, che così si espresse con Giorgio Calcagno (“Montale inedito nascosto in Svizzera”, «La Stampa – TuttoLibri», 13 settembre 1986, p. 1): «con precisione svizzera, dopo essersi trasferita qui [scil. a Lugano], Annalisa Cima ha rispettato le indicazioni del poeta. Solo quando erano trascorsi quattro anni dalla morte ha chiamato Scheiwiller a Lugano, per parlargliene. L’editore aveva stampato tanti volumi di Montale, l’autore in testa al suo catalogo: ma non sapeva nulla di questo patrimonio. “Quando glielo mostrai, si mise a piangere”».
    La testimonianza è confermata da quanto la Cima scrive, molti anni dopo, nel suo ricordo di Scheiwiller (A. Cima, “Frammenti di una biografia personale”, «Autografo», XVI/41, 2000, pp. 33-42): «nell’85 Vanni lesse con passione le poesie di Montale, prima che le pubblicassi nei tipi della Fondazione; avrebbe voluto fare una plaquette, per raccogliere le prime dodici poesie, ma la Mondadori non glielo permise. Non era scritto nelle lettere-testamento di Montale. Vanni ne rimase deluso».
    Dunque, nel 1985 la Cima può mostrare a Scheiwiller le poesie del “Diario postumo” (la prima busta? Le prime due per un totale di «dodici poesie»? O molto di più?); Scheiwiller sparge lacrime sul riesumato tesoro; ma i due, quando privatamente si scrivono, non sanno o fingono di non sapere: questo abbiamo appreso ora, grazie ad Alberto Casadei. E la contraddizione è tale che nessun sofisma basta a risolverla.

    Non contento di mettere Annalisa Cima in difficoltà sempre maggiori, Autenticista vuole attribuire all’avv. John Rossi responsabilità che non gli competono. Il ragionamento è questo: il notaio ha autenticato copie del “Diario postumo” e dei testamenti; dunque, egli doveva verificare altresì l’autenticità degli originali; dunque egli l’ha verificata, e, se non lo ha fatto lui personalmente, lo avrà fatto il suo collega italiano Meneghini: quindi piantiamola di indagare e fidiamoci. Povero notaio Rossi: se il “Diario postumo” è attribuito a Montale ora è tutta colpa sua! Meno male che la legge ticinese citata da Autenticista lo scagiona, precisando che i certificati di conformità rilasciati da un notaio attestano sì l’identità di copie e originali, ma non si estendono agli originali quanto a fondatezza dei loro contenuti o autenticità delle loro sottoscrizioni (art. 89, comma 2). Non bastasse questo, abbiamo – ancora una volta – un’esplicita testimonianza di Annalisa Cima, che ci rassicura: «lettere-legato» e «poesie» «furono autenticate», sì, ma «non per convalidare la scrittura di Montale, perché non ve n’era bisogno» («la Repubblica», 22 luglio 1997, p. 34).

  72. Gli attacchi alla Cima sono fuori tema e pretestuosi.
    Se i direttori della Mondadori di oggi vogliono disconoscere l’operato dei direttori e avvocati della Mondadori che avevano redatto il contratto per il Diario postumo
    nel 1988 e contestare le edizioni mondadoriane del Diario postumo avvenute nel 1991 e nel 1996, allora la guerriglia che sta avvenendo è tra Mondadori e Mondadori.
    E’ un atto di grande malafede voler coinvolgere la Cima.

  73. Autenticista, tenga per certo che qualsiasi sua intelligente e chiara analisi cozza contro le parole di Condello e dei suoi sodali che sin dall’inizio hanno opposto al vedere, sapere e credere di Rosanna Bettarini, Maria Corti, Marco Forti, Angelo Marchese, Giuseppe Savoca, Cesare Segre ed altri, il non voler vedere, non voler sapere per potere travisare fatti e parole e spargere voci ambigue e false.

  74. Invitiamo la persona che si firma Roby, Leguleio e Federica (e che scrive dallo stesso IP) a non moltiplicare i nickname. D’ora in poi questi comportamenti non saranno tollerati e porteranno alla cancellazione automatica dei commenti.

    (gs)

  75. Con riferimento al carteggio Cima-Scheiwiller, è piuttosto plausibile che i due, sapendo che scripta manent, non lasciassero tracce SCRITTE di ciò che potevano essersi detti a voce, trattandosi di materia altamente riservata.
    Così come è perfettamente plausibile che la Cima non ricordasse che anche la Corti avesse assistito ad un passaggio di carte avvenuto fra lei e il poeta e avesse parlato del progetto del Diario postumo con lui, e che dunque la Cima potesse, a distanza di anni, dire che “recentemente” la Corti le aveva detto di essere al corrente della cosa.
    Né sarebbe, in linea generale, così scandaloso che la Cima avesse “intessuto fregi al vero”, inventando dettagli come il pianto di Scheiwiller.
    Ad ogni modo, come ben sa la storiografia – ad esempio quella olocaustica – le testimonianze – specie se affidate alla sempre fallace memoria individuale – possono essere anche altamente contraddittorie su alcuni dettagli, senza che questo autorizzi a negare il loro nucleo fondamentale di verità (nella fattispecie, l’autenticità del Diario postumo).
    Eliyahu Rosenberg, nel 1947, testimoniò che Ivan il Terribile, il boia di Treblinka, era stato ucciso durante una rivolta di prigionieri. Ciò non gli impedì, nel 1986, a Gerusalemme, di identificare, da testimone chiave di un processo capitale, il boia di Treblinka stesso nel vivo e vegeto John Demjanjuk, ignaro meccanico statunitense di origine ucraina (http://en.wikipedia.org/wiki/Ivan_the_Terrible_%28Treblinka_guard%29), poi assolto (ma condannato infine come boia di Sobibor, perché ormai doveva pur essere il boia di qualcosa).
    Provi ad andare in Germania a dire (come fa del resto Arno Mayer) che testimonianze e processi sui lager nazisti sono, in parte almeno, dubbi o contraddittori, e avrà guai serissimi. Infatti non bisogna dirlo e neanche pensarlo, per carità di Dio.
    Tipicamente negazionista è appunto la pseudo-metodologia che tenta di demolire, anzi di cancellare, il nucleo fondamentale intorno a cui ruota una serie di testimonianze, basandosi su contraddizioni o inesattezze marginali che possono contraddistinguere queste ultime, e ricorrendo alla grafologia o alla stilometria (una stilometria perlopiù meramente computazionale, che ignora, o sembra ignorare, ad esempio, la teoria, ben più ricca e complessa, degli spazi e dei vettori semantici: https://www.jair.org/media/2934/live-2934-4846-jair.pdf , che forse darebbe, sul Diario potumo, ben altri, ed anche ermeneuticamente ben più rilevanti, risultati) con lo stesso fiducioso abbandono con cui i negazionisti dell’Olocausto ricorrono alla chimica, labile e volatile, dell’acido cianidrico.
    Tipicamente negazionista è, del resto, l’intento di mettere in dubbio l’autenticità di testi autenticati da timbri notarili. A quest’ultimo riguardo, con riferimento all’articolo della Legge Ticinese da lei citato, se lei finge di non capire la differenza che passa fra “estratti, inserti, protocolli di autorità e partite di libri commerciali” (ossia documenti che hanno fin dall’inizio, per loro stessa natura, carattere di pubblicità e di ufficialità) da un lato, legati notarili e testi letterari dall’altro, allora non c’è speranza, e mi arrendo.

  76. Altra tipica strategia negazionista è citare i documenti e i testi in modo parziale, omettendone alcuni passaggi quando fa comodo. “‘Lettere-legato’ e ‘poesie’ ‘furono autenticate’, sì, ma «non per convalidare la scrittura di Montale, perché non ve n’era bisogno»” («la Repubblica», 22 luglio 1997, p. 34). Così Condello riporta la citazione.
    Appunto, perché non ve n’era bisogno? Come la Cima precisa nelle “Repliche mai pubblicate
    dal “Corriere della sera” (polemica sul Diario Postumo)”, “furono autenticate sia le lettere-legato che le poesie, non per convalidare la scrittura di Montale, perché non ce n’era bisogno, data la presenza dei notai, ma perché poesie e lettere-legato potessero far parte di un fondo di pertinenza straniera”.
    Non ce n’era bisogno DATA LA PRESENZA DEI NOTAI.
    Forse, essendo lei grecista, bisogna spiegaglielo in greco antico.

  77. Ciò che abbiamo scritto sopra vale anche per la persona che si firma Autenticista. La invitiamo a non moltiplicare i nickname: da ora in poi questi comportamenti non saranno tollerati. Abbiamo cancellato il commento che lei ha postato firmandosi “Mutuatario”.

    (gm)

  78. Pur ritenendo di poco rilievo le osservazioni di Autenticista e dei vari altri che sono intervenuti, sempre sotto Nickname, a favore dell’autentcita’ integrale del “Diario postumo”, intervengo ancora una volta solo per difendere l’assoluta correttezza di Federico Condello. Nel suo libro, che evidentemente nessuno degli autenticisti ha letto, sono indicate decine o centinaia di incongruenze che, in casi analoghi (o anche molto meno chiari), fanno propendere sempre gli studiosi per la non autenticità. In risposta, vengono solo portati casi astratti e cavilli che non provano nulla: il notaio John Rossi ha dichiarato, per esempio, di non aver mai visto buste che contenevano autografi, quelle che, se fossero disponibili, potrebbero garantire dell’operato dei notai italiani coinvolti da Montale. Ma queste buste non sono mai state ritrovate o presentate, così come nessuno dei testi in questione, sui quali avevano espresso dubbi fortissimi studiosi quali Dante Isella, Pier Vincenzo Mengaldo, Armando Petrucci, che certo non possono essere considerati meno competenti di quelli invocati a favore dell’autenticita’ (ma dal novero va tolto Cesare Segre, che mai si e’ espresso a questo proposito, e la cosa non e’ certo priva di rilievo).
    In ogni caso, basterebbe che finalmente Annalisa Cima mettesse a disposizione degli studiosi tutti i materiali in suo possesso, come le e’ stato chiesto ormai da varie settimane da 120 italianisti. Non si puo’ certo pensare che siano tutti in malafede, che abbiano posizione preconcette o che vogliano solo mettere in difficolta’ senza motivo la depositaria degli autografi. Tutti quanti, me compreso, chiediamo solo di poter finalmente esaminare con la dovuta attenzione i materiali di cui si parla da quasi vent’anni senza che ci siano state occasioni per visionarli. Ne’ si puo’ dire che la cosa vale per tutti gli autografi montaliani: moltissimi di quelli dell’ultima fase sono facilmente visionabili a Pavia o sono messi a disposizione dai possessori. Perche’ Annalisa Cima non consente uno studio diretto di questi materiali? Mi sembra l’unico punto su cui nessun autenticista puo’ opporsi senza invocare un complotto o un fumo persecutorio, che non esistono: tutti gli studiosi vogliono prima di tutto verificare le cose e poi possono benissimo ammettere di aver sbagliato, se le centinaia di incongruenze si possono sanare.
    Concludo solo dicendo che i documenti relativi all’Archivio Scheiwiller non dicono in ogni caso quello che vuole far loro dire autenticista, che non li conosce. Non si tratta di errori di memoria: Vanni Scheiwiller aveva preparato, nel maggio 1985, una scaletta assieme ad Annalisa Cima, che riguardava tutti i materiali montaliani in suo possesso, e del materiale configurato come “Diario postumo” non c’e’ traccia. Lo stesso Scheiwiller ha scritto o conservato una poesiola, assegnabile al 1986, in cui si dice che il “Diario postumo” sarebbe nato dalle registrazioni in possesso dalla Cima e non certo da un progetto d’autore. Infine, in una lettera del 3 maggio 1981, a circa 4 mesi dalla morte di Montale, la Cima scrive di aver finalmente ricevuto una poesia con dedica e di essere tornata a chiedere al poeta di abbandonare la Mondadori. Questi sono documenti, e questo c’e’ scritto: e tutto cio’ contrasta in modo netto con le attuali ricostruzioni della genesi del “Diario postumo”. Ma potremo accogliere i chiarimenti di Annalisa Cima, quando mettera’ a disposizione di tutti i documenti in suo possesso. Sino a quel momento, la situazione è quella che si ricava dai documenti porta ai pesanti dubbi sull’autenticita’ che, ormai, decine e decine di montalisti condividono. Ma Annalisa Cima ha modo di spazzarli via tutti e di annientare i suoi loschi avversari: basta che consenta un controllo accurato sui materiali a sua disposizione.

  79. Quel “finalmente” può voler dire semplicemente che da un po’ di tempo Montale non le dedicava più poesie; non necessariamente che non gliene avesse mai dedicate in precedenza.
    Segre parlò di “gioielli usciti da un forziere”. Se avesse considerato le poesie degli orribili falsi, non credo le avrebbe definite tali.
    Le buste (e in particolare il “bustone”, controfirmato – disse la cronista dell’Unità che, a differenza di altri, si prese la briga di andare alla mostra – da Montale e dall’avvocato di Montale, che le conteneva tutte – potrete sempre dire che il contenuto fu modificato o manomesso successivamente all’apertura…) furono esposte a Lugano (http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/golpdf/uni_1997_10.pdf/25CUL01A.pdf&query=Stefania%20Scateni).
    Isella, invitato colà per vedere i manoscritti, non ci andò. Alla mostra – mi chiedo perché – non erano presenti coloro che negavano l’autenticità degli autografi (vederli sotto teche di vetro – per ovvie ragioni di sicurezza – sarebbe stato pur sempre meglio che studiarli in fotocopia, credo).
    I negazionisti persero l’occasione. Non capisco perché si sia ritirata fuori la questione, ormai chiusa, dopo quasi vent’anni.

  80. Gentile Autenticista, le rispondo un’ultima volta, ma poi, per quel che mi riguarda, davvero basta. Lei purtroppo continua a ripetere più o meno sempre le stesse cose, buttando lì qualche tentativo di spiegazione quando non sa cosa dire. Lei si rifà alla situazione di circa vent’anni fa, e non sa nulla di quanto gli studiosi hanno appurato dopo, in particolare da quando Annalisa Cima ha fatto uscire un volume (“Le occasioni del Diario postumo”, 2012), infarcito di contraddizioni, di dichiarazioni attribuite a persone morte e perciò inverificabili, di spiegazioni che non spiegano ma invece introducono altri elementi inverosimili, ecc. ecc. Lei di tutto questo non sa niente, così come non sa in che modo spiegare il fatto che la Cima, contrariamente a quanto sempre dichiarato, sia andata pochi mesi prima della morte da Montale per convincerlo ad abbandonare la Mondadori: ma se la signora Cima sapeva tutto delle lettere-legato, in teoria già pronte e sigillate da parecchio, e se tutto era gia’ stato concordato, che bisogno c’era di farlo? E lei non sa niente di cosa c’è scritto nella scaletta autentica di Scheiwiller relativa al libro montaliano concordato con la Cima nel 1985, semplicemente perche’ non ha studiato queste cose: eppure, lì c’è scritto con chiarezza che il libro montaliano concordato fra loro *non* era il “Diario postumo”, di cui Scheiwiller non era affatto informato e su cui evidentemente ha poi nutrito serissimi dubbi. Il punto è che lei non sa niente dei documenti reali e parla per casi astratti e per ricostruzioni di eventi cui non ha partecipato. In ogni caso, il punto conclusivo è solo questo: al momento, Annalisa Cima non consente a nessuno di vedere alcunché, mentre ha più volte dichiarato che avrebbe messo a disposizione degli studiosi quanto è in suo possesso, dietro semplice richiesta. La richiesta di 120 italianisti che vogliono solo vedere questo materiale è stata presentata da settimane. Una risposta della Cima non c’è e, temo, non arriverà mai. Ognuno si chieda perché.

  81. Nelle lettere-legato, Montale nomina la Cima curatrice della sua opera. Ma la Cima stessa voleva, evidentemente, giungere ad una soluzione che trovasse pienamente e serenamente concorde anche il poeta (circa l’editore, poiché per i curatori entrambi erano concordi su Contini e la Bettarini).
    E ognuno si chieda perché chi negava l’autenticità non andò alla mostra luganese dei manoscritti, e perché Isella non volle andare a vederli, né ad incontrare il notaio che li aveva autenticati.
    Dato l’attacco mediatico ed accademico che ha subìto, la Cima ha, credo, tutti i motivi per dubitare che i manoscritti sarebbero esaminati davvero in modo sereno ed imparziale.
    Certi treni passano una volta sola. Quello da Varese a Lugano ci metteva anche poco.

  82. Scrive Condello: “Luca Zuliani ha mostrato, con dati computazionali invero impressionanti, che la metrica del Diario postumo contraddice non solo gli usi del Montale più ‘classico’, ma anche e soprattutto quelli del Montale presunto coevo, fra Satura e il Quaderno di quattro anni”.

    Ordunque, stando a quanto anticipato (http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/attribuzione/Zuliani.html), secondo Zuliani nel Diario postumo “la percentuale di accenti non canonici in 5a passa dal 6,9% al 20,7%”.

    Si dà il caso, però, che in tutto il “Diario postumo” gli endecasillabi con accento di quinta siano sei, più un caso dubbio, su un totale di centonovantasette. Eccoli: “regali l’elìso quésto mi basta”; “l’àla del destìno ignora se trà”; “non risòlve il pùzzle fondamentàle”; “dell’oscùro màle dell’univèrso”; “rigeneratòre che férma il tempo”; “tornerà la mùsica che assicùra”; “i màndorli, gli àlberi bianchi-ròsa” (ma, in quest’ultimo caso, nulla impedisce di porre l’accento metrico su “biànchi”). Il 2,5%. Una percentuale più che dimezzata (stando ai dati forniti dallo stesso Zuliani) rispetto a quella del Montale coevo.

    Nel Diario postumo, per arrivare al 20 per cento, ne mancano 33.

    Non siamo infallibili; in fin dei conti, siamo solo oscuri insegnanti di liceo. Che però sanno scandire un endecasillabo.

    I lettori sono liberi di segnalare accenti di quinta che ci siano sfuggiti (e che proprio per la loro anomalia balzano facilmente all’occhio, o meglio all’orecchio, di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la poesia italiana).

    Condello stesso – lo diciamo senza ironia – è, da poeta, peritissimo fabbro di endecasillabi impeccabili, attentissimo ad evitare proprio il goffo accento di quinta: http://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_anno7_numero12_condello

    Quanto a Zuliani, noi non vogliamo credere o insinuare che un docente ordinario di Stilistica non sappia scandire un endecasillabo, o contare fino a cinque. Evidentemente, egli si è affidato ad un software o ad un algoritmo che computa i versi in automatico.

    Del resto, Zuliani stesso scrive che l’algoritmo va “ulteriormente affinato in modo da eliminare possibili ambiguità”. Se questi sono i risultati, il metodo va decisamente affinato. E temiamo che il lavoro di affinamento sarà lungo e impegnativo.

    Lungi da noi affermare che il Diario postumo sia autentico. Anathema sit. Evidentemente, il falsario fu così abile da inserire nel Diario postumo una tipologia rarissima di endecasillabo con una frequenza statistica vicinissima a quella con cui essa compare in tutto il cospicuo corpus del Montale coevo.

    Ma tutto ciò, in fondo, vale quel che vale. Siamo così ingenui da pensare che un poeta, contrariamente a quello che credono gli “stilòmetri”, non sia un automa che sforni invariabilmente sillabe accentate e sequenze di fonemi (i famigerati “engrammi”) con una data, invariabile frequenza.

    Con tutto ciò, ci congediamo lodando una volta di più il rigore metodologico degli accademici odierni e l’assoluta precisione dei loro strumenti d’indagine; due fattori, questi, che, come si vede, hanno definitivamente sgombrato il campo dal dilettantistico ed impressionistico soggettivismo di tanti verbosi esteti e oziosi bellettristi, quali noi siamo.

    Noi, talmente sprovveduti che, prima di proclamare che una data opera sia un falso, la leggiamo.

  83. Caro Metricista,
    Zuliani non conta solo gli endecasillabi ma tutti i versi maggiori o uguali al quinario.

    Buona serata

  84. L’articolo parla espressamente di endecasillabi.

    Del resto, è precisamente nell’endecasillabo che l’accento in quinta sede costituisce un’anomalia, una rarità estrema o un “errore” di versificazione.

    Nel senario e nel novenario, l’accento in quinta sede non è l’anomalia, ma la norma. E, per un poeta, usare senari o novenari non è anomalia statistica, ma scelta stilistica. Se è per questo, nel Diario postumo sovrabbondano (forse per una ricerca di maggiore levità, cantabilità e limpidezza) i settenari (che per ovvie ragioni non hanno accento metrico in quinta sede), molto più rari nel resto dell’opera montaliana. Anche in quel caso, si tratterà di scelta stilistica. Che non va registrata come anomalia statistica, ma interpretata come dato espressivo.

    Neppure se si dimostrasse che Annalisa Cima, nei propri versi, pone l’accento in quinta sede con una frequenza statistica affine a quella del Diario postumo, ciò proverebbe ch’ella ne sia l’artefice. La versificazione della Cima muta, e vistosamente, proprio sul piano metrico, da una raccolta all’altra. E, del resto, il Diario postumo, se fosse autentico beninteso, sarebbe nato proprio dai colloqui, dagli incontri del Vate e della Musa, e da essi inscindibile.

    Lo stile è per definizione scarto dalla norma, e contrassegno di una stagione creativa, sia essa individuale o storica.

    Procedere per automatismo e ignorare le varietà contestuali: peccato capitale della stilometria meramente e meccanicamente quantitativa.

    Che è un regresso neppure a Brunetière, ma a La Mettrie.

    Con l’ulteriore reificazione indotta dagli strumenti elettronici.

    “Toute ame est un noeud rhythmique”.

  85. Già che ci siamo, un’altra osservazione. “Annalisa Cima non consente a nessuno di vedere alcunché”, è stato lamentato. Dopo che avete dato a una signora, e a una poetessa che ha pubblicato con Scheiwiller e con Garzanti, e ha avuto prefazioni e recensioni di Segre e di Magris, della bugiarda, della mediocre falsaria, della semianalfabeta, non potete certo pretendere ch’ella vi accolga a braccia aperte.

    Domando ancora: perché, quando gli autografi furono esposti a Lugano, nessuno di coloro che negavano l’autenticità andò a vederli? Domanda che attende ancora risposta.

  86. “Annalisa Cima non consente a nessuno di vedere alcunché”, è stato lamentato. Ma dopo che avete dato (o almeno alcuni di voi hanno dato) a una signora, anzi a una poetessa che ha pubblicato con Scheiwiller e con Garzanti, e ha avuto prefazioni e recensioni di Segre e di Magris, della bugiarda, della falsaria (per di più maldestra), e addirittura della semianalfabeta, allora non potete pretendere ch’ella vi apra liberalmente le porte.

    C’è un’altra domanda che non ha ancora avuto risposta. Quando gli autografi furono mostrati a Lugano, nessuno di coloro che negavano l’autenticità andò a vederli. Perché?

    E se la Cima aveva qualcosa da nascondere, perché li mise in mostra?

  87. Caro Metricista,
    mi hanno informato poco fa di questo suo intervento. Ora vedo anche che una persona è già intervenuta prima di me con il punto fondamentale (e la ringrazio).

    Provo comunque a rispiegarmi: come capita spesso anche in altri poeti del ‘900, Montale tende a battere in 4° e 6° sede anche quando non fa endecasillabi o settenari. Di conseguenza, controllare tutti i versi dal quinario in su permette di avere un campione molto più ampio e quindi molto, ma molto più affidabile rispetto ai soli endecasillabi, ossia rispetto ai versi che ha analizzato lei.

    Ovviamente non ho scandito i versi in automatico. E quando dico che il metodo di scansione Praloran-Soldani va “ulteriormente affinato in modo da eliminare possibili ambiguità” intendo dire che ho introdotto ulteriori restrizioni in modo da avere sempre risultati univoci, nel Diario postumo come nel Montale ufficiale. I dettagli saranno nel saggio in corso di pubblicazione. Ho ovviamente anche le tabelle complete dei risultati (molto complicate, come potrà immaginare). Posso volentieri fornirle, ma preferirei che prima mi accusasse di scorrettezza o inettitudine qualcuno che ha effettivamente controllato i miei calcoli.

    Il suo intervento, però, rivela una gravissima mancanza del mio saggio: non ho neanche pensato a controllare la correttezza degli endecasillabi come categoria a sé stante! Ora apprendo da lei che sono probabilmente molto più corretti della media del Montale coevo. Quindi chi ha scritto il Diario postumo è stato attentissimo agli endecasillabi, ma ha sistematicamente trascurato (volutamente, se era Montale) un’altra abitudine montaliana molto più nascosta: quella di far iniziare come endecasillabi anche gli altri versi. Avrei dovuto immaginarlo… mi mangio le mani a pensare che scarti percentuali risulterebbero togliendo dal conto, su entrambi i lati, gli endecasillabi.

    Ringraziandola di questa (purtroppo tardiva) informazione, le porgo i più cordiali saluti
    Luca Zuliani

  88. Scrive Zuliani che l’artefice del “Diario postumo”, “come la maggioranza dei nostri contemporanei, non ha una sicura competenza dell’endecasillabo: non ha riconosciuto la presenza così fitta di questo ritmo in Montale e non l’ha riprodotto a sufficienza nell’imitazione”.
    Orbene, in tutta l’opera poetica di Annalisa Cima, consultabile integralmente in rete (www.annalisacima.com), ci sono centoquarantaquattro endecasillabi. TUTTI presentano accento metrico in quarta e/o in sesta sede, con sole sei eccezioni; fra queste sei eccezioni, solo due recano accento metrico in quinta sede.
    Dunque, Annalisa Cima padroneggia l’endecasillabo alla perfezione.
    L’autore del Diario postumo no; anzi, egli è metricamente, e soprattutto endecasillabicamente, inetto.
    Dunque, l’autrice del “Diario postumo” non è Annalisa Cima.
    Dunque, qualsiasi misurazione della “distanza intertestuale” tra il corpus della Cima e quello montaliano dovrebbe perdere di significato.

    Per fortuna!

    Pensate che un algoritmo che attribuisce, da autore noto su autore noto, i testi poetici con un’esattezza superiore al novanta per cento ha osato attribuire a Montale quasi la metà di un gruppo di testi del Diario postumo! http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/11586

    E qualcuno osa forse dubitare dell’infallibilità dei metodi computazionali?

  89. Difficile negare che la traduzione della Dickinson sia stata realmente effettuata a quattro mani dalla Cima e da Montale. “Incontro Montale” uscì quando Montale era ancora vivo. Difficilmente gli si sarebbe potuta co-attribuire una traduzione non sua.

    “Non ho altra vita che questa –
    Da condurre qui –
    Né altra morte – per tema
    Che mi scacciasse da lì –
    Non ho vincoli con universi futuri –
    Né azioni nuove –
    Se non entro quest’orbita”.

    Calco isometrico, quest’ultimo, da “È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo”. (“Except through this extent” si legge nel testo originale). Se falsificazione fu, fu abile e sottile.

    Nel libro “Profilo di un autore: Eugenio Montale”, curato dalla Cima in collaborazione nientemeno che con Segre, si legge:

    “Annalisa Cima – Nel primo verso della traduzione dalla Dickinson, lei traduce bugle “suono di corno”. Si può ritenere, con la Bulgheroni, che lei abbia scartato “buccina” o “fanfara” perché denotano “allarme”?
    Eugenio Montale – Forse “suono di corno” mi suonava meglio di altri possibili sinonimi. E tra tanti tipi di corni avrei potuto pensare al corno inglese: dà un certo lamento che andrebbe bene qui. Comunque accade spesso che gli errori siano felici”.

    Tutto pare deporre a favore dell’autenticità, almeno, di questo testo del “Diario postumo”, in cui la Bulgheroni – evocata con un gioco onomastico tipicamente montaliano – è associata al corno inglese (se falsificazione fosse, sarebbe forse troppo sottile per la Cima, che, come Condello documenta inoppugnabilmente, è una mezza analfabeta):

    L’inafferabile tua amica scrive
    e poi dilegua, sta per arrivare
    ed è di nuovo… assente.
    Il dubbio è che non sia
    se non nella tua mente.
    Eppure ho un nebuloso ricordo di lei.
    Mi prometti una sua visita
    da mesi. Ma la critica
    non mostra il suo sembiante:
    che sia una estravagante
    danzatrice di parole.
    Oppure quel suo nome che muove
    da incertezza e finisce in risa
    è la chiave di tutto il suo mistero.
    Lo chiameremo a gran voce sull’aria
    del bel noto Milanese, con sottofondo
    di corno-inglese. E a simile richiamo
    certo l’inafferrabile apparirà
    improvvisa.

  90. “Non ho neanche pensato a controllare la correttezza degli endecasillabi come categoria a sé stante! Ora apprendo da lei che sono probabilmente molto più corretti della media del Montale coevo”.

    Avrebbe fatto meglio a non dirlo.

    Lei, caro Zuliani, deve mettersi d’accordo con se stesso.

    Infatti ha scritto sul sito della Treccani che l’autore del “Diario postumo” NON padroneggia l’endecasillabo.

    Ecco, nel “Diario postumo”, tutti gli endecasillabi atipici, ossia senza accento né di quarta, né di quinta, né di sesta: “Ed ecco nel tentativo maldestro”; “e lucori trasformerà le voci”; “in un giorno che si spera migliore”; “e settembre che non è disperato”; “così il tempo inesorabile scorre”; “votazione. Se l’empirismo logico”; “pochi ti riconosceranno; anch’essi”; “di ritorno da una lunga seduta”; “del volto ove dilagava la gioia”; “da quando è caduto in loro balia”; “Al domani chiederò un altro incontro”; “a te stessa. T’allontanasti lieve”; “solo allora; tanto avara di te”; “coronandoti fra l’Arti e le Muse”; “una tregua e proprio mentre ogni cosa”; “Tu ridevi per la comicità”; “della terra che non vuole finire”; “alle donne è dato il ricordare”; “i mandorli, gli alberi bianchi rosa” (se non si pone l’accento sulla quinta).

    Diciannove su centonovantasette. Quasi uno su dieci.

    Sa quanti endecasillabi con accentazione non canonica ci sono in TUTTO il Montale coevo?

    UNO: “Riemersa da un’infinità di tempo”.

    Ora, se lei non ha notato fin dall’inizio, con un coup d’oeil, che nel Diario postumo gli endecasillabi non canonici sono macroscopicamente più frequenti che nel Montale coevo, si danno le seguenti ipotesi.

    A) Lei non sa sillabare e contare. Visto che ha fatto le elementari, essa è da escludere.

    B) Lei non sa riconoscere a colpo d’orecchio la struttura e la scansione di un endecasilabo. Per un Docente Ordinario di Stilistica, ciò è improbabile, e non sarebbe lusinghiero. Escludiamo anche questa ipotesi.

    C) Lei non ha letto e riletto, compulsato e ricompulsato, “ruminato” avrebbe detto un mistico medievale, con la dovuta assiduità il Diario postumo, o il Montale coevo, o più probabilmente né l’uno né l’altro.

    Dunque non si sa su che basi (metriche o d’altra natura) lei possa mettere in dubbio l’autenticità del Diario postumo.

  91. Caro Apollonio Discolo,

    non ho molta voglia di discutere di metrica con qualcuno che sostiene che gli endecasillabi “atipici” o “non canonici” sono quelli “senza accento né di quarta, né di quinta, né di sesta”. Comunque è vero, non ho contato quanti endecasillabi non canonici (davvero non canonici) ci siano fra gli endecasillabi dispersi nelle molte migliaia di versi del Montale coevo al Diario postumo. Mi sembra molto strano che ce ne sia solo uno, ma ipotizziamo pure che sia così. In tal caso, l’unica conseguenza è che è inutile approfondire la possibilità di cui parlavo nel commento precedente, su suggerimento dei Metricisti Anonimi. Peccato.

    Cordiali saluti
    Luca Zuliani

  92. Apollonio Discolo, se è vero che Zuliani deve affinare l’orecchio e/o leggere e rileggere con più attenzione, lei deve studiare, e molto, logica e insiemistica. L’insieme:

    – “Ed ecco nel tentativo maldestro”; “e lucori trasformerà le voci”; “in un giorno che si spera migliore”; “e settembre che non è disperato”; “così il tempo inesorabile scorre”; “votazione. Se l’empirismo logico”; “pochi ti riconosceranno; anch’essi”; “di ritorno da una lunga seduta”; “del volto ove dilagava la gioia”; “da quando è caduto in loro balia”; “Al domani chiederò un altro incontro”; “a te stessa. T’allontanasti lieve”; “solo allora; tanto avara di te”; “coronandoti fra l’Arti e le Muse”; “una tregua e proprio mentre ogni cosa”; “Tu ridevi per la comicità”; “della terra che non vuole finire”; “alle donne è dato il ricordare”; “i mandorli, gli alberi bianchi rosa” (se non si pone l’accento sulla quinta) –

    contiene tutti gli endencasillabi del DP rientranti nell’una O nell’altra di queste due categorie: A) endecasillabi senza accento né di quarta né di sesta; B) endecasillabi CON accento di quinta.

    Tutti i versi senza accento né di quarta, né di quinta né di sesta sono i “versi vuoti”, come opportunamente li classifica Zuliani.

    Gli endecasillabi senza accento né di quarta, né di quinta, né di sesta sono un sottoinsieme dei “versi vuoti”.

    Ma non coincidono affatto con l’insieme degli endecasillabi non canonici; perché non canonici sono anche gli endecasillabi CON accento di quinta.

    Imporre un esame di Logica in tutte le facoltà umanistiche.

    L’hanno proposto in molti.

    Hanno ragione.

  93. Endecasillabi “dispersi”?

    Guardi che nel Montale coevo al DP l’endecasillabo non è “disperso”: è largamente presente. Non fa che saltar fuori da ogni buco.

    Ed è , davvero (chi sente il verso mi corregga se sbaglio), SEMPRE canonico: cioè con accento di quarta e/o di sesta (i non canonici, effettivamente il dieci per cento circa nel DP, sono, caro Apollonio Discolo ed Alogico, quelli che non hanno accento né di quarta né di sesta E quelli che HANNO accento di quinta).

    Come che sia, lei nel sito della Treccani parla espressamente di endecasillabi.

    E sostiene che l’autore del DP non può essere Montale perché non padroneggia l’ENDECASILLABO.

    Ma, per fare questa affermazione, lei deve o avrebbe dovuto, appunto, confrontare A) gli ENDECASILLABI del DP con B) gli ENDECASILLABI del Montale coevo.

    L’endecasillabo è un endecasillabo.

    Principio di identità.

    A è uguale ad A.

    Più Logica per tutti.

    Lo legga e rilegga davvero, Montale.

    Così schifo non fa. Anche se da Satura in poi effettivamente un po’ peggiora.

    Senza però arrivare all’obbrobrio del DP.

    Che infatti è di Annalisa Cima, […] così stramba che, sebbene nelle proprie poesie scriva endecasilabi nel novanta per cento dei casi perfetti, lo infarcisce apposta di endecasillabi claudicanti.

    Ma Apollonio Discolo è uno che vuole fare il sofista senza sapere la logica.

    Come uno che insegna Stilistica senza aver letto e riletto Montale attentamente.

    Che mondo pazzo.

  94. L’autore del Diario Postumo non padroneggia l’endecasillabo.

    Nelle poesie di Annalisa Cima, gli endecasillabi sono perfetti nel novanta per cento dei casi.

    Ma il Diario Postumo è stato scritto da Annalisa Cima.

    Dunque, in realtà Annalisa Cima NON padroneggia l’endecasillabo.

    Dunque, Annalisa Cima non ha scritto le PROPRIE poesie (stranamente lodate, per incidens, da Cesare Segre e Maria Corti), nelle quali gli endecasillabi sono perfetti.

    Dunque, le poesie di Annalisa Cima sono tutte “altamente sospette di apocrifia”…

    Bah, un apocrifo cimiano è sempre meno grave di un apocrifo montaliano…

  95. Mettiamo un po’ di ordine:

    – Gli endecasillabi senza accenti fra la quarta e la sesta sede sono anomali, ma sono sporadicamente attestati anche ai piani alti della tradizione italiana: “e par che de la sua labbia si mova”, “O Tosco che per la città del foco” (Dante), oppure “et col mondo et con mia cieca fortuna” e “I’ incomincio da quel guardo amoroso” (Petrarca). Secondo me sono di solito recuperabili tramite un’accentazione anomala, ma la questione è dibattuta.

    – Diverso è il discorso per gli endecasillabi con accento di quinta non recuperabile (cioè senza possibili accenti in quarta o sesta sede). Ce n’è uno molto marcato in un sonetto dantesco di registro basso (“vestito di novo d’un drappo nero”), ma versi del genere sono impensabili nella Vita nuova e nel Canzoniere, o nei grandi lirici dei secoli successivi. Il discorso cambia nel Novecento, dove diventano possibili, anche in Montale. Ad esempio, già ne I limoni, “qualche disturbata Divinità”.

    – Endecasillabi di quinta ci sono ovviamente anche nel Montale coevo al Diario Postumo. Ad esempio, “sulla scorza gialla dell’eucalipto” oppure “del linguaggio, questo dio dimidiato”. Sono senz’altro poco comuni, ma non conosco la loro esatta frequenza, perché non li ho schedati: il mio scopo era un altro. Quando si fa una statistica, serve innanzitutto un campione il più ampio possibile. Quindi, come ho spiegato nel saggio, la schedatura è stata condotta su tutti i versi dal quinario in su, per vedere quanto ricorra il ritmo più usuale dell’endecasillabo anche nei versi in apparenza liberi, ossia quanto siano frequenti gli accenti in quarta e sesta sede a prescindere dalla lunghezza del verso. Un altro motivo di questa scelta è che si tratta di una caratteristica non troppo evidente dello stile montaliano, quindi più preziosa se ci sono dubbi di autenticità.

    Con questo messaggio concludo i miei interventi in questa pagina. Mi scuso con gli altri partecipanti, ma la discussione non mi sembra costruttiva e ci sono troppi attacchi alla persona, invece che obiezioni ragionate sul merito.

  96. Bravo Professore.

    Non so nemmeno perché abbia perso tempo a rispondere a tutti questi cialtroni che perdono le notti a scandire endecasillabi perché non hanno di meglio da fare e non sco**** mai, e solo per attaccarla.

  97. Da ora in poi in questa discussione accetteremo solo i commenti che abbiano qualcosa da aggiungere nel merito.

    Censureremo invece i troll, tutti, anche se cambiano nome e IP (gm).

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