Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Quattro poesie

| 4 commenti

cropped-Wolfgang-Tillmans-Concorde-04.jpgdi Silvia Albertazzi

National Gallery

Mi sono seduta di fronte al Francia
 …….– che non mi piace neanche tanto –
perché la sala
…….– la numero sei –
si chiama Bologna e Ferrara
e io avevo voglia di casa.
Al gioco delle attribuzioni
Ho confuso Tiziano e Veronese
Masaccio e Piero
Messina e Bellini.
Nella sala A
…….– aperta solo il mercoledì –
abbiamo passeggiato tra i quadri di Bartleby
le lettere smarrite della pittura.
Avrei voluto rubarne uno
…….– anche non se mi piaceva –
per portarlo alla luce
fuori dal sotterraneo
ma tutte le cornici erano allarmate.

Hollywoodiana
(a mio padre)

Poi c’è quella lettera in fondo a un cassetto
e quella notte in fondo a un ospedale
e quella foto incorniciata sulla madia
dove tu sei un attore hollywoodiano
e io una bimba antica con il broncio.

Fuori nevica e io vorrei incontrarti
su di un ponte la notte di Natale.
Potrei forse regalarti un paio d’ali
se mi mostri meraviglie in questa vita.

Tu da giovani sembravi Dustin Hoffmann
sorridevi – Alfredo, Alfredo – al Pavaglione.
Poi da vecchio eri De Niro col suo ghigno
l’aria ironica, lo sguardo sornione.

Mi sciroppo filmacci senza succo
per vederti, da quando sei scomparso.

 

Nine Stories (and this is the tenth)

La bibliotecaria mi porge il libro
stupita.
E’ proprio questo che vuole?
Mi dice guardando
le pagine gialle
i segni di biro
la copertina stracciata.
Ce n’è certo un copia
più nuova.
Ma non è il nuovo
che voglio.
Voglio il libro ch’è stato
sul tuo scaffale
in cima alle scale.
Il libro che tu
hai comperato
usato
e tenuto tra le mani.
Ti cerco tra le pagine
invano.
Eppure ci sei
– ci sei stato.
Hai sfiorato la carta,
ti sei visto in Esmé,
hai rincorso i pesci-banana.

Come verremo alla meta
noi della razza
rimasta a terra?

Il Tas l’hanno inchiodato
a una targa di marmo
in comune.
Ma lui vola alto nel cielo:
se alzo lo sguardo lo vedo
più su della pioggia che scroscia.

Poi, com’era la scuola,
com’era?
Non ricordo che una finestra,
il chiostro rosso,
l’erba dove ora è la ghiaia
e la campanella che suona
prima dell’ultima ora.

Più indietro, un cortile al tramonto.
Da una finestra aperta
una canzone
…….– Se io fossi un falegname
 …….E tu una signora
 …….Credi davvero
 …….Che mi vorresti ancora?
Rosseggia il peperoncino
sul balcone
– digitale purpurea dei miei nonni.
Lo accarezzo
e mi strofino gli occhi.
Brucia lo sguardo,
la musica s’invola.

Se le cose non son scritte
non ci sono.
Tutto quel ch’è scivolato
tra le dita
mi ritorna in qualche verso di canzone.

Forse è così che arriveremo un giorno
cantando piano vecchie canzonette.
Forse è così che ci ritroveremo,
che torneremo a quell’agosto afoso,
a quella notte ai giardini Margherita
dove qualcuno cantava quei trent’anni
che ancora io non avevo
e che oggi ha già mio figlio.

 

La visita di Silvestro Lega

Sul letto di Flori
due ragazze dallo scialletto nero
baciavano la padrona di casa,
sulla porta del cascinale,
in un grigio meriggio d’autunno.
A seconda dei giorni e delle lune,
l’altra donna, più anziana,
che le seguiva distante
…….– forse la madre, o una parente
quasi spuntata dalle nebbie
e dai colori mesti di stagione –
bruni, marroni, grigi, verdi spenti, ocra –
mi attirava
o mi inquietava,
o forse solo m’infastidiva.
Credevo le due giovani
fossero mia nonna e una sorella,
in visita a qualche zia ormai defunta,
accompagnate,
in lontananza,
dalla loro madre,
quella bisnonna Augusta
che mi spaventava
per la sua magrezza.
Ho poi sognato di essere io
una di quelle giovani,
che mi parevano
così belle,
sottili,
eleganti
nei loro vestiti ottocenteschi.
Nonna Teresa diventava
la donna in lontananza,
le somigliava persino
qualche volta.
Avrei voluto far parte
di quel mondo,
leggere all’aperto,
cucire tra le rose,
sorbire il tè sotto il pergolato,
o stare al fresco,
tra il verde,
a sorvegliare i bimbi addormentati,
come in un quadro di Silvestro Lega.
Ho finito col diventare un’altra donna,
un animale da città,
che non ha mai provato
le gioie di quel gineceo
ottocentesco.
Sono la donna
che arriva ultima,
quando le altre hanno smesso ormai
i saluti,
testimone che guarda,
ritrae e si ritira,
senza prender parte attiva alla scena.
Ma col suo sguardo ferma
quel momento,
perché non diventi vita non vissuta
una vita che passa inosservata.

4 commenti

  1. Bellissime. Se Silvia ha pubblicato, mi fiondo domani a comprare le sue liriche. Per certe poesie una foto del quadro che le ispira sarebbe bello da vedere accanto ai suoi versi non tanto per gustarli meglio quanto per scoprire cosa invece quella immagine evoca a ciascuno di noi. Forse altre parole, forse altre immagini, forse suoni, odori, musiche, brividi.
    Anche mio nonno ha passeggiato a lungo sotto il Pavaglione, mentre nel suo negozietto proprio accanto al cinema Modernissimo uomini di campagna in tabarro discutevano animatamente di nulla il venerdì mattina, giorno di mercato e sul divanetto di pelle la nonna Matilde e la zia Anna e le amiche in visita (certo nessuna mai avrebbe acquistato i gioielli che il nonno religiosamente riponeva in cassaforte ogni sera) ricreavano “le gioie di quel gineceo ottocentesco”.

  2. Grazie di cuore per l’apprezzamento.
    Ho pubblicato due volumi di versi, “La casa di via Azzurra” (Kolibris 2010) e “Magenta è il colore dei ricordi” (La vita felice, 2014): da quest’ultimo sono tratte le poesie qui sopra. I volumi si possono trovare sui siti web dei rispettivi editori, però “Magenta”, che è ben distribuito, si può anche ordinare presso qualsiasi libreria e arriva nel giro di pochi giorni. A Bologna c’è alla libreria “Trame” di via Goito.
    E per finire sì, credo anche io che sarebbe molto bello pubblicare accanto alle poesie le immagini che le hanno ispirate. Grazie ancora – e buon anno! Silvia

  3. Si leggono, si fanno leggere queste poesie, il che è già qualcosa, qualcosa che restituisce il crisma dell’invito alla poesia, dell’invito e dell’accoglienza. E scivolano via, cedendo tributo all’inconsistenza. C’è stringente la cifra biografica (o cosi’ si intuisce la donna che percorre le stanze), Frank Capra tra le righe e quei fili di speranze intramati al ricordo. E si leggono, si fanno leggere queste poesie.

    Molto cordialmente,
    Guido Turco

  4. Scopro questi versi grazie a un amico dalla squisita sensibilità poetica. Una scrittura evocativa, delicata, sincera in cui riverberano gli echi di Pascoli, Gozzano e di tutta la grande poesia del Novecento. Grazie.

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