cropped-amis-and-hitchens.jpgdi Martin Amis

[Da alcune settimane Einaudi ha pubblicato La guerra contro i cliché, una selezione degli interventi critici di Martin Amis tratta dalle raccolte The Moronic Inferno (1986), Visiting Mrs Nabokov (1993) e The War Against Cliché (2001); la traduzione è di Federica Aceto. Il testo pubblicato qui di seguito è la Prefazione]

Mentre, tutto fiero di me, ero impegnato a mettere insieme i pezzi per questo volume, immaginavo che avrei inserito una bella sezioncina intitolata, diciamo, Letteratura e società, in cui avrei raccolto i miei scritti sul tema «letteratura e società», appunto (con articoli su F. R. Leavis e Lionel Trilling, ma anche su figure minori come Ian Robinson e Denis Donoghue). Per un certo periodo, il binomio «Literature and society» fu talmente in voga da guadagnarsi il diritto a un’abbreviazione tutta sua: «Lit & Soc». E Lit & Soc, mi sembra proprio di ricordare, aveva per molto tempo suscitato i miei entusiasmi. Ma scartabellando nel guazzabuglio dei miei manoscritti ho trovato solo una manciata di saggi, tutti risalenti – cosa alquanto inquietante – ai primi anni Settanta (quando cioè avevo poco piú di vent’anni). Dopo averli riletti, mi sono baloccato per un po’ con l’idea di dare alla suddetta sezioncina un titolo tipo Letteratura e società: il dibattito scomparso. Ma alla fine sono giunto alla conclusione che forse era meglio che scomparisse del tutto anche il mio dibattito. Dopo anni, quegli articoli mi sono parsi seriosi, supponenti e fieri della loro piattezza. La vera questione era che il concetto di Lit & Soc, come quello di critica letteraria in genere, sembrava una cosa morta e sepolta.

Quel periodo appare ora remoto, quasi irriconoscibile. All’epoca, per mantenermi, lavoravo nella redazione del «Times Literary Supplement». Già allora avvertivo un certo contrasto quando mi presentavo alle riunioni di redazione (nelle quali, guarda caso, si discuteva di un numero speciale sul tema Letteratura e società) con i capelli lunghi fino alle spalle, una camicia floreale e stivali tricolori alti fino al ginocchio (ben nascosti, va detto, dalle tende indiane dei miei pantaloni a zampa d’elefante). La mia vita privata era alquanto bohémien, hippy ed edonistica. Diciamo pure tranquillamente debosciata. Ma in fatto di critica letteraria avevo principî morali ferrei. Non facevo che leggere libri di critica: mi portavo dietro i miei Edmund Wilson e William Empson praticamente ovunque: nella vasca da bagno, in metropolitana. Prendevo questa faccenda molto sul serio. E non ero mica l’unico; anzi. La gente, nel tempo libero, parlava di critica letteraria. Seduti al pub o in un bar discutevamo di W. K. Wimsatt e di G. Wilson Knight, di Richard Hoggart e di Northrop Frye, di Richard Poirier, di Tony Tanner e di George Steiner. Fu probabilmente in un contesto simile che il mio amico e collega Clive James formulò per la prima volta la teoria secondo la quale la critica letteraria non è essenziale per la letteratura, ma entrambe sono essenziali per la civiltà. Tutti erano d’accordo con lui. Eravamo convinti che la letteratura fosse la disciplina centrale; la critica esplorava e divulgava la portata di quella centralità creando uno spazio attorno alla letteratura e contribuendo in tal modo ad esaltarla. È giusto ricordare che i primi anni Settanta furono teatro della grande controversia attorno alle Due Culture: Arte contro Scienza (ovvero F. R. Leavis contro C. P. Snow). E forse la cosa piú eccezionale di quel particolare momento culturale fu che a vincere il duello fu palesemente l’Arte.

Gli storici della letteratura definiscono quel periodo l’Età della Critica. Il suo inizio si può situare nel 1948, anno in cui furono pubblicati Appunti per una definizione della cultura di Eliot e La grande tradizione di Leavis. Cosa ne decretò la fine? La risposta brutalista potrebbe essere questa parolaccia qui: Opec. Negli anni Sessanta era possibile vivere con dieci scellini a settimana: dormivi per terra ospite a casa di qualcuno, scroccavi due spiccioli agli amici e la cena la rimediavi concionando – perché no? – sulla critica letteraria. Poi, di punto in bianco, ecco che dieci scellini ti bastavano giusto per pagarti una corsa in autobus. L’aumento improvviso del prezzo della benzina, l’inflazione e, a seguire, la stagflazione mostrarono la critica letteraria come uno dei tanti orpelli delle classi piú agiate di cui avremmo dovuto cominciare a fare senza. O perlomeno questa era la percezione comune. Ma adesso, col senno di poi, appare ovvio che la critica letteraria era ormai giunta al capolinea. Esplicitamente o no, la critica si basava su una struttura fatta di livelli e gerarchie: l’élite del talento. Struttura che si polverizzò alla prima spallata delle forze della democratizzazione.

E quelle forze – senza dubbio le piú potenti all’interno della nostra cultura – non hanno piú smesso di dare spallate. Adesso si trovano a cozzare contro una barriera naturale. Certo, alcune roccaforti si sono rivelate espugnabili. Si può diventare ricchi anche senza avere alcun talento (col gratta e vinci o un jackpot milionario). Si può diventare famosi anche senza avere alcun talento (abbassandosi a partecipare a un qualche quiz televisivo per secchioni; certo, comunque un passo avanti rispetto al vecchio stratagemma di far fuori un personaggio famoso per ereditarne l’aura). Ma non si può diventare persone di talento senza avere alcun talento. E quindi, via il talento.

Cosí la critica letteraria, ormai quasi del tutto confinata all’interno delle università, sferra il suo attacco contro il talento attaccando il canone. Non è grazie a un accurato studio della poetica di Wordsworth che si fa carriera oggi, ma portando avanti, per esempio, un’innovativa ricerca sulle sue idee politiche – le sue idee nei confronti dei poveri, per dire, o la sua inconscia «rivalutazione» di Napoleone; si fa carriera ancora piú velocemente, poi, ignorando del tutto Wordsworth ed esaltando un qualche contemporaneo (giustamente) misconosciuto, contribuendo cosí in tutta tranquillità a svigorire sempre piú il canone. Basta farsi un veloce giro su internet per rendersi conto che nel frattempo, dall’altra parte della barricata, tutti sono diventati critici letterari – o quantomeno recensori di libri. La democratizzazione ha raggiunto un traguardo inalienabile: la parità di tutti i modi di sentire. Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono piú modi di sentire piú autentici, e quindi piú importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura.

Probabilmente alcuni lettori penseranno che io trovi deplorevoli questi sviluppi. Non è cosí. Deplorare il presente, deplorare la realtà è un atteggiamento quanto mai ozioso. Del presente si può dire tutto, ma una cosa è certa: ci si deve fare i conti. E anche noi negli anni Settanta ci siamo resi spesso ridicoli con roba tipo le liste delle Fallacie e i Sette Tipi (come ridicolo era anche l’ossessivo fervore di Leavis. Per quanto la sua vergogna principale sia stato ergere D. H. Lawrence a modello di equilibrio). L’egualitarismo emotivo, per esempio, appare un concetto difficile da attaccare. In un certo senso io lo rispetto, ma lo vedo anche circonfuso della pallida aura dell’illusione. È un’utopia: non si può pretendere, cioè, che la realtà lo avalli. Inoltre, è difficile che questi «sentimenti» non siano adulterati; sono un miscuglio di gregarismo e inquietudini sociali, vanità, suscettibilità e tutte le altre cose che concorrono a formare l’io.

La letteratura non è mai apparsa come una disciplina complicata e questo è storicamente uno dei suoi punti deboli. Tutto ciò potrà lasciare interdetto il recensore di buona volontà o il critico letterario, ma tant’è. Cosí si spiegano i vari tentativi di elevarla, di complicarla e sistematizzarla. È facile interagire con la letteratura. È alla portata di tutti, perché le parole (al contrario di altri strumenti quali la tavolozza o il pianoforte) hanno una doppia vita: chiunque, bene o male, è in grado di maneggiarle. Non sorprende, quindi, che in questo campo le sensibilità individuali giochino un ruolo cosí centrale; non sorprende nemmeno che questa disciplina sia stata piú aperta alla democratizzazione rispetto, per esempio, alla chimica o al greco antico. Nel lungo periodo, però, la letteratura resisterà al livellamento e tornerà a una struttura gerarchica. E questo non per decisione di un qualche bellettrista snob. A decidere sarà il Giudice Tempo, il cui compito è quello di separare coloro che sono destinati a durare da coloro che invece non dureranno.

Mi sia concesso di addentrarmi per qualche istante in un’allegoria. La letteratura è come un giardino, un giardino sempre aperto, ventiquattr’ore su ventiquattro. Chi è che se ne prende cura? Le vecchie guide turistiche e i silvicoltori, i custodi, le guardie forestali con le loro divise di serge avvolte in un alone di sudore sono tutte figure ormai estinte. Se oggi vi capitasse di imbattervi in un funzionario, un professionista del settore, probabilmente si tratterebbe di un tipo serioso in camice cui spetta il compito di radere al suolo una foresta o decapitare la cima di una montagna. Ma intanto il pubblico si aggira nel parco facendo i suoi ooh e i suoi aaah, emettendo versi di lamento o di scherno, esprimendo opinioni una dietro l’altra. I visitatori passeggiano per il parco e danno da mangiare agli animali, calpestano l’erba, camminano nelle aiuole. Il giardino però non ne risente. È ovvio che non necessiti di cure: si tratta dell’Eden prima della caduta.

I lettori di questo volume sono pregati di tener conto delle date poste alla fine dei saggi, che spaziano per un arco temporale di circa trent’anni. Si spera, col passare del tempo, di diventare piú sereni e sicuri di sé; e certamente è possibile diventare piú gentili (o cosí sembrerebbe) tenendosi alla larga da cose che con ogni probabilità non susciterebbero i nostri entusiasmi. Provare piacere nell’insultare qualcuno è una forma di corruzione data dal potere che può avere il suo fascino quando si è giovani. Comincia a non piacere piú quando finalmente si capisce che comunque gli altri si impegnano in quello che fanno, ci rimangono male e non dimenticano facilmente (Angus Wilson e William Burroughs hanno rimuginato sulle mie stroncature – e certamente anche su quelle di altri – fino alla morte). Senz’altro vi sono critici che si divertono a conservare un atteggiamento insolente ben oltre la mezza età. Mi sono sempre chiesto come mai un simile spettacolo appaia cosí poco dignitoso. Adesso lo so: si tratta di vecchi che giocano a fare i giovani. Io stesso rimango sbalordito dalla durezza con cui occasionalmente mi sono espresso nei confronti di scrittori che (secondo una mia errata percezione) cercavano di influenzarmi: e cioè Roth, Mailer, Ballard.

Bisogna procedere per citazioni. La citazione è l’unica prova tangibile che il recensore ha a sua disposizione. O semitangibile. In ogni caso, senza le citazioni la critica è solo il monologo di un cliente in fila in un negozio. Per quanto tutto ciò possa risultare irritante per gli imperialisti della critica letteraria (I. A. Richards in primis), non c’è alcuna metodologia che permetta di distinguere l’eccellente dal non eccellente. Nemmeno i critici letterari piú nerboruti in circolazione sono in possesso di mezzi atti a dimostrare senza ombra di dubbio che

Thoughts that do often lie too deep for tears

è un verso migliore rispetto a

When all at once I saw a crowd

– e, se volessero provarci, dovrebbero innanzitutto sottolineare che il primo verso contiene un espletivo ridondante («do») inserito a mero supporto della metrica. Eppure la citazione è l’unico strumento che abbiamo. Idealizzando, possiamo dire che in genere scrivere significa combattere contro i cliché. E non soltanto i cliché della penna, ma anche quelli della mente e quelli del cuore. Quando critico, di solito lo faccio citando i cliché. Quando elogio, cito le doti opposte: freschezza, energia e una voce che riverbera.

[Immagine: Martin Amis e Christopher Hitchens (dbr)].

7 thoughts on “La critica letteraria è una cosa morta e sepolta?

  1. La Critica letteraria è morta? Parallelamente alla critica d’Arte. Oggi tutto è arte. I critici per basse ragioni di guadagno hanno promosso tutto del’arte e contiuano a farlo. Non esiste più il talento, il linguaggio come metrica esppressiva, esiste solo la potenzialità del mercato. Quello che trasforma l’arte in denaro. La critica nel sue essere generalizzato nelle varie discipline ha generalizzato l’espressione uccidendo il talento e rendendolo irriconoscibile agli usufruitori.

  2. Io non sono il massimo esperto di storia della critica letteraria ma ritengo comunque che lo scopo del lavoro della critica letteraria sia prima di tutto di conoscere le opere letterarie e poi di valorizzare certe opere piuttosto che altre in quanto aventi nel loro contenuto più di altre una funzione di esprimere una propria modalità del “sentire personale” capace di essere confrontata con quella di ogni altro lettore. Naturalmente questo lavoro di valorizzazione presuppone un critico che abbia letto molte opere in modo di essere consapevoli della grande varietà di tipi possibili di questi “sentire personali” e delle varie modalità in cui questi possono essere trasmessi. Tutto questo naturalmente il critico lo compie anche allo scopo di facilitare gli interessi di tutti gli altri lettori che vogliono leggere opere per cercare questi valori ma che non possono fare i critici a tempo pieno.

    Nulla di male naturalmente se uno legge un libro per altri fini come rilassarsi qualche oretta leggendo un thriller che ha solo leggere variazioni rispetto alle decine che ha già letto in precedenza. Non ci si dovrebbe neppure lamentare più di tanto del fatto che nelle classifiche dei libri più venduti si trovino, oltre a questi thriller che tranquillizzano i lettori nelle loro linee generali non tradendo le loro aspettative, anche testi di calciatori o di presentatrici tv (vendite di sicuro non dovute certo a recensioni di critici letterari professionisti ricattati e invogliati da case editrici), in quanto tutto sommato, come dice anche nell’articolo, il Tempo è il miglior giudice, finita la carriera di quelle persone e le strategie di marketing presenti intorno a loro, ben pochi continueranno a comprare queste opere e di sicuro non sarannoi “critici letterari dilettanti” sui loro blog di internet a farli mantenere alti nelle classifiche, tantomeno a metterli dentro nel canone assieme a Dante o a Shakespeare…

    Insomma non si può “democraticizzare” un lavoro in cui ci vuole esperienza e tecnica come quello del critico letterario e il mercato non riesce a far durare a lungo opere di scarso valore letterario, di sicuro comunque nelle epoche precedenti, non dominate dalle logiche di consumo, erano molto di meno i lettori di opere letterarie di alto valore per il fatto banale che erano di meno coloro che erano abbastanza agiati da avere il tempo libero di leggere opere letterarie (e peraltro era di meno in generale la gente capace di leggere…).

  3. Michele Dr, io sono un Critico d’Arte e si può benissimo tracciare un parallelismo con il Critico letterario, Nell’ambito dell’arte anche i filosofi fanno riflessioni critiche a opere viste in una esposizione; non è che a loro debba essere preclusa la critica, ma è altresì ovvio che la loro riflessione inevitabilmente sarò povera di contenuti tecnici e di richiami alle correnti o linguaggi artistici nelle varie epoche, Quindi hai ragione quando affermi che un Critico letterario deve conoscere stili e tecniche che solo la storia della letteratura può dare. Capire il contemporaneo è possibile solo se si ha chiaro l’insieme storico della letteratura e della poesia, Così è per il Critico d’Arte, quello vero, che potrà essere tale solo se è passato attraverso lo studio della storia dell’Arte. Questa è una strada obbligata se si vuole fare una critica vera e costruttiva. Oggi assistiamo a situazioni in cui tutti sono critici e tutti possono dire la loro. Libertà di parola ok, ma se vogliamo che la letteratura cresca e aggiunga altro materiale alla storia della letteratura o dell’arte allora occorre la critica seria, che sappia dare contenuti e ragioni sostanziose. Si potrà anche dissentire ma il dissenso non potrà che passare attraverso riflessioni altrettanto corpose e sostanziali. Ma non dobbiamo dimenticare un ultima cosa davanti alla quale tutti si devono inchinare: “Il mi piace o non mi piace”, sebbene sia un giudizio lineare semplice e semplicistico, sarà sempre il metro di giudizio personale che non può essere contestato, poiché il senso estetico, anche se non spiegabile, è presente in ognuno di noi. Ma ha ragione Amis quando cita il suo collega che dice che la critica non serve all’opera, ma ambedue servono alla società.

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