cropped-ritratto-di-carlo-emilio-gadda-Medium.jpgdi Giovanni Palmieri

[da La fuga e il pellegrinaggio. Carlo Emilio Gadda e i viaggi di Giovanni Palmieri, Giorgio Pozzi editore, Ravenna editore, 2014]

Che il viaggio in sé possieda un valore poetico e consenta le più so­gnanti rimembranze, lo aveva del resto già affermato Leopardi:

Chi viaggia molto, ha questo vantaggio dagli altri, che i soggetti delle sue rimembran­ze presto divengono remoti; di maniera che esse acquistano in breve quel vago e quel poetico, che negli altri non è dato loro se non dal tempo. Chi non ha viaggiato punto, ha questo svantaggio, che tutte le sue rimembranze sono di cose in qualche parte presenti, poiché presenti sono i luoghi ai quali ogni sua memoria si riferisce.[1]

Gadda fatica a staccarsi dai luoghi dei suoi viaggi proprio perché su quei luoghi ha pazientemente costruito il suo sogno; un sogno fatto di ri­membranze, di poesia, d’evasione lirica, di materia storica e naturalmente d’incoercibili umori realistici, polemici, sarcastici quando non ironici. La storia, la ricostruzione storica, per lui è sempre la versione morale e so­cialmente accettabile della sua ellittica tendenza a fuggire nel tempo e nello spazio di un sogno popolato di immagini e di scenari da lui creati.

Pertanto la storia, soprattutto quella antica, è per Gadda e a dispetto di Gadda il sogno della realtà. Un sogno però etico e socialmente condiviso che stabilisce un confine non arbitrario all’illimitato sogno lirico dell’im­maginario. Inutile poi dire che Gadda, sia pur rigorosamente, romanza sempre la storia in quanto e per quanto l’adatta a sé.

La voce scritta di questo sogno, controllato polifonicamente da una va­sta cultura storica, linguistica e antropologica, sono le sue prose di viag­gio. Testi ai quali, peraltro giustamente, teneva moltissimo.

Potremmo pertanto ipotizzare che – come quel bateau sui cui versi ha sognato –  Gadda aneli inconsciamente a perdersi nell’oceano, pur cono­scendo bene e additando al lettore dei Viaggi, la morte il rischio di tale démarrage, l’immorale viaggio fine a se stesso, il pericoloso déréglément lirico e infine il rischio concreto di un naufragio.

Ho detto che Gadda ha viaggiato moltissimo e dunque non posso esi­mermi ora dal chiedermi il perché.

Pur avendo affermato di avere fatto la crociera mediterranea anche per avere del materiale letterario, così come ha affermato di avere scritto le corrispondenze abruzzesi per soldi, egli non viaggia come Hemingway per scrivere, così come non “vive” per scrivere, ma al contrario scrive per vivere.

In base alle risultanze dell’analisi, possiamo perciò affermare che sin dalla sua giovinezza Gadda ha viaggiato per dare voce al suo sogno, per reprimerlo nei limiti gnoseologici della realtà storica e geografica e per lenire infine alcune delle più profonde lacerazioni del suo animo. Ma se Gadda viaggia per poter vivere, materialmente e spiritualmente, egli scri­ve altresì per vivere e dunque il tema odeporico diventerà obbligatoria­mente centrale in un lungo periodo della sua vita e della sua opera.

Al di là dei profondi significati di fuga e di pellegrinaggio che abbiamo illustrato, il viaggio diventerà così per il nostro scrittore non solo il sim­bolo universale della condizione umana in cui l’uomo è sempre alla ricer­ca di una impossibile stabilità, ma anche un destino. Un destino di fuga tendenziale e di pellegrinaggio che si trasforma però in un destino di scrittura. Sì, perché se Gadda scrive dei suoi viaggi e li elabora tanto pa­zientemente sulla pagina scritta è perché tutta la sua vita s’identifica nella scrittura e tutta la sua scrittura s’identifica nella sua vita. Anzi la scrittura è per lui una reazione difensiva dall’attacco della vita e della realtà. Una realtà alla quale sarà sempre fedele (il suo disperato realismo) ma anche una realtà alla quale non solo non vorrà adattarsi ma che, al contrario, cercherà sempre di adattare a sé.

Per questo nella dicotomica relazione tra il viaggio reale (etico) e il viaggio sognato (disetico), il suo viaggio scritto risulterà allora una pro­blematica sintesi di sogno e realtà.

   Lo schema evolutivo di tale sintesi potrebbe essere il seguente:

  1. a) viaggio reale (realtà vissuta) à (1° sogno del viaggio vissuto) à

    1° viaggio scritto (appunti, schemi preparatori ecc.);

  1. b) 2° viaggio scritto (redazioni) à 2° sogno del viaggio scritto à

Sappiamo poi che il testo cambierà profondamente quando Gadda, riu­nendo i suoi articoli in volume, aggiungerà le sue celebri note d’autore.

 Questo schema (in cui il punto a riguarda l’avantesto e il punto b la genesi testuale) non cambia nelle prose di viaggio prevalentemente legate al viaggio etico che ho chiamato «delle pietre e degli uomini». Ciò che cambia è soltanto la natura del sogno che, repressa l’evasione lirica, sarà maggiormente vincolato alla ricostruzione storica o antropologica.

Dallo schema sopra esposto si evince bene che la genesi testuale e l’or­dine del discorso saranno determinati proprio dall’intervento perturbatore del “sogno”, quel sogno che si potrebbe definire romanticamente come «ciò che m’ha detto il viaggio» o forse sterneanamente come il contenuto sentimentale del viaggio. Penso soprattutto alle fondamentali divagazioni che esorbitano dalla struttura narrativa centrale, alle numerose anacronie spazio-temporali e alle petrarchesche descrizioni del paesaggio.

Del resto, Gadda viaggia sempre nel presente e sogna nel passato. I suoi viaggi sognanti o etici (tertium non datur) partono infatti sempre da un’esperienza reale, trascesa, sublimata o deformata sin che si vuole, ma pur sempre reale. Gadda viaggia cioè in un tempo, e ancor più in uno spazio, che esiste o che è esistito. Il che corrisponde ad una poetica che non ha mai cercato la realtà nell’immaginario, cioè in un futuro possibile o utopico, ma al contrario ha sempre cercato e rivelato l’immaginario e anche il fantastico nelle pieghe più segrete della realtà. La realtà fenome­nica. In questo senso la conoscenza della psicoanalisi, intesa come gno­seologia di una realtà invisibile e sommersa, è stata per lui un’esperienza semplicemente decisiva.

Pur ammirando molto Swift e gli utopisti, Gadda non ha dunque mai viaggiato nell’immaginario e meno che mai nel futuro. Eppure ci ha ten­tato ma il progetto di un libro di viaggi fantastici o addirittura fantascien­tifici sul modello swiftiano è subito naufragato.[2]

Rimane infine da chiedersi a quale categoria di viaggiatori appartenesse Gadda. Risposta possibile anche se problematica. Nella “classificazione” del Voyage di Baudelaire egli apparteneva senza dubbio alla categoria di coloro che fuggono «l’horreur de leurs berceaux» ma al tempo stesso ap­parteneva anche alla categoria dei «viaggiatori meravigliosi». In questo senso, seguendo la tipologia di Sterne, Gadda fu un «viaggiatore senti­mentale» o per meglio dire un viaggiatore tendenzialmente melanconico. Cercò tuttavia di superare questa tendenza originaria, da lui avvertita come perniciosa e sbagliata, collocandosi nel tipo del viaggiatore-pelle­grino, moderno erede dei viaggiatori europei del Grand Tour, che testi­monia la sua fede nel tempo e nella storia umana visitando e descrivendo i santuari morali della conoscenza. Ma – e qui sta il punto – non vi riuscì mai del tutto e in questo residuo lirico-melanconico, sempre dominante nella dialettica tra viaggio sognante e viaggio etico, consiste la cifra se­greta e l’incanto artistico delle sue prose di viaggio.

Note

[1]  Giacomo Leopardi, Pensieri LXXXVII, in Id., Opere I, a cura di Sergio Solmi, Ricciardi, Milano-Napoli 1956, p. 741.

[2] Ciò che infatti ci è rimasto di quel progettato libro è un vecchio incunabolo della Cognizione in cui si elencano le mi­rabilia negative della Brianza. Cfr. I viaggi di Gulliver, cioè del Gaddus – Alcune battute per il progettato libro (1933), ora in Gadda 1989, 953-966.

[Immagine: Carlo Emilio Gadda (mg)].

 

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