cropped-space-invaders1.jpgdi Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul «Sole 24ore»].

Adeguare le nostre biblioteche di conservazione agli standard di quelle di Berlino, Madrid, Londra, Parigi, dove ad agosto migrano gli studiosi italiani che se lo possono permettere, non è un obiettivo realistico: non ce la faremo mai, non avremo mai né quei soldi né quella lungimiranza. Ma potremmo fare un po’ di maquillage a basso costo.

Se uno apre il bel sito internet della Biblioteca Nazionale di Madrid trova in alto a destra un «Benvenuto» in sei lingue: spagnolo, catalano, basco, portoghese, inglese, francese. Cliccando su ciascuno dei sei «Benvenuto», il sito cambia lingua: non è tradotto davvero tutto quello che si trova sulla homepage in spagnolo, ma l’essenziale sì, e in realtà anche più dell’essenziale: i non ispanofoni possono così farsi un’idea precisa sia di come funziona la biblioteca sia di ciò che nella biblioteca accade, al di là della consultazione dei libri (film, mostre, visite, conferenze). Nel sontuoso sito della Biblioteca Nazionale di Parigi le lingue sono nove più il francese: ci sono, tra le altre, l’arabo, il cinese, il giapponese, l’italiano (con traduzioni, mi pare, perfette). Dieci lingue sono la solita esibizione di grandeur, si capisce: nei siti delle altre biblioteche del mondo non si trova niente del genere. Almeno l’inglese, però, lo si trova sempre, e non solo nelle grandissime sedi (Berlino, Monaco, Copenaghen) ma anche in quelle più periferiche: Budapest, Lisbona, Belgrado, Zagabria, Rangoon. Questo significa che – poniamo – senza conoscere il croato, da casa mia, io posso fare comodamente una ricerca tra i fondi della Biblioteca Nazionale di Zagabria, capire quali documenti o libri ci sono, quali servizi vengono offerti al visitatore, se è il caso o no di prendere un aereo per andare a Zagabria per controllare meglio.

Ora, se si passa dal sito della Nazionale di Parigi o di Berlino o di Buenos Aires al sito della Nazionale di Firenze (o di Torino, o di Roma, o di Napoli: ma Firenze è la peggio), l’impressione non è tanto quella di scivolare dal Primo Mondo al Secondo, o al Terzo (anche perché il sito della National Library of Myanmar è meglio dei nostri), quanto di fare un salto indietro nel tempo di una decina d’anni, e dal mondo di Grand Theft Auto 5 al mondo di Space Invaders. Per una qualche misteriosa ragione (età media dei dirigenti, cresciuti col Commodore 64 in cameretta? Non si trovano i mille euro necessari per un restyling?), i siti internet della gran parte delle istituzioni pubbliche italiane (università, istituti di cultura, biblioteche) fanno pena, sia per la funzionalità sia per la grafica. È come se il famoso gusto italiano si fosse, per principio, tenuto lontano da questo campo d’applicazione. Solo che è un campo d’applicazione cruciale, se non altro perché potenzialmente visibile da parte di tutti gli esseri umani provvisti di una connessione internet.

Rifare questi siti? Vasto programma! Ci vorranno delle commissioni, dei decreti, delle gare d’appalto… Roba di anni. Intanto si potrebbe cominciare a fare, diciamo in un mese, quello che hanno già fatto a Rangoon, Beirut, Hanoi, e cioè dotare i siti delle nostre biblioteche nazionali di traduzioni in inglese delle voci e dei servizi più importanti. Perché la situazione attuale, per quanto riguarda l’inglese, è la seguente: Nazionale di Firenze, niente. Nazionale di Napoli, niente. Alla Nazionale di Torino sono più sottili: c’è, in alto a destra, una scritta «Italiano», ma se uno ci clicca sopra scopre che è l’unica lingua possibile, perché «Inglese» non c’è. A Roma infine, come sempre, geniali: se si clicca «Inglese», Biblioteca Nazionale Centrale di Roma diventa giustamente National Central Library of Rome, ma tutto il resto (orari, cataloghi, ecc.) rimane in italiano – anzi non tutto: c’è anche Site map, Credits, Contact (che tradurrà, non bene, Contatti), ma se uno ci clicca sopra entra in pagine scritte in italiano, o bianche, o ritorna inopinatamente alla homepage (che ha questo comodo, ben memorizzabile URL: bncrm.librari.beniculturali.it; British Library: bl.uk; Nazionale di Parigi: bnf.fr).

PS.: Per questo tipo di servizi ci sono delle agenzie apposta: evitiamo il fai da te, la telefonata al figlio del conoscente che ha fatto l’Erasmus a Galway.

[Immagine: Space invaders (gm)].

6 thoughts on “Chi ha i siti più brutti dell’Occidente? Le biblioteche italiane in internet

  1. Egregio Professor Giunta,

    ha perfettamente ragione, e quanto scrive va di pari passo con alcune altre Sue riflessioni sull’efficienza delle biblioteche italiane, in cui la disorganizzazione, gli impacci burocratici e le varie assurdità amministrative (orari, aperture, prelievo dei libri, ecc.) sono ormai diventati un vero e proprio topos. Tuttavia, in questi giorni sono a Parigi per delle ricerche, mi sono trovato a rimpiangere le nostre vecchie biblioteche italiane (non tutte, e senz’altro non la nazionale di Firenze, certo!). La mia prima esperienza alla BNF è stata a dir poco negativa. Tralasciando l’impatto con una struttura sulla cui estetica così raggelante ha scritto alcune pagine notevoli lo Sebald di Austerlitz, ciò che più mi ha innervosito è la qualità dei servizi: un giorno intero e non so quanti passaggi e spiegazioni per consultare una seicentina di Guarini in versione non microfilmata; circa quaranta minuti per farmi assegnare un altro posto in una sala diversa; assenza di wifi; impossibilità di fare richieste dopo le 16.30; moduli cartacei da compilare per la consultazione dei testi antichi; pagamento della tessera per l’accesso in biblioteca (8€ per tre entrate, come alle giostre, salvo che il diritto ad entrare in una biblioteca dovrebbe essere garantito gratuitamente a tutti). Io che sono di Padova e mi lamento del pessimo servizio della nostra biblioteca civica (aperta solo due giorni alla settimana, e fino alle 17.30, con tutto il patrimonio ch’essa custodisce – e non è l’unico problema) e di quella universitaria, devo dire che al confronto risultano meno afflittive di quanto non sembrino. Per il resto è vero, il sito internet della BNF è ottimo, anche se delle nove lingue che accolgono virtualmente i suoi visitatori nessuna, oltre quella nazionale, è parlata all’interno (qualche biascicamento di inglese, ma si sa come sono i francesi e quale sia il loro rapporto con la lingua del duca di Wellington). Insomma, la BNF mi sembra un po’ come per non pochi appartamenti parigini: affascinanti dall’esterno, non di rado molto al di sotto delle nostre abitudini di vita per igiene e comodità.
    Un cordiale saluto.

    Luca Piantoni

  2. Vabbè, ma dopo la vicenda http://www.verybello.it/ un articolo del genere è come sparare sulla croce rossa :)

    Inoltre è sempre un occasione sprecata citare le biblioteche nazionali per parlare di tutte le biblioteche del paese. Le nazionali fanno capo allo stesso ministero che ha prodotto verybello, per capirci. Numerose altre biblioteche pubbliche non versano in queste condizioni per fortuna (un esempio di sito multilingue http://biblio.regione.vda.it/).

  3. Da bibliotecario che lavora in una academic library in UK devo dire che c’è un problema molto grosso di traducibilità del lavoro bibliotecario tra Italia e all’estero: paragonare i miei studi di biblioteconomia alla Library and Information Science sembra paragonare due discipline diverse con solo alcuni punti in comune. Quindi forse il problema andrebbe ricercato nell’idea della biblioteca che in Italia è molto diversa da quella inglese, nordeuropea o scandinava (non saprei dire in Francia e Spagna). Naturalmente le Nazionali da questo punto di vista non fanno che enfatizzare i pregi e difetti del paese.

    L’articolo è interessante, l’unica leggerezza e prima vista mi sembrano i “1000 euro per il restyling”: il sito di una biblioteca non è il sito-vetrina di un’azienda (che comunque non costa 1000 euro), c’è sotto un discorso complesso di gestione del rapporto utente-informazione. Non ho esperienza nel campo ma credo che le cifre minime siano venti volte tanto. La traduzione è naturalmente un punto importante e il sintomo della marginalità dell’Italia in Europa, ma fermarsi a quell’aspetto mi sembra limitante.

  4. Non è il numero delle lingue di un sito che garantisce l’accessibilità a questo! Sono molto interessanti i commenti all’articolo. In particolare sono d’accordo con il commento sulla BNF. A Parigi ho trovato i bibliotecari meno preparati sulle loro collezioni e che non parlavano altre lingue all’infuori del francese. A Budapest non sono neanche riuscita ad entrare nella biblioteca nazionale perché non ero Ungherese! L’ingresso era a pagamento. L’autore dell’articolo è un professore universitario di Letteratura italiana. Frequentatore di biblioteche non ho dubbi. Mi chiedo come mai a parlare di libri e biblioteche sui media ci siano sempre professori e mai bibliotecari! Bruttezza dei siti? Il referente della constatazione del Prof. Giunta non è il lettore del Sole 24 ore ma l’AGID.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *