Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Da Fiaba d’amore agli Increati. Intervista a Antonio Moresco

| 12 commenti

cropped-moresco-lucerna.jpga cura di Vanni Santoni

[Una parte di questa intervista è uscita sul dorso toscano del «Corriere della Sera». Ho ritenuto opportuno, in questa versione integrale, rimuovere le domande onde lasciare maggior forza e organicità al flusso delle risposte (Vanni Santoni)].

Fiaba d’amore è un piccolo romanzo che mi è uscito di getto, non solo dalla testa ma anche dalla pancia e dal cuore. Il suo passo è diretto e rapido, la sua scrittura è semplice, ma le cose che vi sono evocate sono portanti e decisive per la nostra vita, e vanno anche oltre, al di là di se stesse. Se fossi un musicista del passato, direi che, rispetto ai miei libri più vasti (Gli esordi, Canti del caos) questo libro è come una sonata o un quartetto d’archi rispetto a una sinfonia o a una messa. Perché certe volte c’è anche bisogno di abbandonarsi al canto breve e intenso, all’espressione concisa ma lancinante, se vivi la tua vita di scrittore come traboccamento e qualcosa che non era previsto erompe da te senza chiederti il permesso. Però Fiaba d’amore è anche un satellite, un pezzo che si è staccato dal più grande romanzo che sto scrivendo e ha preso vita propria e autonoma.

Negli Increati c’è qualcosa di tutto quanto ho scritto finora, quindi anche di questa Fiaba d’amore e dell’elemento in cui si muove, che è appunto l’amore. Con amore non intendo quella piccola cosa orizzontale che viene in genere indicata con questa parola, che in questa epoca è logorata dall’uso e vuole dire tutto e non vuole dire niente, ma una cosa molto più verticale e inattuale, una cruna, qualcosa che ha a che vedere con l’esplorazione e con l’invenzione, con l’irruzione dell’impossibile nella vita.

Mi è successo più volte, in questi ultimi anni, di aver dovuto irresistibilmente interrompere il lavoro sugli Increati per dare vita in poche settimane a tre brevi romanzi, in qualche modo gemelli, ovvero Gli incendiati, La lucina e Fiaba d’amore. Nello stesso tempo ho scritto anche altri due piccolissimi libri: uno, per bambini ma credo apprezzabile anche dai grandi, deve ancora uscire per l’editore Rrose Selavy e si intitola Piccola fiaba un po’ da ridere e un po’ da piangere; l’altro è invece 21 preghierine per una nuova vita, uscito presso Nottetempo e formato da una serie di preghiere che rivolgo ad animali, compresi alcuni non particolarmente araldici, come il maiale, il lombrico, la puzzola, ventuno piccole preghiere molto intime, dove svelo il mio stato d’animo più profondo in questo momento nevralgico della mia vita di scrittore e di uomo, ma che credo possano intercettare il sentimento di molti altri in questa epoca finale o iniziale della nostra vita personale e di specie. Non so perché mi sta succedendo questo, perché mi trovo in un simile momento di esplosione creativa e nello stesso tempo mai come adesso desidero troncare tutto, separarmi da tutto e tornare là da dove sono venuto. C’entra probabilmente Gli increati, che uscirà a marzo: si tratta infatti di qualcosa che si avvicina al cuore e all’anima di tutto il mio lavoro di scrittore ma che va anche oltre, lo trascende.

È il magnete primo, quello che si riesce a raggiungere, a vedere e toccare solo per ultimo, quando sei alla fine, all’inizio. Non è solo un vasto romanzo che si può leggere in modo autonomo e separato, è anche la conclusione e la vertiginosa agnizione del cammino che ho iniziato più di trent’anni fa con Gli esordi, che ho proseguito con Canti del caos e che si concluderà con questo romanzo, dando vita non tanto a una trilogia ma proprio a un’opera sola che fra qualche anno verrà finalmente pubblicata insieme e che si intitolerà L’increato. Non è stato facile arrivare fin qui, anche semplicemente in termini di organicità editoriale. La realtà che per molti anni ho conosciuto come scrittore, sotterraneo prima e poi emerso, è stata quella di una ostilità diffusa e pregiudiziale – che a volte diventava addirittura guerra aperta – dell’establishment editoriale, culturale, accademico e letterario contro di me, e più in generale contro chiunque provasse a portare qualcosa di nuovo.

Anche al di là della mia esperienza personale, infatti, si tratta di una stortura prettamente italiana, la cui assenza è evidente in paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Francia, dove gli scrittori di qualche originalità e spessore non vengono accolti con sospetto o addirittura presi a cannonate, ma valorizzati prima di tutto in patria, così da avvalersi poi di questa spinta interna per la proiezione verso altre lingue. Da noi sovente avviene il contrario, e non da oggi. Basta considerare la recente, clamorosa vicenda dello Zibaldone di Leopardi, tradotto finalmente e integralmente, dopo quasi due secoli da quando è stato scritto, in lingua inglese, e questo solo per la tenacia di un piccolo gruppo di persone. Uscito l’anno scorso negli Stati Uniti e in Inghilterra, è stato accolto con grande ammirazione e stupore. “Possibile che esistesse un’opera di pensiero simile e che noi ancora non la conoscessimo?” si sono domandati in molti. Eppure altri grandi libri di pensiero, come quelli di Montaigne, Pascal, Nietzsche, Wittgenstein…, sono entrati in circolo in modo più rapido, diventando patrimonio anche di altre culture. Perché non è successo lo stesso con questa grandissima opera, che pure anticipa e forse addirittura oltrepassa tali pensatori? C’entrano la sua asimmetrica grandezza e l’intima inaccettazione da parte della cultura italiana del suo tempo, ma se è avvenuto è anche perché non aveva trovato finora persone motivate al punto di farne una questione di vita o di morte. Dunque, quanto a ciò che dovrebbe cambiare in Italia nel cosiddetto mondo culturale, direi tutto. La situazione è tale che, se non cambia tutto, non cambia niente. Ci sono naturalmente delle eccezioni che anch’io ho avuto la fortuna di incontrare, ma mi pare che dal grosso della cultura italiana accreditata e dell’accademia non ci si possa aspettare niente. Davvero in altri paesi va diversamente, l’eccezione è l’Italia, lo sto vedendo io stesso, una volta sbarcato in Francia con La lucina, c’è stata curiosità invece che sospretto, e non ho solo ottenuto una legittimazione ma anche un buon successo, c’è stato un forte passaparola di librai e lettori, e il romanzo è stato pure finalista al Premio Medicis. Un trattamento del tutto diverso da quello che mi è stato riservato per anni e anni in Italia.

Adesso tradurranno miei libri anche in altri paesi, tra cui gli Stati Uniti. All’estero hanno letto il primo libro mio che hanno avuto tra le mani senza i pregiudizi, le chiusure difensive e persino le piccole, depistanti macchine del fango con cui sono stato sempre accolto in Italia. E un’altra differenza è anche che là c’è una formidabile rete di librerie indipendenti, con librai esigenti in grado di dare consigli non banalmente allineati ai loro lettori. Mi pare di aver letto qualche settimana fa che la rete delle librerie indipendenti francesi ha chiuso l’anno appena trascorso con un aumento del 20%. Vorrà dire qualcosa tutto questo? Se ne può trarre qualche utile insegnamento?

Al di là di ciò, se la mialetteratura è sopravvissuta fino a ottenere il riconoscimento che ha oggi, è stato in gran parte per merito del passaparola di lettori giovani o molto giovani, una cosa che mi ha colpito e continua a colpirmi, tanto più che ho ormai la barba bianca e non sono certo uno scrittore giovanilistico e ammiccante. Forse, in ultima analisi, succede perché le persone giovani hanno un orizzonte d’attesa più ampio, non hanno paura di ciò che è inaspettato e si muove fuori dai parametri prestabiliti. Perché credono ancora che la letteratura possa essere non intrattenimento per lettori addomesticati che hanno solo bisogno di passare il tempo che li divide dalla propria morte, ma anche sfondamento di piani, lacerazione, passaggio, prefigurazione, visione.”

[Immagine: Antonio Moresco (foto di Pierantonio Tanzola)].

 

12 commenti

  1. Non c’è bisogno di rimarcare la grandezza di Moresco, né della sua “personale” e condivisibile battaglia contro il sistema culturale italiano.
    Lodo invece il gesto di Santoni, il suo mettersi da parte, un gesto che oltre stilistico mi pare umano, fatto col cuore.

  2. Grazie a Vanni Santoni e a Luca Cristiano per la segnalazione. Ho molto apprezzato questo pezzo, voglio però muovere un appunto a lato.

    Togliere le domande mi suona strano qui; come togliere persino l’ombra del contraddittorio, lasciando parlare Moresco a ruota libera. Va bene, ma allora che senso ha presentarla come un’intervista? Come fare a contestualizzare le risposte di Moresco, a collocarle nella loro prospettiva di partenza, che le domande le comprendeva?
    L’effetto rischia di essere quello che minacciavo nel mio pezzo su Moresco, in aprile, con la possibile lettura dei suoi testi come “indiscutibili”, senza la possibilità di (mi cito) “letture troppo sottili, distanze, obiettività vere o presunte”. Il che ha pure un suo senso, come sottintendeva la mia formula appena citata, diffidente verso gli eccessi della critica letteraria: ma qui mi pare che dell’atto critico si faccia, in toto, a meno. Vorrei un parere di Santoni, se gli va ..

  3. Ciao Lorenzo,
    eccomi. Grazie per l’apprezzamento. Pur ringraziando Ale (Chiappanuvoli) per l’elogio, la verità è che si tratta anzitutto di una scelta stilistica, nonché – realizzo adesso – un omaggio all’indimenticato Collettivomensa, che a suo tempo ha intervistato così non solo il sottoscritto ma anche altri scrittori tra cui lo stesso Moresco, e i risultati mi sono sembrati sempre molto efficaci.
    Le domande erano abbastanza concise e precisamente orientate poiché, essendo il pezzo originariamente destinato alle pagine culturali di un quotidiano (dove è in effetti uscito, peraltro in forma ridotta), sapevo di non avere moltissimi caratteri a disposizione. Dato poi che le risposte di Antonio erano ampie ma anche, in virtù proprio dell’ambito relativamente circoscritto delle domande, molto collegate tra loro, ho avuto l’impressione che montando il pezzo in questo modo, senza spezzare con un botta e risposta, potesse venire semplicemente più bello per il lettore.

  4. Scusate, ma o con le domande o senza domande – al di là di una strizzatina d’occhio a quanti (i giovani?) la testa hanno smesso d’usarla ma la pancia e il cuore (e l’anima) l’avrebbero in continua agitazione, dell’annuncio di prossime pubblicazioni e traduzioni delle sue opere («anche in altri paesi, tra cui gli Stati Uniti») e del sentimento di rivincita di uno scrittore prima snobbato ed ora riconosciuto – in questo pezzo Moresco cosa dice d’importante?

  5. @Ennio Abate: il fatto che uno dei nostri scrittori, che piaccia o meno, più raffinati e originali ci abbia messo due decenni a guadagnarsi non dico la stima, ma almeno il rispetto dei salotti culturali del nostro paese, decenni passati a suon d’insulti e delegittimazioni, fastidio e ostentata indifferenza, mentre alla prima traduzione in un altro paese vien giù il mondo puntualmente (premio Lipsia per la migliore traduzione in Germania per Gli esordi, finalista al Premio Medicis che è roba che a un italiano non succedeva da millenni – con relativa cordata d’indignazione dei librai indipendenti e lettera pubblica dopo che il premio viene assegnato ad altri)… Questo fatto, con la pancia, col cuore e soprattutto col cervello, NON è una questione privata.

  6. Pingback: Intervista a Moresco » fulviocortese.it

  7. @ Roberto Gerace

    Una cosa è il fatto, altra cosa il pezzo qui pubblicato. Io ho parlato del secondo.
    Il fatto, convengo, “non è una questione privata”. Ma la presentazione che ne dà Moresco, incorniciata com’é in un discorso ambiguamente apologetico di “paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Francia, dove gli scrittori di qualche originalità e spessore non vengono accolti con sospetto o addirittura presi a cannonate, ma valorizzati prima di tutto in patria, così da avvalersi poi di questa spinta interna per la proiezione verso altre lingue”, dà, secondo me, una visione del tutto distorta del sistema culturale mondiale in cui anche quello italiano è pienamente ( e in subordine) inserito.
    Come mai in quei paesi tanta buona accoglienza a certi nostri (?) autori?
    Forse “questione privata” e poco indagata è diventata oggi ogni ragionamento politico sul sistema e sui letterati italiani che giungono al successo “fuori casa”. (Giocando in quale squadra?).
    Insomma, trovo insoddisfacente lo schema “dalli al provincialismo italico ed evviva Stati Uniti, Inghilterra e Francia”. Chiedo approfondimenti…

    P.s.
    Questo commento l’ho inviato due girni fa. Non vedendolo pubblicato, riprovo…

  8. @Ennio Abate: se vuole un ragionamento politico sul sistema letterario italiano si legga “Lettere a nessuno” oppure “Il paese della merda e del galateo”, scritto contenuto nella raccolta “Il vulcano”, oppure ancora quell’altra raccolta di saggi e interventi che si chiama “L’invasione”. Ho l’impressione che lei non li abbia mai sfogliati; altrimenti non si sognerebbe di accusare Moresco di un difetto che sarebbe, a rigore, il pregio che gli ha valso l’ostracizzazione del sistema letterario italiano: ovvero l’aver compiuto un ragionamento politico e una disamina storica, facendo nomi e cognomi, del sistema letterario italiano. Poi se vuole si può discutere del merito.

  9. @ Roberto Gerace

    Caro Gerace, è troppo chiedermi di passare da Fortini a Moresco.
    No, alla mia età non sta bene. Preferisco non essere tirato dentro letture che non sono mai rientrate nei miei orizzonti d’attesa. Anche da quel poco che so, ritengo che il tipo di critica politica che Moresco fa al sistema culturale italiano non è quella che faccio io o che a me sta a cuore.
    Perciò lascio Moresco a lei e ai “moreschiani”. Io ero qui di passaggio e mi sono pronunciato esclusivamente su questo pezzo e stop. Se dovessi essere fulminato su qualche via di Damasco l’avvertirò.

  10. Ricorre spesso, in Moresco, l’auto-consacrazione in vita. Nelle Lettere a nessuno accostava la sua vicenda editoriale niente di meno che a quella di Dostoevskij. Ora si passa a Leopardi. Diciamo che di solito simili raffronti dovrebbe farli la critica. Magari a distanza di qualche tempo, quando i reali valori di un classico emergono più distintamente. Invece Moresco fa tutto da solo. E’ davvero curioso, come fenomeno. Infine, ultima notazione: il percorso editoriale di Moresco non è differente da tantissimi altri (più o meno infelici del suo), ma senza dubbio lui è riuscito a costruirci sopra una “mitologia” che è una raffinatissima strategia di marketing.

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