Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La narrativa contemporanea e la musica

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cropped-The_Archer_Station_to_Station_tour_1976__John_Robert_Rowlands_.jpgdi Pierluigi Lucadei

[Questa è una parte dell’introduzione di Pierluigi Lucadei ad Ascolti d’autore. La narrativa contemporanea e la musica. Interviste a venticinque scrittori, pubblicato da Galaad].

Che tra musica e letteratura esista molto più di una semplice e saltuaria liaison sembra oggi meno scontato di quanto non fosse secoli fa, quando la distinzione tra generi era meno netta o non esisteva affatto, non essendo possibile in taluni casi disgiungere la scrittura di testi lirici dal loro accompagnamento musicale. Nell’antica Grecia, con la parola mousiké si intendeva l’insieme delle tre arti ispirate dalle muse – poesia, musica e danza –, e non esisteva strumento ritenuto più efficace e sublime della mousiké per l’educazione dell’uomo.

Una relazione tra musica e parole, tra musica e narrazione, deve essersi stabilita molto a ritroso nella storia della civiltà, in modalità del tutto naturali e, pur mutando nel tempo, ora sfilacciandosi ora rinsaldandosi ora raffinandosi, si è autoalimentata fino ai giorni nostri. Oggi il fenomeno è tanto vasto ed evidente quanto poco dibattuto – questo è vero soprattutto in Italia – o per lo meno dibattuto in modo non consono alla sua complessità e alle sue molteplici sfaccettature. Sono sempre stato dell’idea che, pur servendosi di canali diversi per entrare in sintonia con il fruitore, musica e letteratura abbiano la capacità di trasmettere, quando si rivolgono a uno spirito recettivo, un analogo sentire artistico. Forse è vero quello che sosteneva Goethe, che la musica comincia dove le parole finiscono. O forse, più semplicemente, scrittura letteraria e sentire musicale, scrittura musicale e sentire letterario, sfumano l’una nell’altro, spesso in modo inconscio o non del tutto percettibile.

Il rapporto di vicendevole ispirazione tra musica e letteratura è una costante nella storia dell’espressione artistica, ma è innegabile che a partire dal XX secolo, complice la nascita di generi musicali più popolari, si sia intensificato e vivacizzato. La tendenza degli scrittori a servirsi delle sette note per raccontare la propria epoca è divenuta sempre più frequente, specie nella narrativa, che è l’ambito letterario che ho voluto indagare. Basterebbe pensare al peso specifico che la musica aveva nella vita e nell’opera dei due sommi attentatori del romanzo ottocentesco, James Joyce e Marcel Proust.

Joyce aveva ereditato dal padre una voce tenorile e, per un periodo, aveva addirittura pensato di tentare la carriera di cantante. Grande amante di Verdi e Puccini, era amico dei tenori irlandesi John McCormack e John Sullivan, nonché accanito sostenitore della carriera di quest’ultimo. La prima opera di Joyce, una raccolta di poesie, si intitolava significativamente Musica da camera. Per non parlare dell’Ulisse, in cui la musica accompagna costantemente i pensieri dei protagonisti, o della sua ultima opera, Finnegans Wake, così densa di riferimenti musicali, a partire dal titolo preso in prestito da una ballata popolare irlandese.

«La musica è stata una delle grandi passioni della mia vita… Essa m’ha portato gioie e certezze ineffabili, e mi ha dato la prova che qualcos’altro esiste oltre il nulla, contro il quale sono andato sempre a sbattere, dovunque. Essa corre come un filo conduttore attraverso il labirinto di tutta la mia opera»[1], ebbe a dire invece l’autore della Recherche il quale, al contrario di Joyce, amava Wagner e odiava Verdi. All’opera del grande musicista tedesco fece riferimento costante anche Thomas Mann, che si spinse, nel Doctor Faustus a fare della musica l’oggetto del patto tra il protagonista, il compositore Adrian Leverkühn, e il demonio.

Italo Svevo era un violinista frustrato ma appassionato e si esibiva privatamente come secondo violino di un quartetto d’archi dilettante. Il suo rapporto di passione-frustrazione con lo strumento emerge chiaramente da La coscienza di Zeno, dove il violinista senza talento Zeno Cosini si fa portare via la bella Ada dal rivale Guido Speier, eccezionale musicista.

Nell’immaginario collettivo forse nessuno scrittore è più legato al jazz – e in particolare al bebop e a Charlie Parker – di Jack Kerouac. Da studente alla Columbia, Kerouac si cimentò nella critica musicale e fu influenzato a tal punto dall’atmosfera delle jam session che si tenevano fino a tarda notte al Minton’s Playhouse di Harlem da lasciare che la sua prosa ne assorbisse anima e ritmo. L’orecchio bop dell’autore di Sulla strada si formò proprio durante le interminabili notti al Minton’s, ascoltando il sassofono di Charlie Parker e la tromba di Dizzy Gillespie. Kerouac era amico di Jerry Newman, pioneristico produttore jazz che spesso registrava le improvvisazioni al Minton’s e al Monroe’s, altro storico club di Harlem. Fu Newman a suggerire a Gillespie di intitolare Kerouac una sua composizione. Kerouac amava anche andare a sentire Billie Holiday e bere con lei, e si dedicava all’ascolto di musica folk e di musica classica, preferendo, in un caso, le canzoni di Leadbelly e, nell’altro, Bach, Beethoven e Debussy.

Il jazz fu la principale passione, oltre alla boxe e, ovviamente, alla letteratura, di Julio Cortàzar. Nel romanzo che viene considerato l’equivalente dell’Ulisse per la letteratura latinoamericana, Rayuela. Il gioco del mondo, il protagonista, Horacio Olivera, frequenta un circolo privato che ha nell’amore per il jazz la sua principale ragion d’essere. Ma alla sua musica preferita Cortàzar ha dedicato anche un’opera meno nota, un racconto lungo intitolato Il persecutore, che narra la contrapposizione tra Johnny, il grande artista, geniale e maledetto, e Bruno, l’uomo qualsiasi, il critico musicale sedotto dal mito, e dove Johnny non è altro che Charlie Parker.

Venendo a tempi più recenti, si contano molti esempi di fiction che hanno nella musica il motore incandescente della macchina narrativa. La più conosciuta short story di Joyce Carol Oates, Dove stai andando, dove sei stata?, che racconta la storia di una ragazza caduta sotto l’influenza di un uomo dalle oscure intenzioni, è ricalcata sulla famosa It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan, e proprio a quest’ultimo è dedicata. Anche una nota short story di T. Coraghessan Boyle, Greasy Lake, si ispira a una canzone rock, Spirit In The Night di Bruce Springsteen, della quale reca in epigrafe il verso «it’s about a mile down on the dark side of Route 88».

Nel 1973 Don DeLillo, con il romanzo Great Jones Street, ha messo in scena la paranoia che si annida nella vita di una rockstar che, nel mezzo di un tour, abbandona la band per rintanarsi in un appartamento del Village newyorkese.

Thomas Pynchon, che dell’abbattimento del confine tra cultura alta e cultura popolare ha fatto uno dei motivi del suo scrivere, non ha mai lesinato, in ogni romanzo, riferimenti musicali degni della sua grande passione per il jazz e il rock’n’roll. Nel 1994 ha scritto delle note per Spiked!, raccolta delle registrazioni di Spike Jones, musicista e comico americano nei confronti del quale ha tenuto a dichiararsi debitore nell’introduzione ai racconti di Un lento apprendistato. Nel 1996 ha anche scritto le note di copertina per Nobody’s Cool, secondo album dei semisconosciuti newyorkesi Lotion, nelle quali definisce il rock’n’roll «una delle ultime onorevoli vocazioni» e le rock’n’roll band «un miracolo della vita quotidiana». Alcuni parlano di Nobody’s Cool come del caso, più unico che raro nella storia del rock, di un album famoso per le sue note di copertina più che per la sua musica.

Milan Kundera non ha mai nascosto il suo smisurato amore per la musica, trasmessogli dal padre, noto pianista e direttore dell’Accademia Musicale di Brno. Ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, lo scrittore ceco ne parla, per bocca di Franz, come dell’arte che più si avvicina all’ebbrezza dionisiaca. «Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro», scrive Kundera, «ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven, della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartók o di una canzone dei Beatles».

Nel 1983 Thomas Bernhard, con Il soccombente, ha raccontato il modo di concepire, vivere e gestire un immenso talento da parte di tre formidabili pianisti, uno dei quali è Glenn Gould, cui è sufficiente l’interpretazione assoluta delle Variazioni Goldberg di Bach per porre fine alla carriera musicale degli altri due e scompaginarne l’esistenza.

Roberto Bolaño, nel 1984, ha intitolato il suo romanzo d’esordio, scritto insieme al catalano A.G. Porta, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce. Nel 2013, il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, nell’ambito delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della nascita del rimpianto scrittore cileno, ha creato una playlist su Spotify con tutti i brani musicali appuntati nei suoi quaderni, e chi conosce lo sradicamento della sua parabola esistenziale non si sorprenderà più di tanto se i suoi gusti affiancavano i Doors a Marlene Dietrich, i Suicide a Domenico Modugno.

Nel 1987 Murakami Haruki ha scelto una canzone dei Beatles, Norwegian Wood, per intitolare il suo romanzo più famoso (ma il titolo di lavorazione, Il giardino sotto la pioggia, richiamava una sonata per pianoforte di Debussy), mentre in A sud del confine, a ovest del sole (1992), che nasconde nel titolo un’altra citazione musicale[2], il protagonista gestisce uno jazz club a Tokyo – dettaglio autobiografico, in quanto lo stesso Murakami è stato proprietario di un locale musicale prima di diventare scrittore.

Kazuo Ishiguro, nel 1995, ha universalmente svelato il suo amore per la musica con il romanzo Gli inconsolabili, che ha per protagonista un pianista di fama mondiale. Nel 2007 ha composto alcuni testi per l’album della cantante jazz Stacey Kent, Breakfast On The Morning Tram; subito dopo, ispirato da quella peculiare scrittura, ha pubblicato una raccolta di racconti, Notturni. In occasione dell’uscita di questo libro, concepito come un disco con cinque brani, Ishiguro ha dichiarato: «Fin da bambino suono il pianoforte e fin da adolescente la chitarra, e quand’ero giovane sognavo di essere un cantautore come Bob Dylan o Leonard Cohen o il vostro Fabrizio De André»[3].

Ma molti altri, negli ultimi anni, hanno attinto all’immaginario della musica e del rock in particolare. Dal Roddy Doyle de I Commitments al Salman Rushdie de La terra sotto i suoi piedi, dal Jonathan Lethem di Non mi ami ancora all’Hanif Kureishi de Il budda delle periferie, fino al Nick Hornby di Alta fedeltà, il più famoso romanzo ambientato in un negozio di dischi. In un negozio di dischi è ambientato anche l’ultimo libro di Michael Chabon, Telegraph Avenue, straripante e funambolico affresco del nostro tempo, immerso in una magica atmosfera dominata dal jazz e dal funk degli anni Settanta.

 Senza l’amore per la musica, forse Chabon non avrebbe scritto Telegraph Avenue, ma sarebbe ugualmente diventato uno dei più grandi autori contemporanei. Non per tutti, però, vale lo stesso discorso. T. Coraghessan Boyle ha spudoratamente ammesso che «ogni scrittore dalla mia generazione in poi scrive solamente perché non ha potuto avere la sua rock band»[4], e il concetto riecheggia con forza anche altrove. Hanif Kureishi mi ha confessato di essere diventato uno scrittore quando si è reso conto di essere negato per la musica, sua principale passione. David Leavitt voleva diventare un cantante e si è messo a scrivere soltanto perché ha avuto la sfortuna di nascere stonato. Efraim Medina Reyes è convinto di «non poter scrivere nemmeno una riga senza musica», perché scrivere in fondo «è solo un altro modo di ascolta

Note

[1]       cit. in Edward Lockspeiser, Debussy, trad. di Domenico de Paoli, Milano 1983, p. 362.

[2]       C’è un curioso aneddoto legato ad A sud del confine, a ovest del sole. La prima metà del titolo deriva da South Of The Border, una canzone che, nel romanzo, viene attribuita a Nat King Cole, mentre in realtà è stata scritta nel 1936 da Jimmy Kennedy e Michael Carr. Nella non-fiction Ritratti in jazz (Einaudi, 2013), Murakami, parlando di Nat King Cole, scrive: «Ero sicuro di averlo sentito cantare anche South Of The Border, e con questo ricordo in mente ho scritto il romanzo A sud del confine, a ovest del sole. Peccato che in seguito qualcuno mi abbia detto che South Of The Border non è mai stata nel repertorio di Nat King Cole […]. Il che significa che ho scritto un intero romanzo basandomi su qualcosa di inesistente».

[3]       “I Notturni di Ishiguro. Le mie storie sono canzoni”, intervista di Leonetta Bentivoglio («La Repubblica», 19 maggio 2009).

[4]       “Intersections: T.C. Boyle’s Rock’n’Roll Muse”, intervista alla NPR (8 marzo 2004).

[Immagine: David Bowie (gs)].

 

Un commento

  1. Vorrei segnalarvi il libro “Playlist – Se ci fosse la musica”, un romanzo a tema musicale con la prefazione di THE NIRO.
    Se per ogni occasione giusta della vita ci fosse la musica giusta? E’ quello che si chiede il protagonista Giulio, un musicista che mantiene la sua passione con lavoretti frustranti. In un susseguirsi di incontri surreali, visioni musicali, sms notturni, vessazioni sul lavoro e amori fugaci, nasce la colonna sonora di un’avventura.
    Il romanzo è stato presentato anche su Radio Capital, Radio Montecarlo e RTL 102.5.
    Se vi interessa saperne di più, visitate il sito http://www.playlistsecifosselamusica.it o la pagina facebook http://www.facebook.com/PlaylistSeCiFosseLaMusica
    Qui trovate invece il booktrailer del libro https://youtu.be/ZtD8vPYRnn8?

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