cropped-alice_in_wonderland171.jpgdi Vanni Santoni 

[Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera]

Una delle maggiori preoccupazioni dei fruitori di fantasy è l’annosa questione della percezione di tale genere come trastullo per bambini. Ricordo bene quanto, ai tempi del liceo, fosse cruciale tenere ben nascosta la passione che avevamo per il Dungeons&Dragons e le carte Magic, se si voleva avere qualche esigua possibilità col gentil sesso. Prima ancora che per il fatto di essere “roba da nerd”, era il rischio di venire considerati infantili che terrorizzava noi adolescenti in cerca di un barlume di sex appeal. Se oggi, in epoca di pieno mainstreaming del fantasy, vengono in aiuto alla causa opere come Il trono di spade, sufficientemente cariche di sesso e violenza da non poter essere intese come destinate ai fanciulli, è pur vero che il pregiudizio in parte permane. Se lo fa, però, è anche per ragioni del tutto legittime: perché il genere fantasy ha dato alla narrativa per ragazzi alcuni dei suoi maggiori capisaldi, e continua ad affascinare i più piccoli oggi come allora. Anzi, oggi più che allora: girando per la città durante il martedì grasso si notavano non poche bimbe vestite da Elsa di Frozen, classico Disney virato assai più sul fantasy che sulla fiaba, visti i poteri della protagonista, che, includendo la criomanzia, vanno ben oltre la solita dotazione di grazia e buon carattere delle principesse della casa di Burbank, e bimbi vestiti da nani giunti direttamente dalla versione cinematografica dello Hobbit.

Proprio lo Hobbit, volendo prendere Tolkien come capostipite del fantasy moderno – una semplificazione ammissibile vista la portata del suo lavoro rispetto a quello degli altri “padri” E.R. Eddison, C.S. Lewis e soprattutto Robert E. Howard, il target del cui Conan era il pubblico adolescente e adulto delle riviste pulp – viene a rivelare l’indicibile verità. Il fantasy nasce comunque come letteratura per ragazzi. I recenti film di Peter Jackson, appiattendone l’immaginario e l’estetica su quelli del Signore degli anelli, potrebbero far dimenticare a qualcuno che il libro dello Hobbit ha una lingua molto più semplice e un’estetica e una struttura molto più vicine alla fiaba rispetto al suo successore. Lo stesso Lewis, amico di Tolkien e suo sodale nel circolo degli Inklings, pensava il suo ciclo di Narnia come un’opera per ragazzi, se non addirittura, come ha avuto a sostenere Philip Pullmann, a sua volta autore del ciclo di Queste oscure materie, come uno strumento per propagandare le proprie idee religiose presso l’infanzia. Rimanendo nel Regno Unito, ma arretrando di un passo, in un’epoca precedente alla codificazione del genere, viene naturale incontrare l’Alice di Lewis Carroll, protagonista dei due romanzi Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, che sono storie per bambini nel senso più puro del termine, giacché inventate specificamente per divertire una bimba (e generalmente considerate capostipiti tout court del romanzo moderno per l’infanzia), ma anche anticipatrice, nel lontano 1865, tanto del fantastico psichedelico quanto del fantasy avventuroso à la D&D, col suo Jabberwock e la spada Vorpal necessaria per sgominarlo. Solo mezzo secolo dopo l’uscita delle fiabe dei fratelli Grimm (date alle stampe nel 1812), si era dunque pronti al salto dalla fiaba al fantasy. La suggestione della bimba perduta in un mondo fantastico lanciata da Carroll ci consegna peraltro altri due classici per l’infanzia ascrivibili nettamente al genere, con la Dorothy del Mago di Oz di L. Frank Baum, del 1900, che segna il primo approccio statunitense al fantasy, e la Wendy del Peter Pan nei Giardini di Kensington di James Matthew Barrie (1906), entrambi dunque molto precedenti al lavoro di Lewis e Tolkien. E volendo scavare è pur vero che già nel 1751, in perfetta concomitanza con l’affermazione delle teorie lockiane sull’educazione dell’infanzia e sulla necessità della produzione di contenuti a essa specificamente orientati, la rivista per ragazzi Lilliputian Magazine di John Newbery proponeva storielle con protagonisti bambini che si ritrovavano in lande bizzarre e magiche.

Se poi, nella prima metà del ventesimo secolo, la narrativa destinata al pubblico più giovane aveva preso altre direzioni, più avventurose e tecnologiche, e solo negli anni ’60 e ’70 sono emersi nuovi capolavori del fantasy per ragazzi, come La fabbrica di cioccolato di Willy Wonka di Roald Dahl (del ’64) e La storia infinita di Michael Ende (del ’79), il genere non aveva mai cessato di affascinare i più piccoli, forse perché, come sosteneva Terry Brooks, autore di romanzi fantastici derivativi e piuttosto mediocri ma acuto analista dei propri lettori, i mondi fantasy, più che un’occasione di escapismo, sarebbero per bambini e ragazzi un ambito di sperimentazione, morale e percettiva, in un campo più ampio e dalle regole più flessibili di quello del reale, e dunque più adatto all’astrazione e all’apprendimento. E se le ragioni sono così profonde, non sorprende allora che il fantasy fosse pronto a rientrare dalle finestre delle camerette grazie alla sua naturale propensione alla transmedialità. Ricomparse in tutte le case attraverso giochi di ruolo come Dungeons & Dragons (1975, in Italia nel 1985), videogiochi come Legend of Zelda (1986) e la serie Ultima (i cui titoli più significativi sono usciti nella seconda metà degli anni ‘80), medium ibridi come i LibroGame (il primo volume della serie Lupo Solitario uscì in Italia per E.Elle nel 1985) e ancora giochi di carte come Magic: the Gathering (prima edizione datata 1993), le narrazioni fantasy erano tornare per rimanere – e l’invasione dell’ultimo ventennio, tra hobbit di ritorno e nuovi maghetti con gli occhiali, ne è l’evidentissima prova.

[Immagine: Tim Burton, Alice in Wonderland (gm)].

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6 thoughts on “Il fantasy e la letteratura per ragazzi

  1. Mi permetto di aggiungere una cosa. Barthes, in Miti d’oggi, ebbe a osservare a proposito di Verne (che non era uno scrittore per ragazzi intenzionalmente) che il suo amore per i mondi chiusi (l’Isola misteriosa, il Nautilus), era naturalmente adatto ad affascinare l’infanzia, che del costruirsi case sugli alberi o spazi comunque protetti e separati dal mondo circostante è fanatica.
    Credo che il fantasy abbia una funzione simile per l’adolescenza e l’infanzia di oggi. I mondi fantasy (a partire dalle carte geografiche che non possono mancare mai a inizio di libro) sono mondi coerenti, autonomi, completi.
    Il fascino per quei mondi è certo evasione (ma quanto della letteratura tutta non lo è?), ma non un’evasione infantile.
    Se a questo aggiungiamo i legami con l’epica cavalleresca e classica (in Tolkien, e non solo, costitutiva) e il cavalleresco del romanzo storico romantico, secondo me ce n’è a sufficienza per occuparsi senza sdegno di letteratura fantasy anche in sede di storia della letteratura.
    Non c’è bisogno poi di sottolineare quanto un lavoro del genere sarebbe utile didatticamente.
    Personalmente uso dall’inizio della mia carriera di insegnante Tolkien per introdurre l’epica omerica, per somiglianza e, ovviamente, contrasto.
    A naso direi che funziona.

  2. Ringrazio Santoni per avere pubblicato questo articolo, che solleva questioni molto interessanti. Vorrei solo attirare l’attenzione su due aspetti.

    Il primo aspetto è il moralismo del genere fantasy. Come mostra molto bene Santoni, il problema del genere “fantasy” non è il fatto che sia letteratura d’evasione. Il problema è che il “fantasy” ha una componente moralista, ereditata dalla letteratura pedagogica settecentesca. Dai giochi di ruolo ai romanzi, in tutte le storie fantasy c’è un’idea di “Bildungsroman”: un’idea di apprendistato, adeguamento e progresso morali a cui l’individuo si sottopone. Non è l’ambientazione meravigliosa, ma l’aspetto moralistico a fare del “fantasy” uno dei generi del “romance”, che è un modo narrativo moralista. E in questo le fiaba popolari e la sua eco nei fratelli Grimm mi è sempre sembrata avere più risorse, più capacità di esplorare le nostre fantasie inconsce.

    E il secondo punto è proprio il rapporto fra letteratura e fantasie inconsce. Non solo la letteratura tout court, ma tutte le forme di esperienza estetica sono modi del pensiero magico. E sospetto che l’imbarazzo che proviamo di fronte al fantasy derivi proprio da qui. Il fantasy ci mette di fronte al fatto che la nostra mente funziona anche grazie a fantasie inconsce, che non sono poi diverse dalle credenze magiche descritte dagli antropologi e dagli storici. Grazie ancora per questo articolo.

  3. Interessante articolo, comunque occorre dire che un’opera pensata come destinata ai ragazzi dovrebbe essere giudicata per questa intenzione senza disprezzarla se essa non soddisfa altri canoni di altri tipi di letteratura, comunque occorre dire che certe opere destinate in origine a bambini e ragazzi sono oggi ritenuti come degne di attenzione e di lettura anche per un pubblico adulto (oltre ai sopra citati Carroll e Barrie aggiungo il nostrano Collodi): sarebbe interessante sapere se sono presenti studi critici recenti che indagano quante e quali opere recenti destinate primariamente ai ragazzi dovrebbero essere più evidenziate e valorizzate in quanto ad esse si possono applicare chiavi di letture che le rendono rilevanti anche ai lettori adulti.

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