cropped-maxresdefault.jpgdi Claudio Giunta

[Questo articolo è uscito sul Sole24 ore]

Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a diventare Messaggeri, si ricevono gratuitamente a casa 6+6 copie di due diversi romanzi, scelti da una lista di 24, dopodiché si può “partecipare attivamente a tutte le iniziative di #ioleggoperché” (non mi è chiaro come, ma iscrivendosi si capirà).

Non so come siano stati scelti i 24 romanzi. Immagino che ogni casa editrice ne abbia indicato uno dal suo catalogo, scelto tra i più facili, leggibili, tentanti anche per i lettori più deboli, che sono quelli da conquistare alla lettura. Sono tutti romanzi di autori contemporanei. Sono, per dirla molto gentilmente, romanzi di qualità diseguale.

È un’iniziativa promozionale, e va benissimo: è bene che i libri si vendano e che le case editrici non chiudano, e ogni tattica che aiuti a raggiungere questo obiettivo è legittima (la stessa cosa naturalmente – ma il dettaglio sembra sfuggire a molti, specie tra gli intellettuali – vale per i gestori di sale cinematografiche, i produttori di lampadine e i rivenditori di auto usate: in sé, vendere libri non è un’attività né più né meno nobile che vendere bistecche). Nello specifico ho però due obiezioni, una di metodo, o meglio di forma, l’altra di sostanza.

L’obiezione di forma è questa. Invitare alla lettura può anche andare bene, ma il linguaggio emozional-motivazionale che leggo nel sito no, perché è proprio il tipo di linguaggio che bisognerebbe tenere lontano dai libri e lasciare agli imbonitori di piazza o ai telepredicatori: “Lascia il tuo segno sul Social Wall”, “Il libro come esperienza da condividere”, “Diventa Messaggero” (e lasciamo stare, che ormai è tardi, la parola-prezzemolo evento, che in un paese normale non sarebbe mai andata più in là di Corso Como). Sospetto che i non-lettori intelligenti non si faranno sedurre da questa retorica, e continueranno a non leggere: hanno la mia totale approvazione, anche perché secondo me non leggere è meglio che leggere alcuni dei libri che si trovano nella lista compilata dall’AIE. E sospetto che a essere sedotto sarà soprattutto qualche secchione brufoloso con la smania di evangelizzare il mondo a colpi di Sveva Casati Modignani. Spero che continuino a non invitarlo alle feste.

Fin qui siamo nel kitsch, ma nel legittimo. Illegittima è un’altra cosa (e questa è l’obiezione di sostanza). Ho appreso dell’esistenza di #ioleggoperché perché mi è arrivata una comunicazione della mia università che mi invitava a visitare il sito e ad “aderire all’iniziativa”. Visitare il sito e aderire a un’iniziativa promozionale? Sono caduto dalle nuvole. Poi però ho visto che #ioleggoperché ha ricevuto il patrocinio di varie associazioni di benintenzionati, e tra gli altri quello della CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Che avrà sollecitato gli uffici comunicazione degli atenei, avrà invitato a partecipare a questa bella iniziativa, a organizzare un Evento, stabilendo anche che – come leggo nel sito – «se sei uno studente universitario, oltre a poter diventare un Messaggero e offrire un contributo essenziale alla diffusione della passione della lettura in tutta Italia, potrai avere accesso ai crediti formativi se la tua università è tra quelle che li hanno previsti». Fai il Messaggero, declama un paio di pagine di Margaret Mazzantini, e ti togliamo mezzo programma d’esame: ecco un’altra patacca di cui si sentiva la mancanza.

Senza nostalgie per lo stato di natura e per il buon selvaggio, ho sempre più spesso l’impressione (e so che non è un’osservazione originale, che altri l’hanno pensata prima e meglio) che la cultura amministrata sia ormai uno dei tanti nomi della stupidità. Ma lasciando la filosofia ai filosofi, vorrei solo dire che nei dipartimenti universitari dei cui destini la CRUI dovrebbe occuparsi, specie in quelli che si dedicano alle scienze speculative (sottorappresentate, temo, in quegli uffici, fitti invece di medici ingegneri economisti avvocati, cioè di persone che di libri veri, nella loro vita, ne hanno letti pochi), nei dipartimenti universitari s’incoraggia regolarmente la lettura di centinaia, migliaia di libri nessuno dei quali si trova né si troverà mai nella lista dei magnifici 24 che la CRUI ha controfirmato, ed è in base alla conoscenza di questi libri, non di quelli, che si scontano i crediti agli studenti. L’università serve a questo: a tenere alta l’asticella, non ad aiutare la gente a passarci sotto. Anche per questo (ma non solo per questo), la CRUI non dovrebbe avallare iniziative promozionali, specie se camuffate da crociate per la cultura, e specie se la loro qualità culturale è discutibile come quella di #ioleggoperché.

39 thoughts on “Uno può anche non leggere

  1. Tutto condivisibile Giunta, articolo come sempre acuto e brillante.
    Un passaggio non mi va giù: “medici ingegneri economisti avvocati, cioè di persone che di libri veri, nella loro vita, ne hanno letti pochi”.
    E perché, di grazia?
    Le risparmio i soliti nomi noti di medici, ingegneri ecc che di libri ne hanno letti ( e scritti) a sufficienza; ma se davvero l’amore per la letteratura fosse diffuso solo fra coloro a cui sono stati consigliati libri da leggere durante il percorso universitario, allora sì saremmo messi male e avremmo bisogno di un “evento” ( brrr…) promozionale del genere ioleggoperché almeno una volta al mese.
    Ps. Sì, certo, appartengo a una delle categorie dei supposti non lettori, come l’aveva capito?

  2. “secondo me non leggere è meglio che leggere alcuni dei libri che si trovano nella lista compilata dall’AIE”

    Perché? Quali libri sarebbe meglio non leggere per i non-lettori? Esistono libri che se letti da non-lettori non incoraggiano a continuare nella lettura?

    “nei dipartimenti universitari s’incoraggia regolarmente la lettura di centinaia, migliaia di libri nessuno dei quali si trova né si troverà mai nella lista dei magnifici 24 che la CRUI ha controfirmato, ed è in base alla conoscenza di questi libri, non di quelli, che si scontano i crediti agli studenti.”

    Beh, ma mi pare ovvio, nei dipartimenti si fanno leggere testi altamente specialistici di statistica applicata alla sociologia o testi altrettanto altamente specialistici di biotecnologie, ma quei libri sono stati pensati appositamente a quei studenti.

    Comunque il titolo “uno può anche non leggere” fa pensare fin troppo a una visione “aristocratica” della cultura, ovvero solo una piccola elite di persone portare “per natura” (ma che vuol dire? Lo si prevede già dalla genetica?) agli studi intellettuali possono dedicare il loro tempo all’attività intellettuale (che è pensata erroneamente come limitata alla letteratura e alla filosofia) sia nel lavoro che nel tempo libero, mentre gli altri “meno studiosi per natura” dovrebbe essere negato a priori ogni coltivazione di questi interessi e al massimo essere preparati alla passiva esecuzione di lavori manuali meccanici dove non servirebbe cultura più di quanto non serva la cultura agli asini che devono tirare i carretti.

    Inutile affermare quanto sia totalmente sballata e fuori dalla realtà questa concezione della cultura, in quanto oggi serve più che mai una concezione non “piramidale” ma “circolare” della cultura, dove un professore di lettere dovrebbe essere studioso quanto un avvocato, un informatico o un cuoco e dove a tutti e quattro dovrebbe essere data uguale possibilità a scuola di gustare la letteratura in quanto formazione di base per ogni cittadino consapevole. Al massimo una scuola per futuri insegnanti di lettere o traduttori può avere una preparazione di letteratura più approfondita ma un futuro avvocato e un futuro cuoco dovrebbero avere una preparazione scolastica uguale nella letteratura. È incredibile quanto in Italia si sia disprezzata la tecnica in quanto ritenuta “non cultura” dimenticando che gli umanisti del rinascimento non avrebbero mai diffuso le loro idee in quel modo senza la stampa di Gutenberg e Galileo non avrebbe mai fatto le sue scoperte senza l’invenzione del cannocchiale da parte degli ottici olandesi.

    Insomma si dovrebbe molto più meditare sulle cause del perché non si legge abbastanza in Italia e sul cercare soluzioni per invertire questa tendenza che però non tirino in ballo le solite visioni “aristocratiche” viste sopra (dando comunque sempre fiducia nei lettori come giudici autonomi e senza disprezzare romanzi “di consumo” in quanto possono essere sempre avere potenzialità di “elevare” le masse invogliando a interessarsi di contenuti e forme di testo che prima comunque il lettore non conosceva).

  3. Carissimo Claudio Giunta,
    sono una Dottoressa in Filologia e critica letteraria da un anno e mi forgio di questo titolo soprattutto grazie a Lei.
    Lei che ha reso il mio corso di laurea così “maledettamente difficile” a detta dei più.
    La stimo moltissimo, vedo in Lei un modello di insegnamento universitario.
    A volte spocchioso, si; pieno di se, come negarlo.
    Lei, che si presenta come “Claudio Giunta, normalista”, pecca in superbia; ma tant’è, io sono profondamente convita che Lei e i suoi metodi criticati dalla maggioranza, rendano la facoltà di Lettere e Filosofia di Trento un posto migliore.
    Quando dice a uno studente che “probabilmente dovrebbe stare da un’altra parte” difficilmente ha sbagliato…
    A me, che comunque ho rifatto due volte il suo esame, ha solo detto “può fare di meglio signorina”…e aveva ragione…ho fatto di molto meglio! Quindi grazie…
    Ora sono disoccupata come la maggior parte di “noi umanisti”, ma la soddisfazione del mio 110 non la toglierà nessuno.

    Perché Le scrivo, si chiede? Solo per adularLa? No di certo…
    Si ricordi che Le sono grata, prima di proseguire nella lettura.
    Le scrivo per criticare la Sua spocchia nel giudicare alcuni romanzi della lista dei 24 dell’iniziativa #ioleggoperchè…
    Inutile negarlo, caro professore…Lei è il portavoce dell’idea che ci siano letture di serie a e letture di serie b…con la Sua spocchia però si comporta come tutti coloro che hanno portato allo svilimento della cultura generale del nostro paese.
    Mi ricorda tanto quei politici che dicevano “non combattiamo per una televisione migliore, tanto noi non la guardiamo”.
    Ecco, grazie a questo ora l’ignoranza regna sovrana in tutto il bel paese.
    Lei ci ha sempre detto, “meglio non leggere che leggere libri di serie b”…qui sbaglia, mio caro professore! Un lettore neofita dovrà essere conquistato dalla lettura, trovare in essa una valida alternativa a una puntata di “uomini e donne”, per esempio…crede che Oceano mare di Baricco potrebbe far spegnere un televisore? Dubito…
    Forse un Fabio Volo si…non ho mai letto fabio volo ma dicono “acchiappi”…e se quel lettore ha deciso di spegnere “uomini e donne” per leggere Fabio Volo, beh, per me ha già vinto!
    La lettura, in ogni sua forma, permette di arrivare a punti della propria coscienza ed emotività che la tv non raggiunge…la tv è lì, il piatto pronto che va solo “scoperto”, il libro, qualunque, permette al lettore di rispolverare quella parte del suo essere umano che non ricorda di avere…la fantasia…il cervello…la creatività…
    Quindi, in un mondo che va sempre più verso l’ignoranza, credo che leggere, qualunque cosa, sia meglio di “non leggere” affatto…
    Pensi a una spiaggia…immagini due bambini: uno gioca al videogame e uno legge un “piccolo brivido” (chissà se esistono ancora)…quale secondo lei poi avrà più voglia di chiacchierare?
    Pensi poi a due adolescenti, che la sera penseranno solo a quale smalto stia meglio con quel vestito, ma se una delle due, sulla stessa spiaggia di prima, sta leggendo un libro (anche di Moccia) e l’altra legge “chi”, quale delle due sta usando la sua fantasia per creare nella sua testa il mondo di cui legge? Quale delle due avrà allenato la testa per andare aldilà del piatto servito? Ora…sicuramente chi legge Moccia non saprà usare correttamente il congiuntivo…ma almeno ha provato un’emozione…forse ha pianto perché “step e babi si sono lasciati”: perché nella sua testa quei personaggi sono esistiti davvero.
    Mi piace di più la ragazza che piange per due personaggi fittizi rispetto a quella che piange perché “raffaella fico e balotelli non stanno insieme…”
    Forse ho una visione romantica e rosa del mondo…ma l’uso della fantasia che porta la lettura di un libro è un valore insostituibile…
    Poi, professore, spero che questa iniziativa non sostituisca davvero crediti formativi..perché un solo laureato in lettere che riesca a “scavallare” il Suo esame è un laureato in lettere zoppo…perché non ha dovuto affrontare l’unico e vero esame universitario che esista.
    Cordialmente
    Una sua fan

  4. Ottima iniziativa. Nel catalogo dei 24 ci sono anche autori interessanti. Da parte di Giunta leggo un po’ di snobismo intellettuale, che è uno dei motivi per cui gli intellettuali italiani sono lontani, lontanissimi dalla gente e sempre più isolati, giustamente a mio parere. Se la lista la avesse proposta Giunta scommetto che il Paese non avrebbe guadagnato alcun lettore. Ma non ci sarà mai la controprova. Un saluto.

  5. Un articolo che va contro gli interessi di corporazione, forse l’ unico, sbirciando anche pagine “famo(peno)se” e podcast preziosistici rai “cultural-industriali”, avrebbe detto Luciano Bianciardi. Da tempo stiamo perdendo la ns. scatola nera per “pensar male” azzeccandoci, e non ci passa di mente la vignetta d(‘ )annata di una “Nuova ecologia” cartoriciclata : “basteranno tutte le foreste dell’ Amazzonia” al dr. Scalfari?” e ovviamente pensammo ad un colono georgiano amico del dr. Samojlenko, una vespamatore aristofaneo, persino ad un avicunicultore pavloviano, giammai al sommo Gazzettiere … solo Rascel forse ne avrebbe generato un’ altra macchietta. A qualcuno, qualche “professore” più serioso, come il Simone Pau amico di Serafino Gubbio, forse può bastare un’ allucinata immagine di “Nuova oggettività”, postweimeriana purtroppo: “La cartiera” di Carl Grossberg.

  6. MI scusi, dottoressa “non si può non leggere”, ma lei ritiene quindi che dopo aver letto un libro di Volo, quella persona passerà a leggere Marcel Proust? Ma in base a quale forma di ragionamento pensa questo? Guardi che anche leggere un articolo su una rivista scandalistica, è leggere, ma mi sfugge quale sia il risultato che così otteniamo.
    No, dissento radicalmente da chi come lei vede la lettura come il bene assoluto, e del resto anche la televisione, pur avvicinandosene molto, non può rappresentare il male assoluto, fosse anche per un singolo programma gradevole che venga trasmesso.
    Ma soprattutto, perchè chiudersi in questo paragone secco tra TV e libro, forse perchè ignoriamo il piacere di passeggiare di osservare la natura, i nostri simili?
    Sono convinto che esistano letture diseducative, brutte, noiose, pornografiche, accanto ai capolavori che la storia della letteratura ci consegna, e mi pare dogmatico affermare una superiorità indiscutibile della lettura rispetto ad altre attività.
    Sono in linea di principio altresì convinto che tutti abbiano diritto di leggere “Delitto e castigo”, ma non credo che dovremmo imporlo e tanto meno farne un criterio di giudizio di qualità sulle persone, siamo fatti diversamente, rispettiamo le diversità, guardatevi bene per favore dall’individuare un metro di giudizio che pretenda di essere unico ed obiettivo.

  7. No ma io ce l’avevo coi rettori, non con medici ingegneri economisti ecc. – che leggono anche di più e meglio degli intellettuali di professione. Ma già per fare un ingegnere ci vogliono anni di dedizione alla tecnica (e poco tempo per leggere romanzi); per fare il rettore ci vuole un tale investimento di tempo, energie, attenzione… Insomma, volevo dire che magari chiedere un parere a qualcuno che di libri si occupa, trattandosi di libri, non sarebbe stato male. Ma certo non mi auguro solo ‘lettori di professione’. Anzi. Anzi.

  8. grazie per averlo detto per me in questo Uno può anche non leggere .
    Non leggono , non leggono sento squittire nei consigli di classe , nei corridoi , ovunque, nel liceo ove lavoro . E tutti si rivolgono agli adolescenti ,in realtà nemmeno gli adulti lo fanno , tanto meno i docenti per i quali invece dovrebbe essere obbligatorio e obbligatorissimo “insegnare a distinguere” non dico a decidere,…..o a scegliere perchè ciò è veramente per un’altra scuola e per un’altro mondo.Complimenti per le parole e le cose

  9. Ma basta con questa storia del TUTTO-VA-BENE-PURCHé-SI-LEGGA. Claudio Giunta ha ragione su tutto. E alla prossima laureata con 110 che si vanta del proprio voto e poi mi sfodera una sfilza di puntini di sospensione che manco Fabio Bolo a 15 anni giuro che smetto di studiare. Perché allora evidentemente non serve proprio a niente.
    E, per inciso: sì, meglio giocare a Resident Evil 4 che leggere Piccoli Brividi, ma soprattutto meglio giocare a Zelda o Final Fantasy che leggere Le Cronache del Mondo Emerso (senza con questo screditare la narrativa fantasy degna di questo nome). Lo snobismo mi sembra piuttosto quello di chi, senza motivare la cosa e senza conoscere il resto, pone il libro in cima alle gerarchie dei prodotti e culturali e di intrattenimento; quando invece, almeno nel campo dell’intrattenimento, è noto e sperimentabile da tutti come il cinema, la televisione e i videogiochi abbiano da tempo sorpassato il libro.

  10. Condivido il parere di S. Burratti, con un distinguo: C. Giunta non ha ragione su tutto. Non vedo perché si deva chiedere un parere sui libri a chi se ne occupa, intendento con loro professori, academici, intellettuali.
    Potrei opporre che diventare professori, accademici, intellettuali comporta un dispendio di tempo, energie, attenzione, ecc. che, con le dovute proporzioni, rende uno scrittore tanto più capace di una lettura competente che un professore, almeno quanto un professore lo sarebbe di un ingegnere.
    Non ci credo, alle letture competenti. Volevo solo esasperare il modus dell’argomentazione di C. Giunta.

    PS Fossi un accademico mi chiederei piuttosto per quale ragione si preferisca un parere qualsiasi a un mio parere. Cioè mi chiederei qual è l’incidenza dei miei studi, in quale direzione essi si muovano, che servizio rendano e a quale pubblico.

  11. Leggo:

    e lasciamo stare, che ormai è tardi, la parola-prezzemolo evento, che in un paese normale non sarebbe mai andata più in là di Corso Como.

    E “in un paese normale” è un’espressione-origano.

    (L’articolo mi pare tutto sommato condivisibile).

  12. Devo dire che, a giudicare dal livello medio delle risposte all’articolo, il cosiddetto lettore-medio probabilmente non è in grado di capire le osservazioni espresse in modo così chiaro e semplice da Giunta. Evidentemente, non si tratta di ergersi a censore letterario, o di lasciare la letteratura in mano ad una (peraltro inesistente) élite di lettori colti ecc. Molto semplicemente, in questo articolo Giunta vuole dire che chi voglia tentare di elevare il livello culturale (e, direi, del dibattito culturale degno di questo nome), non lo dovrebbe fare attraverso operazioni di mercato truffaldine velate da “iniziative culturali”, ma potrebbe pensare di farlo, ad esempio, attraverso un canale d’istruzione tradizionale come la scuola. Le operazioni come #ioleggoperché sono sbagliate non in quanto tali, bensì perché tentano di presentarsi per quello che non sono. Si può discutere su tutto, ma il fatto che i libri proposti da quest’iniziativa pubblicitaria siano tutti di livello infimo (e non bisogna possedere chissà quale dote segreta per capirlo: basta aver letto abbastanza e, soprattutto, i libri giusti) dimostra come l’idea di fondo non sia quella di aumentare il numero di lettori, ma di aumentare le vendite di questi prodotti. Ciò che, però, trovo sconcertante è il tenore dei commenti all’articolo di Giunta. Si tratta di commenti zeppi della peggiore retorica liceale (con una sovrabbondanza di sostantivi astratti del tipo di “emotività”, “creatività” ecc., sostantivi che una persona seria non si sognerebbe nemmeno di pronunciare), i quali commenti, tra l’altro, fingono di aver preso in esame l’articolo, ma si soffermano su un unico punto, trasformandosi in deliri emotivi e del tutto privi di una qualità necessaria (e poco diffusa) come l’oggettività. La sventurata laureata in lettere con 110 è la dimostrazione concreta di come un accostamento sbagliato alla materia sia in grado di offuscare la mente e renderla un ricettacolo di slogan adolescenziali (al di là dell’età anagrafica, s’intende) e di assurdità che ruotano intorno alla parola (brutta perché usata in modo sbagliato, o perché è sempre stata retorica) “cultura”. Ma certo, ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole. Ognuno dovrebbe poter scegliere ciò che più gli piace, è ovvio. Chi pensa di avere il diritto di leggere libri scadenti non ha certo bisogno del permesso di nessuno, ci mancherebbe. Parafrasando Cesare Segre, uno ha anche il diritto di suicidarsi.

  13. (Comunque, gente, una cosa bisogna ammetterla: la presunta 110 trentina ci ha trollato alla grande. Pugno di pollice per lei.)

  14. D’accordo che si sia liberi anche di suicidarsi, ci dovrebbe però essere qualcuno pronto a fornirci un’alternativa o, quanto meno, a renderci consapevoli del nostro gesto.
    Non mi sembra che i medici si siano arresi di fronte alla pubblicizzazione, prima esplicita e ora meno, di sigarette, fast food, ecc. E le loro reazioni non sono state univoche, talvolta nemmeno conciliabili, ma hanno avuto un’indubbia incidenza sulle vite e le scelte di persone meno competenti in campo sanitario.
    Questo per dire che smascherare un’iniziativa pubblicitarla non basta né a porvi rimedio né a esserne meno coinvolti, #ioleggoperché satura uno spazio lasciato scoperto dall’élite (niente di esclusivo, anzi, un’investitura di responsabilità) culturale italiana che si sottrae al suo compito di giudizio sul presente. Giudizi e scelte che saranno senz’altro parziali, fallibili, provvisorii ma che vanno esercitati per inaugurare lo spazio di un dibattito culturale orientato stavolta dai valori e non dalla spendibilità di certi prodotti culturali piuttosto che di alti.
    Le terze pagine dei quotidiani italiani sono ricolme di pubblicità, certo raffinate, di prodotti commerciali. Che si parli di Montale, Proust o chi per loro, se ne parla per presentare la nuova edizione di tal libro o tal’altro presso editore x, con tanto di prezzo e caldo invito all’acquisto. Ormai tutti gli articoli culturali rispecchiano questo modello e tra le firme spiccano anche, spesso, quelle di eccellenze della ricerca italiana.
    Dunque, appunto perché si può parlare di tutto ma non si può farlo fingendo di parlare d’altro, non si usi un nobel per la letteratura e una firma nota per vendere un prodotto, né si pensi che, in quanto lettori colti, tutto questo non ci riguardi. Ne siamo coinvolti, anzi complici, tanto più in quanto lettori colti.

  15. (Spero che Simone abbia ragione e che la ragazza sia un troll… in effetti, la sua “lettera aperta” sembra esser scritta col breviario dei luoghi comuni alla mano. Il Lei colla L maiuscola (nel 2015? su un sito internet?) dà il colpo finale :-) :-) )

  16. A differenza di Giunta, lo snobismo intellettuale di Cardinale è in parte giustificato dalla giovane età, ha ancora un margine di 5-6 anni di tempo di crescita. Perciò rinuncio a rispondegli come meriterebbe. Saluti.

  17. “Mi forgio di questo titolo”?! ed così forgiandosi, a Trento si prende 110? Caro Giunta, you have a problem…

  18. La diffusione della cultura, l’alfabetizzazione estesa a tutti, ha fornito ad un gran numero di persone gli strumenti per esprimersi, una meravigliosa rivoluzione che democratizza il concetto di cultura. Basta con le opinioni filtrate dai nomi illustri, basta col ghetto del pensiero! Conoscere determinati autori serve ad affrancarsi da essi, a capire quali sono le nostre potenzialità e non ad essere autorizzati ad esprimerci da questo o quel saccente di turno. Nessuno ha mai totalmente ragione, nessuno è in grado di stabilire da quali basi partire per acculturare una generazione perciò ben venga il mercato globalizzato delle idee. Il senso di libertà che si respira giova al progresso e non alla conservazione. La cultura è valida e piacevole da acquisire quando è varia e non un “polpettone indigesto” che DEVI mandar giù altrimenti rischi l’emarginazione culturale! E’ solo (e democraticamente) la mia opinione e non mi sottraggo alle eventuali critiche.

  19. @Cornetta Maria Il suo ragionamento è fallace: L’iniziativa di cui sopra si fonda su una selezione di “opere”, e pertanto impone una restrizione alle scelte dei lettori. Tutta questa “libertà” di cui parla io non la vedo.invece colgo nel suo discorso un aspetto di critica rivolto a chi non si riconosce in questa cernita di libri. Ebbene, non è forse vero che la libertà sta anche nel rifiuto e nella critica di ciò che non ci piace? Mi permetta di dirle che odo risuonare nel suo discorso le note dell’ormai dilagante anti-intellettualismo. Nessuno fa del male nel dedicare il suo tempo a testi di più ampio spessore (inteso nel senso anche solo del numero di pagine, lungi da me l’intento di sminuire i testi dell’iniziativa), come lei non nuoce a nessuno nel dedicarsi a forme di lettura più leggere. È però lecito che il prof. Giunta rivolga le sue critiche ad una iniziativa che di fatto favorisce una frangia di lettori rispetto ad un’altra, che se non altro ha il merito di una profonda dedizione all’arte del leggere. Prendersela per questo, e agitare la ormai abusata bandiera della”libertà”, a mio parere denota pochezza di argomenti. Insomma legga ciò che vuole e si goda la preferenza che il mondo degli editori le dedica, e allo stesso tempo lasci che una persona di vasta cultura esprima il suo punto di vista in modo appassionato, senza prenderla sul personale! Le assicuro, ci farà una figura migliore.

  20. Accetti un mio aforisma: “le parole non servono per innalzare muri, ma per aprire sentieri”. E’ questo il vero significato della cultura. Non mi rivolgevo a nessuno in particolare. Mi dispiace di essere stata fraintesa.

  21. Il problema che forse alcuni non percepiscono, è che la cultura non è conseguenza della pratica della libertà, ma ne è invece il presupposto. Come condizione indispensabile della cultura, vi è invece la disciplina, non può esistere una vera cultura senza disciplina. Potremmo scrivere una sequenza temporale di questo tipo: disciplina, cultura, ed infine libertà.

  22. Le regole della disciplina si scrivono insieme, non possono essere appannaggio di pochi (indipentemente dal livello di competenza), altrimenti il concetto di libertà è compromesso in partenza. Come sempre, è solo la mia umile opinione. Non ha valore di VERBO (e questo è valido per tutti).

  23. Non potrei essere in disaccordo più totale.
    Innazitutto, dire che non viene prima la disciplina, significa schierarsi contro ogni forma di educazione e conseguentemente di istruzione.
    Tutti da bambini siamo stati educati dai nostri genitori in una forma specifica e storicamente determinata, non vedo come ci si potrebbe comportare diversamente.
    Eppoi c’è il problema della libertà, non quella assoluta che non esiste, ma quella tra vincoli predefiniti, i vincoli sono vitali per la libertà, a parte che inevitabili, visto che abbiamo deciso come umanità di costituirci in società civili.
    Solo chi ha una cultura di riferimento può scegliere di abbandonarla, senza termini di riferimento, non si può andare da nessuna parte, si rimane dove si è, cioè per niente liberi.
    La scelta è insomma possibile solo quando si conoscono le alternative, tanto più se si sono vissute sulla propria pelle.
    Non bisogna confondere la libertà con la possibilità di scegliere il colore della T-shirt.

  24. Probabilmente non mi sono spiegata. Non ho detto che si può fare a meno delle regole, ho detto che ci vogliono pluralità di consensi per scriverle. Con tutto il rispetto, credo di aver espresso un concetto diverso.

  25. Per equità, ché mai vorremmo sospettare che le nostre rispettabili Università facciano differenze tra le loro facoltà, sarebbe auspicabile che la signora CRUI scontasse una cospicua parte di crediti agli studenti di medicina per aver letto manuali del tipo “I dieci consigli che aiutano a stare bene” o agli studenti di ingegneria per “Costruisci il tuo ponte”; va da sè che, sempre per senso di giustizia, sarebbe anche auspicabile che i fautori della liberazione dai lacci di quei sapientoni dei professori andassero volontariamente a curarsi e a farsi progettare le abitazioni da medici e ingegneri così formati.

  26. Stabilire chi debba scrivere le regole, è fondamentale dal punto di vista politico.
    Tuttavia, rimane il fatto che ciascuno di noi è stato soggetto nella sua vita prima alla disciplina data dall’educazione,quindi è stato istruito secondo i dettami scolastici, ed infine è diventato un essere adulto e consapevole che il giorno dopo può decidere di buttare a mare tutto quello che gli è stato insegnato. Esiste quindi una sequenza temporale che non può essere invertita.
    Se siamo d’accordo su questo aspetto, allora non c’è dissenso alcuno.
    Dissento invece dal credere che esista un metodo che una società ideale potrebbe adottare per garantire la pluralità delle culture trasmesse generazionalmente, si tratta sempre ed inevitabilmente di una specifica cultura storicamente determinata. Agli individui adulti spetta poi scegliere eventualmente di abiurare.

  27. L’educazione familiare è solo l’incipit della formazione culturale che, nella nostra epoca ,troppo frenetica, non sempre indugia sui singoli parametri che, finiscono inevitabilmente per essere sconfessati da contraddittori modelli di riferimento. Questo non è un male, ma un bene, perché fornisce all’individuo la possibilità di ampliare l’orizzonte della sua conoscenza ed educazione, un tempo affidate e direi relegate all’ambito scolastico. La mia visione del mondo si fonda sulla validità prioritaria dell’esperienza,vera maestra di vita, che non sempre presuppone una cultura intesa in senso ortodosso. Ho personalmente (e religiosamente) ascoltato storie vere (che scrivo e pubblico) di persone, che parlavano a stento la lingua madre , molto più istruttive di tanti classici. IO (ma solo io) credo che la cultura debba limitarsi a fornirmi gli strumenti e quindi sottomettersi alla MIA interpretazione della vita e della MIA arte e non il contrario. La USO per servirmene e non le permetto il contrario. Può non essere condivisibile ma ognuno può pensarla come vuole.

  28. Mi rendo conto, dal numero dei miei interventi, di essere stata un pò invadente e forse involontariamente scortese verso chi potrebbe o vorrebbe usufruire di questo spazio. Ringrazio per la disponibilità ad accogliere il mio pensiero e mi ritiro in un discreto anonimato. Saluto tutti educatamente.

  29. Le dedico una mia poesia , un modo delicato di congedarmi per sempre. Mi auguro che le piaccia.
    LE PAROLE
    Come farfalle senza vita
    sul foglio del poeta,
    come frivole vestali della mente
    umiliate e vinte
    da un’emozione muta.
    Sbiadirà la viltà che vi oscura
    nella nobile ascesa
    di un sussulto del cuore
    e la voce smarrita
    scolpirà nel silenzio
    solo poche parole:
    DOVE LA RAGION DESISTE,
    TRIONFA IL CUORE.

  30. @Cornetta Miaria la sua poesia mi spaventa molto più dei suoi commenti e in confronto i 24 libri di ioleggoperché sembrano la TORAH. Eccola finalmente la “diffusione della cultura”, “l’alfabetizzazione estesa a tutti”, in tutta la sua rivoluzionaria potenza. No, le parole non dovrebbero “innalzare muri”, ma zittire certi atteggiamenti magari ogni tanto magari sì.

  31. Sono così democratica e matura da accettare anche la sua critica, proprio in sintonia col mio concetto (democratico) secondo il quale “le parole non servono per innalzare muri ma per aprire senieri”. La saluto cordialmente e senza alcun rancore. Ci vuole ben altro per annichilire la stima che ho di me stessa!

  32. La cosa triste è che anche gli insegnanti (o meglio le insegnanti, dato che in genere sono donne) preferiscono, perlopiù, anzi a mia conoscenza sempre, la Mazzantini a Mallarmé, Baricco a Derrida, Ammaniti ad Heidegger (con giudizi – giuro – del tenore: “Derrida è solo un provocatore, vuoi mettere Baricco”, o “certo, l’abbiamo letto tutti ‘Essere e tempo’, ma vuoi mettere la Mazzucco”), e di Hoelderlin, Celan o Zanzotto conoscono a malapena il nome, di Ungaretti e Montale solo le tre o quattro poesie che si trovano sulle antologie…
    Per non parlare della conoscenza, anch’essa in genere solo antologica, e quasi esclusivamente grammaticale (il che rende l’insegnamento delle lingue classiche oramai praticamente vano ed irrilevante, non in sé, ma per come viene praticato), che dei classici hanno in genere le professoresse di greco e di latino…
    Inizino gli insegnanti, a leggere, o meglio a studiare, cioè rileggere; “nocturna versate manu, versate diurna” (insomma – perdonate la freddura degna, anzi indegna, di Aristofane Marziale o Giovenale – fate anche coi libri ciò che molte di voi fanno indefessamente con altri oggetti od organi).
    Non mi pronunzio poi sulla laureata con lode in filologia che non “si fregia”, ma “si forgia”, del suo titolo, e scrive “spocchioso, si; pieno di se” (due accenti sbagliati in cinque parole: non li vedevo, credo, neanche alle medie nella classe del tempo pieno, dove la metà erano arabi).

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