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Tommaso Landolfi: una storica sfortuna editoriale

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cropped-AGNES-PRESZLER_ritratto.tommaso_landolfi.jpgdi Raoul Bruni

[Questo articolo è uscito in forma abbreviata e rimaneggiata su “Alias/ il manifesto”].

Ogni appassionato di Tommaso Landolfi sa bene quanto deve a Idolina, la figlia primogenita dello scrittore scomparsa prematuramente nel 2008. A sua volta scrittrice, traduttrice e critica letteraria, Idolina Landolfi dimostrò una dedizione assoluta nei riguardi dell’opera paterna, di cui curò la ripubblicazione prima per Rizzoli (si devono a lei i due fondamentali volumi dell’edizione delle Opere, che purtroppo non poté essere portata a compimento) e poi per Adelphi (accompagnando spesso alle ristampe impeccabili note editoriali). Né si possono dimenticare i convegni di studi e i non pochi contributi critici che consacrò al padre.

A tutto ciò si aggiungono ora due ricchi volumi postumi, editi da Cadmo sotto il titolo «Il piccolo vascello solca i mari». Tommaso Landolfi e i suoi editori – Bibliografia degli scritti di e su Landolfi (1929-2006) (pp. 292 + 379, € 60,00). A dispetto di quanto potrebbero lasciare intendere i sottotitoli, non si tratta di una delle solite opere accademico-erudite, magari utili ma più o meno noiose alla lettura. Lo stesso secondo volume, efficacemente introdotto da Giovanni Maccari, offre una bibliografia, per così dire, non convenzionale, dato che non solo riferisce le coordinate editoriali degli scritti di e su Landolfi, comprese le numerose traduzioni in lingua straniera, ma indica anche il numero delle tirature dei libri e delle copie effettivamente vendute, e dà inoltre conto delle trasposizioni teatrali e cinematografiche. I dati sulle tirature e sulle vendite sono preziosi per ricostruire la, per molti aspetti, sfortunata carriera editoriale di Landolfi, a cui è dedicato il primo volume, per scrivere il quale Idolina ha ampiamente attinto ai carteggi del padre, ancora largamente inediti.

Il destino letterario di Landolfi è segnato, nel male più che nel bene, da Vallecchi, a cui si legò fin dal suo secondo libro (La pietra lunare, 1939). La Casa fiorentina, dopo i fasti primo-novecenteschi, attraversa, specie a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, una lenta ma inesorabile parabola discendente che la trascinerà sull’orlo del fallimento. Invece di accasarsi altrove, come avevano fatto, una volta capita l’antifona, altri celebri scrittori vallecchiani (da Savinio a Gadda, da Palazzeschi a Pratolini), Landolfi rimane un autore Vallecchi fino al 1972. Eppure non gli erano certo mancate le occasioni per passare ad altro, più affidabili e prestigiosi editori, dato che, in veste di traduttore, aveva avuto modo di collaborare anche con importanti Case, a cominciare da Bompiani: negli anni quaranta, la casa editrice milanese gli aveva affidato l’incarico di allestire l’antologia dei Narratori russi e aveva pubblicato il suo romanzo breve Le due zittelle. Come ricorda Idolina, Bompiani, già nel 1946, aveva offerto a Landolfi di pubblicare una raccolta complessiva delle sue opere, mentre Vallecchi, nonostante le sollecitazioni dell’autore, gli stampò una raccolta di questo tipo soltanto parecchi anni dopo (Racconti esce nel 1961). Ma allora perché Landolfi si ostina a rimanere con Vallecchi? La fedeltà, per certi aspetti, masochistica di Landolfi alla Casa fiorentina si spiega in primo luogo con l’alta «etica dell’amicizia», come la definisce Idolina, propria di Tommaso. Tra questi e Enrico Vallecchi si era infatti instaurata una confidenziale complicità che andava ben oltre il normale rapporto scrittore-editore. Tant’è che, dopo aver sperperato i propri soldi al Casinò, lo scrittore poteva permettersi di rivolgersi così al suo editore, chiedendogli immediato soccorso: «presta orecchio a questa mia suprema invocazione! / Ogni tanto (di rado per fortuna) ci ricasco, un po’ per disperazione. Ora mi trovo qui in un pasticcio di quattrini, senza poter pagare l’albergo, senza poter mangiare né partire, senza nulla da impegnare etc. In grazia, editore e amico, mandami cinquantamila lire (50.000). Ti darò qualcosa per la Chimera (una rivista letteraria diretta e stampata da Enrico Vallecchi, ndr) eppoi farò a meno di anticipo quando ti darò il prossimo libro (per il quale ho già qualche idea), insomma sai bene che non ce le rimetterai. / L’invio deve essere telegrafico e diretto all’Hôtel des Etrangers qui a Sanremo. Ti prego, ti scongiuro di non tergiversare, se non vuoi che torni a casa accompagnato dai carabinieri. Conto assolutamente sulla tua cortesia, ma soprattutto sulla tua sollecitudine». Da parte sua, Vallecchi spedisce subito a Landolfi la somma richiesta; l’editore sembra quasi assecondare la propensione dello scritore verso il gioco d’azzardo, promettendo di procurargli, attraverso le sue conoscenze, la cosiddetta “carta d’onore”, che consenta a Landolfi di entrare gratis nei Casinò (promessa che però non manterrà: come informa Idolina, l’autore ottenne la carta «‘per merito di frequenza’, da un ispettore capo del Casinò, nel novembre 1962»). In compenso Vallecchi si approfitta abbondantemente di questo rapporto privilegiato: non è quasi mai puntuale nei pagamenti, pubblica i nuovi libri di Landolfi nei momenti editorialmente meno propizi (molti libri vengono fatti uscire in piena estate) e, per di più, non ristampa tempestivamente i titoli esauriti (in specie, il folgorante esordio narrativo Dialogo dei massimi sistemi del 1937, ristampato soltanto nel 1961). D’altronde, pur infastidito dalle inadempienze di Vallecchi, Landolfi non fa nulla per, come diremmo oggi, autopromuoversi, anzi: concede pochissime interviste, si rifiuta sistematicamente di andare a ritirare i premi letterari e, dalla fine degli anni cinquanta, impone all’editore di lasciare in bianco i risvolti dei suoi libri. È vero, però, che questa fama di scrittore “intrattabile” aveva creato intorno all’autore un’aura quasi mitica, da cui un editore più abile avrebbe potuto trarre vantaggio, anche in termini di promozione editoriale. Ma ciò non avvenne: la sfortuna editoriale di Landolfi sarebbe continuata anche dopo il passaggio da Vallecchi a Rizzoli (si ricordi, del resto, che anche questa Casa sarebbe entrata in crisi dopo il clamoroso scandalo che coinvolgerà Angelo Rizzoli). Soltanto con l’approdo, ampiamente postumo, all’Adelphi, avvenuto nel 1992, il destino editoriale di Landolfi inizierà gradualmente a risollevarsi.

Se oggi Tommaso Landolfi non occupa ancora il posto che merita nel canone del Novecento italiano (mentre all’estero è paragonato ad autori come Kafka o Čechov), ciò non dipende soltanto dalla natura inconsueta della sua opera e della sua personalità, ma anche da un’infausta sorte editoriale, a cui lo scrittore stesso, mentre era in vita, non poté (o non volle) opporsi.

 [Immagine: Agnes Preszler, Ritratto di Tommaso Landolfi (gm)].

 

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