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di Serena Ciranna

[Serena Ciranna è dottoranda all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dove prepara una tesi sull’io nell’epoca dei social network. La sua ricerca nasce da domande come queste: come si forma e come si rappresenta l’identità personale su Facebook o su Twitter? Che cosa significa essere se stessi in una situazione di costante esposizione pubblica? Cosa vuol dire avere degli amici che non si sono mai incontrati, coltivare un’immagine che rischia sempre di sfuggire al controllo, esprimere i propri giudizi, e subire quelli degli altri, nella forma di un « like » ?
Sperimentando le trasformazioni dell’esperienza e del rapporto a sé che i nuovi media comportano, Serena Ciranna ha cominciato a tenere un diario di lavoro, in cui registra le sue osservazioni sul campo e le sue riflessioni personali. Queste sono alcune pagine del suo diario su Facebook
]. 

LUNEDÌ

Un passo falso

Mi chiedo se la mia popolarità su Facebook non sia in discesa. Alle otto di sera, appena uscita dalla palestra e ancora accaldata per l’allenamento, tiro fuori dalla tasca il cellulare, per vedere che ore sono e chi mi ha cercato. Trovo una chiamata persa e un messaggio. Mentre m’incammino verso casa, controllo le notifiche ricevute da Facebook e resto un po’ delusa nel costatare che sono solo due. La vignetta satirica che ho pubblicato questo pomeriggio ha ricevuto soltanto un nuovo like. L’illustrazione, di un disegnatore americano di nome Mark Parisi, rappresenta Noè, con una lunga barba bianca e un’espressione accigliata. L’eroe biblico sta consultando il suo profilo Facebook e accortosi di avere ricevuto delle richieste d’amicizia da tre giraffe, esclama: «Awwwkward!».

Dei quattro like complessivi ricevuti per la vignetta su Noè, due soltanto provengono da persone che ho incontrato almeno una volta nell’ultimo mese.

Facebook mi segnala, inoltre, che nel pomeriggio la vignetta è stata condivisa da uno dei miei amici, Matteo (questo vuol dire che Matteo ha visto il mio post e ha deciso di pubblicarlo sulla sua bacheca; anche i suoi contatti avranno così accesso all’immagine, e gli amici che abbiamo in comune la vedranno apparire sui nostri due profili potendo costatare, tra l’altro, che è stato Matteo ad aver condiviso la mia pubblicazione e non viceversa). Non conosco quasi Matteo. L’ho incontrato sei anni fa durante un corso di francese. In occasione delle serate organizzate dalla scuola di lingue avevamo scambiato qualche parola. Da allora non l’ho mai più visto e di solito non intratteniamo rapporti sul social network.

Considerato il nostro consueto reciproco ignorarci, mi dico che Matteo deve avere apprezzato molto il mio post se ha voluto condividerlo sulla sua bacheca. Su Facebook possono capitare casi come questo, in cui le interazioni siano incentrate più su un oggetto – per esempio un link, una pagina, o un’immagine pubblicata – che sulla relazione fra utenti. Anche se non conosco bene qualcuno – Matteo, per esempio – posso condividere una sua pubblicazione. Il mio gesto si giustifica con l’interesse per la cosa pubblicata e non con l’intenzione di entrare in contatto con lui. Naturalmente, anche l’inverso può accadere: posso ad esempio condividere un post solo per farmi notare dal suo autore o per mostrare la mia simpatia nei suoi confronti. Il mio gesto non sarà quindi, o lo sarà solo in parte, dettato da un interesse oggettuale, quanto dalla volontà di creare un legame sociale. Nel caso di Matteo, credo si tratti di un’interazione del primo tipo. Infatti, pur avendo condiviso la mia vignetta, Matteo non ha accompagnato il suo gesto con un like (una forma di cortesia quando si condivide una pubblicazione). Matteo si è limitato invece a prendere l’immagine dalla mia bacheca e a pubblicarla sulla propria, evitando un contatto più personale e diretto.

Arrivata a casa, mi dico che questo post è stato un passo falso, una caduta di stile, e che sarà apparso bizzarro ai miei amici. Credo inoltre di riuscire a spiegarmi la ragione del suo insuccesso: la vignetta che ho pubblicato è datata. Non solo è del 2011, ma appartiene a un filone d’illustrazioni, strisce e articoli di giornale che circolavano quando Facebook stava diventando un fenomeno di massa. Qualche anno fa, si era ancora sorpresi da questo strumento e dai suoi codici. Si poteva sorridere delle vignette che denunciavano le situazioni stranianti create dalla nuova forma di comunicazione. Il linguaggio stesso di Facebook contribuiva a far emergere il carattere paradossale del suo funzionamento: ricevere delle richieste di amicizia dai parenti più stretti o dagli amici di sempre, oppure essere aggiunti alle cerchie di sconosciuti le cui vite, in questo modo, sarebbero presto diventate familiari. Le domande poste dal dispositivo risultavano imbarazzanti. “Come ti senti oggi”? – chiedeva la barra bianca destinata ad aggiornare lo status del nostro profilo. Bisognava trovare qualcosa d’interessante da dire. Il numero dei nostri contatti raggiungeva rapidamente l’ordine delle centinaia e la lista degli amici superava qualsiasi elenco del genere, anche il più ottimistico, che avessimo mai fatto. Il fatto di essere taggati, ovvero di ritrovare il proprio nome, sotto forma di etichetta, eternamente associato a foto altrui, sembrava ai più sensibili un abuso della propria immagine. Un timore del genere suonerebbe ridicolo alla maggior parte degli utenti di oggi. Facebook non è più una novità, fa parte del nostro modo di comunicare ed è ormai difficile ritrovare la distanza necessaria per coglierne gli aspetti assurdi.

Il carattere datato della vignetta su Noè spiegherebbe insomma l’assenza di reazione da parte dei miei contatti. Nonostante fosse divertente, la maggioranza dei miei amici non vi ha fatto attenzione. Come ho fatto, mi chiedo, a non accorgermi che era obsoleta? Credo che il motivo sia legato alla fonte da cui ho tratto l’illustrazione. Anche se riguardava un fenomeno legato alla Rete, non l’avevo trovata navigando su Internet, come avviene per la maggior parte delle immagini che condivido su Facebook, ma in un saggio di sociologia sfogliato in biblioteca. Sui social networks, gli oggetti invecchiano presto. La strana comunicazione che ho instaurato tra il mondo di carta e quello immateriale, pubblicando un’immagine che parlava di Internet ma che proveniva da un libro, ha fatto sì – mi dico – che le due scale temporali diverse con cui ci rapportiamo, da un lato, ai testi tradizionali, dall’altro, alle pubblicazioni in Rete, siano entrate in contrasto fra loro mostrando la differenza che le separa. Se non ci sorprende trovare un’illustrazione del 2011 su un saggio che parla di Internet nel 2015, ci stupisce invece di vederla pubblicata senza contestualizzazione sulla time-line di Facebook che segue, per definizione, l’attualità.

MARTEDÌ

Espiazione

Dopo la figuraccia della vignetta di lunedì, spinta forse dal desiderio di riabilitarmi, decido di pubblicare qualcosa di più interessante. Punto allora sulla rubrica che nei miei post ha di solito maggior successo: la fotografia. La prima che scelgo di pubblicare è una foto scattata stamattina per strada: ritrae una turista giapponese mentre fotografa un gattino che prende il sole sul davanzale di una finestra, al rez-de-chaussée di un palazzo della rue Mouffetard. Intitolo l’immagine “Il gatto e la turista”, ma in inglese. Non so dire esattamente se sia nata prima l’intenzione di fare la foto o quella di pubblicarla sulla mia bacheca.

La seconda è una fotografia del Luxembourg, scattata mentre camminavo con un amico in uno dei viali del giardino (mentre parlavamo, il suo cellulare aveva improvvisamente squillato, così, rimasta sola per qualche minuto mentre lui era impegnato nella sua conversazione, mi ero divertita a fotografare le cime degli alberi). A differenza di tante altre volte, non è stato necessario ritoccare l’immagine prima di pubblicarla. La luce era bella, l’inquadratura e il contrasto erano già buoni.

Alla fine della giornata, la mia foto della turista giapponese ha ricevuto soltanto tre like, la seconda, invece, quella che ritrae le cime degli alberi, quindici like e due commenti. Per oggi, la mia immagine dovrebbe essere salva. Posso riposarmi curiosando nelle bacheche altrui.

Scorrendo l’home page di Facebook, mi sembra di indovinare chi apprezzerà cosa. Se qualcuno ha pubblicato la citazione di uno scrittore o la foto di una festa o un brano musicale, riesco a volte a prevedere quale, tra i nostri amici in comune, approverà la pubblicazione con un like.

A serata inoltrata, nessuna notifica, come se tutto si fosse acquietato. E’ il momento di andare off line.

MERCOLEDÌ

Autoritratti

La mia nuova foto-profilo mi ritrae in una giornata d’inizio primavera, mentre indosso un pull-over rosso ai cui occhielli ho aggiunto delle piccole margherite appena raccolte: il mio sguardo è rivolto all’obiettivo e sorrido mentre il mio volto è illuminato dal sole. Ho scattato quest’autoritratto qualche giorno fa, nel corso di una gita in campagna.

Mi sono iscritta a Facebook nel 2008, quando avevo ventidue anni. Nelle prime foto che ho pubblicato, il mio volto si poteva riconoscere appena: nella prima ero in piedi, di profilo, mentre camminavo nella stradina assolata di un’isoletta siciliana. La seconda foto, un primo piano in bianco in nero, era stata scattata in movimento ed ero appena riconoscibile. Negli autoritratti che ho pubblicato in seguito, ho usato vari accorgimenti per ottenere un’immagine idealizzata del mio volto: l’esposizione della foto permetteva di non coglierne i veri tratti; i parametri del colore, modificati, miglioravano l’incarnato. In queste foto il mio sguardo era spesso celato dietro occhiali da sole o cappelli di vario genere. Benché li usi nella vita di tutti i giorni, nei ritratti destinati a Facebook questi oggetti somigliano a maschere, paraventi. Se qualcuno conoscesse solo queste foto, forse non sarebbe in grado di riconoscermi incontrandomi dal vivo.

Colta dal desiderio di cambiare l’immagine del mio profilo ma sprovvista di foto adatte, ho scelto a volte di utilizzare un avatar. Così, tra le mie foto-profilo si possono trovare: autoritratti, fotografie di attrici degli anni Quaranta, illustrazioni, riproduzioni di dipinti a olio, disegni fatti da me, la foto di un essere abissale – verosimilmente una medusa fluorescente – trovata sul sito del National Geographic.

Se nelle prime immagini che ho utilizzato come foto-profilo il mio volto è quasi del tutto nascosto, nelle successive è più riconoscibile ma ancora idealizzato. Negli ultimi tempi, ho contravvenuto a questa regola pubblicando ritratti più naturali, foto scattate all’aperto e non ritoccate. Ho capito allora che l’idealizzazione della mia immagine nei ritratti più stilizzati era un filtro destinato a limitare l’esposizione del mio viso rendendolo meno riconoscibile e migliorandolo esteticamente. Mi rendo conto, scrivendo, che la ragione dell’artificio che ho adottato finora non mi è del tutto chiara. La foto del profilo è quella visibile a tutti, anche ai “non amici”; forse è per proteggermi che ho sempre cercato di dare una rappresentazione non realistica del mio volto. Avere pubblicato ritratti più naturali ha suscitato in me un senso di nudità, simile a quello che provo quando pubblico sulla mia bacheca – cosa che accade ormai raramente – piccoli scritti personali. La scelta dell’immagine del profilo è simile a quella della foto per la carta d’identità: deve corrispondere a certi parametri, che ognuno però stabilisce per sé. Preferisco un autoritratto stilizzato, perché lo ritengo più adatto alla Rete, ma anche perché è quello che riscuote successi più facili. I like provocano uno stato febbrile che chiede di essere continuamente alimentato.

Davanti alle mie foto, ricordo il senso di straniamento che provai quando assistetti per la prima volta all’esibizione di un’amica che studiava teatro. Conoscevo la sua fisionomia nella vita di tutti i giorni, all’Università. Sul palco la vidi improvvisamente cambiare, i suoi occhi diventare incredibilmente espressivi per la tecnica interpretativa che aveva acquisito in anni di studio. Immagino che le persone che mi conoscono davvero, e con questo intendo dire semplicemente dal vero, provino una sensazione simile guardando la galleria del mio profilo su Facebook. Il mio volto in questo caso non è trasformato da una tecnica di recitazione, ma dalle potenzialità dei media, che oggi molti padroneggiano perfettamente, pur non essendo attori né personaggi pubblici o esperti di comunicazione.

Nelle foto-profilo che ho pubblicato finora, si rivela la mia passione per la fotografia e il collage dallo stile surreale. Non solo la mia attività creativa si manifesta su Facebook e in nessun altro ambito della vita, ma è Facebook stesso a intensificarla. Il desiderio di creare nuovi autoritratti si alimenta della prospettiva di poterli condividere e commentare istantaneamente con gli amici. Inoltre, il profilo non può restare indietro rispetto agli eventi, deve essere continuamente aggiornato: se cambio io, bisogna che cambi anche la mia immagine sul social network.

Mi chiedo se pubblicare foto più naturali non sia il segno di un nuovo rapporto con me stessa. Segno, forse, di una maggiore sicurezza o di una parziale rinuncia all’apparire.

Guardo una foto di mia nonna da giovane, scattata in studio, come la maggior parte dei ritratti dell’epoca (gli anni Trenta). Mi dico che il fotografo ha dovuto sceglierla con attenzione. Fra molti scatti era la migliore. La foto è stata poi ritoccata secondo l’uso di allora. Si può vedere, avvicinandosi, che una mano esperta ha delicatamente accentuato la linea degli occhi e delle labbra, ricercando quell’equilibrio tra aspetto idealizzato e naturale che mi sforzo anch’io di ottenere realizzando le foto per il mio profilo su Facebook.

GIOVEDÌ

Esitazione

 Mi chiedo se sia il caso di pubblicare il link a un articolo la cui fonte è anche questa volta seria (lo stesso saggio sull’uso di Internet da cui avevo tratto la vignetta di Mark Parisi) ma il cui contenuto potrebbe apparire volgare. “The 20 Male Poses of Facebook” è una spiritosa rassegna di immagini-tipo scelte dagli uomini come foto del profilo. Nell’elenco troviamo, ad esempio, “The Just Jamming with my Band Shot, foto in cui il protagonista è intento a suonare la chitarra circondato dagli altri membri della sua band, idealmente in un garage; oppure “The I Don’t Know if you Know, But I Work Out Shot”, che ritrae un palestrato mentre si allena davanti allo specchio per potenziare i suoi muscoli già oltremodo sviluppati; o ancora “The accidental Self-Photographer Shot”, in cui l’utente si trova con ogni evidenza davanti alla sua web-cam, ma nel momento di scattare la foto, guarda con aria indifferente lontano dall’obiettivo come se fosse qualcun’altro a fotografarlo.

Trovo questa galleria molto divertente e mi piacerebbe condividerla sulla mia bacheca. Mi preoccupano però le reazioni che potrebbe suscitare tra i miei contatti. Tutti, infatti, penseranno che abbia trovato l’articolo navigando su futili siti di intrattenimento. Pubblicarne la fonte e specificare che si tratta di materiale per uno studio sociologico potrebbe dare maggiore dignità al post, ma aggiungere un commento come: «Ecco cosa ho trovato in un interessante saggio di trecento pagine!» rivelerebbe ai più accorti che mi preoccupo di giustificarmi. D’altra parte, considerato il carattere dei miei post abituali (riferimenti a esposizioni visitate, citazioni di libri letti, link a quotidiani) mi sono consentite escursioni in territori pop senza che la mia immagine ne risenta troppo. Il mio profilo potrebbe anche guadagnarci, perché ne mitigherei il lato serioso. Secondo alcuni amici che mi accusano di controllare troppo la linea editoriale della mia bacheca, dovrei fare ricorso più spesso a pubblicazioni rilassate come questa.

In realtà, altre riserve mi trattengono dal pubblicare il link. Prima di tutto, e ciò vale in generale anche per altri post, non voglio che si pensi che passo troppo tempo su Internet. La seconda ragione è che non voglio offendere i miei contatti, giacché è quasi impossibile non riconoscersi in qualcuno dei tipi che si trovano nella lista. Decido allora di inviare il link, in forma privata, a degli amici che potrebbero apprezzarlo, senza più preoccuparmi degli effetti che potrebbe avere se pubblicato sulla mia bacheca.

La giornata scorre senza notifiche. Distolgo l’attenzione dal social network senza esprimermi con nuovi post, come per un senso di saturazione e noia.

 

VENERDÌ
Osservatori silenziosi

«Guarda la foto che ha pubblicato Giada su Facebook!» – mi dice Alessia mostrandomi divertita il suo cellulare, mentre siamo sedute al tavolo della caffetteria – «ancora un’altra posa da diva!». Rispondo con un sorriso imbarazzato, chiedendomi se la mia amica non abbia delle critiche da fare anche alle mie foto.

Alessia è l’unica, tra i miei amici più stretti, a non commentare mai ciò che pubblico sul social network. Anche sulla sua pagina personale interviene raramente, non pubblica foto e non aggiorna il suo status. Questo non vuol dire che Facebook non la interessi: come tutti, è informata sulle ultime novità in bacheca e si diverte a guardare cosa pubblicano i suoi amici. Una cinica diffidenza, però, la porta a interpretare la vita sui social network come un’attività ostentatoria, motivata dal narcisismo e dalla vanità degli utenti. Chi si esprime su Facebook cercherebbe non il dialogo ma il consenso, e indulgerebbe inevitabilmente a comportamenti ipocriti. Così, molti dei commenti di Alessia si propongono, attraverso lo scherzo, di riportare sulla terra chi vuole dare un’irrealistica immagine di sé. Bisogna osservare però che spesso queste forme di distacco manifestate da alcuni “utenti critici” di Facebook vengono interpretate a loro volta come forme di esibizione, tentativi di accreditare, rispetto agli altri utenti, una maggiore serietà e coscienziosità nell’uso del social network.

Proprio qualche giorno fa, Alessia ha inaspettatamente commentato un post che m’interessava. Un nostro comune amico aveva pubblicato la foto di una strada parigina colta da una prospettiva inconsueta, e aveva aggiunto questo commento ironico: «Ecco una foto tipo quelle di Serena!». Alessia, dopo avere aggiunto un like, aveva risposto: «Non glielo dire, perché lei non lo sa!», accompagnando il suo commento con un emoticon sorridente, per sottolineare che il tono era scherzoso. L’immagine commentata da Alessia è stata la prima di una serie di foto “nel mio stile”, pubblicate sia da me che dai miei amici, che hanno contribuito a creare una sorta di mia caricatura. Ho capito che anch’io, come molti dei miei contatti su Facebook, sono prevedibile e ripetitiva. Devo rassegnarmi inoltre a questo fatto: ciò che pubblico sfugge al mio controllo.

SABATO
Abili strateghi e predicatori solitari

Sabato mattina, il social network sembra deserto: nessuna notifica, nessun nuovo commento. Se non fosse per gli amici che si trovano in un fuso orario diverso dal mio, avrei l’impressione di essere completamente sola. Ancora alle dieci, sulla mia home page, gli unici nuovi interventi sono quelli di un mio professore di liceo, uno dei migliori insegnanti che ho avuto. Dopo aver tenute nascoste le sue poesie per decenni, il professore ora le posta su Facebook con una frequenza quasi giornaliera. Trovo alcuni dei suoi versi molto belli, malinconici e delicati. Aggiungo dei like, ma sono la sola. Il professore non è popolare fra i suoi contatti, e quasi nessuno commenta i suoi post.

Verso le undici, ricevo un messaggio da Marco, l’amico con cui ho creato una pagina Facebook in cui abbiniamo in modo casuale citazioni di filosofi famosi a memes di Internet (cioè i tormentoni, le immagini divertenti più condivise in Rete). Il mio socio mi avvisa: «prima di pubblicare il nuovo post, aspetta che ci siano molte connessioni, aspetta l’ora di pranzo!». Vorrei rispondergli ma provo un senso di stanchezza, come una forma di vergogna.

Il sabato pomeriggio è il momento dei post di Daniela, una ragazza che ho conosciuto negli anni dell’Università in Italia, e che ho perso di vista da molto tempo. Daniela oggi ha trentacinque anni e fa l’insegnante, in una scuola media nel Nord. Ogni tanto guardo le sue foto; ritraggono momenti di vita familiare e viaggi all’estero. Da un album che ha pubblicato qualche mese fa, ho appreso che si è sposata. Nelle foto del matrimonio c’erano anche i suoi genitori, che non ho mai conosciuto di persona, e i suoi fratelli.

Gli interventi di Daniela su Facebook riguardano per lo più il mondo della scuola, e sono di due tipi: il racconto in prima persona della sua esperienza d’insegnante, e la condivisione di articoli sulla condizione dei professori in Italia. Spesso il tono dei suoi interventi è polemico nei confronti di ciò che chiama “il Sistema”.

In un post di qualche giorno fa Daniela ci informava del programma della sua giornata: «Mattina: compito in classe. Pomeriggio: consiglio docenti. Sera: con un’amica a teatro».

Mi chiedo se gli utenti di Facebook continuerebbero a pubblicare note così personali, se si rendessero veramente conto di chi le leggerà e di quanto tempo resteranno in Rete. Scrivendo su Facebook cosa farà domani, Daniela non sta riempiendo la pagina di un diario ma sta parlando a familiari e colleghi di lavoro, ad amici stretti e a semplici conoscenti, pur non rivolgendosi direttamente a nessuno di loro. Ci sarà certo, tra i suoi trecento contatti, un gruppo di persone che Daniela ha in mente quando pubblica un post e la cui opinione è per lei più importante di quella di tutti gli altri, ma i confini di questo insieme sono sfumati e il numero dei suoi membri variabile.

Mi chiedo, infine, se a Daniela sfugga, come sfuggiva a me, che i suoi amici possono ormai indovinare facilmente di cosa parlerà nel suo prossimo post, oppure se abbia deciso di proposito di dedicare tutti i suoi interventi al tema della scuola, in modo da diventare un riferimento per i colleghi che la leggono e per quelli che non hanno idea dei problemi quotidiani della vita di un’insegnante.

       

DOMENICA
Perfetti sconosciuti

Un utente, Andrea, si lamenta su Facebook perché alcuni dei suoi contatti, senza preavviso, hanno sostituito i loro veri nomi con nomignoli inventati: ora non può più riconoscere a prima vista i post dei propri amici sulla sua home page.

Di mattina presto, ricordandomi improvvisamente di un film di Parajanov che ho visto qualche giorno fa, “Shadows of forgotten ancestors”, decido di pubblicarne un fotogramma sulla mia bacheca. Alla fine della giornata nessuno dei miei contatti ha reagito, tranne Paolo, un ragazzo che non ho mai incontrato di persona ma che spesso commenta le mie foto. Dopo avere aggiunto il suo (e l’unico) like al post, Paolo ha commentato: «Nessun like?! – si rivolge direttamente a me – dovresti riconsiderare criticamente lo stato del tuo social networking!». Sembra prendermi in giro. Oppure sta ironizzando sul fatto che i miei amici non abbiano colto il riferimento al film russo? Dal momento che non conosco Paolo, e che lui non conosce me se non attraverso il social network, mi risulta difficile interpretare la sua frase. Decido, nel dubbio, di non rispondere, soprattutto per scoraggiare altri interventi. Se un giorno dovesse fare un commento inadeguato, dovrei considerare la possibilità di cancellarlo dagli amici?

I contatti con persone con cui si comunica unicamente in Rete danno spesso luogo a equivoci e incomprensioni, dubbi, lunghi silenzi e inspiegabili riapparizioni. La recente smaterializzazione di alcuni amici “reali” me ne ha data conferma. Persone che conoscevo bene e che frequentavo fino a qualche anno fa, sono ormai sparite per me come individui dotati di un corpo, pur continuando a esistere nella dimensione virtuale. Non le vedo da sette o dieci anni; abitano in città diverse dalla mia, ma continuiamo a interagire su Facebook, coltivando il nostro legame d’amicizia in modo virtuale. A volte, leggendone i messaggi, mi stupisco per la difficoltà che ho nel ricordare la loro voce, e cerco di immaginare le trasformazioni del loro volto, consapevole dell’inaffidabilità delle foto pubblicate in Rete. Mi chiedo che impressione mi farebbe rivederli davvero. Non sarebbe come incontrare qualcuno che sia stato assente per lungo tempo e di cui non abbiamo più avuto notizie. Al contrario, i maggiori cambiamenti avvenuti nella vita di questi amici scomparsi mi sono noti, non perché me li abbiano raccontati direttamente ma perché li ho appresi dalla loro time-line. So per esempio che Roberto vive in Olanda e che non solo è diventato ricercatore in storia, ma prova, a fasi alterne, a lanciare un gruppo di musica folk. So che Alessia ha avuto dei bambini e che la scorsa estate li ha portati in Messico. So che Pietro è adesso un cattolico convinto e che Giovanna si dedica alla causa della biodiversità. So che Rachele si è sposata ma non vuole avere figli; ha rinunciato a diventare un’artista. So che Luca si è laureato in medicina e che vive con il suo compagno a New York. So che Ilenia ha aperto un blog sullo street food che riscuote un certo successo e che qualche mese fa è apparsa in tv. So che Tania è diventata una brava attrice di teatro e che sospetta (ma non ne è ancora sicura) di avere un’intolleranza al glutine. So infine che Gabriele è entrato in politica e che per poco, quest’autunno, non è diventato assessore nella sua città.

LUNEDÌ
Presenza

La mia amica Giulia ha appena pubblicato una canzone sulla sua bacheca. Vedendo che è on line, le invio un messaggio privato, ma non ricevo nessuna risposta. Mi dico allora che si sarà alzata dalla scrivania, che avrà spento il cellulare e che sarà andata a occuparsi d’altro. Invece, due minuti dopo, mi accorgo che ha appena commentato la foto di un nostro amico comune, intrattenendosi in un botta e risposta per i cinque minuti successivi. Tuttavia, ancora nessuna reazione al mio messaggio. Non le ho scritto, in realtà, nulla d’importante; le chiedevo notizie su un seminario cui doveva assistere il giorno prima. Starà solo rimandando di rispondere – mi dico- perché vuole scrivermi più lungamente; adesso non può concentrarsi e mi cercherà dopo, magari non su Facebook ma su Whatsapp. Mentre aspetto, vedo che Giulia ha appena pubblicato un link sulla mia bacheca. Si tratta del trailer di un film e non riguarda in nessun modo la domanda che le avevo posto. Commento il video, cambiando anch’io discorso. Alla fine della giornata, Giulia risponde finalmente al mio messaggio. Si scusa: «Non ho avuto tempo», e per quanto creda pienamente alla sua sincerità, la frase non può che sembrarmi strana, vista la sua ripetuta presenza su Facebook, testimoniata dai commenti e dai link da lei pubblicati. Per un momento, mi diverto a immaginare che qualcuno si sia impossessato del suo profilo. In realtà, so bene che la giustificazione corrisponde alla verità. Mentre era su Facebook, Giulia si è preparata, è uscita da casa, ha preso la metropolitana, è andata al lavoro, ha fatto la sua pausa pranzo, ha parlato con i colleghi, ha continuato a lavorare e infine è tornata a distendersi sul suo divano. Solo adesso, in un momento di vero riposo, trova il tempo di scrivermi. Tutti i suoi interventi sul social network le sono costati un impegno minore di quello che avrebbe richiesto raccontarmi qualcosa del seminario cui aveva assistito il giorno prima. Pubblicare un link richiede pochi secondi, basta seguire l’ispirazione momentanea e trovare il video su Youtube. Raccontare una storia, anche la più insignificante, è diverso. Giulia era su Facebook pur continuando a svolgere le attività della propria vita. Anche se c’era, non era tenuta a esserci del tutto, rispondendo ai messaggi privati. Non era come se, a una festa, le avessi rivolto la parola e non mi avesse risposto. Durante tutto il giorno Giulia ha continuato a parlare pur non parlando con nessuno in particolare. Ha risposto al mio messaggio, pur non rispondendo veramente (ma pubblicando un post sulla mia bacheca). Tutto ciò fa parte del modo di essere presenti sulla Rete, per tanti aspetti così diverso dalla presenza, e dall’interazione tra le persone, nella vita reale.

 

NOTE PER DOMANI

Il mio compleanno si avvicina. Valuto di apportare alcuni cambiamenti al mio profilo. Sono iscritta a Facebook da quasi sette anni. La prima cosa da eliminare potrebbe essere l’informazione sulla mia data di nascita, per rendere la percezione della mia età un po’ più vaga. Non ci avevo pensato quando avevo ventidue anni. Penso inoltre che cancellerò qualche foto. Nasconderò un post in cui ho sbagliato l’ortografia del nome di un personaggio di un romanzo straniero.

Di tanto in tanto è meglio controllare lo stato della propria bacheca: un anno fa, per errore, i messaggi privati di molte persone sono apparsi negli archivi degli anni precedenti, visibili a tutti gli amici, creando il panico tra gli utenti.

Al tempo stesso, esito a stravolgere il mio profilo con troppa leggerezza. Scorrendo la mia pagina Facebook, ottengo una sorta di diario degli anni passati che mi piace sfogliare e che mi permette di ricordare cose che avevo dimenticato. Guardo le foto, le frasi, i commenti, i video musicali sulla mia bacheca e ne ricordo le occasioni, in qualche modo anche il movente che mi ha portata a condividerli: un’immagine pubblicata per la bellezza del momento che ritraeva, una musica che mi era piaciuta, la vignetta divertente di un blog, la foto di una manifestazione o quella di un’insegna luminosa con la scritta “Fleurs”, che brilla sullo sfondo di una strada di notte. L’album di foto scattate a una mostra segna il mio ritorno a Parigi dopo una vacanza in Sicilia.

Solo io conosco i retroscena di questa rappresentazione. Fatti e stati d’animo che gli altri possono solo intuire dai frammenti che spargo nella Rete. In qualche modo, però, credo che queste tracce abbiano per gli altri un significato, che costruiscano una forma che io stessa non riesco a cogliere del tutto.

Andando indietro nel tempo, guardando le mie vecchie pubblicazioni, posso leggere frasi che ho dimenticato di aver scritto. Posso vedere me stessa dall’esterno, ricordare com’ero, riconoscermi o meno nell’immagine che emerge dagli interventi quotidiani che hanno scandito le mie giornate nella vita reale e dato forma alla mia identità virtuale.

Scrivere di ciò che accade su un social network è più facile di quanto mi aspettassi.


[Immagine: Like (gm). – Sofiabudapest https://www.flickr.com/photos/sofiabudapest/5925462073/].

 

 

39 thoughts on “La mia vita su Facebook

  1. Riflessioni simpatiche e nelle quali è facile rispecchiarsi. Mi chiedo, però, se questo eccesso di auto-analisi in relazione ad un sistema (quello della comunicazione di massa ecc.) in fin dei conti così facile da capire nella sua essenza e nei suoi meccanismi non denoti una certa aridità spirituale diffusa ai giorni nostri, in specie tra le persone della nostra (mia e dell’autrice) età. Trovo che sia un vero peccato che dei miei coetanei, i quali, evidentemente, avrebbero le carte in regola per occuparsi di argomenti seri, si occupino di cose frivole come “l’io nell’epoca dei social network” (concetto che, tra l’altro, sembra essere molto vicino a quello ridicolizzato, in una tipica scenetta di critica alle mode pseudo-intellettuali, in un film del ’92 di Woody Allen, in cui una ragazza – studentessa all’università – ha scritto un saggio dal titolo “oral sex in the age of deconstruction”).
    Questa non vuol essere una critica all’autrice, ci mancherebbe. Anzi, semmai questo suo estratto ha avuto il merito di dar luogo a riflessioni generali su chi scrive e su chi, in genere, si occupa di queste cose.

  2. Molto interessante, in verità stupisce quanto poco ancora la ricerca umanistica si occupi di social network (mi riferisco all’Europa, negli Stati Uniti è già ben diverso); e in fondo mi pare che neanche nel romanzo contemporaneo ci siano stati finora affondi incisivi sull’argomento (che io, al contrario di Marko, trovo tutt’altro che frivolo), né che si sia lavorato su strategie narrative nuove o quantomeno adeguate.
    Penso però sia fondamentale che uno studio del genere si occupi di indagare non solo cosa succede all’identità sui social, e dunque quale forma i social restituiscono di essa, ma anche quanto i meccanismi mutuati dai social si riflettono poi nella vita al di fuori dello schermo (ammesso che abbia ancora senso tracciare una netta distinzione tra il fuori e il dentro; secondo me, tutto sommato, ce l’ha).
    Il discorso vale naturalmente anche a livello comportamentale: le riviste accademiche americane sono piene di articoli su quanto e come l’uso dei social acuisca le nostre paranoie e ossessioni, ma, al di là di questo, alcuni meccanismi possono alterare consistentemente il nostro modo di autorappresentarci in tutte le sfere del quotidiano. Selezionandoci, frammentandoci, interiorizzando una modalità per la quale ci “epuriamo” da ciò che di noi ci sembra poco edificante o poco rappresentabile, tanto per dirne una. O finendo per assomigliare sempre di più all’immagine di noi in cui ci piace riconoscerci; tutto ciò è ormai parecchio intuitivo, ma è un lavoro di casistica, di applicazioni pratiche, che credo ancora manchi (suppongo sia uno degli obiettivi di questa tesi di dottorato).
    A questo proposito, immagino che il diario di lavoro possa essere un utile strumento in fase di ricerca, ma mi chiedo quale sia la pretesa di sincerità che vi sottende: oltre che una vetrina, Facebook è uno specchio. Il gioco del sé esplicitamente alle prese con la propria rappresentazione (dunque una forma credo inedita di diario, un diario del diario) non si trascina dietro il rischio dell’applicazione di un filtro, più o meno inconsapevole?
    In ogni caso buon lavoro a Serena Ciranna, quando il suo lavoro sarà finito lo leggerò con grande curiosità

  3. Essere se stessi non ha mai significato nulla. Nessuno è mai se stesso.

    Su facebook si prosegue ciò che si era iniziato fuori, popolarità e cazzi degli altri, da bravi paranoici e ossessivi. Chi sta bene userà facebook bene, chi sta male continuerà a farsi del male. Il bello di questa tesi è proprio che si gusta con la stessa modalità per cui gustiamo i profili degli altri, o quando leggiamo i romanzi. è istruttivo e allo stesso tempo divertente avere conferma di quanto siamo ridicoli. Poteva andare peggio

  4. @ornellatajani
    cara Ornella, le cose che lei scrive (o che tu scrivi: trovo sempre difficile capire l’età di una persona leggendo un commento in internet) sono tutte giuste e belle e vere. Il problema, però – e ciò mi permette di spiegare meglio il concetto di “frivolezza” che ho usato prima -, è che, quando si affrontano questi argomenti, si finisce inevitabilmente per dire cose ovvie. Ma, beninteso, non è colpa di chi affronta questi argomenti. Credo che la nostra vicinanza al medium comunicativo in questione sia tale da non permetterci una visione “dall’alto”, o in qualche modo oggettiva, delle cose. Ciò avviene, del resto, molto raramente (come ad esempio avvenne per “La società dello spettacolo” di Guy Debord) e, quando avviene, si tratta di cose che lasciano giustamente il segno (appunto, il libro di Debord è un ottimo esempio di come sia possibile dire tutto – o quasi – ciò che è necessario dire su un argomento).
    In secondo luogo, è vero che questa specie di diario intimo (in cui, parafrasando Montale, il soggetto ha per oggetto se stesso) non può esser veramente sincero. Ormai la gente ha assimilato troppo a fondo il modo di essere e di presentarsi di questa società per poter anche soltanto fingere una messa a nudo di sé. Nessuno è più tanto ingenuo ( o, forse, nessuno lo è mai stato, non saprei). Ciò, però, non toglie che una cosa del genere, se fatta bene, potrebbe portare a dei risultati interessanti: si pensi, fatte le solite proporzioni, a un’opera veramente notevole quale è il “Walden” di Thoreau.
    In terzo luogo, il fatto che nel romanzo contemporaneo non ci siano ancora stati “affondi decisivi” sull’argomento è, secondo me, un bene. Lasciamo passare un po’ di tempo. Vediamo come – e se – si evolverà il fenomeno, prima di rincorrerlo ingenuamente a tutti i costi. Che io sappia, il primo vero “affondo decisivo” nei confronti della stampa lo troviamo nel Don Quijote (lo so, lo so…), cioè quando del buon Gutenberg non restava che un cumulo di polvere.

  5. Vi ringrazio per i vostri commenti. Rispondendo a marKo, non mi sembra che una ricerca sull’uso dei social networks possa essere considerata a priori priva d’interesse. L’influenza di Facebook sulla vita sociale degli individui è un fatto riconosciuto e oggetto di analisi ormai da anni (è vero, meno in Italia che all’estero). I problemi sollevati da alcuni studi sono molto importanti; riguardano per esempio la questione della reputazione, quella della privacy, l’impatto dell’uso del social network sulla formazione del capitale sociale, gli effetti psicologici sulla capacità di attenzione, la memoria e l’autostima, le nuove forme di narcisismo legate alla produzione e condivisione di immagini digitali sul Web, le differenze, anche giuridiche, tra l’individuo fisico e quello virtuale. Tutti questi argomenti hanno a che fare, da punti di vista diversi, con i temi dell’identità e del rapporto tra dimensione collettiva e individuale nel nostro tempo. Non solo l’uso dei social networks moltiplica le rifrazioni dell’io nelle sue numerose espressioni virtuali, ma sembra anche cambiare il rapporto dell’individuo con se stesso, influenzando i suoi umori, assorbendo la sua attenzione e modificando le sua socialità. Il mezzo di comunicazione e le sue specificità formali determinano la produzione dei contenuti; social networks differenti danno luogo a diverse rappresentazioni di sé. Alcuni utenti usano profili diversi per separare tipi di esperienze difficilmente conciliabili: un profilo professionale per comunicare con i colleghi di lavoro, uno privato da usare per lo svago con gli amici e uno per lanciarsi, grazie alla costruzione di una personalità alternativa, alla ricerca di nuove avventure virtuali. La scommessa del mio lavoro è anche quella di capire come un medium con le sue particolari caratteristiche influenzi la costituzione del soggetto (ad esempio ampliando la sfera della socialità e dell’esposizione pubblica, con tutte le conseguenze emotive e morali che questo comporta, cambiando il rapporto con la propria immagine, con il bisogno di riconoscimento.) Il ruolo dell’immaginazione e l’uso della creatività, sono centrali in questo processo e credo che lo studio dei social networks come dispositivi di finzione sia ricco di prospettive interessanti.
    Penso che non sia utile alla ricerca chiedersi se Facebook faccia male o no ai suoi utenti (soprattutto quando questa domanda nasce da un pregiudizio negativo). Credo inoltre che se vogliamo comprendere le evoluzioni del nostro modo di comunicare avvicinandoci alla specificità della realtà contemporanea, ridurre la conoscenza di Facebook a quella più generale dei mezzi di comunicazione di massa sia un errore. La distanza tra il funzionamento di un social network e quello dei media tradizionali come la televisione e la radio è rilevante, e Internet stesso è una realtà che non si può ridurre, almeno storicamente, all’uso dei social networks, benché Facebook sia il secondo sito più visitato al mondo e nonostante sia diventato una delle principali fonti d’informazione per gli utenti in rete (secondo uno studio recente, in alcuni paesi Facebook è identificato dai giovani con la rete stessa nella sua totalità).
    La presunta futilità dei fenomeni di ostentazione legati a Facebook non dovrebbe costituire un ostacolo per il loro studio. Se è provato che tutti si riconoscono negli atteggiamenti di ostentazione e messa in scena della propria vita su Facebook, questi diventano la realtà. Un atteggiamento realistico davvero conoscitivo, prevede, nello spirito di Machiavelli, di studiare gli uomini come realmente sono e non come immaginano di essere.
    Ogni comprensione realistica prelude a un’eventuale ricerca normativa e persino critica. Solo, per criticare le cose, tanto più se mobilitano ogni giorno milioni di persone, bisogna capirne bene il funzionamento e spiegare le ragioni del loro successo.
    Ritornando a “La mia vita su Facebook”, Ornella ha giustamente sollevato il problema della sincerità. La questione è molto interessante: scrivendo mi rappresento (con tutte le implicazioni del termine) come utente che si mette in scena su Facebook. Ho cercato il più possibile di non modificare i fatti essenziali e le mie impressioni. Inoltre il testo non era inizialmente destinato alla pubblicazione ma a una lettura privata. E’ vero che si può mentire anche a se stessi, ma questo è un vizio che riguarda qualsiasi scrittura e analisi. La questione della sincerità e dell’espressione dell’io autentico sono ovviamente centrali nella mia ricerca. L’autenticità è un ideale della modernità che invita a esprimere se stessi come esseri unici e originali. Le degenerazioni di questo valore hanno condotto, secondo la visione di Charles Tylor, al narcisismo e alla mancanza di orizzonti di significato condivisi (la povertà spirituale cui fa riferimento marKo nel suo commento) nella nostra società. Per chi s’ interessa ai problemi dell’autenticità e alle sue derive nell’individualismo vuoto e nel narcisismo, l’analisi dell’uso di Facebook e degli altri social networks è una preziosa fonte di osservazioni. Alcuni utenti, per esempio, dichiarano di esprimere su Facebook ciò che “realmente sono”, come se alcuni aspetti della loro personalità potessero manifestarsi soltanto sul social network. Altri affermano invece di esprimere ciò che “vorrebbero essere”, un io ideale. Molti studiosi credono però che il social network rispecchi piuttosto un io fedele, cioè un’immagine molto accurata dell’utilizzatore (grazie alla registrazione e esposizione di una grande quantità di informazioni sul suo conto). Dove si situa quindi, in questo caso, l’autenticità? Nell’io reale che può esprimersi per com’è soltanto su Facebook, nell’io ideale, che, allo stesso modo è l’unica manifestazione di ciò che l’individuo vorrebbe davvero essere o ancora nell’io fedele che emerge da un dettagliato resoconto delle azioni (virtuali e reali) dell’utente?
    La redazione di un diario nell’ambito della mia ricerca serve a elucidare il funzionamento di Facebook, in maniera il più possibile dettagliata e dal punto di vista degli utenti, in vista di uno studio teorico sulle dinamiche sociali della costruzione dell’identità sui social networks che tenterà anche di rispondere a queste domande.

  6. Ho qualche perplessità riguardo allo scritto di Serena:
    leggendo, non trovo un “argument”, una tesi di fondo che l’autrice cerca di illustrare. Questo é il problema più grosso del pezzo, a mio avviso. Capisco che ha pubblicato stralci adattati di diario-sul-campo, cose che, come dice lei stessa in risposta a commenti precedenti, di solito non vengono lette da nessuno: allora perché pubblicare proprio queste note personali? Sta facendo auto-etnografia? Non é chiaro.

    Perché non ci sono riferimenti alle teorie a cui l’autrice si ispira? Si fa riferimento al soggetto, all’identità, a un sacco di concetti che, messi lí da soli, dicono tutto e niente. Da una rivista che si chiama come un libro di Foucault mi aspetto un po’ più di approfondimento. Anche il metodo é assente. L’autrice si basa solo sui propri diari sul campo? Nessun problema, ma senza nemmeno una nota metodologica tutto il pezzo sembra una riflessione autoreferenziale che credo la maggior parte degli utenti di Facebook abbiano fatto, almeno una volta.

    Se faccio notare queste cose é soprattutto perché l’autrice é dottoranda e questo pezzo é tratto dal suo progetto di ricerca; e dunque merita di essere inquadrato meglio. Merita una contestualizzazione adeguata, altrimenti si finisce nel solito circo dei media che pubblicano “scoperte scientifiche” stravolgendo e strumentalizzando la ricerca altrui. Solo che qui é l’autrice a strumentalizzare la propria ricerca: e mi chiedo perché.

    Non credo che fare ricerca su Facebook e altri social media sia frivolo né inutile. Ci sono studi interessanti vecchi di quasi dieci anni in merito . Peró se una ricerca potenzialmente interessante viene presentata a un pubblico non accademico in forma di diario personale, senza argomentazione e senza teoria, c’é il grosso rischio che venga percepita come superficiale e susciti una reazione come “beh, e allora?”.

    Immagino che l’autrice non intendesse rendere la sua ricerca banale, ma il modo in cui é presentata qui (e sottolineo: il modo, il contesto, NON IL PROGETTO IN SÉ, che non conosco altrimenti) la fa sembrare poco più che un resoconto di impressioni personali e vagamente narcisiste. Dato che l’argomento social media in Italia é ancora trattato con diffidenza e ignoranza, uno scritto come questo sembra confermare un approccio conservatore e retorico di cui, francamente, non si sente ulteriore bisogno.

  7. La persona che scrive è evidentemente senza mezzi, conosce FB in maniera superficiale. Si evince da quello che scrive: i concetti base dell’informatica della piattaforma le sono completamente sconosciuti: gli algoritmi che regolano FB sono complessi, la viralità di un post è dovuta a una serie notevole di variabili, non al semplice “pubblichiamo a mezzogiorno” – Serena, un consiglio per la tua pagina Meme&Filosofi: i post tu e Marco li potete programmare. La vignetta di Noè potrebbe essere stata esclusa dal flusso per una serie infinita di ragioni: Serena sa che FB penalizza le immagini dove l’OCR nativo di FB riconosce delle scritte? Lo sa che in questo momento – i cambiamenti all’Edgerank sono continui – un’immagine verticale viene penalizzata rispetto a un’immagine quadrata o orizzontale?
    Inoltre viene completamente ignorata la serie enorme di mutazioni che l’avvento di FB in particolare – i social in generale – ha modificato nella modalità di utilizzo del web: di tutto ciò a questo livello della ricerca non viene fatta parola. È una scelta? Bene, ma non posso non notare la scarsa consapevolezza che traspare da questo field-diary.

    Anche la sua “ansia di popolarità” è ridicola: parla di un contesto ristretto alle sue poche migliaia – centinaia? – di amici, in cui le dinamiche sono limitate, quando è importante riferirsi anche a quello che succede tra gli influencer, la gente che ha molti seguaci su un profilo personale aperto o molti like su una pagina pubblica. Fare un’analisi di questo tipo è come voler parlare della mutazione antropologica italiana degli ultimi dieci anni avendo come solo riferimento il bar del paese. Non che sia sbagliato voler fare un’analisi del genere sul bar del paese, ma è necessario avere una visione generale a cui far riferimento.
    Se per tanti saggi – anche se questo, come ha già detto Maria Tonini, è tutto tranne che un saggio – si pretende una conoscenza di fondo dell’argomento trattato, quando si parla di social ci si sente liberi di dare una propria opinione senza avere competenza in merito.

  8. Mi sembra che ci sia un equivoco negli ultimi commenti. Serena non vuole fare un’analisi tecnica di FB e dei suoi meccanismi di funzionamento, ma un’analisi psicologica del modo in cui alcuni (o molti) stanno su Facebook. L’interesse del suo diario consiste proprio in questo.

  9. Carlo,
    come ho scritto il problema non si riferisce soltanto alle dinamiche tecniche degli algoritmi di FB – che, comunque, sarebbe utile conoscere; la povera Serena è convinta che le sue immagini non siano gradite alla psicologia dell’utente mentre probabilmente sono soltanto non gradite all’edgerank: il non avere consapevolezza di certi meccanismi può creare numerosi falsi positivi che sicuramente non contribuiranno alla completezza della ricerca.

    È l’equivalente di voler fare un’analisi non strettamente tecnica o filologica di un testo poetico senza avere neanche le più mere basi di metrica: in questa prestigiosa rivista un testo del genere riferito ad altri contesti non sarebbe stato pubblicato, ma data la profonda ignoranza che percepisco anche tra le persone che dovrebbero andare a guidare e valutare Serena, per quello che riguarda i social media si agisce diversamente. Double standard?

    Tralasciando la questione della mera tecnica, torno a sottolineare come dallo scritto, citando la Tonini, non emerge né una teoria né un metodo, e purtroppo non riesco a percepire nessuna consapevolezza della precedente storia psicologica e sociologica di tutto il web, nonché le forze che attualmente governano le grandi masse mediatiche digitali.

    Una naïveté volontaria? Non lo so, ma non penso sia opportuna in una ricerca del genere.

  10. Argomento interessante e certamente importante.
    Ritengo che un’analisi diaristica di questo tipo possa giovare principalmente alle forme odierne di intepretazione letteraria del reale, dell’attuale.
    Uno studio sull’Io nell’epoca dei social network (tenendo conto di tutti i suoi rapporti di trascendenza o immanenza con l’Io “reale” e non virtuale) è oggigiorno un Dovere più che uno stimolante argomento di dibattito sociale. Ho letto il testo con viva partecipazione e francamente la polemica sollevata da Marta Zura-Puntaroni mi sembra totalmente fuori contesto: “la povera Serena è convinta che le sue immagini non siano gradite alla psicologia dell’utente mentre probabilmente sono soltanto non gradite all’edgerank: il non avere consapevolezza di certi meccanismi può creare numerosi falsi positivi che sicuramente non contribuiranno alla completezza della ricerca”.
    Il punto di vista della “povera Serena” è essenzialmente quello della maggior parte degli utenti e un’indagine sull’Io è soprattutto indagine sul punto di vista. Facebook e Twitter hanno spalancato le porte ad un’attività speculativa (intesa come indagine e ricerca meramente teoretica) potenzialmente molto complessa e articolata, ma soprattutto necessaria.
    Dico: ben vengano tesi di dottorato di questo tipo. Sdoganare tematiche fondamentali per la comprensione dell’ipermodernità ed epurarle dalla banalità che inevitabilmente si portano dietro è compito arduo.

  11. Marco, non capisco il punto.

    Da una parte difendi tesi di dottorato di questo tipo – cosa che anch’io faccio, da millennial e grande utilizzatrice del mezzo web in generale e numerosi social in particolare – e le descrivi come complesse, articolate, ardue: dall’altra accetti, mi sembra di capire, che queste siano condotte senza alcuna scientificità e competenza, ovvero dove tanto il punto di vista quanto l’analisi fatta è quella dell’utente medio – bene per il punto di vista ma male per l’analisi, a mio parere.

  12. “Sperimentando le trasformazioni dell’esperienza e del rapporto a sé che i nuovi media comportano, Serena Ciranna ha cominciato a tenere un diario di lavoro, in cui registra le sue osservazioni sul campo e le sue riflessioni personali”.
    Da quanto ho capito, il diario è semplicemente strumento complementare al lavoro di analisi scientifica della sua tesi. E’ certamente la complementarità delle sue considerazioni a rendere il lavoro metodologicamente corretto nella sua completezza.
    Un commento sulla “competenza”: è davvero richiesta una conoscenza approfondita dell’aspetto tecnico-informatico del social network ai fini di uno studio critico sulla forma dell’Io in rapporto col virtuale?
    Io credo di no, o meglio credo che qualora si voglia ricondurre la tesi all’indagine degli effetti dell’oggetto sul soggetto (anzichè considerare la struttura dell’oggetto in sè) siano necessarie tutt’altro tipo di competenze.

  13. Concordo con Marco. Mi sembra che alcuni lettori non capiscano il genere letterario e il significato dell’operazione, che a me è sembrato subito evidente (tanto più che mi sono detto: meno male che sono uscito da Facebook, era proprio un incubo). Si tratta di un frammento di analisi, più letteraria che scientifica, delle reazioni e delle abitudini di un soggetto ancora «ingenuo», che registra al primo livello la fenomenologia del dispositivo. L’ignoranza dei meccanismi oggettivi che regolano questa esperienza (che mi sembra non solo intenzionale ma addirittura esibita nel testo – una spia: il titolo del libro di sociologia da cui sono tratte le immagini degli uomini in posa non viene citato) serve a salvaguardare questa ingenuità da utente medio (e non ancora esperto). Da nessuna parte è detto che questo è un frammento di tesi o un progetto di ricerca accademico. Qualcuno ha evocato una specie di auto-etnologia: potrebbe essere, io così l’ho interpretata. Sappiamo comunque solo che l’autrice «prepara» una tesi scientifica: se le istituzioni non sono del tutto impazzite, possiamo sperare che la sua università le farà discutere una tesi con tutti i crismi della scientificità, algoritmi inclusi. Non mi affretterei a darle dell’ignorante.

  14. Marta, quello che dici è molto interessante e preciso, ma è il punto di vista dell’utente tecnico, mentre i social network sono social perché vengono usati da miliardi di utenti che non sanno come funziona il meccanismo o che cos’è l’edgerank. Io non lo so, e sto su FB da sette anni. Per me l’approccio di Serena Ciranna e il tuo sono complementari.

  15. Marco,
    se avessi letto attentamente i commenti precedenti, sapresti che nonostante in parte mi riferisco a concetti tecnici – che secondo me sono molto utili se non necessari, cosa che però resta una mia opinione – percepisco dal field-diary di Serena una certa superficialità e incompetenza – voluta? no? soltanto la lettura della tesi completa potrà dare una risposta – anche per quel che riguarda il lato antropologico, sociologico, ecc.

    *Tralasciando la questione della mera tecnica, torno a sottolineare come dallo scritto, citando la Tonini, non emerge né una teoria né un metodo, e purtroppo non riesco a percepire nessuna consapevolezza della precedente storia psicologica e sociologica di tutto il web, nonché le forze che attualmente governano le grandi masse mediatiche digitali.

    * Fare un’analisi di questo tipo è come voler parlare della mutazione antropologica italiana degli ultimi dieci anni avendo come solo riferimento il bar del paese. Non che sia sbagliato voler fare un’analisi del genere sul bar del paese, ma è necessario avere una visione generale a cui far riferimento.
    Se per tanti saggi – anche se questo, come ha già detto Maria Tonini, è tutto tranne che un saggio – si pretende una conoscenza di fondo dell’argomento trattato, quando si parla di social ci si sente liberi di dare una propria opinione senza avere competenza in merito.

    Non sento la mancanza solo della tecnica, ma anche di un punto di vista critico e consapevole. Ripeto, magari quest’ingenuità nel suo diario di lavoro è voluta.
    Mi sembra che, in questo contesto, il concetto di bottom-up tanto caro al web 2.0 sia traslato in maniera negativa nella critica di questo fenomeno. Non penso sia possibile che il prosumer digitale sia anche critico di se stesso, a meno che non unisca al suo essere utente una buona, anzi ottima competenza – che non trapela, per ora, dagli scritti di Serena – delle dinamiche sociologiche web.

    Utente medio e pentito,
    Hai scritto che “Da nessuna parte è detto che questo è un frammento di tesi o un progetto di ricerca accademico.”
    Cito: “Serena Ciranna è dottoranda all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dove prepara una tesi sull’io nell’epoca dei social network. Sperimentando le trasformazioni dell’esperienza e del rapporto a sé che i nuovi media comportano, Serena Ciranna ha cominciato a tenere un diario di lavoro, in cui registra le sue osservazioni sul campo e le sue riflessioni personali. Queste sono alcune pagine del suo diario su Facebook.”
    Da quel che ho capito questo è il field-diary a sostegno della sua tesi di dottorato, non il suo diario personale. In questo caso, visto che è pubblicato su un blog che almeno un tempo era rispettabile a livello accademico, sarebbe carino che Serena non ci tratti come l’utente medio e non esperto che sta analizzando, ma studiosi che sarebbero interessati ad una teoria, e non a qualche appunto, con un’introduzione ragionevole.

    Oppure stiamo parlando di una sperimentazione letteraria, di un prodotto estetico, e dobbiamo quindi valutare il tutto da un altro punto di vista? In questo caso: non sapevo LPLC pubblicasse racconti di emergenti! È una nuova rubrica? Come quella del Gezzi sui Giovani Poeti? Interessante.

  16. ma potreste ogni tanto mettere (condividere) qualche link no? tipo a questi famosi saggi di dieci anni fa, o il magico studio psicologico del web? o a un’altra qualsiasi ricerca.

    Poi, a parte che probabilità per probabilità, psicologia e edgerank non si escludono, il punto è cosa prova lei, non il perché una cosa abbia successo o meno, visto che non è questo che si chiede. La sua esperienza, che come è stato già detto, riporta accanto al lavoro di tesi. C’è scritto diario di bordo, penso che chiunque sappia cos’è un diario.

    E perché dire che è ridicola l’ansia di popolarità in base al numero (che poi il numero limitato di contatti è la regola)? Se è ridicola è ridicola sempre, umanamente parlando, con indulgenza.

  17. DFW vs RB,
    io sto aspettando con impazienza una qualche bibliografia o qualche testo o saggio in appoggio a questo post, o che riesca a spiegarmi su quali basi Serena sta portando avanti la sua ricerca.

    Non sto dicendo che l’ansia di popolarità sia o non sia ridicola a livello generale: sto dicendo che è ridicolo tentare di analizzare certe dinamiche unicamente un gruppo che non è numericamente rilevante ignorando i contesti più grandi, o almeno senza chiarire in maniera più scientifica, ragionevole e pregnante la scelta fatta. Ripeto: e fare analisi sociologica sulla mutazione antropologica degli ultimi vent’anni al bar del paese, senza sapere o avendo soltanto una vaga idea di chi sia Berlusconi o di cosa siano le Torri Gemelle.

  18. sinceramente, signora, la trovo così arrogante che se fossi l’autrice mi guarderei bene dal risponderle (semmai la inviterei allla mia discussione di tesi). Sulla natura di questo blog, la letteratura si dice in tanti modi, e visto che si pubblicano riflessioni sulla piazze d’Italia senza bibliografie di urbanistica e architettura non vedo cosa ci sia di strano di pubblicare delle autoanalisi su dispositivi di massa che, oltretutto, mi sembrano riscontrare un successo notevole, tenendo conto della media dei post sullo stesso blog. Si vede che gli utenti medi e pentiti del prestigiosissimo sito non le trovano così inappropriate o banali. Quanto alla pertinenza delle sue osservazioni sul bar di paese, ha mai sentito parlare di microstoria o di microsociologia? Anche su queste cose esiste una bibliografia notevole, gliela consiglio.

  19. @ Marta

    d’accordo, ma intanto anche tu o Maria, visto che ne avete accennato, potete dare qualche spunto per chi passa.

    Poi parlo magari a sproposito, ma ad occhio dato che parliamo di esseri umani, come si fa a parlare di mutazione degli italiani? dov’è la differenza fra vedere come si comporta una persona nel suo ambiente e tot persone? Non è un approccio teorico il punto di partenza, altrimenti si corre il rischio di produrre analisi sociologiche generalizzate basate su congetture. Qui almeno c’è quello che prova una persona. Quando Jane Goodall si mise a osservare gli scimpanzé era del tutto inesperta e chiamava per nome gli esemplari che le diventavano famigliari, cosa errata dal punto di vista dei criteri etologici di allora. Il problema era che erano sbagliati quei criteri.

  20. “sto dicendo che è ridicolo tentare di analizzare certe dinamiche unicamente un gruppo che non è numericamente rilevante ignorando i contesti più grandi, o almeno senza chiarire in maniera più scientifica, ragionevole e pregnante la scelta fatta. Ripeto: e fare analisi sociologica sulla mutazione antropologica degli ultimi vent’anni al bar del paese, senza sapere o avendo soltanto una vaga idea di chi sia Berlusconi o di cosa siano le Torri Gemelle”.
    Marta, continui a considerare il testo come forma unica e definitiva del progetto. E’ chiaro che non è così.
    A questo punto aspetto la risposta dell’autrice che di sicuro chiarirà perplessità e aspetti poco chiari.

  21. Un utente medio (e pentito),
    partendo dalle cose serie e importanti: signora lo dici a tua madre.
    Continuando con argomenti più frivoli: “arrogante” è soltanto una delle numerose parole che descrivono i miei difetti. Sfortunatamente l’argomento della discussione non è la gradevolezza o piacevolezza della mia persona, ma l’utilità o meno a livello accademico che è qua sopra proposto.
    Andando nel particolare:
    * non vedo cosa ci sia di strano di pubblicare delle autoanalisi su dispositivi di massa che, oltretutto, mi sembrano riscontrare un successo notevole, tenendo conto della media dei post sullo stesso blog.
    – Non ho mai detto che ho qualcosa contro l’autoanalisi ecc., ma ho sinceri dubbi sulla maniera in cui in questo specifico caso è stata portata avanti.
    * ha mai sentito parlare di microstoria o di microsociologia?
    – Sì, ma chissà per quale motivo solitamente chi ne parlava aveva una formazione piuttosto ampia, cosa che qui sento mancare.

    DFW vs RB,
    * come si fa a parlare di mutazione degli italiani? dov’è la differenza fra vedere come si comporta una persona nel suo ambiente e tot persone? Non è un approccio teorico il punto di partenza, altrimenti si corre il rischio di produrre analisi sociologiche generalizzate basate su congetture.
    D’accordissimo, ma non sul
    * Qui almeno c’è quello che prova una persona.
    Questo testo non ha senso o, meglio, è completamente inutile – e, visto che nonostante qualche debole tentativo, grazie a Dio ancora non è stato definito un prodotto estetico, un testo accademico inutile non dovrebbe neanche essere pubblicato – se non integrato da tutta una serie di premesse.
    La storia degli scimpanzé: retorica. Ci mettiamo a elencare tutta la gente priva di alcuna competenza che poi ha effettivamente combinato qualcosa di buono per giustificare il testo di cui sopra? Davvero?

    Marco,
    le varie risposte che sto ricevendo tentano prima di giustificare il testo presente così com’è, senza aggiunte o introduzioni da parte dell’autrice, introduzioni o aggiunte che io ritengo doverose per capire l’effettiva preparazione della dottoranda e struttura della tesi.
    Così com’è questo testo lascia il tempo che trova, anzi ridicolizza qualsiasi tentativo di studio su web e social.

    Ma dopotutto: “Scrivere di ciò che accade su un social network è più facile di quanto mi aspettassi.”

  22. @Serena Ciranna
    Grazie per la risposta (immagino che non fosse ad personam, ma un po’ di narcisismo lo vorrai concedere anche a me :-) :-) ). Ho trovato interessante l’impalcatura teorica del tutto, anche se ci sarebbe molto da dire al riguardo. Ma non è questo il luogo.
    Dirò soltanto che, secondo me, una semplice analisi (nel senso etimologico del termine) dei fatti non può mai essere sufficiente, se ad essa non segue una critica (se vogliamo, nel senso kantiano del termine). Ovviamente questo non è il compito della sociologia (mi sembra sia questo l’ambito della tesi) ecc. ecc… .
    Vorrei soltanto precisare che non ritengo affatto inutile un lavoro del genere (per dire, trovo molto più inutile l’ennesimo commento alla Vita Nova di Dante o l’ennesimo studio sui “poeti di fronte alla Grande Guerra” o altre idiozie – non in quanto tali, ma perché al quarantesimo commento a “Donne ch’avete intelletto d’amore” saltano fuori inevitabilmente idiozie e, quindi, direi che si potrebbe anche passare ad altro – del genere), anzi, è necessario studiare in modo sistematico – e non impressionistico – il funzionamento della società, se si vuole tentare di criticarla.
    La mia critica concerneva soltanto quella che io ritengo essere un’eccessiva focalizzazione sull’Io, parola-concetto che, tra l’altro, non ho mai sopportato, perché credo che, almeno al giorno d’oggi, poggi sulla becera retorica massmediatica dell’esclusività e dell’irripetibilità dell’individuo e che ciò abbia contribuito ad atomizzare ancor di più la società rispetto al passato. Che poi facebook sia la necessaria conseguenza – o deriva – di questo modo d’intendere la società (cioè in quanto insieme di individui dediti esclusivamente alla narcisistica cura di sé), mi sembra ovvio. Inoltre, che il suo successo (appunto, in quanto a frequenza di visite giornaliere, secondo soltanto ai siti porno: e questo fatto la dice lunga su quanto la cura di sé – in senso lato, s’intende – sia ormai l’unico fine degli individui) sia concepibile soltanto all’interno di questa società, già ben addomesticata e addestrata, dopo mezzo secolo di predominio di questa industria culturale, ad una specie di egotismo sfrenato… ebbene, anche questo mi pare ovvio.
    L’unico atteggiamento, secondo me, insostenibile di fronte a queste cose è quello da collezionista di francobolli, sereno e distaccato di fronte al suo oggetto di studio. Ogni tanto bisognerebbe assumersi la responsabilità di prender partito, altrimenti le motivazioni che inducono a studiare un argomento possono sembrare finte.
    Un’ultimissima cosa: conosci la raccolta di scritti “I, etcetera” di Susan Sontag? Bene. Lo stile del tuo estratto qua pubblicato me l’ha ricordata moltissimo, quasi ad ogni frase. E questo è un complimento.

  23. “sarebbe carino che Serena non ci tratti come l’utente medio”

    “sarebbe carino che Serena non ci *trattasse* come l’utente medio”

    (v. regola d’oro)

  24. Non credo di dover provare in questa sede, come qualcuno domanda, le mie competenze, o addirittura fornire una bibliografia sugli argomenti della mia ricerca. Vorrei ricordare che quello qui presentato non è un articolo accademico, né un estratto della mia futura tesi di dottorato. Si tratta, come già chiarito, di un diario che serve appunto a registrare l’esperienza diretta dell’uso di Facebook in preparazione a uno studio teorico. Nella redazione del diario il punto di vista che m’interessa è quello dell’utente che si preoccupa della propria popolarità (anche se ha solo duecento “amici”) e che di solito, non conoscendo le dinamiche del sistema, ha l’impressione di muoversi in un ambiente neutro, libero e non gerarchizzato. La mia ricerca è in una fase ancora iniziale, ma vorrei rassicurare sulle mie competenze tecniche chi mi muove la critica di non conoscere il funzionamento dei social networks. Gli esempi dati da Marta sono d’altronde ben noti a chiunque s’interessi minimamente a questi argomenti. Si tratta anzi d’informazioni che è possibile trovare in un qualunque manuale (anche di base) di social media marketing. E’ evidente che nel diario ho volontariamente escluso la considerazione di questi dati, l’interesse dell’operazione consiste anzi in questa esclusione. Dal racconto dell’esperienza soggettiva dell’uso del social network emerge l’aspetto morale della questione. Il diario servirà, in una fase successiva del mio lavoro, a conservare i diversi punti di vista, quello derivato dall’uso e quello dato dalla conoscenza delle leggi regolano il funzionamento del social network. E’ importante anzi rilevare il divario, secondo me drammatico, tra queste due sfere. La maggior parte degli utenti ignora i principi selettivi usati da Facebook per valorizzare o limitare la circolazione degli oggetti pubblicati e continua a comportarsi e a giudicare come se questi principi non esistessero. Rappresentare questo scarto e insistere sulla dimensione percepita dall’utente è uno degli scopi di questo diario.

  25. Anche se trovo sgradevole l’aggressività di Marta, non credo sia ingiustificata. Anzitutto perché non è né illecito né illogico chiedere a che livello di competenza tecnologica si situa chi ne scrive, e su che fonti si basi.
    In secondo luogo, perché l’articolo in questione crea effettivamente dei dubbi. Non che sia per forza impreciso, anzi, risponde abbastanza bene al mio rapporto con Facebook, però la domanda che sorge spontanea è: che cosa sto leggendo? “Vorrei ricordare che quello qui presentato non è un articolo accademico, né un estratto della mia futura tesi di dottorato”: e allora che cos’è? Perché sottoporcelo? Anche perché la seconda parte della risposta è molto significativa:

    “Si tratta, come già chiarito, di un diario che serve appunto a registrare l’esperienza diretta dell’uso di Facebook in preparazione a uno studio teorico. Nella redazione del diario il punto di vista che m’interessa è quello dell’utente che si preoccupa della propria popolarità (anche se ha solo duecento “amici”) e che di solito, non conoscendo le dinamiche del sistema, ha l’impressione di muoversi in un ambiente neutro, libero e non gerarchizzato. La mia ricerca è in una fase ancora iniziale, ma vorrei rassicurare sulle mie competenze tecniche chi mi muove la critica di non conoscere il funzionamento dei social networks. Gli esempi dati da Marta sono d’altronde ben noti a chiunque s’interessi minimamente a questi argomenti. Si tratta anzi d’informazioni che è possibile trovare in un qualunque manuale (anche di base) di social media marketing. E’ evidente che nel diario ho volontariamente escluso la considerazione di questi dati, l’interesse dell’operazione consiste anzi in questa esclusione. Dal racconto dell’esperienza soggettiva dell’uso del social network emerge l’aspetto morale della questione. Il diario servirà, in una fase successiva del mio lavoro, a conservare i diversi punti di vista, quello derivato dall’uso e quello dato dalla conoscenza delle leggi regolano il funzionamento del social network. E’ importante anzi rilevare il divario, secondo me drammatico, tra queste due sfere. La maggior parte degli utenti ignora i principi selettivi usati da Facebook per valorizzare o limitare la circolazione degli oggetti pubblicati e continua a comportarsi e a giudicare come se questi principi non esistessero. Rappresentare questo scarto e insistere sulla dimensione percepita dall’utente è uno degli scopi di questo diario”.

    Quello che ci sta venendo detto è che l’autrice ha tutte le competenze del caso, che sa perfettamente come funzionano i meccanismi del social; e d’altra parte tutto il “diario” è scritto ignorando queste competenze. Allora a me vengono in mente due cose: o l’autrice queste competenze non le ha (ma non lo credo); oppure questo diario è una finzione, cioè l’autrice finge di non averle, scrive come se non le avesse. Questo, a mio avviso, rende il diario abbastanza inattendibile: che valore può avere una ricerca fatta sulla base di osservazioni evidentemente falsate, artefatte?
    Poi, per tornare al punto: perché un blog come LPLC, dove scrive il fiore dell’Accademia italiana, ha così spesso cadute di stile simili, e arriva a pubblicare contenuti così insignificanti? Perché di questo si tratta: è un contenuto insignificante. Non è uno studio, ancora, sono solo notazioni di relativa credibilità.

  26. Sembra veramente ridicolo doverlo precisare dopo tanti botta e risposta, ma da lettore credo sia evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso e intelligenza che il tono di questo “diario di campo” è anche ironico e autoironico.
    Quando l’autrice scrive “la mia popolarità è salva”, lo fa con il sorriso e si prende in giro.

    E’ altrettanto ridicolo mettere in dubbio la serietà dell’EHESS o la serietà dell’autrice solo perché si è permessa di pubblicare un testo che, pur nella sua dimensione riflessiva e autoriflessiva, non è un articolo scientifico e mantiene un tono leggero e immediato. Un testo che, come è stato spiegato tre volte, non è nemmeno un paragrafo di tesi, ma un materiale grezzo che poi verrà ripreso per analisi successive (sempre: vedi alla voce “diario di campo”).

    Del resto non è la prima volta che LPLC pubblica questo genere di testi ibridi, non credo che la redazione abbia da scusarsi.

    Questi flame insulsi, pieni di acredine gratuita, sono ciò che rendono le discussioni nei commenti di questo blog proverbialmente illeggibili.

  27. Ignoro il commento della Impellizzeri, che considera flame qualsiasi desiderio di voler approfondire un argomento e a quanto pare gradisce la tendenza dell’accettazione della mediocrità e del “volemose be’” per mantenere e difendere ben uniti i privilegi conquistati, tendenza molto presente in questi contesti – sarà una diretta conseguenza dell’assenza del tasto “dislike” su Facebook? Chissà – e mi accodo a Emme.
    Nonostante i vari difensori di Serena Ciranna abbiano passato la giornata di ieri a rispondere con questi toni

    * Marta, continui a considerare il testo come forma unica e definitiva del progetto. E’ chiaro che non è così.
    A questo punto aspetto la risposta dell’autrice che di sicuro chiarirà perplessità e aspetti poco chiari.

    La Serena Ciranna ha scelto di non chiarire le perplessità, non chiarire gli aspetti poco chiari, non dare un accenno al metodo, alla teoria, alla bibliografia.

    Naturalmente quello che Emme dice

    * Quello che ci sta venendo detto è che l’autrice ha tutte le competenze del caso, che sa perfettamente come funzionano i meccanismi del social; e d’altra parte tutto il “diario” è scritto ignorando queste competenze. Allora a me vengono in mente due cose: o l’autrice queste competenze non le ha (ma non lo credo); oppure questo diario è una finzione, cioè l’autrice finge di non averle, scrive come se non le avesse.

    resta in ballo, non si è avuta una prova. L’autrice non vuole provarlo? Non vedo il senso di pubblicare un testo in una rivista letteraria se non lo si vuole poi commentare con i lettori di questa rivista.

  28. È molto spiacevole vedere che i dubbi che ho sollevato non sono stati ritenuti degni di una risposta né dall’autrice né dalla redazione. Credo che anche questo (scegliere di pubblicare cose che non ci si sente in dovere di difendere) si situi nell’ambito della perdita di credibilità a cui accennavo.

  29. Emme: condivido. Ma né Serena né il professore che la segue in questo interessante progetto né la redazione di LPLC ci considera degni di risposta, a quanto pare.

  30. Potrei sapere, gentilmente, da quale professore è seguita Serena Ciranna, nel suo lavoro di ricerca? (Nessun intento polemico: semplicemente mi interessa l’argomento e mi piacerebbe capire se esiste già un gruppo di ricerca o uno studioso che si occupi dell’argomento, all’interno dell’EHESS). Grazie.
    mdp

  31. Gentile mdp,
    come ho già precisato nei commenti precedenti, sono appena all’inizio del mio lavoro di ricerca. Tuttavia posso già dirle che si tratterà di una tesi interdisciplinare e che, proprio per questo, lavorerò con docenti dell’EHESS esperti in vari campi. Sarò seguita da Barbara Carnevali per l’aspetto filosofico della tesi; per l’aspetto sociologico farò riferimento a Eva Illouz e lavorerò con Gloria Origgi per tutto ciò che riguarda il Web e la questione della reputazione.
    Spero che la mia risposta le sia stata utile.

  32. Ti ringrazio molto per la risposta e spero di poter leggere la tua ricerca quando sarà conclusa: sono certa che sarà ricca di spunti, ho davvero molta fiducia. Ti auguro un buon lavoro. E grazie ancora.

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