cropped-copertina-11.pngdi Daniela Brogi

A circa mezz’ora dall’inizio di The Fighters, assistiamo a una delle scene più intense del film – una delle migliori, anche in senso tecnico, perché l’effetto finale della sua semplicità è il risultato di una rigorosa costruzione per linee essenziali dell’inquadratura. È estate, e siamo al mare. Arnaud (Kevin Azaïs) e Madeleine (Adèle Haenel), i due giovani protagonisti, si trovano su una barchetta a qualche centinaio di metri dalla sponda da cui si riprende la scena in campo lungo. I due si sono incontrati qualche giorno prima: la ragazza sta per partire per uno stage di addestramento per paracadutisti; si trovano lì proprio perché Madeleine vuole allenarsi a nuotare portando quattordici chili sul dorso. Il paesaggio domina la composizione: la parte inferiore dell’azzurro del mare e quella superiore del cielo sono separate dalla linea verde degli alberi sull’altro bordo della costa:

Foto da inserire nel testo su Les Combattants

Pur rimanendo così lontani, udiamo perfettamente il dialogo che si sta svolgendo sulla barca: potrebbe essere l’ultima volta che i due si vedono, dunque Arnaud tenta l’estrema carta: « – Pensavo: che fai stasera? Perché usciamo con alcuni amici, e magari ti piacerebbe venire – »; «- Perché? –» replica lei con aria distratta, guardando da un’altra parte e preparandosi al tuffo. «- Perché siccome lunedì parti…- »; « – Come vuoi – » risponde lei in tono sbrigativo, con una scontrosità che quasi ci commuove, da quanto è goffa e tutta di quell’età, cioè tutta del corpo: tanto vera, e violenta, quanto scollata dall’intenzione. E poi si butta in acqua. Mentre noi, che abbiamo udito e seguito il dialogo come se ci trovassimo su quella barchetta, in realtà continuiamo a guardare i due giovani attraverso il campo lungo, come se fossero due figurine immerse in un paesaggio di Nicolas Poussin. Massima adesione, attraverso il suono, e massima distanza attraverso lo sguardo: è precisamente questo effetto di sdoppiamento della percezione, o se si vuole di compresenza paradossale di familiarità e lontananza che rende Les Combattants – secondo il titolo originale – un film bello e riuscito sull’adolescenza. Perché sa raccontarla senza spiegarla, senza addomesticarla alle didascalie elegiache, senza mascherarla di finti intellettualismi, ma lasciandola parlare ed esistere nella sua enigmatica reticenza; perché ci siamo passati tutti da quel terrore di essere perduti nel mondo: tutti nello stesso modo, eppure tutti a modo proprio. E così, il rapporto tra figure e paesaggio definito dalla scena, la sproporzione tra i volumi, definisce anche un ambiente mentale: un’ansia di perdita di contorni, una possibilità di scomparire che fissa sia una paura che un desiderio. Arnaud e Madeleine rappresentano simultaneamente ciò che più conosciamo e ciò che più ignoriamo.

Presentato e premiato all’edizione 2014 del Festival di Cannes (Quinzaine des Réalisateurs) e dopo i molti altri riconoscimenti (tra gli altri tre César), il film è il lungometraggio di esordio di Thomas Cailley (nato nel 1980) e da tre giorni è distribuito anche nelle sale italiane. Racconta, più che un insieme di vicende che si intrecciano nella costruzione di una storia, una successione di situazioni: non racconta, cioè, la storia di due ventenni, ma cosa può significare avere vent’anni. E spesso lo fa con ironia, mescolando il codice comico con quello tragico, anche divertendoci (come nella scena in bagno, o quella dell’autogrill), con il risultato di tenere alta l’importanza di ciò che si rappresenta, proprio perché non si risolve in un tono unico.

Arnaud ha appena perso il padre, e, mentre ancora non sa se arruolarsi oppure no, decide di cominciare a lavorare assieme al fratello nell’impresa di falegnameria di famiglia; ma intanto conosce Madeleine, una ragazza che un tempo sarebbe stata definita una “maschiaccia” da quanto è distante dagli stereotipi delle distinzioni di genere: si veste come un ragazzo, stappa le bottiglie di birra con i denti, cerca sempre lo scontro, e tiene più di ogni altra cosa a raggiungere standard competitivi di resistenza fisica. Arnaud decide di partecipare anche lui allo stage di addestramento a cui si è iscritta Madeleine, e durante un’uscita i due protagonisti affronteranno una difficile situazione di  sopravvivenza in cui la sfida per l’affermazione di sé sarà portata a un punto estremo di confine con la morte. Il titolo allude sia a questo scontro finale con la natura – con una sequenza da film catastrofico – sia alle situazioni simulate di combattimento intorno alle quali procede l’azione (dal primo incontro tra Arnaud e Madeleine, durante una gara di autodifesa sulla spiaggia; alle situazioni di lotta nel campus). Ma, soprattutto, il titolo anticipa il sentimento inconciliato di lotta dei due protagonisti per la conquista di un’identità, di una forma, di un’individuazione, dentro un mondo però dove l’ansia di progetto rischia di essere un cerchio anziché una linea retta. È per questo che la storia è scandita dai tipici snodi del racconto di iniziazione (la morte di un genitore, che vale, simbolicamente, come punto di precipitazione della civiltà; l’incontro; la serie di prove da superare; l’attraversamento di un bosco). Ciò malgrado, non si ha una vera tensione narrativa, come è tipico di un mondo e di un immaginario contenuti dalla presenza simbolica e materiale di una prospettiva, ma una progressione orizzontale delle circostanze. Les Combattants, in tal senso, non è un racconto di formazione, perché è assente la struttura della Bildung, della formazione, e soprattutto il principio che le garantiva forma, ossia l’idea che la gioventù, come scontro col mondo circostante, non durerà in eterno. C’è una domanda sempre più urgente che ha rimpiazzato l’interrogativo ideale intorno a cui si articolava la struttura classica del racconto di formazione e che era: «cosa farò da grande?». La domanda adesso è un’altra: non più cosa farò da grande ma come farò da grande. « – Che strano: l’esercito è diventato quello che recluta più gente – » dice a un certo punto, nel film, il fratello di Arnaud. « – No, è il secondo, il primo è McDonald – », risponde il protagonista.

[Immagine: Adèle Haenel e Kevin Azaïs in Les Combattants (Thomas Cailley, 2014)].

 

1 thought on “Prepararsi alla fine del mondo. The Fighters – Addestramento di vita (Les Combattants, Thomas Cailley, 2014)

  1. Come sempre, Daniela riesce a fare è delle analisi complete suggestive di films ,che forse non andremo mai a vedere. Non si tratta di film di formazione, né di un progetto ,laddove tutti, sbagliando o desiderando, cerchiamo di farcene uno,che sia di lavoro, di figli, anche se utopico. Speriamo di averne, ce lo mettiamo a fuoco, scriviamo, raccontiamo, attuiamo la lineo o il cerchio di un progetto. Ne abbiamo bisogno. Nel film di Annaud,invece, è tutto senza tensione, senza futuro. Basta che si cerchi la propria identità e differenza.Cerchiamo anche questo:la differenziazione dall’altro. Ma tutto il resto è escluso,:la vera condivisione, lo stare insieme., la convivenza solidale. E’ la vita di due giovani conta nel nunc, nell’avventura, nel rischio. Non hanno paura i giovani,presi da un vago senso di immortalòità.

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