cropped-MATTEO-RENZI.jpgdi Mauro Piras

Perché la scuola si oppone alla riforma del governo Renzi? Lo sciopero del 5 maggio scorso, che per la prima volta dopo molti anni ha unito i tre sindacati confederali, ha rivelato che la stragrande maggioranza del personale della scuola non vuole questa riforma. Le ragioni devono essere forti, se si è raggiunta un’adesione (65%) superiore agli scioperi contro i tagli operati dalla Gelmini sotto Berlusconi. La stratificazione di queste ragioni è complessa.

Non va dimenticato che la percentuale conta anche il personale non docente, che questa volta, diversamente dal solito, ha partecipato massicciamente alla protesta. C’è una ragione trasversale che riguarda tutto il personale, il rinnovo del contratto, bloccato dal 2009. Questa, da sola, non sarebbe bastata, ovviamente, ma per tutti è difficile accettare riforme che richiedono sforzi e, forse, generano precarietà, sapendo che le retribuzioni sono bloccate da anni. Il personale non docente è inoltre probabilmente ostile al rafforzamento dei poteri dei dirigenti scolastici, e all’introduzione di una logica premiale tra i docenti, che potrebbe poi estendersi.

C’è poi la questione del piano straordinario di assunzioni. Questo riguarda solo una parte dei precari che lavorano oggi nella scuola. Un’altra parte, consistente (forse circa 80.000 persone, se non di più) ne è esclusa. Tanto più che tra chi invece viene assunto ci sono persone che non lavorano con continuità nella scuola. Quindi i criteri di inclusione e esclusione da questo piano e la prospettiva di un concorso per molti che già adesso lavorano nella scuola hanno mobilitato tutti questi precari.

Infine, ci sono i punti più noti e discussi della riforma, il suo “secondo pilastro” dopo il piano di assunzioni: la creazione di nuove forme di titolarità del ruolo, non più di sede ma su ambiti territoriali; il rafforzamento dei poteri del dirigente scolastico; la facoltà attribuita al dirigente di dare incarichi ai docenti; la valutazione dei docenti finalizzata all’attribuzione di aumenti stipendiali, gestita direttamente dal dirigente.

Questi punti hanno creato un largo consenso contro la riforma tra i docenti di ruolo, che hanno paura in primo luogo di essere esposti a una nuova forma di precarietà. La titolarità del ruolo non sulla sede di una istituzione scolastica, ma in un ambito territoriale (a regime, inferiore alla provincia) è prevista inizialmente solo per i neoassunti con il piano straordinario. Tuttavia, si estenderà anche ai soprannumerari e a quanti faranno domanda di trasferimento, dal 2016/17. Quindi questo nuovo tipo di ruolo dovrebbe via via estendersi. I docenti lavoreranno in una scuola per tre anni, in virtù dell’incarico dato dal dirigente scolastico, rinnovabile. Ma, appunto, potrebbe anche non essere rinnovato. In teoria, quindi, un docente di ruolo potrebbe non vedersi rinnovato l’incarico dalla scuola, e dover cambiare. Questo può generare precarietà.

A ciò si lega direttamente il rafforzamento dei poteri del dirigente scolastico. Il primo aspetto rilevante è proprio la facoltà di attribuire gli incarichi triennali di docenza, che dà al dirigente un potere sia in ingresso che in uscita sui docenti. Inoltre, il dirigente ha un ruolo rilevante (per quanto ridotto nelle ultime versioni della riforma) nell’elaborazione del Piano triennale dell’offerta formativa, da cui dipendono l’identità della scuola e quindi anche le sue esigenze di personale. Infine, molto più importante, il dirigente può attribuire un premio ai docenti “meritevoli”, quindi valuta e premia annualmente i docenti.

Queste ragioni spiegano l’enorme opposizione da parte dei docenti di ruolo. Lo sciopero è stato così imponente, e la protesta è così dura, perché unisce i docenti di ruolo, i precari e il personale non docente intorno a questo complesso di ragioni.

Vorrei discuterne alcune. Lascio da parte il piano straordinario di assunzioni, perché da solo richiederebbe una lunga analisi, e prendo in esame solo il complesso che mette insieme titolarità sugli albi territoriali e poteri dei presidi. Per ragioni di spazio non posso trattare qui la questione della valutazione dei docenti.

Il problema della titolarità nasce dalla proposta di un nuovo modello di assegnazione dei docenti alle scuole. Attualmente i docenti vengono assegnati alle scuole dagli Uffici scolastici regionali del Ministero, sulla base di graduatorie il cui punteggio è ampiamente determinato dall’anzianità di servizio. La riforma propone che invece i docenti vengano scelti dalle scuole in albi territoriali. Questo vale solo per una parte dei docenti, come detto sopra, ma è evidente l’intenzione di generalizzare questo sistema: si vuole passare dall’assegnazione burocratica dall’alto alla scelta da parte delle scuole. Nel discutere questo aspetto, lascio da parte il ruolo del dirigente nella chiamata, che discuto dopo.

Quali sono le critiche? Sostanzialmente tre, direi. 1) Viene tolta al docente la libertà di scegliere la scuola in cui vuole andare. 2) Si crea precarietà, perché alla fine del triennio si potrebbe non essere confermati 3) È un sistema competitivo, dal momento che ogni docente deve mostrare di “essere interessante” per una certa scuola, se vuole essere scelto e se vuole restarci dopo il triennio.

Vorrei replicare a queste critiche. Parlo solo dei problemi dei docenti di ruolo, perché mi sembra evidente che i precari che verranno assunti a settembre, pur finendo negli albi territoriali, miglioreranno la loro condizione sia in termini di libertà di scelta che in termini di precarietà, dal momento che finché sono precari la scelta della sede, oltre che all’anzianità di servizio, è legata a così tante variabili che difficilmente si può dire veramente libera; inoltre, la precarietà che subiscono i precari è annuale, non triennale, e legata a variabili del tutto casuali, non alla scelta, più o meno ragionevole, da parte di una istituzione. Il problema, però, come è evidente, è che se il nuovo sistema è destinato a generalizzarsi riguarderà tutto il personale di ruolo.

Sulla prime due critiche. Attualmente il personale di ruolo sceglie la sede in cui andare al momento dell’assunzione, e quando fa domanda di trasferimento. Questo solo sulla carta, però. Chi viene assunto in ruolo sa che, per avere un posto, finisce spesso in sedi lontane e scomode, dal momento che a decidere sono i posti disponibili e le graduatorie. Quindi, di fatto, all’inizio non si sceglie veramente. Inoltre, nei primi anni, è facile diventare soprannumerari, perché essendo appena assunti si ha meno anzianità, e quindi finire in altre sedi, di fatto non scelte. Nei primi anni è frequente che ci si sposti spesso per queste ragioni. Solo con una certa anzianità si acquisisce più stabilità. Quanto alle domande di trasferimento, la situazione non è molto diversa. È vero, chi fa una domanda indica delle scuole, quindi sceglie. Ma se non c’è posto in quelle scuole, e ha indicato anche il comune o la provincia, viene assegnato d’ufficio dove c’è posto. Oppure, se ha indicato solo le scuole, resta dov’è. Ma soprattutto, chi ottiene il trasferimento finisce in fondo alla graduatoria nella nuova scuola, e quindi è esposto a diventare soprannumerario appena ci sono delle difficoltà in quella scuola. Diventa quindi più precario. Questo infatti scoraggia non poco le domande di trasferimento. Questi elementi sono molto aleatori, perché non dipendono da scelte personali, ma dal convergere casuale di due variabili: la posizione in graduatoria, la disponibilità di posti. E se il docente finisce in una scuola in cui l’ambiente non gli è congeniale non è così libero di lasciarla, né, viceversa, se la scuola non è soddisfatta del suo lavoro, può allontanarlo.

Paradossalmente, invece, il nuovo sistema potrebbe garantire più libertà di scelta e più stabilità. Ricordiamo che il Ddl approvato dalla Camera prevede che i docenti possano proporre le proprie candidature alle scuole. Se un docente vuole insegnare in una scuola, propone la sua candidatura, con il suo curriculum. Se la scuola trova il suo profilo adeguato alle sue esigenze, gli offre l’incarico. Se il docente lavora bene in quella scuola e la scuola è soddisfatta del suo lavoro, non c’è nessuna ragione per non rinnovare l’incarico. C’è più possibilità di scelta da parte del docente, perché questa scelta non dipende dall’aleatorietà dell’incrociarsi tra posizione in graduatorie e posti disponibili, ma da una eventuale convergenza di intenzioni (lascio da parte l’aleatorietà che può venire dal potere arbitrario del preside nella scelta, che tratto dopo). C’è meno precarietà, perché la stabilità dipende dall’impegno personale del docente, e non dal punteggio in graduatoria.

Vogliamo rifiutare l’esigenze di richiedere ai docenti un impegno esplicito, nel fare il loro lavoro, e che questo impegno sia in qualche modo messo alla prova? È qui il punto. Io non vorrei rifiutarla, questa esigenza. Non voglio rifiutare questa esigenza per due ragioni. La prima è che è necessario che i docenti rispondano del loro lavoro. In assenza di un sistema di valutazione, un modo di rispondere del proprio lavoro è questo. La seconda è che se si elimina l’aleatorietà che deriva dall’incrocio tra graduatorie e posti, per gli studenti i docenti sono più stabili, e lo sono perché lavorano bene. E il sistema va pensato per gli studenti.

Resta la terza critica: il sistema mette i docenti in competizione tra di loro, perché un docente deve dimostrare di “essere bravo” per essere scelto da una scuola e per restarci. È vero, in apparenza. Ma si possono fare due considerazioni. Intanto, anche oggi i docenti sono in competizione per prendersi i posti, per quanto lo facciano solo sulla base del punteggio in graduatoria. Inoltre, io non credo che questa sarebbe una vera competizione. Non bisogna superare gli altri, per avere un incarico. Bisogna mostrare di avere le competenze adeguate. E per mantenerlo bisogna mostrare che si lavora bene. Se tutti lavorano bene la competizione non c’è. Ma se il sistema spinge tutti a lavorare meglio, questo è un vantaggio per l’istituzione. Invece, la rigidità delle graduatorie non permette di far convergere le esigenze della scuola e le competenze dei docenti, né di allontanare chi fa il proprio lavoro in maniera palesemente inadeguata. O meglio, oggi un dirigente che si trova di fronte a casi come questi, cosa fa? Fa in modo che quella persona faccia domanda di trasferimento, cioè di fatto le fa mobbing, e così se la leva dai piedi, scaricando il problema su un’altra scuola. Con il nuovo sistema le cose sarebbero più trasparenti: la scuola, tramite il dirigente, potrebbe far capire a quella persona che non sta lavorando bene. E spingerla a migliorare, oppure allontanarla con una procedura corretta.

C’è qui però il secondo problema, il potere dei dirigenti scolastici. Tutta l’analisi precedente crolla, se si accetta la seconda critica fondamentale: i dirigenti scolastici acquisiscono, con la riforma, dei poteri arbitrari, e questa arbitrarietà si manifesta soprattutto nella facoltà di dare gli incarichi ai docenti. Creare un sistema in cui le scuole scelgono i docenti non impone necessariamente di dare questo potere di scelta ai dirigenti scolastici. Invece, di fatto, le cose stanno così, nel Ddl sulla scuola. È un punto debole della riforma. Certo, l’idea dell’autonomia scolastica giustifica l’attribuzione ai presidi di responsabilità maggiori nella guida della scuola. Però l’attribuzione degli incarichi è talmente delicata che si poteva pensare fin dall’inizio a una procedura più articolata, come un concorso per titoli e colloquio, con una commissione che affianchi il preside. Tuttavia, a me sembra che le paure suscitate da questo potere del dirigente scolastico siano eccessive. Si sono messe in giro molte caricature e macchiette, di dirigenti che potranno assumere gli amici, i figli dei politici ecc., o richiederanno in cambio servigi e asservimento cieco. Tutto questo è pura fantasia. I problemi di corruzione e abuso dei poteri esistono indipendentemente da un modello come quello proposto, che anzi rendendo esplicita la responsabilità del dirigente è più trasparente. Oggi, se un dirigente non vuole assumere qualcuno (assumere realmente, quando si tratta di dare incarichi per le supplenze), per aggirare le graduatorie può fare in modo che la segreteria applichi diverse strategie (ritardi nelle chiamate ecc.), in modo poi da evitare di accettare chiunque. Se invece la scelta è responsabilità esplicita del preside, a norma di legge, il preside ne risponde, appunto. Sono possibili procedure che lo possono chiamare in causa. Molti di quelli che sollevano questi dubbi sottovalutano (o dimenticano) il fatto che il dirigente è giuridicamente responsabile di tutta l’istituzione scolastica, quindi spesso incorre in cause legali, e paga di tasca propria se le perde. Per questa ragione, i dirigenti saranno portati a essere molto prudenti nell’attribuzione degli incarichi, e anche nella loro risoluzione alla fine del triennio, perché sanno bene che la causa presso il giudice del lavoro è sempre in agguato, e che i sindacati sono (legittimamente) sul piede di guerra. Inoltre, il Ddl prevede un rafforzamento del controllo sull’operato dei dirigenti scolastici, tramite la creazione di ispettori ad hoc.

Pur accettando che il potere dei dirigenti non sarà così arbitrario come si teme, si può però sempre obbiettare, come è stato fatto, che viene creato un sistema autoritario e manageriale, cioè si introduce nella scuola un tipo di cultura che con la scuola non ha niente a che fare, ma anzi ne distorce la natura. Che questo sistema sia autoritario è una critica del tutto infondata. Gli organi collegiali restano invariati, così come sono stati pensati negli anni settanta. E quindi possono esercitare le loro funzioni esattamente come ora. E non è autoritaria la scelta dei docenti, perché come appena detto essa è soggetta a un controllo pubblico e ai molti vincoli giuridici cui è soggetta l’attività del dirigente.

Che invece questo tipo di rapporto introduca un aspetto manageriale è possibile. Ed è presente, nel linguaggio di chi ha promosso la riforma, una certa esaltazione acritica delle spirito di competizione e imprenditoriale. Tuttavia, anche qui si va in parte fuori bersaglio. Gli obbiettivi delle istituzioni scolastiche non sono commerciali, e non sono neanche competitivi in termini generali. I primi due articoli della riforma ribadiscono gli obbiettivi democratici e di inclusione che devono guidare l’azione delle istituzioni scolastiche. Se il dirigente avrà il potere di chiedere ai docenti di essere coerenti con questi obbiettivi, questo non è un male. Certo, è importante che altre autorità superiori abbiano il potere di chiedere lo stesso ai dirigenti, ma come detto qualcosa c’è già in questo senso nella riforma. È una tendenza che va rafforzata. Se poi si intende invece lo spirito di competizione che si creerebbe tra i docenti per “compiacere il dirigente”, vale quanto detto sopra: si tratta in realtà di impegnarsi per fare bene il proprio lavoro, e non di essere migliori degli altri. Se un docente fa bene il proprio lavoro, il dirigente non ha buone ragioni per non rinnovare l’incarico. Se comunque non lo rinnovasse, anche in una logica competitiva per cui pensa di trovare qualcuno di “più bravo” negli albi territoriali, rischierebbe di incorrere in gravi cause legali.

[Immagine: Matteo Renzi (gm)].

51 thoughts on “Perché La Buona Scuola è meglio della vecchia

  1. Questo articolo ha almeno due gravi torti: parte dal presupposto che chi “fa bene il proprio lavoro” sia oggettivamente riconoscibile, satando disinvoltamente l’enorme problema dei parametri su cui misurare il “far bene” e il “far male”; ed è di un ottimismo imbarazzante, quando parla del senso di responsabilità con cui i presidi (che già adesso trovano negli organismi collegiali un freno ridottissimo) dovrebbero saper esercitare il loro potere. Il sistema della chiamata diretta (travestita da consorso fasullo) ha fino a pochissimi anni fa spadroneggiato in una istituzione didattica e scientifica a tutti nota, l’Università; c’è bisogno di ricordare a qualcuno in che condizioni si è ridotta? Davvero qualcuno crede che i normali strumenti giuridici potrebbero venire adoperati in strutture dotate di un capo che fa il bello e il cattivo tempo? In assenza di organismi di controllo rigidissimi che controbilàncino il potere del preside, la riforma di Renzi è adattissima per la Svezia o il Lussemburgo; qui in Italia solo la sottrazione di potere decisionale agli organismi dirigenti e la più drastica cancellazione del principio di meritocrazia hanno salvato finora la scuola dalla catastrofe completa, perché niente garantisce che di questi due strumenti non si faccia (come è già avvenuto nel resto del comparto pubblico) un uso scellerato. Altro che “macchiette”.

  2. Arresta i cigolii, sblocca i bulloni e le parti arruginite, allenta i meccanismi bloccati, pulisce e protegge dalla ruggine la Buona Scuola: “Olio lubrificante Piras”.

  3. Finalmente una riflessione non corporativa e non ideologica sulla riforma, merce molto rara di questi tempi (sono un insegnante di ruolo)

  4. La Riforma – così come la politica renziana in genere – non interviene dove ci sarebbe bisogno e interviene (malissimo: vedi Riforma elettorale e del Senato) dove non ce n’è. Quindi è una pessima Riforma. Considerabile la distruzione definitiva della Scuola pubblica. Distrugge infatti la figura dell’insegnante-intellettuale e riduce quella dello studente ad ingranaggio del prefabbricato sistema lavorativo. La Riforma – così come la politica renziana in genere – è causa di disperazione totale per molti di molte generazioni.

    Volevamo una Riforma?
    classi con non più di 20 alunni;
    obbligo scolastico a 18 anni;
    2) orari dimezzati per gli insegnanti in classe e fuori (riunioni e burocrazia varia): con il tempo risparmiato da impiegare nello STUDIO AUTONOMO;
    3) verifica dell’operato degli insegnanti tramite, ad es., tot di pubblicazioni all’anno su riviste specializzate e non, relative al “come si insegna l’argomento x nel contesto y”; registrazione video delle lezioni; presenza in classe di ispettori o anche genitori e più in generale pubblico (secondo regole da stabilire);
    4) strumenti automatici di registrazioni delle assenze, ingressi posticipati ecc. degli alunni (con risparmio enorme di tempo);
    5) concorsi di accesso all’insegnamento basati esclusivamente sulle competenze (pratiche!) e non sulle conoscenze (già garantite dalla laurea): niente quiz, domande ecc. Il cuoco deve saper cucinare e non ripetere a pappagallo le ricette;
    6) per quanto riguarda il Dirigente scolastico, infine, si potrebbe pensare ad una sua abolizione, rendendo così i singoli istituti davvero autonomi ed eleggendo annualmente figure con le funzioni residuali rispetto a quelle dei vari organi collegiali.

    La Riforma di Renzi è esattamente l’opposto di tutto questo (o di quanto possa andare in una direzione simile). Eccone i motivi (a cui se ne potrebbero aggiungere altri fra cui la aprioristica precarizzazione e mesa sotto ricatto dell’insegnante in quanto tale):
    http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/358-l-ultima-possibilità-il-ddl-giannini,-la-scuola,-la-pedagogia.html#comment-339

    Alla base di tutta la Riforma sta la sistematica impossibilità per gli insegnanti di STUDIARE (il cosa e il come dell’insegnamento): niente tempo né libertà per lo STUDIO. E senza insegnanti-studiosi (cioè intellettuali, cioè capaci di critica e di autocritica, cioè capaci, senza retorica, d’amore) niente “buona scuola”. Che studio (amore) può esserci in un quiz? Nei quiz – al computer – con cui vengono e verranno assoldati gli insegnanti e promossi o bocciati gli alunni?
    La Riforma di Renzi è la causa ed effetto di un mondo disumano. Se l’uomo, come volevano i Greci, è studio-amore.

    PS. Gravissima (anticostituzionale) è poi la pseudo-assunzione in ruolo di migliaia di iscritti nelle graduatorie ad esaurimento: infatti gran parte di costoro non potranno insegnare le discipline che hanno studiato/amato (cercando di farle studiare/amare) per una vita; ma saranno costretti, di fatto per il resto dei loro giorni, a quel Sostegno cui si erano piegati durante i lunghi anni di precariato allo scopo di avere un tozzo di pane da portare a casa e con la quotidiana speranza di potere occuparsi in un futuro delle proprie materie.

  5. Gentile Prof. Piras,
    per quanto lei ben argomenti non sono d’accordo. Discettare di peggio e di meglio sul miserevole avvenire della scuola pubblica italiana vestendo i panni del filosofo analitico rischia di farle fare la figura del Talete, sorpreso da un fosso durante la contemplazione degli astri.

    Il cuore delle sue argomentazioni risiede infatti nella propensione di ciascun insegnante “a fare meglio” o a “dare il meglio” per il proprio lavoro. Questo, in soldoni, sarebbe il motore immobile del futuro e virtuoso meccanismo di premialità della funzione docente. Posto che, come osserva nel primo commento il signor Jacopo, non esistono meccanismi oggettivi o universalmente riconosciuti per individuare il modo in cui un insegnante da il meglio nel proprio lavoro – altrimenti, pace Invalsi, l’apprendimento sarebbe monolitico e uguale per tutti – lei tralascia la cornice socio-economica all’interno della quale questo conatus laborandi dovrebbe esprimersi. Ovvero, contratti bloccati dal 2009, lavoratori che macinano centinaia di chilometri al giorno e che si troveranno nella situazione di temere le richieste di trasferimento, previsione di taglio della quota di PIL da investire in istruzione dello 0,2% (almeno così recita il DEF). Lei pensa forse che in uno scenario di contrazione della spesa di questo tipo possano nascere delle motivazioni più forti nell’esercizio della professione docente (professione appunto, non vocazione)? Ecco, quanto a questo punto forte della sua argomentazione io temo che sia stato fuorviato dal modello neoliberale del soggetto che agisce la scelta. Modello che postula astratta razionalità cancellandone il contesto materiale.

    Veniamo poi ad un altro passaggio, relativo alle proteste contro il potenziamento della figura del dirigente: “Tuttavia, a me sembra che le paure suscitate da questo potere del dirigente scolastico siano eccessive. Si sono messe in giro molte caricature e macchiette, di dirigenti che potranno assumere gli amici, i figli dei politici ecc., o richiederanno in cambio servigi e asservimento cieco. Tutto questo è pura fantasia. I problemi di corruzione e abuso dei poteri esistono indipendentemente da un modello come quello proposto, che anzi rendendo esplicita la responsabilità del dirigente è più trasparente”. Anche qui lei postula una figura dirigenziale astrattamente razionale, tutta tesa a calcolare cosa può ottimizzare il funzionamento della sua scuola. Sappiamo bene però che in virtù dell’autonomia scolastica, il presunto leader della comunità educativa, si trova spesso a dover gestire un paio di istituti, delegando a docenti fidati o peggio a tetragoni cerchi magici, la governance di una delle due scuole. Mi spiega su quali basi, in virtù della presunta riforma, un dirigente avrebbe a disposizione più informazioni per valutare ed eventualmente premiare (ma il lavoro non era un diritto?) un docente iscritto negli albi territoriali? Un manager che conosce poco la propria azienda, ivi piomba una volta a settimana, stabilendo premi e punizioni, stabilendo chi fa meglio al suo caso e chi no. Non discetto poi della componente di arbitrio soggettivo nella scelta, che lei minimizza ma che in un paese malato di leaderismo e con una concretissima esperienza di autoritarismo politico giocherà la sua parte. Non basterà mantenere al fianco del dirigente il parere consultivo del collegio dei docenti.
    Insomma anche a voler supportare il nucleo razionale della pedagogia neoliberista promossa dal ddl sulla buona scuola mi pare che in arrivo non ci sia niente di nuovo.

    Cordiali saluti,

    Marco

    P. S. Una riforma che pretenda di dirsi tale può non discutere di ordinamenti, didattica, inclusione? Può insomma non partire da bambini e bambine, ragazzi e ragazze, unica, vera, vessata scuola? A me pare che si volesse solo fare del mercato elettorale con i voti dei neoassunti, salvo poi essersi accorti che i precari da assumere, a scuola, non finiscono mai.

  6. Sono assolutamente contrario alla cosiddetta buona scuola. E alle politiche neoliberiste portate avanti dai governi, passati, presenti e futuri. E mi guarderò bene dall’andare alle urne.

  7. Caro Mauro, ormai commovente la tua difesa a oltranza di una riforma inutile negli obiettivi e lesiva della dignità di chi ha sempre insegnato con passione e serietà. Medita sugli intelligenti e circostanziati commenti che il tuo articolo ha ricevuto. Ma davvero insegnare ed approfondire per anni il pensiero di filosofi come Platone, Kant, Hegel, Marx, ecc. ti ha così sfiancato da farti innamorare dei balbettii demagogici dei microcefali renziani in malafede?

  8. Credo che il governo Renzi nel suo primo anno di vita abbia messo in atto tre riforme fondamentali:

    -Con il Jobs Act è riuscito nell’intento di cancellare il diritto al reintegro per i lavoratori ingiusta­mente li­cenziati. Lo ha fatto con la retorica della contrapposizione tra i lavoratori anziani e i giovani non garantiti.
    -Con l’Italicum e l’abolizione del Senato elettivo ha rafforzato un sistema fortemen­te maggioritario che ostacola la possibilità di vedere rappresentato nelle istituzioni il dissenso alle politi­che di austerità. Lasciando tale dissenso nelle mani delle destre populiste e razziste.
    -Con la “buona scuola” prefigura un sistema formativo rifunzionalizzato per rispondere ai bisogni del mondo dell’economia e dell’impresa. A misura, per altro, italiota: chiunque abbia lavorato nella scuola e abbia conosciuto e saggiato il profilo culturale del “dirigente” medio che la abita, sa cosa accadrà.

  9. Concordo con l’analisi del collega Piras, il punto è che le scelte sono trasparenti e da documentare, ed è un tentativo di smuovere un po’ le cose nella situazione imbalsamata della scuola italiana.

    Ah il compito degli organi collegiali NON è quello di frenare il potere del dirigente scolastico!

    ps: ci sono altre cose che tecnicamente non funzionano nel decreto (la nuova formazione richiederebbe la totale riscrittura di decine di leggi e la revisione di come abbiamo recepito alcune direttive europee

  10. Un docente deve dimostrare di “essere bravo” per essere scelto da una scuola e per restarci (cit.). Le virgolette testimoniano l’imbarazzo dello stesso Piras sulle modalità e sulla sostanza della dimostrazione di bravura. Un vero peccato, dunque, che “per ragioni di spazio” non abbia potuto “trattare qui la questione della valutazione dei docenti”.

  11. «[…] mi sembra evidente che i precari che verranno assunti a settembre, pur finendo negli albi territoriali, miglioreranno la loro condizione sia in termini di libertà di scelta che in termini di precarietà»
    Il che equivale a dire: Tutto sommato i minatori a Marcinelle non hanno di che lamentarsi, potevano stare in Egitto a costruire le piramidi. Mi sembra una giustificazione circostanziale e volutamente superficiale che mette retoricamente in evidenza il contentino senza prendere di petto i problemi (perdita di collegialità nelle decisioni, rischio di gestioni poco trasparenti, ecc.), abboccando alla solita contrapposizione renziana già vista nel jobs act.
    Sulla riforma solo due osservazioni: la famosa “autonomia” ha prodotto mostri ovunque sia stata applicata: si pensi alle Regioni o anche -peggio mi sento- alle università. E l’ennesimo finanziamento alle scuole private grida vendetta.
    Non c’è più bisogno di questo pseudo-riformismo, tantomeno se praticato da nicodemisti.

  12. allego la risposta di alcune insegnanti in risposta ad una intervista di un dirigente scolastico di parma.,,, che è anche una risposta indiretta a mauro piras. (fabrizio leccabue)

    Salve a tutti/e,
    mentre oggi pomeriggio saremo nuovamente davanti alla Prefettura di Parma per manifestare le nostre ragioni critiche al DDL 2994 che domattina verrà approvato alla Camera, senza nessun ascolto REALE delle ragioni espresse da 620.000 lavoratori che hanno scioperato il 5 maggio,

    vi inviamo copia della lettera scritta in risposta alle opinioni espresse dal Dirigente Eramo nell’articolo sulla Gazzetta di Parma del 5 maggio.
    http://www.rknet.it/lascuolasiamonoi/index.php?mod=read&id=1431939221

    Cordiali saluti
    Roberta Roberti, Giordano Mancastroppa, Viviana Colla, Cristina Di Patria, Sara Chierici, Myriam Ponticelli, Giovanna Affanni, Francesco Caffarra – La scuola siamo noi- Parma

    Caro Dirigente Scolastico prof. Pier Paolo Eramo,
    scriviamo a lei, in quanto Lunedì 4 Maggio ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta di Parma spiegando le motivazioni della sua mancata adesione allo sciopero unitario del mondo della scuola del 5 Maggio scorso. Scrivendo a lei, vorremmo scrivere a tutti coloro che si riconoscono in ciò che lei ha espresso.
    Avremmo gradito che le sue posizioni, argomentate e precise, fossero state espresse nell’incontro pubblico del 16 aprile, al quale, assieme a tanti altri suoi colleghi, era stato invitato, proprio per capire quale fosse la posizione dei Dirigenti Scolastici in merito al DDL 2994. Ma l’invito purtroppo non è stato accolto da nessuno dei dirigenti contattati.
    Le dobbiamo prendere, quindi, per come sono state espresse dal giornale – alla lettera -e ragionarci, per chiederci, come si sta chiedendo anche lei, quale scuola emergerà dopo gli interventi del Governo e della maggioranza parlamentare.
    Non le nascondiamo che il suo pensiero ha suscitato profonda amarezza in molt* insegnanti della città che conoscono il suo impegno, la serietà e la consistenza dei suoi ragionamenti e provano nei suoi confronti stima e fiducia.
    Constatare la distanza che ci separa nella valutazione del disegno di scuola che il Governo sta mettendo a punto, il disprezzo manifestato per le ragioni della protesta, la lontananza (irrimediabile?) tra Dirigenti scolastici e docenti nell’affrontare questioni che li riguardano insieme, provoca sconcerto e forte delusione. Come se operassimo in mondi paralleli…
    In ragione di questa stima, dunque, e considerando il rispetto presupposto indispensabile per qualunque tentativo di dialogo, le proponiamo alcune nostre argomentazioni.
    Non riprendiamo quelle espresse da Cristina Quintavalla, il giorno dello sciopero, perché già pubbliche e da noi condivise totalmente.
    Riprendiamo, invece, punto per punto ciò che Lei ha dichiarato, e proviamo a offrire qualche spunto di riflessione, aperta e non esaustiva, sulla base dell’ esperienza di anni di insegnamento nella scuola e di impegno nella costruzione di una cittadinanza attiva:
    1) “Questo governo ha invertito una lunga tendenza negativa sulla scuola, sia in termini di valorizzazione della funzione pubblica che di concreti investimenti (l’assunzione di 100.000 precari è di per sé una svolta epocale”.
    Lei, meglio di noi, conosce l’inesattezza e la parzialità di quanto ha affermato. La verità è che si viene da più di un decennio di tagli alla scuola pubblica (questo è l’unico dato certo e sotto gli occhi di tutti): rallentamento del taglio non significa investimento. Come si evince dalla relazione tecnica allegata al DDL 2994, tutto il piano di assunzioni straordinario non implica un solo Euro di spesa in più per lo Stato. Il costo delle assunzioni a tempo indeterminato dei 100.000 precari (in quanto si tratta di personale che già lavorava tutti gli anni per lo Stato e che la Sentenza della Corte Europea ha obbligato a regolarizzare) verrà ammortizzato attraverso la riduzione delle supplenze brevi, il mancato pagamento dei rimborsi per cause legali, il blocco dei salari al settore, il taglio del personale ATA (previsto in Legge di Stabilità), il taglio degli esoneri ai vice-presidi, ecc., ecc. ecc. La scelta di assumere 100.000 persone in un’unica soluzione è una scelta mediatica: di queste 100.000, più della metà, sono persone necessarie alla scuola tutti gli anni per coprire il normale turn-over, tra pensionamenti e copertura di posti vacanti. Meno della metà saranno parte del fantomatico “organico funzionale”: allo stato attuale del testo di Legge, tale organico ha numeri indefiniti, parametri di calcolo indefiniti e funzioni indefinite. Calcolando che i Dirigenti Scolastici dovrebbero formulare un progetto entro fine maggio per averlo a settembre operativo, ci pare pura propaganda mediatica. Per Lei un contratto degli insegnanti fermo dal 2009 e bloccato fino al 2018, con un taglio del MOF di 700 milioni di Euro rispetto a tre anni fa – e in proposito la ringraziamo per essere stato uno dei pochi Dirigenti a Parma a scrivere alle famiglie per segnalare tale criticità – significa valorizzazione della funzione pubblica dei docenti ed investimento reale nella scuola ?
    2) “Concordo con i principi di rafforzamento dell’autonomia, governabilità, valutazione, responsabilità e rendicontazione sociale che stanno alla Base del Disegno di Legge”:
    crediamo che tutti possiamo esser d’accordo su principi così generici, che tuttavia assumono un profilo ben diverso nel testo del DDL 2994 conoscendo il contesto politico e sociale della scuola italiana. Non si può valutare e svalutare contemporaneamente, non le pare? Rafforzare i dispositivi di controllo non favorirà minimamente la costruzione di un’etica della responsabilità, e questo è evidente a chiunque abbia un ruolo educativo. L’autonomia finanziaria della scuole, inoltre, non sarà minimamente rafforzata da questo decreto. Le scuole proporranno una dotazione organica secondo il proprio progetto, ma l’ultima parola spetterà, come sempre, al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Centralistico come prima.
    Governabilità: significa avere più potere come Dirigente e non dover consultare nessuno? Significa non perdere tempo in discussioni? Significa poter gestire il personale in modo più snello e a proprio piacimento? Citando testualmente il DDL 2994, ci dica esattamente che aiuto arriverà alle scuole in termini di governabilità, che attualmente il testo sull’Autonomia non permetta.
    3) “Sono stanco degli slogan populisti buoni per tutte le stagioni e privi di contenuto propositivo”:
    per noi è drammatico che da 10 anni il mondo della scuola ribadisca preoccupazioni che lo Stato, nel rispetto della propria Costituzione, avrebbe già dovuto provvedere a fugare da tempo. La scuola è un organo istituzionale dello Stato, con precise funzioni, volte a garantire pari opportunità a tutti i cittadini. Se lo Stato stesso adotta formule di organizzazione e finanziamento che mettono in discussione tale diritto per tutti e per tutte sta venendo meno al proprio dovere. Ed è compito nostro, come docenti, come Dirigenti Scolastici, come genitori, segnalarlo. Non ci pare che, come Dirigenti Scolastici, a fronte del ventilato taglio dei servizi per disabili del Comune di Parma, abbiate risposto che le proteste erano slogan populistici, buoni per tutte le stagioni. Avete affermato il diritto dei bambini ad avere quanto necessario. La stessa cosa stiamo facendo sui contenuti del DDL 2994 che vanno contro il dettato costituzionale. In quanto a proposte, Lei sa benissimo, perché era ad uno degli incontri pubblici sul tema, che c’è una Legge di Iniziativa Popolare denominata “Per una Buona Scuola della Repubblica” (scritta nel 2006, in tempi non sospetti in quanto ad assonanza di nomi), depositata presso i due rami del Parlamento ed in attesa di una discussione contestuale al DDL 2994. Se il Governo userà il ricatto dell’assunzione dei precari per trascinare a ritmi forzati l’approvazione del DDL entro il 20 maggio alla Camera, non sarà certo la dimostrazione della volontà di ragionare con competenza e nel merito sulle proposte in campo. Dunque, chi si è rifiutato di ascoltare?
    4) “stanco delle rivendicazioni irrealistiche che hanno l’unico effetto di aumentare lo scontento e la frustrazione di chi a scuola ci lavora, lasciando tutto come prima”:
    per quanto ci riguarda, non abbiamo mai condotto una lotta per mantenere lo status quo. Se però “cambiamento e Riforma” significano gli 8 miliardi di tagli della Riforma Gelmini, gli 80.000 docenti in meno, la scuola fatta di spezzatini, il tempo scuola ridotto in tutti gli ordini di scuola, allora meglio difendere il passato, perché aveva un valore indiscutibile. Perché Lei, che crede tanto nella valutazione, non rende pubblica una serena e fondata valutazione degli effetti della Riforma Gelmini sulla qualità della scuola italiana?
    TUTTI , organi nazionali e internazionali ne riconoscono gli effetti nefasti : purtroppo, il piano straordinario annunciato mediaticamente dall’attuale Governo non riuscirà a rimediare ; tra l’altro il DDL 2994, che pretende di riscrivere da capo a piedi la Scuola Italiana , contiene 13 deleghe in bianco al Governo su ben 13 temi diversi . Ma non c’è traccia di un provvedimento semplicissimo: l’abrogazione dei capitoli della legge Gelmini.
    E’ una rivendicazione irrealistica quella di avere una scuola all’altezza di chi la frequenta e della complessità dei problemi che affrontiamo giorno dopo giorno? E’ irrealistico chiedere che, per riformare l’impianto della scuola pubblica nazionale, si parta dagli studi e dalle esperienze psicopedagogiche nazionali e internazionali, e da lì si proceda con sperimentazioni graduali che coinvolgano direttamente le insegnanti e gli insegnanti?
    E’ irrealistico chiedere condizioni di lavoro degne? Lei, signor Dirigente, ha ritenuto degno e doveroso fare sciopero, alcuni mesi fa, per rivendicare uno stipendio degno, in comparazione alle responsabilità che Le si chiedono come Dirigente. Ne ha illustrato le ragioni in una lettera pubblica alle famiglie. Quindi perché ora mostra una così aspra incomprensione per ciò che hanno fatto 618.000 docenti, ATA e dirigenti della scuola pubblica statale italiana? 618.000, cioè l’80% del personale totale.
    Irrealistico chiedere che la scuola pubblica statale funzioni con i soldi dello Stato (presi dalla fiscalità pubblica), senza contributi volontari, 5×1000, donazioni detraibili al 65%, school bonus o altre amenità che generano soltanto competizione e iniquità?
    5) “la sensazione più forte è che questo sciopero serva quasi esclusivamente ai sindacati, al loro tentativo di ritrovare un ruolo sociale e politico nel confronto con il governo, ma c’entri ben poco con la nostra vita quotidiana nelle classi”:
    non torniamo a ricordarle che la pensa diversamente la stragrande maggioranza di chi ha scioperato, perché non crediamo siano i numeri a dire la verità delle cose, qualsiasi sia la maggioranza. Crediamo che le adesioni allo sciopero e alla mobilitazione di questi mesi da parte del mondo della scuola siano profonde, sincere, non corporative e “personali”: il fatto che vadano ben oltre il ruolo e le istanze dei sindacati è dimostrato dalla miriade di iniziative extrasindacali nate ovunque in Italia, le cui ragioni saranno riproposte fino a quando troveranno ascolto VERO. E hanno, invece, moltissimo a che vedere con la nostra vita quotidiana nelle classi, che è ogni giorno più faticosa e frustrante e non migliorerà di una virgola senza compresenze, senza le ore di sostegno necessarie, senza una formazione qualificata e seria, senza una valutazione che abbia l’obiettivo di intervenire per migliorare, senza collegialità, senza fiducia e riconoscimento per il nostro ruolo e la nostra professionalità. Da voi Dirigenti, che siete stati insegnanti prima e che dovreste continuare ad esserlo insieme a noi, che avete sotto gli occhi e sulle spalle le stesse nostre fatiche, ci aspettavamo molta più considerazione e solidarietà.
    Roberta Roberti, Giordano Mancastroppa, Viviana Colla, Cristina Di Patria, Sara Chierici, Myriam Ponticelli, Giovanna Affanni, Francesco Caffarra – La scuola siamo noi- Parma

  13. Anche tralasciando tutto il resto, basterebbe la questione del curriculum dei docenti che il preside in vena di assunzioni va a consultare (!?!) a invalidare la questione intera. Il professore di liceo non è un docente universitario obbligato a pubblicare e a fare ricerca. Il prof di liceo (io, per esempio) è l’umile divulgatore di un sapere che in grandissima parte gli viene da altri. La sua forza sta nella quantità e qualità di questo sapere, nel modo di organizzarlo e comunicarlo, nella capacità di collegare, mostrare parentele e nessi fra cose lontanissime, attualizzare, paragonare, inventare strade per collegarlo con la realtà dei ragazzi. Cose che nascono dalle proprie letture e dalla propria voglia di stare in classe, dalla voglia di ascoltare ragazzi e il loro mondo alieno, dal gusto di mettere insieme pianeti lontanissimi.
    In quale curriculum potrebbe stare scritto tutto questo? Se lo sai fare o no, lo sanno giusto i ragazzi che hai in classe.
    Il curriculum dei prof è in larghissima parte scritto in fotocopia: laurea , abilitazione, tot anni di insegnamento. Poi ci sono i mitici ‘progetti’, che spesso sono aria fritta, ma fose d’ora in poi ‘faranno curriculum’: introducendo un elemento di valutazione molto ambiguo, ma dall’apparenza oggettiva. Che ne sa un preside di come sei in classe? niente. Che ne sa che corrispondi al suo progetto didattico? chiedo sul serio, senza neanche polemizzare: come cavolo fa a saperlo? o ti conosce (ma allora siamo nel nepotismo clientelismo ecc) oppure va a caso. O ascolta le affidabilissime voci di corridoio, informatori, spie, adulatori e lecchini…Sembra Tacito che parla di Tiberio, ma per piacere.
    E poi: quanti presidi hanno una dignità intellettuale e culturale sufficiente per elaborare un vero Pof? E con quanta libertà. esattamente? Quanto arbitrio? con quali garanzie di un sistema di istruzione comunque omogeneo sul territorio nazionale (e per classi sociali?). Rischiamo di finire come nel film di Moretti, la scuola Marylin Monroe, se ricordo bene.
    E poi: quante deleghe in bianco sono state lasciate al governo su questioni fondamentali? A me vengono i brividi a pensare alla Boschi che legifera sulla scuola, per esempio. Quella che ha detto a Rodotà di stare zitto perché è vecchio, per esempio. E legiferare sulla scuola non dovrebbe essere una questione di immenso impegno, con un dibattito serio su quale cultura e quale formazione? perché tutta questa fretta?

  14. Mi limito alla pars destruens, perché anche io sto cercando di scrivere del ddl (l’ho letto, infine) e rimando perciò a quella sede l’argomentare disteso.

    1) Nel ddl per ora c’è scritto che i nuovi contratti si rinnovano dopo 3 anni. Punto. Fine della titolarità di cattedra. Che le cose andranno così bene come dice Mauro e che i docenti, se sono bravi, possono stare tranquilli, è ancora da dimostrare. Si chiama prova dei fatti.

    2) Nel ddl si parla di valutazione e al momento i criteri della valutazione sono o vaghi e inesistenti, o ridicoli. Vaghi: i soldi dati per merito ai docenti dai presidi. Dati come? Che cosa è buona innovazione? (E, che so, la buona conservazione dell’esistente?). Ridicoli: nelle deleghe al Governo sulle nuove modalità di formazione e reclutamento si parla di una commissione, che valuterà il tirocinante alla fine del triennio formativo, composta da genitori e studenti, anche. Mauro mi ha già detto che anche lui la ritiene una cosa ridicola.
    Bene, però sta scritta lì. (E io sospetto perché. Cfr. punto 4)

    3) In questo dibattito invoco la sospensione del giudizio su una materia: chi è cieco perché ideologico e corporativo e chi è spassionato e pragmatico. Chissà perché oggi questa distinzione funziona a senso unico e gli ideologici sono sempre i critici, mentre i filogovernativi è tutta gente che lavora con le maniche arrotolate
    (Mi rivolgo ad Angelo).

    4) Il Pd voleva fare una riforma ben più liberista di quella che esce dalla Camera, basta leggersi i commi cassati dai lavori della Commissione. Voleva, ma non ha avuto il coraggio.
    Ma la direzione è tracciata. Basta aspettare il prossimo cambio di Governo, tanto di riforme della scuola se ne fa una nuova ad ogni rotazione di cariche.
    Questa non è malignità ideologica, illazione, schizzo di veleno: è uno sguardo politico.

  15. quanto ho letto offende la categoria di persone che con impegno e de dizione lavorano ogni giorno a scuola in condizione, a volte, disumane, privi di supporti didattici, professionali e umani necessari.

  16. Da lettrice attenta di ciò che scrive Mauro Piras, apprezzo l’equanimità ma dissento da molto che qui è scritto. Molte, caro Mauro, mi sembrano petizioni di principio.
    Esempio: la confutazione ai timori di chi chiederà un trasferimento non si regge. Non è possibile dire che oggi il docente “se non c’è posto in quelle scuole, e ha indicato anche il comune o la provincia, viene assegnato d’ufficio dove c’è posto”, mentre con la Buona scuola…. verrebbe forse chiamato dove non c’è posto? Direi che non c’è cambiamento.
    Mentre dire che sia meglio poter contare, per l’avvenire, sempre e soltanto su un contratto rinnovato ogni tre anni (se no, qualunque sia la tua esperienza, torni a muoverti su un organico provinciale) sia meglio che contare su un inserimento permanente negli istituti da te prescelti, beh… come possiamo giudicarlo? Non è ottimismo, è paralogismo.
    Idem per la critica all’anzianità come criterio che, lo si ami o no, protegge il docente. In graduatoria, anche se non sei valorizzato, sai che da un certo momento in poi non c’è conflitto possibile con un dirigente che ti possa schiodare.
    Quando e se mi capitasse di chiedere di nuovo il trasferimento (ci stavo pensando), a queste condizioni mi si accapponerebbe la pelle. Proprio perché non è affatto assicurata la “valutazione del merito” sia al momento dell’accettazione, sia al momento della conferma. Nel primo caso: sono una docente con esperienza e titoli, può bastare il mio curriculum, voglio sperare (dato che NON c’è valutazione oggettiva del “merito”). Ma a cosa mi varrà di fronte ad un insegnante che il dirigente o docenti dell’istituto conoscono e “sanno che è bravo”? Basterà fidarmi delle motivazioni esplicite per la nomina?….. Mi devo preparare a ricorsi, oppure a rientrare in un organico provinciale, e magari essere inserita altrove per mansioni diverse dalle mie discipline d’insegnamento? E alla scadenza dei tre anni: qualcuno vorrà dirmi che, se si riducono le cattedre e io sono più apprezzata di colleghi di servizio inseriti in graduatoria con punteggio più alto, sarò confermata io e allontanati loro? Voglio proprio vedere.
    No, questa idea del rinnovo triennale mi sembra indigeribile. O meglio, può servire in una prima fase, per osservare l’inserimento di un docente e, se non è apprezzato il suo lavoro, effettivamente allontanarlo. Posso ben comprendere. Ma dopo la conferma al termine dei tre anni il contratto deve diventare permanente. Pena un precariato a vita che mi sembra una condizione umiliante e umanamente costosissima, oltre che ingiusta.
    Mi permetto di segnalare altresì che, sul tema della valutazione del “merito” dei docenti su cui gli equivoci sono imbarazzanti ho pubblicato un contributo sulla rivista del Cidi, a questo indirizzo http://www.insegnareonline.com/orizzonti/cambiare-scuola-davvero/ragioniamo-valutazione-docenti

  17. Mi piace questo punto 2) di Tommaso Franci – orari dimezzati per gli insegnanti in classe e fuori (riunioni e burocrazia varia): con il tempo risparmiato da impiegare nello STUDIO AUTONOMO; In pratica, 9 ore di lezione in classe, metà delle classi, dei compiti, delle riunioni e il resto del tempo per far finta di studiare, tanto nessuno poi valuta quel che facciamo :-) Ovviamente allo stesso stipendio.

  18. Caro Mauro, questa serie di articoli che stai scrivendo e’ di gran lunga la migliore, piu’ seria e circostanziata analisi del progetto di riforma che si possa trovare in circolazione. Le sto facendo molta pubblicita’. Mi fa piacere che il tempo non abbia offuscato la tua cristallina intelligenza.
    Un caro saluto
    nunzio

  19. Mi sembra che questo post di Piras affronti alcuni aspetti importanti dell’introduzione del “new public management” nella scuola, cioè dell’introduzione di principi di gestione aziendale all’interno della scuola pubblica. Sarebbe importante distinguere il problema della gestione da quello della natura o della funzione – e per ora non vedo il modo in cui questa riforma cambi la funzione o natura pubblica della scuola.

    Mi sembra che le obiezioni alla riforma valide siano di due tipi. C’è chi contesta contesta l’introduzione del “new public managment”; in questo caso, non c’è nulla da salvare della riforma ed è che chi la pensi così vi si opponga decisamente. C’è poi chi contesta come il modo in cui la riforma articola l’introduzione del “new public managment”. Ed è bene che chi la pensi così discuta a fondo dei dettagli; perché, come si dice, “il diavolo sta nei dettagli”.

    Comunque la si pensi, mi sembra che discutere di “new public management” sia importante, magari proprio per contestarlo radicalmente e proporre altri modi di innovare la gestione dei settori pubblici. E così è importante discutere di un altro tema che è al centro della riforma: è quello dei giovani (quelli fra i 15 e i 24 anni) che non lavorano, non studiano e non sono in formazione (i cosiddetti NEETS), il cui numero è fuori da ogni equilibrio – se non ricordo male è salito intorno al 40% ed è uno dei più alti all’interno paesi UE. E questo è un problema gravissimo, perché si rischia di perdere una generazione.

    Dopo 20 anni persi a discutere di cose che non avrebbero meritano nessuna discussione, mi sembra un segno positivo per la qualità del dibattito pubblico e la democrazia italiana che si discuta di problemi così importanti.

  20. @marco

    peccato che il punto subito successivo a quello che tenti di ridicolizzare parlava proprio di “verifica dell’operato degli insegnanti”; magari puoi dire che non ti piacciano le mie abbozzate idee di verifica o valutazione ma non che non le ho previste …

  21. @ alessio baldini: stia attento ad accostarsi ai docenti italiani con tutto quell’inglese… potrebbe essere immediatamente tacciato di neoliberismo.
    Io però devo dirle che ha capito pienamente lo spirito del pezzo di Piras: è in gioco il funzionamento della scuola come sistema nazionale pubblico di istruzione, che dai dati che lei cita, e che dovrebbero essere gridati nelle piazze, mi pare molto cattivo. Questo tentativo di cambiamento è sicuramente imperfetto, e attende la prova dei fatti. Ma da qualche parte bisogna cominciare. I docenti dovrebbero, insieme ai Dirigenti, farsi un bell’autoesame in una prospettiva di sistema e smetterla di guardarsi l’ombelico. Perché malgrado tutti i loro benemeriti sforzi, non va, proprio non va: gli studenti vanno da una parte, e loro dall’altra. E’ talmente evidente.

  22. Cari amici,
    ho scritto questo pezzo per cercare di chiarirmi le idee su questi due punti (albi territoriali e chiamata dei docenti), diciamo per cercare di capire perché sono a favore, dal momento che ne sono sorpreso anch’io. Avevo bisogno di un confronto. Ringrazio quindi i commenti critici su questi temi, ai quali ora cerco di rispondere. Tralascerò invece i commenti che si limitano a raffinate ironie letterarie (Abate), vaghe generalità utopiche (Franci), rifiuti apodittici (Falcone), paternalistici sensi di superiorità (Kurschinski), liquidazioni forse un po’ troppo sbrigative (Zinato), iperboli fuori luogo (Tirinanzi), indignazioni non negoziabili (Giuseppe).
    Ovviamente, ringrazio Angelo, Fabio Milito Pagliara, Marco (mi sembra), Nunzio (ciao Nunzio, che piacere ritrovarti!) e The Real Guy per il loro apprezzamento.
    Vengo alle critiche.

    Caro Jacopo,
    fare bene il proprio lavoro, nel senso banale che intendo nel testo, è facilmente riconoscibile: io ho detto semplicemente che per scegliere un docente le sue competenze devono essere adeguate a quello che serve alla scuola, secondo il Piano triennale; e che se alla fine del triennio il docente ha fatto quello che gli è stato chiesto, e la scuola ha sempre bisogno di quelle competenze, non ci sono ragioni per mandarlo via. Un preside che lo facesse si metterebbe nei guai.
    Inoltre, non credo per niente che il lavoro di un docente non sia valutabile, o sia difficilmente valutabile. Allora anche il lavoro di uno studente lo è, e molto. Eppure noi ci prendiamo la libertà di valutarli gli studenti, a volte persino di fargli perdere un anno di studi.
    Io non ho parlato di un senso di responsabilità astratto dei presidi, ma del fatto che i vincoli giuridici in cui si muovono li espongono, quindi non hanno interesse ad abusare del loro potere.
    Un’altra cosa: ormai rifiuto del tutto l’argomento “in Svezia o in Lussemburgo (che poi il Lussemburgo, bah…) si può, ma da noi no, perché siamo in Italia”, per due ragioni: 1) è largamente un luogo comune; 2) è un modo per sottrarsi a modelli istituzionali che impongono la responsabilità individuale: “poiché da noi c’è il rischio corruzione, meglio non lasciare troppa libertà di scelta, cioè sottraiamoci alle scelte”. Ma questa de-responsabilizzazione della maggioranza dei non corrotti facilita il lavoro della minoranza corrotta, che tanto trova il modo di aggirare anche i sistemi più rigidi (anzi ci sguazza).

    Caro Marco Ambra,
    sul senso in cui intendo il “fare bene”, ho già detto rispondendo a Jacopo.
    E ribadisco il secondo punto: per quanto non esistano metodi oggettivi per valutare un insegnante, esistono però dei metodi per valutarlo. Se nella vita facessimo solo quello che è oggettivo e universalmente riconosciuto staremmo freschi. E il rifiuto della valutazione, con questo argomento che valutare è difficile, mi sembra poco giustificato. La valutazione del lavoro dei docenti serve, cerchiamo di lavorarci. Altrimenti io mi rifiuto di valutare i miei studenti, perché valutare loro è molto più difficile. Adotterò il metodo del maestro Manzi. Ma esigerò che qualsiasi docente che non vuole farsi valutare adotti questo metodo.
    Quanto al contesto sociale, capisco i problemi. Ma se ognuno di noi trova che sia impossibile fare di più e meglio a causa di queste condizioni sociali di contesto, allora si sottrae alla propria responsabilità individuale. E mi sembra che esageri un po’. Intanto, le condizioni dei docenti sono varie. Alcuni sono in condizioni più disagiate, altri meno. Quindi ognuno deve assumersi la responsabilità della propria situazione. Se la smettiamo di piangerci addosso possiamo fare molte cose, per gli studenti, anche se non ci aumentano lo stipendio.
    Sulla difficoltà di scegliere, da parte del dirigente, negli albi territoriali, rispondo nella replica all’amica Lorena (lacurra).

    Cara Antonella Lanza,
    in quella frase ho messo le virgolette perché stavo cercando di sintetizzare la critica a questo punto. La mia posizione viene dopo, e l’ho ripreso all’inizio di queste repliche, e la riprendo ancora qui: la logica della scelta data alla scuola vuol dire solo che questa sceglie la persona con le competenze adeguate, e se questa persona svolge quel lavoro non c’è ragione di mandarla via. E, ripeto, se un preside lo facesse, con logica “competitiva”, si esporrebbe a cause del giudice del lavoro.
    La questione della valutazione, invece, riguarda l’unico punto del ddl in cui è stata relegata: l’attribuzione dei bonus ai docenti, come forma di premialità. Questo è un punto che ritengo sbagliato: perché la valutazione agganciata solo a questi premi è davvero competitiva, e poco efficace; perché non ci sono criteri; perché il dirigente ha troppi margini; perché il Comitato di valutazione è mal costituito. Tuttavia, dobbiamo deciderci ad accettare e proporre un modello di valutazione, noi docenti, se vogliamo fermare improvvisazioni come queste.

    Caro Fabrizio Leccabue,
    rispondo solo sul punto 2), perché non era mia intenzione intervenire qui in generale sul ddl (per una visione più generale rimando al pezzo che ho pubblicato sul sito di “Internazionale”).
    Se si rafforza l’autonomia, soprattutto dei dirigenti, è normale rafforzare i meccanismi di controllo. E’ proprio questo che aumenta la responsabilità: mettere meno vincoli all’inizio, dare più libertà di decisione, e poi valutare i risultati.
    Non è vero che il dirigente scolastico deciderà senza consultare nessuno, gli organi collegiali restano tali e quali. Sul fatto che le scelte non saranno “a proprio piacimento” ho già risposto.

    Cara Lorena (lacurra),
    la questione del curriculum è complicata, ma ci sono due problemi da separare.
    1) Non è vero che i curriculum sono tutti uguali, anche tra i docenti. Ormai tantissimi di noi hanno percorsi molto diversi, quindi è giusto che questi percorsi si conoscano, e possano essere presi in considerazione. Es.: se un professore di scienze ha un’ottima competenza in tedesco, potrebbe essere interessante per un linguistico che vuole attivare un clil di scienze in tedesco.
    2) Il problema più serio è quello che poni tu: ma a parità di curriculum “visibile”, o addirittura in condizione di inferiorità, su questo terreno, un docente potrebbe essere molto bravo nel lavoro in classe, perché si concentra solo su questo. Qui entra la valutazione. Se ci sforzassimo di far partire un sistema decente di valutazione dei docenti in classe, questo problema si potrebbe risolvere.
    Io non snobberei i progetti.
    I presidi non devono elaborare i Pof da soli, ma esattamente con le stesse procedure di adesso (guardate l’ultima versione del ddl, che ora si chiama Ddl 1934 del Senato).
    La fretta è un problema, certo. Ma senza fretta, in questo paese, non concludiamo niente. Da più di vent’anni.

    Caro Daniele,
    1) nell’ultima versione del Ddl le cose non sono così semplici. Ecco il testo: “Il dirigente scolastico formula la proposta di incarico in coerenza con il piano dell’offerta formativa di cui all’articolo 2. L’incarico ha durata triennale, rinnovabile in coerenza con il piano dell’offerta formativa. Sono valorizzati il curriculum, le esperienze e le competenze professionali e possono essere svolti colloqui. La trasparenza e la pubblicità dei criteri adottati, degli incarichi conferiti e dei curricula dei docenti sono assicurate attraverso la pubblicazione nel sito internet dell’istituzione scolastica” (art. 9. c. 3). Qui ci sono dei vincoli.
    2) Il mio testo non era sull’articolo relativo alla valutazione. Il mio giudizio al riguardo è negativo, l’ho detto nella risposta a Antonella Lanza. Ma serve un’analisi specifica.
    3) Concordo su questo punto. Io eviterei approssimazione e ideologismi per tutti.
    4) Ogni volta che leggo le parole “liberista” e “neoliberista” mi cascano le palpebre. Come “capitalismo”, è una parola che serve a spiegare tutto, cioè niente.

    Cara Nicoletta,
    oggi non si sceglie la sede, se in quella sede non c’è posto sulla base delle graduatorie. Con la riforma a decidere non sono le graduatorie, ma l’incrocio tra competenze del docente e esigenze della scuola: potrebbe essere più ragionevole, meno capriccioso.
    Il problema dell’anzianità è che se non c’è conflitto con il dirigente che ti possa schiodare, questo vuol dire anche che se tu fai male il tuo lavoro nessun dirigente potrà spingerti a farlo meglio. Non ha, oltre una certa anzianità, nessun potere nei tuoi confronti. Questo è un problema per la scuola, per gli studenti.
    Continuo a ripetere che la valutazione non entra direttamente nella questione degli incarichi triennali. Questi si devono fondare sul curriculum, su dati pubblici, e su colloqui.
    In ogni caso, i problemi ci sono. Io cercavo di far notare che un sistema in cui le scuole scelgono può essere giustificato. Anche io, nel pezzo su “Internazionale”, avevo proposto gli incarichi triennali solo come transitori. Può essere una soluzione. Qui ho ipotizzato una generalizzazione per vedere meglio i problemi.

    Caro Baldini,
    sì, credo che sia un problema del genere. Ma non la vedo necessariamente come una gestione aziendale. I sistemi in cui i docenti vengono scelti dalle scuole sono tanti in Europa, non sono necessariamente ispirati al mercato.
    Io credo che ci siano due opzioni sul terreno:
    1) o le scuole ricevono dei docenti nominati burocraticamente dall’alto, ma questi docenti hanno dei punteggi in graduatoria determinati anche da periodiche valutazioni di merito;
    2) oppure le scuole scelgono i docenti, in qualche modo, e in tal caso non servono punteggi e graduatorie “di merito”.
    Ma non possiamo più tenerci un sistema in cui tutto è deciso meccanicamente da graduatorie che con il merito non hanno niente a che fare, perché questo provoca troppe discontinuità e rende del tutto casuale, per gli alunni, avere buoni o cattivi docenti. Tutte le mamme lo sanno.

  23. Vorrei affrontare un punto specifico, predendo spunto dalla risposta data da Piras a Jacopo, quando dice:
    “…per scegliere un docente le sue competenze devono essere adeguate a quello che serve alla scuola, secondo il Piano triennale; e che se alla fine del triennio il docente ha fatto quello che gli è stato chiesto, e la scuola ha sempre bisogno di quelle competenze, non ci sono ragioni per mandarlo via…”

    Ecco, direi che questo è un punto cruciale, viene elaborato un piano triennale, la cui scelta viene sempre più affidata al preside indipendentemente dal modo formale con cui viene approvato, come conseguenza inevitabile dell’incremento evidente del suo potere e dei suoi margini di discrezionalità che il DDL gli conferisce. A sua volta, il preside sarà obbediente ai suoi superiori su su fino ad arrivare al governo.
    Possiamo sinteticamente dire che questi piani triennali saranno sempre più piani governativi.

    Mi chiedo se ciò è quello che vogliamo, che concezione del sistema politico liberaldemocratico abbiamo se non riusciamo a comprendere la differenza che sempre va salvaguardata tra stato e governo, di come il governo debba restare solo una tra più parti in causa.
    Questa gerarchizzazione che il DDL prevede non può che rendere sempre meno plurale il sistema perfino nello snodo così delicato del sistema di istruzione. Se cioè si permette al governo anche solo di fatto di stabilire cosa la scuola debba trasmettere alle nuove generazioni, in cosa il nostro sistema politico sarà differente da uno dispotico? Fare bene il proprio lavoro non può coincidere con il corrispondere a certi standard centralmente determinati, anzi è fondamentale avere un’area che resista agli ondeggiamenti del pensiero dominante,come dire che debbono esistere molti differenti modi di fare bene il proprio lavoro, e tutto ciò non può essere valutato attraverso uno schemo rigido e preordinato.

    Come altri hanno detto, abbiamo già di fronte il disastro che è già avvenuto nell’Università attraverso la legge 240 (Gelmini) e l’istituzione dell’ANVUR.
    Il problema non è la valutazione, un’attività tipicamente umana a cui non possiamno opporci come sempre è stato, il problema è la burocratizzazione della valutazione, il costringerci a esprimerla in un numero attraverso algoritmi arbitrari se non palesemente guidati da un organismo designato dai politici e che hanno il privilegio di non doversi sottoporsi alal valutazione che impongono agli altri.

  24. Caro Mauro,

    1) io sarei disponibile a scelte in ingresso dei docenti tramite cv, garantendo però poi la titolarità di cattedra fino a che il docente stesso non decida di andarsene, una volta visto che lavora almeno dignitosamente (o pensiamo che domani avremo masse di geni della didattica solo perché c’è il pungolo della valutazione e della perdita di incarico in una scuola? Gli insegnanti sono centinaia di migliaia, non possiamo fare di tutti dei maestri Manzi o degli Emma Castelnuovo).
    Sarei disposto anche a forme di valutazione, diciamo per brevità intersoggettive ed ermeneutiche, informali, collaborative. Il livello medio si alzerebbe, ma a me pare che oggi ciò che più preme sia “circondare il lavativo e farlo fuori”. Così, per accalappiare quel solo ladruncolo o quel gruppetto di ladruncoli, ci circondiamo di telecamere e ci facciamo controllare tutti (gli studi sulla governamentalità e sulla valutazione come sistema di controllo biopolitico non si possono liquidare, vanno meditati).
    In ogni caso, il problema della scuola italiana oggi sta nel manico: la formazione universitaria non prepara alle sfide dell’insegnamento, la cultura accademica si è scollata dalla cultura fuori dall’accademia e dall’insegnamento; in Italia il problema del precariato si è creato anche perché molti laureati in tante materie non trovano lavoro e convergono sulla scuola come ripiego, insomma ci sono profonde cause culturali e socioeconomiche dietro ad alcuni nostri problemi.
    Ma davanti a questo si sceglie quasi ormai per tic l’unica ricetta che si conosca, la precarietà, perché agitato e con la pistola alla tempia lavori meglio (sono metafore, eccessive, grossolane), invece di occuparsi di ripensare il nesso organico e necessario tra cultura, luoghi dove la si forgia, luoghi dove la si divulga, società (tema assente ormai da tutte le riforme della scuola, nessuna esclusa) o di curare la formazione e il reclutamento, di stabilizzarli, di uscire dall’emergenzialità, di creare una nuova normalità (su cui il ddl in effetti interviene. Ma non basta: ci deve mettere anche l’impianto competitivo, autonomista, fondato sulla valutazione come panacea di tutti i mali, sistema che per brevità chiamo “neoliberismo”).

    2) A proposito di “neoliberismo” e “liberismo”: se chiedi ai pesci cosa sia l’acqua, non sanno di che parli. Ma ne sono circondati.
    Figurarsi se intendevo con una frase tirata via e lapidaria fare un’analisi critica del sistema in cui viviamo. Andavo all’ingrosso. Ma di qui a negare che la mia frase avesse un senso perché l’acqua non esisterebbe ne passa. A me invece non si abbassano le palpebre, esce un sospiro di tristezza.

    Cara Mariangela, per quanti sforzi facciamo per cambiare, dici che le cose non cambiano? Non lo so, a me non pare, entrando ogni giorno in classe. Questo per quanto riguarda gli sforzi dei singoli (quanto pessimismo, quanta amarezza, quanta sfiducia negli essere umani, redimibili solo dal sistema).
    Per quanto riguarda invece gli aspetti di sistema. Se parli coi colleghi più anziani, per esempio, molti osservano che i nuovi docenti hanno tutti conoscenze e competenze didattico-pedagogiche che loro non hanno, o che si sono dovuti costruire con gli anni per intuizione. E’ successo che in questi ultimi anni la formazione dei docenti è cambiata, e cambierà anche, lentamente, la scuola che quei docenti faranno. Ogni processo di cambiamento storico ha molte inerzie, molti sprechi (sfiderei chiunque a dire che l’esperimento formazione postlaurea dei docenti sia stato impeccabile), ma procede.
    Ma non basta mai, l’insoddisfazione di tutti noi inquieti deve sempre rilanciare, sforzare la massa inerte della storia più in alto.

  25. Grazie a Piras per questo interessante post.

    Avanzo due proposte per completare la riforma della scuola (da Buona a Ottima):

    1) reclutamento del personale docente con il metodo UBER. Chi è interessato (niente licenze, autorizzazioni, lauree, abilitazioni, concorsi, cittadinanze, etc.) si affilia al software inserendo il cv e la foto, il preside chiama secondo la bisogna, paga secondo legge di mercato (meno chiedi più lavori), la scuola si prende la percentuale sullo stipendio, il preside un fringe benefit se garantisce un profitto, l’insegnante non si fossilizza nel ruolo, gira il mondo, vive nuove sfide e avventure: diventa insomma un migrante, come già auspica la Presidente Boldrini per tutti noi.

    2) i programmi scolastici si decidono ciclo scolastico per ciclo scolastico in ciascuna scuola, mediante sondaggio fra gli utenti (studenti maggiorenni+ genitore 1 + genitore 2). Il preside propone un ventaglio di offerte formative, vince la più votata. Questo provvedimento garantirà a) il multiculturalismo (in una scuola i cui utenti siano in maggioranza mussulmani, vincerà il programma di storia “Da Maometto al Nuovo Califfato”, in una scuola a maggioranza leghista il programma “Risorgimento Genocida”, etc.) b) la democrazia (la maggioranza ha sempre ragione) c) l’adeguamento quasi istantaneo al progresso dei tempi e al mutamento delle opinioni (corollario di b).

    Se le mie proposte troveranno appoggio, sarò lieto di esporre nei dettagli un progetto risolutivo dei problemi dell’istruzione:il Progetto Lemming.

  26. Davvero un ottimo commento quello di Lo Vetere!
    Sulla valutazione (sempre arbitraria nella nostra professione che richiede contemporaneamente conoscenza della materia e capacita’di trasmetterla rendendola accessibile, mai disgiunte da pazienza, capacita’ di ascolto e sensibilita’ umana necessariamente notevolissime) e’ davvero indispensabile sentirci puntata la pistola alla tempia da chi non insegna piu’ da anni e anni (dirigenti) o da chi e’ professionalmente del tutto incompetente (genitori e allievi)? Io sono riuscito, nel mio piccolo, a cercare di dare, in oltre 25 anni di servizio, il mio massimo, proprio perche’ mi sentivo LIBERO! Metteteci le briglie e, o voi filogovernativi, vedrete che i mediocri e gli incapaci resteranno tali, mentre i motivati e competenti cominceranno a lavorare con amarezza e frustrazione, rendendo meno. E’ il vostro obiettivo, o renziani illuminati sulla via di Damasco? Non avete ancora capito che insegnare non e’ un lavoro impiegatizio, misurabile in termini di produzione quantificabie?

  27. Lavoro nella scuola pubblica della 1995. In vent’anni nessun dirigente mi ha mai ascoltato in un colloquio di lavoro preventivo, nessuno è mai stato presente alle mie lezioni per valutarle, o per spostarmi eventualmente da un corso a un altro più adatto, o per redigere delle note caratteristiche che riguardano la mia professione.
    Nessuno dei miei (pochi) pessimi colleghi è mai stato licenziato, con la conseguenza che diversi miei alunni hanno sbattuto la testa al muro per la rabbia e l’impotenza, sentendosi impreparati ad affrontare il mondo del lavoro o l’università.
    Una volta sono stato mandato via da una scuola non per demerito, ma perché “perdente posto” sulla base di una graduatoria di anzianità. Ma l’anzianità di servizio è un merito solo se sei licenziabile. Altrimenti, è un furto nei confronti della collettività, un automatismo demotivante.
    In Italia si sceglie l’anzianità non perché l’anziano è più esperto e valido, ma perché siamo eterni democristiani, buonisti, familisti.
    Come scrittore vado incontro a tutti gli incerti del mestiere (editoria, pubblico, critica). Come docente di Stato vorrei tre cose:
    1) essere scelto, nel tempo;
    2) essere valutato, da più persone e anche qui nel corso del tempo;
    3) essere pagato (visto che il mio stipendio grottesco è a malapena un rimborso spese).
    Altra cosa: abbiamo paura che i dirigenti assumano solo con metodi nepotisti e mafiosi. Benissimo: lo facciano. Se i docenti assunti mafiosamente saranno bravi, saremo tutti contenti. Se saranno pessimi, la scuola sarà pessima e chiuderà, lasciando spazio a un’altra virtuosa. Se in un dato territorio la stragrande maggioranza degli abitanti è mafiosa, assumerà dirigenti e docenti mafiosi, e quasi tutti ne saranno soddisfatti. Gli altri pochi manderanno al diavolo i mafiosi, finalmente liberi di autodeterminarsi, e andranno altrove, come si fa da centinaia d’anni.
    Infine: la legge “La buona scuola” prevede, a quanto ne so, un contributo statale di 500 euro annui destinati ai docenti affinché acquistino libri, biglietti teatrali o di museo, attrezzature informatiche o di aggiornamento. In una legge che va verso una giusta direzione, questo è l’unico aspetto davvero ridicolo. La nostra Repubblica farebbe bene a scegliere i propri docenti fra i migliori specialisti delle rispettive discipline, pagarli adeguatamente e poi fidarsi di loro. È demoralizzante darmi un contributo in denaro affinché io ci faccia ciò che vuoi tu. Un insegnante è tale a prescindere da come spende i soldi. Un docente di lingue può aggiornarsi se si può permettere un viaggio in Bretagna, chi insegna Geografia se può visitare l’Alaska, chi insegna Alimentazione se può frequentare un ristorante indiano.

  28. Caro Mauro,
    leggo ora la liquidizione di molti commenti, compreso il mio e, tra gli altri, quello sintetico ma tutt’altro che sbrigativo dell’italianista e stiudioso della critica letteraria, prof. Zinato, conosciuto di persona e apprezzato nel mio periodo di insegnamento all’universita’ di Varsavia. Passi per il mio presunto “paternalismo“ che, in quanto anche padre biologico, mi impedisce di connotare negativamente il termine dal punto di vista squisitamente etimologico. Per quanto riguarda invece il presunto “senso di superiorita’“, mi sembra doveroso consigliarti di rileggere la favola di Fedro sulle due bisacce che portiamo: l’una sulla schiena con i nostri difetti, l’altra, a noi visibile, con i difetti degli altri. Del resto, se ti appassiona sostenere le ragioni non sempre nobili (oggettivamente suggerite anche dalla normale ricerca di consenso popolare) di chi e’ al potere, disprezzando le critiche di chi lo subisce, devi accettare che chi conosce da collega la tua sostanziale buona fede ed onesta’ intellettuale, si stupisca del tuo generoso, quasi acritico supporto all’arroganza governativa…

  29. Egregio prof. Piras,
    lei afferma: “Oggi, se un dirigente non vuole assumere qualcuno (assumere realmente, quando si tratta di dare incarichi per le supplenze), per aggirare le graduatorie può fare in modo che la segreteria applichi diverse strategie (ritardi nelle chiamate ecc.), in modo poi da evitare di accettare chiunque”. Tuttavia questo vale di fatto, non di diritto. Se un DS aggira le graduatorie per non assumere un docente, ques’ultimo in quanto avente diritto può ricorrere contro la decisione del DS e vedersi assegnato d’ufficio l’incarico che gli è stato negato.
    Un punto fondamentale su cui lei non si sofferma è la procedura di valutazione dei DS. Vale la pena di ricordare che il Sistema Nazionale di Valutazione, così come l’INVALSI, sono organi dipendenti dal Governo. Il modello di scuola presentato in questo ddl viene spesso associato a quello inglese, dimenticando però che in Inghilterra il sistema di valutazione dipende da un’agenzia non governativa (l’Osted), mentre in Italia la valutazione continua a dipendere da organi che rispondono ai governanti di turno. Per quanto riguarda gli ispettori ministeriali, in primo luogo il numero di 160 ispettori sul territorio nazionale è irrisorio rispetto al numero di scuole pubbliche (statali e, non dimentichiamolo, paritarie) presenti in italia; in secondo luogo anch’essi (come dice il nome) dipendono dagli Uffici scolastici e quindi dal Ministero.
    Mi piacerebbe sapere la sua opinione sulla questione della valutazione dei DS. Omettere una discussione su questo punto mi sembra significhi ignorare l’aspetto cruciale su cui si regge tutto il discorso relativo ai poteri e all’autonomia dei DS.
    Cordiali saluti.

    Heino Rosa

  30. Caro Giorgio,
    io ho un’etica della discussione, vagamente habermasiana (per la quale vengo preso in giro da spiriti fini, perché Habermas è un ingenuo, si sa…): cerco sempre di proporre degli argomenti per le mie tesi, e cerco di rispondere a tutti gli argomenti contrari. Per questa ragione, in questo blog, sono rimasto tra i pochi (se non il solo) a rispondere a tutte le critiche. Quando, nel passato, non sono riuscito a farlo, è stato solo per ragioni di tempo.
    In questo caso, ho voluto mettere in evidenza che diversi commenti non erano critiche argomentate, ma cose di altra natura, per cui non era necessario rispondere. E’ vero che l’ho fatto in modo un po’ ironico, ma, tolto che fa parte del gioco, l’ho fatto anche per sottolineare che su questo tema molto spesso si afferma senza argomentare. Non se ne avrà a male Zinato, spero, con cui spesso ho discusso qui con grande piacere, ma a me sembrava che il suo intervento contenesse affermazioni interessanti ma non argomentate: certamente liquidatorie nei confronti della riforma.
    Quanto al tuo intervento, il precedente e questo: è vagamente offensivo, da parte tua, dire che io do un sostegno acritico al governo, dal momento che ho scritto già numerosi interventi su questa materia (da settembre, lo sottolineo), in cui ho cercato di mettere in evidenza quello che va e quello che non va, ovviamente secondo il mio punto di vista e le mie capacità. Ma comunque con analisi critica. Così come è vagamente offensivo dire che è commovente il mio sforzo di difendere la riforma ecc.
    Queste affermazioni non sono argomenti, e assumono una ingiustificata posizione di superiorità: perché se un punto di vista opposto al proprio è “commovente”, se viene etichettato come sostegno acritico quando porta diversi argomenti, vuol dire che si considerano questi argomenti insignificanti, neanche degni di essere analizzati e confutati; vuol dire che chi esprime quel punto di vista o è un povero ingenuo che non capisce niente, oppure è in malafede. Tu escludi, esplicitamente e correttamente, la malafede, quindi mi tratti come uno stupido, e si vede da questo tuo continuo affermare “non capisco come fai a dire queste cose, come è possibile che la filosofia ti abbia frullato il cervello ecc.” Coerentemente con questa tua “sorpresa”, non proponi argomenti. Ma tutto questo vuol dire sentirsi superiori, e considerare, paternalisticamente, che le ragioni dell’altro non sono ragioni.
    Io invece prendo sul serio tutte le ragioni. Purché siano ragioni, cioè argomenti pro o contro. E con questo metodo, che pratico da sempre, in classe, nei seminari di filosofia, su questo blog, in ogni occasione pubblica di discussione, spero di dimostrare con la pratica che le mie posizioni non sono acritiche, ma faticosi tentativi di trovare tesi convincenti. Soprattutto su queste materie, e in questo pezzo, se leggete con attenzioni, vedrete che ho cercato di ridurre al minimo gli “scarti stilistici”, e di essere il più pedante possibile, proprio perché trovo insopportabile questo costante spirito polemico che anima la discussione pubblica, e in particolare i temi della scuola. Vorrei discutere sulle cose, senza che si finisca in rissa, e mantenendo rapporti civili con tutti.

    Purtroppo non ho assolutamente il tempo di rispondere ad alcuni commenti più recenti. Aggiungo solo per Heino Rosa che ho detto poche cose sulla valutazione nella risposta a Antonella Lanza, ma che non ho trattato la questione, perché merita un’analisi attenta a parte.

  31. Caro Mauro,
    ti ringrazio per la risposta e anche per la pacatezza e l’onestà intellettuale con cui conduci questo confronto.
    Da un paio di giorni rifletto sull’organico provinciale e sul contratto triennale e la tua risposta non giunge di fatto a rasserenarmi. Davvero non riesco a giustificarmi, nemmeno nelle logica di un sistema a chiamata e selezione dei docenti (che non mi scandalizza) perché si debba accettare un contratto precario sine limite. Dopo una prova di tre anni, a fronte di una cattedra un docente non più giovane va confermato.
    Ho esperienza di tre dirigenti (in dieci anni di insegnamento: uno ogni tre anni…) e l’idea di vedere confermato o eliminato il mio incarico triennale ad esempio dal secondo, con cui sono entrata pubblicamente in conflitto più volte (sempre per ragioni didattiche e mai personali), data la statura culturale del soggetto mi mette i brividi.
    Ciò che scrivi sulla materia mi sembra, malgrado tutto, improntato più alla fiducia che le cose “possano andare anche bene” che alla certezza che non possano anche andare male. Per punti:
    . mi dici che in caso di trasferimento “con la riforma a decidere non sono le graduatorie, ma l’incrocio tra competenze del docente e esigenze della scuola” e io di nuovo non capisco. Come adesso, le “esigenze della scuola” corrispondono alla disponibilità di una cattedra. No cattedra, no domanda di trasferimento (ci si informa prima di avanzarla). Se l’organico (non più distinto tra fatto e diritto) è elastico, per un docente di lettere come me il venir meno delle “esigenze” di una scuola può coincidere con il venire meno di quella cattedra. Se non valessero più le graduatorie interne come scrivi (?), allontanerebbero un docente interno con punteggio più alto, per mantenere me, che non sarei inserita in quella graduatoria? Mi sembra impossibile. Il precariato rimarrebbe a carico del trasferito.
    . Tu dici di voler tenere distinta la valutazione del docente dalla chiamata triennale. A me sembra impossibile di fatto. Perché quella valutazione di fatto si compie sul curriculum alla chiamata. Perché si compie nei tre anni di incarico (sempre di fatto… o di Comitato). Il punto è questo. A me piacerebbe, davvero, confrontarmi con un sistema “alto” di valutazione, che dia solidità a un curriculum (oggi autoreferenziale e non sorretto da riscontri che non siano “esterni” all’insegnamento – o da titoli scientifici, ovviamente benvenuti). Senza tali, auspicabili, elementi di valutazione, l’idea che alla chiamata o alla conferma potrò sentirmi “protetta” dall’opportunità di sporgere eventuale ricorso è umiliante. Davvero è come retrocedere tutti alla desiderabile situazione dei nostri precari. Già me le vedo, le motivazioni inoppugnabili per la selezione di questo o quel docente.
    E il rischio, all’esclusione, è enorme: ritornare in un organico provinciale, essere “utilizzati” su mansioni diverse dalle nostre (ci sarebbe, almeno, la possibilità di non dare corso al trasferimento, come oggi si fa se non c’è posto nella destinazione scelta?).
    . Questo intendevo parlando delle graduatorie per anzianità. Mica difendo il sistema dell’anzianità tout court! Dico soltanto che la continuità su una sede è enormemente preferibile alla precarietà delle sedi, almeno dopo molti anni di esperienza. Da far rivalutare la “protezione” offerta dalle graduatorie. Mi sembra un ragionamento alla Catalano…
    Davvero, questo punto del rinnovo triennale dei contratti senza una loro stabilizzazione mi sembra indigeribile

  32. Caro Mauro,
    ti ringrazio per la risposta. Come scrivi, concordo che siamo alla pari in quanto a sferzante ironia, pur sempre correttamente dialettica.
    Dalla mia il fatto che il 90% dei commenti vada in “direzione ostinata e contraria” rispetto alle tue argomentazioni, per quanto ricche di sfumature, comunque e sempre a difesa di un ministro e di un presidente del consiglio che hanno finora ed inequivocabilmente reagito con un atteggiamento di arrogante chiusura a tutte le richieste di autentica revisione del DDL.
    Non credo sia mio compito analizzare dettagliatamente ogni singolo articolo di un DDL assolutamente inutile e da cui c’è solo da sperare che, grazie a qualche ulteriore emendamento, se ne esca vivi. Come ti ho scritto altrove, sottoscrivo le dettagliate analisi e controproposte di sindacati, associazioni e colleghi vari.
    Per respingere al mittente questa deleteria riforma basta sottolineare il suo carattere prevalentemente punitivo e sospettoso nei nostri confronti, facendolo precedere al rinnovo del contratto nazionale, scaduto dal 2009. Non è questa indecenza? Pensiamo anche che tra qualche anno cominceremo ad essere un po’ anziani. Sottopagati rispetto al resto dei colleghi di molti altri Paesi, ti sembra giusto che, nel caso di un inevitabile trasferimento, ci ritroveremo costretti a tirare fuori dal cilindro in modo convincente qualcosa che convinca un dirigente scolastico, magari di 20, 30 anni più giovane e meno logorato dal continuo contatto con gli adolescenti, a confermarci il posto nella (ormai solo) sua scuola?
    E essere sottoposti periodicamente al giudizio di un comitato di valutazione composto anche da figure professionalmente del tutto incompetenti come genitori e studenti, non ti pare altrettanto un’indecenza altamente demagogica? Per non parlare dell’aiuto alle scuole private.
    La scuola ha bisogno di risorse per l’edilizia, i laboratori, i progetti, l’aggiornamento e l’ampliamento della dimensione internazionale dei contatti culturali. Gli insegnanti di un trattamento economico decente e di un maggiore rispetto da parte dei politici. Come sai bene le risorse per queste cose l’Italia le avrebbe. Sarebbe sufficiente, invece di concentrare l’attenzione solo sulla scuola pubblica per demolirla, cominciare a combattere seriamente l’evasione fiscale, gli sprechi, la mafia (di cui non si parla più). Nulla di tutto questo vedo nella politica del governo Alfano-Renzi…

  33. Caro Mauro,
    a discussione terminata – non vedo più commenti da qualche giorno – permettimi qualche considerazione generale, dato che nel merito, come tu sai, non posso certo entrare.
    Prima di tutto un’osservazione, o forse un invito: eviterei da farci “calare le palpebre” davanti alle parole “liberismo”, “neoliberismo” o “capitalismo”: rischieremmo di addormentarci del tutto, per poi essere svegliati di colpo nel bel mezzo di un brutto incubo reale. Lo dico non come battuta ironica, che non meriti certo, ma perché secondo me il rischio c’è. E’ una battuta invece sin troppo facile dire che con quei concetti si spiega tutto e quindi non si spiega niente: secondo me non è proprio così, e la voglia di mettere da parte ogni argomentazione su questo, assieme alla propensione alla ricerca ossessiva del particolare (tecnico), potrebbe offuscare (ma non penso che sia questa la tua intenzione) la visione generale dei problemi. E quindi il senso che hanno queste riforme.
    Non penso che mettersi a contare i fili d’erba sotto gli alberi mentre il bosco brucia sia una buona idea.
    L’impressione che ho – e che mi fa pensare all’incendio, appunto -, osservando tutto da lontano, è proprio quella sinteticamente enunciata da Emanuele Zinato (e da te liquidata in poche parole): un’idea complessiva di società rinormalizzata e funzionale alla competizione economica, in cui la politica ha il ruolo ben preciso di guardiano dell’ordine costituito, senza tanti fronzoli democratici che impediscano tempi di reazione compatibili con la velocità dei mercati. Da questo discende la necessità di un Jobs Act fortemente penalizzate sul lato dei diritti (è inutile citare tutti gli attestati di stima reciproca scambiati tra l’esecutivo Renzi, Confindustria e Marchionne), un sistema elettorale che pone al centro della politica la governabilità (a discapito della rappresentanza e del dibattito democratico, quasi una risposta affermativa, quarant’anni dopo, alle raccomandazioni del rapporto Crozier, Huntington, Watanuki alla Commissione Trilaterale) e infine un sistema educativo che si raccordi, nei contenuti e nell’organizzazione, alla necessità di “fare impresa” e di educare (che si tratti di studenti o professori) alla competitività. Da questo poi l’impressione che la politica come la intende questo governo (e sicuramente i successivi che verranno) abbia un vago sentore neoautoritario, che magari preferisce più lo strumento della moral suasion che il manganello, senza per questo rinunciarci se la riottosità non viene piegata dalla demagogia colpevolizzate per la quale chi si oppone è “vecchio” (come fatto notare da @lacurra), “corporativo” (i sindacati che rifiutano l’omogeneizzazione del sindacato unico renziano), “ideologico” (invero somma stupidaggine, prima di tutto epistemologica).
    Tutto questo mi pare abbastanza verosimile tanto più riflettendo (sempre in generale) su questo progetto di Buona Scuola: se fossero solo questioni, diciamo così, amministrative, per le quali vale la pena (anche giustamente) di spaccare il capello in quattro, perché non affrontare tutti quei problemi reali, elencati per esempio da Giorgio Kurschinski e da altri tuoi colleghi intervenuti nel dibattito, con provvedimenti ad hoc?
    Se si fora uno pneumatico, non cambi tutta l’automobile.
    Invece di parla “anche” di presidi manager, nonostante tutti i distinguo e le articolazioni del termine addotte, di valutazioni… tutte cose normali nelle aziende (e di problemi, rispetto a questi aspetti, ce ne sono anche lì e non pochi, e lo dico per esperienza diretta), senza specificare che, laddove quello che conta in un’azienda è la “creazione del valore” (da leggersi come dividendo per gli azionisti e benefit per il CEO e il management o di profitto puro e semplice per la proprietà), e in tal senso si parla di valutare le persone e le organizzazioni, per l’educazione ha senso questo tipo di approccio? Lo scopo non dovrebbe essere quello di formare il cittadino, ancor prima che il lavoratore (o peggio, il consumatore)? Come si valuta il lavoratore (l’insegnate) in vista di questo fine? O non si vuole far passare la logica che una scuola è tanto migliore in quanto si adegua alle aspettative del mercato del lavoro? Senza contare che, in genere, i lavoratori le aziende se li formano per i fatti loro, magari senza corsi specifici, “on the job” come si dice.
    Al di là di come lo si voglia valutare, il proposito di queste riforme mi pare dunque evidente, è inutile negarlo.
    Tutto sta nel capire se ci va bene o meno, secondo l’idea (e anche l’ideologia) che ognuno ha della società e della politica.

  34. Senza entrare nel merito della riforma, non riesco a non pensare al fatto che uno dei rappresentanti PD che promuove attraverso i media la “Buona scuola” sia Davide Faraone (responsabile nazionale di Welfare e Scuola del Partito Democratico), il quale ha avuto in passato contatti con esponenti della mafia palermitana. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/11/chi-e-davide-faraone-il-renziano-accusato-da-m5s-di-avere-rapporti-con-la-mafia/809428/

  35. Caro Mauro, come al solito il tuo intervento è di quelli che, anche se si può non condividerne alcuni punti, è davvero un ottimo esempio di commento argomentato sulla linea politica del governo sulla scuola, senza né un acritico consenso, né un altrettanto acritico dissenso.

    Non mi soffermo sui dettagli tecnici, tuttavia dico la mia sul tema della valutazione dei docenti, le cui opposizioni si possono dividere in due tipi: critica di certe modalità di valutazioni (a patto che siano accompagnate da correzioni propositive) e critica della valutazione dei docenti in sé. Sul primo tipo di critica si dovrebbe discutere caso per caso, mentre sul secondo tipo di critica io ritengo che ci possono essere due tipi di motivazioni.

    La prima è quella che afferma che ogni valutazione è imperfetta, si basa su criteri tutt’altro che facilmente misurabili e oggettivi e inoltre si ha il timore che la valutazione si trasformi in un sistema punitivo di controllo su tutti di tutto. La mia obiezione è, come hai fatto notare anche tu, che in tal caso se si è d’accordo con questa motivazione allora evitiamo di valutare anche gli studenti, e dunque togliamo sia bocciature che valore legale del titolo di studio.

    La mia impressione è che molti che affermano la prima motivazione per la critica della valutazione come tale in realtà sottintendano una visione politica che è in realtà la seconda e più rilevante motivazione per criticare la valutazione dei docenti in quanto tale. Tale visione politica afferma che è lo stato l’entità suprema che unisce e supera le visioni imperfette e parziali di ciascuno degli interessi particolari presenti nella società. Stato che agisce direttamente nell’amministrazione e perciò l’amministrazione non deve rendere conto a nessuno di ogni sua azione ma sono sempre e solo i cittadini e le parti della società a rendere conto dello stato. In questa visione, ogni servizio pubblico, in quanto calato dall’alto dallo stato (e non come risultato del confronto dal basso tra i cittadini e i membri della società) si autolegittima da se stesso come unica e migliore soluzione possibile ai bisogni dei cittadini. Nel caso del servizio pubblico dell’istruzione, dunque il docente, in quanto rappresentante dello stato ha il diritto assoluto di giudicare chi vuole e nel modo che vuole ma in nessun modo può essere giudicato da esterni (superfluo aggiungere che ogni valutazione interna o “intersoggettiva”, rischia di trasformarsi in autovalutazione su cui, anche se non tutti, vari docenti potrebbero abusare facilmente).

    Insomma, mi pare che in tutti questi discorsi sulla valutazione non si faccia notare questa concezione centralistica dello stato spesso sottinteso e non ci si soffermi su una concezione diversa della gestione del servizio pubblico dove l’asse culturale e formativo non è un’imposizione dall’alto di uno stato-amministrazione dove è solo lui che autolegittima le sue azioni ma dove invece questa cultura di supremo valore è il risultato del confronto dal basso della discussione tra i cittadini e i membri della società (che si concretizza quindi in sistemi di valutazione certo imperfetti e con aspetti soggettivi, ma comunque che si possono sempre mettere in discussione dal basso dai cittadini). Si tratta di presupposti della visione dello stato e della società che è bene secondo me sottolineare in questi discorsi sulla valutazione.

  36. Riprendo alcuni punti importanti sollevati dopo le mie risposte.

    Caro Cucinotta,
    a me sembra che le cose vadano esattamente in senso opposto: i Piani triennali dell’offerta formativa, ancor più degli attuali Piani (annuali) dell’offerta formativa, tenderanno a diversificare sempre di più le scuole. Io non credo che questi piani saranno nelle mani dei soli presidi, perché per elaborarli è necessario riunire mote competenze e molte esigenze, molte voci. Inoltre il ruolo degli organi collegiali non è aggirabile. Se le scuole sono più autonome, grazie a questa maggiore responsabilità, sono meno soggette alle rigidità burocratiche. Che esistono, e sono molto pesanti; ma anzi la riforma è troppo timida nell’eliminarle (e se lo facesse in modo più deciso sarebbe sicuramente accusata di neoliberismo).
    Quanto alla valutazione, il sistema rigido, oggettivante e burocratico che è stato messo in atto nell’università non ha niente a che fare con quello che prevede la riforma, che anzi lascia la valutazione in modo eccessivo all’arbitrio del dirigente scolastico.

    Caro Daniele,
    in effetti il punto debole di tutta la faccenda è l’uscita, non l’entrata: cioè il fatto che chi ha un incarico dopo tre anni possa essere rimesso in discussione. Riprendo la cosa nella risposta successiva a Nicoletta Gazzeri.
    Sulla valutazione non volevo intervenire qui, l’ho detto, perché ci sono molto problemi da analizzare.

    Caro Giorgio,
    io non credo che la valutazione debba necessariamente essere fatta da chi è immerso nella scuola. Anche lo sguardo in parte esterno serve. E non credo che la presenza di strumenti costanti di valutazione non serva a migliorare. Non devi guardare te stesso. Io non mi sento meno libero, se so che il mio lavoro dovrà essere valutato. Mi sento di lavorare in modo meno arbitrario, questo sì.

    Caro Febbraro,
    concordo con le sue analisi e le sue richieste.

    Cara Nicoletta,
    come dicevo a Daniele, mi rendo conto che il problema è proprio quello dell'”uscita”, cioè di quello che succede alla fine dell’incarico triennale. Una cosa generale: la prima cosa che ho pensato, e che ho scritto anche inviando delle proposte di emendamento ai parlamentari con cui sono in contatto, è che bisogna mettere dei vincoli chiari sulle cause legittime per non confermare un incarico. Inoltre, ho anche scritto che il sistema funzionerebbe bene solo se questi incarichi triennali riguardassero i nuovi assunti, in qualsiasi periodo: cioè, chi è neo immesso in ruolo passa per questo periodo, poi si stabilizza per istituto. Così ci sarebbe sempre una parte dell’organico che si trova in questa situazione, ma è una cosa accettabile perché corrisponde al periodo iniziale di inserimento. In questo testo ho cercato di fare l’esperimento mentale di difendere fino in fondo l’universalizzazione del sistema.
    Se si è d’accordo sull’idea (come dice per esempio Daniele, sopra) che l’incarico possa essere attribuito sulla base di competenze, cioè che le scuole possano scegliere un docente che poi resta titolare in quella scuola, allora bisogna dire che si tratta di adottare qualcosa di simile alla chiamata diretta. Bisogna rompere un tabù e parlarne.
    Se invece non si è d’accordo, allora non è possibile che la nomina su una scuola dipenda solo dalla graduatoria di anzianità: i punteggi della graduatoria dovrebbero comprendere allora anche i risultati di valutazioni periodiche. Altrimenti abbiamo sempre i soliti problemi.
    In ogni caso, il sistema proposto è un compromesso accettabile, secondo me, per questa ragione: una volta fatta tutta l’operazione, i posti che non corrisponderanno a posti cattedra da ordinamento saranno solo l’8% circa del totale. Il 92% dei posti sarà di ordinamento. Allora, per un docente di ruolo che si trasferisce e finisce in un ambito territoriale, le cose dovrebbero andare così: se in quell’ambito c’è il posto, ottiene il trasferimento; una volta trasferito nell’ambito, verrà scelto da un dirigente; rimarrà in quella scuola fino a quando c’è quel posto, calcolato anche in futuro come si calcola oggi. Se il posto cessa di esistere, per contrazione classi ecc., diventa soprannumerario. Qui c’è un problema, come sottolinei giustamente tu: come si individua il soprannumerario? Sulla base di graduatoria interna? O sulla base della “scelta del ds”? Io questo non l’ho capito, qualcuno mi ha detto che il problema ora in senato è stato posto, ma adesso non sto più seguendo nei dettagli perché non ho tempo.
    Come vedi, ho molti dubbi anch’io. Confermo che la posizione più semplice mi sembra quella che avevo proposto fin dall’inizio. Ma anche se passasse così com’è ora non sarebbe il dramma che molti paventano, perché la stragrande maggioranza dei posti restano da ordinamento.

    Caro Giorgio, di nuovo :)
    se mi dici che sottoscrivi le analisi della FLC mi va bene, perché sono dettagliate. Forse dovrei criticarle, ma purtroppo non ho più il tempo, ahimè.
    Se si aprisse adesso la trattativa per il contratto non ci sarebbero i soldi per assumere i precari. Io penso che l’assunzione dei precari sia un problema sociale di cui farsi carico con urgenza.
    Quanto al comitato di valutazione, concordo con te, la sua composizione attuale è pura demagogia. Ho letto che forse su questo tornano indietro, in Senato.
    Sugli incarichi triennali ho già cercato di esprimere, nelle risposte, anche le mie perplessità.

    Caro Alberto,
    non entro sulla questione del neoliberismo, perché è troppo grossa. Però il problema è sempre il rapporto tra l’interpretazione generale e i dettagli. Se una interpretazione è corretta, i dettagli non devono essere in contraddizione. Altrimenti l’interpretazione è solo una facile etichettatura teorica.
    Non parlo di riforma costituzionale e jobs act, perché qui non c’è lo spazio, né ho il tempo. Dico solo che, su queste cose, bisogna anche capire quali erano i problemi del sistema istituzionale italiano e del mercato del lavoro italiano, al di là di una eventuale intenzione “liberista” in queste riforme (in ogni caso, io ci vedo molto più pragmatismo terra terra che neoliberismo).
    Sulla scuola.
    Non è né liberista né neoliberista una riforma che, con gesto da stato assistenziale, assume più di centomila docenti senza concorso.
    Non è neoliberismo invece puntare i piedi su quelli che non verranno assunti subito e che verranno assunti solo per concorso.
    Non è neoliberista far funzionare un po’ meglio il rapporto tra scuola e lavoro, senza cambiare l’impianto degli ordinamenti. Si tratta di piccole cose, e snobbarle significa non rendersi conto di quanto la nostra scuola produca disoccupati. Se il sistema scolastico è neoliberista quando si preoccupa di non produrre disoccupati io ho qualche problema con le parole.
    I presidi manager sono un’invenzione dei giornalisti e della propaganda politica. I loro poteri non sono aziendali. Il fatto che il lavoro dei docenti venga valutato non ha niente a che fare con il neoliberismo, altrimenti il sistema scolastico francese sarebbe neoliberista dalla Terza Repubblica. Come si valutano i docenti? Non è facile rispondere, ma bisogna iniziare a farlo, ma nessuno ha scritto testi in cui si dice che si valutano sulla base di un “successo di mercato”. Purtroppo, questo tema è stato lasciato troppo nel vago, e, in effetti, troppo all’arbitrio del dirigente. Ma questo non è neoliberismo: è pressapochismo. Nel Regno Unito, paese forse un po’ più neoliberista del nostro, il sistema di valutazione è molto centralizzato. Comunque, davvero su questo io non schiodo: non capisco proprio perché il lavoro dei docenti non dovrebbe essere valutato. Poi quegli stessi docenti vanno a rovinare la vita dei ragazzi, quando infliggono bocciature arbitrarie e nessuno li ha potuto fermare prima.
    C’è solo un punto in cui il ddl mostra in effetti una abborracciata mentalità competitiva, cioè nell’idea che i docenti potranno migliorare se, scelti dalle scuole, si metteranno in competizione tra di loro. Ho già criticato quest’idea. Però riconosciamo che l’arbitrio cieco delle graduatorie, unito alla mancanza totale di valutazione dei docenti, produce invece danni ben peggiori.

    Caro Michele,
    la tua idea è interessante, forse è vero che c’è una certa mentalità statalista. Ma non darei un peso eccessivo a questo elemento.

  37. Caro Mauro,
    sei davvero un Don Chisciotte, inesauribile nel rispondere alle critiche decisamente e assolutamente prevalenti rispetto agli entusiasmi per la colta, profonda ed esperta politica scolastica del governo.
    Mi dispiace solo che, rispetto a Don Chisciotte, tu non disponga di un Sancho Panza in grado di riportarti alla realtà delle cose…
    Il tutto detto senza offesa. Sai bene che ti considero, come collega e dialettico amico, persona di grande preparazione, passione e serietà.
    E’ solo che in questo momento mi sembri uno dei personaggi di un racconto dei viaggi di Gulliver: uno di quegli scienziati geniali ma strabici che, tutti intenti in calcoli astronomici, lasciano i territori governati e sottostanti nell’incuria, sedando di volta in volta le eventuali ribellioni, frapponendosi tra le zone di rivolta e il sole con la propria avulsa e aliena astronave contenente l’intelligente classe dirigente, oscurando quindi chi protesta…

  38. Caro Mauro fa sempre piacere leggere i tuoi commenti e i tuoi pareri, devo ammettere che così mi sento meno sola nel fronteggiare l’impeto delle convinzioni dei miei colleghi. Visto che avete accennato al tema della valutazione, volevo riportare un episodio di cui sono stata testimone quando insegnavo italiano come assistente in una scuola del centro dell’Inghilterra. Una mattina si presenta in classe ( con il dovuto preavviso) un ‘ispettrice la quale, dotata di video camera, riprende la lezione di italiano svolta dalla mia amica e collega inglese. Alla fine della lezione si è svolto un colloquio dove l’ispettrice e la mia amica/collega hanno serenamente discusso i punti di forza e i punti deboli del suo modo di condurre la lezione. Mi è sembrato che tutto si sia svolto in un clima costruttivo e al termine del colloquio non ho ravvisato alcun turbamento! Ho assistito inoltre al colloquio della mia amica insegnante di fronte al preside ( per essere assunta in quella scuola dove lei aveva fatto domanda poiché la scuola richiedeva un docente che conoscesse l’italiano) ed ho altresì assistito alla stesura del suo curriculum che poi il preside , altrettanto serenamente, ha letto con attenzione. Che dire? Io al tempo rimasi stupita perché sapevo che in Italia era molto diverso il meccanismo di assunzione, e ricordo di aver giustificato il tutto con la “concretezza” e la disarmante ” praticità” dell’agire degli Inglesi. Ma già allora ebbi l’impressione che fosse un meccanismo incredibilmente funzionale e corretto. Riusciremo mai a farcene una ragione? O dovremmo ancora scomodare principi filosofici e teorie liberiste e neoliberiste?

    Tornata in Italia mi sono ritrovata nel girone dantesco delle graduatorie: graduatorie provvisorie, graduatorie rinnovate, doppio canale, tutti arrivavano sempre prima di me perché avevano fatto corsi abilitanti con il sindacato, concorsi riservati oppure avevano accumulato punteggio lavorando nelle scuole paritarie o private. Io molto ingenuamente, forse perché ancora “contagiata” dall’efficienza del sistema inglese, chiedevo al sindacalista che mi aiutava a compilare le domande: ” poiché dovrò insegnare inglese, la mia laurea con indirizzo glottodidattico e tesi su metodologia dell’insegnamento della lingua inglese non conta? La mia esperienza presso una scuola inglese dove ho avuto modo di approfondire l’analisi contrastiva tra la lingua italiana e la lingua inglese non conta? La risposta a queste domande non è mai arrivata con il risultato che sono riuscita ad ottenere il ruolo grazie ad un concorso serio; con la differenza però che la mia amica inglese ha iniziato a lavorare subito, dopo essersi laureata (secondo il modello neoliberista inglese) ed io diversi anni dopo. Ed in tutti gli anni da precaria girando come una trottola per tutta la provincia di Viterbo ed insegnando nelle scuole dove nessuno voleva andare ho conosciuto sì bravi insegnanti ma tanti, tanti a cui il libero arbitrio delle graduatorie e la mancanza di una qualsiasi valutazione, come dici tu Mauro, ha permesso di fare della scuola un luogo di mercatura ( “vengo a scuola per farmi la pensione, faccio l’orario come mi fa più comodo perché poi devo andare allo studio”) o un luogo dove passare il tempo. A me sembra che in questo ddl ci sia un compromesso accettabile tra il sistema inglese ed il nostro se non altro è un tentativo per porre un argine a queste imbarazzanti storture o vogliamo continuare a perpetuarle? Vorrei fare un’ultima considerazione sulla card da 500 euro. Ho letto (annesso ad un tuo post) l’articolo di Marco Lodoli su Repubblica : ” Ho inventato la” Buona Scuola” ma non convinco i colleghi” dove spiega il motivo della sua proposta della card e di come il corpo docente, in modo sprezzante, l’ha accolta. Io invece ritengo che sia una buona cosa (come diceva mia nonna) perché tanto gli stipendi non ce li aumenteranno come dici tu,altrimenti non ci sarebbero i soldi per assumere i precari, quindi ben vengano! Sapessi quanto mi farebbero comodo per poter comprare tutti i libri che mi servono per aggiornarmi, o fare un corso di tedesco visto che ai miei studenti che abitano a Bolsena (zona turistica amata dai Tedeschi) piacerebbe impararlo e magari in una scuola con più autonomia nella programmazione e la possibilità di attingere nel proprio organico funzionale ad insegnanti con questa competenza, tutto ciò potrebbe avverarsi? Ma anche qui mi aspetto una valanga di obiezioni e mi diranno che sono un’ingenua, che ho capito male, che bisogna avere un titolo, una qualifica specifica, rispettare le graduatorie e bla , bla ,bla.
    Grazie Mauro per avermi ospitato nel tuo blog dove scrivono bravissimi colleghi dai quali ho tanto da imparare e mi piace molto seguire i loro interventi.

  39. Cara collega Laura,
    la tua esperienza è interessante, ricca e degna del più totale rispetto. L’Italia e la Gran Bretagna non sono però lo stesso Paese. Da noi, eliminando le graduatorie, aggirate purtroppo anch’esse, molti dei nostri dirigenti scolastici di realtà assai degradate e in cui il senso della res publica non esiste affatto, farebbero il bello e il cattivo tempo, ampliando il già presente clientelismo. Non sono certo il tipo di dirigenti che rimarrebbero colpiti dal tuo percorso di studi e professionale. Molto più utile scegliere la figlia dell’avvocato o del sindaco manicato in Regione. Dico stupidaggini? Il renzismo, con la sua ondata giovanilistica ha sconfitto per emanazione il malcostume e la corruzione presente nel nostro Paese? Forse no.
    Un ricordo. Appena laureato con 110 e lode in lingua letteratura tedesca e con un anno alle spalle di supplenza annuale (su di una cattedra formata da due spezzoni in due scuole distanti tra loro circa 130 chilometri, Oulx e Poirino che, per mia fortuna, nessuno aveva voluto), consegnai il mio curriculum a tutte le scuole private di Torino e provincia, compresi i recuperi anni. Risultato? Neppure una di quelle scuole, dirette da presidi manger mi chiamò per un colloquio. Entrsi però nella scuola pubblica solo attraverso le graduatorie per le supplenze annuali (per 4 anni) e ebbi la cattedra a tempo indeterminato nel 1992, essendomi piazzato al quarto posto della graduatoria di merito di un serio concorso ordinario. Io sono grato a questo sistema, perché non ho santi protettori ma solo la mia passione per l’insegnamento e un forte senso dello Stato, da intendersi, come vuole la nostra Costituzione ed il modello di stato sociale europeo (di matrice italo-franco-tedesca), che difendo a spada tratta contro tutti i facili e superficiali, deresponsabilizzanti (per chi ci governa) modelli liberisti angloamericani, importabili da parte nostra con grande soddisfazione da parte dei politici incapaci del momento…

  40. Pare prospettarsi una marcia indietro del governo.

    Sfuma quindi ancora una volta per noi genitori la prospettiva di non sentire più da quei cuor di leone dei dirigenti scolastici il tradizionale “non ci posso fare niente” che ci è stato opposto ad ogni santa segnalazione dei problemi creati dall’ insegnante incompetente o fancazzista di turno.
    Chi può continuerà a pagare le lezioni private, chi non può si arrangi.
    Per tutti i secoli dei secoli, amen.

  41. Gentile Michela, penso che dovremmo tentare di fare un po’ di chiarezza.

    La questione della valutazione dei docenti e quella dei docenti incompetenti e fancazzisti sono due questioni distinte.

    In linea di massima vale il principio che i docenti sono passibili di sanzioni, dal richiamo scritto alle pene vere e proprie, qualora vengano meno ai doveri del Contratto collettivo nazionale. Questo già oggi.

    Che poi quelle sanzioni spesso non si applichino, è vero. Ma questo non c’entra niente col ddl. Come detto, gli strumenti per sanzionare ci sarebbero già.
    Il ddl parla d’altro, della “valorizzazione” dei docenti migliori, ma in modi o inefficaci (la valutazione è congegnata in modi aleatori e risibili, senza criteri chiari e invocando una generica libertà dei presidi che purtroppo non hanno più né il tempo né il modo di occuparsi di didattica) o francamente ingiusti (la precarietà del rinnovo triennale).

    Il renzismo non è l’unica salvezza in un paese-palude. Bisogna vedere se i provvedimenti singoli siano efficaci e se ci sia corrispondenza tra intenti (o intenti agitati retoricamente come pubblicità) e effetti dei provvedimenti. Questa corrispondenza, allo stato delle cose, nel tema da lei sollevato non c’è, o è molto debole.

    Ecco un prospetto riassuntivo delle sanzioni.

    http://www.flcgil.it/files/pdf/20110222/vademecum-flc-cgil-sanzioni-disciplinari-personale-della-scuola-febbraio-2011.pdf

  42. @Daniele Lo Vetere

    Lo so che esiste già la possibilità che i dirigenti sanzionino alcuni comportamenti dei docenti ma, come lei stesso ammette, è una possibilità che i dirigenti adoperano rarissimamente; sarà che io ne ho incontrati solo di particolarmente pavidi, ma francamente la paventata probabilità che una semplice norma li trasformi da un giorno all’altro in corrottissimi tiranni interessati ad altro che al quieto vivere e a qualche modesta lusinga personale mi appare vagamente surreale.
    Per senso di giustizia, credo che andrebbe però anche ammesso che -oltre alle molte legittime tutele della salute dei professori e dei loro familiari delle quali tanti non usufruiscono mai, ma troppi abusano di continuo- le attuali procedure della contestazione d’addebito, che di fatto si configurano come l’apertura di un contenzioso, scoraggerebbero qualunque dirigente; ma soprattutto, esse non potrebbero di fatto mai riguardare la sostanza vera del lavoro degli insegnanti, ossia la competenza disciplinare e la capacità di svolgere un’azione didatticamente efficace.
    Mi spiace dirlo, ma molto spesso i dibattiti sulla scuola appaiono a noi genitori drammaticamente distanti dall’esperienza quotidiana, esperienza che ci insegna che nella scuola ci sono, come sempre, insegnanti capaci e insegnanti incapaci e che per i primi non c’è premio e dai secondi non c’è difesa;
    con l’aggravante anzi che, da alcuni anni, sono spesso proprio i secondi, attivissimi in millemila progetti (nel Liceo scientifico di mio figlio si va dal Premio Letterario al Corso di Vela) a godere di maggiore visibiltà e credo anche di qualche minima gratificazione economica.
    E non vorrei disilludere nessuno ma, passati i primi entusiasmi, ci si è resi conto in tanti che il famoso POF è più uno specchietto per le allodole che uno strumento utile per scegliere una scuola e si è tornati alle buone vecchie dieci telefonate.

    Risolverebbere questi problemi La Buona Scuola? Non credo, anzi per svariati motivi ho addirittura il sospetto che li aggraverebbe (a parte ogni altra considerazione, se comandassi io comincerei dal ridurre il numero degli alunni a 18 per classe e aumenterei immediatamente la retribuzione a tutti i docenti di almeno 200 euro).
    Tuttavia se c’è un punto che salverei è proprio quello che, per quanto malamente, pone le basi per scindere il legame scellerato tra la bassa retribuzione e il nessun rischio che è da troppo tempo ciò che caratterizza la figura professionale del docente italiano; o, per meglio dire, il punto che se non altro può in prospettiva restituire a noi genitori la possibilità di chiedere conto proprio a quel dirigente scolastico presunto tirannello del reale (reale, non cartaceo) funzionamento della sua scuola.
    E molto più di tanti astratti discorsi questa possibilità avrebbe un valore politico perché una scuola che nel merito non funziona o funziona a singhiozzo è, prima di tutto, una scuola intrinsecamente e irrimediabilmente classista.

  43. Gentile Michela, capisco il suo punto di vista e vorrei risponderle molte cose, ma finirei per ripetermi (magari non con lei, ma rispetto ad altri miei interventi).

    Lei esprime una giusta necessità, ma si rende anche conto come sia difficile ottenere un obiettivo in un sistema complesso, con le sue regole e i suoi equilibri, di come le leggi non equivalgano alla produzione del dato di fatto, di come un sistema finisca per reificare e obiettivare (le attività dei docenti che si mettono in mostra, senza necessariamente un legame con la qualità didattica), non cogliendo ciò che più conta dell’insegnamento.

    Io penso che questo sia il punto. Dobbiamo difendere la complessità e non accettare scorciatoie per insofferenza.
    Saluti

  44. Vi consiglio di leggere un’articolo meno semplificatorio e meno elogiativo di questo su Micromega. Per riflettere meglio. C’è anche qualche persona preparaata e che studia da anni la formazione e la scuola e che conosce tutte le riforme passate e presenti.

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    Che cosa deve essere una buona scuola? In questa conversazione con il pedagogista Massimo Baldacci si affronta la questione di come formare abiti mentali di natura critica che facciano tutt’uno con l’atteggiamento scientifico e con l’adozione di uno spirito democratico.

  45. “Che cosa deve essere una buona scuola? In questa conversazione con il pedagogista Massimo Baldacci si affronta la questione di come formare abiti mentali di natura critica che facciano tutt’uno con l’atteggiamento scientifico e con l’adozione di uno spirito democratico”

    Non ho letto l’intervista a Baldacci (non la leggerò mai). Trovo preoccupante l’accoppiata tra “atteggiamento scientifico” e “spirito democratico”, specie se ne parla un pedagogista che vuole “formare abiti mentali”. I pedagogisti, questa categoria così somigliante ai medici di Moliére…

  46. Il suo articolo è pieno di inesattezze e omissioni. Le sue contro-argomentazioni rispetto alle preoccupazioni dei docenti, non sono altro che una banale ripresa degli slogan del governo che non spiega mai quello che sottintende: la riforma della scuola è “buona” a priori perché quella attuale è pessima ( dove? in quali circostanze? quali sono gli effetti sulla scuola delle politiche degli ultimi 10 anni?) ; i docenti saranno valorizzati perché il preside li premierà se “mostreranno” a lui principalmente ( si chiama “motivazione estrinseca” quella che tentiamo di scoraggiare nei ragazzi: studiare per apparire e avere non per essere…) di essere bravi e “buoni” insegnanti , ( in base a quali criteri, parametri oggettivi, lei è certo di sapere che cosa è un bravo insegnante? il preside è esperto di didattica e in tutte le discipline? due presidi, per intenderci, esprimeranno lo stesso giudizio sullo stesso docente “cattivo”?). Che poi “finalmente” tutti gli imbrogli e i sotterfugi che avvenivano anche in passato da parte di alcuni dirigenti per privilegiare qualcuno e per liberarsi di un altro insegnante ( magari quello poco allineato o iscritto a un sindacato …) sia “finalmente” legittimato, e alla luce del sole, questa più che una vittoria è una sconfitta di un’istituzione pubblica, che deve avere le caratteristiche dell’imparzialità del giudizio e della trasparenza, ed è il tradimento dei principi espressi nella nostra Costituzione e, insieme, una deregolamentazione del contratto di lavoro del pubblico impiego ( i sindacati verranno in un colpo cancellati, non si media con le parti sociali, i docenti non avranno diritto di parola sulle regole e la distribuzione di premi e punizioni). Sulla considerazione in merito al destino umano, oltre che professionale, dei docenti costretti a transitare, probabilmente anche in età avanzata, negli ambiti territoriali, preferisco tacere, perché mi sento ferita dalle sue parole che dimostrano indifferenza , se non superficialità e cinismo. Già oggi la condizione di molti docenti monoreddito, con un mutuo sulle spalle, figli e genitori anziani, è al di sotto dei limiti di sopravvivenza: non siamo fatti di puro spirito ( “siamo quello che mangiamo” diceva qualcuno) , abbiamo un corpo e una vita privata, non viviamo in funzione esclusiva del nostro lavoro. Per lavorare bene ed essere “buoni” come docenti e come persone dobbiamo stare bene con noi stessi, con le nostre famiglie, e, avere ottenuto con il tempo, dopo anni di gavetta, qualche certezza sulla nostra vecchiaia. Non è un privilegio: è una questione di rispetto della dignità umana, specie nel momento in cui comincia la fase discendente della parabola della vita, le malattie e la fatica cominciano a farsi sentire, nonostante la passione per il proprio lavoro . “Tuttavia, a me sembra che le paure suscitate da questo potere del dirigente scolastico siano eccessive. Si sono messe in giro molte caricature e macchiette, di dirigenti che potranno assumere gli amici, i figli dei politici ecc., o richiederanno in cambio servigi e asservimento cieco. Tutto questo è pura fantasia”. Non è pura fantasia in un Paese malato di clientelismo e corruzione. In questo senso la metafora calcistica della “squadra” che ciascun dirigente si formerà costruendo una scuola a sua immagine e somiglianza ( platonicamente, il dirigente sarà il filosofo-re della scuola) , visti i fatti di ordinaria corruzione, in questo settore, è calzante . Tuttavia i docenti non saranno retribuiti come i calciatori, al massimo possono aspirare a ottenere la “paghetta” di fine anno che dovranno condividere con una decina di colleghi per scuola, dal momento che i fondi non saranno sufficienti nel caso in cui tutti i docenti dovessero essere “bravi” e “buonissimi” allo stesso modo. Mi fermo qui, molto amareggiata e delusa.

  47. Devo dire che il Suo severo commento, prof.ssa Giannilivigni è davvero ben scritto e solido nelle argomentazioni.
    Essendo un mio collega molto preparato e ricco di doti anche umane, Le assicuro però che Mauro Piras esprime convinzioni di cui è convinto in assoluta buona fede e,questa volta,particolarmente critiche anche nei confronti della gestione governativa della controversia. Che dire? Prima che il DDl fosse approvato, ho espresso critiche e riserve simile alle Sue, seppur non in modo così persuasivo.Ora sono in una fase di relativa rassegnazione socratica: se il disegno è divenuta legge dello Stato cercherò di sopravvivere, diluendo l’abbondante cicuta che contiene attraverso il mio impegno di sempre, appoggiando probabilmente il referendum abrogativo che si sta cominciando a organizzare.Grazie per la Sua voce!
    Giorgio Kurschinski

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