cropped-man-hat-ferne.jpgdi Antonio Scurati

[È in libreria l’ultimo romanzo di Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani). Racconta la storia di Leone Ginzburg dal giorno della sua cacciata dall’università fino a quello in cui viene ucciso in carcere. Accanto alla vita di Leone e Natalia Ginzburg narra le vite dei nonni dell’autore, persone non illustri vissute nella stessa epoca, trascinate dallo stesso tempo storico ma destinate a un’esistenza solo privata. Queste sono le pagine conclusive del libro.]

Dove sono io in quella corrente?

Ecco la domanda. Semplice, radicale, violenta. Questo ci chiediamo – se davvero ci chiediamo qualcosa – ogni volta che dal fondo delle nostre esistenze pacifiche e tediose pensiamo alle grandi epopee e tragedie della storia. Cosa avrei fatto io al loro posto? Ecco il dilemma. Nessun altro ha senso quando avviamo una corrispondenza amorosa con un’umanità lontana, ignota, una vita straniera, quando entriamo in risonanza con un tempo in cui uomini solitari dovettero e poterono dire “no” al secolo mentre l’Europa era in fiamme e milioni di persone venivano avviate ai campi di sterminio.

Una certa prepotenza, una certa arroganza – me ne rendo conto – accompagna sempre questi interrogativi per mezzo dei quali cerchiamo di dare un senso alle nostre vite usurpando l’autorità delle tragedie ed epopee altrui. Eppure, al di fuori di essi, non c’è né perdizione né salvezza. Solo un tipo peggiore di prepotenza, di superbia. Solo accademia.

Nel 1944, poche settimane dopo la tragica morte di Leone, Natalia Ginzburg scrisse un racconto intitolato Inverno in Abruzzo. Vi rievoca – con lo stile sobrio, il tono apparentemente dimesso di chi ha vissuto, suo malgrado, in un’epoca scandita da proclami altisonanti, segnata da enfasi deliranti – gli anni del confino sulle montagne di Pizzoli insieme a suo marito e ai suoi figli. Con queste parole termina quel racconto: “Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. Davanti all’orrore della sua morte solitaria, davanti alle angosciose alternative che precedettero la sua morte, io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo gli aranci da Girò e andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so”. Dopo la fine atroce di Leone, a guerra finita, Natalia rimpiange il tempo con lui, i giorni del confino, dell’oppressione, delle persecuzioni incessanti, delle privazioni continue che furono, però, anche i giorni della lotta, della fierezza, della solidarietà umana e degli affetti famigliari rivolti al futuro. Quel rimpianto pone un sigillo amoroso sullo strazio di una morte orribile.

Per chi legga oggi dal principio Inverno in Abruzzo, questo finale rischia, però, di giungere come una vertigine di struggimento. Può capitare che il lettore venga rapito dalla fuorviante nostalgia per ciò che non ha mai vissuto e mai vivrà, per ciò che si è avuta la grazia di non potere né dovere mai vivere.

È questo stesso assurdo struggimento che ci coglie – confessiamolo – quando pensiamo alla Resistenza. Noi, nati e cresciuti decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel periodo più pacifico e prospero che l’Europa occidentale abbia conosciuto, noi figli del pezzetto d’umanità più protetto, agiato e longevo che abbia mai calcato la faccia della terra, proprio noi arriviamo a provare nostalgia per quella stagione tragica, per quella lotta formidabile ma terribile che non abbiamo vissuto. E’ indubbiamente un pensiero frivolo, forse addirittura una mancanza di rispetto verso il dolore altrui ma è il pensiero di chi ha vissuto esistenze oziose, è l’abbaglio che ci rappresenta, in cui si specchia il nostro perfido, cosiddetto benessere, e con questo dobbiamo fare i conti. Nelle nostre serate tristi, in coda a vite grigio perla, stravaccati sul divano del salotto davanti a un televisore acceso su di un canale morto, con un ultimo sussulto prima di andare a letto, pur non avendo noi nessuna vittima da rimpiangere, concepiamo lo sproposito che quello – quello delle persecuzioni, delle ribellioni, dei milioni di morti e della lotta contro un nemico mortale – quello avrebbe potuto essere il tempo migliore della nostra vita.

Rimpiangere il tempo della storia, questo il destino beffardo di chi non ha destino perché vive al tempo della cronaca. La cronaca è diventata, infatti, il criterio generale del nostro sentimento del tempo. Misuriamo su di esso, esclusivamente su di esso, le nostre esistenze. Ed è un metro corto. Da qui quell’altrimenti ingiustificabile senso di oppressione, quell’irosa sensazione di peggioramento che è la speciale condanna toccata a un’umanità sotto ogni altro aspetto privilegiata. La vita, se vissuta nell’orizzonte angusto della cronaca, si cronicizza in una malattia inguaribile di lungo decorso. Si tradisce così il senso tragico della lotta altrui e si smarrisce ogni senso della propria lotta. Non ci sono nazisti al tempo della cronaca, soltanto delinquenti comuni e serial killer.

Eppure, noi che viviamo in questo tempo qui, proprio siamo noi l’avvenire facile e lieto in cui Natalia Ginzburg aveva avuto fede e che l’aveva amaramente illusa. Per quanto deludenti, indegni, siamo noi quell’avvenire.

E, allora, la mia personale risposta alla semplice domanda dell’inizio è ovvia e sconcertante: io c’ero in quella corrente perché c’era il nonno di cui porto il nome. La sua vita di uomo comune, anonimo, insignificante davanti alla grande storia, può e, forse, deve essere narrata accanto a quella gloriosa di Leone Ginzburg. Perché s’illuminano a vicenda, la grandezza dell’uno nella modestia dell’altro e viceversa. E anche perché il discrimine tra fatti memorabili e trascurabili non è poi così ampio. Per tutti loro, uomini illustri e non illustri, la memoria conservata in un racconto è l’unica forma di sopravvivenza. Si narrino, dunque, una accanto all’altra, in una sorta di profano vangelo sinottico, la vicenda tragica dell’eroe intellettuale, della sua stirpe e della sua discendenza, e quella della mia gente, gente comune, le si narrino addirittura fino al punto in cui questa linea genera me, lo scrivente. Il più insignificante.

Certo, sono vite che non s’incontrano, scorrono per l’eternità in parallelo, come non s’incontrano mai davvero la cronaca e la storia, il “mondo della guerra” e quello della pace. E, certo, le fratture sono tante, le faglie gigantesche, le disparità di valore enormi, gli incroci mancati più di quelli avvenuti, le linee di discendenza spezzate. Le fratture fra noi e “loro”: fra la gente comune (come i miei parenti) e gli eroi della Resistenza, fra la nostra generazione e quella della guerra.

Se ci pensi, scopri che i tuoi nonni somigliano a Leone Ginzburg più di quanto tu somigli a loro. Sebbene ne discendiamo, noi uomini della cronaca stiamo in una catena spezzata dalla nostra assenza di biografia, dalle nostre vite senza destino. La loro generazione, come scrisse Pintor, non ebbe il tempo di costruire il dramma interiore perché trovò il dramma esteriore perfettamente costruito, la nostra spende ogni santo giorno a costruirsi un dramma interiore non avendo altro che quello. Loro giunsero alla politica “quasi a malincuore, per il dovere dei tempi”, noi non siamo mai giunti alla politica causa scadimento dei tempi. E questo spiega in parte quel nostro costante, congenito, malincuore, cui a lungo non sapemmo dare un nome. Soprattutto, loro ebbero prima l’ora in cui si è chiamati a testimoniare – il “punto alto” – poi il sentimento della vita come qualcosa che può ricominciare da zero. Noi né l’una né l’altro.

L’elenco delle differenze insormontabili potrebbe continuare ma ecco che mi riagguanta lo struggimento per “il tempo migliore”, il pensiero ozioso, osceno che – partorito dalla vacuità delle nostre esistenze – ci spinge a desiderare di aver vissuto le tragedie della Resistenza. Ed è un inganno, lo so, perché l’epica è desiderabile solo a condizione di non farne parte.

Il passato che raccontiamo è precisamente il nostro passato e proprio per questo non si ripete in noi. Il rievocarlo non accorderà nessun riscatto ma nemmeno susciterà alcuno spettro malvagio, nessun reale tormento. No, nessun fantasma del padre insepolto verrà a perseguitarci. Il progenitore glorioso non è il nostro, l’avo illustre sempre l’avo di qualcun altro. Di questi tempi non c’è nessun mondo da ereditare, nessun treno da prendere o da immortalare. Nessuna Siberia verso cui mettersi in viaggio con la preghiera, esaudita, che qualcosa accada, fosse pure un accadimento mostruoso. Siamo al punto morto della storia, dove si organizza un “evento” al giorno eppure non succede mai niente. Tutto questo è vero, verissimo, lo sappiamo tutti, ma, alla fine dei conti, è meglio così. E sappiamo anche questo.

E, poi, se guardi la cosa da un altro versante, scopri che il fondo è comune. La storia di Leone Ginzburg che ho appena raccontato è indubbiamente quella di un uomo eccezionale la cui straordinaria virtù fu da sola capace, in un certo senso, di salvare tutti gli altri. Eppure la sua straordinaria grandezza la misuri a pieno sullo stesso terreno arato dalle vite ordinarie di tutti quegli altri. Non su un roboante, squassato campo di battaglia ma sull’orto dietro casa. E’ lì che s’incontrano.

Sebbene il genere del racconto appaia tanto diverso, per i Ginzburg come per i miei nonni si trattò anche e pur sempre dell’affanno quotidiano, delle opere e dei giorni. Al titanismo nazi, in prima linea o nelle retrovie, tutti loro opposero le piccole virtù di gente che lavora e cresce i figli, l’ostinazione della cura editoriale, la filettatura dei metalli, le bistecche e i pupi. Sono sempre e comunque tutte arti minori, arti industriali le nostre. E, poi, l’unica epica che ci è rimasta è l’epica primitiva cui la vita privata ancora si attiene. E, poi, la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica, per noi come loro, è quella cui dobbiamo la nostra nascita. E, poi, per tutti quanti si tratta pur sempre di vivere con l’amico estinto, e l’amico estinto con noi, si chiami esso Leone, Natalia, Antonio, Ida, Angela o Peppino.

Nella sua celebre prefazione a Guerra e pace, scritta dal confino di Pizzoli mentre i nazisti assediavano Mosca, Ginzburg – lo abbiamo visto – distingueva in Tolstòj tra personaggi storici e personaggi umani. I primi vivono sempre, in qualsiasi epoca, in tempo di guerra, i secondi sempre in tempo di pace. Certo, anche la pace presenta i suoi rischi, anche la felicità tende le sue trappole: “La felicità può perfino far distogliere lo sguardo di un giusto da un uomo ucciso ingiustamente.” Ciò nonostante, secondo Ginzburg, Tolstòj, pur avendo combattuto da giovane nel memorabile assedio di Sebastopoli e poi raccontato in modo leggendario la guerra, riservava le proprie simpatie al mondo umano, alla pace. Tolstòj prendeva partito per la sua “felicità esplicitamente terrena”. È lo stesso partito di Leone Ginzburg, indubbiamente.

Teniamoci, perciò, stretto il nostro avvenire facile e lieto. Prendiamocene cura.

E questo è tutto. Quando la felicità dei protagonisti è raggiunta, per grande o piccolo che sia, il libro finisce.

[Immagine: Christian Boltanski, Kunstmuseum Wolfsburg Ausstellung (gm)].

2 thoughts on “Il tempo migliore della nostra vita

  1. “Siamo al punto morto della storia, dove si organizza un “evento” al giorno eppure non succede mai niente.”

    Evidentemente, Scurati non si riferisce al nostro sistema solare. E’ un romanzo di fantascienza?

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