Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Di alcune poetiche relazionali nella poesia italiana contemporanea

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cropped-Hannah-Starkey-2008_tbg10967_untitled_september20080.jpgdi Jacopo Grosser

[Questo saggio è uscito sul numero 18 dell’«Ulisse», intitolato Poetiche del XXI secolo]

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive:

La poesia moderna è il genere letterario che più assomiglia alle arti figurative degli ultimi secoli. Come la pittura e la scultura, anche la scrittura in versi ha reagito estremisticamente alla crisi della mimesis e alla disumanizzazione dell’arte. Nonostante gli spettacolari esperimenti narrativi che costellano la letteratura del Novecento, il medio romanzo colto si è mantenuto molto più fedele alla maniera comune di vedere le cose di quanto non abbia fatto la poesia. […] è opinione comune che, per apprezzare la poesia, bisogna essere addentro al linguaggio settoriale del nostro genere; bisogna, in altre parole, conoscere un sistema di segni specialistico. Come tutte le arti che subiscono una forte disumanizzazione, la poesia moderna divide il pubblico in due – un’élite ristretta che capisce e una massa vastissima che non capisce – seguendo le linee di una dialettica che attraversa anche le arti plastiche da quando i pittori e gli scultori possono ignorare l’aspetto ordinario della realtà e trasgredire le norme ereditate.(2)

E ancora, poche pagine più in là (e mi scuso per le lunghe citazioni):

La poesia degli ultimi secoli, il genere che meglio di ogni altro incarna la componente narcisistica dell’individualismo moderno, è anche un gigantesco sintomo storico: evidentemente una parte della cultura contemporanea dà per scontato che si possa dire una verità universale chiudendosi in sé. Ciò significa che il rapporto con gli altri e lo scorrere del tempo, ovvero le dimensioni propriamente oggettive della vita, non siano essenziali alla comprensione della realtà. Facendo di ogni persona l’origine dei significati e dei valori, la società moderna ha legittimato questo esempio estremo di individualismo monadico e ha reso difficile credere che esista una verità ulteriore rispetto alla nostra verità, al nostro modo di guardare le cose, al nostro destino personale o tutt’al più familiare, come invece non accade nelle società che conservano solidi valori collettivi.(3)

Il discorso si chiude, in qualche modo, proprio sulla constatazione della marginalità della poesia,

confinata in una riserva protetta che sopravvive grazie al prestigio accumulato nei secoli, al conservatorismo dei programmi scolastici e al mecenatismo di qualche casa editrice. Questa ammirevole capacità di resistenza non riesce però a nascondere una crisi strutturale.(4)

Lo status della poesia odierna è appunto quello di una profonda “crisi strutturale”, resa irrilevante socialmente e relegata ai bordi del sistema contemporaneo delle arti; crisi già novecentesca ma acuita fatalmente, come si sa, dalle conseguenze del secondo conflitto mondiale, riassunte nel celebre anatema di Adorno (“l’affermazione più distruttiva mai pronunciata nei confronti della poesia contemporanea”(5)) per cui la poesia non sarebbe più pratica possibile dopo Auschwitz(6). Il baratro del silenzio è l’orizzonte contro il quale la parola poetica prova a stagliarsi, o piuttosto a ritagliarsi almeno un piccolo spazio di dicibilità; ma senz’altro quel che salta all’occhio, nella ricostruzione di Mazzoni, è appunto la ricorrenza di formule come disumanizzazione, perdita della dimensione personale e paradossale introflessione, autoreferenzialità, eliminazione della persona e della comunità, perdita di solidi valori collettivi e condivisi, inutilità del rapporto con gli altri. Con parole magari diverse, questo medesimo panorama teoretico ed epistemologico è certo ricorrente nell’ambito attuale delle humanities, e proprio sulla spinta dell’evoluzione nelle riflessioni filosofiche post-Auschwitz, che, come è noto, hanno posto in primo piano la questione etica e della responsabilità di fronte alla desoggettivazione sistematica attuata nella Shoah; e oggi lo sfondo resta, naturalmente, la solidità dell’identità del soggetto e la sua capacità di porsi in relazione autentica con l’altro da sé.

Con una consapevole schematizzazione, mi pare che gli atteggiamenti della poesia italiana contemporanea nei confronti della questione della (assenza di) relazionalità, dell’intersoggettività necessaria a una scrittura poetica, siano stati – e tuttora siano – essenzialmente di due generi. Come preliminare considerazione, mi rendo conto di operare una schematizzazione, una riduzione funzionale, ma mi auguro che il desiderio di tracciare delle mappe, dei percorsi comuni (se non proprio delle poetiche collettive, intese in senso stretto e normativo – e d’altro canto, ancora con Mazzoni, siamo in un’epoca di “soggettivismi di gruppo”(7)) compensi quanto di sfumato rimarrà necessariamente escluso; avverto inoltre che il mio sguardo si concentra solo su autori nati tra gli anni ’50 e ’60, ovvero poeti che raggiungono la maturità nel pieno della post- (o tardo-, che dir si voglia) modernità. Credo che per ciascuno degli atteggiamenti riscontrati sia possibile rintracciare modelli, percorsi evolutivi, filiazioni, e talvolta senza troppe difficoltà; ancora, però, non di questo mi occuperò, anche se il solo sguardo rapsodico di quest’occasione stimola senz’altro al desiderio di tracciare un panorama più ampio e strutturato – cosa che mi auguro di saper sviluppare in futuro.

Da un lato, c’è chi punta sulla forma, sulla riflessione sul linguaggio come strumento intersoggettivo privilegiato, per non dire esclusivo; ovvero chi ritiene che l’unico modo per riattivare la comunicazione poetica sia mimare la disumanizzazione ed esplicitamente tematizzare il piano metapoetico e, se mi si concede, metamediale. Andrea Cortellessa a tal proposito ha parlato di “depersonalizzazione intersoggettiva”(8), intendendo così definire, se non m’inganno, una linea poetica che punti ad una riduzione della dimensione propriamente lirica della poesia e dunque ad una compressione, fino alla sua scomparsa dalla scena, dell’io lirico e di una dimensione soggettiva: questo per lasciare proficuamente campo ad una meditazione critica sullo strumento, sulla poesia in quanto medium, e sulle sue modalità di trasmissione, disvelandone aporie e inautenticità strutturali. Un caso emblematico, e senz’altro di grande successo critico, è quello della poesia di Gabriele Frasca.

Il poeta napoletano, punta di diamante del “nuovo manierismo neometrico”(9) attua una chiusura formale, almeno a livello di strutture strofiche(10) non passiva nei confronti della tradizione, ma anzi, per usare le sue parole, punta con sapiente sperimentalismo a riaggregare gli elementi canonici (l’endecasillabo, su tutti) per “trovare forme” nuove, piegandole alla semplice esibizione di un vincolo; rispetto al multiforme sistema metrico novecentesco versoliberista, in cui tutto è stato concesso, la dimensione di discontinuità pare consuetudine, mentre la chiusura formale ostentata, oltretutto operata in modo così massiccio e non estemporaneo punta tutto sulla valenza destabilizzante di una “sensazione differenziale”(11). Frasca ha naturalmente piena coscienza di ciò, e lo dichiara programmaticamente; cito un passo tratto da Schiuma, un saggio della fine degli anni ’80:

Si può […] ripartire dalle apparenze, che sono sociali e culturali, e dai principi che le governano, ordini e sintassi. Ogni società, del resto, lo si sa, è una configurazione di apparenze che, per imporsi, si decanta ordine di oggetti. Il compito primo dell’intellettuale dei nostri anni è ridefinire apparenza ciò che è apparenza, e ricordare che questa configurazione, quella che ci domina e determina, non è ineluttabile. Allo scrittore, dunque, dovrebbe essere richiesta l’“espressione rigorosa”, “a cui gli uomini vengono espressamente disabituati” [la citazione è da Adorno], vale a dire il coraggio configurativo, un’elaborata sintassi delle apparenze in cui imbrigliare quel flusso di percezioni che meglio rappresenta la coscienza nel suo atto di porre pause, inserire scansioni e quindi, alla lettera, comprendere, disvelare. […] Lo stile è il principio d’ordine delle apparenze, statuariamente alternativo ad ogni presunto ordine di oggetti(12).

Il concetto di “apparenza” ha duplice funzione, di definire cioè il reale da un lato e dall’altro la gabbia stilistica, specificamente metrica, entro cui “imbrigliare” il “flusso di percezioni”: la metrica chiusa si offre quindi come l’elemento in grado di restituire alla poesia la sua valenza conoscitiva, la sua possibilità di informare sul mondo (“porre pause, inserire scansioni e quindi, alla lettera, comprendere, disvelare”). Ancora più esplicito è, nelle pagine immediatamente precedenti, Marcello Frixione, poeta assai vicino al collega napoletano, quando dichiara la “necessità dei generi letterari, per la riconoscibilità del testo” e, di riflesso, la “necessità di una metrica in poesia”(13). L’“elaborata sintassi delle apparenze” reclamata da Frasca viene dunque così interpretata da Carla Benedetti: “se ci si interroga sul ‘senso’ di questo particolare uso tardomoderno della metrica che possiamo rintracciare nelle poesie di Frasca, io credo che la risposta vada cercata in questo: la restaurazione di regole di genere che vincolino l’espressione poetica. Non più però giocata in chiave dissacratoria nei confronti dell’istituzione artistica, ma, al contrario, in chiave di rilegittimazione del fare poesia”(14). Il fatto che, secondo Paolo Giovannetti, “il metro chiuso sia usato per farci sentire tutta la sua inattualità”(15), è vero proprio in questo senso, cioè nel suo valore prettamente iconico, di “apparenza”: nell’esibizione della costrizione tramite vincoli (beninteso non necessariamente tradizionali) risiede la dichiarazione di assoluta mancanza di vincoli ‘esistenziali’, e, assecondando le interpretazioni più ideologicamente marcate(16), vuole funzionare come una sorta di grido di resistenza, di gesto estremo (l’autoimposizione di una gabbia in un momento in cui la poesia ne è normalmente priva) che provi a riportare la poesia ad uno statuto di dignità “intersoggettivo”(17) e in qualche modo civile, uscendo dalla “sua piccola cerchia di iniziati, assai bellicosi e autoreferenziali”(18) cui normalmente è destinata; il panorama dipinto sopra da Mazzoni è qui perfettamente pertinente.

La sensazione, però, è che la scelta fraschiana sia un poco condotta a freddo, quasi come esercizio di stile(19), veicolo dell’“apparenza”, dell’ostentazione dei vincoli metrici, di volta in volta diversi ma sempre analogamente connotati. Comunque, la tematica dell’inutilità, del niente che si ripropone in modo circolare, seriale, pervade l’intera sua produzione, e a ragione può essere indicata come ‘il tema’ fraschiano per eccellenza, che a sua volta viene riprodotto in modo – appunto – seriale attraverso una metrica serialmente sempre chiusa. Cito un testo particolarmente eloquente, dalla sezione rimastichi di Lime:

se mai qualcuno ce l’avesse detto
quando ancora poteva avere senso
che qui s’andava solo torno torno
perché il tratto percorso resti un cerchio
da percorrere sì ma come il cerchio
senza infinito che rimbalza il detto
nel contraddetto e ne scalfisce il senso
quanto più si riavvolge torno torno
nessuno già di quanti torno torno
avrebbe mai a quest’ultimo far cerchio
di sé come formiche dato senso
né certo poi se lo sarebbe detto
che seppure ci fosse stato detto
che tutto questo giro ha solo il senso
di fare asse col culo torno torno
staremmo ancora a correre nel cerchio

Il principio della retrogradatio cruciata viene qui applicato ai quattro versi, sì che il “cerchio” viene perfettamente chiuso nell’ultima quartina, quando le parole-rima ritornano nella loro posizione iniziale, a segnalare che nonostante “tutto questo giro” niente è cambiato: la poesia (e l’intera sezione invero) è correlativo tematico del procedimento formale, e viceversa, in un’indistinta fluidità circolare. L’ultima quartina è davvero eloquente, perché dichiara l’ineluttabilità del ritorno dell’identico: se anche “fosse stato detto” che “il senso” del girare su se stessi è proprio il solo girare, “staremmo ancora a correre nel cerchio”, cioè la coscienza dell’inanità della poesia non avrebbe cambiato nulla – e, di fatto, non cambia nulla. Oltre alla retrogradatio cruciata, i termini che rimandano alla circolarità e al ritorno costante sono evidentemente molteplici, dalla parola-rima “cerchio”, al raddoppiato “torno torno”, al “detto” che “rimbalza” “nel contraddetto”, al “senso” che si “riavvolge”. La combinazione dell’insistita iterazione a cornice alla retrogradatio moltiplica l’effetto di ripetizione e di ritorno, già presente a livello prosodico-accentuale, a livello rimico, a livello strofico, a livello tematico. La riproducibilità tecnica dell’arte (e dunque del soggetto) viene quindi assunta a motivo unico e serialmente ostentata, sciorinata su ogni piano e in ogni possibile gioco combinatorio, in un’evidente tematizzazione dell’assenza di ogni “senso” possibile(20).

Cito un passo dallo studio che il poeta, in veste di critico, dedica alla sestina nella tradizione poetica italiana; in particolare, le parole sono tratte dalle ultimissime pagine, relative alla fortuna della sestina negli anni Ottanta, e sono inevitabilmente permeate da una certa dose di militanza:

Non appare dunque un caso che ogni qual volta nelle epoche a noi vicine si è avvertita la necessità di ancorare il processo poetico a qualcosa di meno intangibile ed evanescente dell’‘ispirazione’ del poeta, ogni qual volta cioè si è riproposto il bisogno di una disciplina, vale a dire di uno sforzo quanto meno intersoggettivo, la sestina è assurta a modello ostentato della riconquistata tangibilità dell’elaborazione poetica. Dove e quando lo sforzo disciplinato è stato ricondotto non al vuoto artificio bensì, secondo etimo, ad un’istanza didascalica, e pertanto oggettiva (o, se non altro, oggettivata), la forma sestina ha riconquistato tutte le sue potenzialità, musicali e logiche, offrendosi non tanto come uno dei possibili schemi metrici […] quanto piuttosto come il metro stesso nel suo massimo esito, appunto logico e musicale(21).

Fra i molteplici spunti offerti, sottolineo due aspetti: da un lato, il “bisogno di disciplina” che con ogni evidenza è urgente nella produzione fraschiana, e dall’altro il fatto che la sestina rappresenti “il metro stesso nel suo massimo esito”, affermazione che da sola basterebbe a giustificare l’attenzione da sempre accordata dalla critica a tale forma, divenuta il simbolo stesso della versificazione fraschiana. In ogni caso, se “oralità vera, in poesia, si riconosce solo in presenza di fattori tecnici d’iterazione e di parallelismo (anche o soprattutto di natura timbrica) che organizzino il libero modularsi della voce in un insieme di compiuto senso formale”(22), la versificazione di Frasca è appunto pervasa dall’enfatizzazione di iterazioni di tale natura. Federico Francucci ha di recente collegato l’insistenza sull’oralità alla dimensione intersoggettiva della poesia fraschiana: “la poesia di Frasca richiama il lettore a ripercorrerne le piegature della sua forma, a ricostruirne il procedimento, e a ridirlo con la propria voce. […] La voce è il mezzo attraverso cui il blocco del testo viene incorporato da chi lo legge, trasmesso per contagio e non per comunicazione, da uno ad altro uno(23). La replicabilità della forma in direzione seriale è il carattere che meglio definisce la maggior parte della poesia fraschiana, e proprio l’ininterrotta reiterazione, in una ridondante profusione di espedienti metrico-retorici non può che condurre all’annegamento della stessa poesia in un ‘mare dell’oggettività’: un’enumerazione caotica che non fa che rendere la stessa poesia relitto fra relitti, gabbia vuota che contiene, appunto, il vuoto semantico. In una delle poesie più interessanti dell’ultima raccolta, Frasca chiude la terza strofa con i seguenti versi, talmente espliciti da non meritare ulteriore commento (Rive, uno, vv.77-81):

 non gli ritorna niente e se assapora
un vecchio fremito gli pare finto
tirato ad arte imposto e infine vinto
dallo sfregare cieco della lima
che lascia liscio quello che divora

L’intenzione, se vogliamo, è quella (già, mutatis mutandis, tipica delle poetiche dell’avanguardia e, per quel che riguarda l’Italia, precisamente dell’esperienza neoavanguardista(24)) di una sorta di formalismo postmoderno relazionale; ovvero di un’ipertrofia dei significanti, in fondo consapevolmente e criticamente manierista fin dalle sue prime declinazioni, tesa a stimolare la riflessione innanzitutto metapoetica. Dall’insistenza sul piano mediale dello strumento linguistico (metricamente connotato) discende la dimensione etica, civile e politica della scrittura poetica.

Sulla centralità della forma ha insistito, come è noto, anche Giovanni Raboni, nella sua ultima stagione poetica; in un passo celebre, tratto dalla quarta di copertina di Versi guerrieri e amorosi, il poeta milanese dichiarava l’urgenza della

richiesta di riconoscibilità formale che sempre più la poesia mi sembra rivolgere oggi ai poeti per poter continuare o ricominciare ad esistere, oltre che nella loro volontà e immaginazione, anche nella mente e nell’orecchio dei lettori

Il piano non è differente da quello fraschiano, e ancora rimanda alla “sensazione differenziale” di cui sopra: il medium conta perché sia riconoscibile, e la riconoscibilità garantisce resistenza o per lo meno può provare a farlo. Quel che cambia, oltre al trattamento stilistico della forma chiusa(25), è – banalmente, e se è concesso usare il termine senza vergogna – il contenuto, l’aspetto tematico, fortemente personale in Raboni(26). A tal proposito, e come ponte per il secondo atteggiamento cui accennavo, vorrei prendere in considerazione alcune pagine di Cortellessa dedicate a Tommaso Ottonieri, anch’egli a suo modo sodale di Frasca nella costellazione del formalismo postmoderno intersoggettivo. Cortellessa, intervenendo al convegno Genealogie della poesia nel secondo Novecento(27), contrappone Ottonieri a Pusterla, e lo fa sul piano del ‘grado di democraticità’ delle due operazioni poetiche, grado valutato sul piano della “modalità relazionale – pragmatica, comunicativa – dei testi”, sul “circuito comunicativo nel suo complesso (il regime relazionale al quale sono stati sottoposti)”(28). Da un lato un testo – la prosa d’apertura di Album cremisi – innervato di riferimenti intertestuali, parodicamente postmoderno, in cui l’autore ha “sentito il bisogno di citare le sue fonti […] la tradizione letteraria e di pensiero alla quale si riallaccia. Diciamo, insomma, la sua bibliografia”. Dall’altro lato, invece, Fabio Pusterla, “nella performance del quale era essenziale – al punto di occupare molto più tempo (e persino, viene da sospettare, impegno retorico) dei testi letti – l’aggancio al vissuto emotivo e anche aneddotico, umorosamente raccontato dall’autore. Diciamo alla sua biografia”. La conclusione di Cortellessa è questa:

Per usare una metafora certo imprecisa, ma che appare sufficientemente economica, una prima lettura (un primo ascolto, anzi) non avrebbe difficoltà a indicare nella performance di Pusterla, così cordialmente comunicativa, un’istanza democratica – mentre vedrebbe certo in quella di Ottonieri, così stremantemente colta allusiva e oscura, uno spirito aristocratico. Se però consideriamo il circuito comunicativo nel suo complesso (il regime relazionale al quale sono stati sottoposti, cioè), i rapporti tra i due testi mutano. L’enciclopedia di riferimenti colti di Ottonieri, a tavolino e con pazienza, è decodificabile. Vi resterà – per fortuna – qualcosa di irriducibile, ma gli elementi indispensabili alla comprensione del testo sono a disposizione dei lettori […] Tanto più che Ottonieri quei riferimenti si preoccupa, sia pure nelle forme mascherate e allusive che gli pertengono – di segnalarli.

Naturalmente la tesi complessiva è molto più strutturata di così, e risponde all’idea di poesia che Cortellessa ovviamente ha, e la mia riduzione a un tale schema manicheo è funzionale al discorso che intendo fare. Personalmente, a costo di essere considerato pigro, perché non desideroso di attivare un’interpretazione realmente “critica”(29), temo di fermarmi a quella che il critico congela come “una prima lettura”; credo infatti che a una tale impostazione sia possibile opporre un’obiezione, di ordine – anche – storico. Credo infatti che una simile concezione di poesia (o una simile concezione progettuale di poesia) possa comportare dei forti rischi, per la stessa possibilità di sopravvivenza della poesia in un sistema delle arti che ambisca a una qualche funzione etica ed eteronoma; ovvero, ho il timore che considerare il piano formale, metapoetico, come snodo intersoggettivo privilegiato, quando non esclusivo, sia una postura in fondo paradossalmente aristocratica, se pure involontariamente, ed autoreferenziale; un tipo di iper-manierismo formalistico e metapoetico consapevole della marginalità della poesia ma pericolosamente concentrato sulla dimensione costrittiva del confine entro cui la poesia è relegata, più attenta a disvelare e tematizzare le dinamiche socio-culturali e filosofico-linguistiche del confine che non a cercare di superarlo. Quel che Cortellessa contesta alla disposizione “cordialmente comunicativa” di Pusterla, ovvero una eccessiva soggettivizzazione, in ultima analisi potenzialmente insondabile e dunque aristocratica e antidemocratica (nell’ottica di una democrazia dell’interpretazione, dell’intendersi) è potenzialmente rovesciabile, da una prospettiva diversa: prospettiva che è essenzialmente quella di reazione alla, e non di mimesi della, disumanizzazione della poesia (e si badi ancora alla ricorrenza di termini come disumanizzazione, depersonalizzazione… tutte questioni ovviamente legate alla posizione del soggetto) e della progressiva distanziazione della poesia dall’uomo, dal suo orizzonte gnoseologico ed epistemologico nel sistema delle arti moderno e contemporaneo. Vale a dire, in termini ancora economicamente semplificatori, che i rischi – etici, civili – di una “depersonalizzazione intersoggettiva” come strumento relazionale siano quelli di una involuzione, una implosione autoscopica, non più in grado di comunicare se non sul piano prettamente metacomunicativo, ed – evidentemente – di un ulteriore, conseguente radicamento della marginalizzazione del codice poetico. Una poesia come oggetto che vale, che conta di più per ciò che dice di voler comunicare che non per ciò che effettivamente comunica (in una dimensione antidiscorsiva e pure performativa), è a mio parere fortemente a rischio d’implosione, per lo meno su un piano storico un poco più ampio del singolo decennio, o di un ristretto torno d’anni. Un limite quasi invalicabile è secondo me quello della produzione programmaticamente potenzialmente infinita (perché, nelle intenzioni e nei fatti, all’infinito replicabile) della mimesi del caos, del non-senso: una volta che l’operazione intellettuale è stata fatta, una volta che l’assunto teorico è stato messo in pratica, realizzato letterariamente e condiviso, l’operazione non può che riprodurre se stessa, senza riattivare un circuito virtuoso, di produzione di senso e di responsabilità individuale nella produzione di senso; è questa, secondo me, un’arte sì replicabile e variabile all’infinito, ma in fondo rischiosamente autoreferenziale, incapace di (tentare di) ristabilire un piano di condivisione di senso, di valori comuni – incapace di comunicare, al di là della prima, patente dichiarazione di non dicibilità del reale. Con il Raboni critico dei Novissimi già citato sopra, “non si può pensare, mi sembra, di avviare a soluzione la crisi della comunicazione semplicemente dimostrandola in atto e oggettivandola nei versi (o nelle superfici dipinte): in questo modo non si fa che cristallizzarla, renderla una volta di più insuperabile – un idolo senza senso e senza futuro”(30).

Al di là delle mie opinioni, ad ogni modo, sull’utilità progettuale di un tale approccio si discute, e a lungo si potrebbe discutere: è ovvio che non vi sia una sola strada percorribile, e ogni tentativo – in quanto tale – è lodevole e meritorio. Al contempo, vorrei chiarire che nell’ottica di un recupero dell’ethos relazionale per la poesia la dimensione alternativa non sia certo quella di un “engagement didascalico e tribunizio”(31), né certo una ipersoggettivizzazione neo-orfica, iperlirica, che restauri una sorta di egolatria effusiva del soggetto che parrebbe francamente insopportabile (e si vedano a tal proposito le giuste critiche fatte a poeti come Giuseppe Conte o Gianni D’Elia mosse da prospettive diverse, da concezioni della poesia differenti, quali quelle dello stesso Cortellessa e di Andrea Afribo(32)). La strada alternativa è quella di una poesia che ambisce alla dimensione relazionale senza tematizzare, e per questo iper-connotare, il proprio medium; ma che al contrario lo utilizza in quanto tale, al fine di restaurare, con umiltà, uno spazio di condivisione, di partecipazione – di comunicazione, senza rinunciare alla dimensione soggettiva (o per lo meno, come vedremo, ad un tentativo di definizione di tale dimensione). In questo senso, lo spazio marginale in cui la poesia è necessariamente collocata può rivelarsi strumento paradossalmente fecondo, dato che la liminarità, la marginalità è in fondo lo spazio di quasi ogni riflessione critica sulla realtà, nel sistema mediale e artistico contemporaneo. Meglio lo dice lo stesso Fabio Pusterla:

di fronte all’interrogativo […] “che senso ha scrivere oggi”, l’unica vera risposta che so dare è una risposta eretica (o, pasolinianamente, incivile): il senso ha a che vedere con quell’istante di smarrimento e di passione, di adesione e di rivolta, e proprio per questo è un senso che non si dà mai una volta per tutte, ma va ricostruito faticosamente giorno per giorno. Se la letteratura nel suo insieme non è più il centro del mondo, ma scivola verso i bordi più esterni della semiosfera, la vertigine esistenziale continua invece ad essere all’ordine del giorno, e il linguaggio poetico non ha perso del tutto i suoi poteri. […] a patto di non vivere di rimpianti, di non ambire nostalgicamente a quella centralità e a quell’ufficialità ormai impossibili; a patto cioè di assumere fino in fondo la propria nuova, forse inedita, condizione di linguaggio povero e in un certo senso in esilio.(33)

L’“assunzione fino in fondo” della “propria condizione di linguaggio povero” è appunto un atteggiamento etico, civile, è un atteggiamento che solo può restituire – almeno nella prospettiva di Pusterla – alla scrittura, e alla scrittura poetica in particolare, lo status di “pratica responsabile”(34); responsabile perché intersoggettiva. Pusterla parla esplicitamente di “vertigine esistenziale”, che al di là di ogni interpretazione ideologicamente marcata è inevitabilmente – e così è stato per le migliaia di anni di vita della poesia(35) – l’unico motore di un possibile tentativo di comunicazione autentica di cui la poesia possa farsi vettore (e se posso esprimere una timida opinione, la stessa poesia di Frasca, e la stessa riflessione alla base della sua poesia nascono appunto da una “vertigine esistenziale”, filtrata e raffreddata poi attraverso un progetto intellettuale). Le declinazioni, all’interno di questo orizzonte di poetica, non sono univoche, e non sono neppure quelle sole identificate con la pertinente e fortunata formula di “stili semplici”(36) (anche se, almeno in Pusterla, il senso di ‘linguaggio povero’ allude certo anche a quel sistema stilistico). Proverò ora, pur procedendo in modo certo rapsodico e senza ambire ad alcuna esaustività, a identificare alcune di queste posizioni nel panorama della poesia degli ultimi anni, di volta in volta percorrendo dall’alto alcune raccolte, leggendo qualche testo, qualche dichiarazione di poetica; sapendo bene che a questo percorso sono solidali, pur senza unirsi in scuola poetica, molte altre voci cui qui non accennerò.

Mi pare utile partire da un’intervista di Giovanni Raboni rilasciata, una decina d’anni fa, a Massimo Gezzi sulla rivista «Atelier»; Gezzi osserva:

Quindi per lei la letteratura non riesce a portare un contributo fattivo, efficace al dibattito e al rinnovamento civile.

No, non ci riesce e non si vuole che lo porti, non c’è spazio reale in cui questo possa avvenire. È anche difficile dare la colpa alla letteratura o agli scrittori, però insomma, le speranze son sempre le ultime a morire. Io comunque son convinto di un fatto elementare, anche banale, e cioè che la letteratura debba innanzitutto essere letteratura. Se perde la sua specificità, non può servire. C’è stato un tempo in cui si è perso il legame con l’“altro” […] oggi comincia forse a mancare anche il “questo”. Bisogna riconoscersi, innanzi tutto.

“Bisogna riconoscersi, innanzi tutto”. Pare banale, ma – a dimostrazione dello stretto legame tra soggetto, comunicazione poetica, responsabilità etica – spostando l’ultima osservazione su di un piano differente, ovvero non tanto il rapporto comunicativo tra poesia e realtà ma quello tra soggetto e poesia, il tentativo, lirico e novecentesco per eccellenza, della definizione di sé, lo sforzo (frustrato) di cogliersi, di cogliere l’io come una dimensione solida e unitaria, è un primo passo indispensabile perché possa esserci comunicazione, condivisione. Ma in tal senso, credo che una delle raccolte più potentemente ‘civili’ degli ultimi vent’anni sia Voi di Umberto Fiori, una raccolta strutturalmente dialogica, teatrale, ma in cui in qualche modo si assiste ad una scarnificazione assolutizzante, condotta per sottrazione ed astrazione teatralizzata, dello strenuo tentativo di definire se stessi attraverso il confronto con l’altro da sé. “Si distingue l’istinto agonistico che separa un io assai disperato e pur anche combattivo dalla collettività corale e negativa di un «resto del mondo» che coincide a volta a volta con le masse contemporanee, con la compattezza colloidale dei «tutti» e con le istanze appiattite di un metafisico collegio giudicante” (37).

Il primo punto è ovviamente quello del senso di inappartenenza, di estraneità profonda e incomunicabilità che separa il soggetto dalla comunità degli altri, definiti sempre con la seconda persona plurale; muove la scrittura un profondo e doloroso desiderio di partecipazione, di condivisione, di un comune sentire, anche solo di stabilire una qualche forma di comunicazione autentica; cosa che in fondo è stato il tema per eccellenza della poesia di Fiori, fin dalle prime prove.

Si assiste all’esibizione di un forte senso di inadeguatezza di esclusione da una verità, da un’autenticità che pare risiedere solo nel voi (“Voi sapete. Vi guardo / intascare l’assegno, chiedere / un caffè lungo, due campari. // Vi guardo scambiare le biglie, / i bottoni, le bambole, / bisbigliarvi all’orecchio un’altra verità”, p. 45; e ancora, subito dopo, “Basta, zitti. Godetevela pure, / ditevela tra di voi, / la verità”, p. 47); un senso nutrito e sostanziato da un profondo anelito all’accettazione, alla ricerca di approvazione. Abbiamo infatti a che fare con un io che può affermarsi come tale solo in relazione agli altri e solo nella relazione con gli altri. Questa tensione è inevitabilmente costretta alla frustrazione, allo scacco; l’io e il mondo comunicano solo nella dimensione individuale (cui pure l’io vorrebbe sistematicamente abdicare), cioè quando voi dormono (“Ogni tanto, di colpo, uscite / dal vostro sonno profondo. / […] E poi non ero solo. Con me / – pensate un po’ – c’era il mondo / che vorreste salvare, il suo trionfo / quieto, sereno. Mi parlava. / Ora non dice più niente. Lo vedo / che vi rimbalza tra i piedi”, pp. 50-51). Ne consegue, com’è evidente (e come forse è inevitabilmente prevedibile) una profonda instabilità dell’io lirico, del soggetto poetante; instabilità che è allusa esplicitamente, in questo poemetto che programmaticamente esclude ogni oscurità, attraverso la natura cangiante dello status del soggetto stesso, che talora è un bambino, talora è un animale (richiamando alla mente alcune metamorfosi di Antonio Porta…), di volta in volta serpente, drago, coccodrillo, cane…

Siamo sempre di fronte ad rapporto oscillante e contraddittorio: chi scrive, chi dice io è costantemente scisso tra quella tensione, quel desiderio, quell’urgenza di partecipazione e di comunione di cui sopra, ed un profondo, altrettanto vibrante, risentimento (come reazione all’inappagamento dell’urgenza), un’ostilità individualistica (“desiderio di tornare solo io”) e un radicale disprezzo verso gli altri. Ostilità e disprezzo che, naturalmente, lo stesso soggetto patisce da parte di voi… È un io spesso aggressivo, che in una delle sue metamorfosi in drago “sputa fuoco” contro il mondo del voi; ma immediatamente dopo dice “prendetemi, liberatemi / di me”. Questa contraddizione è in fondo il tema tragico dell’intera produzione di Fiori: esemplare è ancora l’immagine – tipicamente novecentesca, quasi convenzionale – della prigione dell’io (“Piantala di picchiare con le chiavi / contro i cancelli della prigione”, p. 42), che dopo poche pagine si ribalta, e diventa prigione del voi (“Voi mi avete abbracciato. Il vostro bene / mi cova, mi tiene a bada: / mani e piedi mi lega. Muovere un passo / è impossibile”, p. 49), a dimostrazione dell’insolubilità metafisica della questione, per lo meno in modo saldo e univoco, in una costante fluttuazione e in un perenne slittamento tra incomunicabilità monadica delle individualità e comunione nella solitudine. Ad ogni modo, il piano appunto metafisico di questa raccolta non è che elemento complementare all’urgenza etica e civile: ovvero la dichiarazione progettuale del voler accogliere dentro di sé la parola dell’altro, come esercizio etico, la concezione della poesia come stimolo, come costrizione infiammata alla comunicazione, al confronto, al dialogo, alla condivisione, non foss’altro che del senso di incomunicabilità (“Potessi io / essere il prato / non il tremore / di questo filo d’erba”, p. 60); “dove, si badi: la consapevolezza dell’incomunicabilità […] non esime dallo sforzo di comunicare” (38).

A proposito della relazione della poesia di Fiori con il linguaggio e della sua connotazione relazionale, tra i molti brani possibili vorrei citare qualche passaggio dall’intervento teorico significativamente intitolato Etica e poesia, in cui il poeta si sofferma sul concetto di canto come dimensione autentica di poeticità:

Cantare comporta sempre un rischio. Sembra, anzi, che un canto si generi proprio quando il rischio viene in chiaro, quando comincia a voler dire. // Questo rischio si presenta innanzitutto come fraintendimento. Il canto può essere frainteso. Al fraintendimento, ogni altro discorso cercherà di rimediare con chiarimenti, definizioni, spiegazioni che a loro volta, se necessario, possono essere scomposte e ridefinite analiticamente, o chiarite attraverso ulteriori spiegazioni. Ma la catena delle definizioni e delle spiegazioni deve pur finire. Lì cominciano le parole, comincia il rischio. […] Canto è invece il discorso che si espone e si affida intero a chi ascolta, e così inteso va incontro al fraintendimento. […] Cantare non significa dunque […] seguire il trasporto di un momento, liberarsi di ogni responsabilità. Al contrario: è un canto proprio quel parlare che si rende pienamente responsabile delle parole che pronuncia, quella voce che è pronta a rispondere di sé e del silenzio che impone, la voce che è questa risposta. (39)

Poesia come rischio di fraintendimento, come desiderio di messa in comune, come senso di responsabilità per il tempo e per l’attenzione che richiede. Alcuni di questi concetti torneranno poco oltre, a proposito della poesia di Stefano Dal Bianco. Intanto, una tenace ostinazione alla comunione, alla sintesi, è per lo meno un obiettivo, un tentativo di rovesciamento della dimensione antitetica che pare presiedere a molti livelli, non solo formali, della poesia di Umberto Fiori; poesia che sembra farsi equilibrata commistione e compresenza degli opposti, proprio per una sorta di porosità, di nitida opacità che accomuna la vicenda di ciascuno. Ma, si noti ancora, senza che ciò riesca a giungere a buon fine, dato che anche questo estremo tentativo è posto sotto scacco, e mai nella raccolta si arriva alla prima persona plurale, alla pronuncia di un noi.

A proposito di quest’ultimo punto, l’impossibile tensione al noi, tornerò più avanti; ora mi piace soffermarmi su alcuni versi di Voi:

 Ma non togliamoci il saluto.

Guardiamo ancora questo camion,
diciamo ancora
che è giallo.

Pare impossibile non pensare, immediatamente, a una poesia di Stefano Dal Bianco, Poesia che ha bisogno di un gesto, tratto da una raccolta che, all’esordio del nuovo secolo ha segnato davvero una svolta, forse radicale, nel panorama della poesia italiana; e questa poesia, dal carattere quasi programmatico, è peraltro stata scelta da Raffaella Scarpa per chiudere il già citato saggio Gli stili semplici, formula efficace che racchiude, tra gli altri, proprio Fiori e Dal Bianco. Riporto il testo integralmente:

Ho posato una ciotola di sassi
tra me e voi, sul pavimento.
L’ho fatto perché vorrei parlarne
ma non mi fido delle mie parole.
Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare
esattamente della stessa cosa
senza che nessuno debba far finta di aver capito
e senza che nessuno si senta incompreso:
io, nella fattispecie.

Vorrei parlare di questi sassi, ma non della loro forma o del loro colore, e nemmeno della loro sostanza o del loro peso.
Vorrei parlare di questi sassi, ma prima vorrei essere sicuro di non essere frainteso.
Per esempio, nemmeno del mio gesto mi posso fidare: forse è sembrato un gesto teatrale, magari fatto male, senza stile, ma pur sempre con dentro qualcosa di simbolico. Invece io non voglio questo. Io vorrei che tutta l’attenzione si concentrasse proprio sui sassi che stanno lì

e al tempo stesso che questa fosse più simile a una poesia che a un monologo.
E un’altra cosa non vorrei: che questa dei sassi fosse considerata una ‘trovata’; perché sarebbe vero solo in parte: io sono veramente preoccupato che noi veramente non parliamo la stessa lingua, ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa. Ma io sono preoccupato soprattutto in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando. Di solito scrivo delle cose che mi sono abituato a chiamare poesie, ma se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo.

Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi

Il tema è quello della condivisione: il poeta pare chiedere al lettore, al pubblico convocato: intendiamoci, comprendiamoci, ribadiamoci che esiste un’esperienza comune; in qualche modo, guardiamo ancora questo camion, diciamoci ancora che è giallo, guardiamo questi sassi e diciamoci ancora che questi, qui in mezzo, sono dei sassi e che ne stiamo condividendo la vista, accettiamo il fatto che sono una cosa come un’altra.

In Ritorno a Planaval

l’autore realizza ciò che andava via via teorizzando, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, dalle pagine della rivista “scarto minimo” e soprattutto in un breve, ma programmatico, intervento […]: ossia una poesia dallo «stile classico», dove «classico» significhi «ciò che ci lega a tutti gli altri», una poesia che tenti di «avvicinarsi alla lingua naturale», e che abbia come suo presupposto fondamentale «un’istanza di comunicazione».(40)

Sul piano stilistico, livello chiaramente centrale per un poeta che in più occasioni ha definito il suo “avvicinamento al testo […] solo ed esclusivamente formale”(41), i caratteri di questo classicismo sono stati bene descritti da Raffaella Scarpa e Andrea Afribo, e a quelle analisi rimando(42). La cura per questo aspetto è intesa esplicitamente da Dal Bianco come una “etica della forma”, frutto di una profonda e – visibilmente, ma con attenzione – lavoratissima cura verso i movimenti più minuti della lingua(43); ma all’interno di questa stessa etica, e, se vogliamo, a renderla effettivamente tale, c’è una urgenza individuale di fuga dalla maniera, dai “giochini”, che si traduce in un grave senso di responsabilità. Responsabilità che, parlando appunto di forma e stile, è assunta innanzitutto nei confronti della propria tradizione metrica (qui, in polemica con il neometricismo postmoderno):

Generalizzando un po’, credo che chi fa “sonetti” non stia davvero nella tradizione, e che neppure la innovi. L’unico modo di stare nella tradizione è assumersi la responsabilità del suo divenire. E la nostra tradizione è quella del verso libero. Non ci sarebbe nulla da obiettare se si trattasse di scrivere anche qualche sonetto, come nel caso di Zanzotto, ma la differenza sta nel fatto che i sonettisti d’oggi puntano tutto sulla forma chiusa, come se lì veramente si incontrassero lo spirito del tempo e la facoltà di rappresentazione storico sociale della poesia

E dunque un’assunzione di responsabilità che innanzitutto risiede nella volontà di correre il rischio del classicismo, inteso criticamente come sopra, ovvero mettersi in gioco nella più inattuale delle forme di comunicazione, appunto la poesia – ed è poi un senso profondo di responsabilità nei confronti dell’altro polo di questa comunicazione, ovvero il lettore, l’altro da sé, che pure può anche essere parte dello stesso soggetto lirico… come diventa ancora più evidente ed esplicito nell’ultima raccolta Prove di libertà. Nulla di solipsistico o di autorivolto, dunque, anche se sotto la parvenza epidermica di un diario privato, anzi di un soggetto che pare voler fare di tutto per denudarsi, liricamente, per perdere ogni vergogna di fronte alla pagina(44); una scrittura che muove dal dato personale, dal dato reale (si può pensare l’esistenza di una realtà senza provarne vergogna, pare dirci Dal Bianco) non per mimare spontaneismi corrivi o posture autocompiaciute, né tanto meno per assolutizzare quel dato, per renderlo universale, con piglio arrogante di chi voglia farsi emblema delle sorti del mondo perché investito dell’aura poetica, ma piuttosto perché, con radicato senso tragico, è la comunanza nella sofferenza, così come nella comune partecipazione al reale che solo si può riscontrare una possibile dimensione soggettiva. È dunque un fondamento assai concreto e visibile, plastico, che ne determina la necessità e la trattiene dall’arrotolarsi su di sé, spingendola costantemente al dialogo e al confronto: una prima persona singolare, dunque, sempre presente e svergognatamente esibita ma che non teme, anzi muove dal desiderio urgente di farsi plurale. “I classici schemi del diario intimo e della vita di un uomo unica e irripetibile vengono costantemente smentiti, cioè privati della loro sostanza individuale, affinché l’«io possa significare “tutti noi”»”(45). Ancora una volta, ‘diventare noi’ è tema centrale.

Anche leggendo l’ultima raccolta Prove di libertà, senz’altro più ‘sgradevole’ e perturbante rispetto alla precedente(46), si riscontra il medesimo grado di responsabilità; e questo stesso senso di richiesta di condivisione dell’esperienza viene veicolato dalla ricorsività, tra le due prove, del termine scopo, che non casualmente occorre verso il finale del testo sopracitato (se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo) e nella prosa conclusiva della silloge del 2012, significativamente intitolata Essere umani e dotata di un evidente tono programmatico:

Interrogare è importante qualora si preveda l’eventualità di una risposta e qualora si preveda l’eventualità di darle credito, qualora si preveda l’eventualità di dare in noi un seguito a ciò che potremmo intravedere. Interrogare è importante qualora si preveda l’eventualità di dover dare ascolto ai barlumi intravisti. L’interrogare senza conseguenze pratiche non è un interrogare. È un gioco di criceti ingabbiati. Interrogare negando a priori l’eventualità di una risposta positiva è un vizio da poveretti. Interrogarsi sul come delle cose evitando il perché è un vizio da meccanici. Come una cosa funziona non può andare disgiunto dal suo scopo. Perché noi sempre ci spacchiamo la testa sulla funzione e mai sulla finalità? Per carità, per amore, per grazia di Dio diciamolo a tutti: fermiamoci, entriamo di notte nel bosco e ascoltiamo.

In questo testo ricorrono molti temi riconoscibilmente appartenenti all’orizzonte poetico di Dal Bianco: la poesia come strumento per interrogare il mondo e la propria posizione in esso, ma un’interrogazione che non sia autorivolta, che aspiri ad una risposta; la necessità per la poesia di avere uno scopo, appunto, per non essere un gioco di criceti ingabbiati (viene subito da pensare allo sfregare cieco della lima, o al correre nel cerchio del testo di Frasca citato in precedenza…); e soprattutto, come una cosa funziona non può andare disgiunto dal suo scopo: un’etica della forma, appunto. Non sfuggirà la pregnanza della chiusa in prima persona plurale, con tono esortativo: diciamolo a tutti: fermiamoci, entriamo di notte nel bosco e ascoltiamo.

L’idea, profondamente etica, di una condivisione dell’esperienza (o per lo meno della possibilità di considerare l’esperienza della realtà come condivisibile) è alla base di una delle voci più interessanti affacciatesi nel panorama poetico italiano del nuovo secolo, Massimo Gezzi, che esordisce nel 2004 con Il mare a destra; nato nel ’76, appartiene a una generazione diversa rispetto a quella dei poeti di cui ho discusso, ma merita comunque un cenno per la particolare consonanza con le posizioni fin qui riscontrate. A sostanziare il percorso poetico di Gezzi è infatti l’urgenza, l’ansia del soggetto poetico di condividere innanzitutto il proprio «stupore», la propria «meraviglia» nei confronti dell’esperienza del reale, nell’atto di «essere nel mondo»: e tale dimensione, attraverso un profondo lavorio stilistico (oltre all’aspetto lessicale e sintattico, merita un cenno la prosodia del verso, che accoglie la tradizione della sprezzatura novecentesca, mantenendo un passo sobriamente problematico e mai automatico; per quanto sovente ricorrano, nella sequenza dei versi, alcune medesime posizioni accentuali, che nella varietà mensurale conferiscono un appiglio di regolarità e garantiscono un passo riconoscibile e falsamente ‘facile’, cantabile e colloquiale), diventa condivisione linguistica, lessicale, operata in prima istanza dal soggetto ma anche tragicamente evocata come unica strada eticamente percorribile. Celebre è un testo proprio dalla prima raccolta:

[…] questi colori,
che in un piano segreto della mente
sono cose, legano il nostro corso
a uno stupore che continua:
perciò dovete accorgervi
che è tardi, che c’è da condividere
il pane del linguaggio, la forza,
la fatica – stiamo nel minimo
tempo di un’eclisse: bisogna
partire una volta per sempre

“C’è da condividere / il pane del linguaggio, la forza, / la fatica”: la prima persona plurale viene adottata appena dopo a dichiarare esplicitamente che è la medesima caducità ad accomunare ogni uomo, e la scoperta della consapevolezza di questo stesso comune destino, la precarietà esistenziale nel “minimo / tempo di un’eclisse”, è forse l’unico possibile appiglio alla ricerca di un senso. La nota introduttiva all’ultima raccolta L’attimo dopo recita:

L’attimo dopo comincia e finisce con un rintocco. Nel mezzo, ho cercato di affidare a questi versi il significato del passaggio: del tempo, innanzi tutto, ma anche, concretamente, dei luoghi (immobili) e dei volti (mobili e transitori) che lo popolano. Questo punto di vista, mi pare, giustifica la scelta stilistica e di poetica della lirica (o di una poesia lirico-narrativa, come quella di alcuni grandi poeti americani): chi parla, spero, non è un io autosufficiente e arroccato su se stesso, ma una persona connessa con altre persone, con le quali condivide la ricerca e la condizione di provvisorietà.

Una delle poche cose che la poesia sa fare, d’altronde, è mettere in comune un’esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell’autoreferenzialità. Dire con precisione le poche verità che si sono intraviste attraverso la propria esperienza, distruggendo ogni illusione consolatoria e sperando nella risposta di un lettore: è in questo rapporto che la poesia esiste, agisce e si salva.

È molto interessante rilevare come Gezzi in qualche modo senta di dover giustificare la scelta della lirica, oggi: e questo rimanda immediatamente allo “svergognarsi” di Dal Bianco, al volersi offrire senza barriere in cambio di una condivisione, di una comunione. E d’altro canto non saprei essere più esplicito di Gezzi stesso quando scrive che “una delle poche cose che la poesia sa fare […] è mettere in comune un’esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell’autoreferenzialità”.

Ancora una volta, dunque, la richiesta da parte della poesia, dell’io lirico, di un interlocutore, il desiderio esplicitato di mettere in comune un’esperienza: e qui, attraverso l’esperienza lirica di Dal Bianco, si torna a Fiori, al suo camion giallo, al tavolo su cui battono le mani i due litiganti della poesia Altra discussione della raccolta Esempi(47). Mettere in comune un’esperienza vale a dire una straordinaria apertura da parte dell’io lirico, che pare avere ogni intenzione di ri-personalizzare, pur debolmente, la poesia, di contro all’avvenuta “disumanizzazione” (Friederich) e “depersonalizzazione” (Cortellessa); non credo sia cosa da poco rilevare una tale consonanza di atteggiamenti, una tale vicinanza di posizioni programmatiche e di modalità espositive, se pure attraverso modalità stilistiche non necessariamente sovrapponibili, se non per alcuni fattori (gli stili semplici, ancora).

Ho chiuso i cenni a Voi di Fiori proprio alludendo alla necessità dello scacco, all’impossibilità per Io e voi, i due ‘protagonisti’ della raccolta, di poter mai pronunciare la prima plurale, la fusione delle due istanze: noi; e ho citato un brano di Dal Bianco, in cui si auspicava che io potesse diventare tutti noi. Torna facilmente in mente l’ultima “cartolina” di un testo importante di Fabio Pusterla, Aprile 2006. Cartoline d’Italia, poesia in cinque sezioni tratta da Corpo stellare (ma già pubblicata nell’antologia einaudiana Le terre emerse: e i versi che seguono campeggiano proprio sulla copertina del volume della ‘bianca’):

Chi è questo che fuma accanto a me
il suo mezzo toscano tra mezze parole
di convenienza, e sorride
nell’aria tremolante del mattino, dà uno sguardo
ai tetti, alle donne che passano, alle nuvole,
ripiega il suo giornale di rapina, alza la testa
e si avvia con la moglie col fare di chi
ha vinto ancora, come sempre sa
di avere vinto: e vinto cosa poi?

Lui è lui, io forse io, nessuno è noi.

Come in Voi, il soggetto è instabile e incerto (io forse io), percepisce l’alterità come qualcosa di estraneo ma di solido, di autentico, anche se qui questa solidità non esercita alcun fascino; l’incapacità di comunione (nessuno è noi) è chiaramente declinata in altro senso, ma l’impossibilità di un contatto è la medesima. Pusterla pubblica nel 2007 Il nervo di Arnold, un notevole volume di saggi critici dedicati alla poesia contemporanea; il primo capitolo, in particolare, presenta due interventi (Testimonianza e Domande, margini, rive) di singolare rilievo che, uniti, costituiscono una compiuta ‘dichiarazione di poetica’. Ne cito due passi:

potrei anche raccontare di […] situazioni in cui, per esempio dopo una lettura pubblica, qualcuno si avvicina, dice qualcosa che improvvisamente fa apparire finalmente sensata questa strana attività che è la scrittura; perché in quelle parole sembra di poter cogliere una condivisione, o il fatto che una poesia, o anche un solo verso, ha toccato una corda che appartiene anche ad altri, come forse solo la scrittura può sperare di fare, qualche volta.

penso che appunto dalla precarietà, dall’incertezza, dal procedere a tentoni, possa scaturire la possibilità di uscire dalla Parola, fosse solo per pochi momenti, di stabilire delle connessioni tra le parole e le cose; mentre ogni risposta prestabilita, che sarebbe in realtà un progetto, un’intenzione di marcia, ricondurrebbe la scrittura solo a se stessa, e al delirio di onnipotenza che la imprigiona. (48)

I brani citati, che rievocano questioni già ricorrenti in queste pagine, preludono alla discussione di quella che chiamerei una poetica del margine, e che vede in Ludwig Hohl e Philippe Jaccottet gli illustri numi tutelari: in breve e semplificando, Pusterla parla di margine come del luogo periferico nel quale si cova e agisce il rinnovamento di un linguaggio artistico che nel centro si dà solo come abitudinario, rassicurante e appagato; non è però un luogo di aristocratica chiusura, una posizione di elitaria perdita di contatto con il reale: “il Ventesimo secolo ha conosciuto ampiamente questa tentazione, il richiamo di un nobilissimo isolamento, di una sprezzante separazione tra scrittura e vita. Ma i margini di Hohl, come l’écart di Jaccottet, vogliono essere ben altro, o almeno così tendo a interpretarli, assumendoli come modelli etici: un’attenzione vigile, un tentativo costante di comprendere, e la capacità di far passare, attraverso minuscole fessure, un soffio d’aria” (49). In una contemporaneità che però è fatta di soli margini, indistinti, e che dunque appare persino priva di un centro riconoscibile come tale, la poesia affronta una nuova, decisiva dimensione, ovvero quella di “risvegliare” la percezione umana:

proprio l’idea del risvegliare, cioè del rendere nuovamente visibile, la cosa che già esisteva ma che si è come sottratta alla nostra attenzione (o sarà piuttosto la nostra disattenzione ad averla espunta dal catasto della realtà), quest’idea mi appare più importante, più utile e più urgente di altre che tradizionalmente sono state associate all’atto poetico. Questo forse è qualcosa che davvero si potrebbe fare, che si potrebbe sperare di fare, dentro le nostre vite periferiche, lungo i corridoi dei supermercati entro cui vaghiamo: aiutare gli occhi a guardare con intensità, suggerire alla coscienza individuale una diversa concentrazione su di sé e sugli altri, riscoprire quel mondo su cui è calato un velo opaco. Lungo questa via sarebbe forse possibile augurarsi di non rimanere del tutto prigionieri della marginalità: il margine non sarebbe più territorio di fuga o di ripiego, ma vero luogo di riscoperta e di condivisione. Se ciascuno vive il proprio esilio in una periferia (psichica, esistenziale, culturale), diverso è il grado di coscienza e comprensione: lungo gli interminabili scalini che conducono dalla piatta superficie alle zone di profondità, la scrittura poetica può forse tessere qualche filo d’Arianna, qualche corrimano.

La natura etica e civile della poesia di Pusterla risiede nell’insistenza sul tema della condivisione, che sia a priori rispetto alla scrittura e che ne costituisca dunque il concetto o che ne sia posteriore, legato dunque all’esperienza chiave della lettura del testo. La solitudine, l’instabilità e l’isolamento del soggetto sono temi perfettamente novecenteschi, così come novecentesca è, come si è già detto, l’esperienza dello scacco cui ogni tensione viene sottoposta. Pusterla mostra una consapevolmente timida fiducia nella parola poetica come luogo ermeneutico e come strumento di possibile riscatto civile; poi però il risultato è ancora quello di una tensione costretta alla frustrazione, necessaria e quasi ineludibile. Nonostante ciò, però, Pusterla scrive: e senza negare un carattere di intenzionalità programmatica alla poesia (certo non si scrive per dare sfogo all’io bamboccione di gaddiana memoria), egli la declina in un senso molto consapevole, di necessaria provvisorietà. La poesia, pare dirci Pusterla, è una necessità dell’uomo perché nasce – deve nascere – da luoghi dell’animo umano e da sue esigenze che sono e sempre saranno; la vera “morte della poesia” è invece la sua autoreferenzialità, lo sminuire l’atto poetico ad atto meta-poetico (biografia versus bibliografia, per richiamare lo schema oppositivo alluso sopra da Cortellessa). “La poesia [di Pusterla dunque] ha un fondamento di concretezza, un filo forte di necessità che la porta sempre al di là di se stessa, in un movimento di apertura che scongiura i rischi di implosione” (50).

Aprile 2006 è un lungo testo di 108 versi(51), diviso in cinque movimenti, in cinque cartoline appunto(52), che costituiscono variazioni su un tema fondamentale, ovvero il rapporto del singolo con l’altro da sé; il tema viene svolto da diversi punti di vista, quello della relazione con lo straniero, immigrato ed emigrante, e quello, insieme civile ed esistenziale, dell’irriducibilità e della difficoltà di comunicazione fra soggetto e oggetto, fra soggetto e collettività. Celebre è la chiusa di Breve omaggio a Plutone, II, poesia di Pietra sangue: “L’inferno è non essere gli altri, / guardarli passare e sparire nel niente: / un posteggio che piano si svuota, / il cantiere del vento”. Dieci anni dopo, l’urgenza di contatto e di condivisione resta immutata, ed anzi pare addirittura acuita e ulteriormente privata della possibilità d’uno spiraglio di successo, di speranza. Mi limito a commentare le prime due sezioni.

La prima cartolina è la più lunga, nei suoi 44 versi, ed è la più scopertamente legata alla coordinata temporale che dà il titolo alla poesia, quell’aprile del 2006 dominato in Italia dalle elezioni politiche terminate con un’esigua vittoria da parte della coalizione di centrosinistra grazie ai determinanti voti degli italiani residenti all’estero. E proprio loro, gli “emigrati” sono il soggetto mancante, soltanto alluso, dei numerosi verbi in terza persona plurale che puntellano il testo; soggetto che però viene esplicitato solo nell’ultimo verso, lasciando ai precedenti 43 la funzione di chiarirlo attraverso una focalizzazione progressiva. La prima strofa, come scandita dai quattro imperfetti sdruccioli (“guardavano… sbucciavano… raccoglievano… vuotavano”) che in anafora logica presentano il primo quadro della poesia, è significativamente aperta da un verbo, “sperando”, che allude immediatamente ad una condizione di mancanza, di tensione verso un qualcosa di assente e sfuggente, “una luce lontana”. Se pur in una iniziale ambiguità, data appunto dall’assenza del soggetto grammaticale e dal parco uso della punteggiatura, la rappresentazione è ben definita dalla consueta presenza di oggetti che concreti e quotidiani: “povere arance”, “poche briciole”, il “bicchiere” di vino “sempre” vuotato “fino all’ultima goccia”.

Lo stacco verso la seconda lunga strofa (vv. 7-35) precisa e fissa il primo quadro e, soprattutto, ne illumina il soggetto: partendo dalla drammatica e disperata quiete nel momento della fine del pasto Pusterla allarga lo sguardo e attraverso due enumerazioni (ai vv. 7-10 e 19-24) aggiunge la dimensione del necessario, duro lavoro cui i personaggi raffigurati sono dediti fino alla morte, in climax “dritti fino al silicio / del bronco, all’artrosi, alla falce”. Il processo di caratterizzazione di quei soggetti sottintesi avviene in un costante gioco fra enumerazioni(53), appunto, tematicamente legate alla nuova condizione lavorativa e specificazioni che rimandano malinconicamente alla terra natia (cfr. vv. 15-18, 23-24, 31-35). È ancora la perspicua concretezza di dati sensibili a costruire il ponte fra passato e presente, fra paese natale ed adottivo: sono “antiche case / di fumo che diventano posteggi”, gli “uffici consolari”, i “dialetti alle caviglie / come piombi”, è “un odore” della terra a “riportare ogni volta a quel paese / di cui s’era imparato a fare senza”.

In questi versi è ovviamente rilevante quella poetica del margine precedentemente definita e, come si vedrà, quel “principio per cui la riserva di senso e di autenticità dimora presso i diversi, gli imperfetti, gli incompiuti, gli ignoranti” (54): l’esperienza della vita in terra straniera è di fatto un’esperienza del margine, nei confronti della patria abbandonata e di quella adottiva, e la dignità di questa consapevolezza è proprio nelle parole di quegli stessi uomini costretti ad emigrare in cerca di fortuna, di denaro, di un lavoro:

Dimenticateci, dicevano,
lasciateci andare per sempre
nel solco del nostro silenzio rassegnato.
Siamo enfisemi, escrescenze del tempo.
Veniamo da boschi che non esistono più, da antiche case
di fumo che diventano posteggi, supermarket
in cui ci smarriremmo,
vagando giorni e giorni tra le merci. Lasciateci andare.

Ecco la perfetta tematizzazione della condizione di marginalità: con uno scatto tipico della sua poesia, Pusterla lega indissolubilmente l’“assurdo della storia” all’“assurdo del quotidiano” (55) nei suoi chiari dati concreti. L’immagine del “supermarket” richiama alla mente il riferimento al “supermercato”, contenuto nel terzo brano sopracitato dal Nervo di Arnold e lì assunto ad emblema della marginalità sistematica e diffusa tipica del contemporaneo, così come i “posteggi” sono i medesimi della citata poesia Breve omaggio a Plutone, II; qui si assiste ad un rifiuto a priori, ed è come se la folla sommersa, per usare il titolo di una raccolta pusterliana, chiedesse alla storia di essere lasciata da parte, di non venire travolta dall’alienazione simboleggiata da due nonluoghi per eccellenza(56). È poi da notare che, paradossalmente, la connotazione negativa investe sia la terra d’origine, semantizzata appunto attraverso luoghi di spossessamento d’identità, sia la terra di accoglienza, terra di fatica e di morte; tipicamente, il valore positivo è attribuito all’assente, alla “luce lontana” del primo verso, ad “un odore d’infanzia” che riporta ad un paese che non è più.

Al giornaliero annichilimento di routine si preferisce l’oblio silenzioso, la posizione di “escrescenze del tempo”, ai margini del corso degli eventi. Mi sembra piuttosto significativo che la connotazione degli emigrati sia molto vicina ad una rappresentazione mortuaria: presentati “in ginocchio dentro cunicoli di molti padroni” che paiono portare direttamente “alla falce”, essi sono figure ctonie, vittime sommerse sul piano fisico nel lavoro della miniera e sul piano esistenziale dal procedere della storia, e l’allocuzione dei versi sopra citati pare davvero un lamento di ombre(57). Enrico Testa, nel saggio La colpa di chi resta. Poesia e strutture antropologiche, ha efficacemente descritto le modalità rappresentative con cui generalmente la letteratura (e in particolare la poesia contemporanea) affronta il tema del dialogo con i morti, insistendo sul concetto di senso di colpa: “questo senso di colpa, che si sottrae ad ogni rimozione […], non ha oggetti o referenti specifici se non quello che consiste nell’aver abbandonato l’altro al suo morire e nel sospettarsi complice della sua solitudine: è semplicemente (e terribilmente) la colpa di chi resta” (58). Si nota immediatamente che il paradigma del rapporto tra scomparso e rimasto viene completamente ribaltato nella poesia in esame: non c’è alcun senso di colpa in chi rimane, che anzi applica la rimozione con leggerezza, e al contempo chi se ne va non rivendica memoria ma supplica dimenticanza e un silenzioso, dignitoso abbandono. Ulteriore paradosso è che proprio le figure degli emigrati, rappresentate con tinte mortuarie costituiranno, nella parte finale della poesia, l’elemento di profonda vitalità che potrà offrire almeno un’illusione di riscatto etico e civile.

La penultima strofa (vv. 36-42) si apre infatti con un tono diverso, e proietta il quadro appena definito verso il presente creando un effetto di continuità e profondità temporale: dopo l’agognata dimenticanza, l’integrazione e, per proseguire il paragone sopra istituito, la riemersione dalla dimensione funebre verso una nuova vita (“Imparando a dire no in lingue diverse, / e a dire grazie, mi scusi, ho fame, esisto anch’io”). Roberto Galaverni, a proposito delle frequenti figure marginali (o emarginate) che popolano la poesia di Pusterla, ha scritto che “spesso si tratta di diversi, di figure anarchiche e sconfitte, magari attraversate da una qualche follia, ma dove è poi la dignità di chi vive seminascosto o sepolto nel quotidiano, al punto da indicare una misura di riscatto dall’ordinarietà, anche metafisica, delle convenzioni” (59). Anche in questo primo movimento di Aprile 2006 la funzione affidata a tali figure è di potenziale palingenesi, di positiva valenza etica chiarita dal distico finale: “un po’ di civile decenza”, “la cosa di cui il paese non aveva più quasi coscienza”, viene proprio da loro, da quelle figure dimenticate “proprio come volevano”. Il distico finale (due doppi novenari) presenta l’unica rima del testo: i due emistichi rimanti sono “sui giorni italiani umiliati” e “la nemesi degli emigrati”, a chiarire in modo limpido e netto quel legame logico ed etico che Pusterla istituisce tra centro e margine, tra assuefazione e energia.

I 22 versi della seconda sezione del testo (vv. 45-66) sono divisi in tre strofe; la prima ha il compito di preparare il quadro rappresentato, e di nuovo tale funzione è affidata alla descrizione di dati concreti, in primo luogo i vari toponimi dei 5 versi iniziali che definiscono con precisione le coordinate geografiche. Il “solitario / uccello di larghe ali” che “volteggiava / sopra l’ingorgo, lento”, oltre ad aggiungersi alla folta schiera di animali presenti nella poesia di Pusterla, contribuisce a creare un effetto di focalizzazione quasi cinematografico dall’andamento circolare: il movimento procede infatti, nella prima strofa, dall’alto verso il basso, partendo dall’astratta cartina geografica definita dai toponimi (è quasi un’immagine ripresa dal satellite), sfiorando il volatile e fissandosi sull’“ingorgo” e sul “furgone”. Dopo una rassegna dell’umanità che popola l’autostrada bloccata nella seconda strofa, lo spostamento si fa invece ascensionale, con il distico finale che mostra “alto sui muraglioni” il “pendolino per Bologna”, riproponendo l’ostentata esattezza definitoria.

Tale struttura conchiude dunque il tema del testo, ancora una volta strettamente legato all’insensatezza del reale e all’incapacità umana di una reazione: in particolare, è la seconda strofa a farsi portatrice di tale messaggio, con una modalità affatto peculiare del poeta svizzero. Nuovamente, infatti, i primi sette versi costituiscono un catalogo in modalità asindetica degli atteggiamenti delle persone bloccate nell’ingorgo autostradale, mentre i tre versi successivi hanno lo scopo di esplicitare in termini razionali la valutazione del poeta sull’immagine appena descritta; interessante è notare che l’aggettivazione dei vv. 55-61 indica già la connotazione e la valenza simbolica dell’immagine, rendendo quindi la specificazione autoriale quasi superflua. Il commento, dunque, si pone come elemento cardine dell’attitudine ragionativa di Pusterla, che non affida alla sola immagine il ruolo di correlativo oggettivo, ma sente la necessità di specificare, di chiarire, di non lasciar dubbi sull’interpretazione e sul messaggio, di profonda natura morale, veicolato dai suoi versi. Questo commento costituisce un’aperta dichiarazione di impotenza dell’uomo e di incapacità (o mancanza di volontà) di realizzarsi come civitas, come comunità e partecipazione, e tale insensibilità all’esterno viene definita con attributi eloquenti: “prigione di noi stessi”, “privi di scelta”, “stretti…”, “chiusi…” e “sordi…”.

La funzione svolta da tale esplicitazione è anche di chiarire la scena finale della prima strofa (vv. 51-54), poiché ne risulta che l’“uomo mite” e il “ragazzo tetraplegico” sono le uniche figure del testo ad essere portatrici di elementi positivi. Il primo, infatti, viene appunto descritto come “mite” e “dolcissimo”, nell’atto di “spiegare” e poi di “calmare”; il secondo, invece, pur essendo “ancorato al sedile”, è l’unico a “gridare”, ad opporre cioè una forma, seppur elementare e limitata, di reazione al disagio e all’assurdità. Sono entrambi due “icone di resistenza” (60), figure assai tipiche, come già visto, dell’immaginario poetico dell’autore: l’umile, il miserabile, l’emarginato diventano il luogo del possibile riscatto, e in questo caso i due uomini rappresentano le uniche due possibili risposte all’insensatezza del reale e alla perdita del senso di responsabilità collettiva, cioè la pietas da un lato e il rifiuto oppositivo dall’altro. La stessa struttura della poesia tende tuttavia a relativizzare la possibilità di resistenza, nelle modalità pessimistiche sopra descritte: l’“uccello di larghe ali”, che volteggia quale avvoltoio sull’autostrada bloccata (“autotreno di sbieco ostruiva, forse morti”), è un chiaro presagio ostile e negativo, cui funge da controcanto di illusoria prospettiva positiva il quadro umano all’interno del furgone. La seconda strofa, però, pare giungere apposta per frustrare questa prospettiva, proponendo uno scenario emotivo assai arido e depauperato, “fra attesa e sospetto”, in un’autostrada “astiosa”; il distico finale propone poi una chiusa che, passando dal presente all’imperfetto e muovendo lo sguardo verso i “muraglioni”, evoca insieme la distanza e l’indifferenza cui l’uomo è relegato.

Ho in precedenza parlato di nonluoghi, e anche in questa cartolina vi è un’immagine di aperto contrasto riconducibile all’opposizione luogo / nonluogo, ai vv. 55-56: “improvvisata piazza, l’autostrada / si affolla, astiosa”. Separati dalla virgola vengono infatti giustapposti il luogo e il nonluogo per eccellenza, ovvero la piazza, tradizionalmente spazio di contatto, aggregazione e partecipazione, e l’autostrada, già identificata dallo stesso Augé come uno dei più tipici “nonluoghi reali della surmodernità” (61). In verità, secondo l’etnologo francese, una delle caratteristiche che rende tale l’autostrada è il movimento, il fatto che l’utente attraversi regioni chiuso nella propria auto: “il solo volto che si disegna, la sola voce che prende corpo nel dialogo silenzioso che persegue con il paesaggio-testo che si rivolge a lui come agli altri, sono i suoi. Volto e voce di una solitudine tanto più sconcertante in quanto ne evoca milioni di altre” (62). L’eventualità che, in virtù di un caso in fin dei conti eccezionale quale l’ostruzione della carreggiata da parte di un camion, il traffico si blocchi e nella stasi si offra al nonluogo una sorta di occasione di riscatto e di trasformazione in piazza, in un luogo definibile come “identitario, relazionale, storico” (63), viene da Pusterla subito negata con l’aggettivo “astiosa”: l’esperienza dello scacco coinvolge dunque anche questo piano, e gli uomini, utenti dell’autostrada, non colgono la possibilità, condannandosi a restare “prigione di loro stessi”.

Non proseguo ulteriormente nell’analisi del testo; qui siamo comunque di fronte ad accenti di più esplicite velleità ‘civili’(64), anche se sempre proiettate su un orizzonte esistenziale che in qualche modo ne riscatta alcuni toni di più facile civismo. Siccome ho già abusato dello spazio concessomi, vorrei concludere con alcune brevi considerazioni. Innanzitutto, quando si parla di funzione dei “marginali”, degli “emarginati” nella poesia di Pusterla verrebbe immediatamente da pensare alla galassia di sconfitti, di “senzacasa” che abitano, se mi si concede il terribile giochetto di parole, la lirica di Eugenio De Signoribus, senza dubbio uno dei maggiori poeti italiani di oggi, forse la voce più altamente e compiutamente ‘civile’, nel senso più ampio che si può dare a questo termine. Paolo Zublena, in un recente saggio dedicato al tema della Casa in De Signoribus, esordisce scrivendo che “il tema della casa […] rappresenta il nodo attorno al quale si intesse una rete che definisce nella sua estensione più significativa il perimetro immaginativo di questa scrittura poetica […] una rete che ha molto a che fare con la posizione del soggetto, con la sua interazione nei confronti dell’altro e con la dimensione politica della comunità”; e poco oltre, “il senza casa […] è figura di una condizione ad un tempo psichica, esistenziale e storico-sociale, che riguarda il personaggio-poeta come il resto del mondo, del mondo almeno degli «appenati»: il suo fine è di formare con essi un legame di condivisione etica” (65).

Non mi sono soffermato sulla poesia De Signoribus essenzialmente per imporre dei limiti all’inclusività della categoria di ‘relazionalità’ cui sovente alludo; ho infatti cercato di concentrarmi su autori che, nelle dichiarazioni di poetica prima e nella poesia, esplicitamente tematizzino la necessità (che ancora una volta è etica, civile, politica) di istanze intersoggettive come strada per restaurare un orizzonte di sopravvivenza. Sul piano dell’intersoggettività, della relazionalità come obiettivo programmatico della riflessione poetica, ho mostrato quelle che credo essere le due principali possibilità di azione: da un lato, come strategia relazionale, l’insistenza sulla forma, dall’altro sulla “cordialità comunicativa” (Cortellessa); da un lato la concentrazione sull’aspetto mediale dello strumento poetico, dall’altro quella (non spontaneistica o stilisticamente non attrezzata, ovviamente, come si è visto) sulla comunicazione attraverso quello strumento(66). Indipendentemente dalle propensioni personali, che per quel che mi riguarda non credo di aver saputo nascondere, mi sembra un buon segno il fatto stesso che delle possibilità e delle strategie relazionali vi siano, siano discusse e vengano consapevolmente praticate. Perché in fondo “quello del presente è e deve restare […] un coro discorde di mille lingue, renitenti a qualsiasi armonizzazione forzata: proprio mentra lavora al progetto di raggiungere senza sconti – per via discorde una nuova consonanza(67).

Note.

(1) G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, Il Mulino, Bologna 2005 (da qui, passim, le citazioni che seguono); volume discusso ne «L’Ulisse», 11, 2008 (disponibile online all’indirizzo http://www.lietocolle.com/2014/02/lulisse-n-11-la-poesia-lirica-nel-xxi-secolo-tensioni-metamorfosi-ridefinizioni/)

(2) G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, cit., pp. 204-05

(3) Ibid., p. 214.

(4) Ibid., p. 221.

(5) A. Bertoni, La poesia contemporanea, Il Mulino, Bologna 2012, p. 21.

(6) Cfr. in particolar modo A. Cortellessa, Dopo la cittadinanza – poesia incivile, in Id., La fisica del senso. Saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Fazi, Roma 2006, p. 87 e segg.

(7) G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, cit., p. 209.

(8) A. Cortellessa, La fisica del senso, cit., p. 82.

(9) A. Afribo, Poesia contemporanea dal 1980 a oggi. Storia linguistica italiana, Carocci, Roma 2007, p. 16.

(10) Per ciò che riguarda l’aspetto ritmico dell’endecasillabo, tutt’altro che innovativo, debbo rimandare al mio La prigione degli accenti: l’endecasillabo dei ‘neometrici’, in «Stilistica e metrica italiana», 2012, pp. 295-341; cfr. anche, su questa stessa rivista, l’intervento, militante ma non per questo eccepibile sul piano tecnico, di S. Dal Bianco, Metrica libera e biografia, in «L’Ulisse», 16, pp., originariamente relazione tenuta al convegno «Metrica italiana e discipline letterarie», Verona, Biblioteca Civica, 8-10 maggio 2008.

(11) C. Benedetti, L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata, Feltrinelli, Milano 1999, p. 128.

(12) G. Frasca, Schiuma, in Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, a cura di F. Bettini e F. Muzzioli, Manni, Lecce 1990, p. 145.

(13) M. Frixione, Il linguaggio è in ordine così com’è, in Gruppo ’93, cit., p. 141. Cfr. comunque, per altre testimonianze analoghe, la disamina di A. Cortellessa, ­Per limina, in Id., La fisica…, cit., ad es. p. 30: “Lo stile etico, definito (in un intervento collettivo della redazione di «Chaosmos» al convegno sull’etica dello stile, tenutosi alla Fondazione Corrente di Milano del 1992) quale «effetto di una volontà di costruzione che si voglia aperta ad un’inesauribile possibilità di sfruttamento del proprio artificio», sottolinenandone dunque la «natura effettuale, ovvero performativa», è tale «in quanto allestisce configurazioni secondo una volontà di contatto». È dunque «un concetto relazionale», un «luogo dialogico», «quindi un concetto politico». È l’azione, testardamente utopica, di chi continua a tracciare un percorso per un popolo che manca”.

(14) C. Benedetti, L’ombra…, cit., p. 186.

(15) P. Giovannetti, Dalla poesia in prosa al rap. Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea, Interlinea, Novara 2008, p. 209.

(16) Cfr. in particolare, nell’ampia bibliografia, lo scupoloso saggio di A.Cortellessa, Gabriele Frasca, poeta…, cit.

(17) G. Frasca, Schiuma, cit., p. 144.

(18) G. Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, Meltemi, Roma 2005, p. 209. Il fondamentale saggio fraschiano, a lungo pressoché introvabile, è stato da poco riedito, non senza rielaborazioni, presso i tipi di Sossella.

(19) Cfr. le perplessità, che condivido, espresse da Afribo in Gabriele Frasca, cit., pp. 92-93, e in part.: “ci si domanderà fino a che punto manierismo, ludus, stili e linguaggi di secondo grado, mimesi e demistificazione parodica del grande stile poetico o dei babelici linguaggi contemporanei possano continuare ad avere quella funzione di obiezione permanente a una società dotata, oggi ben più di ieri, di tutti gli immaginabili anticorpi. Senza contare che il rischio di questo e di simili progetti poetici, fortemente programmati e ideologizzati, può essere doppio: per il lettore, che dopo un po’ trova quello che già si aspetta; per l’autore, costretto a replicare una formula più o meno identica, o a variarla ingegnosamente o a trasferirla ai più diversi supporti o esperienze di scrittura (romanzi-fiume, drammi radiofonici, audiolibri ecc.)”, p. 93. Mi pare poi, ma lo scrivo solo a margine, che la critica ad ogni arte definita a priori che Frasca difende in occasione della sua scelta di non includersi nel Gruppo ’93 (cfr. il citato Schiuma, in Gruppo ’93, cit.) venga un poco contraddetta dalla sua stessa pratica poetica, che appunto appare essenzialmente espressione di un assunto teorico.

(20) In un’ottica di interpretazione del pensiero deleuziano, Franco Rella a proposito della serialità della produzione di senso osserva che “la logica del senso non opera una distinzione tra senso e non senso. Da un lato il senso è esso stesso una “donazione di senso”, una “parola che dice il suo senso” (Logique du sens, p. 84), e d’altro lato il senso altro non è che un effetto di superficie, una pura “posizione” linguistica che non rinvia ad altro che a sé stessa. L’evento non rinvia che a sé stesso. Anche il senso – diafano, disincantato, evenienza superficiale, un puro effetto linguistico – rinvia solo a sé stesso in una sorta di circolarità letteralmente insensata”, F. Rella, La responsabilità del pensiero. Il nichilismo e i soggetti, Garzanti, Milano 2009, p. 134. La fine del senso non può che corrispondere alla fine di ogni responsabilità individuale nella produzione di senso, e dunque alla fine del soggetto stesso; è su questo piano (quello della deposizione della responsabilità) che si giocano, a mio parere, i limiti di un’operazione manieristica e beckettianamente mimetica quale quella fraschiana.

(21) G. Frasca, La furia della sintassi. La sestina in Italia, Bibliopolis, Napoli 1992, p. 395.

(22) A. Bertoni, Una distratta venerazione. La poesia metrica di Giudici, Book Editore, Castel Maggiore 2001, pp. 95-96

(23) F. Francucci, Nient’altro che cantare. Su Prime e la poesia di Gabriele Frasca, in Id., La carne degli spettri. Tredici interventi sulla letteratura contemporanea, Edizioni O.M.P., Pavia 2009, p. 68. Francucci conferma inoltre quanto osservato in precedenza ricordando che “per Zumthor la poesia è orale non quando è vicina al parlato, ma al contrario quando accoglie un surplus di formalizzazione che funziona da memoria esterna e la rende tramandabile”, ibid.

(24) Come non pensare all’introduzione di Giuliani all’antologia dei Novissimi? “Perché ci siamo tanto preoccupati del lessico, della sintassi, del metro e via dicendo? Perché se conveniamo che, in quanto «contemporanea», la poesia agisca direttamente sulla vitalità del lettore, allora ciò che conta in primo luogo è la sua efficacia linguistica. Ciò che la poesia fa è precisamente il suo «contenuto»: se, poniamo, fa sospirare o annoia, la sua verità è, definitivamente, il sospiro o il tedio del lettore. E nei periodi di crisi il modo di fare coincide quasi interamente col significato”, A. Giuliani, Introduzione ai Novissimi. Poesie per gli anni ’60, a cura di A. Giuliani, Rusconi e Paolazzi, Milano 1961 (poi Einaudi, Torino 1965).

(25) Nell’ampia bibliografia a riguardo vorrei citare la monografia di Fabio Magro, Un luogo della verità umana. La poesia di Giovanni Raboni, Campanotto, Pasian di Prato 2008. Per le relazioni con la neoavanguardia (naturalmente non sul piano del trattamento della forma chiusa), cfr. G. Raboni, Novissimi, la provocazione centrista, ora in Id., La poesia che si fa, a c. di A. Cortellessa, Garzanti, Milano 2005, pp. 336 e segg.

(26) Mi piace citare, a tal proposito, un passo di un’intervista rilasciata da Raboni a Piero Del Giudice sulla rivista «Galatea», VI, 11, novembre 1997, p. 59; alla domanda “La letteratura ha una componente etica?”, Raboni risponde: “Sì, sono convinto di questo; credo che l’abbia e non che la debba avere, che la abbia proprio in re, e quindi uno finirebbe comunque con il manifestarla se è uno scrittore davvero, indipendentemente dall’accompagnare o non accompagnare il suo lavoro di scrittore con, appunto, interventi a latere di tipo più esplicitamente etico-morale, socio-etico. Insisterei sul fatto che contiene, non deve contenere. Mi pare che sia una cosa che esula dalla volontà. Per il fatto stesso di esistere l’espressione letteraria coinvolge e convoglia la personalità intera di chi scrive. E quindi anche la sua eticità. Non so, se no, quale possa essere il contenuto della poesia o della letteratura. Credo che il contenuto della poesia non sia la poesia, voglio dire, non sia il poetico. Un’eticità che può essere per dritto o per rovescio, che può essere capovolta, che può essere negativa, ma comunque certamente credo che questa dimensione esista nella letteratura, e che sia anzi uno dei fondamenti della letteratura”. Si tengano a mente queste parole, perché torneranno, come sfondo di riflessione, a lungo nel corso del presente articolo.

(27) Gli atti del convegno sono stati pubblicati come Genealogie della poesia nel secondo Novecento, giornate di studio (Siena, Certosa di Pontignano, 23-24-25 marzo 2001), a cura di M.A. Grignani, in «Moderna», III, 2.

(28) Cito da A. Cortellessa, La fisica…, cit., p. 60. Da qui tutte le successive citazioni. Sulla questione della democraticità dell’arte, e dell’arte d’avanguardia in particolare, dedica dense pagine Antonio Loreto nel suo recente saggio su Amelia Rosselli: “il problema della democraticità dell’arte non può stare solamente nella sua maggiore o minore leggibilità; sta anche e piuttosto nel suo quoziente di trasparenza metodologica, di critica e auto-demistificazione”, Id., I santi padri di Amelia Rosselli, Arcipelago, Milano 2014, p. 88 (ma cfr. almeno pp. 76-91).

(29) Cortellessa, nel passo immediatamente successivo, chiude così l’intervento: “a onta delle apparenze, insomma, non ho dubbi su quale di queste forme di comunicazione sia davvero relazionale. È quella che impone al suo lettore – come fa sempre, in misure e maniere diverse, ogni forma parodica – una lettura partecipe, competente, attiva. Una lettura critica. Non che la poesia debba essere scritta per un critico di mestiere (è la protesta che, in casi come questi, si sente sempre fare): la dimensione dialogica (cioè interpersonale, cioè politica) che la condizione parodica evidenzia pertiene infatti, in realtà, a ogni forma di poesia. Che – almeno dal romanticismo in poi – prevede la lettura (l’interpretazione), non necessariamente di un critico ma, certo, di un lettore critico”, Ivi. Appunto peraltro, ma è questione veramente marginale, che un lettore critico sia il lettore richiesto da ogni letteratura che abbia un minimo d’ambizione; e non a caso già Petrarca e Tasso, per dirne due, esigevano appunto un lettore critico e attento; cfr. per i riferimenti bibliografici, che qui ometto, A. Afribo, Teoria e prassi della gravitas nel Cinquecento, Cesati, Firenze 2001, p. 176: “si pensi […] al desiderio tassiano di avere un lettore di stampo tucidideo […] prosecuzione ideale di un medesimo arco che possiamo far cominciare dal Petrarca di una familare a Fracesco dei Santi Apostoli, quando pretende per la sua poesia un lettore che si concentri e si affatichi sul testo”, p. 176.

(30) G. Raboni, Novissimi, la provocazione…, cit., p. 343.

(31) A. Cortellessa, La fisica…, cit., p. 88.

(32) Ibid., passim; e A. Afribo, Poesia, in Modernità italiana, a c. di A. Afribo e E. Zinato, Carocci, Roma 2011, passim.

(33) F. Pusterla, Il nervo di Arnold. Saggi e note sulla poesia contemporanea, Milano, Marcos y Marcos 2007, pp. 25-26.

(34) G. Agamben, Idea del dettato, in Id., Idea della prosa, Feltrinelli, Milano 1985, ma lo trovo citato in U. Fiori, Gli sciacalli di Montale. Riflessioni su oscurità e chiarezza in poesia, in Id., La poesia è un fischio. Saggi 1986-2006, Marcos y Marcos, Milano 2007, p. 74.

(35) Migliaia di anni in cui si sono succedute culture, poetiche e concezioni dell’arte assai diverse, ma in cui mai è venuta meno definitivamente la capacità della poesia di comunicare ad ogni uomo in ogni tempo, attraverso le tematiche più diverse e le riflessioni – anche metapoetiche – più disparate, in modi e forme differenti, con strategie e ideologie distanti, con accensioni liriche e velleità narrative: è questa, io credo, la profonda dimensione antropologica della poesia, che nonostante tutto difficilmente potrà essere negata.

(36) R. Scarpa, Gli stili semplici, in Parola plurale, a c. di G. Alfano et a., Sossella, Roma 2005, pp. 307-320.

(37) A. Bertoni, La poesia contemporanea, cit., p. 60.

(38) A. Cortellessa, La fisica del senso, cit., p. 522.

(39) U. Fiori, Etica e poesia, in Id., La poesia è un fischio…, cit., pp. 32-33.

(40) A. Afribo, Poesia, in Modernità…, cit., p. 253.

(41) Cfr. la bella intervista rilasciata a Claudia Crocco: C. Crocco, La lirica, il silenzio, la nausea del verso. Conversazione con Stefano Dal Bianco, in “404: file not found”, 4 marzo 2013, http://quattrocentoquattro.com/2013/03/04/la-lirica-il-silenzio-la-nausea-del-verso-conversazione-con-stefano-dal-bianco/

(42) R. Scarpa, Gli stili semplici, cit., e A. Afribo, profilo di Stefano Dal Bianco, in Poesia italiana contemporanea, cit.

(43) Su questa stessa rivista è stata pubblicata una delle più belle pagine di autocommento nel panorama della poesia contemporanea; alludo al già citato intevento Metrica libera e biografia; il testo lì analizzato, Ho toccato la felicità stasera, è stato poi definito, nella stessa intervista alla Crocco sopra citata, come “uno dei punti massimi di mia elaborazione artistica […] Qui c’è un livello di intonazione formale, inonativo, prosodico, mostruoso, dal mio punto di vista”.

(44) Cfr. le dichiarazioni dello stesso Dal Bianco nell’intervento succitato: “lo scopo del fare poesia è di calarsi le braghe davanti al lettore, di arrivare il più vicino possibile a una condizione di inermità. È a partire da questa inermità (anche solo apparente) che si può attuare una sorta di capovolgimento che di questi tempi mi sembra fondamentale: l’apparente inermità formale della forma aperta arma il lettore, che magari non “si rispecchia” – come temevano Brecht, Fortini e compagnia – ma almeno si fida, si fa incontro, condivide. È questa inermità che scardina i meccanismi vulgati della comunicazione letteraria odierna, perché ci viene addosso con la potenza di una forma che c’è ma non si vede”, p. 135.

(45) A. Afribo, Poesia, in Modernità italiana, cit., p. 255.

(46) Di nuovo rimando all’opinione dello stesso poeta in C. Crocco, La lirica…, cit.

(47)La riporto per intero, anche se solo in nota: “Quando due che discutono / sono arrivati al cuore della questione / e uno alza gli occhi al cielo, scuote le braccia, / l’altro si guarda intorno / a mani giunte, come cercando aiuto, / e gridano fatti, e prove / cambiano tono, si chiamano per nome / – ma non c’è niente, nessuno che possa più / dare ragione a nessuno – / proprio allora, lontani come sono, / rivedono il miracolo: / che sia una la stanza, / che sia lo stesso / il tavolo dove battono.”

(48) F. Pusterla, Il nervo di Arnold, cit., rispettivamente p. 14 e p. 31.

(49) Ibid., p. 35

(50) R. Galaverni in Note in margine a Pietra sangue di Pusterla, in Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei, Roma, Fazi 2002, p. 234, p. 235.

(51) Non lo riporto per intero; il testo è consultabile online, ad esempio, qui (cito quasi a caso, ad apertura di google, scegliendo uno dei primi risultati): http://liberinversi.altervista.org/9385648/.

(52) La “tendenza a concepire non per componimenti singoli ma per serie testuali” (P.V. Mengaldo, profilo di Fabio Pusterla, in Cento anni di poesia nella Svizzera italiana, a c. di G. Bonalumi, R. Martinoni e P.V. Mengaldo, Dadò, Locarno 1997, p. 398) è tratto caratteristico della poesia di Pusterla fin dalla silloge d’esordio Concessione all’inverno.

(53) Cfr. ancora Afribo a proposito della funzione delle enumerazioni in Pusterla: “la forma dell’enumerazione caotica è quella privilegiata nel rappresentare lo sfascio materiale e culturale della società contemporanea”, nel profilo di Fabio Pusterla, in Poesia…, cit., p. 114. Anche in Aprile 2006 la modalità enumerativa funge essenzialmente da correlativo formale ad una realtà disgregata e negativamente connotata.

(54) A. Afribo, profilo di F. Pusterla, in Poesia…, cit., p. 117.

(55) P.V. Mengaldo, profilo di F. Pusterla, cit.

(56) Accolgo naturalmente la nota definizione di Marc Augé in Id., Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, elèuthera 1993, n.e. 2009, da cui cito. Segnalo che il termine è presente in una poesia di Pusterla, Il poeta nel proprio luogo natìo tratta da Pietra sangue, su cui offre alcune osservazioni R. Galaverni in Note in margine…, cit., p. 234.

(57) La stessa immagine della “terra” ha poi qui la funzione di soglia fra passato e presente, essendo l’elemento che consente ai personaggi l’evocazione del paese abbandonato.

(58) E. Testa, La colpa di chi resta. Poesia e strutture antropologiche, in Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento, Roma, Bulzoni 1999, p. 47.

(59) R. Galaverni, Note in margine…, cit., p. 237.

(60) A. Afribo, Fabio Pusterla, cit., p. 128

(61) M. Augé, Nonluoghi…, cit., p. 88, e cfr. pp. 89-90

(62) Ibid., p. 93

(63) Ibid., p. 77; è la definizione che Augé dà del “luogo”, in contrapposizione al nonluogo che appunto “non può definirsi identitario, relazionale, storico”.

(64) Toni che mi sembra diventino sempre più presenti nella produzione di Pusterla, progressivamente, almeno in quella dell’ultimo quindicennio.

(65) P. Zublena, Casa, in Eugenio De Signoribus. Voci per un lessico poetico, a c. di E. Capodaglio e P. Zublena, in «Nuova corrente», n. 150, LIX, 2012, p. 13. Cfr. anche i cenni di A. Afribo in Poesia, cit., in part. pp. 242-44.

(66) Si ricordi la formula di Francucci sopra citata, per cui in Frasca “la voce è il mezzo attraverso cui il blocco del testo viene incorporato da chi lo legge, trasmesso per contagio e non per comunicazione”. La formula è criticamente corretta e indiscutibile: e, va da sé, assai eloquente se considerata dalla prospettiva qui adottata.

(67) Cortellessa, La fisica…, cit., p. 18.

[Immagine: Hannah Starkey, Untitled, September 2008 (gm)].

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