cropped-Street-Art-by-Adres-at-Quinta-do-Mocho-Sacavém-Portugal-11.jpg[Alcune settimane fa Giacomo Raccis e Paolo Di Paolo hanno pubblicato un sondaggio intitolato I vecchi e i giovani, uscito sul numero 7 della rivista «Orlando esplorazioni». Su LPLC sono stati pubblicati i risultati e una introduzione; nello spazio dei commenti si è creata una discussione sul senso e sul metodo dell’iniziativa. Da qui è venuta l’idea del questionario che pubblichiamo oggi.
Il sondaggio di «Orlando» si riferiva a un segmento temporale preciso (i nati fra il 1945 e il 1965). Ragionare su una ottica generazionale e su autori viventi, ma già affermati, ha senz’altro alcuni vantaggi. Ciononostante, si possono fare due riflessioni. La prima è che così si escludono automaticamente autori non più viventi, ma che sentiamo ancora come contemporanei, nonché scrittori e poeti dall’esordio tardivo. La seconda è che questo criterio induce a fare una previsione sulla lunga durata, ma non a prendere la parola su autori la cui formazione è più vicina a quella degli intervistati. Nella storia della letteratura la cronologia è importante, ma lo è anche la sincronia delle opere. Da queste due considerazioni sono derivate alcune delle domande che seguono.
Altre parti del questionario rappresentano un tentativo di approfondire o di precisare aspetti metodologici del sondaggio di partenza: cosa si intende con successo, in riferimento a un libro? Quanto contano l’alto numero di vendite o il consenso critico, perché un’opera sopravviva nel tempo? Quali sono i luoghi che ne veicolano la diffusione, quali le forze del campo letterario che appaiono più rilevanti a chi ne fa parte? Gli interventi che proponiamo non pretendono di rispondere a queste domande; ma potranno essere utili per una ricognizione futura. E, ci auguriamo, per innescare un dibattito.
Le prime risposte al questionario si possono leggere qui].

Ida Campeggiani

1) Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Rispondo indicando i tre nomi di Walter Siti, Valerio Magrelli, Milo De Angelis: autori che hanno un successo critico consolidato (e che per altro hanno ottenuto anche un successo di mercato). Spero che sia l’attenzione della critica accademica a determinare ufficialmente il valore di uno scrittore e a favorirne la presenza nella ‘posterità’. Ciò non significa che oltre i confini dell’università non vi siano interpreti ricettivi e acuti; tuttavia l’ingresso nel ‘canone’ mi sembra sancito dagli studi specialistici (àmbito da cui provengono anche i filologi che lavorano nell’editoria, ma questo conta relativamente rispetto al successo di Siti, Magrelli, De Angelis). Del resto, spero che gli scrittori di valore siano destinati a perdurare in virtù della loro qualità stilistica, e confido che siano gli studiosi di letteratura a interrogarsi sullo stile, salvaguardando la centralità del testo, privilegiando l’analisi della lingua e degli aspetti letterari e giungendo, per questa via, a toccare gli aspetti filosofici ben presenti nel dibattito culturale sul presente. Insomma, un sano specialismo può essere tra le ragioni del successo di un autore: i tre che ho nominato, Siti, Magrelli, De Angelis, hanno anche da questo punto di vista un’indiscutibile patente di qualità.   

2) Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

All’università, durante i miei studi; dai docenti e da compagni di corso.

3) Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

Alcune opere nate all’incrocio di generi diversi sembrano consolidare il successo di cui oggi gode il romanzo, pur senza rientrare del tutto nel dominio del ‘romanzo’. Ad esempio, i testi che fondono biografia e racconto di invenzione, o biografia e saggio, hanno un successo che potrebbe crescere ancora in futuro (mi rifaccio a quanto ha scritto Raffaele Donnarumma riguardo al «personal essay» quale uno dei migliori frutti della letteratura ipermoderna). Si tratta di una forma letteraria che – almeno ai miei occhi di lettrice di testi non troppo recenti – si collega al romanzo-saggio modernista, ma alcuni autori (mi limito a nominarne uno non italiano come Sebald) esemplificano con le loro opere la possibilità di dare una funzione nuova e importante a questo tipo di racconto. Sono molte le potenzialità narrative date dalla varia combinazione di ‘romanzo’ e ‘saggio’.

4) Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi.
Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Non trovo suggestiva, o di per sé significativa, la concomitanza di opere scritte da autori appartenenti a generazioni diverse. L’importanza di un approccio diacronico nello studio della letteratura mi sembra indiscutibile, specie per rintracciare zone di coerenza al di là delle distinzioni tra testi o persino tra generi diversi, ma tendo a trovare le mie «categorie critiche» all’interno dei testi, considerati singolarmente o come segmenti della produzione di uno scrittore. Questa impostazione mi permette qui di pronunciarmi alquanto liberamente: considero significativi almeno i già nominati Siti e Magrelli; in più – solo per nominare alcuni autori più recenti, e riferendomi specialmente alle loro opere di poesia – direi: Michele Ranchetti, Elisa Biagini, Laura Pugno, Guido Mazzoni. Alcuni poeti giovani si segnalano per la ricerca stilistica apprezzabile nei lavori (penso ad esempio al primo libro di Carmen Gallo, Paura degli occhi, e ad alcuni testi di Maddalena Bergamin).

5) Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

L’interazione tra le opere e l’industria culturale esiste ed è indispensabile per l’esistenza stessa di lettori, anche se occorre diffidarne. Non credo infatti che oggi il pubblico sia in grado di assicurare un pronto riconoscimento alle opere di valore; iniziative come premi e presentazioni rischiano di essere poco discriminanti, di non fare emergere, fra i molti disponibili, i dati che contano. Non dispero però che nei libri, sulle riviste, sui siti, nelle scuole e nelle università si svolgano dibattiti istruttivi.

6) Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Alcuni luoghi della critica, come i blog, mi interessano se al loro interno coesistono due moti opposti: un’apertura democratica al nuovo e una spinta autorevole o persino elitaria a controllare, a discutere per giudicare e discriminare. Credo che un blog come LPLC abbia un’impostazione molto felice. Naturalmente credo che esistano non poche personalità da seguire, i cui scritti sono per me dei punti di riferimento per orientarsi verso le opere di valore. Posso fare solo alcuni nomi di studiosi che conosco più da vicino e che appartengono alle ultime generazioni: Brogi, Casadei, Cortellessa, Donnarumma, Giglioli, Fusillo, Mazzoni, Pellini, Scaffai, Simonetti, Zinato.

Marco Malvestio

1) Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Anzitutto bisogna premettere che i criteri anagrafici secondo i quali è formulata la domanda sono poco meno che assurdi, e che bene si è fatto ad ampliare il sondaggio in questa sede.
Venendo alla risposta, io indicherei Busi e Siti tra i narratori, Pusterla e Frasca tra i poeti.
È difficile per me dire perché si continuerà a leggere Busi. Potrei menzionare la prosa densa e magmatica, che non ha molto paragoni nel panorama contemporaneo, la capacità incredibile di raccontare qualsiasi cosa e qualsiasi personaggio, la stupita e dolorosa umanità che caratterizza tutto quello che scrive, la sua forza morale e civile, che deriva dalla volontà di non concedere nulla anzitutto a se stesso; potrei menzionare il fatto significativo che diversi dei migliori scrittori della generazione successiva (Parente, Lagioia) guardano a lui come a un modello, o che le sue opere  anticipano di molto, in  Italia, due delle direzioni principali della narrativa contemporanea, cioè non fiction e autofiction. È difficile perché, a dispetto delle molte cose che potrei dire, la ragione per cui lo indico è soprattutto la sensazione, che mi prende ogni volta che mi confronto con un suo lavoro, di trovarmi davanti a qualcosa di fondamentale, che richiede di essere vissuto e sentito, prima che capito.
Walter Siti sarà ricordato credo tanto per l’uso pionieristico di certe forme (l’autofiction su tutte, ma senza dimenticare il romanzo-reportage Il contagio), quanto per la forza sintetica della sua prosa e per la capacità, rara tra i contemporanei ma non solo, di unire in un solo punto, quello dell’alter ego dell’autore, destini individuali e collettivi. La strada che traccia Siti, se è vero che tende a ripiegarsi su se stessa, è comunque importante, ed è imboccata da molti, il che mi porta a dire che non sarà dimenticato molto in fretta.
Fabio Pusterla è stato in grado di costruire una lingua poetica decisa, solida, ricca di riferimenti ai suoi modelli ma per nulla derivativa. Credo che lo stile di Pusterla possa diventare un esempio importante per una poesia in versi leggibile e grave, che non si areni in sperimentalismi incomprensibili o preziosismi ornamentali, conservando intatta la propria capacità di comunicazione senza per questo scadere nel retorico e nel semplicistico.
Anche il lavoro di poeta e romanziere di Gabriele Frasca, pure di segno quasi opposto a quello di Pusterla, credo saprà fornire ai lettori e agli autori a venire un modello importante e credibile per la vastità di campi coinvolti, per la profondità della riflessione che lo accompagna e per la volontà continua di confrontarsi con il proprio tempo e i suoi cambiamenti, senza comunque mai rinunciare alla leggibilità.

2) Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

Di Busi ho cominciato a interessarmi l’ultimo anno di liceo, dopo aver letto di Seminario sulla gioventù in un approfondimento del mio manuale di letteratura italiana.
Ho incontrato Siti per la prima volta in vari saggi di critica contemporanea e in diversi blog letterari (soprattutto Le parole e le cose); le parole entusiastiche che ho sentito dedicargli da Franco Tomasi, Emanuele Zinato e Guido Mazzoni mi hanno definitivamente portato ad approfondire il suo lavoro.
Sono entrato in contatto col lavoro di Frasca tramite l’antologia Poesia contemporanea dal 1980 a oggi di Andrea Afribo. In quel saggio ho conosciuto anche il lavoro di Fabio Pusterla, che ho approfondito poi su suggerimento dell’amico e poeta Diego Conticello.

3) Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

La letteratura, fortunatamente, non ha nulla di prevedibile, il che rende molto difficile rispondere a questa domanda.
Credo sia palese che la poesia continuerà la perdita di diffusione e popolarità che l’ha colpita in questi ultimi decenni, ma non penso che sia davvero un problema, né che questo impedirà che ne venga scritta di molto buona, come succede oggi e come è sempre successo. La popolarità di un genere complesso e faticoso come la poesia mi sembra sia stata più un caso che altro. Non so poi prevedere se riuscirà a tornare in auge presso il grande pubblico tramite dubbi esperimenti come gli slam, o grazie a commistioni con la musica, ma dubito che, una volta pagato il prezzo di questi snaturamenti, si potrebbe ancora chiamare poesia, quindi l’argomento, almeno in una certa misura, non mi interessa davvero.
Sulle scritture ibride (saggi narrativi?), credo che il loro successo dipenda da una visione contenutistica della letteratura. Questo modo di concepire il fine e il ruolo del fatto letterario ha ampio corso in Italia da decenni, e non c’è ragione per suggerire che scritture del genere smetteranno di avere successo, se non altro dal punto di vista delle vendite. Credo però che il valore di questo tipo di scrittura sia limitato, perché è troppo legato alla contingenza e alle esigenze di denuncia.
Di fatto, mi sembra che il romanzo continui a essere il genere di principale diffusione, più veloce ad adattarsi ai cambiamenti, e più capace di inglobare spunti esterni. Per queste ragioni non riesco a vederne un tramonto prossimo. Anche se i picchi qualitativi e i successi di pubblico raggiunti nell’ultimo decennio da scritture prettamente romanzesche (penso a Le benevole di Jonathan Littell o al lavoro di Roberto Bolaño) non hanno forse un paragone puntuale nel nostro paese, non credo che il romanzo goda in Italia di salute tanto peggiore che altrove. Ho l’impressione che molta parte della critica che sostiene il tramonto di questa forma lo faccia per ragioni ideologiche, senza confrontarsi col fatto che in Italia si continuano a scrivere romanzi di grande valore.

4) Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi.
Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Opere di poesia di indubbia importanza e maturità, con le quali confrontarsi, sono state pubblicate da Guido Mazzoni (I mondi), Stefano Dal Bianco (Ritorno a Planaval), Gherardo Bortolotti (Tecniche di basso livello). Nonostante la diversità anagrafica e stilistica, poi, merita a mio avviso una menzione anche la poesia di Anna Maria Carpi.
Tra i narratori italiani di rilievo, il posto d’onore spetta a mio avviso a Giorgio Falco, per lavori come L’ubicazione del bene e La gemella H. Di sicuro per me ha molta importanza l’opera di Nicola Lagioia, soprattutto per romanzi come Occidente per principianti e Riportando tutto a casa, e quella di Massimiliano Parente, particolarmente per Contronatura e L’inumano.
Infine, credo che il lavoro di Vitaliano Trevisan come narratore e autore teatrale abbia assoluta centralità nel panorama letterario contemporaneo.

5) Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

Sul rapporto tra industria da una parte e pubblico e critica dall’altra non credo di avere i mezzi per giudicare. Ho l’impressione che la grande editoria abbia dimenticato da molto tempo i critici, e che il suo rapporto col pubblico sia abbastanza unilaterale. Molti lamentano come un peccato che le grandi case editrici ragionino come aziende, ma naturalmente è assurdo, perché se non ragionassero secondo criteri di profitto chiuderebbero: quello che si può dire invece è che il modo in cui cercano di ottenere profitti è molto miope, perché gettare sul mercato soprattutto bestseller e libroidi, come si è fatto in questi anni, ha avuto come risultato quello di crescere un pubblico poco interessato alla letteratura e che tende quindi a comprare di meno, sul lungo periodo. Diverso è il discorso per la piccola editoria, invece, che a mio avviso ha saputo gestire in maniera più dinamica il rapporto col proprio pubblico. Ma le mie competenze sono limitate e preferirei non addentrarmi in ulteriori considerazioni.
Il principale spazio di discussione letteraria oggi è il web, il che ha, naturalmente, pro e contro. Da un lato, il web permette un accesso molto più vasto a opere che tenderebbero ad essere frequentate meno, e tende a favorire un confronto diretto tra critica e pubblico. Questa possibilità di interazione, secondo me, crea un pubblico meno passivo, e questo è bene. D’altra parte, internet sfavorisce contenuti lunghi e riflessioni articolate, e questo, in letteratura, è un male sia per la critica, che a un certo punto rinuncia all’approfondimento e cerca giusto di strappare like in più, che per il pubblico, che non ha più davanti dei maestri nella persona degli scrittori e dei critici, ma solo degli interlocutori. Internet spinge chiunque a esprimere la propria opinione anche senza cognizione di causa, e non crea nessuna gerarchia tra giudizi informati e disinformati: anche questo contribuisce a creare quello sgradevole senso di impaludamento, più che di fluidità, che viene dalla lettura dei blog letterari e della loro sezione commenti.

6) Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Emanuele Zinato, Andrea Afribo, Franco Tomasi, Luca Zuliani, Guido Mazzoni, Massimo Fusillo, Giancarlo Alfano, Alberto Casadei sono tutti autori di lavori che indicherei senza dubbio come seri e affidabili. Questi lavori sono stati pensati e scritti nell’ambito universitario, per cui senza dubbio ritengo che l’università sia un luogo importante per la critica contemporanea, e dunque anche quelle riviste che dell’università sono emanazione, come Allegoria o Contemporanea. Occorre tuttavia sottolineare che questi docenti, nel panorama complessivo degli insegnanti universitari, sono una minoranza assoluta sia per capacità, che per entusiasmo, che per indipendenza intellettuale. In altre parole, a mio avviso, l’accademia è un luogo insostituibile di riflessione intellettuale, ma le condizioni in cui verte sono di serio e grave dissesto.
Come scrivevo nella domanda precedente, il web è oggi il luogo principale di discussione sulla letteratura, e infatti i critici che ho menzionato frequentano e animano spesso le principali piattaforme online come Le parole e le cose, Nazione Indiana o minima & moralia.
Infine vorrei menzionare almeno un critico di ambito extra accademico il cui lavoro considero molto importante, che è Matteo Marchesini. Questo nome mi porta ad aggiungere, tra i luoghi della critica, quei pochi quotidiani che ancora ospitano articoli seri e informati di critica letteraria, e dunque almeno il Sole 24 Ore e soprattutto il Foglio, molto lontani dagli odiosi inserti culturali di grandi quotidiani d’informazione come Repubblica o il Corriere. 

Lorenzo Marchese

1) Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Avevo partecipato al questionario di «Orlando» con una certa curiosità di sapere le risposte degli altri e provare da quelle a individuare alcune linee di tendenza, o di consenso, rispetto ad autori da me abbastanza lontani; da questo questionario spero di vedere il verso dell’argomentazione critica. Nel formulare la mia risposta, non mi sono affidato al criterio sgusciante di per sé della qualità di chi scrive. In quel caso, è probabile che le mie scelte avrebbero coinciso con la triade di nomi poi impostasi nei risultati definitivi (Michele Mari, Walter Siti, Antonio Moresco), ma formulare l’ennesima classifica di qualità, qui, non mi pareva utile.
Mi interessava riflettere su alcune forme di scrittura più ampie. Anzitutto, la poesia: ho dato il nome di Milo De Angelis, un poeta emblematico della nostra modernità per il suo sguardo quasi mai scontato e per il suo stile impegnativo, mai autoreferenziale pur nella sua difficile decifrabilità. La sua esperienza sta al di fuori sia dello spontaneismo sia di un manierismo delle forme della tradizione (due soluzioni che mi convincono poco, in cui si può mettere quasi tutta la poesia che leggo). Penso che fra, poniamo, cinquant’anni, quando dovremo tracciare delle linee guida della poesia, guarderemo con più attenzione ai poeti che hanno deciso di scrivere cercando di mantenere una lucidità di sguardo e scandendo la loro visione delle cose come soggetti fisici anziché politici, quelli che hanno optato per una precisione del dire, per un qualche sforzo mimetico o divulgativo (parola troppo spesso solo negativa): una tendenza che assecondano poeti per me importanti, come Franco Buffoni, e anche altri che vengono da territori diversi e si sono incagliati in un processo di reinvenzione, come Valerio Magrelli (che, forse per questa ragione, mi sembra sempre meno efficace come poeta; e sempre più come prosatore). Credo che una portata narrativa della poesia diverrà più importante col tempo, mentre la poesia “pura”, più speculativa, mi sembra un modello perdente in un mondo che propone perlopiù comunicazioni improntate all’efficacia, alla rapidità, a una consumazione larga: e se la poesia “alta”, come temo, sarà un’opzione praticata da meno lettori e scrittori, ancor più importante sarà conservare la memoria di chi, cosa vale in questo panorama parzialmente cancellato. Infine c’era una motivazione bassa: avrei scommesso che i poeti non sarebbero stati proposti in gran numero, e un minimo di controcanto volevo farlo.
Poi ho proposto Emanuele Trevi ed Eraldo Affinati, due scrittori che apprezzo molto, anche se per certi versi sono distanti da me: la retorica iniziatica sin da Musica distante fino al fraintendimento voluto di Pasolini in Qualcosa di scritto in Trevi, il moralismo paideutico di Affinati, soprattutto. Ma entrambi cercano di aggirare due secche della produzione contemporanea: la dittatura del romanzo come storia ben confezionata, esemplare (o, alla peggio, calderone che ci spiega come stare, o non stare, al mondo), e gli impacci specialistici della mediazione critica. Mettendo spesso e volentieri la loro autobiografia a cimento con altre esperienze letterarie o con la forma del reportage, creano una scrittura saggistica in prima persona che nei casi migliori riesce a mantenere una certa concisa capacità di analisi e il coinvolgimento simpatetico del racconto d’invenzione. Visto che, ipotizzo, il saggio letterario potrebbe declinare a favore di forme più personalistiche, ma anche meno argomentate, mi sembra che Trevi e Affinati possano essere annoverati in futuro fra i “traghettatori” più significativi (e poi, hanno una bella penna rispetto alla media: un saggio come Veglia d’armi temo che non riuscirò mai a scriverlo), insieme a tanti autori e autrici di valore per me diseguale che hanno espanso le potenzialità del discorso autobiografico odierno, Pincio, Moresco, Janeczek, Busi e così via …

2) Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

De Angelis al liceo e nell’antologia Dopo la lirica di Enrico Testa, che credo sia stata decisiva per molti miei coetanei che si interessano di poesia. Trevi e Affinati nei primi anni di università, da solo, non ricordo da chi, credo da qualche saggio critico. Mi ha aiutato la lettura sistematica di Nazione indiana, che fra il 2005 e il 2008 era un buon osservatorio, almeno per la gamma di testi e autori che proponeva.

3) Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

Mi sembra di aver già fatto sin troppe previsioni. Con i dovuti aggiustamenti rispetto al contesto di partenza: «Uno degli insegnamenti dell’epoca di Hitler è che è sciocco volerla sapere troppo lunga (…) Sono i giudizi orientati e lungimiranti, le prognosi fondate sulla statistica e sull’esperienza, le affermazioni che cominciano col dire «In fin dei conti me ne intendo pure», sono gli statements solidi e conclusivi, che sono eminentemente falsi». (Contro quelli che se ne intendono, Max Horkheimer – Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, sez. Appunti e schizzi, Einaudi, Torino 1966, p. 227)

4) Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi.
Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Credo di aver risposto prima, sia che mettiamo come paletto la qualità sia che decidiamo di concentrarci sulla possibile persistenza storica. Ma se il gioco è lanciare nomi di valore, già lanciati, del resto, da voci ben più sensate della mia, potrei aggiungere Valeria Parrella, Vitaliano Trevisan, Giulio Mozzi, Gabriele Frasca, Antonella Anedda, Gianfranco Ciabatti (per me un poeta indispensabile: ma una lacuna su cui mi sono interrogato a lungo nel sondaggio di Orlando riguarda i morti, che proprio non sono contemplati), Paolo Sortino fra i giovani, Raffaele La Capria all’estremo opposto. Non nomino i presenti, chiaro.

5) Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

Il fatto di dialogare, competere, collaborare implicherebbe un rapporto alla pari, che non mi pare proprio ci sia: l’immagine del critico che lotta per l’egemonia fa un po’ sorridere. L’industria culturale, per usare un vecchio termine, detta il passo e cerca in modo più o meno responsabile di fare più soldi che può, il pubblico a fasi alterne riceve e detta le tendenze (illudendosi, talvolta, di controllare il gioco, mentre dietro il sipario ne è dominata), i critici recepiscono le opere e i commenti intorno a esse, tentano di attraversare i pareri raccolti, di decifrare le mosse strappandole alla banalità dell’evidenza dei fatti; a volte, cercano di indicare ciò che vale, molto più spesso, perché marginalizzati (a torto o a ragione, non importa qui), no. Gli spazi, se sono fluidi, lo sono al loro interno, ma critica, pubblico e industria sono compartimenti separati e in rapporto gerarchico. E non bisognerebbe mai dimenticare che i critici commentano punte di iceberg: vedono ciò che il mercato fa passare, molto raramente di più, se non si sforzano di ricostruire con esattezza.

6) Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Onestamente, non so quanto sarebbe affidabile una risposta alla vostra domanda, in questa sede. Come criterio generale, più che dei luoghi, mi fido delle persone, e solo dopo che ho letto qualcosa di valido.
Sarei quasi portato a dare ragione a Paolo Febbraro, quando scriveva, in un commento su Nazione indiana di qualche anno fa: «Nella mia immensa ma calcolata pigrizia, rifiuto ogni attenzione (se non distratta, e fatalistica) a ogni teoria che non promette di durare buona per almeno un centinaio d’anni. Il presente è una truffa dispendiosa, e ben articolata da qualcuno, in cui non cado» (Paolo Febbraro, 25 aprile 2009). Quasi, perché ci sono molti pareri autorevoli sul presente, persone intelligenti che leggo, ascolto, con cui discuto: eppure, un margine di diffidenza non riesco a eliminarlo, visto che navighiamo in un territorio di cui non conosciamo quasi nulla, che ci sfugge continuamente per il fatto di viverci dentro. I discorsi sul presente sono i miei preferiti, se no non studierei la letteratura contemporanea, ma non mi convincono mai per intero: una tensione verso lo studio della Storia, di cui pure diffido, mi guasta sempre le riflessioni. Le grandi scritture del passato rimangono per me al centro: Montaigne, Rousseau, Leopardi, Proust, Nietzsche, Wittgenstein e tanti altri, disordinatamente irraggiungibili all’inadeguatezza dei contemporanei (e soprattutto di chi li studia). È una spaccatura interna che vedo in parecchi colleghi che si sono formati con me.

Ida Campeggiani è nata a Cesena nel 1987. Ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è assegnista di ricerca. Nel corso dei suoi studi si è dedicata soprattutto alla letteratura del Rinascimento; si è occupata anche di Novecento, in particolare di Montale.

Marco Malvestio è nato a Padova nel 1991. Nella stessa città si è laureato in Lettere e ha frequentato la Scuola Galileiana di Studi Superiori. Ha pubblicato un libro di poesia; collabora con Formavera, Carteggi letterari.

Lorenzo Marchese è nato nel 1989. Ha studiato a Pavia e a Pisa; qui sta svolgendo un dottorato di ricerca sulla letteratura contemporanea. Scrive su diverse riviste scientifiche; collabora con Le Parole e Le Cose, 404: file not found.

[immagine: Adres, Street Art a Quinta do Mocho, Sacavém, Portogallo (gm)]

5 thoughts on “Letteratura e critica. Sei domande a scrittori e critici nati negli anni Ottanta / 2

  1. Mi dispiace continuare a fare l’antipatico nei commenti, ma mi permetto di manifestare un certo disappunto per le immagini di copertina scelte per questi sondaggi (il cappuccio ribellista prostrato, il bambino che sogna nella malinconia lusitana) . Temo esprimano un punto di vista over-40 su noialtri ‘nati negli anni Ottanta’ a cui mi antipaticamente oppongo. Ma magari non sto capendo un più sottile ragionamento che presiede alla loro scelta.

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