di Cristina Annino

[Arrivata a sfiorare la settantina, Cristina Annino scrive con quest’ultimo libro le sue parole forse più apocalittiche; certo la sua poesia non è stata mai consolatoria, spesso ridotta al gesto primario e autolesionista  di sbozzare con lo scalpello una materia tutta concreta (nel senso della “musica concreta”) e anti-psicologica. Pur tuttavia, nel precedente Magnificat, attraverso il ricordo del marito e soprattutto della madre, era riuscita a scavare un minimo spazio per una commozione malgré soi. Rimasta sola coi suoi gatti, tutto poteva fare tranne che introspezione; e infatti questi ultimi componimenti sono potentemente esteriorizzati, fissi a una società post-mutazione, a un modo di stare insieme che ormai riconosce se stesso come un “fiasco mondiale”; unica salvezza forse la formulazione di un “pensiero più grande” che però non arriva, data la micidiale “lentezza di cottura” della nostra civiltà. Tutti chiusi in un universale manierismo, prigionieri dell’inganno espressivo come il lucido e pietrificato Pound di Coltano. Reificati “la mente, le parole, l’abc”, la realtà dell’amore si illustra in un rituale etologico e consumistico: lei che, iconizzato il suo gatto in un soprammobile, “sempre se lo ricompra”. Walter Siti].

Da Chanson turca

Oltre Mosè

Koko accende polmoni a spiovere con
le orecchie. Quel suo fischio – non lo
nego –, le vibrazioni
smilze, le acca, l’esclamativo, spartiranno
onde nel corridoio. Eppure vorrei un
pensiero più grande, atomico, da Madonna
di strada, madonnaro; lo
dipingerei sull’impiantito coi piedi. E’
questa lentezza di cottura che
ci incatena, ci formalizza, ecco, la
valanga l’avvertiamo ma ancora non
ci tocca. Siamo pura
virtualità, anzi scolo di maniera direi, stipati
in bomboletta cadiamo tutti
insieme senz’ossigeno più, uccelli senza
gola né nubi, fusi già in volo. Neppure
la bellezza molecolare dei gay!
.

La griglia del dispiacere

Ha girato sui cardini: la mamma nel
ciclone dà i numeri e il
tempo ha le bende. Niente più
sudditi, doni, domani, son finite le gemme
sul serio. Eccoci! Ha sognato come
nessuno, la cenere. Che
tutto fosse lì, ormai da spazzarlo via col
pensiero oppure le mani.

Con gli animali, lei lotta anche in
sogno, tossisce fino al palco
dell’alba di quel granaio.

Ché, se togli libertà a una
persona, questa altrove se la
rifà e diventa più dolce
la marmellata! Ma uno schiavo
di meno conta, nel bilancio dello
spirito. (Lui fu
lasciato solo: non volle quel
dolore, quell’altro, né le sagome
del discorso che chiudono porte,
allacciano scarpe magistralmente.
Neppure
le carte scoperte, non volle l’odore
medico delle bocche; né il facchino di
quelle nuvole o il carico dei materassi. Lo
spazio e l’ozio non ebbero
limiti, e ogni eccesso.) Il resto finiscilo tu.

.
Destino del giovane Enrico

Sa che deve affrancarsi ed essere
svelto.  Disonorare i
capolavori che l’ hanno fatto. Sarà
anche fioco, perdiana, sarà
opaco in qualche prato senza
estasi. Proteggendo le mani com’un
pianista, suonerà a dovere con le
spalle magari, senza  niente in
vena, posate
le ali sul pezzo di sé rimasto
intero. Lento, se lo fissano, piano, poi
fingendo, poi ruberà giornalmente
se necessario, un  gradino intero; ché
salire appena di meno è tremendo.

.
Area del disgusto*    per Ezra  Pound

Quei giorni bovini nel cavolo di
voliera! Aree del disgusto per
cavalli sul prato (lussuria igiene),
qualcuno
lo guarda  e lui batte sul muro la
testa. Poi aspira, lo giuro, a
camionetta le spalle in sé, uccelli
anche,  pensando; un dito
dissoluto così. Con infinita
santità ingoierebbe le
spore schizzate più della luce,
distanti nell’erba pulita. E suda
castamente quando vede che il
cavallo alla fine ribruca sé.

E’ Scrittura, altroché! strilla
sempre, ed è vero, origine della
creazione pura in quel mazzo di
prato che dà vita al letame nostro,
lo ricicla e ci piace. Si fanno
libri a palate, ingoiando. Dice
umano tra i ferri; in fin dei conti la
vita cos’è?  fior di latte e
concime, svolacchiando per
digerire che?

Non dipinto o colonna, ma
carne e osso quant’è l’emicrania,
Pound miracoloso a
Pisa (sporco e creatività), vorrebbe
tanto calarsi, ha disturbi
d’olfatto, visivi. Non
ce la fa però con niente, né lo
spera, non col fango o coi vivi. Cavolo,
non ci riesce!  Allarmato di quel
solennissimo capolavoro che
si sente in
un atomo tale, e si
sfascia, entrando tutto
nella mente prensile. Casca con
faccia e piedi ; distante il
mondo, indice di gravità
tonale.

* Alludo all’erba evitata da un cavallo allorché  circonda i suoi escrementi appena depositati.  E quando  i funghi che si trovano all’interno delle feci, per essere di nuovo mangiati, lanciano le loro spore, con velocità superiore a quella della luce, in una zona pulita del prato. Allora il cavallo girovagando in cerca di cibo e non riconoscendo più la propria area del disgusto, di nuovo li bruca.

.

Ricordo, terribile maglio

Non sa pensare a quel ricordo, né
starci dentro; una gran fatica! Cielo
fatto in due di cotone umido. Sarebbe
posarsi sul sacrificio d’un santo, con
gli spini come si dice. Troppo alcol,
miseria e la tossina pesante
dell’aria quando
arrivi davanti alla fine. Ma
non può uscire da lì. Dice
mezzano è il pensiero, però non
c’entra e lo sa, dovrebbe passare il
fumo che la getta indietro! Non ha
niente perché lui l’ha
resa innocua: né amici, speranze, via
segreta. E’ cosciente al
massimo dell’allerta, ma ormai fatta per
il consumo.

***

In futuro sarà
cane, miele, un anziano; magari
colta. L’importante, pensa, ora
è piacersi e s’empie di gravità
lucidissima  o testa di
maglio nella spinta del vento dove sta.
Fuori la  voce da quel fiasco mondiale
tra cielo e terra, pare
una cappella dipinta: è musica uguale a
tutti gli
altri suoni, questa, oppure l’ho fatta
io,  nascendo col primo sbaglio?

.

Plagio, invasione, imitazione piccina

Ora l’ossessiona  la Cina, che si
mangia paese su paese come
fragole per merenda. Diventeremo
lei! dice in
stile da scuole medie, piagnistei.
Chiacchiera , poi gira
pagina, e non
vede quel che dovrebbe: che
biada d’ogni Storia è il
plagio. Anche la
terra agli indiani ma anche
prima, pare strano è
così (pensaci, California!).
Anche l’invasione
tranviaria- dietro le spalle uno
ti becca quel che può. Lei
copia la scrittura di lui
staccandola dai rami, col
salto dello stesso
tramvai. Roba da Cina, mica
ruba le mele! La mente, le
parole, l’ abc, se li mette nel
piatto titillando quei bottoni
del pigiama com’un malato
le flebo.

.

Vaso siamese*

Quando Koko s’annoia, si
espande com’un  cinese, salta
sul tavolo, gonfio che pare
finto. Collezione Ming, dice con
zampe a stelo. Batte il prezzo, si fa
l’asta da solo. Ogni volta
così, e io serio sto al
gioco. Sempre me lo ricompro.

*Koko è uno dei miei due gatti.

36 thoughts on “Da “Chanson turca”

  1. Avendo avuto il piacere di leggere la raccolta in anteprima ritrovarne alcuni testi qui fa già, a così poca distanza, un’impressione diversa. Concordando sul fatto che Cristina Annino ha scritto il suo libro più esteriorizzato, si evidenzia comunque sempre il suo stile, il linguaggio “anniniano” inconfondibile e l’uso di immagini che impongono la pausa, la riflessione, la rilettura, non perchè non rimanga subito qualcosa, ma perchè c’è molto e questo molto chiede pensiero. Questi testi hanno uno spazio interiore grande e proprio per questo hanno per effetto un’espansione che fa sentire un pò circondati leggendo, e subito dopo c’è tutta la libertà che l’autrice si e ci concede.
    Un saluto.

  2. Ecco, in finalmente, un altro libro che già “inarca” la voglia di leggerlo, e perdervisi con quel suono da chanson turca, per l’appunto, che mi pare titolo perfetto. Se questo è un assaggio, sarà un disco multiforme, dai sensi attratti dai sensi scomposti e riluttanti a contarsi, un tantino – ma anche pazienti, con il fiato a sospendere le attese e i dialoghi, come improvvisazioni di un dato di fatto, o destino – o la festa a più “generi” che è la scrittura della Annino, a mio avviso felice, come non si dice forse quasi più, come non lo direbbe se non un bambino – e magari ce lo suggeriamo noi stessi, mentre leggiamo, in ascolto, ringraziando il poeta.
    Saluti,

    Giampaolo Dp

  3. Ho avuto la fortuna di leggere e apprezzare in anteprima il libro di Cristina Annino, anche se solo di lettura la mia si è trattata, e l’ho trovato sorprendente, sia riguardo i libri precedenti sia riguardo la produzione poetica italiana. Mi pare che Annino riscatti qui quel minimalismo tanto bistrattato – a mio avviso a ragione, ma ha ragione pure l’uomo ad esprimersi come gli dettano lo spirito e i tempi -, mi riferisco al tono minimalista, nel senso originario che riferisco esclusivamente allo stile, riabilitato qui da uno spessore prodotto non dal linguaggio, come in certa poesia cerebrale, ma dalle situazioni. Molte volte rinvengo quel lavoro che avevo ammirato, per quanto concerne la prosa, in Céline, non solo circa la sintassi ma soprattutto il lessico e le interiezioni. C’è nel libro di Annino quella freschezza che manca del tutto ai modelli narrativi che molti oggi sono tornati a proporre per una pretesa e improbabile nuova poesia. Se narratività si richiede – ma come molti sanno bene non c’è tavolino che occorra alla poesia, anzi la destituisce della sua natura -, Annino ce la restituisce nello sviluppo, tanto in quello dialogico quanto in quello più ‘a rappresentazione’, che preserva l’alone lirico necessario (per esempio questo verso: «Ci sono / sere di tale alluminio che tagliano / a laser il suolo»). Voglio chiarire che con “lirico” non intendo la semplificazione, operante oggi, che confonde lirico con ‘soggettivo’, ma anche qui mi riferisco al senso originario di “musicale”, e la Chanson turca di Annino pone in posizione non secondaria, a mio avviso, una musicalità nuova.

    Spero che il grido di Giulio Mozzi trovi a questo libro un editore “in bella vista”, ma temo che Giulio Mozzi debba prendersi la briga di portarlo lui direttamente il libro all’editore. Ha il potere e il dono critico per farlo.

  4. Non è solo il titolo della raccolta, della quale leggo qui componimenti di formidabile fisicità; è, soprattutto, la compresenza originalissima, non un collage, ma un vero proprio dialogare animato, tra il serrato e l’indolente, di elementi raffinatissimi e di intenzionali discese, esplorazioni a tappeto, di ‘realia’ a richiamare alla mente il Singspiel: arie, recitative e brani ‘in prosa recitata’. Attraverso le stanze (inutile dirlo, in entrambe le accezioni) e seguo le orme di Koko, con il giovane Enrico (“Destino del giovane Enrico”: come non pensare a Ofterdingen di Novalis?) mi desto dal sogno romantico, ché contagia il riso (solo apparentemente folle) dinanzi al vuoto di cineserie à la page (“Plagio, invasione, imitazione piccina”, “Vaso siamese”). E la musica della Chanson turca tiene desta la voglia, malgrado le sagge avvertenze, di inseguire quel “facchino delle nuvole”.

  5. Questi inediti mi sembrano ricongiungersi col primo libro “non me lo dire, non posso crederci”, ma dopo aver vissuto e meditato a lungo e finalmente capito: ora Cristina ci crede a ciò che sente e vede ed è maestra nel dirlo. Anche noi ci crediamo ed è per questo che anch’io, con Bertoldo, invito Giulio Mozzi a intrufolarsi dagli editori che contano per presentare Cristina. Ne guadagnerebbe la cultura italiana e dunque la civiltà.

  6. Che dire? Intanto che i commenti mi sembrano tutti un po’ demenziali (e forse anche il mio farà quest’impressione). Misà che bisognerebbe finirla con questi commenti insulsi e insignificanti ai post, tanto per… Per cosa? Attestare all’autore che si sono letti i suoi testi? E poi? Non è così che si può fare un discorso minimamente critico, credo.. Vedi per capire il commento di Bertoldo, con questa storia linguaglossiana del minimalismo! Ma di che si parla? Tono minimalista dello stile? Boh!
    Quanto ai testi, cara Cristina, tanto per dire che li ho letti e tanto per contraddirmi in re, ecco… Mi pare che Siti ci prenda quando parla di esteriorizzazione; aggiungo che mi piace (mi irretisce e irrita, perciò m’interessa) il tuo espressionismo verbale, la tua versificazione tirata per le orecchie (se mi passi l’immagine) con quelle inarcature all’altezza di articoli, preposizioni ecc., sapientemente sbadata, sbadatamente accorta (sbaglio?). Viva Koko!

  7. “Chanson turca”: arriviamo con questo titolo forse al ventunesimo secolo italiano? davvero la poesia buona non puo’ essere che contemporanea, e questa la leggeremo in un’Italia ancora (di nuovo?) tra Occidente e Oriente, al centro del mediterraneo, tra Comunita’ Europea e Islam (ma anche la Cina! la California! vedi sopra “Plagio, invasione, imitazione piccina”). A differenza del passato nazionale, oggi pero’ non si puo’ piu’ dar la colpa all’invasore straniero, siamo indipendenti, redenti e abbiamo persino espanso la lingua nazionale al di fuori della Toscana, e dei libri. La scuola e’ una, la Costituzione, la radio e la TV, e la lingua sono una. Lingua che gli immigranti imparano e alla quale di certo aggiungono, anche se per vedere cosa succedera’ quando il parlante italiano ex-straniero leggera’ Annino ci vorranno anni. Sia allora l’incontro di Oriente e Occidente in Italia il benvenuto. Poi: il poeta fuma forse anche lei come un turco, incenerisce sigarette e lettori, e attraverso il fuoco di questi testi il mondo si esaurisce (senza mai menzionare la morte perche’ alla fin fine la propria morte e’ noiosa e quella del mondo anche di piu’) e si purifica, si stilizza. Di qui la ‘maniera’, che se non fosse tutt’uno con la voce del poeta com’e’, potrebbe essere attaccata, tanto e’ apparente. Piu’ che maniera allora si tratta del proseguimento di un discorso, fatto senza preoccuparsi d’altro (cosa importa cosa s’aspetta la critica dopo quel che s’e’ scritto prima? nulla, quando come in questo caso non c’e’ ne’ retorica ne’ volonta’ di successo, e il mestiere e la scrittura e la persona sono uno). Il gatto, gli interni, gli arti e gli organi, gli atomi e le molecole: li riconosciamo, non sono mimimalisti, sono solo veri e sono anche nostri per questo esser veri, siamo noi. Cose turche! un po’ come San Nicola ovvero Babbo Natale, anche se non ci si vuol pensare. Appare persino qui un “tu”, in preziosa violazione della diffidenza espressa dal poeta verso il tu in poesia nell’intervista a Franz Krauspenhaar (http://www.nazioneindiana.com/2007/12/27/scriverei-anche-di-un-sasso/). Difficile immaginare il resto del libro, ma anche piu’ di prima ora avendone letti dei pezzi siamo curiosi, impazienti di leggerlo stampato, se unira’ come par di capire la coerenza e l’evoluzione. La coerenza forse perche’ testi come “Ricordo, terribile maglio” o sono scritti anni fa o riportano nel presente quegli anni. Perche’ l’internazionale e il personale sono nei libri di Annino dal 1969! L’evoluzione perche’ la vita non risparmia la crescita a nessuno, allora forse questo e’ piu’ banale: ma quanti se ne leggono di autori che si ripetono? Tanti, troppi, e Annino qui parlando del giovane Enrico ci ricorda che salire di meno di un gradino e’ tremendo, e allora forse una delle cifre del libro che sia la stanchezza di chi non riesce a fermarsi di crescere, invecchiando verso dolori sempre nuovi? Ecco, alla demolizione sistematica di periodo, lessico, sintassi, lingua insomma, lasciando in piedi a malapena la punteggiatura, in questi testi, credevamo d’essere abituati, ma guai a chi si sente al sicuro nell’Italia, nel mondo. Vero e’ che il poeta ha il vantaggio della mano, e poi forse in ogni caso ci sconfigge per il nostro stesso bene di lettori. E anche se un po’ ci fa paura la statura di questo scrivere (“quella paura dei nani per i monumenti”) alla fin fine uno non puo’ nascondersi dietro un dito, o evitare di confrontarsi con la grandezza. E sia! Incrociamo le dita e ci inchiniamo, col dovuto rispetto, la meraviglia. Viva Koko, davvero, l’unico che non si meraviglia affatto! Figura anche piu’ alta del poeta.

  8. Gent. Signor Francesco, capisco di non essere stato chiaro e mi scuso. Ci sono varie linee del minimalismo, mi riferivo al minimalismo narrativo degli anni Quaranta, che era appunto meramente stilistico e ci ha dato risultati molto interessanti, tutti fondati sulla “situazione”. Non mi pare di avere detto una cosa demenziale e neppure astrusa, non più astrusa comunque della parte finale del suo intervento. Per quanto riguarda i modi, forse se lei usasse firmare anche con il cognome sarebbe più educato, non con me che ho fatto il callo alla poca educazione altrui, ma con i partecipanti dei blog. Un cordiale saluto.

  9. Sono molto grato a questo bellissimo sito per la pubblicazione in anteprima dei nuovi versi di Cristina Annino, roba buona dirò. Cristina mi parlava già da tempo di questo piccolo tesoro che ha tenuto in serbo, e queste perle meritano un editore all’altezza. Dopo quella sorta di bellissimo “greatest hits” poetico che è stato Magnificat, non deve essere stato facile per Cristina riprendere carta, penna e ispirazione. Sono poesie di faciel lettura e comprensione, allo stesso tempo irte di spuntoni taglienti come una parete in montagna difficile da scalare.
    “Scolo di maniera” non poteva Cristina bollare meglio l’inutile 95% della produzione poetica contemporanea, “Si fanno libri a palate, ingoiando”, certo che si fanno, la filosofia delle escort insegna, e in poesia ce ne sono tante. Meglio cercare una via propria e convincente e su questa giocarsi vita e reputazione, piuttosto che prostituirsi inutilmente a un successo che la poesia non può dare nemmeno se volesse. E la parabola dell’area sgradita al cavallo dovrebbe essere compresa e assimilata da chiunque voglia dare un serio contributo alla poesia. Perciò avanti così, cara Cristina, con la grinta, la coerenza e la classe che contraddistinguono il tuo stile, e che sono pienamente in grado di impartire ancora ottime lezioni, come queste.

  10. confermo che effettivamente la “Chanson turca” della Annino
    non ha ancora trovato un editore

  11. “Disonorare i capolavori” mi sembra il vero progetto di questa poesia giovanissima e tagliente che il lettore non sa come prendere, come leggere, costretto a inventarsi sempre una nuova prospettiva. Una “mossa del cavallo” avvincente per una poetessa che non vuole farsi imbrigliare in nessuna antologia “conclusiva”, neppure della sua stessa opera, ma ha un bisogno febbrile e urticante di balzare oltre.

  12. céliniana al vapore di irish stew, domestica e universale, cristina ci fa girare la testa e ci fa viaggiare “su e giù per la cina”. cristina annino è immensa perchè è antitutto, non solo antipsicologica. ha capito che la fortuna del senso è dato molto dal suono delle parole, la sua poesia è creta impastata dalle sue mani salde, kiko, il suo gatto tante volte ripreso anche nei quadri, ci sta sulle ginocchia mentre la leggiamo. questi inediti, come hanno detto in vari, hanno bisogno di più letture, ma anche no, perchè cristina ha il “jazz” nel sangue e le sue paiono improvvisazioni scatenate, tra il free e le africanerie geniale di pharaoh sanders. grazie insomma, cristina annino, non solo di esistere, ma anche di tirar fuori ad ogni libro una furente magia in più.

  13. “E’scrittura altroché” annuncia, un altro modo di magnificare..di nuovo materico, oltranzista – anche- delle sue origini, ma non per virtù di un tempo circolare, credo.E riappare, la madre, Koko, Pound , la schiera delle anime morte (e vane!) per Cristina, che sono l’altro modo di fare poesia…Ne ha ben donde se resta fedele alla sua voce irresistibile. ma anche perché dentro da sempre all’urticante, al solare al multiplo (come non esteriorizzarlo.nel e col. mondo) dello spirito vitale che”resiste” da sempre a tanto!resiste perché è anche *una sola moltitudine*, e come spezzare questo arto a un atleta?!Essa recita, nella più amata: ” In futuro sarà / cane, miele; un anziano, magari /colta…Fuori la voce da quel fiasco mondiale/ tra cielo e terra, pare/ una cappella dipinta: è musica uguale a / tutti gli altri /suoni, questa / oppure l’ho fatta / io, nascendo col primo sbaglio” che ci trafigge come un bellissimo zibaldone sul nostro destino, reimmessi a capofitto nel cosmo.
    Maria Pia Quintavalla

  14. Bravissima Annino, usi le parole come un musicista usa le note.
    Il ritmo e l’incedere a volte lento a volte rapido rendono i tuoi scritti dinamici e eterni allo stesso tempo.
    Brava.
    Con ammirazione,
    Enrico

  15. La poesia dell’Annino non merita commenti giudiziosi pur volendo come tutti entrarle nel marchingegno. Ogni mia valutazione infatti rischierebbe di non abbracciare a pieno il grande mistero della originalità dei versi che invece il mio corpo percepisce appieno come sinceri. Avanti alla prepotente sfrontatezza di dire quello che si vuole come lo si vuole quando soltanto lo si vuole, nasce il mio affidarmi con estrema piacevolezza a questa poesia dal moto tellurico costante, straripante d’aria, acqua, fuoco ed energia altra. quindi grazie! Cristina, grazie!

  16. Cristina
    leggere la tua poesia è come starsene al centro di un torrente in piena, nello scorrere dei tuoi versi-ondate abbaglianti, avvolgenti.
    A volte quasi respingenti, ma di quella forza dalla quale, in fondo, si desidera solo essere travolti.
    Gibigianne d’intorno, ti ci riconosci un attimo e scompari per poi tornare all’acqua, alla sua fonte. Osservo la disposizione, non sono più parole, ti singhiozza un pensiero, felino; scalpitano imbizzarrite, volano come uccelli indicatori.
    È una poesia che ubriaca, almeno è quello che succede a me: non cerco più astrazioni e nemmeno terminologie adeguate, ti parlo come un passante che si ferma catturato dalla
    misteriosa attrattiva del linguaggio, irretito nel gioco della realtà manifesta e contemporaneamente occulta, e che se ne sta, immobile, tra due forze contrarie, l’acqua e la terra.
    Per confine il cielo, posto notoriamente dei gatti.

    La tua omonima
    cb

  17. Capisco il giusto entusiasmo che puo’ ingenerare la lettura della Annino, ma le derive estatico-impressionistiche dei commenti mi lasciano perplesso. Mi viene in mente che c’e’ una qualche linea genealogica che da Croce, per vie tortuose e innominabili, arriva fino a Baricco. In ogni caso: dati i commenti unanimemente entusiasti che piovono da ogni parte per la poesia di Cristina Annino, perche’ un po’ di critici e consulenti editoriali – di cui ce n’e’, mi pare, tra i frequentatori di questo blog – non firmano una petizione (metaforica) per farla pubblicare da una casa editrice con una distribuzione decente? Non per forza Lo Specchio, Einaudi o Garzanti, ma anche un Sossella andrebbe bene. Io l’ho appena scoperta, e correrei subito a comprare in libreria la sua opera completa, se ci fosse. Pensateci, fareste un nobile servizio, non tanto e non solo alla Poesia, quanto a chi ama leggerne di vera. P.S: perdonate gli apostrofi in luogo degli accenti, ma scrivo da una tastiera australiana, e non ho idea di dove siano i tasti giusti.

  18. La poesia dell’ Annino tutto travolge e nulla resiste al suo passaggio. Ma quando uno se ne allontana non ci lascia vuoti, indifferenti ma al contrario ci scopriamo pieni di un profondo senso di onnipotenza.

  19. le poesie di Cristina Annino sono presenti, quasi tutte, in “Magnificat. Poesie 1969-2009” a cura di L. Benassi, Puntoacapo editore 2009.

  20. qualcuno in questi giorni,in una delle solite interviste, mi ha chiesto che cosa mi aspetto,oggi, dalla poesia italiana(estendo il concetto alla poesia in genere) “che mi ubriachi un po’, e mi faccia esclamare ” ma questo poeta… da quale asteroide viene? Mi sta facendo precipitare o volare in un mondo dove io non sono ancora stata…e respiro aria frizzante, aria ribelle alla stessa legge di gravità( già che qui la parola gravità è davvero aliena).

    Sempre sorprendente,Cri.
    lucetta

  21. La poesia di Cristina Annino, elegante e potente, merita moltissimo. Alcuni componimenti inediti dell’Annino sono stati giustamente richiesti dalla rivista internazionale Italian Poetry Review e verranno tradotti in inglese. Mediante i suoi versi la poesia moderna e contemporanea si arricchisce.
    Grazie Cristina

  22. La poesia di Cristina Annino, elegante e potente, merita moltissimo. Alcuni componimenti della nostra poetessa sono stati richiesti per il prossimo numero della rivista internazionale Italian Poetry Review e verranno tradotti in inglese.
    Grazie per i tuoi versi, Cristina.

  23. Cinica, primitiva, dissacrante. Aliena, alienata, appena nata. La poetica di Annino è una spirale, un mulinello cosmico che non può lasciare indifferenti. Grazie Cristina.

  24. Grazie per l’indicazione bibliografica, ma purtroppo Magnificat “non e’ al momento disponibile”, ne’ nelle librerie online ne’ nei punti vendita Feltrinelli d’Italia. Dispero di riuscire a trovarlo in qualche piccola libreria come fondo di magazzino… Intendevo appunto questo quando parlavo di una “distribuzione decente”.

  25. salve .dp. (solo così posso chiamarla, rivolgermi a lei per nome a me noto:)!) – ho una buona notizia per la sua disperazione! Una copia in più della magnifica raccolta della Annino (Magnificat)- vuol scrivermi? Gliela invio. (mai essere tanto gelosi dei libri amati, se si hanno in doppia copia!)
    mi scriva a plusiagamma@hotmail.com
    saluti, giampaolo

  26. Cara Cristina, leggo soltanto adesso queste tue meravigliose forze poetiche. Scusa il ritardo. Che dire? Che cosa aggiungere ai numerosissimi, spesso “autorevoli” commenti già apparsi? La tua poesia non ha mai avuto bisogno – credo – di soverchi commenti, di noterelle di lettura. Si scrive, si legge, si commenta, si dà forza e autorevolezza da sé. E tanto basta!
    Auguri – questi sì, pienissimi – perché la “ricerca” di un editore vada a buon fine, ossia appaia un editore all’altezza di questa tua poesia. Un abbraccio

  27. … vien voglia di uscire dalla porta “di dietro”;
    aperta sul lato OCCIDENTALE…
    e controllare se tutto resiste ancora
    o “splendidamente COLLASSA…

    BRAVA!
    Scrivi! Scrivi! L’onda d’urto che provochi è necessaria.

    Ronaldo Fiesoli

  28. Cara Cristina, anche se arrivo solo ora a sentire con un po’ di calma questi tuoi versi, ti ritrovo col tuo effetto tuono che scaturisce da chi ritratto nel suo angolo apre il (suo e il resto) mondo con passi piani (pare) e poi strappi che mangiano il fiato perché, niente giochini prego!, sanno congiungere sostanza e forme, alla ricerca disperata di “un pensiero più grande” mentre “cadiamo tutti/ senza ossigeno più” e percepiamo una “valanga” che non è ancora arrivata ma sta per arrivare chissà…soccorre Koko morbido cuscino che non sa o forse solo lui sa mentre guarda oltre.
    Grazie e un abbraccio
    Adam

  29. quel che oggi servirebbe è disfare il tessuto,addirittura abbattere il telaio, cambiare il tessitore. La fibra che si lavora resta la stessa materia prima, uscita dalla bocca del pensatoio, perciò ancora danneggiata e non batsa cambiare le note sono fin troppo note, persino il silenzio è stato usato troppo, in virtù di una accettazione delirante di una falsa democrazia, roba da coloni della schiavitù sociale in lingue e linguaggi senza materiali. Saltare,salare abbattere l’altare e girare, girare la parola sotto terra per vedere se esce anche solo un pisello da mangiare. f.f.

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