cropped-Salgado-Mines.pngdi João Guimarães Rosa

[Inedito fino a oggi in Italia, Tutameia è l’ultimo libro pubblicato in vita da quello che è forse il più grande e più noto scrittore brasiliano del Novecento, João Guimarães Rosa (1908-1967). Nelle sue parole, tutameia significa «nonnulla, goccia, inezia, bagatella, ossi-di-farfalla, coccorocò, tuta-e-meia, quisquilia, baruffa, piccolezza, quasi-niente, mea omnia». Tradotto e curato da Roberto Francavilla e Virginia Caporali, il libro si compone di quaranta racconti brevi ambientati nel sertão minerario, zona semi-arida a nord-est del Brasile, e quattro prefazioni non-prefazioni, diverse dai racconti solo per lo stile e il punto di vista urbani di chi narra. Storie quindi che non contano niente: ossi-di-farfalla. E che sono però «tutto il mio», mea omnia, etimologia inventata che amplifica il legame di Guimarães Rosa con questo libro prezioso e difficilissimo, che scombina il linguaggio e il lettore con spietata tenerezza. Tra i libri dell’autore tradotti in italiano, Grande Sertão, il suo unico romanzo, Mio Zio il Giaguaro e i racconti di Sagarana e Corpo di Ballo]

Storia n° 3

Si narra, si conferma e riscontra che, in quel momento, Joãoquerque osservasse Mira friggere polpette per la cena, i due a discorrere di fatterelli, amenità, certezze. Sì, signore, signora, l’amore. Li attorniavano angeli custodi, ma tanti da non finire mai.

E fu allora che rimbombò là dentro in quell’atmosfera pacata il: «Ehi, di casa!» trapassandola fino alla cucina dove come appena detto si guardavano Joãoquerque e Mira, che tremarono per il repentino assalto.

Ehi! Si rinnovò sgarbato il bercio, picchiata la porta, udito anche tumulto per strada, dopo scoppi d’arma da fuoco, quasi di certo all’imbocco del vicolo. Mira lasciando cadere la schiumarola si portò al viso le mani, per quell’impetuosità, e già se le torceva e le stringeva al seno; da sola lì abitava, vedova di fresco, senza garanzie del proprio stato né convalide. Joãoquerque avvicinò il petto alla pancia, per la fulmineità del fatto, anche il naso gli si arricciò meticoloso.

Perché la voce apparteneva al bandito Ipanemão, crudele come tizzoni ardenti, uccisore di uomini, stupratore di donne, incontenibile e impunito come la lista dei flagelli. Che a quel modo proprio su di loro piombasse, tramite lo spaventevole, non era accettabile, nel sogno, in quelle effervescenze. Ma il destino spingeva ad altre strade. Mira e Joãoquerque e Ipanemão ciascuno girava sul suo asse, che neanche mossi dagli ingranaggi di una ruota meccanica

Dio mio, maggior male al maggior ritardo o subitaneità, a, a, a, Ipanemão! era suo tutto ciò che succedeva, signore delle difformità della vita, spadroneggiava sull’intero paesino. Mira vedeva l’istante e il futuro, disegni dell’orrore: fino a oggi perciò stesso non può smettere di amare ancor più, con storiche affettuosità, il suo ormai più che ex-amante, Joãoquerque, incurvato omuncolino, che ora si gelava in azzurra angoscia, tranne le labbra, però bianco d’arancia sbucciata, così pallido da rammentarle i morti.

Lui – il nulla che si addensa – stava su con lo sputo, gli organi che si muovevano dentro al suo corpo, amara spessa in fiele e assenzio la lingua, il cuore rimbombante come un’enorme mandria o una cascata. – Padre del Cielo! – e Ipanemão era grande come il mondo – ripeteva, senz’altra anima, mentre il sudore gli colava addosso. Svaniva il giorno in ultima luce. Dove aveva la testa?

Adesso, però, per filo e per segno, lui a chi voglia ascoltare indimenticabilmente narra, tin-tin-tin, uguale a quello di cui parlano i libri, e tre volte tanto. Joãoquerque dice tutto.

Che all’inizio non pensò a niente, nullificato, senza occasione di essere o di tempo, né vergogna, né gelosia, condannato, mutilato, spintonato, ecco. Mira stessa gli ordinò di andarsene, in un sussurro, voleva salvarlo; nel camino il fuoco si era spento, regnava solo sulle ceneri calde il ron-ron del gatto. Lei si era inginocchiata, pregava, in una mano teneva il coltello, aguzzo, affilato, nell’altra lo spiedo, lungo un metro.

Avrebbe dovuto guadagnarsi la via nessuna, per la vastità – Padre-del-Cielo! – ignorare la qua abbandonata Mira, senza porto né pace, non poteva sopportare oltre il vocione di Ipanemão, demolitore di armonie, indiavolato. E si dibatteva già alla porta sul retro, faticò ad alzare il paletto, la fuga per un pelo. Uscì.

Nell’oscuro cortile corre Joãoquerque, con alberi sfaccettatamente e cespugli all’abbandono, ci inciampava o li sfiorava, nelle volute labirintiche, trapassevole il cortile che non finiva mai, se è vero che solo giù dabbasso, così in là, alla recinzione, dove c’era poi la cunetta di un torrentello, Joãoquerque correva e, quasi alla fine – già sbalorditivo miracolo aver fatto tanta strada su quel terreno, sconosciuto – ruzzolò: nel tentativo di fermarsi, intravedendo dall’altra parte iniqui volti, certo qualche bruto di Ipanemão, che poi si rivelarono essere soltanto il toro e le vacche, attardati notturni ancora al pascolo, di Nhô Bertoldo.

Joãquerque, caduto, un poco si rialzò, doveva essersi rotto un osso, e non osava tastarsi, si ostinava a nascondersi più dei vermi, gli girò la testa, i denti come un topo che rode una pezza o brividi di malaria, per il freddo, per il caldo, ansava in un beccheggiare di rovesciato sforzo sotto gli spietati pensieri. Peggio, falliva il pensare, come un cucchiaio di legno fallisce la padella; dice che non si ricordava più di niente.

Questo è, quello fu poi.

Per ora, secca la gola e amarezza, il dolore di respirare, come un animale ferito. Invano voler fuggire, andare avanti, immondo di vergogna. Ipanemão non lo permetteva, sembrava essergli già zompato addosso, di lontano – ovunque andasse, quello lo avrebbe stanato – a niente gli sarebbe valsa la sua debolezza. Cosa valeva era un quieto morire… – fu il sollievo che suggerì a se stesso, sudando profusamente. Ipanemão, cane, intrigante malvagità da grossa serpe, di lui nessuno si liberava, nemmeno per forte casualità. Il resto era di notte – cioè, gli abissi, gli astri. Joãoquerque andò giù, come uno stoppino troppo lungo.

Sdraiato sulla schiena, come in un buco, analfabeta di stelline. Fu allora che non tornò alla realtà. Ho tempo, si disse. Gli venne l’oblio, macchinari nelle orecchie.

Gli tornò Mira in mente; occultò l’idea. Vedeva: chi viveva era Ipanemão, e dava la caccia a lui, Joãoquerque, forsennatamente. Persino i grilli stavano zitti. Il silenzio scoppiettava. Le civette gonfiano gli occhi. Diavolo dell’inferno! – fece, ma non era lui la vittima. Si fingeva Ipanemão, di dentro. Tutto era lieve, compiuto ininfluente. La paura veloce scompariva? – era finito negli artigli dell’incomprensibile. Allora, si rialzò, e tornò indietro.

Del resto, però, granché non si sa.

Joãoquerque risaliva il cortile, senza badare a niente, ma con cautela: il rospo fece altri sette salti: si trascinava con fedele disonore. Non verso la porta di cucina, a casa, ma lungo la parete destra, costeggiava un altro cortile, che dava sul vicolo. Fiacchi abbaiavano dei cani.

Davanti, il pollaio vecchio; e lui, lì, a palpa-buio. Si allungò l’esiguità di una luce: su un’accetta, saldata, appoggiata, forse persino rugginosa tremenda. Non poteva afferrare niente, perciò a pugni chiusi, Diavolo-dell’-inferno! E il piede avanzò nell’aria. L’accetta, quella, tangibile, descritta nella sua ragione.

E, ora che allora, ciò che nessuna voce disse, ciò che gli proruppe improvviso nell’anima. Più ormai così non si fermava, in al, altrove, alieno, assorto, entrato in quella rara condizione sospesa, esiliato da se stesso. Come non di consueto, prese l’accetta. – Diavolo del Cielo! … – voleva fare un fischio. La notte pigiava nero su nero. Camminò, cercò avanti.

Con deciso disorientamento, a maggior coraggio, zampe di lupo. Come se giocasse, Diavolo-del-cielo!, ad ammazzare, per davvero, il terreno alla base del passo. Gli passò il niente per la testa. Per strada, sotto gli occhi di Dio e di tutti-quanti – si espose. Il resto, in parte, è narrato dagli altri.

Che Ipanemão lì dentro non c’era, ma, con altri due, di fronte a casa, accoccolato, vicino al focherello, beveva e arrostiva carne, sanguinario, senza magari neppure pensare di approfittarsi di Mira. O faceva come il gatto col topo, in quel momento.

Non riconobbero il sopraggiunto Joãoquerque, pur se tanto noto e visto. E poi lo immaginavano scappato convertito.

Fu poi smodatamente, che lui arrivò, attorniando un pericolo, con faccia da cane che non ringhia, nella sua codarda coerenza: nel non volere risse. Salutò, si fermò, spaventoso, come un gesto interrompe l’orchestra intera.

Si dice che fosse il giorno del prode non essere; o che il potere, al rotolare dei dadi, promani dall’inaspettato; o che, talora, la gente stessa faccia robusti sortilegi, senza saperlo, nella propria mente.

Ipanemão abbassò la faccia, sventurato, gli istanti esitanti; poi si voltò, si rigirò, sempre accoccolato, a ginocchioni semoventi – dando per intero le spalle all’altro, per schivarne sguardo e presenza.

Joãoquerque, però, gli girò intorno, anche lui, gli disse – Guarda! – piano, e, sollevando con entrambe le mani l’accetta, sbang!, gli aprì in due il cervello. Ipanemão, finalmente, in pace. Fino a quel giorno era stato immortale; ci restò secco. Gli altri, lo si vide, neanche un po’ scapparono, gridarono solamente pietà, come non avrebbero dovuto.

Joãoquerque si mise a sedere, fece un sacco di smorfie. Non aveva mai imparato a non sputare, non ne poteva più di tutti quegli stimoli. Come a dire: piedi per terra, mani in pasta, la testa al suo posto, gli occhi snebbiati, il naso nei propri affari.

Il prete e Mira, da lì a due mesi, lo sposarono. Si narri che una volta.

***

Ricordanza

Si parlerà della vita di un uomo; della sua morte, dunque. Romão – sposo di Nhemaria, più propriamente la Drá, detta anche Patacca – impari il pari, l’una e l’altro di extraregola. Si erano scelti, a Cunhãberá, eletto luogo, dove il male universale sonnecchia e il cielo offre un blu dal quale possa emergere la Vergine. La sua storia rammentata fu lunga: da una scodella e mezza, a peso d’orrore. Il fondo, però, confortante. Questo amore ha un tema. Però un tema arricchito – come dal giallo si estraggono idee senza materia. Sono casi di provincia.

Fu da quando. Sembra persino che dovessero odiarsi, ragazzo e ragazza, nell’allora. Si faccia nota la Drá: color di foglia secca scura, burattinesca, vescicolante, brutta come fritto abbruciacchiato, piatta-piattellona; dapprima scheletrica, poi grassa come un otre, sempre calzante la figura del brutto fuorilegge. Repellente e cattiva; non ingannava l’apparenza. Guardare a lungo la punta di un coltello, fa male. Si diceva: – «Segnata».

A Romão, eh?, lei piacque, audace scopritore. Cioè – perché amava anche i difetti, come chi accetta e non discute? Lo disispiega la natura, nei suoi effetti e visibili oggetti; o perché il succo di ogni domanda in lei quasi mai si esaurisce. Romão, mediocre, ben messo, normalotto, avrebbe potuto fare affari migliori. Ma lui aveva in sé una certa matematica. Ed esistono gli improvvisi, occulti avvenimenti, dentro la gente.

Di fidanzamento e nozze, si seppe poco. Anche della cerimonia bruttina o modo, di sposarsi, testimoni Iô Evo e Iá Ó e forse gli di Romão e della Drá angeli custodi. A quello la popolazione assistette con rammarico? Certe volte, la gente alla stranezza si adatta, nero nel bianco, caffè in tazza. Cunhãberá li vedeva non li vedeva, senza pensare di poterli capire: ne prendeva nota.

Ma la coppia andò a stare nella Rua-dos-Altos, dove Romão era buon calzolaio. Dal di fuori, dovevano essere residenti quieti. Era un silenzio quasi azzittito. Si comparino: la lucciola, la sua chimica lucina; fatti misteriosi – la cicogna e il suo nido. Procedevano, consorti, verso gli anni che andavano passati.

Come neanche fiuto e cane – ma in uno stato di no e sì, andavano a spasso – insieme, certo. La Drá contro l’evenienza di voler-bene si turava, i capelli che ramavano, in mano un pezzo di sasso. Lei non perdonava Dio. – Patisce per com’è… – ipotizzava Iá Ó. Per il dolore della sua bruttezza, da rompere gli specchi. Iô Evo disse: che si prendeva la colpa, di aver testimoniato.

Romão, eh?, si buttava giù per nulla? Non gli permetteva lei, invadente, di lavorare né di oziare; urlava a grida sorde; mise in fuga chi lo aveva in amicizia. Romão amava. E anche lei, oggi si sa, stando alla luce di tutti e alle ombre individuali. Lo studio del mondo.

Tutto il tempo lo martirizzava, fin troppo immusonita, scheletrica, sua, quella donna mandibolare. Vedi tu, o vede lei? Romão le era devoto, con schermaglie di poeta, o una cosa o l’altra, un piacere sentito e appreso, preciso, sincero come il rosmarino.

Si intignava, la Drá. I suoi figli non avevano voluto nascere. Romão poveretto si trasformava. Nessuno riusciva a spiegarselo: la costrizione, il fosco della sua enorme cecità? Calzolaio sempre sa. O sul fondo serbasse magari memoria pre-antichissima. Tutto arriva a un altro tempo.

Allora, quando di quei due nel quotidiano nessuno più si stupiva, improvviso, avvenne. Si equipaggiò la Drá, diavolo in opera, cavalla lunatica, e con formiche nell’ombelico. In malefizi, si perse, per un altro, un forestiero, più giovane. La gente, vedendo, la condannava; per pena di Romão – a patire le peggiori sofferenze. Lui, no, che il caso più da vicino riguardava. E a Iô Evo disse: che era bello che lei credesse, di valere, di piacere loro… Romão guardava fisso, camminava a passo corto, avevano timore della sua ragionevolezza.

Neanche il giovane forestiero la volle più. Illogica, pur così, la Drá sparì di casa, coi suoi denti da mozzicare. Romão attese, senza limite. Rinvigoriva, in questo farsi forza, inchiodava, martellava suole. Certo che, tramite Iá Ó, abbia chiesto che lei ritornasse.

Drá tornò, tossica, ingrugnita, brutta come i tuoni di montagna. Romão la rispettava, senza affliggersi né screditarsi, prendendo amarezze per piaceri, dimostrandole molta fedeltà. Le fece tante feste. Da di lì in avanti, la strega si acquietò, disinvolta, oziosa. Non faceva niente, per via dei mal di testa. Si limitava ad appestare. Viveva e gemeva – parallelamente. La rinominò così Patacca la popolazione gufa.

Fu, e lei si prese una grave malattia, reale, da cui uscì grazie a Romão, col suo affetto e modi. Guarì e ingrassò, disindebilitatamente, sacco di carne e strutto, e i capelli che le cascavano di testa, sui labbroni fattosi un gran buco, da quasi barba. Era proprio la Patacca, a vederla così. Cunhãberá la diede per castigata. Romão voleva vederla succhiare arance, cibo qualunque, e acconciarsi senza ira né disgusto. Anche lui invecchiava. I due, al pomeriggio, passeggiavano. Chi aspetta, sta vivendo.

Poi, lui si ammalò, senza un perché, di un male che non si ammazza. La Drá rivoltò casa. Piangeva, addolorata: ricevette, da in sé, notizia, di quelle che non si danno. Chiedeva aiuto.

I compaesani e il prete in camera, Romão dove lui giaceva, dignitoso, risucchiato, in affanno, nel letto. Era così stanco; cercava la Drá con gli occhi. E volle parlare, volle, riuscirci però no. Iá Ó lo tamponava col fazzoletto, gli ripuliva il viso, la bocca. Iô Evo gli raccomandò di farsi coraggio, solamente.

Verificandosi, a Cunhãberá, il fatto, di inaudimento.

Romão per ultimo si sollevò, guardò e vide e sorrise, il sorriso più verosimile. Gli altri, ottusi, immaginanimati, con gli occhi in prestito anche loro vedevano, pezzettino d’istante: la minuta, vaghezza o trasparenza, l’afflato! Della Drá, in un boato di chiarore, in lei si concentrava ogni lucentezza, bianca, bellissima, futuramente… il volto di Nhemaria.

Romão addormentato cadde, dico, eh?, intero come un triangolo, rotti gli ormeggi. Lui era la morte assiepata di isole. Mentì di essere morto. Diede tutto per tutto.

La Drá speranzosa abbracciò il caldo cadavere, si assottigliava, piangendo per la vita intera. Ogni fine è giusta. Rimasero soltanto i fiori.

***

… nel non perduto,
nell’oltre-passato…

Mnemonicum

Ultravventura

Terra di riso. Che là ci fossero vestigia della pre-età? La bambina, mano sulla bocca, furbetti occhi color chiaro, le pupille ben a goccia. La chiamavano semplicemente Dja o Iaí, bambinina, da sbavare sul cuscino. La sua presenza non occupava un millesimo dell’ambiente. D’essere, si inventava: – Maria Euzinha… – voce più piccola di un mottetto, i capelli inanellati, inanellati.

Ancora nell’intatto mondo delle ideucce si trovava. Sfuggiva il movimento intorno, gente e confusione, il mugghiare del fuoco. – Io non so che. Sospiretti. Era capace di pregare con entusiasmo e ricordare le cose importanti. È l’ape che è figlia del miele; i segreti la proteggevano.

Si vedeva e viveva in modo desueto, inquieta come il naso di un coniglietto, contenta come narice che l’abile dito scandaglia. – Soffri per me, sonno mio? – le piaceva, distriste, sottrarsi alla veglia.

Soprattutto, voleva la risaia, il gran verde illuminato, poi giallo ondeggiante, l’aria di là. Una risaia è sempre bella. La sognava ricordata, ammirevole, da ammirare amore.

Non ce la portavano: lontano da casa, terra bassa e molle, dalla macchia dove gli alberi si rabbuiano – la sgridavano; e pericoli, l’acquitrino intricato – vento e nient’altro, a ben vedere…

Non ci credeva; non il cuore. Bisbigliava, dagli scrigni della sua saggezza: la risaia bella, in cima al mondo, nell’essenza della luce – il ricordo.

Si tappava gli occhi con tre dita – unghie dipinte di menzognucce bianche – le guance multifiore. Doveva andare, senza limiti. Non rinunciava a quel desiderio, al se solo potessi. Opponeva il suo a-memoria, fervore senza minuziosità, al punto per punto.

La rugiada… – diceva il fratello, dalla parte del mondo laborioso. Doveva di là mandar via gli uccelli, baraondosi, in tutto si immischiano, si timorimpicciano, facevano un pandemonio. Il peggiore, il molotro nero. Neanche se ne accorgevano, dello spaventapasseri…

Dja si chiudeva sotto l’istante: smorfia da arancia amara. Faceva finta di non vedere. Intero rinnegava lo spaventapasseri – imbavagliava gli uccelli, che appartengono solo al cielo, gli fanno da sostegno. Pregava. L’uccellino che vien, che vien, a posarsi sul nido, sembra persino che rimpicciolisca le ali… Doveva fare il nido nella vecchia tasca dello spaventapasseri!

L’acqua è brutta, calda, spaventa, fa venire la febbre, mezzo palmo di fango….

Ma: – Non-mi, no! – lei ripeteva, abbassando le ciglia, il nasetto in rivolta. Rinnegava. Prega-che-ti-prega. L’acqua fredda, chiara, dono di luce, viva quanto la nostra sete… Perfino il sole vi si rinfrescava.

Ci sono lo jararacuçu, l’urutu-bue… – che mordevano. Il rospo, docile di morte, il serpente se lo ciucciava con gli occhi, stregoneria: e scatto e sgnack…

Iaí psicammiccava. Negava. Cancellava quella cosa: contraria, falsa. Rospi, serpenti, rane, erano per bellezza, pacifici, senza mattane, in modo sano, figurato. E rideva pregando.

Sempre vedendo, rivedendo in testa la risaia, inquietuccia, consegnata alla malattia del crescere. – Devo, devo, vado! – ora, seduta stante, mentre il gatto si leccava. Era spuntato il giorno, a matita rossa – granelli di libertà. Si liberò Iaí, Dja, di corsa, nel mattino belfacente, quando il gatto si acciambellava.

Forza, superò la grande zucca gialla, i porci grifagni, gli anacardi, spogli, l’anatra col becco piatto, l’anatra con la piumuccia nel becco, il fiore che sembrava un fiore, altri fiori che in alto saltavano, le piante idiote, il cane, le sue scemenze. Girò da una parte, dall’altra, dall’altra – lesta, indecisa, decisa. Prese drittezza. Tirava un vento argentino, lei era tesoro, frullio d’ali mosso da intenzione.

Gli uccelli? Nell’acuta fretta, non li vedeva, gli uccellini stanno zitti per astuzia e arte. Lavoravano per cercarsi qualcosa da mangiare, non avevano tempo per fare festa. Fingevano di non proteggerla?

Ed ecco l’acqua! La pozza d’acqua color caramello, densa, sporca, ma in essa il suo volto lindo limpido si componeva. L’acqua era la fonte.

Qui il sentiero gira ancora – a terra fiorellini in spuma – di là la strada vede la montagna. Iaí colse dall’aria un richiamo: di nessuno, più veloce di una voce, zigzag di pensiero. Guardò indietro, non-so-perché, l’indominata sorpresa, da metterci rapidi gli occhi.

Apparizione! Un serpente, grosso, con un rospo in bocca, convulso… tutti e due, marroni, del colore della terra. Il rospo quasi già del tutto ingoiato, a furia di contrazioni: solo di lui si vedeva il culetto con una zampa tesa indietro…

Dja tornò in sé, d’un botto, con un legno o con un sasso, colpì il serpente. Gli tirò una sassata paleolitica, veloce come l’amore. Quello si disprogettò. Il cerchio scosceso, la liberazione: il serpente aveva lasciato il rospo, e scappava rapido, tra i cespugli fogliuzzi, fru-fru-lettico, come peraltro le brave serpi fanno. Dall’altra parte, il rospo, sull’erbetta, si metteva strasciconi in salvo, con un solo puntolino pochinino di sangue, ultravivo. Il rospo aveva chiesto aiuto? I rospi pregano anche loro – per forza, devono! Il rospo aveva pregato.

Djaiaí, si spaventò e si palpò – solo il violento battito del cuore. La madre, urlando di laggiù, inferocita la sgridava. Tornò indietro. Vestiva il garbo timido, già con le gambette verso casa.

E la risaia non era riuscita a vederla, quel posto stupendo: nebbianuvi. – La cosa bella! – ancora e ancora, si ripetè, devota, maggiormente istruita.

Disse al fratello, che la prendeva in giro: – Tu non sei tu, e io volevo parlare con te… – Maria Euzinha.

Presto si sarebbe addormentata – Piano, sonno mio… – sua nella manina la chiave dorata, fra i recinti dorati dell’allegria.

[immagine: Sebastião Salgado, The Mines of Serra Palada (dbr)]

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