cropped-sib2bis.jpgdi Alessandro Tarsia

[Proponiamo due paragrafi tratti dal libro Perché la ‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Pungitopo]

1. Briganti si diventa

Il rapporto del calabrese con la natura è stato condizionato da una stagnazione sociale di lunghissimo periodo. Rari baroni arroganti e ignoranti, proprietari di quasi tutte le risorse, avevano il dominio totale sul resto della popolazione lavoratrice, divisa in pochi affittuari e tantissimi braccianti, proprietari delle sole proprie braccia. L’economia rurale calabrese si resse grazie al sopruso dei proprietari della terra sui servi della gleba: una popolazione stremata, affamata, ammalata, senza futuro o speranze. Le tasse, i dazi, i balzelli dei baroni locali si univano a quelli dello Stato centrale, del re di Spagna o di Francia, del Papa, del re di Napoli. I rapporti fra baroni e monarchia, fra baroni e clero e fra gli stessi baroni furono spesso conflittuali, a causa dei contrapposti interessi sullo stesso bacino umano e naturale da sfruttare. I baroni controllavano tirannicamente i loro territori, non solo attraverso le leggi e la polizia dei vari Stati che si sono susseguiti, ma anche finanziando piccoli eserciti privati, all’insaputa del regnante di turno: i briganti. Una task force di implacabili mercenari, impegnata di solito in guerre di confine col barone dirimpettaio. Simili ai mercenari italici, che si vendevano all’una o all’altra polis nei frequenti conflitti interni alla Magna Grecia, i briganti esercitavano una funzione sociale che la ‘ndrangheta continua a svolgere ancora oggi, perché la rivoluzione industriale ha sostituito il barone con il boss–imprenditore locale. È doveroso precisare che “brigante” fu qualsiasi latitante, anche rei di crimini minori o persone ingiustamente accusate.

Tra le giovani generazioni calabresi, il mito del brigante fa furore. Legato a una cultura “alternativa” di sinistra, ribellista, individualista e populista, il brigante rappresenta l’ideale romantico del giustiziere mascherato, che ruba ai ricchi per dare ai poveri, scappando a cavallo con la chioma al vento. È una reinterpretazione inserita nel più vasto movimento di pensiero che affascina i los fastidios (detti zecche a Roma), annoiati e supponenti figli dell’alta e media borghesia calabrese, universitari fuoricorso per vent’anni, prima di rilevare l’attività di papà, trasandati, travestiti da poveri, con variopinti stracci e lana grezza, con cane meticcio al guinzaglio e sigaretta rollata in bocca. Interi paesi, come quello di Motta Santa Lucia, sono così tanto infervorati all’idea di santificare un proprio ladro di polli borbonico, da lanciare fatāwā contro una studiosa che ha osato scrivere la verità. Il brigante reinventato è l’idealizzazione sovrastorica dello ‘ndranghetista nella cultura popolare contemporanea. «Iddu pensa sulu a iddu» è un modo di dire mafioso, che bacchetta l’egoismo dei membri della cosca. E mostra uno squarcio nell’ideologia del pauperismo e dell’abnegazione ‘ndranghetista, che maneggia milioni di euro in una regione poverissima.

Alla fine del secolo scorso è nato un movimento che reinventa/recupera tradizioni gastronomiche e musicali, di cui il brigante è la mascotte. Lo si trova negli autogrill e nei negozi di souvenir. Il pupazzo del brigante calabrese old school di coccio, agghindato con palandrana e archibugio, oppure quello new school di plastica, tarchiato, taurino, con coppola, rayban, cellulare e doppietta. Così, ogni estate fioccano i Tarantella show, coronati da sagre di salsicce e polpette. Dove comitive di giovani affiliati alle cosche (figli o parenti) ballano e cantano le gesta eroiche dei briganti che si sacrificarono nel nome del popolo oppresso. Gli stessi che oppressero il popolo al soldo del barone, frodando anche le aristocratiche leggi del regno, non proprio favorevoli ai contadini. I “gaglioffi” rimpolparono le fila della restaurazione e della repressione sanfedista durante le proteste dei contadini affamati, o durante le invasioni di eserciti civilizzatori (come i francesi di Murat o il drappello dei fratelli Bandiera). Il desiderio di ascesa sociale e il miglioramento delle condizioni di vita per le nuove generazioni di calabresi disoccupati e poveri non è una tensione realizzabile tramite l’unione politica di persone diverse, bensì è una questione privata e individuale, al limite familiare.

Di anno in anno, a Natale, i calabresi si occupano sempre meno del presepe e dell’albero. Adesso adorano il Babbo Natale Brigante, in miniatura o a grandezza naturale, che abbandona la scena del crimine su una biscaggina. Leonardo Sciascia scrisse che i siciliani sono simili al Don Abbondio de I Promessi Sposi di Manzoni, perché analogamente implicati in un: sistema di servitù volontaria. Don Abbondio è un vile, un ignavo, che si fa scudo del sistema spagnolo per racimolare uno stipendio. Non ha passioni civili, morali o religiose. Egli ubbidisce agli ordini, passando sul cadavere degli altri senza colpo ferire. E tuttavia, è pur sempre capace di articolare un discorso di senso compiuto. Gli ‘ndranghetisti, invece, sono simili ai bravi, i briganti mandati dall’Innominato e da Don Rodrigo per imporre con la minaccia della forza armata la volontà del potere. I bravi sono ignoranti, truci, spietati e sanguinari, dediti alla rapina e mercenari del miglior offerente. Il brigante non lavora, rapina.

2. Vuoto a perdere

Il lavoro è un tasto dolente in Calabria. Lo Stato italiano, in questi primi suoi centocinquant’anni, ha preferito mantenere una landa/sacca di povertà, da cui attingere mano/mente d’opera migratoria a basso costo e in cui opprimere il mercato con gabbie salariali e creditizie. La stessa cosa che oggi sta facendo la Comunità Europea con l’Italia. Nel dopoguerra, fallito il sogno democristiano di un mondo rurale simile a quello degli opuscoli dei Testimoni di Geova, come l’Opera Sila, il Partito Socialista e il Partito Comunista, anche se è più corretto parlare di pentapartito, hanno sognato la grande industrializzazione calabrese, che porta la firma della DC. Fallita anche quell’allucinazione, oggi i politici postmoderni, in un fisiologico ritardo rispetto alle tendenze culturali dominanti, vorrebbero una Calabria tutta terziario. Invece sembra il terzo mondo.

    I piani quinquennali cristiano/edenici della DC fallirono miseramente, perché furono scambiati per mammelle di mucca da spremere a sbafo. Un pozzo senza fondo, cui attinsero spesso i più untuosi e servili clienti dei potenti. Il progetto fallì perché la frammentazione del millenario latifondo non consentiva alle famiglie di braccianti di trarre profitto da un ritaglio di scarpata di montagna in mezzo al nulla. Soprattutto perché quei contadini, spesso beoti delle valli, erano alieni al consorzio umano e incapaci di allearsi (consorziarsi/cooperare) con gli odiati vicini di casa. Dopo la riforma agraria, mancarono all’appello svariati miliardi di lire finanziati dallo Stato. A nulla servì regalare la terra. Nel tentativo di contrastare il vento comunista che spirava dall’Est, lo Stato italiano decise di ingrossarsi a dismisura, assumendo chiunque. Un capitalismo di Stato gestito dalle famiglie dei più potenti del Paese. Questa politica garantì una casa, un lavoro, uno Stato di diritto a molti calabresi per la prima volta in duemila anni. Ai membri delle falangi golpiste di estrema destra, in odore di NATO, non sembrò vero di poter contrastare la propaganda sovietica, facendo indebitare lo Stato. Aiutando qualche brigante ‘ndranghetista a sparare sui manifestanti comunisti che denunciavano la corruzione e la povertà. Agli inizi degli anni Settanta, molte zone calabresi dell’entroterra erano ancora in pieno feudalesimo, lontane dalle enormi clientele politiche moderne che si creavano attorno ai centri di potere.

Attingendo capitali dalla Cassa del Mezzogiorno, le montagne calabresi furono riforestate con piante esotiche che ne mutarono per sempre l’ecosistema. Migliaia di calabresi furono assunti nell’ampliamento, nella moltiplicazione e nella specializzazione degli enti di bonifica primonovecenteschi. Rifiorì rigogliosa una nuova selva di apparati locali parastatali, zeppi di personale, strutture e attrezzature, almeno sulla carta. Nacquero enti per la ricerca zootecnica, agricola, alimentare. Furono assunti eserciti di operai forestali e cantonieri, che si dice abbiano il callo sul mento, perché dormono in piedi, appoggiando il capo alla scopa. Alla razzia di soldi pubblici è dedicata la leggenda delle Vacche di Fanfani. Durante una visita del ministro dell’agricoltura Amintore Fanfani, i responsabili dei progetti d’allevamento in Calabria portarono di nascosto una carovana di camion per il trasporto di animali dietro al corteo trionfalistico del senatore. Durante le soste nelle varie fattorie gli veniva mostrata sempre la stessa processione di mucche, come se fossero del luogo, finché il ministro non se ne accorse. La morale della favola è che lo sperpero di lavoro e di denaro nel tentativo di produrre caciocavallo silano da mucche francesi provocò il successivo deserto degli anni Settanta.

Fallito il paradiso contadino democristiano, aumentarono il disagio sociale e lo iato economico con il resto d’Italia, verso cui riprese una massiccia emigrazione. Democristiani, socialisti e comunisti di partito si impegnarono in allucinazioni collettive di progresso sociale e tecnologico. Sorsero in Calabria alcuni mastodontici impianti industriali, con la giustificazione ideologica di trasformare i millenari contadini locali in classe operaia. Il risultato fu la trasformazione di una nuova “classe” di malattie: degli uomini, degli animali, dell’ambiente.

All’inizio degli anni Settanta i reggini, esasperati dalle mancate promesse di un ex regime fascista riciclato nella Democrazia Cristiana e nei più alti apparati dello Stato, esplosero in una rivolta di estrema destra che mise a ferro e a fuoco la città. L’Italia aveva deciso una suddivisione amministrativa razionale, articolando la regione in tre grandi province corrispondenti ai maggiori paesoni calabresi: Cosenza al nord, Catanzaro al centro e Reggio Calabria al sud. Essendo una penisola allungata e stretta fra due mari, era sembrato giusto nominare Catanzaro capoluogo di regione. Ma i reggini già cantavano Reggio regina dello stretto sulle barricate, e non era solo una questione di pennacchio. Era in gioco l’accessibilità alla rapina di capitali pubblici. La risposta dello Stato fu esemplare. Il parlamento regionale calabrese fu sdoppiato, metà a Catanzaro, metà a Reggio, con conseguente dispendiosissimo andirivieni di pletore e scorte di funzionari, politici, parenti, amanti, ecc. Inoltre, fu promosso un pacchetto di sviluppo industriale, un vero “pacco”.

All’estrema punta dello stivale italiano, in provincia di Reggio Calabria, c’è un paesino incantevole, che sorge su una vetta rocciosa a forma di mano, con le case antiche e la chiesa adagiate sul palmo, sovrastate da cinque gigantesche e sublimi dita di pietra. Sullo sfondo, i canyons delle fiumare risalgono le pendici dell’Aspromonte fino alle vette sfiorate dalle nubi bianche. In quello scenario ameno, ricco di testimonianze storiche e bellezze naturali, lì dove fiorisce il raro bergamotto, lo Stato costruì, tra gli applausi dei reggini, una gigantesca fabbrica di “bistecche al petrolio”, cioè di mangimi animali derivati dal petrolio, da spacciare all’URSS come via italiana al capitalismo. Il mastodonte funzionò per pochi mesi: quanto bastò per uccidere, far ammalare e impoverire centinaia di operai. Passarono poi decenni, per sbriciolarsi lentamente e finire il lavoro su tutti i parenti, amici e conoscenti dell’esteso circondario. Finalmente, negli anni zero, un’illuminata casta politica steampunk ha deciso di ricostruire un altro impianto industriale, molto più grande, avanzato e soprattutto ecocompatibile. Non più le vetuste pietanze al petrolio, ma il futuribile: il carbone “pulito”. Una centrale elettrica a carbone rappresenta una riconversione rispettosa del territorio, della popolazione e della vocazione agrituristica della zona. Sdraiati sulla spiaggia, basterà non far caso ai fumi “puliti”, ai liquami “puliti” nel mare, ai pesci con tre occhi, al cancro a norma di legge, e, soprattutto, all’impianto di migliaia di metri quadri per decine di metri d’altezza adagiato sull’arenile di fianco all’ombrellone. La stessa sorte toccò al polo siderurgico di Gioia Tauro e di Rosarno, in mezzo a impianti agricoli millenari, tra le colline di Medma e di Metauros, per metà ancelle greche e per metà terrore titanico. Oppure il nome, che è tutto un programma, della Società Italiana Resine a Lamezia Terme, nella piana della sottocolonia greca di Terina.

Punta Alice è una piccola penisola che interrompe come un tuffo al cuore la linea piatta della costa azzurra crotonese. In mezzo al mare limpido c’è una lingua di terra dai contorni surreali, ricoperta di orti e di flora mediterranea. È uno dei due soli posti in Italia in cui vive la ginestra bianca mediterranea (Retama raetam), ancora per poco, a causa degli incendi annuali. Il tempio greco di Apollo Aleo, famoso nell’antichità, sorgeva in mezzo al boschetto sacro come faro per i naviganti e per le anime. Oggi rimangono ben visibili le grandi pietre del basamento. Dalla collina retrostante, tra gli stupendi resti del mercato saraceno, del santuario e della torre d’avvistamento, sarebbe possibile godere di un panorama mozzafiato. Sarebbe possibile, se non si fosse materializzato, come piombato da una scena tagliata del film Blade Runner, un mostruoso impianto industriale, grande quanto una cittadina, con un enorme tubo sospeso per decine di metri sul mare, pronto ad agganciarsi alle navi cargo. Un cazzotto nell’occhio per qualsiasi essere umano non calabrese. Un’occasione di reddito e sviluppo per gli ‘ndranghetisti. Nonostante le bandiere blu, nessuna attrazione turistica può avere successo nel raggio di svariati chilometri, può esserci solo un turismo mordi e fuggi o a bassissimo costo. Ma questa bruttura terrificante è solo la punta dell’iceberg di un impianto chilometrico per l’estrazione e la raffinazione del sale iperpuro, lungo la fiumara del Neto, oasi naturalistica e via della Magna Grecia. Sono garantiti inquinamento massiccio e disoccupazione in vista, mentre il futuro è già alle porte: un inceneritore potrebbe sostituire la raffineria.

Crotone, invece, ha avuto, se possibile, una sorte peggiore. Mentre l’amministrazione comunale innalzava al cielo il colosso di un ambiguo gladio vittorioso, un cancro maligno e subdolo avvolgeva pian piano la città. La Pertusola è un impianto industriale nato all’inizio del secolo scorso e ampliato nei decenni successivi. Sorge, assieme alla Montedison, sui resti archeologici della “salubre” Kroton, che sono ormai sepolti da scorie tossiche. La ‘ndrangheta ha aiutato i proprietari dell’impianto a smaltire illegalmente tonnellate di sostanze cancerogene, lo ha fatto pensando ai calabresi, con la complicità delle ditte locali, degli amministratori e di chi avrebbe dovuto vigilare. Nelle scuole di ogni ordine e grado di Crotone, negli edifici pubblici, nelle palazzine e nelle ville private, ogni qualvolta, negli ultimi quarant’anni, siano serviti sabbia e materiale da riempimento, è stato usato, molto probabilmente, lo scarto tossico industriale. Il lungomare di Crotone davanti alla Pertusola risplende di notte di una diafana luminescenza, forse fra qualche anno usciranno dalle tombe zombie pitagorici. Come in un film horror, a Crotone, seguendo la segnaletica stradale, è possibile entrare, mai più uscire.

Sono molti altri gli esempi dell’industrializzazione a macchia di leopardo, zeppa di faraoniche infrastrutture irrazionali, e nata già senza futuro. Fu un grande affare per i gruppi industriali e finanziari del Nord Italia organizzare queste truffe sull’orlo della legalità. Sembrò un grande affare anche ai calabresi, ai politici che smistarono le raccomandazioni per le assunzioni in cambio di voti, agli imprenditori locali che guadagnarono sugli appalti e sui subappalti, infine agli operai, che preferirono guadagnare una miseria in Calabria piuttosto che a Torino. Il bilancio finale è molto più che negativo: è una catastrofe. Le fabbriche sono ferme, non producono alcun reddito, alcun benessere. Invece la spesa dello Stato ha subito un’impennata, a causa degli investimenti senza profitto, dei costi di gestione e di sicurezza degli impianti dismessi, dei costi delle bonifiche. E poi c’è la spesa ingente del sistema sanitario nazionale, che deve curare migliaia di persone gravemente malate, a causa dell’inquinamento.

Assieme alle industrie, lo Stato decise di costruire una serie di mastodontiche infrastrutture. Ai calabresi non parve vero di poter disegnare strisce d’asfalto in mezzo ai luoghi più belli. Ovunque ci siano resti archeologici di antiche città magnogreche, passano sulle aree archeologiche sia la ferrovia, sia la strada statale. Capita spesso di passare con l’automobile tra due ruderi di una ex casa, mura di cinta, mulino, portale, edificio di culto, sventrati per farvi passare una piccola strada asfaltata in mezzo. Non sono resti di archeologia industriale: sono ruderi neolitici, enotri, greci, bretti, romani, normanni, ecc. In alcuni siti archeologici, percorrendo con l’auto le strade sterrate, prive di cancelli e indicazioni, è possibile sentire il rumore delle nere anfore attiche rotte dagli pneumatici. Secondo i calabresi, non esiste modo migliore per attirare i turisti: farli viaggiare sui resti archeologici, sulle spiagge, sulle scogliere. Per loro una spiaggia ornata di megapilastri stradali o ferroviari è più bella di una spiaggia selvaggia. Osservare il traffico da sotto l’ombrellone è un vantaggio: permette di essere visti mentre si prende il sole, senza distogliere lo sguardo dell’osservatore dalla guida. Permette di tenere il polso di chi entra e di chi esce dal paese, e di analizzarne i rifiuti gettati dal finestrino come nella serie tv investigativa C.S.I.

Gli anni della costruzione delle grandi arterie di comunicazione sono gli anni delle lotte politiche campanilistiche per deviarne il percorso e consentirne il passaggio all’interno dei piccoli paesi. L’assioma era semplice: la superstrada nel centro abitato avrebbe portato benessere e sviluppo. I risultati sono stati due. Le deviazioni hanno allungato i tragitti. Rallentando ulteriormente il traffico, che procede a passo d’uomo all’interno dei paesi. Su strade catalogate come a scorrimento veloce, nessuno si ferma neanche per un caffè. Il secondo effetto è stato l’aumento vertiginoso di pedoni morti e mutilati. Maciullati dallo stile di guida aggressivo locale, mentre uscivano da casa a piedi. Le nuove varianti delle statali 18 e 106, che collegano i litorali col resto d’Italia, furono costruite sulla spiaggia, a ridosso della ferrovia, in uno spazio che separa il mare dalle montagne e che non supera il chilometro. Le strade asfaltate e ferrate hanno devastato le vecchie coltivazioni e i boschi costieri. Hanno creato massicciate rialzate, che impediscono la vista del mare a chiunque si trovi in una marina calabrese. Hanno impedito una pianificazione del litorale in vista dello sfruttamento turistico, agricolo o, più semplicemente, di una migliore qualità della vita per i residenti. Per la prima volta, dagli anni Settanta in poi, le nuove strade calabresi iniziano a mostrare vistosi difetti di progettazione. Le “strade di grande comunicazione”, come la 107 silana–crotonese o la 682 Jonio–Tirreno, sono pericolosissime e spesso mortali. Pendenze in curva opposte a quelle suggerite non solo dalla fisica, ma anche dal buon senso, carreggiate concave (torrentizie) e non convesse, curve a gomito esageratamente strette dopo lunghi rettilinei, viadotti imponenti, ma fragili, gallerie di marzapane.

L’autostrada A3, invece, ha un tracciato più razionale, a cui si sarebbe dovuto affiancare quello della ferrovia, smantellando le linee costiere e rendendola più veloce. Il tracciato ricalca, infatti, quello della via Popilia romana. Purtroppo è forse l’opera più costosa e più sfruttata dalla corruzione che sia mai stata edificata dall’uomo. Il motivo non è dovuto a particolari difficoltà ingegneristiche. La maggioranza degli italiani crede che sia colpa delle ditte locali corrotte e degli operai calabresi sfaticati. La maggior parte delle imprese è invece settentrionale, operai compresi. Gli appalti sono gestiti con dinamiche criminali dal Governo, che favoriscono le grandi industrie del cemento, consociate al gruppo di potere statale. Conviene alle ditte del Nord Italia pagare un dazio alle cosche locali, un costo che addebiteranno al popolo italiano, risparmiando sul lavoro e sulla qualità dei materiali. Alle ditte locali è affidato il subappalto della logistica dei cantieri, come il movimento terra. Il ferro delle armature dei pilastri e delle gallerie è arrugginito, di scarsa qualità e quantità. La mescola del calcestruzzo è irrisoria. Ponti e gallerie costruite da poco iniziano già a sbriciolarsi, l’asfalto dei nuovissimi tratti ampliati con la corsia d’emergenza ha già ceduto rovinosamente. Lo standard Calabria nell’ingegneria autostradale ha già fatto scuola in Italia, come dimostrano i lavori sulla variante di valico dell’A1.

 Così come avviene ancora oggi nei cantieri dell’A3, o nei vuoti megacapannoni delle deserte aree industriali, le “mosche del capitale” centro–settentrionale si sono sempre nutrite della superfetazione criminale calabrese, escremento povero della penisola. Cambiano i decenni ma l’obiettivo è sempre uguale: l’assalto alla diligenza dello Stato (recentemente dell’Europa), carica di soldi pubblici, pagando una percentuale al brigante locale.

La politica del brigantaggio calabrese ha fatto lievitare a livelli stratosferici il debito pubblico italiano. Furono gli anni delle assunzioni di massa dei calabresi negli enti statali e parastatali. Fu l’assalto alla “scrivania”. Persone assunte nelle Poste, nei Municipi, negli uffici provinciali e regionali con un vocabolario personale di settantaquattro parole, di cui cinquanta fra parolacce, bestemmie e improperi. Persone assunte negli ospedali e nelle case di cura, conoscendo solo l’anatomia del maiale e del capretto. Assunte nelle comunità montane, quella dei “forestali” fu la meravigliosa civiltà appenninica scomparsa delle baite sui cocuzzoli, rifugi full optional autocostruiti e key less, in cui passare l’orario di lavoro arrostendo, bevendo e giocando a carte. Migliaia di persone furono assunte nelle scuole come bidelli, sebbene si rifiutassero di pulire e giocassero a carte sulle cattedre e nei corridoi. Fu il periodo nero del bullismo calabrese, il rapporto studentebidello era di due a uno. Centinaia di persone vennero assunte negli archivi e nelle biblioteche, per sorvegliare stanze vuote di studiosi, zeppe di documenti e libri non digitalizzati, lasciati marcire. È stato il periodo d’oro dei bar calabresi, visitati ogni mattina da branchi di impiegati per milioni di caffè. Sono stati gli anni delle grandi stazioni ferroviarie, dei grandi ponti, delle rampe e dei raccordi in mezzo al nulla, di cui vanno fieri i calabresi odierni, che li stampano su cartoline e calendari.

Erano i tempi d’oro dei politici calabresi, soprattutto di quelli con rilevanza nazionale. Le clientele incorporavano come blob vaste famiglie. Interi appartamenti dell’onorevole erano stipati di stimanze: carni, salumi e formaggi a stagionare; verdure, carni e pesce nei congelatori industriali, donati dai rivenditori locali di elettrodomestici. La spesa era portata ogni mattina a casa, cucinata e servita da uno stuolo di cafoni iperservili, assecondanti tutti i desiderata della famiglia di sua Eccellenza, ben prima dell’e–commerce. I politici non pagavano nei ristoranti, nei negozi, fottevano agenzie pubblicitarie e tipografie a ogni campagna elettorale. La quantità di promesse distribuite fra la povera gente era pari solo a quelle delle grandi religioni dell’umanità. Questa casta politica sembrava invincibile e inarrestabile, immortale. Codazzi di postulanti, strappati all’agricoltura e ridotti a briganti, erano pronti a immolarsi per un posto alla scrivania. Magari anche come spazzini, oppure, perché no, come dirigenti di alto livello alla Provincia. Fu l’età dell’oro di loschi figuri egregiamente rappresentati dal personaggio Cetto la Qualunque del comico Antonio Albanese.

La fondazione dell’Università della Calabria si inscrive perfettamente in questa stagione, ne è un esempio tipico. Fu progettata in campagna, secondo la moda dei campus americani. Scegliendo il vicino centro storico di Cosenza si sarebbe potuto rivitalizzare l’unico luogo bello della città, oggi completamente in rovina. La campagna intorno al posto scelto per l’edificazione era ondulata, con verdi colline sormontate da querce, ulivi e alberi da frutto. Sarebbe stata ben armonizzata nel paesaggio una struttura ecocompatibile. Usando materiali locali misti ai nuovi ritrovati tecnologici, come il Villaggio Enrico Mattei a Borca di Cadore (1958). La scelta dell’architetto fu, invece, di rottura narcisistica ed egocentrica, alla calabrese. Vittorio Gregotti, fiero ideatore dell’inumano quartiere Zen di Palermo e organico al PCI, interpretò magistralmente la rappresentazione calabra della landscape art, progettando una serie di giganteschi cubi attraversati da un ponte d’acciaio che va da sud a nord. Nel progetto originale gli edificicubi non prevedevano abbastanza finestre, ed erano molto più distanti tra loro di quanto non si sia poi realizzato. La variazione “umanizzante” costò una penale salatissima allo Stato. Nonostante la Calabria sia molto più luminosa del Canada, nonostante sia meno fredda d’inverno e meno umida d’estate, Gregotti pensò al campus come se si trovasse nel Nunavut. Una struttura completamente separata e avulsa dal contesto, che necessita di luce sempre accesa negli uffici e nelle aule, anche a mezzogiorno di Ferragosto, e di pompe calore perennemente in funzione, come piace agli americani. L’intero complesso dell’ateneo non ha, però, autosufficienza energetica, né l’Italia ha guadagnato tutto quel petrolio che si aspettava, massacrando poveri iracheni. Nel campus le panchine sono rarissime, gli studenti non possono godere della campagna tra una lezione e l’altra, le aree verdi non sono fruibili, sono solo osservabili. Costruito sui resti di una villa romana, di cui si sono perse le tracce, il campus è strutturato come una catena di montaggio, un esamificio, oppure un aeroporto. Si entra da sud e si esce emigrando verso nord. La qualità dei materiali è tanto artificiale quanto pessima. Strutture in acciaio con tubature a vista, rampe di cemento nudo e crudo esposte al sole per friggere studenti. Le aule e gli uffici, separati da esili pannelli di cartongesso, sono scosse da piccoli terremoti quando i camion passano sul ponte d’acciaio per le consegne. I cubi sono rivestiti da una guaina rosso mattone impermeabile che si crepa ogni anno e ogni anno va rispalmata. Perché il ferro delle armature dei pilastri è ormai arrugginito, e così, sotto il nuovo strato di guaina, l’umidità crea bolle nel rivestimento.

Tanto studio e tanta ricerca universitaria sono serviti a una pianificazione politica degli investimenti che conferma un antico trend calabrese: l’economia del mattone. L’università ha acquistato o edificato molte casepalazzine dello studente, edifici per attività onanistiche, due grandi teatri semivuoti. Tagliando, invece, la spesa per lo studio, per la ricerca, per i laboratori, per il personale amministrativo e docente, sottodimensionato e sottopagato. Ancora oggi milioni di euro sono dirottati sulle ditte private che costruiscono case dello studente. Le palazzine hanno ormai saturato tutta l’area intorno al campus. Le belle colline che un tempo caratterizzavano la zona oggi sono cementificate. Molte case sono private e abusive, poste anche su fronti di frana che ne cambiano numero civico di anno in anno. Eppure non è un vero e proprio campus, perché mancano i servizi essenziali: la mobilità delle navette copre un’area ridotta, la biblioteca non è in grado di gestire nuove acquisizioni di libri, non ci sono negozi e servizi. Tutte le strade d’accesso all’università sono bloccate dal traffico negli orari di punta, perché la viabilità è progettata male. Gli ascensori, i bagni, le pompe di calore non funzionano e sono sporchissimi. Tranne che per qualche concertino autogestito dagli studenti, il campus di Arcavacata di sera è deserto. È una zona del crepuscolo mesmerizzata (come tutti gli altri paesi del circondario), abitata da più di trentamila giovani paganti.

Finite le sbornie ipercontadine e iperoperaie, è iniziato il postmoderno. Quello per cui le industrie erano sporche e demodé e il terziario era il futuro di due milioni di persone. Due milioni di imprenditori, di servizi per altrettanti fruitori, uno schema perfetto, autocontraddittorio, senza nessun rapporto con la realtà. Sono gli anni della mistica del prodotto locale, del genius loci e della globalizzazione della ‘ndrangheta. Caduta l’Unione Sovietica, lo Stato non ebbe più motivo di mantenere milioni di impiegati, oppure di riconoscerne i diritti sul lavoro. Il neoliberismo diventa la koinè della politica di destra e di sinistra: meno Stato, più privato, secondo il postulato utopico capitalista per cui l’aumento del profitto privato di pochi coincide sempre, o per lo più, con il benessere sociale. In questa nuova temperie, i politici perdono il loro potere clientelare. La stessa casta politica è ormai composta prevalentemente da imbecilli, ignoranti e corrotti: figli, mogli, nipoti, autisti, amanti o portaborse dei portaborse dei portaborse dei portaborse dei potenti politici del passato. Che invece hanno tutti un’altissima considerazione di se stessi. Le amministrazioni pubbliche non assumono più, anzi licenziano in massa. Prima era lo Stato ad assumere a migliaia i membri delle famiglie ‘ndranghetiste, frazionandoli nei mille rivoli degli apparati locali. Ora è la ‘ndrangheta che, con le sue imprese familiari, detta compatta legge allo Stato per ogni appalto pubblico. Se prima i lavoratori statali, con la trattenuta alla fonte sulla busta paga, garantivano gli introiti fiscali per finanziare parte del carrozzone pubblico, ora lo Stato affida le sorti del Paese (sanità, viabilità, istruzione, beni artistici, ecc.) a imprenditori, commercianti e liberi professionisti, cioè ai più acerrimi nemici degli evasori fiscali della storia d’Italia! Gli ‘ndranghetisti mandano i figli a studiare a Oxford, mentre la scuola pubblica frana sulla caserma dei carabinieri. E tuttavia in Calabria queste tre categorie pagano sempre e comunque le tasse. Le pagano ai potenti locali, lo fanno perché sollecitati dalla ‘ndrangheta. Il sistema fiscale calabrese è migliore di quello italiano, ha un’unica imposta progressiva: il pizzo.

Lo Stato, negli ultimi anni, ha tentato di introdurre un saggio modello di progresso, capace di integrare agricoltura, industria e turismo, favorendo nuove coltivazioni, impianti di lavorazione dei prodotti agricoli, attività turistiche legate all’agricoltura e alla silvicoltura, piccole fabbriche ad alto contenuto tecnologico e col minimo impatto ambientale. Il brigantaggio, però, ha distrutto anche questi progetti. Le aziende settentrionali, pagando una tangente alla ‘ndrangheta, hanno costruito grandi capannoni nelle nuove aree industriali, lasciandoli, poi, vuoti. I centri storici e le campagne, costellati da natura e da monumenti storici citati nella letteratura europea lungo l’arco della sua storia, sono entrati in uno stadio finale. Si è innestata una trasformazione instabile e tendente al collasso, tanto orribile quanto dannosa. Impianti giganteschi di pannelli fotovoltaici o di pale eoliche vengono costruiti lì dove non si dovrebbe. Primo: perché eretti fra le case o al fianco di abbazie, senza prendere in considerazione i posti più adatti (come le aree industriali), di cui la Calabria è zeppa. Senza bisogno di abbattere il valore di mercato delle proprietà adiacenti. Secondo: perché si tratta quasi sempre di truffe, quindi gli impianti funzioneranno poco o niente, sbriciolandosi nelle malattie dei residenti, ed escludendo per sempre il vicino monumento dai flussi turistici. I finanziamenti europei per lo sviluppo delle aree disagiate sono stati depredati dai calabresi più ricchi e dagli imprenditori brianzoli e veneti, lasciando nel Sud più povertà di quanta ce ne fosse prima.

    In Calabria, nelle nuove aree industrialimanufatturiere, esistono solo negozi di marche italiane del Nord Est che vendono prodotti cinesi a prezzi tedeschi. La qualità è sempre più scarsa, a prezzi sempre più alti, tanto che aumentano le frodi, soprattutto alimentari. Nelle campagne e sulle montagne, invece, sono nati agriturismi raggiungibili solo con l’elicottero. Sfruttando finanziamenti pubblici, i calabresi hanno ristrutturato le loro case, creando agriturismi senza coltivare neanche un geranio sul balcone. Aprendo bed & breakfast in posti che non vedono un turista da tremila anni. I commercianti hanno le mani legate dalla burocrazia, che non consente loro di vendere prodotti locali, ma solo quelli dei grandi gruppi industriali. Ma anche se le avessero libere, le userebbero per inveire contro i clienti, perché sono maleducati e scorbutici, oppure invadenti e melliflui, sempre pigri e oziosi, ignoranti sulle merci che vendono, e ancor di più sul loro settore commerciale. Ancora non si sono accorti che lo stesso prodotto che spacciano, ordinandolo per il mese prossimo venturo, è già disponibile in quattro giorni, su internet, a un terzo del prezzo calabrese, compreso di costi di spedizione. Così facendo il modello Amazon abbatterà ciò che resta del commercio locale, più di quanto abbia fatto l’IperStanda di Berlusconi.

Una parte dell’imprenditoria calabrese è la migliore forma di organizzazione che il brigantaggio abbia assunto finora nella storia. Coincide perfettamente con il modello storico dell’organizzazione ‘ndranghetista e con il profilo di chi, negli USA, è uscito vittorioso dalla crisi: entrambi ferocemente anticomunisti e tendenti al soft–nazismo imperante. È organizzata sul territorio, può avere contatti internazionali, usa lo Stato a proprio vantaggio, spolpa dall’alto la classe media, trasforma la classe lavoratrice in proletariato cinese. Il principio fondamentale dell’imprenditoria, e più in generale dell’economia locale, è soldi subito e maledetti. La fidelizzazione del cliente è una politica aliena ai calabresi, per i quali è solo un gioco linguistico. L’imprenditore sfrutta il patto fiduciario con il contraente totalmente a suo vantaggio. Afferma di essere un uomo di parola, quando sa già che non ha alcuna intenzione di mantenerla. Nessun uomo di parola direbbe, di sua sponte, di essere un uomo di parola. L’imprenditore calabrese non se ne rende conto, e lo fa proprio perché non lo è. Diffida della scrittura e delle tracce indelebili, perché sa di compiere una rapina. Si paga solo in contanti. In Calabria la maggioranza delle famiglie si impoverisce mentre una sparuta minoranza si arricchisce sempre di più.

Spesso le risorse umane sono interne al clan familiare, le assunzioni sono regolate dalla parentela, dall’amicizia e dal vassallaggio. Gli uffici pubblici sono pieni di parenti, assunti proprio per il loro valore aggiunto di continuità e isotopia con l’esistente. Nei posti chiave dell’impresa privata sono inseriti i propri figli, fatti studiare con grandi investimenti finanziari a Milano. Negli uffici pubblici si fanno carte false per assumere parenti. Berlusconi convinse gli italiani che lo Stato sarebbe stato gestito meglio con una politica aziendale. L’imprenditore ‘ndranghetista crede che un figlio a capo del consiglio d’amministrazione, o responsabile della contabilità, possa fare solo il bene della sua azienda/famiglia. Meglio di quanto farebbe un estraneo esperto che non avesse comprato la laurea in Romania o il master a Milano. L’imprenditoria calabrese, usando la legge del maggiorascato e del familismo amorale, nel mercato legale va male anche quando potrebbe guadagnare molto. La Calabria ha il tasso di imprenditorialità più alto d’Italia, dopo il Molise, eppure è la regione più povera. È nato un commercio di certificati antimafia per le imprese, simile a quello delle indulgenze rinascimentali.

Le dinamiche sul luogo di lavoro, sia pubblico sia privato, sia edile sia accademico, sono quelle interne a qualsiasi cosca. Il principale, il capo, il superiore in grado è il capo della “locale”, una divinità in terra da rispettare, riverire, mai contraddire. I dipendenti sono sempre rigorosamente in nero per quattro quinti del personale. Non esiste la legislazione del lavoro, non esistono diritti, il mobbing è la dinamica più frequente e amata. I colleghi sono tutti “picciotti” che sgambettano dietro al capo, dunque odiosi rivali di carriera all’interno della gerarchia delle “doti”. Bisogna eliminare con qualsiasi mezzo i propri colleghi, meglio se all’insaputa di tutti, di nascosto. La comunicazione commerciale e pubblicitaria è proiezione psicoanalitica: testo tutto maiuscolo, dorato e tridimensionale, illeggibile per l’occhio del cliente, ma non per l’ego dell’imprenditore. Nelle nuove aree industriali, ogni azienda produce un suo personalissimo, coloratissimo e appariscente cartello indicativo, cosicché per districarsi nella semplice lettura bisogna fermare l’automobile davanti alla parete segnaletica commerciale.

L’ideologia capitalistica sostiene che qualsiasi impresa sul mercato debba avere un’etica responsabile, soprattutto verso gli altri attori economici, pena la perdita di credibilità e il fallimento. Se un’impresa truffa un cliente o un fornitore deve andare fuori dal mercato. Perciò la ‘ndrangheta si occupa di mercato illegale, e, quando tenta di riciclare il danaro sporco in attività pulite, dopo un po’ fallisce miseramente. La sua economia è fondata su truffe, raggiri e rapine. All’imprenditore non interessano le maldicenze, le chiacchiere, la cattiva pubblicità alla sua azienda. Perché pensa che in ogni caso tutti lo criticheranno. Si aspetta anche di non essere pagato, di trovare un team di avvocati massoni mandati dal cliente al citofono, o di esplodere, premendo il citofono. Per questo, coerentemente col suo punto di vista, truffa prima di essere truffato. Fornendo, nei casi migliori, prodotti o servizi di pessima qualità e sempre incompleti. Il bite è ormai una tradizione commerciale natalizia consolidata: mordi il portafogli del cliente e scappa col malloppo. Un sistema a danno dei clienti o dei fornitori, per finanziare cenone e regali di Natale per il proprio clan.

L’artigianato calabrese rappresentò nei millenni l’unico modo di produzione di beni non commestibili. Fu tramandato e affinato per secoli tra le classi povere. Erano artigiani i contadini, che conoscevano molte tecniche di lavorazione dei materiali, di progettazione e di costruzione. I loro erano saperi utili all’interno della bottega familiare del mondo rupestre. Chi invece era artigiano per mestiere viveva di stenti e di espedienti, proprietario del solo know–how. Chiunque possedesse una tecnica o un sapere artigianale era riluttante a confrontarsi con altri esperti, ancor di più a parlarne con gli estranei, perché quel sapere aveva un valore economico, tramandabile oralmente solo all’interno della propria famiglia. Perciò la fine del Medioevo calabro, nell’ultimo dopoguerra, segnò la fine dell’artigianato, annientato dalle tecniche industriali e dalla stessa mentalità calabrese. Finirono nel nulla la sartoria e l’oreficeria, raffinatissime e capaci di produrre capolavori dai dettagli di rara bellezza. Finirono l’arte degli scalpellini della pietra e del legno, che ornarono nei secoli i palazzi e le chiese di stupende opere d’arte. Finirono le ritorte e sublimi creazioni in ferro dei fabbri, le solide opere in ciliegio massiccio dei falegnami, le lucenti pentole di rame degli stagnini. L’elenco delle arti calabresi estinte, purtroppo, è molto lungo.

Sono rari l’imprenditoria e l’artigianato calabresi odierni di qualità, soprattutto quelli onesti. Sopravvivono nelle singole capacità di rari lavoratori eroici, disseminati su un vasto territorio, abbandonati a se stessi, che hanno perso la fiducia in tutto, barcamenandosi per ottenere un guadagno irrisorio, che li lega mani e piedi alla loro situazione disperata. Piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti sono strozzati dall’esagerata pressione fiscale, da leggi assurde e dalle pressioni della ‘ndrangheta. Da qualche anno esistono produttori di beni e servizi che combattono, assieme a molti dipendenti statali (e non solo appartenenti alle forze dell’ordine), la criminalità organizzata. Spesso sono proprio quei beni e quei servizi che rendono i calabresi sparsi nel mondo orgogliosi delle proprie origini.

I prodotti e i servizi forniti dalle grandi aziende italiane sono sempre più cari e sempre più scadenti. Maglioni di poliestere fatti in Cina dall’alta moda italiana. Automobili e calze italiane made in Serbia. Salsa di pomodoro, olio e vino italiani allungati al 60% (o più) con materie prime estere. In questo squallido e decadente mercato interno di costose e pessime merci, è evidente la necessità di un tessuto locale produttivo di piccole e medie imprese. Urge un piano produttivo aperto e continuamente modificabile/migliorabile dal basso, secondo logiche bottomup. Serve un sistema artigianale e industriale, manuale e meccanizzato, tradizionale e tecnologico, di prodotti e servizi made in Calabria. Il Gruppo di Acquisto Solidale ne è un esempio, per ora limitato all’agricoltura. I negozi potrebbero vendere prodotti e cibi locali senza confezione, a chilometro zero e senza scarti d’imballaggio, come i vecchi empori. Non serve una mastodontica ecofabbrica a forma di peperoncino, disegnata da un’archistar, che produce fucili abbatti elefanti di lusso, fatti a mano, lucidati con panno podolico e tempestati di pietra mica bianco–nera. Il settore alimentare potrebbe trainare agricoltura e allevamento. Quello manifatturiero potrebbe risollevare l’arte dei tessuti. Il ferro battuto e il legno potrebbero rivitalizzare il settore dell’arredamento. Sarebbe possibile anche produrre acciaio di qualità, come le nuove ecoacciaierie 2.0 tedesche, in modo da passare dall’attuale Età del ferro pieno a quella dell’acciaio antisismico. Non è possibile che, nella metà degli anni dieci del XXI secolo, il settore economico di punta in Calabria sia ancora l’edilizia del calcestruzzo. Mentre tutti i calabresi sognano di diventare imprenditori di se stessi.

Lo Stato ha deciso di smantellare la maggior parte delle strutture pubbliche, licenziando in massa e bloccando l’avvicendamento delle nuove assunzioni. Purtroppo, i tagli alla spesa pubblica sono stati fatti con la scure, distruggendo ciò che c’era di buono, e svendendo all’alta finanza la maggior parte dei beni statali. Alcuni importanti ospedali sono stati chiusi, obbligando cittadini e turisti a percorrere decine di chilometri prima di trovarne uno. Gli ospedali rimasti sono sottodimensionati, con liste d’attesa bibliche e attrezzature scadenti. La malattia o il trauma di un calabrese all’inizio del terzo millennio è simile a quello di un conterraneo vissuto all’inizio del secondo millennio. Morire a casa in lista d’attesa o aspettando l’ambulanza, morire nel corridoio dell’ospedale, in attesa, morire per malasanità. L’alternativa scientifica è un lunghissimo pellegrinaggio, estenuante, pericoloso e umiliante, fino al santuario della medicina, all’estero. Essere disabili nella Calabria della Repubblica italiana è vivere una condizione simile a quella di isolamento, derisione e abbandono vissuta sotto ai governi angioini e aragonesi. Solo in casi sparuti e rarissimi la responsabilità è imputabile al personale medico/infermieristico, che lavora in condizioni da Medici senza frontiere. Quasi sempre la colpa è di un sistema sanitario fatiscente e corrotto. Questa gestione della sanità è simile a un’infezione mortale per i calabresi, sviluppata nella coltura batterio/politica di voti, nomine, cliniche private convenzionate, studi specialistici e fornitori di protesi.

Sono state azzerate le spese per la gestione e per il mantenimento delle strade, diventate groviere insicure, infestate dalle erbacce, con segnali stradali impallinati o non sense. Cittadini, carabinieri e ‘ndranghetisti in servizio sono morti a causa di incroci progettati da serial killer, con voragini stradali e segnalazioni creative. Il sistema viario calabrese è una Livella. Molte arterie sono incomplete, altre franate e mai riparate. Intere comunità sono isolate dal resto del mondo. I vivai pubblici sono stati dismessi, così come i centri di ricerca per lo studio della flora e della fauna locale. Sarà sempre più difficile recuperare e conservare le antiche varietà vegetali commestibili, per cui ottenere certificazioni di origine controllata e garantita, spendibili sul mercato. Amministrazioni pubbliche e privati cittadini dovranno pagare lo stesso albero duecento euro anziché settantacinque centesimi. Nelle biblioteche, negli archivi, nei musei, nei parchi archeologici, nella Soprintendenza, nei parchi e nelle oasi naturali, e in qualsiasi luogo si conservi qualcosa di unico e di peculiare della storia o della natura calabrese, regnano l’abbandono e il disinteresse dei governi degli ultimi venti anni. Ridurre al lumicino le assunzioni statali è una politica fallimentare per lo Stato, che porterà la Calabria oltre il punto di non ritorno dell’impero della ‘ndrangheta.

[Immagine: Calabria – Tratto della ss 106 all’altezza del Castello di Roseto Capo Spulico (Cosenza) – Ph. © Ferruccio Cornicello – All rights reserved Feart ®].

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