Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il poeticidio

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cropped-peculiar-people-free-desktop-wallpaper-1920x1080.jpgdi Andrea Cortellessa

[Questo intervento di Andrea Cortellessa si inserisce nel dibattito sul destino editoriale della poesia cui finora hanno partecipato, fra gli altri, Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro e Paolo Febbraro. La discussione era partita proprio da un’intervista a Cortellessa che ripubblichiamo in fondo a questo intervento]

Il riprodurre questa intervista in rete, dove finora non era disponibile, necessita di qualche precisazione, alle quali seguirà un mio prosieguo di discussione che tiene conto delle repliche nel frattempo giunte da Alfonso Berardinelli, Gilda Policastro e Paolo Febbraro.

Le precisazioni rispondono a due moventi, diciamo. Da un lato mi corre l’obbligo di precisare, quanto è stato scritto, perché il parlato non è lo scritto, appunto, e dal mio seno nell’occasione sono sfuggite alcune frasi, abilmente colte dall’intervistatore, che appunto non avrei mai scritto (ma è la stampa bellezza, lo so bene, e poi questo bello della diretta in qualche modo consente di dire fuori dei denti cose forse utili, certo chiarificatrici dei tanti, troppi non-detti che continuano a circolare nella cerchia degli addetti ai lavori: come se questi facessero ancora parte di una società letteraria, coi suoi miti e i suoi riti; mentre l’unica cosa certa è che la società letteraria, nel bene e nel male, è una cosa che appartiene al nostro passato). In secondo luogo spero che, già appunto precisando e ampliando quanto ridotto a misure d’aforisma dallo spazio in pagina, comincerà il rilancio che di questa discussione auspico.

Prima precisazione. L’intervista mi è stata chiesta dal «Fatto» il quale, non so bene perché, da più d’un mese dedica una pagina a settimana a un libro senz’altro storicamente utile (io per esempio, pur avendolo letto a vent’anni, non lo possedevo), opera però di un saggista che, se non era più un punto di riferimento alla fine degli anni Ottanta, figuriamoci oggi: la riedizione einaudiana di Scrittori e popolo. Alla quale Alberto Asor Rosa ha pensato di far seguire un saggio di meno di settanta pagine dal titolo Scrittori e massa, che reca l’impegnativo sottotitolo Saggio sulla letteratura italiana postmoderna. Io in quei giorni avevo letto un articolo di Alessandro Zaccuri, uscito su Avvenire e ripescato in rete, che registrava boatos evidentemente circolanti a Segrate, dove (lo ricostruisce Pietrangelo Buttafuoco nel pezzo uscito di fianco alla mia intervista; vale la pena ricordare come sia Zaccuri che Buttafuoco, in quanto narratori, siano autori Mondadori) dopo l’uscita di scena di Antonio Riccardi si è aperta una fase di discussione (per eufemizzare la notte dei lunghi coltelli in corso). Su questo, e non altro, mi interessava intervenire.

Seconda precisazione. La frase sbottata se vende tanto, probabilmente è cattiva poesia, lo so bene, è di quelle fatte apposta per attirarmi antipatie. Ecco l’elitario, lo snob, l’emunctæ naris impenitente che colpisce ancora. Certo la frase è brutale ma, più mi rileggo e più mi mordo la lingua, più devo ammettere di essere d’accordo con me stesso. I controesempi che possono essere addotti, almeno per quanto riguarda la tradizione italiana (che nasce addirittura esoterica, coi Fedeli d’amore stilnovisti) e il mercato editoriale italiano, non mi convincono né poco né punto. Dice, e la Szymborska? Come sintetizza tagliente Guido Mazzoni, è questo un perfetto esempio di mid-cult: ben altri sono i valori della poesia polacca di secondo Novecento (una della maggiori in assoluto, nel periodo), spiacente per i signori del Premio Nobel come per chi ha scoperto l’esistenza della poesia ascoltando Saviano in televisione. Dice, e Pasolini? Se Pasolini è arrivato a essere titolare di dieci Meridiani non lo ha dovuto certo alla sua opera poetica, la cui parte senza dubbio migliore è rappresentata da Poesie a Casarsa (libro pubblicato a spese proprie, come i Canti Orfici e Il porto sepolto); quando va bene – e il “caso” biografico PPP, come tutti sanno, è unico e per fortuna irripetibile – un poeta diventa «bene comune» solo a posteriori, molto a posteriori. Dante Leopardi Baudelaire Dickinson Whitman Rimbaud sono long seller, certo; ma anche nel senso che hanno cominciato a vendere decenni, se non secoli, dopo la loro morte.

Pubblicare poesia non è, non può essere considerato un utile. Se cominciamo a fare questo discorso, il discorso è finito prima di cominciare. Scriveva nel 1974 Andrea Zanzotto: solo in proiezione futura la poesia «arriverà ad essere “utile”, a servire a tutti nel modo più incerto ma fraterno, nel modo più dimesso ma vero, senza aver servito nessuno». È vero non solo in senso trascendente (o, a scanso di metafisica, in senso antropogenetico: rinvio per brevità a due saggi fra loro molto distanti: Martha C. Nussbaum, Non per profitto [2010], il Mulino 2011, e Yves Citton, Future umanità, a cura di Isabella Mattazzi [2010], : duepunti 2012), ma anche economico. Quanta parte dell’attuale catalogo di long seller in prosa, di Einaudi e Mondadori, è stata frutto dell’intuito e del lavoro dei tanti poeti che per loro, per decenni, hanno lavorato in qualità di consulenti? Quando Feltrinelli pubblicava l’invendibile Gruppo 63 non lo faceva per beneficenza, e nemmeno perché fosse un appassionato lettore di Hilarotragoedia, o anche di Fratelli d’Italia: lo faceva per creare un pubblico più “profondo” di quello, “ampio”, che già aveva raggiunto col Gattopardo e (opera narrativa d’un poeta piuttosto astruso) Il dottor Živago (quelli cioè che, con orribile espressione del tempo di dopo, sono stati definiti “lettori forti”); ma soprattutto per “agganciare” in quel modo dei consulenti di prim’ordine. Il che puntualmente avvenne. Era una politica sagace, d’investimento a lungo termine (anche se la sorte ha voluto che il diretto interessato non abbia potuto goderne in prima persona il “ritorno”): quella che si sarebbe definita, sino a poco tempo fa, una “politica culturale”. Di quelle che non si possono più fare, appunto.

È stata la morte di Pasolini, in effetti, a ispirarmi il termine poeticidio. È di sicuro il mio primissimo ricordo “letterario”; non so se la vidi proprio nel ’75 ma da quando l’ho vista la prima volta mi fa venire i brividi ogni volta che la rivedo: la scena in cui Moravia, tremante di rabbia e di dolore, ai funerali di Pasolini appunto, strilla: hanno ammazzato un poeta! e di poeti ne nasce uno ogni cent’anni! Mi fa venire i brividi per quanto l’avverto sbagliata (enfatica, esagerata, sbagliata anche – come dovetti scoprire molto più avanti – nel merito strettamente letterario: PPP era un grande scrittore, certo, ma non un grande poeta), e insieme per quanto l’avverto giusta. Un poeta in meno, un vero poeta in meno, rappresenta una perdita per tutti. Per chi è in grado di leggerlo, e forse soprattutto per chi non è ancora in grado di farlo; e magari gli toccherà vivere tutta la sua vita senza averlo fatto. (In questo senso, e solo in questo, va presa l’imbarazzante dedica della Storia – un libro enfatico, esagerato, sbagliato; un libro che a PPP non piaceva affatto – di Elsa Morante, presa da Vallejo, «por el analfabeto a quién escribo».)

Per questo, come dico troppo rapidamente in clausola, il sistema “a due velocità” che ormai a gran velocità il cordone di sicurezza della piccola editoria sta allestendo per crearsi una super-nicchia nel tempo delle super-concentrazioni editoriali, è un male minore. È almeno un decennio che personalmente contribuisco a salvaguardare e alimentare questo male minore, ma ciò non toglie che lo consideri un male. Perché il sistema dell’editoria capitalistica occidentale in cui mi sono formato io – figlio di piccolissimo-borghesi con in casa, nelle case, molti libri ma non esattamente quelli “giusti” – è stato, ce ne rendiamo bene conto solo adesso, una parentesi di libertà breve quanto fortunata: due o tre decenni schiacciati fra una cultura davvero elitaria e di “casta” e l’incultura di massa del nostro tempo. Così come è stata una parentesi fortunata l’Università che ho potuto frequentare (e che una famiglia col reddito della mia di allora dubito assai che, oggi, si potrebbe permettere): statale e di massa, sì, ma che non aveva abdicato ancora, come demagogicamente e neoliberisticamente ha fatto oggi, ai suoi “veri” compiti di formazione: a partire dall’educazione alla lettura. Una cultura che venga meno al suo ideale di universalismo – una delle eredità dell’Illuminismo, questa, meno suscettibili di revisioni “dialettiche” – torna a essere una cultura di ancien régime: un affare per pochi, i soliti pochi che se la potranno permettere. Interrogate gli insegnanti di scuola superiore – una platea di lettori che basterebbe e avanzerebbe –, informatevi sul loro tempo libero reale e sul potere d’acquisto reale del loro stipendio, e vedrete che è già così. La quantità sopra il fisiologicamente accettabile di fighetti di buona famiglia, che da tempo aduggia le patrie lettere, si spiega benissimo così.

Mi spiace molto che queste considerazioni sociologiche, se vogliamo banalmente e brutalmente (ma almeno non a-valutativamente, come purtroppo persevera a essere, nella sua grande maggioranza, la sociologia della letteratura nel nostro paese) sociologiche, non siano state riprese dalle repliche che ho avuto modo di leggere. Perché è questo il nucleo del problema, e non certo se è tutta colpa del ba-bau della neoavanguardia o meno (ma è possibile che i miei amici, così intelligenti e così appassionati, continuino a farsi la guerra sulla zattera – dopo che è colato a picco il transatlantico?). Vendevano poco o nulla gli autori del Gruppo 63, certo, ma – si scopre leggendo gli apparati esemplari del suo Meridiano, appena curato da Massimo Bacigalupo – tiravano 1000 copie (nel mercato editoriale americano!) le pregiatissime edizioni di un non-certo-avanguardista come Wallace Stevens. Il che non toglieva che quel poeta, nel tempo della guerra fredda, potesse essere avvertito, all’estero, come una specie di plenipotenziario culturale dell’american way of life. Era quello il tempo, durato sino alla fine degli anni Settanta, dove come ha scritto una volta Giuseppe Conte (guarda tu chi mi tocca citare!) «Sanguineti e Pasolini / dibattevano sui destini / del mondo, del
linguaggio, / della letteratura, come Ministri degli Esteri / di due Stati avversari». Era il ’94, quando Conte pubblicava questi versi: data non casuale, alla quale altrettanto non per caso segue di un anno l’uscita di A scopo di lucro di Franco Tatò, allora amministratore delegato Finivest, presso un editore organico della sedicente sinistra italiana, Donzelli. Il ventennio che è seguito, il ventennio berlusconiano, anziché essere tramontato si è definitivamente fatto senso comune (a partire dalla sedicente sinistra italiana, appunto, oggi al potere): con scelte come quella del poeticidio. Francamente mi piacerebbe che i kulturkritiker di oggi parlassero di questo, anziché spettegolare su chi pubblica il maggior numero di amici suoi.

A Sanguineti e Pasolini ministri-ombra è succeduto il ministro-sul-serio Bondi, colle sue poesie prefate da Davide Rondoni; e Funerali di Stato, assai giustamente, sono stati tributati a Mike Bongiorno. (A quelli di Sanguineti, in Comune a Genova nel 2010, io c’ero; c’era anche – sia detto a suo onore – il suo editore storico. Non c’era molta altra gente, però.) Il giorno dopo la morte di Elio Pagliarani, nel 2012, il quotidiano che lui ostentava di leggere tutti i giorni pour épater gli amici gauchistes, Il Foglio, lo ricordava così (cito a memoria, ma è una memoria incisa piuttosto in profondo): «Certo non era Lucio Dalla», morto una settimana prima di lui, «ma era un poeta anche lui… era uno che fumava la pipa e portava il papillon, per questo ci stava simpatico».

Venendo agli altri interventi, devo dire che rappresenta un’occasione mancata, soprattutto, quello di Alfonso Berardinelli. Fra quelli in attività è lui il maggior critico di poesia: quello cioè che avrebbe, ancora oggi forse, i maggiori strumenti per rispondere alle domande che in questi giorni si vanno facendo. Ed è oltretutto anche – co-autore nel ’75 con Franco Cordelli di un’antologia, Il pubblico della poesia, che per prima antivide il mondo in cui si andava trasformando quello, cioè il nostro – pienamente e personalmente parte in causa. Col suo pezzo s’è invece iscritto al partito dei tantopeggiotantomeglisti (rappresentato allo stato puro da un intelligente poeta e saggista di destra, Davide Brullo, guarda un po’ sul Giornale: che è fra parentesi la più tipica malattia infantile dell’estrema sinistra culturale del nostro paese. (Aveva davvero ragione, allora, un poeta assai irritato con lui quando lo definiva «Adorno di Monteverde»?)

Dice, il tantopeggiotantomeglista: era così scarsa (qualitativamente), la proposta recente dello «Specchio», che tanto vale che questo chiuda una buona volta i battenti. A parte che, all’atto pratico, se (come è dato oggi prevedere) questa collana semplicemente ridurrà gradualmente le uscite sino all’ineffettualità, il risultato sarà che potrà pubblicare solo le fetecchie di stretta ordinanza (senza potersi permettere i libri “veri”, di Antonella Anedda, Mario Benedetti o Mark Strand), questa obiezione pecca d’essere schiacciata sul presente, sui giudizi che oggi siamo in grado di dare. Se è vero che, concede micragnoso Berardinelli, «di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta», semplicemente non è vero – non è quantitativamente vero, intanto – che «non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita» le collane di poesia. Se sono venti, o addirittura trenta, questi poeti, essi produrranno mediamente dieci-venti libri all’anno; e le collane “storiche”, fino ad oggi appunto, erano due. Ma il punto non è quantitativo; non così banalmente, almeno. Lo dimostra Paolo Febbraro, con la sua utile “verticale del 1961”: se oggi possiamo concludere che lo «Specchio» di allora (gestito da un certo Vittorio Sereni) «aveva fatto per intero il proprio dovere», lo poté fare perché aveva la possibilità di sbagliare. Cioè di sperimentare, piaccia o meno questo termine; di pubblicare cose che nel presente possono apparire, a questo o quel lettore o critico, illeggibili o «inutili» (per usare l’interessante termine di Berardinelli) ma che ad altri, già oggi, appaiono invece perfettamente leggibili, e magari pure utili; e che magari tanto più appariranno tali ai lettori a venire: quelli che oggi leggono con la massima utilità Auden, sì, ma anche Celan. Scommettere sul futuro è stata una prerogativa profonda dei moderni, e se oggi l’abbiamo persa – non solo ovviamente in ambito editoriale – le conseguenze, a livello economico politico umano, sono sotto gli occhi di tutti.

Dice infine, ma che problema c’è se la poesia non verrà più pubblicata su carta? C’è la Rete, bellezza. Un altro amico intelligente, Daniele Giglioli, suole dire che il verso famoso di Hölderlin, «là dove è il pericolo, lì è la salvezza», altro non è che l’ultima risorsa dei disperati. Capovolgiamo i termini: se – come a me pare assai evidente – la rete per la poesia è oggi una specie di pozzo senza fondo, dove si trova tutto e il contrario di tutto (cioè, appunto, il nulla), si potrebbe dire che, là dove parrebbe esserci la salvezza, proprio lì è il pericolo. A sessant’anni di distanza da quando è stato pubblicato il saggio di Calvino con quel titolo famoso, è oggi che navighiamo, frastornati e senza uno straccio d’indirizzo, nel mare dell’oggettività. Dove però, in realtà, regnano indisturbate le soggettività – intemperanti e risentite – degli autopubblicatori e autopromotori social-seriali. (Fu non a caso uno dei protagonisti della generazione del Pubblico della poesia, Dario Bellezza, a usare per primo il titolo Il mare della soggettività.)

Si ripete allora sconsolati: Che fare? Un grosso lavoro è quello che ci attende, e che spetta principalmente a quella generazione di esseri «ibridi», come li ha definiti Mazzoni nel suo I destini generali: quelli che, come lui e come me, si sono formati nel mondo vecchio ma hanno avuto in sorte di vivere la maggior parte della loro esistenza in quello nuovo. Nella rete, e con la rete, occorre ri-costruire dei luoghi non dove non ci sia l’inferno (quello, con buona pace di Calvino, ce lo portiamo dentro), ma dove almeno resti acceso un buon impianto d’aria condizionata. Dove cioè si possa contribuire a ri-costruire dei valori condivisi: non perché calati dall’alto da una nuova classe di mandarini (che, lo sappiamo, non ci sono le condizioni storiche perché si ri-formi); bensì perché discussi insieme, a tutti i livelli, da tutti quelli che “ci stanno”, nei molti sensi di questa espressione (per questo aggiungo con la rete: volendo dire, in forma di rete). Un tentativo fu, nel 2010-2013, quello delle Classifiche di qualità “Stephen Dedalus”, ideate e gestite (fra mille improperi e contumelie) da Alberto Casadei insieme appunto a Mazzoni e al sottoscritto, in collaborazione con Pordenonelegge (vale la pena segnalare, perché non lo si è fatto a sufficienza, che l’attuale attività che porta questo stesso nome non ha alcuna continuità con quella che conducemmo allora). Un altro, in ambito specificamente poetico, è la rubrica Campioni che sto provando a portare avanti su doppiozero, cioè uno di quei luoghi illuminati della rete che vanno moltiplicati (non all’infinito, pena l’effetto-caciara di cui sopra) e messi in grado di funzionare (cfr., in particolare, questa giustificazione non petita), come quello dove ci troviamo ora.

Questo infatti lo stiamo già facendo, stiamo già provando a farlo. Ma c’è un’altra cosa che non possiamo fare, invece, col mero volontariato dei singoli. Ed è porre le condizioni perché venga finalmente affrontato quello che, per la cultura editoriale italiana, è stato finora un tabù (rinvio alle risposte desolanti date al questionario sottoposto agli editori italiani dal numero monografico del «verri» sulla Bibliodiversità, il 35 del 2007): l’accesso a finanziamenti pubblici come quelli da decenni riservati, all’editoria di qualità (non necessariamente cartacea), da diversi Stati europei. Per esempio in Norvegia, come segnalava il compianto André Schiffrin in uno dei suoi imprescindibili pamphlet su queste questioni (Il denaro e le parole, a cura di Valentina Parlato, Voland 2010): dove – con un mercato ancora più ristretto, molto più ristretto, di quello italiano – s’è realizzato un circolo virtuoso che fa leva sul circuito delle biblioteche: quei luoghi, cioè, in cui si tocca con mano che il libro – con buona pace di Franco Tatò e delle sue legioni di, dichiarati o meno, imitatori contemporanei – non è, appunto, una merce come tutte le altre. Facile rispondere alla domanda circa il vero motivo per il quale gli editori italiani si sono sempre sottratti a questa discussione. Facile, se si guarda ai risultati impresentabili (a differenza di quelli ottenuti da altri Stati) coi quali la Repubblica Italiana ha sinora provveduto a sovvenzionare le traduzioni all’estero dei nostri libri: quella cioè che è pressoché l’unica forma di effettivo aiuto pubblico sinora introdotta nel comparto.

Ma è una risposta sbagliata, esattamente come quella dei tantopeggiotantomeglisti editoriali. Se le collane “storiche” – che per decenni hanno svolto in Italia, né più né meno, una funzione istituzionale – sono venute meno al loro compito, non è questo un buon motivo per chiuderle. Se degli aiuti pubblici all’editoria si è fatto sino a questo momento un uso clientelar-provinciale, non è questo un buon motivo per demonizzarli. Esattamente allo stesso modo in cui la risposta al cattivo funzionamento dei trasporti pubblici non può essere la loro abolizione (se si vuole un esempio meno paradossale, pensiamo alle scuole pubbliche). La collettività siamo noi, anche se sempre più spesso ce ne dimentichiamo. A nessun altro che a noi, dunque, spetta salvaguardare e migliorare i servizi pubblici: all’atto stesso di usufruirne.

* * *

Spengono i poeti perché sfuggono alla melassa

Andrea Cortellessa intervistato da Nanni Delbecchi [«Il Fatto Quotidiano», 9 luglio 2015].

Scoprire la società di massa nel 2015 è come chiudere la stalla quando è scappato l’ultimo dei buoi, e la nostra editoria si appresta a compiere il più efferato dei delitti letterari: il poeticidio. Non ha dubbi Andrea Cortellessa, che in queste denunce è impegnato con il puntiglio inattuale del critico militante:

«Siamo fuori tempo massimo anche dal punto di vista storiografico. E quanto si legge nelle ultime pagine è un esempio di quell’occultamento dei veri valori denunciato da Scrittori e massa. Troppi dei narratori “salvati” da Asor Rosa sono autori Einaudi, cioè della sua casa editrice, che sempre lui provvede a recensire su Repubblica».

Poteva fare un capitolo anche su se stesso?

Volendo sì, visto che ha provato a fare anche il romanziere.

Secondo Asor Rosa l’unico genere immune a questo meccanismo è la poesia.

«Su questo sono d’accordo: la poesia resta fuori dalla melassa mediatica, in quanto priva di un tornaconto commerciale. Questo la rende il genere più vitale della nostra letteratura, ma è anche la sua parte maledetta, nel bene e nel male».

Il declino della società letteraria si vede anche da qui?

«Certamente. Negli anni Sessanta e Settanta ai poeti era riconosciuta una grande autorevolezza, scrivevano in prima pagina».

E oggi?

Anche oggi i nostri maggiori poeti avrebbero molto da dire sulla società contemporanea, ma non hanno accesso ai media. Nel 2010 Valerio Magrelli ha scritto la poesia intitolata Le ceneri di Mike, in cui ricordava i funerali di Stato per Mike Bongiorno ma non a Edoardo Sanguineti. Ecco un segno dei tempi.

Un altro segno potrebbe essere la chiusura da parte di Mondadori della collana di poesia «Lo specchio», ultima superstite insieme a quella di Einaudi, di cui si rumoreggia.

In teoria le collane storiche di poesia sono tre. Ci sarebbe anche quella di Garzanti, mai ufficialmente chiusa anche se è come se lo fosse, visto che pubblica un libro ogni tre anni. Credo che la Mondadori voglia fare la stessa cosa; non chiudere ufficialmente lo «Specchio» per evitare clamori, ma ridurla sempre di più, lasciarla morire di consunzione. Un poeticidio contrario alla storia e alla vocazione di una casa editrice che fin dagli anni Trenta aveva creduto nella poesia italiana.

Oggi i poeti non rendono più.

Ma i poeti non devono rendere! Non bisogna sapere se la poesia rende oppure no. Non ha nessuna importanza; anzi, se vende tanto, probabilmente è cattiva poesia.

Anche la critica non si sente tanto bene.

Altra bella scoperta. Dieci anni fa, in Eutanasia della critica Lavagetto scriveva che i media non hanno più interesse a consultare i critici proprio perché sono critici, alieni da una macchina da profitto che non sopporta obiezioni, come teorizzò nel ’95 Franco Tatò. Nel libro-intervista A scopo di lucro sosteneva che il libro doveva diventare una merce come tutte le altre; a un ventennio di distanza, questa logica ha vinto definitivamente.

Al di là della poesia, come può resistere la buona letteratura?

Visto il disinteresse dei grandi, l’editoria indipendente è sempre di più il canale in cui passa la letteratura di ricerca, o meglio, la letteratura senza aggettivi, che non è certo quella degli opinionisti del Corriere della Sera. Per reagire allo strapotere delle concentrazioni si è dotata di strumenti propri come l’Osservatorio degli editori indipendenti, o di fiere come il recente BookPride. Inoltre proprio oggi viene presentato a Roma il Premio Sinbad, il premio dei piccoli editori che svolgerà i suoi lavori attraverso una serie di discussioni pubbliche.

Una specie di antiStrega?

Non sta a me dirlo, visto che quest’anno sono tra i giurati. Di sicuro al Premio Sinbad non ci saranno le stanze segrete, le cordate preconfezionate, le truppe cammellate dello Strega. Sarà un premio piccolo ma trasparente, espressione della resistenza al sistema. Perché è così: da una parte ci sono i grandi gruppi con i loro best-seller annunciati, dall’altra la riserva indiana. Un’editoria a doppia velocità, come l’Europa.

 È già qualcosa.

Un’editoria a due velocità è un male minore. Ma pur sempre un male.

[Immagine: Peculiar People, wallpaper].

26 commenti

  1. Caro Cortellessa,
    sono in sintonia con tutto quello che dici. Vorrei però una spiegazione su quanto dici riguardo Pordenonelegge: vale la pena segnalare, perché non lo si è fatto a sufficienza, che l’attuale attività che porta questo stesso nome non ha alcuna continuità con quella che conducemmo allora.

    Era una notarella polemica? io seguo molto la nuova attività e devo dire che mi sembra una buona iniziativa per la poesia.

    Vorrei sapere, se posso, il tuo parere.

  2. Tutte queste parole quando il succo è il reddito di poetanza.
    Sfugge all’analogista che i trasporti pubblici sono un servizio pubblico, le poesie no. Le biblioteche sì, le poesie no.

  3. Sempre meglio ribadirlo. Finito il mondo lineare, si riversa. Ma si formulano già nuove acquisizioni e centri di potere, no? medioevomagnum mi pare ma lo diceva già Massimo Miccoli nel 1995, mi pare (ma dovrei riguardare una vecchia tesi scritta malissimo su Magrelli dal sottoscritto 14-15 anni fa http://www.poesia2punto0.com/2010/06/09/valerio-magrelli-uno-studio-di-gianluca-dandrea/#.TtvegrIUqsp).
    Grazie per il promemoria, importante

  4. Grazie per questa importante precisazione e per lo spirito costruttivamente provocatorio e polemico. Non sono nessuno, ma credo molto nell’invito che fa alla fine del saggio di “ri-costruire dei valori condivisi”, dove la ricostruzione è pensata come collettiva e, mi pare di capire, almeno dialogica.

    Ho letto i diversi interventi che sono apparsi nell’ultimo mese sulla questione e, tenendo fermo il fuoco dell’attenzione su questo suo ultimo, provo a fare due considerazioni che spero possano essere utili:

    1) Il metodo “sociologico” applicato da lei alla vicenda editoriale italiana (ben al di là del solo caso della poesia) è estremamente utile e valido, ma non consente, mi sembra, di pervenire ai risultati da lei auspicati: svolgere pienamente e senza tirarsi indietro l’attività di critico, fissando dei valori (che significa anche degli standard da soddisfare). Rischia, almeno in questo contributo, di suonare piuttosto come giustificazione per dei risultati, il più delle volte mediocri, o comunque insoddisfacenti. C’è bisogno di un passo in più. Credo che in questo la provocazione di Berardinelli resti valida (e il suo intervento correttamente provoca l’uomo, ma non controbatte alla tesi di fondo da questi avanzata): la poesia oggi non va. Forse, più dell’articolo apparso su Il Foglio, proverei a collocare la posizione di Berardinelli a partire da La forma del saggio: in questo libro, come le sarà noto, Berardinelli afferma che il saggio è un genere letterario e, per l’esattezza, il genere che meglio si confà alla nostra società. Difficile, per un lettore, non essere in parte concorde: il godimento (in senso estetico) che non solo promette ma effettivamente procura un saggio ben scritto, sommato al godimento intellettuale che offre se è un buon saggio, è impareggiabile. La letteratura saggistica è oggi un potente alimento per la vita umana. Come rispondere a questo Berardinelli? Questa è la domanda. Non che si debba di necessità difendere la poesia, o dare addosso a Berardinelli (cosa che puntualmente accade, ma che forse è più l’indice delle sue buone ragioni che delle cattive e che risulta ormai un dato sospetto: quasi che avesse tradito un tacito patto di non belligeranza o peggio di vassallaggio tra poesia e critica). Credo però che i poeti e i critici, che nella poesia – giustamente! – credono e che vogliono contribuire a restituirle il credito che merita e che ha (in parte) perduto, dovrebbero interrogarsi sulle ragioni di questo fatto (e dell’“esperienza” che gli è alla base). E produrre almeno due giudizi: uno descrittivo e uno di valore.

    2) La mia seconda considerazione segue direttamente dalla precedente e, pur peccando di ingenuità, penso che possa abbozzare un utile metodo per entrare nel mezzo delle cose. Non ho soluzioni preconfezionate, beninteso, ma provo a riflettere su un possibile passo in più dopo le considerazioni sociologiche – necessarie – che sono state fatte e dopo aver proposto (come fa nella sua presentazione di Campioni) di utilizzare la berardinelliana, e non solo, “critica del contatto” come metodo per la lettura dei poeti. Un confronto descrittivo – che conduca anche alla formulazione di un giudizio di valore – tra l’esperienza di lettura di un bel saggio (ve ne sono molti anche per nulla concernenti la letteratura, Berardinelli stesso ne cita a bizzeffe nel saggio richiamato e si tratta sempre di lavori sorprendentemente “belli” per quanto riguarda la lingua) e quella di una bella poesia (si usino i Long-seller, o i contemporanei, o i novecenteschi: chi si vuole insomma, purché – direi – il testo almeno piaccia) dovrebbe poter illustrare e aiutare a comprendere in che senso la poesia è un migliore o peggiore alimento per il lettore. Quello che a me pare importante è chiarire – riducendo al massimo le ipoteche metafisiche, politiche, nostalgiche – il ruolo della poesia nella vita umana di oggi e provare a misurare le aspettative che un lettore dovrebbe riporre in essa (un punto che mi pare dato spesso per scontato). Misure che non devono assumere un valore normativo, ma indicativo. Misure leggere e rivedibili, insomma. Ma misure.

    Ai veri contendenti la parola.

  5. Il “poeticidio”. Incredibile quello che sto leggendo.
    Appena terminato l’Effi Briest di Fontane, capolavoro tedesco esso sì ricco di atmosfere poetiche, in Italia se non sbaglio pubblicato una cinquantina di anni dopo la sua uscita, e già ripiombo nel vortice del vittimismo intellettuale italiano. Questo mi colpisce: un capolavoro mondiale può aspettare cinquant’anni per affermarsi nel nostro paese; i poco interessanti poeti e critici locali non possono aspettare, sono impazienti, bramano il plauso e forse i “finanziamenti pubblici” (o i funerali di stato!).
    Bentornata tristezza. Da quando sono nato assorbo le innocue lamentazioni dei poeti/critici, ma il “poeticidio” mi mancava.
    Saluti.

  6. La poesia non deve vendere… In sostanza Cortellessa vuole i poeti sovvenzionati, cioè i poeti di Stato. I politici sono così idioti che faranno anche questo, ma devo dare una brutta notizia a Cortellessa stesso: chi è poeta e chi no lo faranno decidere a Bondi e Rondoni (ma anche a gente peggio di loro), no a Doppiozero.

    Secondo me una via d’uscita è quella della poesia orale spettacolarizzata. L’ho vista praticare dai poeti in ottava, da poeti musicisti considerati folli e da grandi attori poeti. Funzionava alla grande e attirava pubblico. L’unico discrimine e che non la possono fare tutti, se no si torna al caos di Castelporziano.

  7. Seguo il dibattito sulla poesia fin dall’inizio. Il problema è a mio avviso molto più radicale (e questa è un’ottima notizia), ma occorre spostare l’obiettivo per coglierlo.
    Sarò, per forza di cose, breve. Esiste una linea poetica moderna che nasce pressappoco con Holderlin e Novalis e che sembra (non solo a me) la più ricca e significativa, l’autentica vena aurea degli ultimi due secoli; una linea che include (solo per fare i nomi imprescindibili) Rimbaud, Mallarmé, Emily Dickinson, Hopkins, Blake, Trakl, Celan, Marina Cvetaeva, Mandel’stam, Hart Crane, René Char, ecc ecc. Autori che, pur nelle diversità, sono accomunati da una ben precisa visione della poesia e del mondo…
    Se noi prendiamo questa linea poetica sul serio, e cioè la intendiamo come la fine della poesia nella maniera in cui essa fu concepita da Omero fino a Goethe, Leopardi o (ancora in parte) Baudelaire, dobbiamo coerentemente dedurne che il genere/poesia collassa per lasciare il posto a quella che Croce denominò, con un certo disgusto, una “nuova categoria spirituale”; ecco il problema. Tale nuova categoria del pensiero non dispone ancora di un metodo critico ed ermeneutico adeguato, a eccezione di pochi esempi – quasi solo poeti per giunta. Non ha quindi senso, credo, lamentare la marginalità sociale del poeta poiché sono stati i poeti stessi – i poeti decisivi – a escludere la figura del poeta dal consesso sociale, a tagliare il ramo su cui potevano ancora sedersi. Non è avvenuto e non avviene senza riflussi nostalgici o “letterari” né senza ambiguità, ma di fatto a un certo punto il poeta si chiama fuori. In ciò non v’è alcun maledettismo, bensì più tragicamente una sorta di passaggio antropologico, per non dire iniziatico. La poesia diventa un’esperienza più piena, totale e carnale di prima, passa di livello, aumenta d’intensità e calore. Rivendica una maggiore intimità con lo scaturire della verità nel verbo, e dunque si assume più rischi, andando a rasentare (o proprio ad esplorare) le zone più oscure e tenebrose della nostra interiorità. Dove collochiamo il poeta dopo il silenzio di Rimbaud, il ghiaccio di Mallarmé, l’autoreclusione della Dickinson, la follia di Holderlin e Campana, i suicidi di Trakl e Celan, dopo i tanti martiri ostaggio della loro stessa missione? Possiamo ignorare questi poeti e la loro esperienza nel valutare il ruolo del poeta e della poesia oggi? O costoro (a onta delle impressionanti rassomiglianze che li uniscono, e che li avvicinano poi a certe figure di filosofi, pittori, romanzieri moderni) sono tutti casi isolati, tutti poveri pazzi? E’ qui che occorre schierarsi, penso; il resto viene di conseguenza.

  8. Sono molto meno intellettualistico degli altri che hanno parlato e vorrei dire la mia, semplicemente.

    Se il problema fosse altro: che la collana di Mondadori avesse fallito, nell’intento si intende, non per le scarse vendite ma per il motivo della scelta degli autori. Mi spiego, giusto dare a Riccardi la possibilità di sbagliare scelta (e così agli altri direttori di collane) ma se il problema fosse che la scelta a monte non è dettata da nessun criterio storico letterario ma spesso, non sempre, da un criterio all’italiana: amicizia, simpatia, anche stima reciproca (e non ditemi che il problema non è quello).

    La colpa è anche dei Critici e maggiori dei critici-poeti che pretendono loro di creare un canone. Mi ripeto: se fosse dettato da scelte sensate mi starebbe anche bene, ma dalle solite combriccole no.

    Forse le collane di poesia dovrebbero avere dei criteri bene precisi, lontano o almeno paralleli alla soggettività del gusto, da cui non discostarsi (non venite a dirmi che le hanno, perché a vederle non sembra).

    Pensate a Croce e ai suoi Scrittori d’Italia (non avrebbe mai permesso di discostare la scelta dai criteri fissati inizialmente).

  9. Gran confusione, mi pare… E infatti stupiscono tutti questi ‘appunto’ così maldestri e insistiti in un testo di AC… Boh…

  10. Questo portale e’ ben frequentato, potreste organizzare e presentare nei post dei mesi a venire le cinque-dieci migliori poesie dei vostri poeti preferiti, ribaltando la forma libro-di-poesia (invendibile, diluitorio, inevitabilmente diseguale, diaristico o forzato) e tornando al memorabile (anche nel senso di testi candidabili ad essere mandati a memoria) quale obiettivo. Anche le discussioni nei commenti sarebbero piu’ proficue, strette sui testi migliori di ognuno e potenzialmente occasioni di crescita collettiva. L’esercizio dell’autoselezione o della selezione guidata e’ maieutico, tante volte l’anello mancante seppur decisivo della filiera canonicamente intesa e troppo spesso contaminata. Saluti.

  11. Caro Andrea, i film più brutti che ho visto sono quelli che hanno avuto un contributo dal Mibact. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se le case editrici per pubblicare poesia avessero un contributo in denaro dal Mibact.Il quale Mibact ama così tanto i libri e la poesia da non dare nemmeno alle biblioteche gli euro necessari a decentemente conservarli.Circa alla citazione del Foglio devo precisare che Elio non ostentasse affatto di leggere anche il Foglio ( insieme allo storico Corriere della Sera sul quale imparò a leggere all’eta’ di tre anni) e neanche lo nascondesse ai pochi amici che ci frequentavano in casa. Non so se l’articolista avesse proprio scritto queste parole, andrò a verificare. Chi le ripropone oggi, invece, a tre anni dalla morte, converrai, fa cosa di cattivissimo gusto.

  12. Come ho già detto, sono d’accordo con quel che afferma Alfonso Berardinelli.

  13. Per cominciare, una nota meta-discorsiva. È molto tempo che non partecipo a una discussione in rete, piuttosto scottato dagli ultimi episodi (e memore di epiche tenzoni virtuali, nel passato 2007-2012 più o meno, che non avrei mai le energie per ripetere). Qui invece mi pare che il tono degli interventi sia più che civile e pieno di spunti costruttivi, pur nelle critiche. Credo che ciò si debba al lavoro che hanno fatto in questi anni i redattori di LPLC insieme ai suoi utenti: il che contribuisce di per sé a rispondere all’ultimo punto del mio troppo lungo (e troppo “orale”, del che mi scuso) intervento.
    Sono ripeto molti gli spunti interessanti, ma su uno innanzitutto vorrei tornare a dire qualcosa: primo perché viene toccato da diversi fra gli intervenuti, e poi perché – in termini “politici” – è la cosa che più mi sta a cuore. Ripetono Cetta Petrollo e altri che i precedenti, in Italia, dissuadono dal solo pensare di poter percorrere, a livello editoriale, la strada degli aiuti pubblici. E Larry Massino (che ringrazio per essersi moderato, nei miei confronti), appena vede accostate nella stessa frase le parole «letteratura» e «Stato», vede emergere – come in un dramma elisabettiano – l’ombra di Zdanov. Ma è proprio questo il meccanismo di passività che dobbiamo ribaltare! Ripeto: se i trasporti pubblici funzionano male che facciamo, li aboliamo? Un sistema di aiuto pubblico alle arti già esiste, per es., per le arti performative, il FUS. Non è vero che abbia finanziato solo fetecchie; attraverso dispositivi come il credito d’imposta finanzia *tutto* il cinema italiano (e, Grandi Bellezze a parte, mi pare difficile contestare che l’ultimo quindicennio di cinema italiano sia incomparabilmente migliore del quindicennio che lo ha preceduto). Se esiste ancora un “valore” italiano conosciuto e amato in tutto il mondo, il teatro d’opera, si deve *unicamente* agli aiuti pubblici, il che vale pure per la musica “colta” contemporanea e per *tutto* il teatro che non sia varietà con starlettes televisive. Buttiamo tutto questo nel secchio? Reagire col tantopeggiotantomeglismo è esattamente il fuoco sul quale soffiano gli arciliberisti alla «Foglio», per i quali “cultura” è unicamente quella che si regge sul mercato. Ricordo una discussione radiofonica che mi colpì in modo devastante, credo fosse il 2008. Si era in campagna elettorale, come sempre, e si sfidavano – esattamente sulla questione del FUS – Renato Brunetta e Salvatore Settis (che all’epoca era ministro dei Beni culturali in pectore del candidato Veltroni, poi destinato alla sconfitta). Brunetta faceva Brunetta, diceva che la cultura è un fenomeno popolare da sottrarre alle élites mandarinesche e comuniste, la vera cultura per esempio è il gioco del calcio, a quello semmai – che produce indotto e delizia le masse – bisognerebbe destinare risorse pubbliche (che fra parentesi già riceve in abbondanza, se si pensa al dispendio di forze dell’ordine che costringe a mobilitare…). Brunetta faceva Brunetta, appunto; e fin qui nulla da dire, nulla davvero. Ma quello che mi fece venire i brividi fu il distintissimo, educatissimo, illustrissimo professor Settis, il quale disse né più né meno che destinare dei fondi allo spettacolo in effetti è sbagliato, tutto lo spettacolo è un po’ come la lap-dance, si deve muovere (battuta testuale, e se voluta non meno che geniale) sulle sue gambe; la vera cultura da sovvenzionare sono gli scavi archeologici, i musei d’arte antica, ecc. Ecco, è questa lo spazio vitale – tra l’incultura di massa e la cultura archeologica delle caste – che è stato tenuto aperto, più o meno dal 1968 al 1995, dal sogno di universalismo di un’Università (appunto) pubblica e del vero e proprio servizio pubblico che ha svolto nel nostro paese un’editoria non del tutto schiacciata sull’etica (si fa per dire) del lucro (parentesi @ FF vs PPP: non ho detto che le poesie sono un servizio pubblico, ho detto che tali sono le biblioteche pubbliche, l’università pubblica, un’editoria salvaguardata dalla logica di Renato Brunetta; la poesia semmai è un bene comune, che è una cosa alquanto diversa).
    Il fatalismo per cui “tanto in Italia le cose si sa come vanno” è fra le cause non minori per cui le cose sono andate come sono andate. Se vogliamo che cambino, dobbiamo darci una mossa. Quanto a Zdanov: non mi pare che viviamo nell’URSS anni Quaranta; non mi pare si possa dire che attualmente vi sia una linea di pensiero unica, e soprattutto un’estetica unica, che un’ipotetico lavoro di commissioni di valutazione verrebbe chiamata a imporre agli artisti come avveniva allora; e soprattutto, in linea generale, il problema all’ordine del giorno non mi pare proprio che sia, nella nostra vita di tutti i giorni, l’eccessiva presenza dello Stato. Anzi. Certo, me lo dice sulla mia pelle l’esperienza di lavoratore dell’Università, immaginare dei sistemi di valutazione non ci deve (per pigrizia, sempre per pigrizia) farci gettare nelle braccia di tecnocrati anonimi (e proprio in quanto tali assai corruttibili), che non siano del “mestiere”. Bisogna che tutti gli operatori del settore destinino parte del proprio tempo al bene comune, appunto; e a lavorare a dei criteri, dei parametri, che – come avviene da decenni in altre parti del mondo – consentano a tutta la baracca di stare in piedi. Non sono certo un patriota, e men che meno un nazionalista, ma ripetere la solfa che “in Italia è impossibile” significa essere razzisti nei confronti di noi stessi.

  14. Seconda questione, un po’ più astratta – almeno in apparenza – dalle contingenze del sociale. Dice cauto e pensoso Enrico Macioci, e un filo meno paziente Gabriele Fratini: ma cosa contano i poetini del tempo di oggi? dobbiamo metterci a sovvenzionare gli strimpellatori che passa il convento? ben altri sono i Valori, altri i Poeti, altra e alta e terribile la Poesia. Si sovvenziona mica Trakl, si aiuta mica Dickinson. Berardinelli (del quale ricordo sempre un saggio fondamentale, al riguardo, “Insegnare la letteratura moderna”, in “Casi critici”) plaudirebbe a sei mani.
    E certo, sono queste le stelle polari. Ma sono stelle che si sono accese in un tempo che non è il nostro, tempi che io personalmente non invidio. La venerazione per Dickinson ci deve far rimpiangere la condizione della donna nell’America puritana dell’Ottocento? Il culto per Trakl ci deve far rimpiangere la Grande Guerra? Lo so che oggi c’è chi lo pensa – specie dalle parti del «Foglio» – ma no, grazie. Il sistema di equilibri sociali ed economici prodotto dalla stessa parentesi illuminata 1968-1995 è oggi, come ognuno vede, oggetto di attacchi feroci. E si capisce. Chi non è privilegiato per nascita ha potuto vedere, in quei decenni, che un certo riequilibrio è stato possibile, e senza per questo dover sterminare milioni di kulaki; per questo a quegli stessi non-privilegiati bisogna far bere la fandonia che “non è possibile, non è sostenibile”, e far loro quindi accettare la restaurazione, pura e semplice, di quelle iniquità e di quei privilegi. È questa la lotta politica in corso, non solo in Grecia.
    Come dicevo nel pezzo di sopra, nessuno di noi oggi è in grado di dire se sia già vivo il Leopardi l’Hopkins il Rimbaud che tale verrà considerato domani. Io non posso dire una cosa del genere di nessun poeta oggi in attività, certo, ma c’è qualcuno che si senta di escluderne, in senso assoluto, la possibilità? Mantenere in vita un sistema, per quanto imperfetto, come quello che nel secondo Novecento ha incoraggiato le arti moderne, è una garanzia, pur pallida, che, se un’epifania come quella si potrà avere, ci sarà qualcuno in grado di osservarla.
    Si dice spesso, mi pare che al suo modo spazientito in particolare lo dica Fratini, che non c’è bisogno di scalmanarsi tanto, perché tanto è solo il tempo a decidere. Il tempo è galantuomo, e provvede a farci leggere oggi Italo Svevo invece di Virgilio Brocchi (l’Ammaniti o la Mazzantini di primo Novecento). Beh, non sono più i tempi di quel tempo. A parte che, non ci fosse stato Joyce coi suoi buoni uffici parigini, non so davvero se oggi leggeremmo davvero Svevo, fatto sta che quei buoni uffici c’erano, perché in generale esisteva una società letteraria. La stessa che nel 1916, all’uscita del «Porto sepolto» autopubblicato in ottanta esemplari da un oscuro fantaccino sepolto nel fango del Carso, nel giro di poche settimane (si consultino i carteggi dell’epoca), decretava che era nato il nuovo poeta italiano. Se oggi, nelle maglie infinite della Rete, dovesse venire pubblicato il Porto Sepolto del 2016 – che rispetto a quello d’un secolo fa avrebbe il non trascurabile vantaggio di essere reperibile in un istante da chiunque – con ogni probabilità non se ne accorgerebbe nessuno. Il Tempo non può essere più considerato Galantuomo, non agisce (se ha mai agito) come un fato irresistibile e irriguardoso dei nostri sforzi; anche in questo caso sta a noi darci una mossa (rinvio a http://www.doppiozero.com/rubriche/13/201111/confidare-ancora-nei-galantuomini).
    C’è poi un livello ulteriore, nella perplessità di Macioci. Queste stelle polari si sono accese in tempi duri, d’accordo, ma è stata proprio la durezza di quei tempi, la durezza delle loro vite, a renderli così duri, così necessari, così radicali; insomma, così grandi. Possibile che abbia ragione. Ma se (ripeto per fortuna) non sono più quei tempi, probabilmente anche questo paradigma (che è un paradigma romantico, che si prolunga sino a Nietzsche) va rivisto.
    Sono reduce da un’immersione prolungata, ed entusiasmante, in Wallace Stevens; che era nato nel 1879 e ha pubblicato il suo primo libro nel 1923. Eppure già lui vive la sua condizione di poeta in un modo completamente diverso dai suoi predecessori, evitando aure di eccezionalità e pose maudites. Scrive in una lettera del ’42: «il poeta contemporaneo è semplicemente un uomo contemporaneo che scrive poesia. Si presenta come chiunque altro, agisce come chiunque altro, porta gli stessi vestiti e certamente non è un incompetente». Stevens, che era vicepresidente della maggiore compagnia d’assicurazioni d’America, ha avuto la fortuna di non vivere la vita di Trakl, o di Mandel’stam. Ma forse *per questo motivo* non è stato un grande poeta?
    La durezza di una condizione storica, poi, non si misura da quante bombe ci cadono in testa. A parte che le bombe si stanno sempre più avvicinando, ma dovremmo essere consapevoli che una violenza sottile, e peraltro a sua volta sempre più eplicita, circola sottesa alla società in apparenza pacifica nella quale abbiamo avuto la fortuna di vivere. Lo sguardo-segnavento del poeta è appunto quello in grado di segnalarcela, di segnarla a dito. I migliori poeti italiani in vita non saranno Dickinson o Rimbaud, ma questo compito lo hanno svolto e continuano a svolgerlo. Io sono loro riconoscente.

  15. Cortellessa,
    se tu mi fai un’analogia fra i trasporti pubblici e l’editoria, io ci leggo che per te l’editoria è un servizio pubblico (parentesi: che la poesia non è un servizio pubblico l’ho detto io, infatti. Tu dici vagando lirico e astratto che la poesia è un bene comune, cosa diversa dici – diversa de che? sempre al soldo stiamo appesi – ma la sostanza non cambia). L’istruzione è un bene comune, e un servizio pubblico, perché riguarda tutti e viene finanziata coi soldi di tutti. L’editoria no, massimo cribbio. E c’è un valido motivo per cui sia così. Le case editrici sono aziende private e sul mercato ci devono stare coi propri passettini. E i film li fai se hai i soldi per farli e se il pubblico viene a vederli e le opere liriche pallose idem. E questo con il liberismo non ha null a che fare, e non si agitano spettri brunetti per agitare el pueblo unido. Se i tuoi cari e bravi operatori del settore hanno voglia, prendono parte del loro tempo e dei loro soldi e fanno una loro casa – ma che dico, una villa – editrice di altissima e purissima qualità e pubblicano i loro bravi autori (e autrici). Così bravi e inflessibili che appena possono vanno subito sotto mamma mondadori, come il bravissmo Moresco, che piangeva piangeva e ora il suo librozzo ultimo y final lo dànno a 30 euri (o denari, chissà). Se poi passa la mozione Cortellessa, pazienza.

  16. Sui finanziamenti pubblici, a quanto scritto da ff vs ppp aggiungo quanto già a tutti noto ma spesso non abbastanza ricordato, che l’opera lirica, il cinema e in parte il teatro non sono solo luoghi di produzione artistica per il prestigio della cultura nazionale, ma anche delle vere macchine industriali che danno lavoro a molti cittadini e soprattutto in quest’ottica vengono aiutate. Il libro di un più o meno valente poeta rimane il libro di un poeta, e che piaccia o no le case editrici non vivono di poesia.

  17. «la poesia semmai è un bene comune, che è una cosa alquanto diversa» (Cortellessa)

    No, non è «Il fatalismo per cui “tanto in Italia le cose si sa come vanno”», la paura del fantasma di Zdanov, il timore di una «eccessiva presenza dello Stato» a rendere per me poco convincente la sua proposta. Ma la stanca logica micro-riformistica e di riaggiustamento di una macchina scassata a cui s’appella. Che continuerò anche nell’attuale “stile moderato” impostosi su LPLC a criticare.
    Io, come Macioci, non ce li vedo certi tipi di poeti in fila per chiedere la sovvenzione allo Stato, discutendo come corporazione con i Brunetta o i Settis di turno pur di strappare qualche obolo anche per loro.
    Né quelli che lui considera «decisivi» (o più o meno “puri folli”) – Rimbaud, Mallarmé, Emily Dickinson, Hopkins, Blake, Trakl, Celan, Marina Cvetaeva, Mandel’stam, ecc. – che a me stanno comunque simpaticissimi. Né quelli ancora forniti di un po’ di *sana mens politica non riformistica* e quindi capaci d’intendere che Stato e bene comune sono come acqua e fuoco: inconciliabili. (Ammesso poi che la poesia sia mai stata o possa essere un «bene comune», termine che puzza d’idealismo, essendo anche la poesia campo di scontro, e da secoli, tra visioni diverse del mondo (o del «bene comune»). Per cui – aristocratica o popolare, nazionale o dialettale, spiritualista o materialista, tradizionalista o avanguardista – non è mai stata a disposizione di tutti, ma singoli e gruppi sociali organizzati hanno, di epoca in epoca, scelto tra le rovine depositatesi su questo campo di battaglia (e nelle biblioteche e archivi) quelle «buone» che potevano servire a un progetto). Progetto che oggi manca e ci fa discutere troppo spesso a capocchia.

  18. @ cortellessa
    Anzitutto grazie del pensoso, non me lo dice mai nessuno.
    Poi chiarisco in breve alcuni punti:
    1) io credo che molta parte dell’opera di questi poeti appartenga più al nostro tempo che al loro, poiché si tratta di opere profetiche (senza con questo termine scomodare alcunché di messianico) che non a caso vennero spesso fraintese dai contemporanei;
    2) credo che il nostro tempo sia per certi versi più terribile del loro, e cioè sia proprio come loro avevano previsto
    3) credo dunque che il nostro sia un tempo altrettanto radicale del loro, se non più ancora; un tempo decisivo, un tempo di svolta (basta ascoltare un tg per rendersene conto, lo afferma Lei stesso al termine del Suo secondo commento); insomma credo davvero che “L’ora nuova sia perlomeno molto severa”
    4) avevo specificato che il maledettismo non m’interessa; cerco solo di prendere sul serio certi accadimenti e certe traiettorie, artistiche ed esistenziali; ma se lo faccio, mi ritrovo a non poter più seguire una bella fetta di questo dibattito perché (lo ripeto) la concezione nuova della poesia di un Rimbaud o di un Celan non è senza conseguenze pratiche e concrete (per fortuna)
    5) non si tratta quindi, per quanto mi riguarda, di provare nostalgia per alcunché né di adorare alcunché di tragico a prescindere, e nemmeno sono così ingenuo da pensare che per essere un grande poeta occorra una vita esteriormente drammatica; i “romantici” mi fanno sorridere; prendo solo atto che la poesia negli ultimi due secoli diventa un’altra cosa rispetto a prima e che forse non siamo ancora pronti a interpretarne il novum con la necessaria maturità
    6) certo esistono anche oggi e sempre esisteranno grandi poeti, di ciò sono fermamente convinto; è il contesto critico e culturale che si rivela spesso inadeguato ad accoglierli, a comprenderli e a farli sentire meno soli. Ricordiamoci sempre che sono i poeti a fare la cultura e non viceversa; ecco, secondo me una cultura capace di consuonare con questi grandi e decisivi poeti (e con i tanti altri venuti dopo e che verranno) non è ancora davvero sbocciata
    7) infine quando Wallace Stevens (grande poeta) afferma che «il poeta contemporaneo è semplicemente un uomo contemporaneo che scrive poesia”, afferma qualcosa di semplice e al contempo di grandioso, per tutti i motivi che appena elencato.

  19. @Cortellessa
    “Dice cauto e pensoso Enrico Macioci, e un filo meno paziente Gabriele Fratini: ma cosa contano i poetini del tempo di oggi? dobbiamo metterci a sovvenzionare gli strimpellatori che passa il convento? ben altri sono i Valori, altri i Poeti, altra e alta e terribile la Poesia”…

    Mi scuso se in un mio intervento ho dato l’impressione di snobbare i “poetini” e gli “strimpellatori”, lungi da me distinguere tra poesia e Poesia, tra l’altro anch’io mi sento uno strimpellatore e nulla di più perciò non posso certo parlarne male.
    Massimo rispetto per tutti i poeti, il punto è un altro. Il mondo politico sovvenziona solo l’arte che in qualche modo muove economia, fa girare soldi (in un discorso più ampio del semplice incasso), dà lavoro ecc., quindi cinema teatro opera e soprattutto musei ed arte figurativa, che sono la principale spinta al turismo italiano. Non mi sento di condannare questo atteggiamento. Non a caso l’unico frammento del mondo poetico parzialmente sovvenzionato dalla politica (locale) sono i premi letterari proprio perché qualcosina muovono a livello di turismo locale (qui non voglio pensare male, pur sapendo che c’è anche il male).
    Quanto a scoprire i nuovi talenti del futuro, questo è un compito vostro, gentile Cortellessa, di voi critici. Ieri c’erano le epistole, oggi internet: potete scegliervi il mestiere, ma non il tempo in cui operare!
    Saluti.

  20. “ Martedì 14 gennaio 2003 – Poi, mentre facevo la fila al supermercato, ho visto una giovane signora bionda che parlava al telefonino, uno di quelli nuovi, piccoli e molto carini. E ho pensato: però, che bell’oggettino… (il telefonino, s’intende). E poi ho pensato a Baricco, e mi sono detto: è un bell’oggettino anche lui. E poi ho pensato a Calvino, e ho pensato: quello che non aveva previsto è proprio questo, il « mare dell’oggettinità ». Mi è venuto da ridere e mi sono sentito quasi contento, nonostante la fila e la vita (grama) che faccio. Il « mare dell’oggettinità », il « mare dell’oggettinità », mi ripetevo, come se avessi avuto paura di dimenticarmelo. “.

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