Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Contro Lang Lang

| 38 commenti

cropped-Lang_Lang.jpgdi Guglielmo Pianigiani

Nelle recenti settimane la televisione italiana ha diffuso, in diretta, alcuni concerti del giovane pianista cinese Lang Lang. Oltre all’inaugurazione dell’Expo di Milano, Lang Lang si è esibito a Firenze, Roma, Torino, e di nuovo a Milano (Teatro degli Arcimboldi). Ormai non si può parlare più di giovane promessa: il pianista trentatreenne è una delle star più richieste e contese fra le sale concertistiche e gli eventi musicali del pianeta. Ciò che vorrei provare a indagare è la natura, a mio avviso paradossale, di questo successo. La tesi di fondo è che Lang Lang risponde in toto all’estetica del postmoderno, nei pregi e soprattutto nei difetti. Vi è sempre un momento, nello star-system globalizzato, in cui l’immagine supera il contenuto, il marketing l’effettivo valore, l’apparenza la sostanza. Per rimanere nell’ambito della musica “colta”, è il caso di fenomeni difficilmente spiegabili quali Bocelli e Allevi, in cui si manifestano – da un lato – una voce artificiosa e intubata (termine tecnico) e – dall’altro – una personalità infantile e di scarsa profondità musicale (minimalista e new-age).

Il caso Lang Lang, tuttavia, mi appare più interessante, anche perché il livello dell’artista è senza dubbio superiore a quello degli due appena citati. Per entrare nel suo mondo credo che risultino assai utili alcuni riferimenti alle Lezioni americane di Calvino, pubblicate postume e incompiute nel 1988. Con quel testo Calvino tracciava le coordinate ideologiche e mentali del postmoderno, individuando costanti e ambiti di dominio categoriale. Una sorta di asse cartesiano di topoi in grado di far leggere la nostra epoca sotto il reagente di elementi-chiave, potenti come formae mentis imprescindibili e diffuse: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Risulta sorprendente come ciascuna di esse sia del tutto compatibile con lo stile esecutivo di Lang, al punto da costituirne un inconsapevole presupposto ideale, oppure da far ipotizzare nel pianista la loro concretizzazione (e banalizzazione) postuma. Analizziamole una per una.

Leggerezza. È indubbio che nello stile di Lang il gioco leggero delle dita sia un elemento basico. Non parlerei, per altro, di jeu perlé chopiniano o di raffinatezza alla Debussy, per intenderci, quanto di superficialità. La conquista dei ppp impercettibili non risponde a scelte estetico-interpretative, quanto alla dimostrazione di una tavolozza timbrica spesso fine a se stessa. Lo dimostrano i passaggi realizzati con dinamiche leggerissime, ma che non hanno riscontro sullo spartito e finiscono per apparire immotivate. Scrive Calvino: «La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso» (p.17). Ciò accade anche in Lang (lo vedremo fra poco), ma rimane la sensazione acustica dello svolazzo, del ghirigoro privo di radicalizzazione interpretativa.

Rapidità. Questo è forse l’aspetto più sconcertante di Lang: lo stacco dei tempi. Ho ancora in mente la velocità disumana con cui affronta il Primo Scherzo di Chopin o la parte centrale del Secondo. Ho usato l’aggettivo ‘disumano’ di proposito e per due motivi: a) l’effetto da guinness dei primati, quasi il tentativo di battere un record per affermare un predominio fittizio; b) la perdita di ogni naturalezza, di contatto con l’umanità della scrittura, con il dolore profondo veicolato dai temi chopiniani, dissonanti e sofferti. Adesso tutto si è ridotto a performance ginnica, a precipitazione senza senso, a una corsa nel vuoto. È tale la fulmineità del tempo (non la concitazione, che testimonierebbe ancora di una componente umana) che in essa vanno perduti i riferimenti armonici, le articolazioni gerarchiche degli accordi. Tutto si sbriciola in un accatastamento di note da cui emerge solo qualche momento percussivo, isolato come un grido isterico, in una generale cancellazione di direzionalità.

Esattezza. La precisione millimetrica del tocco e della tecnica non difettano a Lang. Da un punto di vista di stretta manualità strumentale il talento del pianista è innegabile. Sebbene non si possa parlare sempre di esattezza filologica, data la singolarità di alcune scelte esecutive. Ricordo un evidentissimo staccato (ben palesato al pubblico) in corrispondenza a una nota con corona (e, dunque, lunga e tenuta) in un brano dalle Stagioni di Čajkovskij. Risulta molto più presente un’idea di esattezza come sottomissione alla logica del microscopio, al particolare che viene ingrandito e sottolineato senza motivazione, solo per il gusto di sorprendere e incuriosire. I passaggi rapidi e difficili divengono un pretesto per la comunicazione di bravura, esaltazione narcisistica del sé e rimozione dei valori compositivi. Non è il pianista al servizio dell’autore, ma il compositore che offre materiale alla centralità assoluta del solista.

Visibilità. Può dirsi visibilità in Lang proprio questo gioco di «iconologia fantastica» (p.94) che in Calvino prelude al delinearsi di una prospettiva visiva, all’intrecciarsi enigmatico delle infinite combinazioni (Le città invisibili, Il castello dei destini incrociati). Vi è una comune aspirazione alla trasparenza e, forse, all’oggettività. Il pianismo di Lang, in effetti, non conosce segreti, non indugia su clinali enigmatici: tutto appare in quanto è; o esiste nella sua apparenza. Semmai vi si aggiunge l’esteriorità del visibile, la fenomenologia del sé come interprete, la sapiente gestione del movimento del corpo, delle mani (indimenticabile in suo salutare ogni volta il pubblico a mo’ di benedizione papale…). Il viso si contrae in smorfie di dolore, allude a beatitudini; il busto oscilla lasciandosi cullare dalla musica in una manifestazione fisica che è parte fondamentale del gioco scenico (eppure anche in questo lontano anni luce dalle idiosincrasie autentiche di un Gould).

Molteplicità. La quinta categoria ci coglie di sorpresa. In effetti, lo stile di Lang convoglia mescolanza di generi e di stili, oriente e occidente, scuole pianistiche, tecniche, interpretazioni. Ma se in Calvino il senso del molteplice indicava al lettore la sfida a un mondo complesso, e lo metteva in allarme, in Lang il sovrapporsi degli stili si colloca après le deluge, è conseguenza oggettiva di una condizione storica, non scelta meditata e consapevole. Il pianoforte postmoderno contiene in sé tutta la tradizione, la conosce e la consuma in un fuoco d’artificio tecnico, disinteressato di ogni valore che non sia l’hic et nunc esecutivo. È un pianismo che fa a meno di ogni mediazione storica, che congiunge passato e presente in un indistinto adesso oltre ogni volontà di determinazione e definizione. Per questo il successo di Lang sarà, per il momento, privo di ombre e di tentennamenti: il pianista si offre al pubblico con la stessa leggerezza di un clown, a regalare emozioni senza tempo, come un performer ginnico che non impegna l’intelletto del destinatario quanto ne stimola l’appagamento immediato. L’estetica del postmoderno non chiede che questo.

[Immagine: Lang Lang]

38 commenti

  1. Ho assistito a una performance di LL già 10 anni or sono, alla Pergola (tragico aneddoto: fu la sera di febbraio in cui ci lasciò il grandissimo Lazar Berman). A quel tempo il personaggio era ancora in costruzione, si capiva che se ne sarebbe fatta una star.
    Concordo sulla sostanza (e sul titolo) dell’articolo, a mio avviso la critica è molto più semplice: suona tutto il repertorio (soprattutto Mozart) come se fosse Chopin.

  2. … parole sacrosante.

  3. Il caso Allevi è perfettamente spiegabile invece. Anzitutto è un fenomeno pop, non un fenomeno che riguarda l’ambito della musica “colta”. Nell’ambito pop i tratti psicologici fanno testo e la profondità musicale poco importa. In ogni caso il minimalismo non c’entra nulla, c’erano già in Mozart e Beethoven aspetti che poi avrebbero funzionato anche in futuro, come funzionano oggi per il pop, solo suonato col pianoforte. La musica di Allevi questo è stata, una musica pop che attinge qua e là dal mondo classico. Il risultato è piacevole, e dunque ci si è potuto lavorare sopra di marketing.

    Leggere ad esempio il racconto dei suoi primi anni che ne dà Saturnino, che con Jovanotti partecipò alla produzione di Allevi.
    http://www.ilpost.it/2015/03/23/libro-saturnino-giovanni-allevi/

  4. Contro chi scrive cose senza senso in ragione dell’insofferenza.

    Ho letto l’articolo e mi è bastato andare ad ascoltare lo scherzo 1 di Chopin spartito alla mano per capire cosa c’è dietro questa critica. Se uno legge questo articolo si immagina una certa cosa, poi vai ad ascoltarlo in rete e vedi che Lang Lang corre dove si deve correre, presto con fuoco e agitato secondo te che vogliono dire? e va lento dove deve andare lento. Il resto delle sciocchezze prese a prestito da quello sciocchezzaio che sono le lezioni di Calvino, e basta la citazione riportata dove “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso” per capire che il meglio deve ancora venire.

    Ma la cosa peggiore è il finale. Perché uno mi deve spiegare come si fa col pianoforte a regalare emozioni postume che non siano il ricordo del momento e tutta quella sequenza di non sensi che sono la mediazione storica e il valore delle tradizioni, quando stiamo parlando di un fenomeno acustico. Musica, non metafisica

    ps

    mi scrive un mio amico clown che non ha capito bene la storia della sua leggerezza.

  5. Qualche precisazione, allora.
    E’ ovvio che anche Lang rispetti le dinamiche, ci mancherebbe! Ciò che fa discutere è il modo.
    Un consiglio: ascoltare Michelangeli…
    Se il clown non conosce anche momenti di leggerezza forse ha sbagliato mestiere.
    Le opinioni su Calvino si commentano da sole.
    Per il rapporto, non fra musica e metafisica, ma fra musica e temporalità, rinvio ai saggi di Imberty.

  6. mi sembra una lettura precisa e dettagliata del fenomeno. apprezzo anche il fatto che l’articolista abbia distinto il pianista cinese dalle due nullità di casa nostra Bocelli e Allevi, con cui pure qualcosa ha che fare lo ha, ma da cui comunque si distingue perché, mentre gli altri due sono il sottoprodotto dello stra paese Italia, Lang Lang è un fenomeno davvero del mondo globale e post moderno, come l’articolista giustamente sottolinea. Se posso dire la categoria di Calvino che il pianista ha più tradito è la complessita. Il suo stile pianistico è l’eterna e monotona ripetizione di una stessa parte, anche se condotta con maestria, ma in assenza di progresso o di sviluppo reale.

  7. No, FF vs PPP, la musica non è un mero evento acustico, altrimenti non avrebbe i complessi effetti sull’animo umano, né si presterebbe a trasmettere gli infiniti messaggi espressivi, filosofici, morali ecc. che le vengono affidati (una spiegazione dettagliata richiederebbe troppe pagine); se Lei non avverte le molteplici dimensioni nella quale la musica si esprime non significa che questo non esista; è complicato parlarne proprio perché la musica si esprime secondo modalità non esattamente riproducibili verbalmente. Se non ha letto Musicofilia di Oliver Sacks (Adelphi) glielo consiglio. Definire ‘sciocchezzaio’ gli scritti di Calvino mi sembra la più grande castroneria dell’anno; uno può non amare un autore, ma un’affermazione del genere richiede una prova preventiva di essere più bravo e più profondo.
    RRC: secondo L.L. me non suona tutto come Chopin, ma tutto come un allegro energico di Prokofiev…

  8. Interessante punto di vista e facilmente condivisibile da un certo tipo di musicisti accademici.
    Però credo che non sia Lang Lang post-moderno…ma è la nostra epoca che è intrisa di post-modernismo.
    Per necessità o furbizia, Lang Lang è solo in linea con i tempi attuali.
    Anche perchè bisognerebbe dire…
    a chi interessa un repertorio come quello accademico che è stato suonato e sviscerato
    in mille modi, da mille interpreti? Come si fa ad attrarre pubblico su un repertorio obsoleto
    presente sulle suonerie di tanti dispositivi elettronici?
    Le musiche che esegue Lang Lang erano per un pubblico che ora non esiste piu’…
    vive altre percezioni…se lui riempie le platee, è stupido o intelligente?
    Qual è il limite fra contenuto musicale e spettacolarità?
    La fedeltà alla partitura non è una chimera molto ottocentesca e dei primi del ‘900?
    E’ valida ancora oggi? Se valesse il suo discorso e le sue conclusioni per tanti altri ambiti musicali…
    allora è post-moderno, il sorriso di Satchmo…le mise provocatorie di Miles Davis…il rigonfiamento delle guance a rospo di Dizzy Gillespie…i travestimenti dei Kiss come degli Art Ensemble of Chicago…Bernstein che dirige l’orchestra con tutta la sua fisicità…e l’elenco potrebbe diventare pressochè infinito. A me pare che Lang Lang non esegua ma improvvisi le partiture secondo un suo particolare codice di riferimento, emotivo, istintuale, emozionale e musicale…questi elementi non posso essere scissi in ambito esecutivo. Può piacere o meno, però è innegabile che vivacizza un repertorio che potrebbe essere archiviato o seppellito in un museo.
    E in un’epoca come la nostra in cui non si esegue la musica del nostro tempo, bella o brutta che sia, ma tutti gli infiniti repertori del passato di ogni genere, stile e tradizione musicale…chi sa estrarre sintesi o livelli di spettacolarità, arbitrari o accettabili ha la possibilità di attrarre l’attenzione di un pubblico sempre piu’ distratto e poco attento a certe “preziosità”. Non è colpa di Lang Lang se vive in quest’epoca…

  9. Articolo che trovo esteticamente sbagliato già nell’impostazione.
    Intanto si accostano due interpreti come Lang e Bocelli a un artista come Allevi, che a me non piace, ma è l’unico artista in senso stretto tra i tre.
    Non si tiene conto che l’arte stessa non si riduce alla perfezione tecnica (altrimenti ad esempio Bembo e Della Casa sarebbero considerati come o più di Petrarca, e i caravaggisti tecnicamente non hanno nulla da invidiare a Caravaggio ecc.) ma si estende a fatto comunicativo, originalità e altre cose. Per gli interpreti dell’arte ciò vale ancor più. L’interprete comunica uno spartito al pubblico, saper conquistare l’attenzione di grosse quantità di pubblico è una dote, non l’unica dote ma senz’altro una dote.
    Infine l’interprete dell’arte altrui lavora per passione e per denaro, saper guadagnare è anch’essa una dote, mondana, non estetica, ma non per questo trascurabile. Una dote che manca a quasi tutti gli intellettuali italiani, che a torto disprezzano il denaro giacché è più spesso nell’opulenza che fioriscono l’arte e la cultura. Mio parere.

  10. Sono perfettamente daccordo con l,articolo qui sopra indicato del Signor Marco.
    Ho avuto il piacere e la fortuna di sentire LL dal vivo proprio quest,estate a Berlino con concerto di Grieg. E,stata un,emozione indescrivibile,ma la cosa più pazzesca era il fatto del modo interpretativo rivoluzionario in cui lui ha e seguito questo concerto…direi in due parole Che il Signor LL sa osare ed e, forse anche questa una delle tante caratteristiche Che lo rendono “diverso….ed unico” per non parlare del suo grande fascino carismatico.

  11. @ Guglielmo

    non è ovvio che Lang rispetti le dinamiche, e non è neppure dovuto, perché uno spartito non è un testo sacro e ognuno lo suona come vuole. A me frega nulla che Lang rispetti le dinamiche, a me frega appena un po’ che non si scrivano cose false o campate per aria, quando la faccenda è una faccenda di gusti (quindi Calvino può rimanere a bagno nell’oggettività). 1) Lang non affronta in maniera disumana alcunché, essendo umano. 2) Il pezzo lo affronta in maniera vorticosa all’inizio, poi in maniera lenta nella parte centrale lenta, e poi torna vorticoso sul finale. Tu questo però non lo scrivi. 3) la perdita di quale naturalezza? E poi la perdita di contatto con quali temi chopiniani, di grazia (citare i passaggi a ‘sto punto, perché a me pare che a parte una parte dopo il primo ritornello in cui Lang è meno cantabile di Michelangeli per il resto stiamo a differenze di gusto, che non giustificano le tue argomentazioni)?. Non mi pare che l’esecuzione di Pollini sia tanto più lenta di quella di Lang. Allora tu devi dimostrare di quale perdita stai parlando. Di dissonanze e sofferenze è pieno il mondo, ma non mi pare che Lang suoni a mille ogni battuta dello Scherzo, quindi quali sono questi temi con cui avrebbe perso il contatto? Se non ti piace come suona Lang nulla da dire, ma senza argomentazioni fantasiose.

    Poi rinvii a un saggio che io mi vado pure a leggere, però quel che hai scritto resta, e sarebbe il caso che spiegassi cosa vuoi dire. A meno che tu riesca a dimostrare che un pianissimo di Michelangeli sia profondo e un pianissimo di Lang sia superficiale, se è questo che hai inteso dire. E voglio vedere come me lo dimostri. Così come dovresti dimostrare cosa significa essere radicalmente interpretativi. Perché a me risulta il classico luogo comune della profondità contro la superficialità, classico quanto sciocco, e non è colpa mia se tu hai citato un passo di Calvino che trovo sciocco, poiché la leggerezza a casa mia vuol dire leggerezza: precisione e determinazione significano altre cose. Associarle è sciocco. Vocabolario alla mano.

    @ Enrico

    Anche i fulmini e i tuoni generano complessi effetti sull’animo umano. Quindi? Le interpetazioni sono umane, non appartengono alla musica, che resta musica. Poi che sia solo musica, non l’ho detto. Ho detto musica non metafisica. Non vedo infatti cosa c’entri Sacks, che ho letto, una volta sola però. Non è così importante ciò che penso di Calvino, e spero che non stiamo ancorati al principio d’autorità quando si discute. Carte alla mano, qua c’è una citazione di Calvino. Indipendentemente da quanto io sia scemo, quella resta, e il suo valore pure. E oltretutto io non lo disprezzo affatto come autore, ma anche questo è irrilevante.

  12. L’interpretazione delle musiche del passato, con l’annesso infinito lavorìo su ciò che si vuole rilevare e ciò che si ritiene trascurabile, è di fatto l’espressione di un giudizio su quelle opere. In quanto tale, appartiene ai territori dell’etica e, indipendemente dalla condivisibilità degli esiti, la qualità morale della ricerca che conduce all’espressione di quel giudizio è, a mio avviso, sempre riconoscibile.
    In Lang Lang non riesco proprio a sentirla.

  13. ho letto alcune considerazioni all’articolo e voglio dire solo alcune cose: non mi pare accettabile il concetto che le cose fatte da un essere umano di per se stesse siano portatrici di Umanità. la storia è piena di esempi in questo senso. quindi affermare che bassta essere esseri umani per dare umanità a quello che facciamo, non regge. LL sa suonare il pf? sicuramente si, ma tra questo ed essere artista c’è una bella diferenza, e un discrimine fondamentale è quello che l’artista è quell’essere umano che mentre suona sa farti dimenticare di esserci per “essere” solo la musica che suona. e solo alla fine del pezzo noi possiamo digli grazie per aver reso viva la bellezza dell’umanità del genio che l’ha scritta. non mi pare che questo succeda mai con il nostro LL. mi rendo conto che ci sono tanti livelli di fruizione dell’arte, tanti quanti siamo noi, ma mi viene da dire: chi si contenta gode”… basta non farsi fregare dalle furbizie dello star sistem che vende artisti-persone come se fossero telefonini…degli altri due non dico niente perché assolutamente inutile.

  14. @ FF vs PPP mi piace ogni parola che scrivi, me la gusto, fammi contenta e dammi una traccia per trovare altro scritto da te in questo mare virtuale, ho la vita triste , consolami

  15. “Il caso Lang Lang, tuttavia, mi appare più interessante, anche perché il livello dell’artista è senza dubbio superiore a quello degli due appena citati.” DEGLI DUE? A proposito di talento…

  16. Piu´ che postmoderno, io lo vedo come un pianista Pop. Ovvero, per evitare malintesi, le sue interpretazioni le vedo come l´equivalente della Pop Art. E indubbiamente ci sono tante analogie tra LL e Warhol. Basta sentire/leggere un paio di interviste da ogn´uno dei due per accorgersene. Tutti e due vogliono fare qualcosa che tutti possono riconoscere, capire e godersi e questo lo vogliono con tutta la sincerita´/ ingenuita´ immaginabile, senza nessun pretesto rivoluzionario. Solo che a quel che posso intuire Lang Lang sembra ancora piu´ ingenuo: non mi sembra consapevole del vecchio discorso high brow/low brow, che e´ quello che gli viene puntato addosso.

    E infatti, la mancanza di consapevolezza diventa mancanza di attitudine. Nel paragone con lo sviluppo del postmoderno nelle altre arti, Gould regge molto meglio. Chiamiamolo capriccioso o bizzarro o assurdo – ma dietro le scelte operate nell´esecuzione c´e una consapevolezza e convinzione ferrea.

    Dell´articolo invece, e´ interessante il paragone con le lezioni americane di Calvino. Ma non bisogna dimenticare che il loro contesto d´origine implica idee piu´ complesse di quelle abitualmente collegate con la parola “legerezza” ad esempio. Rapidita´, se ricordo bene, significa essenzialita´ nel contesto della letteratura e non virtuosismo; tradotto nel linguaggio del´interpretazione musicale cosa sara´? Non lo so a dire il vero, ma penso qualcosa di piu´ complesso di cio´ a cui il metronomo puo´assegnare un numero preciso.

  17. io dipingo, sono un artista e provo un senso di disagio quando un critico descrive un opera d’arte scarnificandone la tecnica, descrivendone i colori come se non si vedessero, raccontando che mutande portava l’artista, ora la mondo c’è posto per tutti e va piu che bene che siamo diversi. In questo senso mi piacciono le descrizioni di FF vs PPP c’è qualcosa di personale ma anche qualcosa di interessante per me che non so leggere la musica che mi fa voglia di sentire, di imparare mentre la prima lezioncina mi toglie il piacere di leggere, che non vuol dire che non si debba fare sul serio nell’arte come nella musica, che imparare è fatica, ma dal quel testo io capisco che è troppa la fatica e deve essere per forza piu semplice per chi compone un opera, e ci deve essere il piacere di comporla o di eseguirla anche proponendone una lettura personale com’è ovvio che sia visto che non possiamo essere altro che persone, o al limite del nostro inconscio proiezioni ma allora sono davvero private

  18. sono appassionato di piano (jazz per lo piú, Bill Evans e Brad Mehldau su tutti), ma non ho i mezzi tecnici per commentare a proposito di LL se non riguardo al fatto che ho sempre avuto una certa sensazione di “costruito” attorno al personaggio che mi ha sempre infastidito (sbaglieró, ma di questa nuova generazione di pianisti classici l´unica che mi comunica davvero qualcosa é Valentina Lisitsa). ad ogni modo volevo solo esprimere il mio piú sincero stupore (in positivo) nel vedere un post in cui nei commenti non si finisce col prendersi a pesci in faccia o a darsi dell´idiota reciprocamente. Credevo non esistessero piú casi del genere per cui grazie a tutti quelli che hanno commentato questo post!

  19. Pingback: Lang Lang e le Lezioni americane di Calvino

  20. Mi trovo d’accordo solo parzialmente con l’analisi fatta da Guglielmo Pianigiani. Scontato il fatto che Allevi e Bocelli sono molto distanti da Lang Lang per capacità tecniche e profondità di pensiero artistico, ma nell’era della globalizzazione tutti coloro che riescono a canalizzare l’attenzione di un nutrito pubblico non possono sottrarsi alle regole dello Star-System. Le platee di ascoltatori nel mondo sono alquanto eterogenee, per cui poco importa se il “pop” di Allevi non arriva a livelli artistici innovativi e profondi (musica tonale con armonie scontate). Ciò che conta è che sia in grado di suscitare emozioni in quella fetta di pubblico che cerca esattamente quello e non altro.

    Lo stesso dicasi per Bocelli: ha la voce ingolata per i “tecnici”, ma le tante persone nel mondo che si emozionano già solo a vederlo salire sul palco con difficoltà, ammirandone la personalità posata e rassicurante, si sentono attratte sia delle interpretazioni dei classici di cassetta che dai brani “pop-classici” composti per il suo personaggio: e tanto basta.

    Relativamente a Lang Lang c’è da dire che è un artista “figlio del suo tempo”. Risulta anacronistico volerlo paragonare ai grandi pianisti che hanno cristallizzato delle epoche. Se parliamo del solo Novecento: Cortot, Backhaus, Brendel, Ashkenazy, Ciccolini, Gieseking, Michelangeli e tanti altri. Mi trovo d’accordo sul fatto che in qualche modo incarna le categorie del Post-moderno sintetizzate da Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Ma contrariamente a quanto ritiene Pianigiani, Lang lang non è l’incarnazione negativa di esse. Anzi, ne rappresenta il valore aggiunto in termini di innovazione interpretativa. L’interprete non è solo un “filologo” che incasella i tratti estetico-artistici caratterizzanti l’humus culturale dell’epoca del compositore. Il suo compito è anche quello di re-interpretarne il pensiero alla luce della propria contemporaneità, se non vuole essere un triste epigono delle “stelle” che vivono già di luce propria nel firmamento dell’arte interpretativa di ogni epoca. Se ascoltiamo Lang Lang tenendo presenti questi parametri capiremo perché riesce ad ottenere un successo planetario.

  21. Non mi hanno mai convinto i giudizi critici schiacciati sul presente. Come sosteneva Kandiskij, le opere d’arte che sono solo figlie del loro tempo non hanno molta speranza di futuro.
    Forse non sono riuscito a spiegarmi: ciò che trovo intollerabile in Lang e’ il puntare aglu effetti con scarsa consapevolezza delle cause.
    Che le persone si emozionino davanti a Bocelli la dice lunga sul nostro degrado artistico. La speranza è che ancora una volta la qualità di Flaubert abbia la meglio sui Misteri di Parigi di Eugene Sue…

  22. Pillole di snobismo intellettuale.

    “Scontato il fatto che Allevi e Bocelli sono molto distanti da Lang Lang per capacità tecniche e profondità di pensiero artistico”.
    Pensavo si parlasse di musica, non di scienze esatte. Non c’è nulla di scontato nell’arte. Forse Moscariello avrebbe dovuto studiare matematica e fisica.

    “Che le persone si emozionino davanti a Bocelli la dice lunga sul nostro degrado artistico”.
    Si potrebbe rispondere che una tale affermazione la dice lunga sul nostro degrado critico.

  23. Come a volte succede, si fraintende il pensiero. D’altra parte in un semplice post è arduo intavolare un dibattito serio che investe storia, cultura, filosofia, sociologia a quant’altro.

    Certo che si parla di musica e non di scienze esatte. Ma nel fare musica c’è un universo di competenze diverse. E non per questo una è meno importante o interessante dell’altra. Poche note di una Sonata di Mozart possono emozionare l’ascoltatore molto più della massa orchestrale pensata da Beethoven per la “Battaglia di Wellington”, così come il famosissimo brano di “Come sei veramente” di Allevi riesce a raggiungere il mondo interiore di una certa fascia di pubblico molto più delle performances acrobatiche dei brani di Liszt eseguite da Lang… ma è vero anche il contrario; dipende dalla fascia di pubblico di cui parliamo. E certamente non c’è un pubblico “buono” e uno “cattivo”. Per cui tacciare di “snobbismo intellettuale” le distanze che separano Allevi, Bocelli e Lang Lang è piuttosto semplicistico. Allevi usa un linguaggio semplice ed immediato, melodie semplici facilmente memorizzabili, armonie tonali condite da arpeggi, un po’ di basso albertino, il tutto farcito da un gusto postmoderno che tanto piace anche ai pubblicitari, visto che TV e radio ne fanno man bassa. Ma comunque centra il target di un certo tipo di pubblico. Stessa cosa fa Lang con la sua maestria tecnica e interpretativa. I commenti si sprecano se paragonato ai grandi del Novecento, ma tant’è. È anche lui figlio del suo tempo, come Allevi e Bocelli e tanti altri e come tali non è detto che non passino tutti alla storia… anche Diabelli è passato alla storia (certo in forma modesta, aveva i suoi fans nella media borghesia) per aver fornito il materiale per le celeberrime “Variazioni” Op. 120 di Beethoven… non noi, ma ala storia darà a ciascuno il suo posto…

  24. Il fatto che lei si confronti e offra spiegazioni più dettagliate, gentile Carmine, dimostra che non è poi uno snob intellettuale (tuttavia qualche pillola snobistica qua e là può sfuggire a chiunque).
    Mi permetto di aggiungere, e poi chiudo, che nell’arte e ancor più nell’interpretazione (musicisti, attori…), la capacità di “tenere” il pubblico, affascinarlo, interessare anche le masse non è qualcosa di insignificante, ma una dote fondamentale. Saluti.

  25. Non posso che concordare. Spesso con diverse parole si esprimono le stesse opinioni. Auguro buone vacanze!

  26. Io apprezzo le acrobazie teoriche tuttavia, non tirando per i capelli Calvino, la frase “non è il pianista al servizio dell’autore, ma il compositore che offre materiale alla centralità assoluta del solista” si può applicare con più giusta ragione a tempi non sospetti di post-moderno etc… che ai nostri. Il virtuosismo degli interpreti ha costituito a lungo pressoché l’unico piacere dei loggionisti e di larga parte del pubblico prima che le incisioni in studio cambiassero la maniera d’intendere la musica, incentivando un tipo d’ascolto più attento ai valori filologici ed accurato. ” Performer ginnici” erano anche Del Monaco che dilatava il volume del suono, incurante delle prescrizioni di partitura, con l’unico scopo di far mostra della sua potenza vocale e Corelli che teneva le note a suo piacere dinanzi ad un pubblico stupefatto per il virtuosismo col quale una voce tanto colossale poteva assottigliarsi in morbide filature. E Calvino allora non aveva ancora scritto le Lezioni americane.

  27. Da tempo noto l’inesistenza della critica musicale. Da un lato c’è il progresso nel pubblico e nei musicisti che sanno meglio di ieri cosa può loro interessare per i loro bisogni di svago, professionali o culturali. Il ruolo del critico musicale, sempre discutibile, è scomparso perché non si perde più tempo nemmeno a fingere di avere bisogno di lui. L’altro progresso è nel passare dal dilettantismo a varie forme di professionismo. Oggi, qualsiasi cosa fai, deve essere di qualità, poter essere menzionata in un curriculum e nascere da un curriculum, rigorosamente universitario e specifico. Anche la persona chiamata a scrivere qualcosa di musica non segue una logica improvvisata. Noto che sono scomparsi, in Italia, i diktat ideologici. Qualche anno fa era inconcepibile scrivere senza avere l’obiettivo di dimostrare la pertinenza o non pertinenza di un evento artistico nell’ambito di una dialettica storico marxista. Il male e il bene dovevano essere dimostrati da una dissertazione dove l’artista era esaltato come eroe dell’umanità o come persona da portare in un campo di lavoro. La scomparsa di qualunque riferimeto alla dialettica marxista è un bene, in questo articolo, ma l’atteggiamento guerrafondaio gratuito e un po’ idiota è rimasto. Si tenta, comunque, di far credere che il pianista deve la sua esistenza a qualche ragione morale e politica e che sia calato in una storia di decadenza che giustifica ogni suo gesto o caratteristica. Quanto viene detto qui è semplicemente stupido e non ha nessuna pertinenza con le qualità pianistiche di Lang Lang. C’è l’aggravante della lungaggine, almeno i critici che scrivevano sui giornali sapevano di dover essere concisi, il web permette di scrivere a lungo. Non c’è da stupirsi se i giovani preferiscono pensare con la loro testa anche se in questo modo si privano di incontri interessanti con grandi artisti. Con dei critici che i grandi artisti li trattano come merce sostituibile, possibilmente dalla loro falsa scienza, o come dei impareggiabili anche se suonano solo quei due o tre pezzi che tutti i candidati ai concorsi fanno anche meglio, si capisce il poco entusiasmo ad andare a concerto. Posso permettermi di supporre che si sfoghi su Lang Lang quello che non è concesso verso altri artisti … Forse l’articolista era arrabbiato con Pogorelich, ma quello non si tocca, quindi si dicono nel capitolo leggerezza le cose che si avrebbe voglia di dire su Pogo per Lang Lang, anche se non c’entra nulla. Leggo anche un tributo a Rubinstein nel suo rancore verso Horowitz, che c’entra Lang Lang? I numerosi fans di Rubinstein in Italia devono essere chiamati a raccolta contro Lang Lang? Perché? Il capitolo esatezza, poi, è un “clin d’oeil” al razzismo. Ovvio che questi orientali sono portentosi nell’esattezza ma non capiscono nulla. Ma la tecnica di Lang Lang è veramente meglio di quella di altri pianisti? Io che lo difendo non sono a priori convinto di questo. Invece, una cosa propria di Lang Lang il critico è riuscita a captarla. La molteplicità, cioè la competenza. Ma questa è anche una gran brutta cosa, lo dice Calvino. Quindi guai a credere nella sincerità del gesto pianistico. È inganno anche questo.

  28. Perfetto per riscrivere l’inno del Partito Democlastico.

  29. Pingback: Contro Lang Lang

  30. Ho di fronte la mia nuovissima macchina del caffè, ultimo modello di una nota casa tedesca. Leggerissima e poco spaziosa, prepara il caffè in metà del tempo rispetto ai precedenti modelli. In grado di servire con assoluta precisione un numero programmabile di miscele secondo i desideri dell’utente e senza sporcare il piano di lavoro, è di un evidente fiammante colore arancione che illumina tutta la casa. Essendo disponibile in un migliaio di varianti e in grado di realizzare qualsiasi bevanda tonificante dal ginseng alla radice di Ker, oserei dire che soddisfi anche il requisito di molteplicità. Quando avrò un poco di tempo che non so come impiegare altrimenti, scriverò un articolo sulle relazioni tra le lezioni americane di Calvino e la mia macchina del caffè.
    L’aspetto più divertente del web, e allo stesso tempo il più imbarazzante, è di dare spazio e visibilità ai dibattiti più assurdi, pretestuosi e inconsistenti.
    Chi ha letto Calvino con attenzione ricorda che con preoccupazione (solo più borghesemente malcelata rispetto a Pasolini !) egli prefigurava il post moderno come l’era del vuoto intellettuale e del narcisismo vincente, dove ciascuno di noi avrebbe potuto compiacersi di dieci minuti di genio per proiettare in una presunta e non richiesta attività intellettuale nient’altro che la miseria di se stesso.
    La buona critica libera e ben scritta esiste eccome, così come la buona musica e gli ottimi palcoscenici dove si può ancora far carriera senza agenzie senza politica e senza soldi. Stateci lontani : sono pascoli molto faticosi :_)

  31. Cara Elena Sartori,

    meno male che é venuta lei ad illuminarci con la sua cultura e le sue pillole di saggezza. Di certo lei non appartiene all’era del vuoto intellettuale e del narcisismo di genio, dove ciascuno di noi avrebbe potuto compiacersi di dieci minuti di genio per proiettare in una presunta e non richiesta attività intellettuale nient’altro che la miseria di se stesso, come inequivocabilmente dimostrano le righe da lei scritte qui sopra.

    Saluti

  32. Uh, ma lei è un permaloso! :-D

    Ha ragione, io non appartengo assolutamente, e per fortuna, all’era del narcisismo vuoto e autoreferenziale,
    tant’ è vero che sono in grado , a differenza di lei, di servirmi di parole mie e argomentazioni personali per discutere le idee altrui, senza usare il copia&incolla.

    Non se la prenda così tanto. Ho semplicemente citato testualmente Italo Calvino : le assicuro che le pillole di saggezza di Pasolini sull’infantilismo puerile della società dei consumi la avrebbero disturbata molto di più.

    Stia bene, stia calmo e non si agiti.

  33. Premesso che su Pasolini ha proprio sbagliato persona, dato che ne sono un appassionato lettore, volevo rassicurarla. Non sono affatto permaloso. Mi fa solo molta tristezza leggere commenti di persone che attaccano l’egocentrismo intellettuale (o presunto tale) manifestando egocentrismo intellettuale (o presunto tale) a loro volta. Un po’ come chi critica facebook facendo un post su facebook.

    Cari saluti

  34. io purtroppo ho finito le ferie quindi le lascio volentieri l’ultima parola al termine di questo commento. Per la mia esperienza, tutti gli intellettuali sono egocentrici e “criticare” ( ? ) eventualmente i social usando lo stesso mezzo mi sembra un modo efficace e utile per fare arrivare le proprie osservazioni vicino ai soggetti e ai materiali oggetto delle osservazioni stesse.

    Premesso che narcisismo ed egocentrismo sono due cose molto diverse, nel mio commento avevo semplicemente citato a memoria ( mi scuso se non ho virgolettato ) un passo di una delle tante lettere di Calvino a Einaudi – mi scuserà se non ho il tempo di trovare ora il luogo esatto – che pre – vedendo il vuoto narcisistico del post- moderno mi pareva pre – vedesse molto bene i tre prodotti musicali d’agenzia oggetto di questo dibattito. So che la mia scrittura appare involuta, ma sono costretta a scrivere di getto e in fretta.

    il punto è che, a mio vedere, OGNI prodotto della società dei consumi è visibile, veloce, esatto, efficente e molteplice. Da Facebook a Cameron Carpenter alla segnaletica aeroportuale alle tattiche di esposizione delle merci sugli scaffali dei supermercati alla mia automobile. Perciò si può dissertare, purtroppo, sulle relazioni tra le lezioni americane di Calvino e praticamente qualsiasi cosa ci circondi. A me , che sono con tutta certezza una trombona snob, sembra letteralmente una tragedia che anche i prodotti d’arte siano così facilmente leggibili e decrittabili secondo cinque categorie, e questo mi sembrerebbe davvero l’oggetto di un dibattito che, altrimenti, mi sono permessa di percepire come ozioso.

    mi congedo, cordialmente

  35. acuta Elena Sartori,
    certamente la amo! (Honni soit qui mal y pense).
    Da sempre ripeto ciò che lei accenna. Da oltre decenni lo scrivo e lo vivo di conseguenza.
    Un solo piccolo e poco rilevante appunto dal mio punto di vista: non tutti gli intellettuali sono egocentrici o narcisisti. Anzi, a volte, avendo individuato questo come un problema limitante nel percorso di una “visione altra”, ed avendo a cuore sia il procedere della capacità intellettiva che di un’etica compatibile, hanno teorizzato e praticato un percorso che li distanzi dal cascarci… a fatica, certo, ma si può almeno coltivare questa tensione… provarci… ci proviamo…
    Per essere coerente con ciò che dico, non dovrei firmare, ma il sito non lo permette e non sopporto gli pseudonimi…
    buone cose, di cuore

  36. Ha ragione lei : io sulla tripletta egoismo/ egocentrismo/ narcisismo mi sono formata con Erich Fromm (tecnicamente, quindi, sono una fricchettona ) e mi rendo conto che l’equivoco è sempre dietro l’angolo.
    La amo anch’io, buona vita !

  37. Mi chiedo ignorantemente, anche e proprio perché ho una figlia che studia piano in conservatorio,ma non è che a furia di ragionarla troppo sta musica si diventa incapaci di godersela?In fondo l unica cosa che il pubblico vuole davvero da un artista è che lo faccia emozionare…la cultura purtroppo non è alla portata di tutti ma per questo il grande pubblico ama chi sa rivolgerersi al cuore non alla mente

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