di Gilda Policastro e Franco Arminio

G.P. Ciao Franco, vengo dalla lettura di Terracarne, il tuo ultimo libro. La prima idea che mi viene in mente è che sia una sorta di monumento (anche per la mole molto diversa dai tuoi libri precedenti) alla «paesologia», della quale, tra le altre definizioni che dai, quella che mi pare più efficace è «arte del trasloco», del trasferimento, cioè, del paese dal territorio vivo alla pagina scritta. E dunque, però, a prendere alla lettera le tue incursioni paesologiche, il paese dovrebbe star assai meglio dove sta, perciò lasciato in pace, non esposto o condiviso. Qual è la ragione per cui invece fondi e pratichi la «paesologia»?

 F.A.  La paesologia è un pretesto per scrivere. La tinta della scrittura gettata in faccia ai muri, alle facce del paese. C’è una nota di irriverenza nel mio lavoro, vado a prendere ciò che sta per i fatti suoi e ne faccio l’uso che voglio. Metto in mostra il paese per mettere in mostra la mia scrittura: sono un traslocatore abusivo. Le leggi che mi guidano sono l’impazienza e l’infedeltà dal punto di vista etico e la metafora dal punto di vista estetico. Se fossi fedele al mio paese, non avrei bisogno di cercarne altri. Ma a furia di cercare metafore sono diventato io stesso metafora. E non so bene cosa questo significhi.

 G.P. Ho trovato più di una consonanza in questo nuovo libro, oltre che con la poetica del paesaggio di Zanzotto e la sua ossessione ecologista degli ultimi anni, anche con la recente poetica dei crolli di Gianni Celati: in un mondo che tende a riparare e a riciclare tutto, dovremmo preservare anche ciò che resta inutile, «sprecato», come tu dici di certi luoghi, e «solitario». L’effetto non è però un’eccessiva generosità nei confronti degli aspetti “naturali”’ dell’esistenza, dove la natura non si mostra poi a sua volta affatto generosa (vedi catastrofi, terremoti, alluvioni di questi ultimissimi giorni): insomma, perché secondo te dovremmo preferire all’utile per l’uomo la bellezza del paesaggio.

 F.A. Celati e Zanzotto ci sono effettivamente nel mio libro: alcune loro ossessioni sono anche le mie. Il loro cammino è però più definito. Io mi sporgo e poi mi ritraggo, ho un regime mentale più debole, lavoro su un sentiero incerto, con i piedi mi dirigo da una parte e con lo sguardo dall’altro. Sono una creatura scissa, lavoro proprio sul punto di scissione. Il paesaggio in sé non ha nulla di interessante. E così pure la natura. Quello che rende la faccenda interessante è il nostro passaggio, è la rottura, lo squarcio. Io non amo la natura in sé, amo le creature che si guastano la vita, che se la guastano perché la vita che hanno non gli basta. Per me la vita è sempre artificio. La mia immaturità mi permette di non assumere mai un punto di vista ben definito. Sono sempre sul bordo. E i paesi che attraverso sono sempre luoghi dell’orlo. Mi piacciono le cose che sono sul punto di diventare altro.

 G.P. Ecco, a proposito di cose che diventano altro, in Terracarne l’indice dei nomi diventa indice dei paesi: alcuni a me molti noti, dal momento che proveniamo da territori confinanti. Però a dire il vero io questa bellezza dei paesi “arretrati” non l’ho mai colta, e tra l’altro non ho mai visto un ciuco e un mulo (due tuoi simboli della vita rurale) nella mia vita lucana, che si è svolta in un paese, come tanti altri limitrofi, ben civilizzato, se ho potuto fare un ottimo liceo classico a due metri da casa mia, e frequentare scuole di musica, di danza, praticare sport e condurre, insomma, una vita non dissimile da quella delle mie coetanee di città, perlomeno esteriormente. Esiste davvero questa poesia nascosta della Lucania “dei ciuchi e dei muli” o in quel trasloco dalla terra alla carta qualcosa si enfatizza eccessivamente e qualcos’altro si perde? Tra l’altro molti degli scrittori miei coetanei, molto più di te fanno del sud un elemento di impegno a prescindere della loro opera, vedi gli ultimi libri di Nicola Lagioia o Mario Desiati.

 F. A. I paesaggi sgombri di macchine, di capannoni e officine sono i paesaggi che amo di più. Oggi per me la bellezza è legata più alla penuria che all’affollamento. Le rovine di Campomaggiore mi piacciono più di piazza di Spagna. Le cose crollate ti permettono più intimità. È come passeggiare dentro un corpo. La poesia della Lucania è la poesia che si sente nei luoghi dove si sente il silenzio di chi se n’è andato e il silenzio di chi non è venuto. È chiaro che è una poesia che per essere percepita richiede condizioni di fortuna, in qualche modo non è replicabile a fini turistici. Il giorno che andai a Campomaggiore c’era una luce bellissima e avevo una bella compagnia. Magari in altre condizioni quel posto non mi avrebbe incantato tanto. A piazza di Spagna un godimento minimo è assicurato.

G.P. «Il silenzio di chi se n’è andato», dici. E tra l’altro una delle voci chiave del Vocabolario di Terracarne è proprio Emigrazione, in cui accenni al progressivo abbandono del territorio da parte dei giovani del sud. Nel potentino da cui provengo io, però, molti dei miei coetanei hanno fatto ritorno ai paesi d’origine, trovandovi da lavorare in modo meglio remunerato che la sottoscritta che vive a Roma. C’è, perciò, anche un sud diverso da quello che ci racconta non solo il paesologo ma una certa letteratura meridionale incline al negativo, no?

 F.A. Ci sono tanti sud: la paesologia non è una scienza praticabile su vasta scala. Quello che posso dire io di Marsiconuovo è assai poco rispetto a quello che può dire uno che ci ha vissuto quarant’anni. Il sud adesso è molto interessante proprio perché in bilico e perché è preda di una sorta di testacoda estetico: ci puoi vedere in adiacenza il fregio e lo sfregio, il pericolo e l’opportunità, la quiete e l’insofferenza, il calore e il gelo.

 G.P. A proposito di gelo, una delle ossessioni della tua scrittura è il tema della morte, ossessione culminata nelle bellissime Cartoline, che restano il tuo libro secondo me più originale, in cui la vita dei paesani si riproponeva nelle situazioni al tempo stesso più normali e più impreviste, e in cui a un certo punto la morte arriva come un forestiero, qualcuno che non appartenga al posto, ma che poi si finisce con l’accettare, in qualche modo. Anche in Terracarne la voce Morte ha il suo rilievo, e tra l’altro quello che vi scrivi si può considerare l’ennesima Cartolina: «I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso».

 F.A. Terracarne è un libro sullo sfacelo e sulla morte. Non c’è altro tema per me. Io vado nei paesi perché sono braccato dalla morte. Direi che vado e guardo il paese solo quando per un attimo riesco a distrarmi dal pensiero della morte. Forse la mia osservazione è intensa perché risente dell’intensità con cui un attimo prima stavo pensando alla morte. Le Cartoline sono figlie del panico. I giri nei paesi sono figli di un panico più diluito, ma siamo sempre nel regno dello spavento. Sono uno scrittore spaventato dai pericoli dell’esistenza. Vivo come un animale, l’animale non si rilassa mai, il pericolo è sempre in agguato.

G.P. Quasi alla fine di Terracarne, il tuo paese ti scrive una lettera molto accorata, che ben si armonizza col tono elegiaco prevalente in questo libro. I tuoi lettori della prima ora restano però affezionati a quel tuo modo improvviso di volgere la tragedia in farsa, come accade in Nevica e ho le prove, o, appunto, nelle Cartoline dai morti, dove cioè la paesologia si fa celebrazione non dolente ma vitale della fantasia, che insieme al «risentimento», può essere uno dei tratti tipici dei paesi. Qui dici addirittura di volerti cimentare, prima o poi, nella scrittura a Dio. Al di là della finzione narrativa, puoi rassicurarmi, non rinuncerai al tuo antico «tuono ironico» per dirla alla Leopardi?

 F.A. Nevica e ho le prove è un libro da cui mi aspettavo molto ed è quello che mi ha dato meno soddisfazioni. Comunque è il libro in cui ci sono tutti i miei fili e sempre da lì si parte, il tono ironico e quello più mesto fanno parte della mia natura. Non è che scelgo quale tasto pigiare. Dipende da dove sta inclinato il corpo mentre scrivo.

G.P. Un amico critico qualche giorno fa mi ha detto: “Arminio è lo scrittore che attualmente mette d’accordo tutti”. In effetti dai “venticinque” fedelissimi lettori della prima ora, di quando pubblicavi con editori prevalentemente “di nicchia”, sei passato a un pubblico potenzialmente più ampio, approdando a un grande editore, il più grande editore italiano, addirittura. Tu però rispetto alle consorterie dominanti, continui a fare “’parte per te stesso”’. Leggevo su Facebook della tua presentazione a Padula, e del tuo rallegrarti che nei piccoli centri ci siano delle vive intelligenze, spesso più che nelle metropoli. Non hai mai pensato che sia in qualche modo limitante vivere in un paese del sud? O, visto che sicuramente lo avrai pensato, che cosa ti trattiene ancora lì?

F.A. Ad essere sincero penso che questo mio ultimo libro sia uno dei pochissimi libri che può essere apprezzato sia dalla gran parte dei critici che dalla gran parte dei lettori, anche quelli meno sofisticati. Forse in futuro emigrerà la mia scrittura, nel senso che mi occuperò magari di cose di cui ancora non mi sono occupato, ma tendo a escludere che io possa lasciare i miei luoghi. Qui il vento è sempre un poco contrario e questo, come nel giavellotto, allunga la traiettoria della scrittura.

 G.P. Vorrei chiudere su questo passaggio di Mattinata a Candela, ancora da Terracarne: «Forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca». Mi pare un’operazione di pulizia interiore quanto mai necessaria, oggi, specie nell’ambiente della scrittura…

 F.A. Qui il discorso è lungo e tira in causa l’autismo corale che per me è la malattia dominante dell’epoca, anche tra gli scrittori. E ovviamente io non mi tiro fuori. Ho l’impressione che il lavoro culturale sia diventato una specie di tortura: scriviamo perché stiamo male e la scrittura in un certo senso aumenta la nostra insofferenza. Anche quando qualcuno mostra di apprezzare il nostro lavoro, il pensiero va subito ai tanti che lo ignorano. Il fatto è che la moltiplicazione delle potenzialità comunicative non corrisponde a una effettiva disponibilità all’ascolto delle poche esperienze veramente essenziali. Ovviamente ognuno considera essenziale la propria esperienza e questo ci riporta ai deprimenti fasti dell’autismo corale.

3 thoughts on “Dietro il paesaggio

  1. Questa interessante discussione mi ha fatto tornare in mente “Tristissimi Giardini” di Trevisan. Molto suggestiva la linea paesologica nell’opera di Arminio.

  2. La città invisibile

    La città è indistinguibile. Oggi, ch’è un ormai già abusato e millantato anche, perché di buchi, sospensioni, delle cesure le staccate e riconoscibili, nella ingenuità, si vuole s’abbia bisogno. Oggi la ingenuità che si accolli condivisioni colpevolissime, vuol’essere una risorsa essa stessa. Ma in città non è così, partire da una città per assieparsi ai suoi confini, gettare occhi dentro le fabbriche, sotto la pompa e tra le azioni appassionate e acefale, non ci si possiede più in questa postura. Non ce n’è l’esigenza, s’infittiscono solo perdita e conservazione, gratuite e calcolate. La città non tiene confini, perché negl’interstizi, che potrebbero squarciare sulla sostenibilità, le immagini crescono fino all’inverisimile loro, ancora si acquietano soltanto.

    Vuoto e immagine. La città, e cronotesi che diano respiro, misura come l’abitare salvato tra terra e cielo, perché un corpo lanciato a gravità possa raccogliersi poi, placato inumarsi. Le città sono ormai vampirizzate dall’immane e sconcio più pietrificato, lo studio che finisca lo spazio nella museificazione del già stato che fuoriesca dalla terra, delle porosità tanto insistenti da richiedere diaframmi speciosi, riflettenti o meno, sotto progetti sempre dell’ora estrema, tappi e toppe tramezzi talvolta destinati a convenienti mosse energetiche, insomma tecniche di saturazione. Le teche che espongano insignificanza e vacuità, rifluiscono in sguardi e disponibili montaggi di corrispondenza, l’occhio del turista e quello del passeggiatore sofisticato memore di letture peregrine e non impolitiche, ma spoliticizzate dalla loro stessa difficoltà di reperimento. Che mai resta tale.

    La città è indistinguibile perché non è un paese, ma lo scenario ritrovato a tavolino da esperti che godano di proiezioni misurate da cifre cibernetiche: un brand è la città, marchio che avvantaggi la sua visibilità vendibile essa stessa mediante dislocazione d’intelligenza e creatività, cioè si creano contestazioni laterali, ospitate nella parte della nota giovane che s’incapsula ormai, come un classico antico contornato dal verde stratosferico d’un futuro lutulento smagliante e producente una distonia sempre indovinata, lo zero il cui agio non inquieti ma sia esso irrequietezza sedata a secondo dell’uso e della potenza acquistante. Non c’è potere, non c’è abuso che distrugga affatto. A Napoli le piazze sono punteggiate da consumatori frivoli, storditi, strafatti da chimiche più o meno lecite, non sanno più manco la domanda circa l’idea. Perciò non c’è storiografia che tenga, politica capace d’incaricarsi residualmente del felice. Napoli, dove l’indigenza delle crisi trova uno straniero silenzioso ormai incattivitosi, e però solo chi faccia il proprio, e si sia adeguato salvandosi differenze carnali evidentissime e scovate da telegiornalisti stipendiati a poco, con copioni consuntissimi.

    Napoli non fu mai dorata, guscio di storie commoventi e di simpatiche resistenze, mai la scena per infimi che dopo la fiamma accedano a memore cenere. No, Napoli è sempre stata tacitiana, una Atene solo rinvenibile nelle sue proiezioni ottuse e ormai incapaci di narrarsi, una colluvie d’enti. Né Croce né Benjamin servono alla sua rigidità melmosa e maleodorante. I rifiuti, a Napoli, sanciscono la indistinguibilità: un centro scimunito come la moda dopo la moda, e una periferia ferita da se stessa, dall’esibirsi nella ottusità più manovrabile, sottoproletari di vicoli e di isole che si prestano, urlano e s’indignano distratti. La comunicazione tra una città dissipata e una periferia di desolazione smunta essa stessa, è una situazione mediatica: il calcolo del fango, del lurido capello che il filosofo appunto esclude dalla potenza d’idea: non si fantastica una politica sui cumuli di monnezza, sull’immonda pulizia del rifiuto che passa sui video, nei giornali che lo disintegrano, medusizzandolo quas’installazione detersa e deprimente…

    Calvino non fu spietato, e solo da fuori può giungere un regista più che celicolo, quel Wenders a rammentare ad architetti e urbanisti l’uso del vuoto, i bisogni dello spazio stesso, ossia proprio la iattura di quei resti che tali giammai restano, prestandosi di più alla proiezione che simuli e di ciò sazia. La grana delle decostruzioni, ossia il giacere non inerme dell’utopia, della fuga minima, non si procede più dai margini al centro come Deleuze dai buchi centrali alle fasce d’esterno, fino all’esterno più imprevedibile e irriducibile potenza di alterazione, potenza della spaziatura. A Napoli neppure alla lingua riesce di preservarsi morta, per quanto sulle isole meno abitate lì risuonino le note nuove e melodrammatiche, il posticcio e sulfureo urlo della tradizione, d’una memoria di cui sempre sospettare. Napoli, infatti, ha una memoria disintegrata non dalle alterazioni paesaggistiche e urbanistiche, non si tratta dell’umanistica corrispondenza tra l’umano e l’inumano donde Calvino poteva estrarre un avvenire sempre prossimo e ancora teso tra compiacenza e fremito di resistere, l’indulgenza del calcolo e le mire d’evasioni velleitarie. La memoria a Napoli non si tiene manco all’improbabilità della sua euristica, le distanze interne sono spalmate sulla continuità degl’ingombri automobilistici, verso l’esterno la città è prodiga d’ampliarsi ormai non più umida e madre puttana. Quando ci si incammini verso nord, verso Marano e Calvizzano e Giugliano, a piedi si sia vinto il timore di imbattersi in una criminalità organizzatissima e ancora in vista nell’attesa territorializzante, si superano teorie di residui edilizi commisti a fantasmi di forme animali, di vite ch’erano commestibili perché enormi e, falso mirabile, in sé serbavano l’autentico del ruspante carnoso, e ereditariamente. Si superano scorci pieni di finestre chiuse modulari, boscaglie d’impenetrabile stortura, sospese su stagni insignificanti e penosi e pericolosi di perenni miasmi immobili, e le facce nelle auto, nei bar, incorniciate da tempi che né scorrono né si raggrumano in occasione. Il tempo, tra Marano e Napoli, il passo dal bancone del bar alla sua soglia, lo sguardo compiaciuto e schifato, deluso tronfio, e inscalfibile nella sua disponibilità a non vendersi, aperto a ogni assenso che non costi, e non smuova. Come miriadi di vecchi rassicurati sanitariamente, dalle pensioni in calo, dai telegiornali mediaset, dall’acqua sul gas e per le mele cotte, fede sborrata su pareti soffocate da immagini. Gl’irriconosciuti soliti feticci.

    Napoli è lontana dalla desolazione, lontana pure dal fermento dell’assimilazione, dell’esibizione delle trasversalità di stagione, di questa temperie che la politica ancora dovrebbe concedersi, come se il tempo e lo spazio fossero solo gli esseri ch’esauriscono e generano e allevano.

    Non c’è occhio per questa città, non c’è occhio che possa contare su un vuoto di impianto e di imposizione. Se si cerca il tipico, si finisce per acquistare cibarie che senza sogno si continuano a decantare autentiche, in un silenzio ridicolo assuefatti. Nel gioco, nel futile della materia e dell’incosistente ci si desta come da un sogno che non lo schifa, il paradosso. Sogni in cui non si fa che prendere sonno, inenarrabili al pari di romanzi d’intreccio e agnizione… Lo sguardo cui può accedere la città, non esperirà né ricorda la difficoltà del paesologo che debba tenersi nello scarto, funambolo che quanto più guarda al paese come a un impossibile presente fagocitabile da animaloide passato e rurale e dal futuro della sua desertificazione e scomparsa, soglia disturbata e difficile e ostica al punto che se ne possa pure fare a meno, tanto più rischia di perdersi tra nostalgico rammarico e engagement nervoso urlato, sprecato anche. La paesologia può contare sulla delusione, sull’entusiasmo, tentarsi nell’evocazione impossibile, gettarsi al dispendio d’ellissi, caracollando quanto irrigidendosi nella rivendicazione del minimo, del necessario, ch’è ciò che alla comunità in vero manca, che le sarebbe sogno e finalmente riconoscimento della impoliticità sua. Inservibilità dura ostica inaccostabile pure, questa paesologia. Al paesologo è concessa la sobrietà dello sguardo che notomizzi, mentre non gli è impedito di deludere per quanto ci cade nella contraddizione che intanto più o meno frontalmente viene a tematizzare. E il lettore che resti deluso, è in fondo una reazione programmata dalle logiche industriali, editoriali: i volumi rari e sofisticati e genuini e intelligenti dietro a quelli che, una volta letti, sono inservibili arredi d’appartamento o prestiti scordati… La paesologia, quanto la fantasticazione celatiana, dà agio forse, come se ci fosse proprio da assumerselo, in quanto lettori o già riscrittori imitatori o solo ammiratori, il vuoto aperto dalla delusione ingenerata dalla sua contraddittorietà. Di fronte all’aporia, alla inaggirabilità del rischio cui non può non aprire il nomadismo o la mera deambulazione che non s’affidi ad alcuna ossatura, soggettività, se non quella dell’io sempre di nuovo convocato e dissolto nel comune: in una appartenenza passata per tutte le ambasce delle crisi storiche, dalle morti scordate nel rutilante ufficiale a quelle dissolte nella voce accordata ai morti stessi. Invero Celati da una postura che nella ricerca d’apostasia e lateralità, rischia d’assumere proprio centralità e reificabilità — Celati e il suo occhio che fiuta disteso e tanto apollineamente, da non potere non irradiare luce non fredda, mirabile, imitabile: perché accusatorio ma non risentito.

    La città invece non conosce la post-‘heideggeriana comunità impossibile, né la cura di sé tale da rendere agio a null’altro, che alla salute altrui — Napoli non ha esigenze: non lascia che la perdita resti tale, non sa abbandonare le storie all’inservibilità del vacuo entro cui ci si possa amare, incontratisi. Neppure sa sognare una rivelazione eccentrica inusabile: l’agio che disintegri il falso delle apparenze. Perché nel tufo si passeggia ormai, di notte pure, in un ventre sempre più replicato e doppiato e attraversato con doverosità, senza gioia. E senza strazio. E le immagini si caricano di tempo fino a restarne solo schifate, anzi timidamente enfie. Pure dove esplode, la città fa del cimitero un museo d’evento.

  3. La lettura del nuovo libro di Franco Arminio, Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia (Mondadori, 353 pagine, 18,00 euro), conferma uno dei talenti più originali della nostra letteratura. L’originalità di Arminio consiste in uno sguardo nuovo sui piccoli paesi del Sud, visti e scrutati non più nella loro valenza meridionalistica e dunque politica (come svilupparli, come arginare l’emigrazione, in che modo ripopolarli, ecc.), ma nella loro essenza reale, nella loro scoperta e quotidiana verità. L’obiettivo non è più quello di sviluppare o modernizzare realtà marginali, ma accettarli per quello che sono. Quest’attitudine di accettare la realtà per quello che è, anche nelle sue desolazioni più anguste, anche nei suoi tanti sfinimenti psicologici, Arminio la deve un poco allo scrittore Gianni Celati (con il quale collaborò ai tempi della rivista “Il Semplice”), che proprio come Arminio utilizza molto il documentario randagio (di Celati è da poco uscita la raccolta di tre documentari, Cinema all’aperto, edito da Fandango), il vagabondaggio solitario, l’amore per la marginalità, ovvero quella che Celati, con un felice neologismo, ha definito “qualsiasità”.

    L’idea è chiara: in un mondo che è alla continua ricerca di un centro illuminato e trendy (politico, culturale, mediatico, ecc.) scrittori come Celati e Arminio raccontano il massimamente trascurato, il negletto, il nascosto, ovvero la realtà totalmente deprivata di effetti speciali, di cronaca, di memorabilità. Quest’idea di guardare il mondo dal punto di vista del cane, cioè rasoterra, fraternamente, riducendo lo scrittore non più a sapiente legislatore del mondo, ma a umile e sfiancato camminatore (uno “qualsiasi”) senza certezze e, in fondo, senza speranze, è un esito avanzato della nostra letteratura, benché in apparenza “provinciale”, perché frantuma i romanzi meccanicistici o commerciali, e porta alle estreme conseguenze una morale della spogliazione, della sincerità e della nuda verità dei propri pensieri…

    Andrea di Consoli, da IL RIFORMISTA

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    Celati aveva compiuto il sua viaggio con Antonio Delfini e Silvio D’Arzo nello zaino, Arminio vaga tra paesi invisibili e paesi giganti in compagnia di Rocco Scotellaro, Gaetano Salvemini e Carlo Levi. Se Celati si scioglieva nella preghiera laica in cui invitava a chiamare le cose perché non svanissero definitivamente, Arminio indica una specie di nuova religione, un umanesimo delle montagne che dia sollievo al mondo. In entrambi i casi si tratta di letteratura, nient’altro che letteratura dove si coglie la vita.

    Generoso Picone, da IL MATTINO

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    Non vi è alcuna concessione in quest’opera di Arminio, come negli altri suoi lavori o nella sua generosa presenza pubblica, al culto del passato come mito e come rifugio. La consapevolezza che il passato, nelle terre e nei paesi che egli racconta, fosse duro per la maggior parte di coloro che ci vivevano, è chiara riga per riga. Sotto il microscopio dell’autore sono semmai la dignità del vivere, il valore della presenza e della socialità, le cose che generano mancanza. Per questo egli, forse, pone in ex ergo all’ultimo capitolo del libro la scritta: “Invio all’oceano le mie parole e per conoscenza pure alle pozzanghere”. Ecco: la connessione tra i luoghi e il mondo e la capacità di guardare i luoghi dal mondo sono, forse, l’indicazione per una vita al presente, in cui divenire e essere parte del tutto sia una possibilità effettiva per noi esseri della specie umana.

    Ugo Morelli, da IL MATTINO

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    La desolazione è la sua Musa, ma non c’è solo lei. Arminio è anche ispirato da un profondo sentimento umoristico, perché mentre si leggono le sue pagine si ride per i continui paradossi, le descrizioni di sé e degli altri. Pratica la politica dell’humor, che è un altro aspetto della sua personalità. Al termine di queste pagine, scritte con eleganza eppure ruvide, si conosce, o riconosce, il Paese che noi tutti abitiamo, le cento e mille località distese lungo lo Stivale, dove alloggiamo, o abbiamo alloggiato, perché Arminio non descrive solo l’Irpinia desolata, bensì un luogo dello spirito che conosciamo molto bene. Per questo Terracarne, che prende il nome dal suo particolare modo di essere, non è un libro localistico, bensì globale, mondiale. È un libro sui paesi senza essere paesano, sull’identità senza essere fornire alcuna identità, un libro singolare eppure universale. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che in questo libro, nelle sue pagine, ci sono frammenti di luce. A tratti abbagliante.

    Marco Belpoliti da la Stampa

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    Chi è Franco Arminio? Uno che va in giro per paesi e li descrive. Certo, ma non solo. Uno scrittore? Sì, uno dei più originali delle ultime generazioni. Ma non basta. E’ soprattutto un eroe culturale. Appartiene a quella genia di scrittori che fanno qualcosa di più che scrivere: testimoniano con la loro vita e la loro presenza l’incontrovertibile. Una volta si sarebbe detto che sono degli intellettuali. Penso a Sciascia, a Pasolini. Oggi lo scrittore che supera la distinzione tra arte e vita è qualcosa di più: come Roberto Saviano, un eroe culturale dei nostri tempi, oltre che uno scrittore. Chi legge “Terracarne” (Mondadori, pp 353, §18) incontrerà un modo ancora diverso di essere eroi culturali: dimesso, paziente, laterale, diagonale. Arminio, ipocondriaco all’ultimo stadio, vive su di sé, sulla sua pelle quello che racconta dei paesi del suo Sud. Lo fa in un modo assoluto, estremo, eppure dolce e riflessivo. con ‘Terracarne’ ci ha dato un libro straordinario che sarebbe da leggere nelle scuole per far capire come gli scrittori s’impastano con la realtà e la somatizzano. Una scrittura pungente e insieme calma, affabulante e stralunata.

    Marco Belpoliti da “l’espresso”

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    «I paesi stanno sparendo, sta sparendo un mondo e da questa sparizione noi che abitiamo i paesi siamo attraversati come da una slavina silenziosa»: così racconta Franco Arminio nel suo nuovo libro Terracarne, da poco uscito per Mondadori. Lo scrittore irpino, inventore della «paesologia» («una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia») nel libro percorre a uno a uno i molti paesi di un’Italia che ha patito in modo «troppo veloce il passaggio dalla civiltà contadina alla modernità incivile». Il suo cammino attraverso la Basilicata, i monti alle spalle del Tavoliere, l’entroterra campano tra Caserta e Salerno, l’Irpinia e il Cilento, è in parte un viaggio lirico, personale, anche segnato dagli attacchi di panico che lo sorprendono, dove però il personale è la condizione «di chi dalla carne soffre per la sua terra e dalla terra soffre per la sua carne», quindi potenzialmente comune. Percorrendo sentieri impervi e annotando tutti gli abbandoni, gli obbrobri del cemento, delle speculazioni e dell’interesse, dove la parola «povertà» ha assunto un significato deteriore («la desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria»), l’intento di Arminio non è l’elegia («il problema dei paesi non è la loro morte, è la vita che li abbiamo costretti a vivere») o il compianto di ciò che non c’è più («non si fa manutenzione dell’agonia»), bensì la speranza di «un altro Sud, fatto di persone che cominciano a scambiarsi abbracci veri e parole intense, a spezzare il pane comune dello scrupolo e dell’utopia».

    Ida Bozzi, La lettura, inserto letterario del corriere della sera

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    Franco Arminio piace a tutti, mette d’accordo tutti, e non a caso è approdato, dopo un lungo peregrinare per editori di ricerca come Sironi, Le lettere, Nottetempo, prima a Laterza e adesso alle “strade blu” di Mondadori.

    Daniele Giglioli, Alias, inserto de il manifesto

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    Il libro, nella sua indubbia bellezza estetica, ha una funzione fondamentale, è una frustata, un pugno nello stomaco, una scossa tellurica, uno shock, cui tutti dobbiamo sottoporci.

    Paolo Saggese, ottopagine

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    In ogni paese c’è un mondo intero. Sol che si abbiano gli occhi e il cuore per vederlo. Arminio, con la sua prosa poetica, stralunata, intensa e vibrante anche quando la vena è l’ironia, insegna a vedere.

    Francesco Durante, Il corriere del mezzogiorno

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    In ogni cosa che scrive o fa, lui passa, – c’è. C’è tutto, con la sua carne e quella della sua e nostra terra (Terracarne, appena uscito da Mondadori è il suo ultimo titolo). E c’è per noi. Ci riguarda come riguarda lui. E noi sentiamo questa afferenza: questo affetto e questa folata. Questo vento, forte come quello dell’Irpinia d’Oriente.

    Luigi Grazioli, da DOPPIOZERO

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    Viene voglia di prendere la macchina e andare sulle tracce dell’instancabile paesologo, come si definisce lui stesso, entrare in ogni piccolo paese raccontato in questo bel libro.

    Matteo Nucci, da IL VENERDì DI REPUBBLICA

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    Centellinando le pagine di Terracarne , se ne ricava come un sapore di buone vecchie cose fatte a mano, con la maestria degli artigiani.

    Salvatore D’Angelo, Comunità provvisorie

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    Al di là dello stesso meridionalismo, che non è in primis la molla della scrittura di Arminio, si può tentare di caratterizzare il suo lavoro anche utilizzando coordinate molto lontane, pensando a un Walter Benjamin che si muove tra un’Infanzia berlinese e un Diario moscovita (anche la sua, in fondo, una forma di paesologia, se poi una grande città, con i suoi quartieri, non è altro che un insieme di paesi, ciascuno con una propria identità). E Benjamin ci serve, in relazione a Arminio paesologo stilista, per due aspetti, quello formale e quello contenutistico. Benjamin diceva che un testo, per reggersi, deve avere un inizio e una fine forti: l’amico Gershom Scholem osservava invece che i testi di Benjamin avevano un tasso altissimo di frasi del genere, anzi, quasi ogni passaggio era di questo tipo. Ciò mi sembra si possa dire della tesa scrittura di Arminio, che ha un alto tasso di letterarietà (per cui quasi ogni frase potrebbe essere stralciata e posta come un aforisma auto-sussistente), ma che conserva nello stesso tempo un alto grado di leggibilità. Risultato che forse non tante scritture riescono a ottenere, tenendo insieme densità e scorrevolezza.

    Enzo Rega, da Comunità provvisorie

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    Sono molti anni che esco quasi ogni giorno e vado in giro in posti dove non va più nessuno, posti a cui non crede più nessuno. Vado a vedere come stanno le cose, vado a vederle da vicino. La mia scrittura è un modo per uscire da me o per convivere con il dolore, una scrittura che si forma intorno a ciò che ho dentro e al modo in cui questo mio “dentro” si incontra, si incrocia con il “fuori”. Un scrittura fatta con tutto il corpo, un corpo a corpo col paese. Nessun paese è un luogo inerte. Ognuno ha un suo umore. Non ce ne sono due uguali. L’atmosfera cambia da un posto all’altro. Ogni volta che entro in un paese nuovo, provo un’emozione vera. Bisogna avere un occhio trasversale per superare ciò che, a prima vista, sembra uguale. È con quest’occhio e con questo cuore che tutto, piano piano, diviene interessante, unico. Un’osservazione partecipe diventa un’osservazione terapeutica. In fondo non posso nascondere che per me la paesologia è una terapia. Uscire dalle case in cui per tanto tempo ci siamo rintanati, pensando di stare al sicuro, uscire dalla baracca mefitica del proprio io. La paesologia è una strada sul crinale, a metà tra una nuova forma di impegno e una cerimonia religiosa, a metà tra poesia ed etnologia, sempre però ben lontani dalla paesanologia e dalle sue sagre.Se c’è una sagra che mi interessa è quella del futuro. Questa disciplina, allo stesso tempo inesistente e indispensabile, sta tutta nell’attenzione ai paesi come sono adesso. Il mio è un dolore che combatte contro la distrazione e la cecità. I paesi non sono morti, ci sono ancora, sono malati, esattamente come è malato tutto il pianeta. C’è una parola che può riassumere tutto: desolazione. Si tratta di una malattia nuova per i paesi. Prima c’era la miseria, c’era il mondo mirabilmente descritto da Carlo Levi, c’era la lontananza e l’oppressione, c’era la comunità dei poveri, degli umili. Siamo passati dalla civiltà contadina, a volte crudele, perfino spietata, a questa cosa oscena che chiamo modernità incivile.Il mio ultimo libro, più degli altri, esprime la scelta di porre una serena obiezione al mondo. La desolazione per me non è un epilogo, ma un punto di partenza per un nuovo modo di abitare la terra, una nuova postura. Ciò che io invoco è una nuova etica, un umanesimo delle montagne. La mia visione parte dallo sgomento di stare in un pianeta pieno di merci, un pianeta in cui non sappiamo più farci compagnia e nel quale ognuno in cuor suo sembra aver dato addio a tutti gli altri. In Terracarne parlo di autismo corale, parlo della nostra incapacità di passare il tempo in compagnia e in lietezza. È qui la radice di tutta la mia scrittura. La posta in gioco è tollerare l’incertezza di ogni cosa. La paesologia è una “scienza” arresa, non è una “scienza” facile. Scrivo a oltranza di luoghi che perdono abitanti e di abitanti che hanno perso i loro luoghi. È un invito ad abbandonare le sicurezze dell’uomo attuale, a scendere in basso, ad avvicinarsi alla terra, al mondo per come è e per come potrebbe essere nostro malgrado. È un atto di ascolto riverente, è inginocchiarsi davanti all’altare del vento e dell’aria, della luce, delle pietre. La paesologia è prendere i propri occhi e modificarli, è svelare la bellezza di ciò che gli altri ci fanno credere brutto, insignificante. Un punto di vista che parte dall’interno, dai nostri organi, dai nostri sensi e che ci lega a ciò che vive, che sta nel mondo. Non è più il tempo del delirio per l’umanità, non è più il tempo per le smanie capricciose dell’ “io”. Bisogna uscire, andar fuori, imparare a usare il corpo come un’astronave, apprendere da tutto ciò che è piccolo, inerme, silenzioso, vinto. Pregare per la sua salvezza, che è poi anche la nostra. Una piccola apocalisse silenziosa è in corso sotto i nostri occhi. Possiamo fingere di non vederla, o possiamo chinarci e prestare nuova attenzione, donarle lo sguardo, darle una voce. I paesi non sono un problema, sono una possibile soluzione. Non sono un esperto di faccende economiche, la mia ossessione è la scrittura. La mia è un’esperienza di dedizione assoluta alla scrittura. Inutile lamentarsi per la perdita di attenzione nei confronti della letteratura. L’unica cosa che uno scrittore può fare è scrivere libri veri, onesti, infiammati dal coraggio, costruiti con puntiglio e rigore.La paesologia non è un’evasione dalla letteratura. Cerca lettori combattenti. Per stare al mondo senza ammalarsi di noia e di ingordigia, ci vuole uno slancio disumano, ci dobbiamo convincere che siamo terracarne. In ciò che scrivo l’indagine su me stesso è intrecciata all’osservazione di un lampione, di una macchina parcheggiata, di una vecchia che cammina per strada. I deliri della mente e quelli delle betoniere, tutto per me è oggetto della paesologia. C’è bisogno di includere, intrecciare. Viviamo in un’epoca irrimediabilmente mescolata, a cui è inutile portare il broncio. La realtà, a dispetto di ogni oltraggio, rimane colossale e merita di essere raccontata.

    Franco Arminio da LA REPUBBLICA

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