Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La politica tra disillusione e cambiamento

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cropped-Pablo-Zulueta-Zahr1.jpegdi Italo Testa

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2014.

L’intervento, tenuto in occasione del ciclo di incontri Vite che cambiano, Parma, Cinema Astra, 3 marzo 2014, sviluppa motivi del saggio “Dissenso e legittimità democratica”, pubblicato su «Il ponte», n. 11-12, 2013, e nel volume Tolleranza e riconoscimento, a cura di Paolo Costa, EDB, 2014]

  1. Stendhal e l’abitudine della diffidenza.

Nel settimo capitolo della Certosa di Parma Fabrizio Del Dongo, il giovane protagonista del romanzo di Stendhal, viene ricevuto, grazie alla sollecita intercessione della zia, La Duchessa Sanseverina, da Ernesto IV, sovrano assoluto del Principato di Parma. Durante l’udienza il principe si diverte a mettere alla prova Fabrizio, cercando di portare il discorso su di un terreno scivoloso che finisca per farlo inciampare in qualche opinione giacobina, ma non ottiene che risposte irreprensibili e quanto mai pieni di riguardo. Verso la fine del colloquio, che verte sui principi della politica assolutista, Fabrizio, più realista del Re, pronuncia le seguenti parole: “Le parole libertà, giustizia, benessere della massa, sono infami e delittuose: esse dànno alle menti l’abitudine della discussione e della diffidenza. Una camera dei deputati diffida di ciò che quelli chiamano ministero. Una volta contratta questa fatale abitudine della diffidenza l’uomo nella sua debolezza comincia ad applicarla a tutto, arriva a diffidare della Bibbia, degli ordini della Chiesa, della tradizione e così via; da quel momento è perduto. Quand’anche questa diffidenza verso l’autorità dei principi stabiliti da Dio desse all’uomo la felicità durante i venti o trenta anni di vita cui ciascuno di noi può pretendere – e il dire ciò, come è falsissimo, altrettanto è criminale – che cosa rappresenta un mezzo secolo ed anche un intero secolo paragonato ad una eternità di supplizi? – E seguitò su quel tono”i.

Le parole di Fabrizio sono forse, ex negativo, la migliore introduzione possibile ai principi e alle pratiche della politica democratica, che egli oppone a quella assolutista, basata sulla cieca obbedienza e la fiducia assoluta. La sottile intelligenza di Stendhal riesce così a rappresentare plasticamente in poche battute un aspetto della politica democratica che tutt’ora fatichiamo a cogliere nella sua pregnanza. La politica democratica non è semplicemente caratterizzata e legittimata da principi normativi – libertà, giustizia, benessere delle masse – ma è invece una forma di vita in cui tali principi sono sostanziati dall’”abitudine alla discussione e alla diffidenza”. Un insieme di pratiche e abitudini improntate non solo alla libera discussione tra eguali ma insieme alla critica, e ai sentimenti negativi – la diffidenza – che ad essa si accompagnano, costituisce l’elemento centrale della democrazia come forma di vita e di soggettivazione: l’abitudine alla discussione critica e alla diffidenza è l’habitus dell’uomo democratico.

Muovendo dallo spunto che Stendhal ci offre, vorrei dunque venire ad una questione oggi molto dibattuta, ma a mio avviso profondamente fraintesa, e che ha direttamente a che fare con la polarizzazione della politica democratica tra disillusione e cambiamento.

Gli atteggiamenti di scarsa identificazione, sfiducia, disillusione, aperta diffidenza, se non attivo dissenso verso il potere politico democratico-rappresentativo, da molti commentatori riscontrati nella situazione contemporanea, e in particolare nei fenomeni della cosiddetta “antipolitica” o del “populismo”, sono sintomi di una patologia della vita politica, di una crisi di legittimità, e in particolare di una crisi della democrazia? Dobbiamo veramente dare per scontato questo modello interpretativo, oggi dominante tra molti commentatori politici, e anche tra molti esponenti del mondo politico istituzionale? Oppure è possibile un diverso approccio al problema?

E quale rapporto sussiste tra la disillusione che tali fenomeni sembrano esprimere nei confronti della politica, e le attese di cambiamento delle persone? Dobbiamo pensare i fenomeni di disillusione come una sorta di blocco, una patologia da superare in vista della possibilità di un cambiamento politico, che richiederebbe invece un nuovo atteggiamento costruttivo di fiducia?

  1. Legalità e legittimità

Per affrontare tale questione, devo dapprima soffermarmi sulla nozione di legittimità del potere. La “legittimità” viene di solito, nella teoria politica, distinta dalla “legalità”. Con legalità del potere s’intende generalmente la conformità alla legge positiva: il fatto cioè che il potere sia esercitato o meno in conformità con la legge stabilita. La legalità è quindi una qualità relativa all’esercizio del potere: legale è un potere non arbitrario, vale a dire il cui esercizio non è frutto dell’arbitrio ma è conforme a certi dettami di legge già in vigore[2].

Ora va notato che sia i cittadini delle comunità politiche contemporanee, sia gli scienziati della politica che studiano empiricamente tali fenomeni, sia i teorici e i filosofi della politica che li analizzano concettualmente tendono a distinguere la legalità della legittimità[3]. Un potere può essere esercitato legalmente e tuttavia esser giudicato come avente più o meno legittimità. La legittimità, come tale, non riguarda tanto l’esercizio del potere, quanto piuttosto la sua titolarità: se chi esercita il potere abbia o meno i titoli per farlo. La nozione di legittimità rimanda così, anche nel suo uso comune, alla questione dell’accettazione, ma anche della ragionevolezza, della validità e della giustificazione del potere.

Si pensi ad esempio alla vicenda che ha portato il presidente Napolitano a conferire a Mario Monti l’incarico di governo. Napolitano ha agito nella prerogativa delle sue funzioni, conformemente a quanto la legge gli permetteva di fare. Nondimeno ci si può chiedere, e ci si è chiesto, se la sua azione, sebbene legale, sia stata politicamente legittima: è fino in fondo legittimo che eserciti le sue prerogative sino a porsi al di sopra della legittimità elettorale del governo in carica? Non è in qualche modo una violazione del principio sostanziale della sovranità popolare? Se non addirittura, del diritto di non ingerenza e autodeterminazione di un popolo, qualora risultasse che le sue azioni, sebbene legali, siano state suggerite al telefono da un qualche capo di governo straniero? E si noti che il fatto che i casi più frequenti di distinzione critica tra legalità e legittimità negli ultimi anni siano stati sollevati per lo più nello spazio pubblico dall’azione politica del centrodestra, e che nello stesso periodo la sinistra italiana abbia spesso agito come un partito legalitario, è un fenomeno relativo e contingente: fino a qualche decennio fa, era piuttosto la sinistra la parte la cui azione politica s’appellava alla distinzione tra legalità e legittimità democratica nel senso di una critica delle istituzioni esistenti e del loro carattere ideologico, e in vista di una forma più ampia di legittimità o di una democrazia compiuta. Ma per altro verso, lo strappo costituito dalla vicenda che ha portato il presidente Napolitano ad accettare di ricandidarsi, nonostante quanto egli aveva precedentemente dichiarato circa la propria volontà personale di non farlo, e circa i pericoli che una tale decisione irrituale – legalitaria ma di dubbia legittimità democratica – avrebbe potuto comportare per le istituzioni repubblicane, ha riaperto i giochi e invertito di nuovo le parti. Così le vicende che hanno portato alla formazione del governo Letta, la cui maggioranza nasceva da un connubio per cui senz’altro la più parte degli elettori sia di centro sinistra sia di centro-destra non aveva dato mandato ai propri rappresentanti politici, ha fatto tornare di attualità la questione della legittimità anche tra molti esponenti della sinistra, che hanno visto in tale operazione non solo un tradimento delle loro attese, ma anche un atto di dubbia legittimità politica. Sino ad arrivare all’altro ieri, con la manovra di palazzo che ha portato, al di fuori di qualsiasi riscontro parlamentare, alla sostituzione di Letta con Renzi. Operazione che non configura palesi violazioni della legalità ma rispetto alla quale questa volta il dubbio che essa abbia comportato uno strappo sostanziale rispetto alla legittimità politico-democratica ha toccato, in forme più o meno colorite, sia una parte del centro-destra – Forza Italia e Fratelli d’Italia – sia la parte più critica della sinistra – alcuni esponenti Pd, Sel, la sinistra extraparlamentare – sia un movimento trasversale quale il Movimento 5 Stelle, così come peraltro diversi commentatori politici di parte moderata.

Per non rifarci esclusivamente a esempi di politica domestica, si pensi alle recenti vicende che riguardano la Troika, la trimurti formata da commissione europea, BCE, FMI, che s’incarica di prescrivere programmi di austerità ai paesi in crisi, e quindi di vigilare sulla loro osservanza, magari intervenendo direttamente a gamba tesa sulla vita politica dei paesi coinvolti. Non solo la della Troika è stata più volte aspramente contestata da manifestazioni di piazza nei paesi più duramente colpiti, quali la Grecia; ma a Gennaio la conferenza parlamentare europea – che riunisce esponenti del parlamento europeo e dei parlamenti nazionali – ha posto all’ordine del giorno la questione della legittimità democratica dell’azione della Troika, avanzando la richiesta di “maggiore legittimità democratica delle sue decisioni”, sulla base dell’assunto implicito che l’attività della Troika sia decisa da un vertice ristretto tecnocratico, e trovi scarsa legittimazione nelle attività dei parlamenti nazionali ed europei; per arrivare al rapporto approvato a larghissima maggioranza della commissione lavoro e affari sociali del parlamento europeo del 13 febbraio, in cui il relatore accusa la Troika di non avere tout court legittimità democratica, e addirittura di essere illegale, in quanto la sua azione comporterebbe la violazione dei principi di diversi trattati europei.

Un modo comune di guardare alla legittimità del potere consiste nel far riferimento al grado di accettazione che esso ottiene nella popolazione. Un potere in grado di ottenere legittimità sarà capace di ottenere consenso in una frazione rilevante della popolazione, in modo da assicurare l’obbedienza senza che sia necessario, salvo casi eccezionali, ricorrere all’uso della forza[4]. Si osservi che l’accettazione, il consenso qui in gioco è una certa forma di riconoscimento[5]. La questione della legittimità, se descritta dal punto di vista del potere, è quella di farsi riconoscere come legittimo. Si noti però che le forme attraverso le quali tale riconoscimento può essere prestato variano significativamente. Il riconoscimento in gioco può essere espresso tramite diverse modalità cognitive e d’azione: comportamenti, sentimenti, credenze, preferenze, valori. Inoltre, il tipo di riconoscimento espresso può conoscere diversi gradi di attività: l’accettazione così espressa può essere meramente passiva (una forma di acquiescenza), può essere caratterizzata negativamente dall’assenza di opposizione, oppure qualificarsi positivamente come fiducia e identificazione, se non come partecipazione attiva. Vi possono essere poi anche diverse gradazioni della libertà e della razionalità di tale riconoscimento: il potere può essere accettato più o meno liberamente (ai due estremi: come esito di costrizione o manipolazione ideologica, oppure come atto libero di individui autonomi non sottoposti ad interferenze); e tale riconoscimento, libero o meno, può avvenire come acquiescenza ad una tradizione, per identificazione emotiva, sulla base di ragioni, eventualmente sulla base di ragioni valide.

La legittimità, dunque, è una qualità dinamica. Essa non è una questione tutto o niente – una qualità che si può avere o non avere – ma può conoscere diversi gradi (tanto è vero che in alcuni casi, si chiede una “maggiore legittimazione democratica” di una qualche organismo o istituzione). Inoltre, la legittimità può riguardare diversi ambiti – la comunità politica nazionale, il suo regime politico, il governo, la magistratura, l’amministrazione, ma anche la comunità politica sovranazionale, come nel caso dell’Unione Europea e dei suoi organi, sino alle organizzazioni internazionali, come nel caso dell’ONU – e interessare varie forme storicamente differenziate.

2.1 Legittimità democratica. Nell’orizzonte contemporaneo la democrazia come forma e metodo di governo è senz’altro il luogo fondamentale in cui si pone il problema della legittimazione del potere politico. Questo sia di fatto – perché è per lo più all’interno del discorso pubblico delle democrazie che i cittadini si pongono problemi di legittimità e distinguono quest’ultima dalla mera legalità – sia per questioni di diritto – perché è alla democrazia come forma di governo che fanno per lo più riferimento gli studiosi che si pongono il problema della legittimazione del potere politico. E in tal senso il modello di riferimento – sia in positivo, da parte di chi lo difende, sia in negativo da parte di chi vuole modificarlo – è quello della democrazia rappresentativa: vale a dire una forma di governo che combina diversamente, a seconda delle architetture costituzionali, principio della sovranità popolare e principio della rappresentanza, prevedendo che l’esercizio della sovranità da parte del popolo sia mediato, in tutto o in parte, dalla rappresentanza politica di un corpo di cittadini eletti.

Si noti peraltro che l’idea che la democrazia sia il luogo fondamentale in cui si pone il problema della legittimazione del potere politico non è minata dal fatto che le istituzioni democratiche, e una vita democratica pubblica che possa essere chiamata tale, siano impiantate ancora oggi quasi esclusivamente al livello nazionale, la cui autonomia decisionale è peraltro vieppiù limitata de facto da processi di interdipendenza transnazionale di tipo economico e finanziario. Ad esempio è stato in passato spesso sollevato il problema che non esisterebbe un demos europeo, e quindi una vera e propria vita e opinione democratica transnazionale capace di legittimare una costituzione europea. Oppure si sostiene che le istituzioni democratiche a livello transnazionale sarebbero ancora estremamente esigue e deboli – nel caso dell’Unione Europea il parlamento Europeo democraticamente eletto avrebbe scarsa, se non nulla forza di legittimazione e di influenza rispetto al potere de facto esecutivo di organismi quali la commissione europea, le conferenze intergovernative, la Troika, i quali peraltro eserciterebbero un’azione politica che verrebbe sotto molti aspetti ad influenzare la vita democratica a livello nazionale. Ma in tutti i casi citati è sempre nell’ottica della democrazia, estesa in senso sovranazionale, che viene sollevato sia il problema dell’esistenza o meno di un demos che sia fonte di legittimità politico costituzionale, sia il problema problema della legittimità politica delle istituzioni europee vigenti. Mentre le istituzioni democratiche nazionali sembrano indebolirsi, d’altro lato si può osservare un’estensione sovranazionale dell’idea di democrazia come luogo di legittimazione. Assistiamo dunque oggi a una restrizione degli spazi democratici istituzionali e insieme a un’estensione della democrazia come ethos?

2.2 Consenso e legittimità democratica. Anche nella democrazia, secondo il modello corrente, la questione della legittimazione politica sembra così far capo fondamentalmente al problema del consenso: vale a dire alla questione di come la forma democratica possa ottenere, mantenere, organizzare il riconoscimento delle sue istituzioni da parte dei cittadini. E si noti che in questo modello la questione della legittimazione è descritta dal punto di vista del potere che deve ottenerla piuttosto che nella prospettiva di coloro che devono concederlo o meno.

Si deve notare che la centralità, per la legittimazione, della questione del riconoscimento come consenso, non è una caratteristica tra le altre della vita politica delle democrazie contemporanee. Tanto che alcuni autori, come Jacques Rancière, descrivono le nostre democrazie rappresentative come «democrazie del consenso», in cui tutta l’attività politica sarebbe guidata dal problema di orientare il consenso dei cittadini[6]. Si pensi alla democrazia dei sondaggi, che fa dipendere direttamente le decisioni politiche dalla registrazione delle preferenze irriflesse di breve periodo dell’opinione pubblica. Ma si pensi anche all’interpretazione plebiscitaria della regola di maggioranza che si è fatta strada in certi momenti anche recenti in Italia – the winner takes it all: chi vince le elezioni prende tutto e si sente pertanto legittimato politicamente dalla sovranità popolare a porsi al di sopra di tutte le tutte le altre istituzioni.

3. Il luogo del dissenso.

Nella prospettiva della legittimazione politica il dissenso sembra così essere trattato o come fenomeno residuale (ciò che resta come residuo di conflitto dopo che sono intervenute le tecniche democratiche di neutralizzazione del dissenso) oppure, in una visione più dinamica, quale elemento patologico: vale a dire, come una forma di sofferenza sociale, che è sintomo di un problema di legittimazione. In quest’ottica il dissenso viene tendenzialmente inquadrato come una questione di crisi di legittimazione. E poiché la democrazia è il luogo fondamentale della legittimazione politica nel mondo contemporaneo, sia a livello nazionale sia transnazionale, la questione del dissenso viene facilmente a intersecarsi, se non a essere identificata, con quella della crisi della democrazia: della crisi delle democrazie nazionali (del loro indebolimento), oppure della crisi del progetto democratico dell’Unione Europea (della sua mancata realizzazione). E’ questa una tendenza che ha forti radici non solo nella teoria politica ma anche nel discorso pubblico odierno. Il dissenso è spesso inquadrato come un fenomeno disfunzionale: fattore d’instabilità che mina la coesione sociale; sintomo di una sofferenza sociale se non della crisi di legittimità cui andrebbero incontro le nostre istituzioni democratiche. Ma è questa l’unica alternativa? Oppure è possibile guardare al dissenso in un’altra prospettiva, rovesciando per così dire il quadro?

3.1 Fenomenologia del dissenso. Il primo passo mi sembra consista nel rendersi conto che anche il dissenso, così come il consenso, è un fenomeno dinamico e differenziato, che conosce diverse forme, ambiti e gradi – non è mai totale, come del resto il consenso, ma più o meno esteso. Esso può riguardare credenze, preferenze, interessi, valori, ed essere più o meno esteso a seconda di questi ambiti (sulle credenze tendiamo a dividerci meno di quando non ci dividiamo sui valori). Se per dissenso intendiamo ogni forma di disaccordo politico, allora esso potrà riguardare principi fondamentali oppure casi particolari. Nei fenomeni politici esso potrà poi manifestarsi in differenti comportamenti e sentimenti che sono basati su un qualche dissenso più o meno profondo: indifferenza, apatia, disaffezione, diffidenza, critica, opposizione attiva, ribellione aperta, violenza, rifiuto totale del sistema.

3.2 Funzioni del dissenso. Proprio la fenomenologia dei sentimenti politici interpretabili come manifestazioni di dissenso può orientarci rispetto alla questione che ho posto all’inizio. Siamo veramente sicuri che, nonostante le retoriche ireniste e consensualiste di cui è intessuto il discorso pubblico, tali passioni siano soltanto disfunzionali? Non potrebbero tali passioni, soprattutto laddove siano inserite entro la cornice della politica democratica, essere in qualche modo funzionali a quest’ultima?

In primo luogo, si potrebbe pensare a una funzione epistemica del dissenso così espresso. Esso potrebbe contribuire ad allargare la conoscenza sociale, nella misura in cui farebbe emergere credenze, preferenze, valori altrimenti sottaciuti, inespressi, se non repressi, in tal modo incrementando la circolazione delle idee e implementando la messa alla prova di valori e concezioni comunemente accettate. Ma a esser in gioco non è solo una questione epistemica di libera circolazione delle idee e selezione di quelle migliori attraverso la messa alla prova con punti di vista contrastanti. In gioco potrebbe essere anche una questione intimamente politica, relativa ai processi di autocorrezione del potere. Infatti, la possibilità dell’espressione del dissenso sembra essere una delle condizioni che permettono di smascherare le forme illegali e/o a qualche titolo illegittime del suo esercizio. Da questo punto di vista, se la legittimità non è una questione tutto o niente, ma piuttosto conosce una serie di gradazioni, l’espressione del dissenso potrebbe essere non solo sintomo di crisi di legittimità, ma anche funzione del suo incremento.

Vorrei però affrontare la questione del dissenso non solo, e non tanto, in un’ottica funzionalista. Non si tratta solo di capire se il dissenso possa essere funzionale rispetto alle pratiche e ai principi di legittimazione. Si tratta invece di capire se non sia esso stesso una pratica e un principio della legittimazione politica. Il problema che vorrei affrontare nel seguito è se il dissenso, una volta che ci troviamo in un quadro democratico, non debba in ultima analisi essere pensato come un principio costitutivo della legittimità politica di questa forma di governo. La democrazia non dovrebbe essere dopotutto quella forma di potere pubblico la cui legittimità implica costitutivamente la possibilità per i cittadini di esprimere pubblicamente dissenso nei suoi confronti?

3.3 Democrazia e istituzionalizzazione del dissenso. La democrazia contemporanea, infatti, è la forma di governo in cui il dissenso non solo fa sempre meno paura, viene sempre meno sanzionato, diventa facilmente esprimibile, per diventare infine un diritto e rivelarsi quindi fonte di legittimazione laddove il potere si trasforma in potere essenzialmente autocorrettivo.

In tal senso si può ricostruire l’idea e la storia della democrazia come di quella forma di governo che, a ondate successive, istituzionalizza il dissenso legittimo, configurando degli spazi istituzionali ma anche informali per la sua espressione. E’ così possibile rileggere i processi insieme storici e normativi attraverso i quali l’idea della democrazia si è implementata storicamente e trasformata attraverso la sua ricombinazione, di volta in volta, con i diritti individuali liberali, con il principio di rappresentanza, con i diritti civili, con i diritti sociali, con i diritti comunitari e il pluralismo multiculturale di valori, etnie gender etc.

Rileggendo in chiave di dissenso legittimo le analisi storiche che in La contre-démocratie Pierre Rosanvallon ha dedicato al rapporto tra sfiducia e democrazia[7], è possibile ricostruire quali forme di istituzionalizzazione del dissenso legittimo sia l’ondata del riconoscimento dei diritti civili – libertà di pensiero, di parola e di stampa come libertà di non conformità della coscienza individuale e di manifestazione pubblica del suo eventuale dissenso rispetto al potere pubblico – sia la combinazione tra suffragio elettorale e competizione elettorale tipica delle democrazie rappresentative – poiché l’accettazione della regola della maggioranza implica il riconoscimento della legittimità del dissenso tra coloro che risultino vincenti e perdenti nell’elezione. Ma in questa prospettiva possono essere inquadrati anche diversi aspetti della successiva ondata di diritti sociali – con il riconoscimento di diritti di blocco o impedimento a certi gruppi sociali (come nel caso dei diritti di sciopero dei lavoratori salariati), a minoranze o a individui (si pensi al caso emblematico dell’obiezione di coscienza al servizio militare o anche a certe prestazioni sanitarie). In quest’ottica si lasciano inquadrare anche la depenalizzazione di certe forme di disobbedienza civile; la facilitazione dell’accesso alla sfera pubblica a individui e gruppi non allineati o minoritari – come nel caso delle minoranze religiose, ma anche etniche, sessuali, di gender; la moltiplicazione nella società contemporanea di pratiche civiche finalizzate alla vigilanza, alla denuncia, al controllo della trasparenza, alla valutazione delle condotte del potere pubblico.

4. Sentimenti reattivi e vita democratica

In questa chiave è possibile proporre una lettura che guardi in un’ottica diversa a quell’insieme di sentimenti, passioni e atteggiamenti reattivi spesso collegati ai fenomeni di disillusione – apatia, disaffezione, diffidenza verso il potere, critica, opposizione attiva, ribellione aperta – la cui manifestazione, nella vita politica delle democrazie contemporanee, viene normalmente inquadrata per lo più come fenomeno di crisi della legittimazione democratica, se non della democrazia stessa come forma e metodo di governo.

In primo luogo, tale lettura patologica è in gran parte l’effetto di una concezione della legittimità che, descrivendo quest’ultimo dal punto di vista del potere che deve ottenerlo piuttosto che nella prospettiva dei cittadini che possono prestarlo o meno, privilegia unilateralmente il momento del consenso – del riconoscimento positivo quale consenso – quale base fattuale e/o principio normativo della legittimazione democratica.

Se però realizziamo che il consenso è, se non la pratica e il principio par excellence, perlomeno una delle pratiche e dei principi costitutivi della legittimità democratica, allora il quadro diagnostico sembra destinato a cambiare. Infatti, diversi dei sentimenti politici reattivi messi a tema sono strutturalmente connessi alla manifestazione più o meno attiva di forme di dissenso. E se è vero che la democrazia contemporanea ha istituzionalizzato forme del dissenso legittimo, allora è anche vero che in un certo senso tale istituzionalizzazione fa riferimento a una serie di pratiche e di disposizioni attraverso cui si manifestano, si regimentano e si traducono in legittimazione democratica alcuni di tali sentimenti reattivi da parte dei cittadini nei confronti del potere politico.

Detto in altri termini, sono i sentimenti di distanza, diffidenza, sfiducia, e talvolta di opposizione critica e ostilità verso le forme del potere e il loro esercizio, ad alimentare, almeno in parte, le virtù democratiche, l’ethos della democrazia. Per tornare all’intuizione di Stendhal, i principi della democrazia sono strettamente connessi alle abitudini e alle pratiche della diffidenza. L’insieme delle pratiche e delle istituzioni democratiche, insomma, rende vieppiù parte costitutiva della legittimità di questa forma di governo l’atteggiamento critico verso il potere, e quindi la necessità di istituzioni specificamente volte a esercitare un controllo metodico, diffidente, regolato del suo esercizio. La tolleranza per il dissenso legittimo, in tal senso, viene a trasformarsi in riconoscimento della legittimità della critica del potere – nelle sue forme comunitarie, istituzionali, governamentali, sovranazionali etc. – e in una conseguente moltiplicazione delle istituzioni volte a esercitare questa critica diffidente, se non a volte ostile. Ed è in questo modo che la tolleranza per il dissenso legittimo può trasformarsi essa stessa in fattore centrale della legittimità, nella misura in cui quest’ultima viene compresa non più nella prospettiva del potere che è in grado di ottenere consenso, bensì dal punto di vista di coloro che possono legittimamente dissentire rispetto ad esso: la legittimità del potere democratico consisterebbe dunque nel suo poter essere (vieppiù) contestato. Il potere democratico viene sempre più a configurarsi come quella forma di potere che, essendo oggetto di legittimo dissenso, diviene autocritico, che mette in mora se sesso, che può prendere le distanze da sé, alimentando la diffidenza occhiuta verso il suo esercizio, e implementando istituzioni che funzionano come veri e propri contropoteri democratici: istituzioni che capitalizzano la sfiducia, e in un certo qual modo trasformano sentimenti reattivi in fonti di legittimità e autocorrezione del potere.

4.1 Populismo e antipolitica. Siamo davvero sicuri, per tornare alla domanda da cui eravamo partiti, che debbano essere considerati come aspetti patologici e disfunzionali della vita democratica diversi fenomeni oggi osservabili quali: una certa apatia e disincanto verso la procedura elettorale; la sfiducia e l’indignazione verso la casta dei politici di professione; la diffidenza verso la rappresentanza e la sua funzione di delega; la sfiducia verso l’organizzazione del consenso tramite i partiti politici; l’ostilità diffusa in buona parte della popolazione, a livello individuale o organizzato, nei confronti delle istituzioni monetarie, economiche e politiche dell’Unione Europea; l’appello alla moltiplicazione di forme di partecipazione democratica diretta, locale, magari elettronica; e ancora, il rifiuto dei mass-media tradizionali e del modo in cui essi pre-formattano l’agenda pubblica, definendo in modo tutt’altro che neutro il tipo di questioni che possono esser sollevate e l’ordine della loro priorità?

Molte delle diagnosi oggi correnti tendono a inquadrare tali fenomeni come oscillazioni patologiche tra gli estremi convergenti dell’antipolitica e del populismo democratico e/o plebiscitario. Non si tratta qui di negare che vi sia anche qualcosa del genere. Tuttavia, la mia impressione è che le diagnosi che così liquidano gli aspetti forse più consistenti della vita politica contemporanea soffrano di un effetto di distorsione. Tali diagnosi tendono a leggere in termini di antipolitica populista tutto ciò che fuoriesce dal canone consensualista della democrazia rappresentativa: un canone stabilito nella prospettiva di una concezione della legittimità politica basata unicamente sull’idea di consenso. In quest’ottica si è inevitabilmente condotti a pensare come fenomeni di disillusione e di declino della legittimità democratica processi che per altri versi possono essere letti come crisi trasformative, in cui cioè è in gioco l’organizzazione nella forma del dissenso di sentimenti reattivi, e quindi la trasformazione, se non la moltiplicazione di processi di legittimità democratica. Non sono oggi forse proprio i fenomeni di disillusione a mettere in gioco, in forme più o meno radicali, la questione del cambiamento politico?

4.2 Moltiplicazione della legittimità. Per fare un esempio, la sfiducia diffusa verso la politica elettorale – e dunque verso la procedura elettorale quale meccanismo di espressione della sovranità popolare – non è di per sé segno del declino della legittimità democratica. Ma è piuttosto segno della consapevolezza diffusa che la legittimità democratica non coincide con la legittimità elettorale – che è solo uno degli aspetti della legittimità democratica – e quindi con l’esercizio della sovranità democratica che attraverso tale metodo si esprimerebbe. E’ un aspetto caratteristico del nostro tempo il fatto che siamo emerse e siano state anche istituzionalizzate forme di legittimità diverse da quella elettorale. Forme basate, secondo la caratterizzazione che ne ha dato Rosanvallon in Légitimité démocratique[8], sulle idee di imparzialità, riflessività, prossimità. Vi è un insieme di pratiche informali, ma anche di istituzioni già vigenti, che sono diventate parti costitutive della legittimità democratica, ma che a loro volta sono difficilmente inquadrabili nei termini della sovranità democratica. Si pensi alla legittimità democratica non elettiva di istituzioni come le autorities, che sottopongono a un vaglio di imparzialità ambiti della vita economica e sociali, o di associazioni dei consumatori e dei cittadini; si pensi, per altri versi, al peso crescente che corti costituzionali, non elette dal popolo sovrano, giocano nel riesame riflessivo delle decisioni del potere politico. Si pensi poi al peso che la questione morale ha giocato negli ultimi decenni per quanto riguarda la messa alla prova dell’onorabilità delle condotte dei politici e della loro legittimità; e quindi al ruolo che il potere da un lato dell’opinione pubblica, dall’altro della magistratura inquirente, ha assunto nella messa alla prova della legittimità di comportamenti politici che in alcuni casi si possono qualificare come legali, come conformi a legge – si pensi al caso recente dei rimborsi elettorali nella regione Lazio o in Lombardia – ma nondimeno politicamente illegittimi. Si guardi ancora ai sempre più frequenti casi in cui la legittimità di decisioni del potere politico sovrano viene messa in discussione in nome della legittimità come prossimità locale. In particolare laddove tali decisioni coinvolgano comunità a base territoriale – il caso del movimento No Tav – che come tali mettono in discussione la legittimità da parte del potere centrale di prendere decisioni, per quanto con procedure legalmente corrette, che coinvolgano su aspetti essenziali tali comunità, senza consultarle preliminarmente e senza tener conto del loro parere. Ciò a cui si assiste è assieme un processo di demoltiplicazione della sovranità – che perde centralità come luogo e forma di legittimazione politica – e di differenziazione delle pretese informali e delle forme istituzionalizzate di legittimità (non necessariamente agganciate alla sovranità e al metodo elettorale di espressione della volontà sovrana del popolo). La vita democratica è oggi qualcosa di più ampio e più diffuso della mera politica elettorale.

4.3 La diffidenza verso l’Unione e la nascita di un demos europeo. Per altro verso, la sfiducia diffusa verso la procedura elettorale, la politica dei partiti, e le élites politiche nazionali, è anche segno oggi della consapevolezza che la questione della legittimità democratica non si pone più centralmente in termini domestici, e deve essere posta decisamente in termini sovranazionali, giacché le nuove esigenze di legittimità democratica ancora non trovano riconoscimento in istituzioni internazionali adeguate. La stessa diffusione, ormai transnazionale, di un vasto e differenziato movimento critico nei confronti della conformazione attuale dell’Unione Europea, delle sue politiche fiscali, monetarie e sociali, testimonia con forza la necessità socialmente avvertita di una profondo cambiamento, l’urgenza di organizzare i sentimenti reattivi che accompagnano il dissenso in nuove forme di legittimazione democratico-istituzionale.

L’espressione reiterata e trasversale di queste forme di dissenso sta svolgendo una funzione critica, esercitando pressione nei confronti delle élites politiche nazionali che si sentono minacciate, e pone all’attenzione di una sfera pubblica che travalica i confini nazionali il problema del deficit di legittimità di alcune istituzioni europee, trovando una eco addirittura nel parlamento europeo, con il pronunciamento sulla scarsa legittimità, e in alcuni casi illegalità, dell’azione politico-economica della Troika. A tale funzione critica del dissenso è lecito pensare che si affianchi una funzione epistemica, giacché questo processo diffuso di espressione di sentimenti reattivi, sembra far emergere ex negativo credenze, preferenze e valori comuni, insieme a pratiche sovranazionali del dissenso e della diffidenza verso il potere politico. Per quanto possa sembrar strano, la prima vera immagine condivisa del popolo europeo si sta formando reattivamente, nella rappresentazione, comune ormai non solo ai movimenti cosiddetti populisti, ma anche alla coalizione di Syriza, nonché a molti cittadini moderati non organizzati politicamente, delle popolazioni colpite dalla crisi e schiacciate dalle politiche di austerity – la catastrofe sociale del popolo europeo colpito dalla crisi e macellato dalle politiche della Troika.

E’ così proprio l’emersione di un fronte transnazionale di dissenso organizzato nei confronti delle politiche dell’Unione Europea a rappresentare il primo vero segno dell’esistenza di un demos europeo, per quanto demoltiplicato. Il paradosso più volto sottolineato da giuristi costituzionali, per cui l’Unione Europea sarebbe una costruzione politica la cui sovranità costituzionale non potrebbe impiantarsi, giacché non esisterebbe (o non esisterebbe ancora) un demoseuropeo – in base alla concezione classica per cui il popolo sarebbe la fonte della sovranità – inizia a trovare la sua soluzione proprio nel momento in cui il consenso implicito delle popolazioni nei confronti del progetto federale ed Europeo, dato per scontato per decenni dai ceti politici nazionali e dagli ingegneri istituzionali che li hanno affiancati, viene messo in dubbio. Sin tanto che l’atteggiamento degli europei verso l’Unione è stato prevalentemente improntato a una fiducia acritica, e a un’acquiescenza passiva nei confronti dei politici e dei tecnocrati che hanno elaborato tale progetto, non si poteva parlare di un ethos democratico europeo, il quale invece inizia ad esistere solo ora, nel momento in cui quell’abitudine alla discussione e alla diffidenza di cui parlava Stendhal si diffonde a livello transnazionale e va ad investire le istituzioni europee esistenti. La demoltiplicazione della sovranità democratica, se per un verso comporta l’indebolimento delle istituzioni democratiche nazionali, per altro verso comporta la diffusione transnazionale di un ethos critico democratico, cui non corrispondono ancora istituzioni adeguate, ma che già esplica la sua funzione critica nel portare alla luce il deficit di democrazia degli organismi nazionali e internazionali.

La formazione di un fronte transnazionale del dissenso non solo è oggi dunque l’unico possibile motore di un cambiamento a livello di politiche sociali ed economiche, ma anche la fonte di nuove forme di legittimità democratica.

4.4 Lotte per il riconoscimento e potere istituente. La dinamica della legittimazione politico-democratica è ricostruibile come un processo di lotte per il riconoscimento in cui sono in gioco sia il consenso che il dissenso legittimo, sia la fiducia che la sfiducia. Ma allora è anche chiaro che tale processo è strutturalmente instabile, giacché esso sussiste fintanto che vengano avanzate pretese di riconoscimento non ancora soddisfatte – dunque pretese di riconoscimento che si esprimono in termini di sentimenti e atteggiamenti reattivi (critica, diffidenza, opposizione) nei confronti delle istituzioni vigenti, avvertite come non pienamente legittime in quanto non ancora in grado di soddisfare tali pretese.

E’ cioè un fatto strutturale che la sfiducia e il dissenso democratico non possano essere mai pienamente istituzionalizzati. Da questo dipende in ultima istanza sia il carattere dinamico e trasformativo del dissenso sia il suo potere istituente, la possibilità che esso dia luogo a nuove forme di legittimazione democratica e si incarni in istituzioni corrispondenti. Ma non bisogna nascondersi che, se questo fatto alimenta la vitalità della forma democratica contemporanea, non c’è nessuna ragione di principio per cui esso non possa dar luogo invece a un conflitto incontrollato e violento. Né si può stabilire per principio che tale deriva non possa essere giustificata in alcuni casi.


[1] Stendhal, La certosa di Parma, Einaudi, Torino 1995, p. 127.

[2] Si veda ad esempio in tal senso la voce «legalità» compilata da Norberto Bobbio per il Dizionario della politica, a cura di N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Utet, Torino 2004.

[3] Da questo punto di vista ci si può richiamare alla distinzione tre legittimità e legalità in un senso che si appella alleendoxa del nostro discorso politico ordinario, e che non richiede di per sé alcun riferimento diretto al modo in cui la distinzione è stata tracciata negli anni Trenta da Carl Schmitt in Legalität und Legitimität, Duncker & Humboldt, Leipzig-Münich 1932.

[4] Cfr. in tal senso la voce dedicata alla «legittimità» nel Dizionario della politica, cit.

[5] Si prenda ad esempio la definizione fornita da Dolf Sternberger: «Legitimacy is the foundation of such governmental power as is exercised, both with a consciousness on the government’s part that it has a right to govern, and with some recognition by the governed of that right» (D. Sternberger, Legitimacy, in International Encyclopedia of the Social Sciences(a cura di D.L. Sills), Macmillan, New York 1968, vol. 9, p. 244).

[6] Cfr. ad esempio Jacques Rancière, La mésentente: politique et philosophie, Galilée, Paris 2005, cap. 5 (tr. it. Il disaccordo, Meltemi, Roma 2007).

[7] P. Rosanvallon, La contre-démocratie. La politique à l’age de la défiance, Seuil, Paris 2006 (tr. it. La politica nell’era della sfiducia, Città Aperta, Troina 2009).

[8] P. Rosanvallon, La légitimité démocratique. Impartialité, réflexivité, proximité, Seuil, Paris 2008.

[Immagine: Pablo Zuleta Zahr, Baquedano II (gm)].

 

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