cropped-Mucca-Pink-Floyd1.jpgnella traduzione di Claudio Giunta e Gianluigi Simonetti

A cosa serve la poesia? Tra l’altro, ad accompagnare regali, oggettistica, pegni d’affetto, a guarnire lettere e e-mail soprattutto in momenti topici come nascite, matrimoni, compleanni, morti.
Così (con l’aiuto delle traduzioni già esistenti di Renato Oliva e Camillo Pennati, Einaudi 1969, e di Enrico Testa, Einaudi 2002) abbiamo tradotto quattro poesie che amiamo molto di un poeta che amiamo moltissimo, Philip Larkin. Si possono dedicare ad amici che hanno avuto un figlio (This Be the Verse), o che si sono sposati (The Whitsun Weddings), o che compiono gli anni (Wires), o che stanno per morire (Continuing to Live). Potrebbero esservi grati, o potrebbero mandarvi affanculo; ma non resteranno indifferenti.

[Gianluigi Simonetti ringrazia Sylvia Greenup e Giuliano Tabacco].

Fili

I grandi pascoli hanno recinti elettrici
perché le bestie vecchie stanno buone,
ma i manzi giovani fiutano sempre acqua più pura
da qualche parte altrove. Ciò che sta oltre i fili

li manda a massacrarsi contro i fili,
contro la scossa che gli strappa i muscoli.
I manzi giovani invecchiano da quel giorno
barriere elettriche ai loro sensi immensi.

Wires

The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires

Leads them to blunder up against the wires
Whose muscle-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.

Sia questo il verso

Mamma e papà ti rovinano la vita.
Non vorrebbero, magari, ma lo fanno.
Prima ti riempiono dei difetti che hanno loro,
poi ne inventano altri, per te solo.

Ma loro stessi sono stati rovinati
da imbecilli con cappotti e cappelli fuori moda
che passavano metà del tempo a far moine
e l’altra metà cercando di strozzarsi.

L’infelicità passa di mano in mano.
Sempre più a fondo, come una scogliera.
Tu togliti dai piedi appena puoi,
e non mettere al mondo dei bambini.

This Be The Verse

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself.

Le nozze di Pentecoste

Quella Pentecoste ero partito in ritardo:
soltanto verso
l’una e venti di quel sabato di sole
il mio treno, vuoto per tre quarti, si era mosso,
i finestrini giù, i cuscini caldi, ogni sensazione
di aver fretta spenta. Andammo
costeggiando il retro delle case, traversammo una strada
piena di parabrezza accecanti, annusammo il molo
dei pescatori, poi
il fiume cominciò ad allargarsi,
dove il cielo e il Lincolnshire e l’acqua si ritrovano.

L’intero pomeriggio, nel caldo intenso che sonnecchiava
per miglia all’interno,
facemmo una lenta, singhiozzante curva verso sud.
Corsero via le grandi fattorie, le ombre corte del bestiame,
le scorie chimiche e le schiume nei canali;
brillò solitaria una serra: siepi affondarono
e affiorarono di nuovo; qua e là un odore d’erba
prendeva il posto del tanfo della carrozza ferroviaria,
finché la città dopo, nuova e indifferente,
si annunciava con ettari d’auto rottamate.

All’inizio non notai il rumore
che facevano i matrimoni
a ogni sosta in stazione: il sole uccide
l’interesse per ciò che accade nell’ombra,
e le grida e gli schiamazzi che venivano dalle banchine
pensai fossero i facchini coi loro sacchi della posta.
Avevo continuato a leggere. Una volta partiti, però,
ce le trovammo di fronte, sogghignanti e impomatate, ragazze
che copiavano la moda, con tacchi e veli,
tutte in posa, guardandoci passare,

come, alla fine di qualcosa,
si saluta con la mano
ciò che è sopravvissuto. Colpito, mi affacciai
più svelto, alla stazione dopo, più curioso,
e vidi la stessa cosa in forma differente:
i padri con cinture larghe sotto i vestiti
e fronti rugose; madri chiassose e grasse;
uno zio che urlava oscenità; e poi le permanenti fatte in casa,
i guanti di nylon ed i gioielli finti,
e le tinte limone, malva, ocra che

facevano risaltare le ragazze in mezzo agli altri.
Sì, dai caffè,
dalle sale per banchetti, dai saloni degli alberghi
addobbati a festa, la stagione delle nozze
stava arrivando alla fine. Lungo tutta la linea ferroviaria
giovani coppie salivano a bordo, mentre gli altri restavano in gruppo;
si lanciarono gli ultimi coriandoli e gli ultimi consigli,
e, mentre ci muovevamo, ogni viso sembrava imitare
quello che vedeva andando via: i bambini col broncio
per qualcosa che non capivano; i padri che non avevano mai conosciuto

un successo così grande e farsesco;
le donne che condividevano
il loro segreto come un lieto funerale;
mentre le ragazze, stringendo forte le borse, contemplavano
la ferita consacrata. Finalmente liberi,
e carichi di tutto ciò che esse avevano visto,
ci affrettammo verso Londra, tra fiotti di vapore.
Ora i campi erano terreni edificabili, i pioppi stampavano
lunghe ombre sopra grandi strade, e per
circa cinquanta minuti, che bastarono appena

per sistemare i cappelli e dire
«Tra un po’ morivo….»,
una dozzina di matrimoni prese il largo.
Guardavano il paesaggio, seduti fianco a fianco
– un teatro passò, una torre di raffreddamento,
giocatori di cricket che lanciavano la palla – e nessuno
fece più caso agli altri, che non avrebbe più incontrato,
o a come le loro vite avrebbero tutte contenuto quest’ora.
Pensai a Londra allungata nel sole,
i suoi distretti postali come cubi di frumento:

lì eravamo diretti. E mentre correvamo attraverso
i lucidi nodi dei binari,
sorpassando i vagoni in sosta, muri neri di muffa
ci vennero incontro, ed era quasi finita, questa fragile
coincidenza di viaggio; e ciò che racchiudeva in sé
era ormai pronto per essere perduto, con tutta la forza
che può dare l’essere cambiati. Rallentammo ancora,
e mentre i freni mordevano fu come sentir crescere
la coscienza di un crollo, come uno sciame di frecce
lanciato fuori vista, che da qualche parte diventava pioggia.

The Whitsun Weddings

That Whitsun, I was late getting away:
Not till about
One-twenty on the sunlit Saturday
Did my three-quarters-empty train pull out,
All windows down, all cushions hot, all sense
Of being in a hurry gone. We ran
Behind the backs of houses, crossed a street
Of blinding windscreens, smelt the fish-dock; thence
The river’s level drifting breadth began,
Where sky and Lincolnshire and water meet.

All afternoon, through the tall heat that slept
For miles inland,
A slow and stopping curve southwards we kept.
Wide farms went by, short-shadowed cattle, and
Canals with floatings of industrial froth;
A hothouse flashed uniquely: hedges dipped
And rose: and now and then a smell of grass
Displaced the reek of buttoned carriage-cloth
Until the next town, new and nondescript,
Approached with acres of dismantled cars.

At first, I didn’t notice what a noise
The weddings made
Each station that we stopped at: sun destroys
The interest of what’s happening in the shade,
And down the long cool platforms whoops and skirls
I took for porters larking with the mails,
And went on reading. Once we started, though,
We passed them, grinning and pomaded, girls
In parodies of fashion, heels and veils,
All posed irresolutely, watching us go,

As if out on the end of an event
Waving goodbye
To something that survived it. Struck, I leant
More promptly out next time, more curiously,
And saw it all again in different terms:
The fathers with broad belts under their suits
And seamy foreheads; mothers loud and fat;
An uncle shouting smut; and then the perms,
The nylon gloves and jewellery-substitutes,
The lemons, mauves, and olive-ochres that

Marked off the girls unreally from the rest.
Yes, from cafes
And banquet-halls up yards, and bunting-dressed
Coach-party annexes, the wedding-days
Were coming to an end. All down the line
Fresh couples climbed aboard: the rest stood round;
The last confetti and advice were thrown,
And, as we moved, each face seemed to define
Just what it saw departing: children frowned
At something dull; fathers had never known

Success so huge and wholly farcical;
The women shared
The secret like a happy funeral;
While girls, gripping their handbags tighter, stared
At a religious wounding. Free at last,
And loaded with the sum of all they saw,
We hurried towards London, shuffling gouts of steam.
Now fields were building-plots and poplars cast
Long shadows over major roads, and for
Some fifty minutes, that in time would seem

Just long enough to settle hats and say
I nearly died,
A dozen marriages got under way.
They watched the landscape, sitting side by side
– An Odeon went past, a cooling tower,
And someone running up to bowl – and none
Thought of the others they would never meet
Or how their lives would all contain this hour.
I thought of London spread out in the sun,
Its postal districts packed like squares of wheat:

There we were aimed. And as we raced across
Bright knots of rail
Past standing Pullmans, walls of blackened moss
Came close, and it was nearly done, this frail
Travelling coincidence; and what it held
Stood ready to be loosed with all the power
That being changed can give. We slowed again,
And as the tightened brakes took hold, there swelled
A sense of falling, like an arrow-shower
Sent out of sight, somewhere becoming rain.

Continuare a vivere

Continuare a vivere – cioè ripetere
un’abitudine che serve a procacciarsi il necessario –
vuol dire quasi sempre perdere, o far senza.
…..Dipende.

Questa perdita d’interesse, capelli, e iniziativa
ah, se il gioco fosse poker, sì,
uno potrebbe scartarli, e fare full!
…..Invece è scacchi.

E una volta che hai percorso la lunghezza della tua mente, ciò
su cui hai il controllo è chiaro come una bolla di carico:
nient’altro, per te, devi pensare che
esista.

E qual è il vantaggio? Soltanto che, col tempo,
ci sembra di riconoscere la cieca impronta
dei nostri modi di fare, ne vediamo l’origine.
…..Ma confessare,

nella verde sera in cui comincia la nostra morte,
soltanto ciò che fu, non può bastare,
perché riguarda un solo uomo alla volta,
…..e quell’uomo muore.

Continuing To Live

Continuing to live — that is, repeat
A habit formed to get necessaries —
Is nearly always losing, or going without.
…..It varies.

This loss of interest, hair, and enterprise —
Ah, if the game were poker, yes,
You might discard them, draw a full house!
…..But it’s chess.

And once you have walked the length of your mind, what
You command is clear as a lading-list.
Anything else must not, for you, be thought
…..To exist.

And what’s the profit? Only that, in time,
We half-identify the blind impress
All our behavings bear, may trace it home.
…..But to confess,

On that green evening when our death begins,
Just what it was, is hardly satisfying,
Since it applied only to one man once,
…..And that one dying.

 

 

[Immagine: Pink Floyd, Atom Heart Mother (gs)].

31 thoughts on “A cosa serve la poesia? Quattro poesie di Philip Larkin

  1. Perché non proporre anche qualcosa per i Baci Perugina?
    Sarebbe perfetto, non trovate? La Perugina che faccia proprie le istanze della poesia contemporanea! Patrocinante, mecenate, salvatrice! Lì nelle mani dell’azienda, la poesia potrebbe <> raggiungere i propri scopi, realizzare i propri fini, massimizzare la propria utilità a livelli mai visti, accompagnando regali, oggettistica, pegni d’affetto e -perché no!?- guarnendo, infarcendo lettere e e-mail o nuovi prodotti appena lanciati sul mercato, soprattutto in momenti topici come nascite, matrimoni, compleanni, morti, festività natalizie e pasquali, inaugurazioni, vincite di lotteria… Quanto sarebbe bello aprire un uovo di pasqua e leggere i più saporiti versi e suggestivi!
    Oppure altra idea: emulare Zeichen, avviando una produzione di poesie apposita per i sopradetti momenti topici o le guarnizioni. Quasi quasi avvio una start-up “La poesia con te”, adesso che Lo Specchio chiude…

  2. Grazie a Claudio e Gianluigi per le loro traduzioni. Credo che pero’ la versione di ‘This be the verse’ possa essere migliorata ancora. E’ molto importante la parolaccia: fuck [you] up. Al tempo di Larkin faceva grande effetto e ancora oggi il lettore anglofono rimane un po’ attonito leggendola. ‘Rovinare’ perde questa nuance completamente. Poi la scelta di tradurre ‘Man hands on misery to man’ in un modo impersonale non mi convince. Invece la poesia sta enfatizzando come gli esseri umani tramandano l’infelicita’ di generazione in generazione.

  3. @Jacob

    Grazie per le tue osservazioni. In entrambi i casi ci siamo posti il problema. Nel secondo caso, abbiamo scelto di privilegiare il senso di un passaggio plastico (“Di mano in mano”) rispetto a quello generazionale, che è già chiarito in precedenza. Il primo caso è più spinoso. Mi pare che “fottere” in italiano sia utilizzabile solo in senso sessuale; in senso metaforico, per me, fa un effetto insopportabile di ‘lingua da traduzione’, o ‘da doppiatore’ – per non parlare del fatto che semanticamente è diverso da “to fuck up”. A un certo punto abbiamo pensato a “inculare”, per recuperare il registro volgare: “Mamma e papà ti inculano”. Ma così ci sembrava troppo volgare rispetto a “to fuck up”, e ancora impreciso semanticamente.
    Alla fine abbiamo optato per un verso che mi pare sacrifichi il registro ma salvi il senso. E che è anche – secondo me – un bellissimo verso in italiano. “Mamma e papà ti rovinano la vita”.

  4. “Fottere” però lo usava anche il Leopardi eh, e in senso metaforico. Non capisco perché negli ultimi anni sia passata la vulgata che si tratti di un calco dall’inglese. È però vero che semanticamente è diverso da “to fuck up”.

  5. Fottere viene dal latino… Mamma e papà ti fottono la vita… Tra l’altro, endecasillabo con accenti canonici. Ma non è male neppure ti rovinano – ipermetro – che aggiunge un senso di caduta e disfacimento.

  6. Ciao Jakob. Mmmm, sì, io ero per fottere, Gigi no. E già questo è un dato sorprendente. Ma a parte gli scherzi, poi mi ha convinto, perché il verso così è bello, nella sua calma disillusione (vero è che è un po’ diverso dall’originale), e perché in effetti ‘fuck up’ non è proprio ‘fottere’, ma più ‘crearti un sacco di casini’, mi pare. Ma non so.

    Già che ci siamo, anche “coastal shelf” qualche problema ce l’ha dato (“fiordo” non va bene, non è vero? Anche se a me piacerebbe); e anche l’immagine della “religious wounding”, nelle “Nozze” (però mi pare ben risolta da Gigi). Defloramento? Chi sa parli.

  7. Ti distruggono, i tuoi genitori. / Potrebbero non volerlo, eppure. / Ti modellano sui loro errori / e di altri ti caricano pure. // Ma loro furono distrutti prima / da sciocchi intabarrati coi cappelli, / che meta’ tempo facevano ammuina / e meta’ si tiravano i capelli. // La miseria passa da uomo a uomo. / Progredisce come fa il fondale. / Esci di casa appena hai modo / ed evita tu stesso di figliare.

  8. Se è vero, come è vero, che “Al tempo di Larkin faceva grande effetto e ancora oggi il lettore anglofono rimane un po’ attonito leggendola”, come dice jacob B. riguardo a “fuck up”, secondo me neanche il verbo “fottere” ha la stessa forza, oltre alla differenza semantica. Una possibile soluzione è “sfanculare”, altrettanto potente e dal significato simile. È una scelta però molto legata allo slang, quindi potrebbe non piacere o essere ritenuta non appropriata. A me non dispiace, diciamo, anche se rimarrebbe una soluzione d’emergenza.

  9. E “fregare”? (Scusate l’impudenza di questa invasione di campo. Complimenti, e grazie. E mi è piaciuta molto anche la foto!)

  10. Dall’Urban Dictionary (che però è slang americano di oggi): FUCK UP: “To ruin or spoil, especially through stupidity.
    Did you fuckup the computer?”. Che appunto a me sembra includa l’idea di ‘incasinare’. ‘Fottere’ è forse troppo. ‘Incasinare/rovinare’ è forse poco. Ma insomma dice che i genitori non è che è sempre rose e fiori.

  11. molto bella la versione di Gianluigi e Giunta: complimenti. Mi piace anche quella di Giuseppe Cornacchia, soprattutto per aver cercato di restituire un ritmo e le rime, per quanto possibile: su questo versante, anzi, la preferisco. Ci sono però un paio di passaggi che non mi tornano:

    1) “fare ammuina” in napoletano significa “fare confusione”, e secondo me ci azzecca poco col quasi intraducibile “soppy-stern”, che riunisce due significati opposti (soppy = svenevole; stern = austero, severo). Difficile renderlo, non so se funzioni bene declinarlo per fare la contrapposizione col verso dopo (metà del tempo a farsi moine, metà del tempo a strangolarsi a vicenda)

    2) l’ultima quartina secondo me zoppica qui: “Esci di casa appena hai modo”. Un po’ delicato, metaforico, ha anche un’accezione vagamente positiva che stona, quando Larkin dice proprio che per ogni uomo sarebbe meglio crepare, o sottrarsi ai convegni umani, prima possibile. Poi non mi persuade il ritmo, mentre l’ultimo verso, endecasillabo di sesta e decima, ha un andamento più vivace col quale renderei anche questo. Una cosa tipo “Lévati di torno appena hai modo”, magari con una sillaba in più aggiunta non so come per farlo endecasillabo. Oppure “Vattene fuori appena trovi il modo”. Boh.

  12. E’ che “get out as early as you can” è proprio linguaggio quotidiano, e ‘avere modo’, ‘trovare il modo’ a me suona un’ottava sopra. “Tu affretta, se puoi, tua morte” è già presa?

    Sì, anche su soppy-stern avevamo riflettuto, sulle due anime della parola. Io avevo proposto ‘in smancerie’, che vale ‘moine’ e dice forse solo un pezzo dell’originale. Mah. Comunque non siamo soli, qui c’è una luuunga querelle:

    http://alt.usage.english.narkive.com/VaTwlu9D/soppy-stern

    Comunque state sottovalutando “Le nozze di Pentecoste”, che ci siamo fatti un culo così.

  13. “Le nozze di Pentecoste” è più riuscita (come resa in italiano) perché è meno stretta in un ritmo serrato, rispetto a This Be The Verse. Infatti il tentativo di Cornacchia (a orecchio) mi pare una soluzione interessante, magari con qualche aggiustamento. L’anafora dei tre versi iniziali, c’è modo di riproporla in italiano?

  14. E cosa su questa? A cosa si potrebbe adattare? perchè non un esercizio al contrario? una poesia affissa ovunque e trovarle una diversa collocazione d’occasione

    FINESTRE ALTE

    Quando vedo una coppia di ragazzi

    e penso che lui se la scopa e che lei

    prende la pillola o si mette il diaframma,

    so che questo è il paradiso

    che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –

    legami e gesti messi da parte

    come una mietitrebbia arrugginita,

    e ogni giovane che va giù per lo scivolo

    di una felicità senza fine. Chissà

    se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,

    ha pensato: Quella sarà la vita;

    non più Dio, non più sudore e paura la notte

    per l’inferno e per tutto il resto, non più

    il dovere di nascondere quello che pensi del prete.
    Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo

    come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso

    non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:

    il vetro che assorbe il sole,

    e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra

    nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

  15. Da “facevano ammuina” a “era falsa stima” e da “Esci di casa appena hai modo” a “D’uscir di casa trova presto il modo” si fa qualche progresso? Grazie. Saluti.

  16. Complimenti per queste traduzioni, sono molto belle.

    Mi chiedo solo se ci sia un motivo per cui non è stato mantenuto lo stesso termine per «widest» nel verso di apertura e in quello di chiusura di “Wires”.

    Al contrario di Lorenzo Marchese, non mi piace molto la versione di Cornacchia di “This Be The Verse”. Innanzitutto perché cambia troppo il registro, il tono dato dalle scelte lessicali: «Esci di casa», per fare un esempio, non rende bene il senso di «Get out as early as you can»; ma anche «deepens» non è «progredisce». Infine, «figliare» è proprio brutto.
    E poi, soprattutto, perché nel linguaggio poetico italiano contemporaneo la rima non esiste, credo, se non in modo parodico o ironico. Mi pare evidente che Larkin non sia parodico. Può essere ironico, certo, e allora la rima potrebbe introdurre un effetto di straniamento. Ma non mi convince.
    Comunque magari mi sbaglio: non sono una traduttrice né un’anglista né una studiosa di metri, rime ecc.

    Anche a me piace l’immagine.

  17. @GiuseppeC(ornacchia)

    Sì, “era falsa stima” mi convince di più, qualcosa come “metà del tempo c’era falsa stima/ metà tempo correva falsa stima”; si avvicina al termine originale (come ha notato Claudio, difficile da decifrare anche in inglese). “Di uscire fuori trova svelto il modo”, anche: mi sono permesso di togliere l’immagine dell’andarsene di casa che non riesce a piacermi, perché trovo stia male con la radicale negatività di Larkin in questo passaggio.

    @Claudio

    mi sono concentrato sulle cose più facili da criticare, vedetela così O:-)

  18. Sono entrato nel miniblog di discussione e commenti e trovo (giustamente niente da dire) commenti di traduttori ed addetti ai lavori, mai io volevo solo condividere una mia sulla poesia di Larkin che per ragioni a me sconosciute e misteriose mi inchioda sulle pagine quindi a questo toglierò la spunta “avvertimi via e mail in caso di risposte”

  19. Simone, a me piace così tanto quella poesia lì che l’ho messa per intero alla fine di un’introduzione alle Rime di Dante, anche se non c’entrava un tubo. You good, you friend.

  20. Loro ti inculano… (tuo padre e tua madre…).
    Loro inconsapevoli lo fanno.
    Loro ti colmano di colpe andate
    e aggiungono per te qualche altro danno.

    Ma furono inculati pure loro
    da idioti incappottati e con cappelli
    old-style, che al primo atto smoinavano
    e al secondo si strozzavano.

    La piaga passa da una mano all’altra,
    profonda come piega della costa.
    Tu va’ al largo, appena puoi,
    e non avere figli tuoi.

  21. @Claudia Crocco

    “Mi chiedo solo se ci sia un motivo per cui non è stato mantenuto lo stesso termine per «widest» nel verso di apertura e in quello di chiusura di Wires”.

    Giusta osservazione, forse avremmo dovuto, o dovremmo. Personalmente ho evitato per ragioni ritmiche (I pascoli immensi, gli immensi pascoli: non mi convince) e soprattutto perché volevo riprendere (con qualche ironia) un incipit che apprezzo: “I grandi fiumi sono l’ immagine del tempo,/ crudele e impersonale…”

  22. E’ già finito? Peccato. Comunque la parolaccia larkiniana ha oggi il senso primo di fottere il cervello, traumatizzare, rimbambire (fonte: rimbambiti statunitensi della silicon valley); al tempo suo, invece, mi dicono degli inglesi che significasse propriamente “pervertire” (secondo il cotè della classica famigliola bene inglese con nonno vedovo, eroe di guerra e pedofilo, marito super stressato, impotente e gay latente, moglie vipera ed acidissima con hobby strani, figlia incinta dai tredici anni ai sedici anni e primo figlio eroe di guerra che torna menomato e a carico della società). A confronto, l’inculamento di @Margiotta fa teneramente dagospia. Saluti.

  23. Caro Claudio ( e Gianluigi)
    qualche tempo fa mi ero cimentato anche io con la traduzione di This be the verse (insieme a qualche altra lirica di Larkin). Avevo provato a redere quello che mi pareva un ritmo quasi da filastrocca prendendomi qualche libertà in più con il testo. Questo era stato il risultato, ve lo butto lì, prendetelo con il beneficio di inventario:

    E così sia

    Tua mamma e tuo papà ti hanno fottuto
    Non volevano farlo e l’hanno fatto.
    Ti hanno riempito con tutti i loro errori
    E altri ne hanno aggiunti lì per te.

    Ma furono fottuti a loro volta
    Da coglioni con cappelli vecchio stile
    Che la mattina si davano bacini
    E alla sera si saltavano alla gola.

    L’uomo passa all’uomo la miseria.
    Si scava come il mare la sua costa.
    Tu tiratene fuori appena puoi
    E non mettere al mondo figli tuoi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *