cropped-EXPORT_Unsichtbare-Gegner.jpgdi Gilda Policastro

[Oggi esce Cella (Marsilio), il nuovo romanzo di Gilda Policastro. Ne pubblichiamo tre estratti].

Se avessi accettato di essere brutta, di parere normale. Di perdere i capelli, di non tingere i bianchi. Di avere larghi i fianchi, come le donne di altre età senza le palestre, le creme speciali. Di uscire a testa bassa, occhi mai sfacciati. In una serie di giornate tutte finite con la lancetta mai tarata sulle novità, la cosa imprevista. Se avessi accettato di restare infelice, senza curarmi, le pasticche, le sedute. Elena lo ha visto per le ultime richieste: vuole la casa a Roma, vuole andarsene per sempre. Quando morirò, chissà in quale maniera, lei non sarà con me, e forse sarò sola. Non sono troppo vecchia per altri uomini, è così che la pensa. Ma lo dice per scarico di coscienza, forse. Se fosse libera da me, dal pensiero di me sola, potrebbe trovarsi un ragazzo, sistemarsi. Invece ogni fine settimana me la ritrovo al piazzale dei pullman. Nell’attesa sono frenetica, ho il cuore in tachicardia continua, manca sempre qualcosa, e Toby, in mezzo alle gambe. Poi, dal momento preciso in cui scende i gradini, siamo le estranee di sempre, o le nemiche. T’avevo detto che potevi restare a casa, avevo il passaggio. Le altre madri e le altre figlie si sorridono, noi abbiamo sempre un sospeso dalla volta precedente, dall’ultima telefonata. Che razza di padre. Forse se io e Giovanni riuscissimo a morire presto potrebbe almeno piangerci, oppure dimenticarci, fare una vita libera dalle chiacchiere, seccature. Ceniamo senza guardarci, distanti il padre che non c’è, che non torna da noi, anche se in paese lo vedono tutti, ci racconta Dario, o qualcuno che passa. Vivi come in una prigione, ti sei vista. Anch’io non la trovo bene, ma il dovere di madre non è quello di tacere, di sopportare? Non ci riesco per più di una pietanza, scusa se non sono stata capace nemmeno di togliermi da mezzo, ma lo faccio presto. Non sai nemmeno l’italiano. Lo studio, ho la grammatica sul comodino. Seguo anche il corso d’inglese di una tivù privata. Sto cercando almeno di migliorarmi. Ma per Elena non basta mai, ha gli occhi stanchi. Coi diritti degli anni che sembrano pochi e sono tanti anche per lei, già quasi dieci, senza Giovanni. Metà della sua vita non lo ha più sentito, o quasi. Adesso queste rivendicazioni assurde, vuole tutto, anche a spese di Dario. Avida, egoista, degna figlia di suo padre. Non riesco ad amarla, come la donna di quel romanzo. Non riesco a dirle che le voglio bene, forse non gliene voglio perché è figlia sua, forse non gliene vorrei in ogni caso. Sono arida, sono un mostro, sono anaffettiva. Penso solo al mio aspetto, il mio principale lavoro è registrare i cambiamenti del corpo, la decadenza. Chiedermi come sarà domani, quando non sarò guardata. Nell’isolamento cui mi costringo c’è comunque qualcuno, lo psicologo, il professore, Dario. Ma un giorno nessuno mi troverà attraente e quella sarà la vittoria più piena di Giovanni, cui le donne continueranno a piacere fino all’Alzheimer, continuando a sua volta a piacere come adesso, nei settant’anni. Lo vedono col pastrano, il cappellaccio, il giornale. È un vampiro, un essere abietto, e però piace. Io non ho fatto niente. Elena mi porge i piatti mentre li lavo, non parliamo, non ci guardiamo. Ogni tanto risponde ai messaggi, sei sempre da qualche altra parte, con quel coso in mano. Ora mi fulmina, ora mi urla contro come ogni santa volta. Invece Elena ride, e le cade un piatto in terra, si spacca. Rido pure io senza sapere perché, ridiamo un po’ e poi smettiamo. Dopo è di nuovo silenzio, di dentro, se mai, continuiamo. Dalle risa viene il pianto, era il detto. Coi cocci a terra nemmeno mi taglio, ci giro in tondo con le piante scalze. Viene un tempo in cui diventi insensibile, se non sei invulnerabile. Viene un tempo in cui le lancette sono ferme a quell’unico istante, della perdita. Dopo è tutto un ripetersi di sensazioni inoffensive, se hai superato quella, che tanto durava un attimo. È un clic, avverti che sta succedendo, il respiro si affanna, si strozza come l’acqua nei rubinetti dell’ingorgo, e il tempo non spurga. Quanta infelicità può contenere una casa. Cella.

Bourgeois_Cell

[…]

Ricostruire, procedere. Il che fare era l’aspetto meno pianificabile, pur nell’acquisita convinzione della sua necessità: andare dove, e poi come ridefinire il percorso a ogni avvenimento anche minimo (si è rotto il phon, si è versato il latte). Perché essere di nuovo sola era avanti? Poteva essere avanti proseguire nel sempre uguale. La vita con Giovanni, ma anche la vita di prima, era stata diversa ogni giorno, e però in quella differenza si erano dati quasi sempre degli imprevisti, le disgrazie, un male. Adesso è una vita di ripetizioni, ogni giorno è un miglioramento perché non ci sono incidenti, disastri. Giovanni se n’è andato, mia figlia, l’ospite. Mi sveglio, mi addormento con la consapevolezza che l’unico pensiero sarà la solitudine, come sopportarla, come arrivare a fine giornata. I vecchi, non è così. Mio padre, morto con la faccia da teschio. Il padre di Giovanni che si era rifiutato di consegnarsi alle autorità, ed era finito chissà dove. Uno la pelle non dovrebbe sempre salvarsela? Per i figli, se non altro. La prima moglie, che aveva lasciato quando era diventata cadente. E vecchio sarebbe stato anche lui, fra non molto, o lo era già, ma le donne l’avrebbero mai lasciato in pace. Come il beato dell’edicola al centro della piazza, lo veneravano, e forse di più. Come il papa, o il presentatore di un programma della tivù. Ma non sapevano che Giovanni avrebbe amato solo me, nessun’altra come me comunque. Da quando era tornato le donne non gli erano mancate, stando a quel che si diceva. Era lui che non ci provava il gusto di una volta, forse troppe se n’era prese e adesso aveva voglia di fare altro, si diceva pure questo. Era stato sull’altare e nella polvere, come Napoleone e Maradona. Ora bisognava ripartire, fare cose nuove. Usciva, a quanto pareva, da solo, camminando tra gli sguardi rispettosi e diffidenti di sempre. Dalla casa che avevamo condiviso per dieci anni arrivava fino alla sua clinica, che nel frattempo è diventata una specie di parcheggio per anziani bisognosi: le malattie serie, della gente che può, si curano altrove, lontano. Tra non molto potrebbero formalizzarne il definitivo passaggio a casa di riposo, aveva sentito dire Elena. Forse ci sarebbe finito pure lui, e anch’io, all’ultimo. Le cose vanno così. Il vialetto illuminato dai lampioni, la terrazza ben tenuta di un appartamento in riva al mare: ne aveva sempre decantato le virtù, nelle sue tante visite a strutture fuori zona, in posti più civilizzati, così diceva. «Allora, dottore, come va?», solite frasi, solite cose, tutto uguale a sempre. Una vecchia in disparte, mentre gli altri giocano a rubamazzo. Giovanni avrebbe provato cautamente ad avvicinarsi, ma come si faceva, con gli anziani e coi bambini, non l’aveva mai imparato. Quando era morta sua madre nemmeno la mano era riuscito a darle, o un abbraccio. «Giovanni, dammi un bacio» e lui aveva finto di non sentirla, di non capire, si era voltato. Chissà se oramai se lo ricordava più. Gli occhi della vecchia non si sarebbero alzati su di lui e il Principe avrebbe solo potuto desiderare di tornare indietro, ad essere ’o dottore, per toccarle il volto non ancora franato, esaminare. Giovanni aveva sempre creduto nella bontà delle istituzioni, al di là delle persone e degli sbagli: l’ospedale aveva avuto una sua vera necessità, lì, e solo lì, nel raggio di centinaia di chilometri, si curavano i malati con specialisti da Roma ogni settimana. Ma adesso quel luogo sarebbe diventato lo scarico di coscienza delle famiglie impossibilitate a occuparsi degli anziani, e chissà lui come l’avrebbe presa. Sua madre era morta in casa, dopo una breve agonia. Ma se fosse stata ancora in vita, forse anche lei si sarebbe poi ritrovata a fissare tutto il giorno il pavimento di un posto come quello. Le mani di Giovanni Principe non si sono mai sporcate di sangue, perché i medici portano il camice e i guanti. Sulla pistola che ha esploso dei colpi non ci sono tracce delle sue mani, né di quelle di lei, la donna cui ha chiuso la ferita, e che l’ha incastrato. Quand’era in prigione, chissà se aveva continuato a ficcarsi una mano nei pantaloni, come faceva quando eravamo lontani (o almeno così me la raccontava, e io fingevo di poterci credere, tutto sommato). Agli ospiti della casa di riposo, lo avrebbero consentito? Ma che pensiero stupido: ai vecchi la libido calava, e stava capitando pure a Giovanni di sicuro, non c’era più motivo di odiarlo.

[…]

 La clinica era diventata un crocevia di traffici più o meno dipendenti dal malaffare, minaccia discontinua e distruttiva per la regione che non ha dovuto nemmeno dotarsi di una propria mafia, potendo parassitare quelle degli altri. Cosa rappresentava più, quando ho incontrato Giovanni, una terra di conquista in cui era pedina o parte attiva, lui, se non altro incontrandoci o portandoci le sue donne. E poi a un certo punto (e quando) era diventato il conquistato, se avevano deciso d’incastrarlo approfittando della donna tra le poche pochissime o nessuna che, a quanto pare, avesse coscienziosamente o propriamente curato. Entravi nella clinica e vedevi Giovanni Principe scartare il panino nei corridoi come un qualunque specializzando, portarselo alla bocca divorandolo in un ahm, proprio come le donne, tante che ormai se n’era perso il conto, e dei figli, a quanto dicevano. Si puliva la bocca col dorso della mano, la bocca larga da cannibale e però mansueto, rassicurante. Sui pantaloni metà dell’aranciata, nella concitazione della pausa, il resto a terra. «Dammi uno straccio, Pino» avrebbe detto all’infermiere che lo serviva come un lacchè per conservarsi il posto, con quella concorrenza micidiale. Rimuginavo, cercavo ragioni a comportamenti che erano solo automatismi da vegetali. Giovanni, certo, si era fatto da solo, suo grande merito e ancor più grande vanto, anche se il padre era stato medico pure lui, quando i medici erano tre o quattro in tutta la regione, in paese figurarsi. Quella clinica l’aveva voluta il vecchio, ma era stato il figlio, poi, finiti a tempo di record gli studi, a edificarla: e ora la vedevi tiranneggiare il paesaggio con quelle forme da maggiorata, se si fosse trattato di donne. Gli erano sempre piaciute, non poteva farne a meno. E più lo sapevano quant’era inaffidabile, più lo rincorrevano: era lui, a suo dire, l’assediato, poveraccio. Alcune a un certo punto le lascia, altre se le tiene attaccate come le mosche. Pino lo guarda pensando a tutte quelle che non può avere lui, piccolo, rosso e, siccome non bastava, pure la miopia: si fossero almeno intravisti gli occhi, sciapetti ma verdi. «Spalanca, spalanca la porta, Piinoo» gli sentivi dire nella canicola. Caldo era caldo, ma avevano appena stabilito, magari, ’u pocolino e’ sosta, prima del giro di visite, non era certo il momento dell’accoglienza, le informazioni, e dove si fanno le lastre e dottore, dottore, mi dica se è grave, mio figlio, mio nonno, l’anim’i chi l’è muort’. Era stato in uno di quei pomeriggi che era arrivata, sorreggendosi a una stampella o due, come tante donne incidentate, che cadevano dai primi motorini, nell’Ottanta. Ma avrà avuto un’andatura diversa, lei, più decisa, in spregio alla stampella, e non guardava a terra di sicuro. Nel voltarsi, Giovanni vede che l’accompagna un uomo, e tu senti dire a quest’uomo che gli vuole parlare, e che non deve fare troppe domande, lui, Principe, né allora, né poi. La donna avrà serrato le labbra, lui l’avrà fatta sdraiare e poi subito a radiologia, per raccogliere le immagini, diagnosticare. Nella testa di Giovanni avresti potuto leggere un pensiero di stizza per quell’imprevisto, magari aveva pensato di uscire presto a ingropparsela, l’ultima della serie. Che aveva di questi pensieri, specie la mattina, o il pomeriggio presto. Ma anche la sera, al crepuscolo, a metà della notte. Ce li aveva, insomma, sempre. Li avresti potuti indovinare sul volto tumefatto dall’insonnia o, al contrario, dall’eccesso di sonno (l’effetto di brutale aggressione al territorio scosceso della faccia era il medesimo in entrambi i casi, labbra aperte e riarse dal russare ininterrotto), rimanendogli accanto, al risveglio, invece di scattare a molla per non dover assistere a quei rituali osceni, i mugugni, le imprecazioni, le scorregge, i rutti. Ma lo sapevo io sola come alle volte mi afferrava all’improvviso le cosce sotto le calze, le sfilava facili (autoreggenti sempre, o litigi continui sulla mia simulata pudicizia, che invece quando mi aveva vista la prima volta dal dentista, e giù la tiritera), o le soltanto abbassava, in modo che la mano premesse da sotto il cappotto e poi via via più dentro, in profondità con le dita bagnate.

Appena dopo lo vedevi magari stringere con quelle stesse dita la mano dell’assessore venuto a chiedergli a che punto si fosse poi con quel condono, il collaudo del nuovo reparto oncologico, e cosa dicevano a Roma, oppure al lattaio che ce lo portava fresco ogni mattina, che il Principe distinzioni non ne faceva, e la cordialità della casa aperta non si nega a nessuno. Poi magari tornavamo alle lenzuola scostate coi piedi, il groviglio dei vestiti strappati a morsi sul parquet, la mano protesa verso il comodino per le pillole azzurre o il preservativo dietro la cornice grande con la foto di mammà il giorno della laurea di Giovannino, l’orgoglio di casa. La mamma era lì, avresti detto, a guardare. La foto era stata ritagliata e ingrandita da un gruppo di famiglia, svelando il particolare della robustezza delle spalle: forse il cappotto d’inverno, perché la mamma, diceva Giovanni, era stata in realtà piccola e fragile, perciò fin quando aveva potuto, l’aveva protetta lui. Mi raccontava allora quel suo ricordo impossibile della mamma gravida, lui senza fratelli. E quando mi accarezzava l’addome, placata la furia dell’ingroppo, era forse per cercare una corrispondenza con quell’immagine tutta inventata: sua mamma deforme su un catafalco, con una pancia che lo conteneva tutto. Praticamente morto.

Immagine intercalata: Louise Bourgeois, Cell (Glass spheres and hands)
© Louise Bourgeois, Trust / VAGA, New York, by SIAE 2015
[Immagine di copertina:  VALIE EXPORT, Unsichtbare Gegner – (Spielfilm / future film, 1976) – foto di scena].

25 thoughts on “Cella

  1. Molto bello e molto denso. Una scrittura da franco tiratore: i personaggi compaiono subito spalle a muro; il loro enigma è già risolto e quel che resta da contemplare è la luce bianca della soluzione. Mi piace, però non provoca quella curiosità verso le altre vite o quell’impazzire della bussola morale che cerco nei romanzi. Qui trovo una prosa spietata, che più che dar vita alle cose le silura, come fa la buona poesia. Ma queste sono solo impressioni di superficie; leggerò il romanzo.

  2. Un flusso di coscienza, denso , densissimo, di odio, di rabbia, di rancori. Un labirinto senza uscita, una porta chiusa, un tunnel che ti inghiotte e di cui non riesci a vedere l’uscita. Non so se avrò voglia di leggerlo.

  3. Concordo con Carmela. Mi domando: da dove viene tutta questa immeritata fortuna (nel senso tecnico del termine) e sopravvalutazione? Qualcuno è in grado di spiegarmi?

  4. Questi squarci di rapporti “familiari-meridionali” presentati da un punto di vista femminile convulso e risentito a me, che dal Sud provengo, parlano. E molto. Non capisco perciò i commenti sbrigativi che saltano del tutto il contenuto (Cinzia), tagliano con l’accetta dell’ipersoggettivismo per nulla argomentato (Carmela), divagano (Pozzoni).

  5. Il punto di vista credo sia l’ aspetto più controverso di questa vicenda (non terrona se prende le mosse da Bourgeois, come l’immagine a testo rende esplicito): oggi durante la prima presentazione del libro, a Pordenonelegge, Giulio Mozzi ha dovuto svelare il finale per dissipare l’equivoco misogino. Quanto alla scrittura, mi chiedo (e ho girato la domanda ai pordenonleggenti, proprio a partire dai vostri commenti): ma cosa leggete, se vi spaventa (o tedia) una banale (dovrebbe esserlo da oltre un secolo) focalizzazione interna? Attendo risposte (anche in musica).

  6. @ Policastro

    Vicenda “non terrona”? Boh, di cliniche come quella di cui si parla nel terzo brano ho sentito parlare…E a me piace immaginarmela al Sud.

  7. cara Gilda, a suo tempo lessi il farmaco / woodman….domani leggerò cella/ bourgeois…
    e lascia dir gli stolti…

    sabrina preside a siena dopo 12 chemio

  8. Abate, i gusti sono gusti, non si argomentano

    piuttosto l’incontro Uomini e Donne a Porde è stato registrato? C’è un audio, un video?

  9. Suppongo che la mia opinione valga quanto quella di Ivan Pozzoni. Quindi spendo una riga per dire che quando Gild Policastro mi mandò il romanzo, lo lessi d’un fiato: e del mio corpo mi fido. Ora spero che quest’opera raggiunga le lettrici e i lettori che le spettano.

  10. Grazie @Sabrina, e mi dispiace che tu abbia letto Il farmaco. Non si ha necessariamente voglia di rispecchiamento e di identificazione, quando si legge. Poi fammi sapere di Cella: se credi, puoi scrivere a LPLC per avere la mia mail. ”Una preside” mi ha fatto pensare alla mia, che mi regalò “L’educazione darà i suoi frutti”. Quella di Pozzoni deve essersene dimenticata (”stroncante”, dice lui: a me pare me pare solo che je rode qualcosa, ma ci sta). Ma grazie a tutti della lettura, in ogni caso: mica è un atto dovuto, ci mancherebbe.

    @FF, non so se l’incontro di Pnlegge sia stato registrato, e francamente mi auguro di no. Un ottimo esempio di come parlare di libri è stato invece il dialogo dell’indomani fra Emanuele Trevi e Milo De Angelis: rispettoso e preparato il primo, esatto, intenso e appassionante il secondo. Poeta perché ogni sua parola era misurata, pensata, niente compiacimento o mossettine per accattivarsi il pubblico, che non fiatava. Al mio incontro ridevano delle boutade della presentatrice: Gilda Policastro ha appena detto che la cella di Bourgeois le ha aperto un mondo, non so se avete sentito…insomma, sto andando OT, e però sentivo il bisogno di parteciparvelo. Ma Ciao, viva la Cina (o meglio, la Grecia). GP.

  11. Io, sinceramente, di quello che ha scritto il signor Pozzoni non ho capito nulla. Se ci sono altri interventi, sennò andrei. Grazie.

  12. Boh, Pozzoni, noi siamo uomini di conto: non ho dubbi che Policastro in Marsilio possa fare millecinquecento-duemila copie di vendita ad un prezzo di copertina di 17 euro. Al netto di sconti, premi e ammennicoli vari, ripagheranno almeno l’investimento di filiera. Il discorso interessante sarebbe sul tempo di vita che ha speso lei dietro questo libro: dall’idea alla scrittura ed alla valutazione, dalla presa in carico editoriale fino all’uscita. Immagino si tratti di almeno un anno, tutto compreso. Se prendera’ un euro e mezzo a copia, nel tempo di vita del libro in catalogo, cioe’ due o tre anni, dovrebbe farci duemilacinquecento euro lordi, diciamo duemila netti. Duemila euro netti in tre anni a fronte di un anno pieno di sbattimenti vari, incluso dover commentare qui sopra.

  13. essù, il primo commento è tedio mortale + sopravvalutazione e immeritata fortuna, poi insisti sull’immeritato interesse, tanto che chiudi il discorso per non dargli troppa importanza e a occhio sembri quello che ha inserito più commenti… se non gli volevi dare importanza manco dovevi commentare. L’impressione che dài a chiunque è che ti rode. Non c’entra niente esprimere un’opinione.

    Poi chiedi, a meno che non sia una domanda retorica, se qualcuno ti può spiegare. Ma c’è poco da spiegare. A parte che tutta questa fortuna non si vede, c’è un’autrice che come altri e altre pubblica dei romanzi: a delle persone sono piaciuti.

  14. Gilda, le tue parole uccidono. Sono così franche, sanno ancora di sangue e di vita. Avverto la paura e l’abbandono impotente davanti al tempo, il quale consegna gli uomini alla gloria e le donne all’insicurezza.

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