cropped-napoliunpluggedquattrogiornate7.jpgdi Mario Pezzella

[Una versione a stampa di questo intervento uscirà su «Il Ponte»].

Nelle sue riflessioni sull’armonia perduta di Napoli, La Capria ha scritto del trauma storico prodotto dalla rivoluzione del 1799 e dalla violentissima guerra civile che la seguì. Commenta Silvio Perrella, a tale proposito: “La sua è una sorta di psico-storia, dove si racconta la storia di una città come se fosse quella di una persona e si risale al momento in cui è avvenuto un trauma. La vita della persona-città è continuata , forse si è anche sviluppata, ma…quel trauma non lo ha mai dimenticato”[1]. Del resto, molte delle situazioni descritte e delle considerazioni dell’autore non riguardano solo la sua città: “Raffaele La Capria, raccontando di se stesso e di Napoli, parla di qualcosa che potremmo definire il rapporto tra il nostro inconscio collettivo e la nostra recita pubblica”[2]: vale a dire tra la persona e la maschera, con cui il trauma storico reale viene rimosso e reso irriconoscibile, sovrapponendo ad esso un’immagine mitica o consolatoria, un’immagine di sogno.

Un trauma storico-sociale continua a insistere nell’inconscio del collettivo, come ha mostrato O. Kernberg[3]: se non viene sottratto al misconoscimento e all’oblio, esso si ripete –in forma attiva o reattiva- nelle generazioni successive. I modi del suo ripresentarsi non saranno letteralmente gli stessi, potranno essere più o meno radicali o violenti; o può accadere che le vittime e i loro eredi rovescino il proprio ruolo e diventino a propria volta carnefici. Si tratta comunque di una coazione a ripetere, di una pulsione aggressiva e mortale. Ciò che è espulso dal simbolico, secondo Lacan, può tornare come reale puramente distruttivo e comportare l’annientamento di ogni cultura orientata (analogamente a quanto accaduto col trauma originario)[4].

Le considerazioni di La Capria sul trauma storico della rivoluzione fallita del 1799 valgono anche per altre crisi violente della storia di Napoli, che hanno prodotto una sospensione non dissimile dell’ordine simbolico, regredito a vita nuda ed elementare, svuotato di ogni parola non legata alla residuale sopravvivenza. Uno di questi eventi distruttivi è l’arrivo in città degli Alleati nel 1943, poi trasformato da una memoria retrospettiva e mitizzante in festa collettiva. Proprio una pagina di La Capria ha attirato la mia attenzione su due libri, scritti da due ufficiali dell’esercito di occupazione, che raccontano in modo ben più drammatico quel momento storico: “Gli ultimi viaggiatori stranieri che colsero i sussulti di una napoletanità ormai alla fine furono l’inglese Norman Lewis in Napoli ’44 e l’americano John H. Burns nel libro La galleria[5].

Pur considerando la “napoletanità” una maschera e un oblio controllato del trauma storico, La Capria ad essa riconosce alcuni caratteri positivi, un addolcimento dei costumi e e della lingua della plebe: come avviene nel napoletano di Eduardo, “civile, amabile e complicato”. Mi incuriosiva il fatto che –a suo parere- questa figura sociale svanisse proprio nel 1943-44 e quei due scrittori fossero gli ultimi sismografi storici a registrarne la scomparsa. Dopo, dice La Capria, non c’è più napoletanità, c’è qualcosa di molto peggiore e deteriore, che è la “napoletaneria”, l’esibizione retorica e cinica della propria miseria morale e politica, la quale culminerà nel periodo laurino e democristiano e sarà descritta impietosamente in Mani sulla città di Rosi.

La lettura di quei due libri costringe in effetti a rivedere una serie di luoghi comuni: i due scrittori descrivono un collasso totale dell’ordine simbolico e una condizione di indefinita desolazione. Umiliazione è il sentire comune, che si ripartisce tra occupanti e occupati, dominatori e dominati, servi e signori, vincitori e sconfitti. Dalle pagine di Lewis e Burns emerge in modo inconsueto il vissuto storico e generazionale di una sconfitta, che apparve agli italiani del Sud più immedicabile di quanto oggi si pensi. A parte l’episodio delle Quattro Giornate, che in questi libri lascia ben poche tracce visibili, Napoli non conosce la Resistenza, se non nella sua scoloritissima versione badogliana e dunque come ulteriore umiliazione e sottomissione. Quest’ultimo termine –sottomissione- potrebbe indicare bene il nucleo traumatico di quella situazione.

Nel romanzo di Burns, tutti i personaggi passano prima o poi per la galleria Umberto, che viene più volte descritta e sempre ricordando come i vetri della sua volta siano rotti, monito e ricordo dei bombardamenti alleati che hanno sconvolto la città e insieme simbolo della degradazione attuale: “In passato questa galleria aveva una cupola a cristalli, ma i bombardamenti di Napoli hanno infranto la lanterna, e il vetro è caduto sull’asfalto tintinnando come una neve crudele”[6]. In questo luogo terminano il loro itinerario, iniziato per lo più nell’Africa del Nord, i militari americani protagonisti del romanzo: sempre sulla sottile linea rossa, in contiguità con una possibile caduta nella follia.

In misura più o meno grande tutti i personaggi hanno provato qualcosa del “solitario lago di sconnessa incoerenza”, che ha colpito l’ufficiale americano Hal, o hanno conosciuto “gli arcani animali” che vogliono giocare con lui e, in realtà, sono “egli stesso disarticolato e ridotto in pezzi”(94). Questo crollo dell’ordine simbolico, questa prossimità minacciosa alla frammentazione arcaica dei corpi, è il sentimento comune dei conquistatori e dei conquistati, la tonalità affettiva della guerra. Tuttavia il trauma è più violento per gli sconfitti, per i “napoletani”, la cui condizione è così descritta, senza la retorica consolatoria del dopoguerra o il vittimismo compiaciuto della Pelle di Malaparte: “Allora ebbe inizio l’anormale adeguarsi a una situazione anormale e odiosa”(293). Ed è impressionante l’effetto che la “musica della città” fa su uno dei personaggi, come un mandolino suonato da mani distorte: “Era la voce concentrata dell’orrore e dello squallore che vedevo nelle strade. Non aveva bisogno di spiegazioni. Sapevo che era la coscienza stessa dei napoletani”(399).

Mentre la napoletaneria copre buffoneggiando il trauma e il dolore, l’occhio dello scrittore americano scopre oltre il grottesco l’irruzione tragica della storia. I pochi militari italiani “giravano vergognosi per Napoli”, “soldati italiani di un esercito sconfitto, che si erano accesi all’idea della patria, che si erano radunati urlando in Piazza Venezia”. Questa accensione eroica scaduta (insieme alla patina falsa della retorica imperiale fascista) rendeva ancor più cocente e insopportabile l’umiliazione seguita all’8 settembre.

La distruzione prodotta a Napoli dai bombardamenti alleati fu immensa e appartiene ai ricordi rimossi del dopoguerra. Quanti scrittori italiani ne hanno parlato? Non c’è forse stato un silenzio analogo a quello che –secondo Sebald- ha fatto seguito ai bombardamenti alleati in Germania? Rossellini ci ha mostrato le macerie di Berlino in Germania anno zero; ma quelle di Napoli? E quelle di Roma e delle altre città italiane? La testimonianza dell’ “occupante” Burns è invece precisa e impietosa e aiuta a comprendere lo smarrimento e l’umiliazione dei napoletani in quei giorni, il disorientamento di ogni ordine simbolico. Il trauma, nelle sue pagine, acquista concretezza e visibilità: “Quasi tutti i moli erano contorti come macchinari in un deposito di benzina dopo un’esplosione. Le gru schiantate dai bombardamenti sembravano artigli protesi verso il cielo… Per un miglio lungo la zona del porto le case erano, si può dire, ridotte in polvere…Qualche casa ricordava quelle costruzioni per bambole che si aprono da un lato per mostrare l’interno di tutte le stanze. Qui si vedeva una scala che non conduceva in nessun luogo, là una striscia svolazzante di tappezzeria…la zona dei bacini e dintorni non era che un ammasso di macerie, di segmenti di balcone e di travature che sporgevano verso l’alto come inutili segni di punteggiatura”(107).

Tutti i segni in effetti erano divenuti inutili perché privati di senso, e la scala che non porta in nessun luogo è una metafora della situazione. Ancora negli anni Cinquanta si potevano vedere residui di macerie nella via Marina. Come dice il fantasma di un paracadutista morto all’ufficiale americano Hal, siamo passati attraverso una “expèrience mortelle”, che determina una paralisi completa dei significati, una astenia radicale delle emozioni. Nel migliore dei casi, resiste una indomita capacità di finzione, diretta alla sopravvivenza: “Napoli era tutta un mormorio di suoni, un fluire come di ruscelli di persone che si cercavano e che si evitavano, pronte a fingere e a tradire”.

I pensieri di un’infermiera americana traducono bene il rapporto dissimetrico di servitù che si era venuto creando tra gli occupanti e i napoletani: gli uomini italiani, per Louella, sono “troppo effeminati, avevano i modi adulatori di un negro quando teme che lo buttiate giù dal marciapiede, cosa che non farete finché starà al suo posto…Per l’avvenire, in lei la parola ‘parassita’ si sarebbe sempre associata all’aggettivo italiano”(39-40). Esperienza amara del disprezzo, dopo l’ubriacatura della retorica fascista e l’identificazione di massa con l’Io ideale del dittatore-superuomo.

Certo non mancano personaggi affascinati o turbati dalla vitalità antica e mediterranea della città e una vita intellettuale nascosta ma profonda nasceva in quei momenti tragici. Non bisogna negare questi lampi di luce: ma generalizzarli, farne un mito e rimuovere il contesto complessivo in cui avvenivano, significa privarli del loro vero valore di ostinata resistenza e esistenza di singoli contro lo sfagliamento totale di una cultura. Molti dei personaggi del romanzo di Burns provengono dal Nord Africa, da Casablanca, da Algeri o da Tunisi e hanno fatto lì la guerra, prima di sbarcare in Italia. Alcuni di loro rimangono presi per sempre nel vortice di colori e di odori, splendenti e cupi, del Mediterraneo. Del resto il personaggio narrante delle “passeggiate” percorre un vero e proprio itinerario, psichico più che geografico, che sembra unire in una linea tratteggiata Napoli e le città del Nord Africa. Una frase raccoglie in un paradosso o in un’ambivalenza ciò che Burns ha intuito in quei giorni a Napoli, la sua emozione nel vedere in una notte lunata “Capri simile a una speranza tramutata in pietra[7]”. Può voler dire che quella bellezza lancinante, quell’attesa assurda di felicità, è stata impietrita dalla guerra, fatta sasso. Oppure anche che, nonostante tutto, la speranza e la promessa sopravvivono, resistenti come la pietra, provvisoriamente immobili, ma con radici profonde.

Burns non è un Malaparte che trascriva in linee spezzate e barocche gli orrori. La sua insistenza sul dolore è fatta con uno stile misurato, senza alcuna retorica dell’orribile, altro modo per rimuovere la memoria molto umile della sottomissione: “…Nell’agosto del 1944, la personalità dell’italiano si era trovata esposta a una specie di inferno collettivo”(398). Inferno dell’italiano del Sud, non solo sconfitto, ma anche tradito da Re, esercito e governo in fuga, senza quel riscatto che –almeno in parte- la Resistenza permise nell’Italia del Nord.

La “bella giornata” e la storia catastrofica (la polarità tipica di La Capria e di tanti scrittori napoletani del dopoguerra) trovano un punto di tangenza nei disastri della guerra: “La luce del sole conferisce a Napoli crudezza e inesorabilità, tocca, frugando con le sue dita spietate, i fabbricati bombardati…”(273). Non molti hanno definito la luce di Napoli cruda e inesorabile, ma nell’irruzione del trauma storico così dovette apparire allo scrittore in quei giorni; mentre d’altra parte Burns non può fare a meno di notare il carattere premoderno della città, la strana ibridazione di una plebe che gli appare arcaica -entro una modernità conclamata ma poco profonda: “Non fui capace di situare Napoli in nessun secolo perché ha un sapore ad un tempo moderno e medievale, un misto di stanchezza, di fretta e di disgusto[8]”(273).

Probabilmente è proprio questo misto ibrido, questo multiverso temporale di arcaismo e modernità, devastante sotto molti riguardi, che sembra impedire il dispiegamento pieno del carattere astratto del capitalismo moderno. Con un accento pasoliniano, la città appare sempre “un simbolo della vita stessa sdegnosa, sprezzante, imprecante, e pure tenerissima nella sua rovina”(274). Un caporale americano trova la città “spaventosa”, perché altera il suo equilibrio mentale, la solidità del suo io anglosassone: “Vi è qualche cosa qui che mi rende nello stesso tempo agitato e assonnato”(274). In ogni vicolo si annida “una zaffata di migliaia di anni di vita e di morte, di lenzuola e di orina”(276).

In uno dei capolavori della letteratura napoletana, il Racconto dei racconti di Giambattista Basile, ricorre spesso questo carattere corporeo e fisiologico della plebe e dei luoghi in cui abita, l’insistenza sull’escrementizio, sul sessuale, sul cibo, in cui però non c’è solo volgarità, ma anche un’esaltazione della vitalità elementare, un’irrisione anarchica dei furbi e spirituali dominatori (o che si credono tali). Burns esprime bene il miscuglio di disgusto e di attrazione intorbidita che l’intellettuale anglosassone prova di fronte a questa vita pulsionale che imprevedibilmente si esibisce dinanzi a lui; “Ogni vicolo aveva un lezzo diverso emanante dai residui di numerose famiglie: di escrementi umani, di sudore, di aliti fetidi e di forfora”; i vicoli serpeggianti intorno a via Roma, sono letteralmente “intestini”, in cui l’americano ha paura di dissolvere il suo stesso Io: “Mi trovo sperduto a Napoli…La vita mi ha colpito in faccia come un maglio. Freddo, caldo, orrido e seducente”(276). I bambini stessi hanno la disperata e ostinata “vitalità dei dannati”; e forse sono quelli che reagiscono nel modo più irridente allo stato generale di umiliazione, fino a far sembrare i conquistatori “più deboli e più sciocchi”.

Nel contesto della guerra doveva essersi dissolto anche il dialetto addomesticato e dolce della “napoletanità”, che dopo essere stato lungamente lavorato in tutto l’Ottocento, sembra improvvisamente lasciare il posto a un’asprezza dimenticata, la quale ricorda invece la parlata “tosta” e anch’essa coinvolta e stravolta da passioni elementari della plebe e dei lazzari: “Ricordo anche il dialetto di Napoli, che è come la lingua italiana masticata e triturata in bocca da un uomo affamato”(277). Dubito che prima e dopo quel terribile momento di invasione e distruzione il dialetto possa essere stato percepito in modo tanto aspro e dissonante. Ma evidentemente, si era disfatto l’ordine simbolico della napoletanità, e la guerra aveva fatto riemergere il linguaggio franto di un passato violento.

Il tono di Norman Lewis[9] è più secco e documentario, ed anche più ironico, ma la desolazione che descrive è altrettanto intensa. Lui pure insiste sull’immagine dei bombardamenti alleati, che costituiscono un vero e proprio trauma storico rimosso e non teme di paragonarli a quello di Guernica: “Qui a Battipaglia abbiamo avuto una Guernica italiana, una città trasformata in pochi secondi in un cumulo di macerie”(29); “Napoli odora di legno bruciato. Ovunque macerie…crateri di bombe e tram abbandonati”(32); “C’era un tanfo spaventoso di fognature saltate, o peggio, e il Medioevo aveva fatto ritorno, con tutto il suo campionario di deformità, di malattie, di disperati espedienti”(62).

L’immagine del Medioevo rinato compare spesso nel testo di Lewis e già l’abbiamo incontrata in quello di Burns: essa serve ad esprimere il crollo completo dell’ordine simbolico della modernità e la regressione a codici immaginari più antichi ed inconsci. Nella mancanza d’orientamento presente, questi sembrano risorgere a riempire il vuoto con i loro significanti desueti, che riacquistano l’antica potenza magica. In realtà non si tratta di un vero e proprio ritorno del codice antico: nella sua purezza e forza questo è irrecuperabile, come il tessuto sociale premoderno su cui si fondava. Ciò che era comunità organica, si ripresenta come fusione amorfa della plebe; il culto rituale ricompare come scongiuro e superstizione individuale. Nel crollo di un ordine simbolico, il passato sembra tornare, ma in effetti è il suo fantasma che prende possesso delle menti, secondo linee di deformazione e di spostamento suggerite dal trauma presente. Il passato dovrebbe supplire al vuoto creato dal trauma; ma in realtà ne porta tutte le tracce e assume una veste sintomatica e patologica: “Ovunque si respira un desiderio spasmodico di miracoli e rimedi taumaturgici. La guerra ha ricacciato i napoletani nel Medioevo. Le chiese si sono improvvisamente riempite di statue che parlano, che sanguinano, traspirano, muovono la testa e trasudano liquidi benefici…Folle ansiose ed estatiche si radunano in attesa che questi prodigi si compiano…Napoli ha raggiunto uno stato di esaurimento nervoso in cui le allucinazioni di massa sono diventate un fatto ordinario, e qualsiasi credenza può essere più vera del vero”(128-129).

Accanto alle visioni deliranti, il vuoto traumatico viene riempito anche da quel surrogato di ordine simbolico, anch’esso in apparenza sostenuto da un rituale arcaico, che è la criminalità organizzata. La camorra, come la conosciamo attualmente, nasce a Napoli con l’occupazione americana, col regresso della società civile, con la dispersione di ogni orientamento esistenziale “moderno”: “Genovese[10] controlla quasi tutti i sindaci dei centri che si trovano nel raggio di un’ottantina di chilometri da Napoli”(163), e il suo populismo plebeo è stato ben rappresentato da F. Rosi nel film su Lucky Luciano. In certo senso, la grande organizzazione criminale è il fantasma che nel reale viene a occupare il vuoto lasciato dal fallimento di ogni ordine simbolico della modernità. La sua comparsa è strutturalmente legata a questo fallimento (non è dunque una devianza occasionale o un’aberrazione provvisoria, ma un supplemento indispensabile): la sua è una legge kafkiana che prende il posto della giustizia assente, deformità che ne imita in modo osceno l’ossatura.

Con l’andamento circolare che è proprio della sua scrittura, La Capria riprende ancora una volta il tema dell’armonia perduta e del trauma storico nel suo libro Lo stile dell’anatra. Qui il riferimento non è più soltanto a Napoli e alla sua rivoluzione tradita del 1799: ma si estende all’Italia e alla guerra civile del ‘43-45. Simile alla “napoletanità”, il mito della Resistenza e della riunificazione nazionale rimuove nell’Italia del dopoguerra l’umiliazione della sconfitta e il crollo di un intero ordine simbolico, “…recitando quotidianamente con la democrazia una ricomposizione dell’unità del paese che in realtà non era sentita”[11]. A questa rimozione si collega il tema del risentimento, che in fondo – per La Capria- è la causa oscura della ripetizione del trauma e del suo carattere distruttivo: dietro la rimozione, sopravvive fuori di ogni memoria, in modo del tutto extrasimbolico, la violenza originaria, e tende a ripetere in forme solo esteriormente modificate la situazione traumatica o a rovesciarne i ruoli, mantenendone immutato lo schema. Risentita è la risposta violenta del servo o della vittima, che invece di sospendere la stessa struttura simbolica del desiderio di padronanza, mira unicamente a ribaltarne i ruoli, intensificando ulteriormente la sua potenza distruttiva, continuando la serie tendenzialmente infinita delle risposte speculari.

Il risentimento, e cioè la ripetizione passiva e inconscia del passato, occupa il vuoto della memoria, crea un dis-toglimento e una curvatura di falsificazione in ogni elemento dell’ordine simbolico presente (nel nostro caso, la “democrazia” postbellica). Ogni vita si scinde tra l’apparenza di conciliazione e la ripetizione indominabile della violenza traumatica: “Tutto ciò che è stato rimosso, col tempo vien fuori in altre forme e ci perseguita. Quando l’inconscio rimosso comanda su di noi non possiamo sentirci liberi…Chi non riesce a esorcizzare i propri fantasmi portandoli alla superficie e alla coscienza ne viene turbato fino al punto di perdere la propria identità o di ammalarsi”[12]. Il ri-sentimento è il nome storico e collettivo dato da Nietzsche a questa malattia, che comporta il continuo emergere di una violenza mimetica e apparentemente priva di senso, perché le scissioni traumatiche precedenti a quella attuale sono cadute nell’oblio e nel silenzio.

Note

[1] In R. La Capria, Opere, Mondadori, Meridiani, Milano 2003, p. 1670.

[2] L’osservazione è di A. Berardinelli, in R. La Capria, Opere, cit. p. 1668.

[3] “Sanctioned Social Violence”, in Contemporary Controversies in Psychoanalytic Theory, Techniques and their Applications, New Haven and London, Yale University Press, 2004.

[4] Un tema simile è stato studiato soprattutto a proposito della Shoah, ma vale anche in altri contesti.

[5] R. La Capria, Opere, cit. p.738.

[6] J. H. Burns, La Galleria, trad. it. di A. Voing, Garzanti, Milano 1950, “Entrata” iniziale. D’ora in avanti il numero di pagina delle citazioni è inserito tra parentesi nel testo. Vale la pena di notare che questo libro, a mia conoscenza, è attualmente fuori commercio. Il libro alterna “passeggiate” di tono autobiografico, che descrivono le esperienze dell’io narrante dall’Africa del Nord fino a Napoli, e “ritratti”, racconti narrati in terza persona. In alcuni casi i personaggi dei ritratti reduplicano su un un piano oggettivo ciò che viene narrato in soggettiva nelle passeggiate.

[7]Capri like hope turned to stone”, in The Gallery, Avon Books, New York 1977, p. 324.

[8] L’ibridazione è sottolineata nel testo inglese: “all grown together”, p. 224.

[9] N. Lewis, Napoli ’44, Adelphi, Milano 1993. D’ora in poi citato con numeri di pagina fra parentesi nel testo. Il libro deriva da taccuini scritti dallo scrittore dopo il suo arrivo a Napoli nel 1943-1944, ed è stato pubblicato nel 1978.

[10] E’ il boss mafioso divenuto amico e aiutante del colonnello americano Charles Poletti, capo degli affari civili del governo militare alleato a Napoli.

[11] R. La Capria, Opere, cit. p. 1479.

[12] Ivi, p. 1489. La Capria cita anche R. Girard e i suoi scritti sulla violenza mimetica.

[Immagine: Napoli nel ’43].

2 thoughts on “Il trauma storico e l’armonia perduta. Due scrittori a Napoli nel 1943

  1. Credo che La Capria abbia ragione su l trauma storico del 99, nell’anbito della borghesia napoletana. Era la meglio borghesia. Ma mancava un proletariato consapevole. Tutti affascinati dai lazzaroni , dagli scugnizzi, dai banditi., dai venditori di sigarette di contrabbando. Bisognava conquistare la piccola-media borghesia, che non ha saputo reagire alla repressione terribile del 99. Ma d’altra parte il sud è pieno di rivolte, jacquerie fallite. Nessuno ha fatto funzionare l’ascensore sociale, modernizzando l’agricoltura, dividendo le terre. creando industrie. Invece tutti si sono collusi con la camorra, che ha funzionata da leva economica. Ha costruito case, con appalti illegali, ha aperto esercizi commerciali per il ricicllaggio, e ora la lotta tra i clan nelle strade, fatte da giovani che non sperano in un lavoro dignitoso. Sì siamo un Sud malato, che si dovrebbe rimettere in sesto,. Non bisogna chiudersi nei quartieri bene, nei palazzi dorati. Bisogna andare per istrada, con tutta la paura che abbiamo e creare circoli sportivi, scuole d’arte no profit, di musica. Attirare i giovani nei loro quartieri e parlarne. Far fare loro le cose che piacciono ai giovani. Abbiamo perso nel 99 la meglio borghesia intellettuale, e adesso? Colleghiamoci, agiamo, formiamo culture alternative, centri di riunione. Un trauma storico, osi supera, o si rimane imprigionati e impauriti nei propri salotti che sanno di muffa e hanno l’odore della paura.

  2. La Capria, Compagnone e un altro bellimbusto cacciarono da Napoli Anna Maria Ortese – lei, Pezzella, sa cosa vuol dire?

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