cropped-Nan-Goldin-Siobhan-in-My-Mirror-1992.jpgdi Marco Grimaldi

Il termine ideologia ha diversi significati. C’è un’accezione filosofica (“l’analisi dei fatti di coscienza che non implica lo studio dell’anima”), c’è quella marxista (“l’insieme delle credenze religiose, filosofiche, politiche e morali proprie di una determinata classe sociale”) e c’è quella sociologica (“il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale”). Quest’ultima definizione coincide con l’accezione propria del linguaggio corrente: “il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali di un partito, di un movimento politico, sociale, religioso”. Il buon senso vorrebbe quindi che chiunque discuta di ideologia lo facesse tenendo presente almeno una di queste accezioni. Non mi pare che sia andata così nel dibattito attuale sull’ideologia gender.

Provo a riassumere la questione. Negli ultimi anni alcuni organismi italiani ed europei hanno diffuso a uso delle scuole dei documenti sull’educazione alla parità dei sessi, sul rispetto della diversità sessuale e delle differenze di genere. Un esempio è Educare alla diversità a scuola, realizzato nel 2013 dall’Istituto A.T. Beck su mandato dell’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, e distribuito in più versioni nelle scuole primarie, secondarie e superiori. Ci sono state quindi varie proteste da parte delle associazioni cattoliche e perfino papa Francesco e il cardinale Bagnasco si sono pronunciati contro l’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole, dove per gender si intende la rappresentazione socio-culturale dell’identità maschile e femminile distinta dal sesso biologico (maschio, femmina). La contro-replica pressoché unanime dei sostenitori dell’educazione alla differenza di genere è stata, a mio avviso, parecchio singolare (vedi almeno qui, qui, e ancora qui). Quasi tutti hanno in primo luogo ritenuto necessario spiegare che non esiste una ideologia gender e che la reazione del mondo cattolico non avrebbe ragione di essere (Michela Marzano, su Repubblica, ha più sottilmente notato come non ci sia «una, e una sola, “ideologia gender” ma un insieme eterogeneo di posizioni»; è vero, ma ciò che unifica questo insieme è la distinzione concettuale tra sesso e genere). È quindi un tema sensibile, come dimostra il fatto che il 16 settembre 2015 il ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha disposto l’invio ai presidi di una circolare per precisare che la legge La Buona Scuola non introduce la teoria del gender nelle scuole italiane.

Non è mia intenzione prendere parte al dibattito sul gender. Ma che oggi esista una ideologia gender, secondo l’accezione sociologica o secondo quella del linguaggio corrente, mi sembra innegabile. Per dimostrarlo, prendo in esame due testi molto diversi tra loro: un saggio scientifico e un pamphlet, scritti rispettivamente da un medico e da un filosofo. Cominciamo da Il matrimonio omosessuale è contro natura. Falso! (Laterza, 2015) di Nicla Vassallo, professoressa ordinaria di Filosofia teoretica all’Università di Genova. Vassallo distingue chiaramente tra sesso e genere:

poiché il sesso è una categoria biologica, mentre il genere è una categoria socioculturale, dissimile dalla prima, si commette un errore grossolano facendo coincidere la femmina con la donna e il maschio con l’uomo (e viceversa): errore, peraltro, non privo di conseguenze, giacché si negano, in questo modo identità, personalità, singolarità a ogni donna e a ogni uomo, fissando le caratteristiche dell’unica femmina/donna e dell’unico maschio/uomo, che i più riescono a immaginare o fantasticare, nella beata illusione di evitare il carattere contingente dell’appartenenza di genere e di catturare un’essenza femminile e un’essenza maschile atte a sottolineare la complementarità uomo/donna: con l’uomo attivo, culturale, mascolino, oggettivo, razionale da un lato, e la donna passiva, naturale, femminea, soggettiva, irrazionale dall’altro. (p. 23)

Leggendo questo passo credo non ci possano essere dubbi sull’esistenza effettiva di una teoria del gender che distingue con chiarezza il sesso come categoria biologica dal genere come categoria socio-culturale. Allo stesso modo, non mi pare ci sia bisogno di dimostrare la vocazione pratica e politica del pamphlet, il cui titolo è peraltro particolarmente eloquente; Vassallo scrive per modificare la realtà, per creare e orientare un movimento di opinione che possa intervenire direttamente sulle decisioni politiche e legislative. Cito solo passaggio della Premessa:

[…] per scardinare i tanti pregiudizi sul matrimonio same-sex basta partire dalla necessità di eguaglianza (intesa come assenza di discriminazioni) e di equità (intesa come giusta distribuzione di benefici e responsabilità) tra gli esseri umani. Questo sarà il mio modo di procedere. Ma non è l’unico: considero valida anche l’opzione di sostenere la causa del matrimonio same-sex per il bene della nostra società, in quanto esso favorisce e promuove l’integrazione di persone, lesbiche e gay, a lungo ingiustamente emarginate, penalizzate, stigmatizzate. (p. XVIII)

Qui, come si vede, è del tutto evidente che il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori di Vassallo è volto a orientare un determinato gruppo sociale. La distinzione teorica tra sesso e genere e l’idea che il genere non sia determinato dal sesso biologico è infatti posta a fondamento di una concezione plurale del matrimonio, laddove il matrimonio così come è inteso dalla Chiesa cattolica prevede invece quella complementarità tra uomo e donna basata appunto sulla distinzione biologica tra maschio e femmina (così Papa Francesco, in un discorso ai presuli di Porto Rico dell’8 giugno 2015: «La complementarità tra l’uomo e la donna, vertice della creazione divina, è oggi messa in discussione dalla cosiddetta ideologia di genere, in nome di una società più libera e più giusta»). Ed è importante che la difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso (“same-sex”) venga argomentata non solo sul piano del diritto e di valori come l’eguaglianza e l’equità, ma anche, e direi soprattutto, su quello della teoria gender:

In termini filosofici, il matrimonio same-sex minaccia l’istituzione codificata del matrimonio stesso, infrangendo le basi biologiche e culturali (l’appartenenza sessuale e di genere) su cui sono stati elaborati e costruiti i ruoli fondativi di femmina/donna e di maschio/uomo. (p. 97)

Se le parole hanno un peso, il gender di Vassallo è un’ideologia a tutti gli effetti.

Ancor più significativo, poiché apparentemente lontano dall’orizzonte filosofico di Nicla Vassallo, è un saggio che parla invece, innanzitutto, di biologia. S’intitola In crisi d’identità. Contro natura o contro la natura? (Mondadori Università, 2014) e lo ha scritto Gianvito Martino, un neurologo che dirige la divisione di Neuroscienze dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, membro di importanti associazioni scientifiche internazionali e autore di studi sulle cellule staminali del cervello. In crisi d’identità è sia un aggiornato compendio di biologia sia un saggio su alcune complesse e dibattute nozioni come identità, natura e, appunto, genere. Scrive Martino nell’Introduzione, dopo aver spiegato come negli ultimi anni siano andati in frantumi i dogmi che hanno retto la biologia per secoli:

Vedremo dunque come la cellula possa decidere di cambiare forma e funzione, e quindi identità, anche quando assume la sua forma definitiva, considerata fino a poco tempo fa immutabile e irreversibile. Vedremo che il genere, cioè l’essere maschi o femmine, sia anch’esso soggetto a mutevolezze che possono addirittura stravolgerne il senso: in natura esistono certamente sia i maschi che le femmine, ma ci sono anche organismi bisessuali, multisessuali, intersessuali, o transessuali, la cui «dubbia» identità di genere diventa essenziale per la loro stessa sopravvivenza. (p. 3)

Chiaramente, Martino prende le mosse da conoscenze scientifiche solide e aggiornate; quello che convince meno, tuttavia, sono le implicazioni da lui sottintese. Cercare di generalizzare a partire da osservazioni che riguardano altre forme di vita è un compito in genere estremamente delicato, e tanto meno solido quanto più filogeneticamente lontane sono le forme di vita considerate. Se dall’analisi della cellula si passa a osservare le due specie geneticamente più simili all’uomo, lo scimpanzé e il bonobo, si noterà infatti che esse hanno comportamenti sessuali largamente divergenti (i bonobo hanno una vita sessuale più promiscua, e il ruolo del sesso nelle relazioni sociali è per essi molto più importante). Ciò vuol dire che, a partire dall’osservazione delle specie a noi più prossime (e si consideri anche che scimpanzé e bonobo sono tra loro ancora più vicini, geneticamente, di quanto lo siano all’uomo), è molto difficile esprimere giudizi sulla sessualità umana, anzi sulla sessualità umana nel XXI secolo: che cosa si potrà allora dedurre dal comportamento delle cellule? Comunque sia, quello che più mi interessa è il fine che lo scienziato si propone e che non saprei se definire politico o sociale:

Vi racconteremo quindi di comportamenti biologici assolutamente naturali che però spesso, ahinoi, vengono bollati come ‘contro natura’ ma solo da chi è, in realtà, ‘contro la natura’ poiché alimenta congetture singolari con il fine ultimo di ingenerare uno scontro ideologico di tipo sociale più che un incontro dialogico di tipo naturale. (p. 3)

Il neurologo, come la filosofa, è pienamente implicato nell’ideologia gender: stabilisce cioè un legame profondo tra un complesso di idee e la sua traducibilità sociale e politica. Non saprei dire se gli argomenti siano complessivamente convincenti, ma non credo si possa negare l’intenzione di orientare il lettore.

Si potrebbe ovviamente obiettare che, a differenza di quanto accade con ideologie storicamente riconosciute e relativamente strutturate come quella socialista o borghese, nel caso del gender non sembrerebbe possibile individuare un gruppo sociale definito né tantomeno una classe che si faccia interprete di tale complesso di valori. Forse non esattamente un gruppo, certamente non una classe, ma un movimento direi di sì. Basta tornare a leggere Vassallo per comprendere che il movimento sociale che si riconosce nell’ideologia gender è costituito principalmente, o tende ad essere costituito nelle intenzioni degli ideologi del movimento, da tutte quelle «persone, lesbiche e gay, a lungo ingiustamente emarginate, penalizzate, stigmatizzate». Che anche degli scienziati condividano i presupposti della teoria gender è solo una ulteriore conferma dell’esistenza di un movimento sociale relativamente vasto. La cautela del mondo cattolico potrebbe quindi rivelarsi in parte legittima, dato che la scuola sembra effettivamente trovarsi al centro degli interessi della teoria gender. Infatti, «all’interno del paradigma socio-costruzionista che definisce il “genere” come quel carattere socialmente costituito e appreso dell’esperienza della maschilità e della femminilità, gli ambiti educativi sono diventati i tempi e i luoghi privilegiati di tali processi di costruzione, trasmissione e apprendimento. In altre parole, la scuola si è trasformata in uno spazio decisivo per la costruzione dell’identità di genere all’interno del processo di socializzazione secondaria» (C. Gamberi, Ripensare la relazione educativa in ottica di genere, in La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere, a cura di M.S. Sapegno, Carocci 2014, p. 14). In ogni caso, ciò non dovrebbe consentire agli avversari del gender di generalizzare e di scagliarsi contro nemici immaginari, come accade molto spesso con la pubblicistica anti-gender, che è solitamente di basso livello e che non esita ad applicare in vario modo il paradigma della Teoria del Complotto; per non parlare di alcuni personaggi politici del tutto impreparati ad affrontare questioni complesse. Nella Buona Scuola (Legge 13 luglio 2015, n. 107) si parla ad esempio di promuovere l’«educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni» (art. 1 comma 16): sarebbe difficile dimostrare che nell’espressione “violenza di genere” il termine genere non sia utilizzato nel significato più comune di “carattere maschile o femminile dell’individuo”, senza quindi alcun riferimento esplicito alla distinzione tra sesso e genere che è alla base dell’ideologia gender.

Resta da spiegare il motivo per cui è stata rifiutata con tanta forza la definizione di ideologia gender; in teoria, dovrebbe essere infatti legittimo rivendicare la natura ideologica di un complesso di valori. La spiegazione che mi convince di più è di tipo linguistico, o forse meglio socio-linguistico: in italiano il termine ideologia possiede oggi una sfumatura perlopiù negativa, dovuta probabilmente alla fortuna, anche scolastica, della definizione marxista. Ora, come si è visto, nel momento in cui esprime con più chiarezza le proprie finalità politico-sociali, uno scienziato come Martino affronta il tema dell’ideologia classificando l’opinione di chi considera determinati comportamenti sessuali “contro natura” come «congetture singolari con il fine ultimo di ingenerare uno scontro ideologico di tipo sociale più che un incontro dialogico di tipo naturale». Evidentemente Martino non ritiene che le posizioni sostenute in In crisi d’identità siano a loro volta ideologiche: dal suo punto di vista la negazione dell’esistenza di una identità di genere definita è un dato scientifico, non un’opinione. Chi rifiuta tale conclusione è contro la scienza, dalla parte dell’ideologia. L’impianto retorico sembrerebbe quindi del tutto sovrapponibile alla vulgata del materialismo storico, che si pretende consapevole, realistico e scientifico in opposizione all’ideologia intesa come rappresentazione della realtà imposta dalla classe dominante (e infatti il matrimonio “same-sex”, secondo Vassallo, «sovverte l’ordine sociale», p. 97). Si deve allora concludere che il rifiuto della definizione di ideologia intende sancire la verità della teoria? E, se la teoria è vera perché scientifica, sarà vero, scientifico e ineluttabile anche il sovvertimento dell’ordine sociale? Chi difende il gender non può limitarsi a negare l’esistenza di un’ideologia; deve prendere atto che la teoria, almeno nelle intenzioni degli ideologi, ha una serie di implicazioni che non tutti, credo, sarebbero pronti ad accettare fino in fondo.

Definire il gender un’ideologia e mettere eventualmente in dubbio che la distinzione tra sesso e genere sia utile e soprattutto valida sul piano scientifico non vuol dire negare che oggi nella scuola, nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana vi siano ancora diseguaglianze, violenze e discriminazioni che sono legate anche alle differenze sessuali e che vanno affrontate e risolte. Ma siamo davvero obbligati a chiamarle differenze di genere per ristabilire l’equità e l’eguaglianza?

21 settembre 2015

[Immagine:Nan Goldin, Siobhan in my mirror (gm)].

38 thoughts on “Gender e ideologia

  1. Sull’argomento ‘identità di genere’ interessa confrontare la recente sentenza della Corte Suprema di Cassazione italiana:
    21-05-2015, Magistrati: Forte (Pres.), Campanile, Bisogni, De Chiara, Acierno

  2. Bell’articolo, che condivido qusi completamente, tranne per quanto attiene il termine “ideologia”.

    Mi pare che l’autore la faccia coincidere con teoria.
    Ideologia è qualcosa di ben più strutturato, un sistema di credenze coerente e con forti collegamenti al proprio interno, influenzando la politica, l’etica, i sistemi complessivi di valori.
    Direi quindi che il significato di ideologia travalichi ampiamente i principi che stanno alla base di un partito politico, e ciò è più che mai vero oggi come c5edo che tutti potremmo convenire.
    Tale pensiero così coerentemente strutturato proprio per queste sue stesse caratteristiche, serve da base per le opinioni comunemente percepite dal soggetto implicato, mentre comunemente, nella vita di tutti i giorni, le ideologie non sono oggetto di riflessione. A seconda della specifica persona, l’ideologia può sì essere assunta deliberatamente, ma più comunemente viene assunta anche in maniera non consapevole, e viene trasmessa mediante le relazioni interpersonali, e tra queste la più importante perchè costituisce il primo contatto linguistico, tramite l’educazione da parte dei propri genitori.
    Direi che proprio in virtù della condivisione di alcuni principi ideologici, le società si reggono. Senza queste concezioni di base, condivise da tutti, non si potrebbe avere una pacifica convivenza sociale.
    Per questa ragione, io preferisco declassare quella del genere, ad una teoria, “the gender theory”.

    Non posso tuttavia non unirmi all’autore nel deprecare questo glissare sui propri principi generali, presentando la questione come qualcuno mi ha scritto, al fatto di permettere a una bambina di giocare ai soldatini e ad un bambino di giocare con le bambole.
    Questo è proprio il punto chiave, volere introdurre un principio fondamentale nascondendolo dietro a questioni del tutto di dettaglio, come se io che sono contro la teoria gender, non possa egualmente essere del tutto permissivo sul tipo di attività che si possono fare svolgere ai bambini.

    Io anzi credo che qualcuno dovrebbe dare delle spiegazioni, spiegare perchè non si voglia affrontare una discussione seppure complicata, in modo esplicito.
    Con tale approccio, io credo che oggi molti dei sostenitori della teoria gender siano diventati inconsapevoli dei principi generali sottesi, divenuti in qualche misura vittime del proprio understatement. Così, tutta questa vicenda procede nella maniera peggiore, in un preoccupante clima di oscurità, alimentando l’opinione che ci siano degli interessi inconfessabili che tuttavia la mia immaginazione non riesce a cogliere.
    In ogni caso, questo modo di procedere lo considero del tutto inaccettabile e quindi da rigettare. Voglio che i miei interlocutori innazitutto sappiano di cosa stanno parlando e che sia possibile affrontare una discussione franca senza nascondersi su cose prive di attinenza rispetto a questo argomento.
    Anch’io quindi, per rispetto all’argomento dell’articolo, mi sono qui astenuto da una discussione nel merito della teoria, sperando tuttavia che si possa trovare una sede apposita per questo scopo.

  3. L’autore dovrebbe dichiarare, con la stessa onestà che chiede ai sostenitori del gender, che chi si oppone all’inserimento nelle scuole di concetti gender-aware sostiene una gender binary ideology. Se lo facesse, potrei essere d’accordo con lui.

    A proposito: mi scuso se uso espressioni inglesi, ma l’italiano è non a caso ancora arretrato su questo tipo di terminologia (come su molte altre).

  4. Grazie per l’articolo equilibrato e informativo.
    A mio avviso, la gender theory, per quel che ne so dalla lettura (non integrale) di J. Butler, fa parte di una visione antropologica che ha presupposti radicati, innovativi, e incompatibili con la visione antropologica sinora propria alla civiltà europea, cioè classica e cristiana, (e in generale, in varie declinazioni, alle civiltà tradizionali, cioè metafisicamente fondate).
    In sintesi estrema, questa visione antropologica ritiene l’uomo un composto di materiale biologico+volontà arbitraria (arbitraria perchè non fondata ontologicamente).
    E’ insomma una visione antropologica scientista e positivista per quanto attiene alla “natura”, che viene identificata con quanto descrivibile dalle scienze dure, e nichilista per quanto attiene il “propriamente umano”, cioè quanto si esprime nei vissuti e nelle scelte. Ne viene espunto, direi con Lacan “forcluso” il concetto di “natura umana” filosoficamente inteso, come d’altronde l’intero campo del simbolico.
    Il rifiuto di accettare la definizione di “ideologia” per la gender theory mi pare derivi da due ragioni complementari, benchè opposte:
    a) nel suo aspetto scientista-positivista, essa pretende di essere “vera”, perchè identifica la “verità”, che è un concetto filosofico e religioso, con la “certezza” e la “esattezza” che sono concetti scientifici.
    b) nel suo aspetto “nichilista”, essa rifiuta radicalmente il concetto filosofico-religioso di “verità”, e dunque anche la distinzione tra pensiero “vero” e pensiero “ideologico”.

  5. @Buffagni – sommario corretto ma permetta un cenno sulla chiusa. Lo scientismo-positivismo odierno si fonda sulla constatazione che, nel grande schema delle cose, una specie chissa’ come senziente abita una pallina rocciosa fra miliardi e miliardi di altre palle rocciose o gassose nel buio nero spaziale, scaldata da una palla un po’ piu’ grande posta a distanza chissa’ come abilitante. Questa specie ha bisogno del simbolico, cioe’ dell’astrazione e della metaforizzazione del proprio esserci probabilmente senza senso, a scopo relazionale e di sopravvivenza. La “pretesa” ed il “rifiuto radicale” sono pregiudizi culturali oppure ideologici suoi. Saluti.

  6. @Giovanna

    Sono d’accordo, ma mi sembra che l’autore di questo articolo faccia capire chiaramente che anche la concezione tradizionale del genere sessuale è un’ideologia. O almeno così ho inteso io.

  7. A prescindere dai contenuti, l’articolo è in sé peculiare per l’obiettivo di fondo che si pone: cosa intende ottenere l’autore provando l’esistenza di un’ideologia gender? Perché è così importante, secondo lui, dimostrare che si tratta di un’ideologia, e non di una teoria, di un insieme di teorie, di un ambito di studi o quant’altro? Perché quella di ideologia è ritenuta un’etichetta fondamentale? Considerato che le etichette sono sempre, alla fine, limitanti e strumentalizzabili. Perché il cattolicesimo non viene definito un’ideologia, ad esempio? Ha tutte le carte in regola per ottenere tale titolo (ma non credo che l’autore sia interessato a scrivere un articolo per dimostrarlo). Mi pare abbastanza inutile, inoltre, proporsi di scrivere un articolo per definire il gender un’ideologia senza nemmeno aver cercato di spiegare cosa esso sia. Leggendo quest’articolo, io lettore capisco che il gender è un’ideologia, ma non ho idea di che cosa si proponga, di cosa si occupi, di quali siano i suoi testi di riferimento e i portavoce delle sue posizioni. Vengono solamente citati (a caso) due testi (a caso). Da uno di questi mi pare di poter desumere che l’obiettivo dell’ideologia gender sia quello di ottenere l’approvazione del matrimonio omosessuale. Io mi ero fatta l’idea che in gioco ci fosse una rappresentazione del mondo che tenesse conto di una distinzione fra il sesso biologico dell’individuo e la sua identità di genere come costruzione socio-culturale: credevo che l’obiettivo, di conseguenza, fosse quello di insegnare ai bambini e agli adulti ad esprimere la propria individualità senza sentirsi incasellati da stereotipi, un proposito che potrebbe avere un buon numero di conseguenze; ad esempio, non credo sia un male abituare un bimbo a pensare che un uomo può fare di mestiere il maestro elementare e una donna l’elettricista, o insegnare che i lavori domestici non sono esclusiva pertinenza femminile, o far capire che i ragazzi di sesso maschile possono arrischiare gesti di affetto fra di loro senza per questo sentirsi meno maschi; anche incoraggiare una bambina e un bambino a giocare con qualsiasi giocattolo loro aggradi potrebbe essere una buona idea: io da piccola avrei dato l’anima per giocare ai soldatini e poi al Super Mario, e il figlio di amici di famiglia non vedeva l’ora di venirmi a trovare per poter giocare di nascosto a vestire e svestire le mie barbie (non è diventato gay). Pensavo che con questo c’entrasse poco l’orientamento sessuale, che mi figuravo essere piuttosto un argomento da trattare nelle ore (facoltative) di educazione sessuale (d’inciso: trovo scandaloso che spesso nelle ore di educazione sessuale l’omosessualità non sia nemmeno menzionata, quando secondo la stima dell’OMS in una classe di 20 ragazzi almeno uno è omosessuale, senza tener conto dei bisessuali o di quanti hanno vissuto almeno un’esperienza erotica con persone dello stesso sesso; nella mia classe del liceo gli omo/bisessuali erano 5 su 20, e questi sono solo quelli di cui sono venuta a conoscenza poi: all’epoca, ovviamente, tutti si nascondevano [sembra Proust, lo so]); per quel che riguarda il matrimonio omosessuale, poi, la questione è ancora più delicata: sinceramente credevo rientrasse nella sfera giuridica e in quella dei diritti umani, non nell’ambito degli studi di genere. Non mi risulta del tutto pertinente neppure la menzione dei paragrafi del dott. Martino: si sa che in natura esistono casi di omo/bisessualità, di mutamento di sesso ecc.; il dott. Martino mi pare faccia semplicemente allusione alla posizione di quanti strumentalizzano il concetto di natura per i loro fini affermando che l’omo/bisessualità (come anche il mutamento di sesso ecc.) sono fenomeni contro natura e dimostrando così di ignorare la grande varietà del mondo naturale. Quando poi l’autore dell’articolo sostiene che la sessualità di bonobo e scimpanzè non ha nulla a che vedere con quella che è la sessualità umana del XXI sec., mi pare che egli stesso dia contro a quanti dichiarano che certi caratteri della sessualità umana sono contro natura: la natura non può essere un buon metro di valutazione per la sessualità dell’uomo, che è caratterizzata da una complessità a sé stante e va accettata e studiata senza pregiudizi e senza confronti (e quindi che senso ha affermare che certe caratteristiche della sessualità umana sono contro natura, come se la [presunta, o meglio inventata] “naturalezza” della sessualità di animali e piante possa costituire un diktat? ). L’affermazione dell’autore di non voler entrare nel merito del dibattito (“Non è mia intenzione prendere parte al dibattito sul gender”) è quanto meno risibile, se non disonesta: è impossibile discutere dell’argomento senza voler entrare nel merito, non ha alcun senso. Per quanto l’autore si opponga a una valutazione negativa della parola ideologia, si ha l’impressione, infine, che egli stesso faccia leva sull’accezione negativa del termine da lui stigmatizzata, sfruttando il senso di minaccia insito nell’idea di movimento, di gruppo, di partito riunito da un’ideologia comune: un limitato insieme di persone che si allea nell’ombra, che macchina, che complotta, che progetta di sovvertire l’ordine, di cambiare le cose come sono sempre state e come è naturale che siano, tirando leve nella politica deviata e corrompibile, infiltrandosi nella scuola e guastando i bambini (gli innocenti da proteggere), traviando e infangando l’imparzialità della scienza, mentre la massa ignara della popolazione subisce, si fa prendere in giro, non si avvede, viene bovinamente raggirata. Per fortuna si erge a opporsi la Chiesa, che dal canto suo da millenni ha cura di infiltrarsi nel campo dell’educazione infantile per poter inculcare i punti salienti della propria ideologia in orecchie vergini e innocenti e che ora pare aver paura che i suoi metodi vengano imitati. E’ così? E’ questo che si vuol far pensare che stia succedendo? Ma se è così, contro cosa ci stiamo battendo? Con i mulini a vento, con le nostre paure, con il millenario bisogno sociale di un capro espiatorio, l’uomo nero, il cristiano (sì, quasi due millenni fa la situazione era questa, poi è cambiata, a quanto pare), l’ebreo, il migrante, il diverso? Se è così, mi pare ci sia poco da dire e da fare.

  8. Rispetto a ciò che dice Buffagni, ribadisco che ritengo inesatto l’uso del termine ideologia per questa teoria. E’ in realtà la tesi antropologica su cui tale tesi si basa che tra l’altro Buffagni esplicitamente cita, a costituire un’ideologia, sia per la sua sua capacità di influenzare la visione dell’intera realtà, sia nel non mostrarsi in tutta la sua evidenza, nel rimanere nel non detto perchè automaticamente condiviso in una certa comunità.
    Da questo punto di vista, l’intervento di GiuseppeC è emblematico, nel suo porsi ingenuamente come evindenza indiscutibile.
    In senso positivo, tuto ciò chiarisce ancora una volta come all’ideologia non vi sia alternativa, non esistono quindi posizioni ideologiche e posizioni non idoelogiche, esistono ideologie di tipo A e idoelogie di tipo B, soltanto differenti ideologie. Un’ideologia non può essere semplicemente abbandonata, ma solo sostituita con una differente.
    Ancora, non capisco in cosa la gender theory si rifaccia alle scienze sperimentali, come non capisco come la verità possa non essere ideologica, visto che essa appartiene all’universo linguistico, essendo in fondo una regola sintattica.

    La mia obiezione verso la tesi gender stava non nel fatto che un’ideologia fosse considerata dai suoi stessi sostenitori una teoria, ma su una questione ben più grave, che si negava che le iniziative in ambito scolastico ed altrove non si rifacessero ad una precisa teoria, che si leggesse in giro che la teoria gender sarebbe stata addirittura un’invenzione dei suoi oppositori. Su questo negazionismo, sul web ci sono tonnellate di evidenze. Vedo invece che la discussione si è invece polarizzata sulla dicotomia ideologia/teeoria, e ciò mi pare francamente uno sviare dalla questione principale.

  9. Un’altra osservazione che mi pare interessante è che, indipendentemente dal considerare la tesi gender teoria o ideologia, non si riesce a parlarne. Chi la difende, usa il metodo di attaccare ciò che sostiene la parte avversa, naturalmente considerata come un monolite, come se tutti coloro che avversano la teoria gender, siano poi d’accordo tra loro.

    Giovanna ad esempio non ha dubbi, se sei contro la teoria gender, lo fai per essere per due soli generi (a parte la stranezza di essere per due generi dopo avere avversato il concetto di genere).
    Le assicuro, Giovanna, non è così. Io personalmente sono contro la teoria gender, ma non ho nulla contro l’omosessualità.
    A questo punto, si attacca questi intolleranti dell’omosessualità e queste critiche diventano funzionali a osstenere la teoria gender. Mi chiedo se tutto ciò abbia un senso.

    Katia al contrario non è d’accordo che il punto riguardi l’omosessualità, e di conseguenza si sente in dovere di attaccare l’articolo. Tuttavia, non si rende conto anch’ella di fare un’operazione simile, evitando di definire la teoria gender e soprattutto di entrare nel merito dei fondamenti della teoria per finire anche lei per parlare di tutt’altro di donne che fanno l’elettricista e di uomini che fanno i maestri elementari, che veramente non vedo quale problema costituiscano. I maestri elementari ci sono da sempre, magari di donne eletrricisti ce ne saranno meno, ma personalmente conosco almeno un esempio di questo tipo.
    La differenza è che l’autore dell’articolo ha motivato il perchè dell’avere evitato di entrare nel merito, mentre Katia lo fa ma non se ne capisce la ragione.
    Ed insomma, nessuno si sottrae dal finire col parlare di quelle certe conseguenze positive o negative della teoria gender, evitando tuttavia di parlare della teoria in quanto tale.
    Quando si procede così, si finisce col porre attenzione ad una questione specifica ed ignorando tutte le possibili implicazioni.
    Faccio un esempio. Per chi come me sostiene che il sesso di appartenenza è un criterio irrinunciabile di classificazione, che non avrebbe senso se non in una visione tardocristiana distinguere corpo e psiche, tale che il corpo si differenzia tra i due sessi, ma la psiche no, come se noi non fossimo un’inscindibile unità psicofisica, un maschio rimane un maschio sia che si tratti di omosessuale ed eterosessuale, perchè le preferenze sessuali non sono utili a fini classificatori. Ebbene, mi pare che se si distingue tra maschio omosessuale e maschio eterosessuale, si finisce per dare ragione a coloro (e mi pare che non somiglino molto a quelli che difendono la teoria gender) che dicevano che un vero maschio è assolutamente etero.
    Paradossalmente, passare dalla distinzione di ogni singolo genere che viene a costituirsi anche in base alle proprie preferenze sessuali, alla discriminazione, è molto più agevole che farlo in base al sesso di apparteenza rispetto a cui mi pare che l’ultimo mezzo secolo ha messo a segno molti positivi risultati.

  10. Questo post fa molta confusione e mi lascia davvero perplesso. Vorrei fare alcune osservazioni. Mi scuso per la lunghezza.

    Anzitutto non mi convincono le osservazioni semantiche alla “Humpty-Dumpy” sulla parola “ideologia”. In Italia e non solo il termine “ideologia” ha oggi un significato abbastanza chiaro e diffuso che tutte le persone (anche quelle meno ragionevoli o informate) che hanno seguito questo dibattito hanno capito bene. E si capisce benissimo perché l’uso di questo termine sia stato contestato: perché il suo uso è sbagliato e ha una connotazione discriminatoria.

    L’uso del termine “ideologia” è sbagliato in uno qualunque dei sensi riportati nel post. La distinzione concettuale fra genere e sesso non è un assunto teorico, né fa parte di una ideologia . Se suscita unanime consenso negli studi di genere è perché si tratta di una considerazione empirica oggi diventata banale. Gli studi di genere hanno semplicemente portato l’attenzione sul fatto che all’interno delle società e dei gruppi umani non è il sesso biologico a determinare il genere dell’individuo. Il che non significa che l’inversa sia vera: il genere non determina il sesso. Più semplicemente, il genere assegna ad alcuni tratti anatomici, morfologici e biologici il valore di marcatori indenitari.

    La sessualità e il comportamento sessuale (che vanno distinte sia dal genere, sia dal sesso) sono altre variabili in questa complessa equazione identitaria, in cui il genere e il sesso sono altrettante variabili – come sanno bene i medici, il sesso è distribuito su un continuum di tratti biologici, anatomici e morfologici e capita spesso che non sia facile determinare il sesso di un individuo; infine, gli esseri umani possono intervenire sui propri corpi e cambiarli grazie alla medicina.

    L’identità di genere ha una struttura analoga ad altre identità, come quella etnica. Faccio un esempio. Essere afro-americana è una identità etnica. Questa non è determinata da tratti morfologici, anatomici o biologici. All’interno di una società o di gruppi umani una identità etnica viene identificata con dei tratti morfologici e una ascendenza – il colore della pelle, essere nate da genitori afroamericani o neri, e così via.

    Quindi bisognerebbe credere che esista anche una “ideologia etnica” o una “teoria etnica” che cerca di convincerci che le identità etniche sono costruzioni sociali; e che questa ideologia sarebbe distintiva di determinati gruppi sociali che fanno pressione per rivendicare diritti speciali e privilegi arbitrari o imporre la propria concezione etica e i propri valori ad altri gruppi sociali. Questa è una conseguenza assurda e inaccettabile.

    Questo esempio ci ricorda che l’azione di gruppi sociali discriminati non promuovere solo legittimi interessi di gruppo, ma appunto può affermare, difendere ed estendere il diritto all’uguale rispetto e considerazione di ogni individuo in quanto individuo.

    La scuola italiana dovrebbe introdurre il tema del genere nello studio di varie discipline anzitutto per aggiornamento didattico. E chiunque voglia una scuola che renda gli studenti cittadine più consapevoli non avrebbe dubbi sull’opportunità di introdurre una riflessione sui generi.

  11. @ Giuseppe C.

    Quando lei scrive che

    “Lo scientismo-positivismo odierno si fonda sulla CONSTATAZIONE che, nel grande schema delle cose, una specie chissa’ come senziente abita una pallina rocciosa fra miliardi e miliardi di altre palle rocciose o gassose nel buio nero spaziale, scaldata da una palla un po’ piu’ grande posta a distanza chissa’ come abilitante.”

    scrive (non intenzionalmente) una cosa non solo inesatta, ma propriamente falsa.
    Lo “scientismo-positivismo” (cosa affatto diversa dalla scienza), essendo una ideologia non può “constatare” un bel niente: al massimo può sostenerlo e argomentarlo.
    La scienza può “constatare” che la distanza tra la terra e il sole è di x chilometri, o che al livello del mare l’acqua bolle a 100°. NON può invece “constatare” che la gender theory sia “vera”, nel senso di “certa” o “esatta”.
    La gender theory ha il medesimo statuto epistemologico del liberalismo, del marxismo, del platonismo, dell’aristotelismo o anche dei Vedanta, cioè a dire che può essere filosoficamente “vera” o “falsa”.
    Verità o falsità della gender theory si provano per via analitica e dialogica, non per via sperimentale o scientifica. Nella discussione in merito alla verità o falsità della gender theory (come del liberalismo, etc.) è bene che si adotti il metodo scientifico: il quale però, in campo filosofico e spirituale, è affatto diverso dal metodo scientifico valido nel campo delle scienze dure.

    Per una definizione precisa di che cosa sia lo scientismo, si veda qui:

    “By scientism we shall understand an intellectual movement of which the beginnings could be discerned as early as the second half of the sixteenth century. It is a movement that accompanied the rise of modern mathematics and physics. The splendid advance of the “new science” became the cause of an elation with far reaching
    consequences, which, through the centuries, have had a wide range.1 They began in a fascination with the new science to the point of underrating and neglecting the concern for experiences of the spirit; they developed into the assumption that the new
    science could create a world view that would substitute for the religious order of the soul;2 and they culminated, in the nineteenth century, in the dictatorial prohibition, on the part of scientistic thinkers, against asking questions of a metaphysical nature.3 The
    results of this development lie before us today in the form of the scientistic creed, which is characterized by three principal dogmas:
    (1) the assumption that the mathematized science of natural phenomenais
    amodel science to which all other sciences ought to conform;
    (2) that all realms of being are accessible to the methods of the sciences of phenomena; and
    (3) that all reality that is not accessible to sciences of phenomena is either irrelevant or, in the more radical form of the dogma, illusionary. The creed implies two great denials: It denies the dignity of science to the quest for substance in nature, in man and society, as well as in transcendental reality; and, in the more radical form, it denies the reality of substance.

    Notes
    1. The term nuova scienzia occurs as early as 1537 as the title of a treatise on
    gunnery by the Italian mathematician Niccolò Tartaglia.
    2. This phase was reached as early as the middle of the seventeenth century;
    see Pascal’s reaction against it in Pensées, no. 72, Brunschvicg ed. (Paris: Hachette,
    1904).
    3. The prohibition of metaphysical questions was pronounced by Comte in 1830
    in the Cours de philosophie positive, vol. 1, First Lecture. Marx issued the same
    prohibition in Ökonomisch-philosophische Manuskripte (1844), in Marx-Engels
    historisch-kritische Gesamtausgabe, 1st. ser. (Frankfurt, 1932), 3:124 ff.; Marx’s
    prohibition is followed by his definition of “socialistic man” as the man who does
    not ask metaphysical questions (125).”

    Eric Voegelin, “The Origins of Scientism”, in: The Collected Works of E.V., vol.10: “Published Essays”, Columbia & London: University of Missouri Press, 2000

  12. Un paio di cose velocissime:

    1) Non si tratta di distinguere fra “teoria” e “ideologia”, si tratta di distinguere fra ideologia come falsa coscienza e ideologia come visione del mondo. Il termine “ideologia” ha assunto un significato negativo (e in questo senso lo usano i detrattori della gender theory) perché – come noto a tutti – da una venticinquina d’anni a questa parte è prevalsa – storicamente – l’idea che ogni visione complessiva del mondo contenga in sé qualcosa di totalizzante (e di totalitario). I due significati della parola “ideologia” di cui sopra si sono dunque sovrapposti, e come tali sono stati attaccati da chi nasconde la propria ideologia dietro il motto della “fine delle ideologie”.

    2) Una teoria è sempre un’ideologia, in quanto visione del mondo. La Gender Theory è un’ideologia perché presuppone una lettura del reale, ma, naturalmente, solo quando si socializza e ottiene consenso passa ad essere riconosciuta come tale (e non più semplicemente come teoria), e riceve approvazioni e rifiuti.

    3) Baldini, d’accordo con la prima parte del tuo discorso, ma il punto sull’etnicità non è così diverso, o almeno non è così diverso per una considerevole fetta di studiosi. I punti di contatto fra Post-colonial theory e Gender Theory sono numerosi, avendo entrambi certe teorie francesi alle spalle. Esistono biblioteche sulla costruzioni sociale dell’identità etnica, tanto da parte dei “bianchi” verso i subalterni, quanto viceversa dei subalterni per costruirsi un’identità etnica “bianca” (basta dare un’occhiata a recenti volumi sulla lotta per “diventare bianchi” di Ebrei, Italiani e Irlandesi negli Stati Uniti).
    Recentemente poi abbiamo assistito per la prima volta, e in contemporanea all’ascesa dell’ideologia della vittima di cui ha parlato Giglioli, a un bianco che passa la sua vita a costruirsi un’identità “nera”, e con quella si identifica (“I identify as black”): http://www.channel4.com/news/rachel-dolezal-identify-as-black-spokane-naacp-washington

  13. Due osservazioni sull’intervento di Baldini.
    Il primo è che nessuno dovrebbe permettersi di affermare che il proprio punto di vista, magari perchè suffragato da sedicenti esperti, sia la verità, un fatto indiscutibile. Ciò sposta il campo da quello del dialogo in un contesto democratico in cui opinioni differenti si confrontano perchè gli interlocutori possano migliorare il livello delle proprie conoscenze, a quello di un contesto dispotico, dove sulla base di un’autorità indiscussa, si qualifichi la propria opinione come oggettivamente giusta, e quella altrui risulterà di conseguenza come errata o assurda.
    Da queste premesse, la conseguenza logica sarebbe passare dal dialogo allo scontro fisico, a cui personalmente mi sottraggo. Posso interloquire solo con chi accetta il dialogo, con ayatollah e rabbini fanatici non tento neanche di discutere.

    La seconda questione riguarda il raffronto che l’intervenuto fa tra appartenenza di genere ed appartenenza etnica.
    Tale raffronto è totalmente ingiustificato, e ciò discende da innumerevoli osservazioni sperimentali. La differente colorazione della pelle non induce differenze di ordine psicologico, oggi nessuno sosterebbe una tesi così infondata, e per questo il razzismo, prima ancora di essere un fatto tragico per tutte le ferocie che ha determinato nella storia dell’umanità, è infondato e frutto di ignoranza.
    Al contrario, le evidenze di differenze tra psicologia maschile e psicologia femminile sono innumerevoli e osservabili quotidianamente, come del resto rivendicato in passato dal femminismo della differenza. Ci sono ragioni biologiche per cui questa differenza esiste, anche se il modo specifico del suo manifestarsi dipende fortemente dallo specifico contesto culturale. Sarebbe sciocco tuttavia da questa dipendenza inferire che si tratti di un fatto puramente culturale.
    Come dicevo nei precedenti interventi, credo che esista una teoria gender che fa parte dell’ideologia dominante e che in ultima istanza discende dall’ideologia liberale, che ha un visione quasi caricaturale della libertà in generale ed in questo contesto del modo in cui il singolo individuo si concepisce. Poichè nel liberalismo non si affronta il problema di come il nostro pensiero si va costruendo in base al contesto sociale, si parla di individui che sono in un certo modo come se questo modo di essere sia un dato di fatto intrinseco all’individuo e non anche la conseguenza dell’influenza sociale. Il risultato è che la cultura dominante storicamente determinata in un certo momento è in grado di definire anche le appartenenze di genere, e quindi chi controlla la cultura dominante è in grado anche di influenzare la definizione delle appartenenze di genere. In tal modo, il modello di uomo-consumatore che il globalismo neoliberista ha creato per rimpiazzare gli uomini con una cultura localmente e storicamente determinata, viene anche fornito di una nuova identità, quella di genere, appositamente fornita dalla cultura dominante.
    La grande rivoluzione sarebbe quindi quella di sostituire ad un dato certo, l’appartenenza sessuale, un dato storicamente determinato, l’appartenenza di genere, influenzabile dai padroni dell’universo culturale in cui siamo immersi: proprio un gran vantaggio, vero?

  14. > La scienza può “constatare” che la distanza tra la terra e il sole è di x chilometri, o che al livello del mare l’acqua bolle a 100°. NON può invece “constatare” che la gender theory sia “vera”, nel senso di “certa” o “esatta”. (Buffagni)

    > contesto dispotico, dove sulla base di un’autorità indiscussa, si qualifichi la propria opinione come oggettivamente giusta, e quella altrui risulterà di conseguenza come errata o assurda. (Cucinotta)

    La constatazione di un fenomeno, cioè l’esistenza in vita di un numero di persone di identità ibrida rispetto a fisiologia clinica e cultura, in scala da 0 a 100 rispetto ad un ipotetico standard, non è dialettica: si accetta il fenomeno tout court, in tutte le scale possibili da 0 a 100, e gli si riconoscono tutti i diritti fondamentali, sociali e politici. Ogni altra diversa azione, dialettica inclusa, vuole porre dei limiti rispetto ad altri esseri umani “standard”. I libri di storia sono pieni di queste robe, su… non impariamo proprio mai?

  15. Una precisazione.
    La differenza di fondo tra la visione antropologica che sottende la gender theory e l’antropologia classica (greco-cristiana, tradizionale in genere) è questa: le antropologie tradizionali affermano – in linguaggio discorsivo o simbolico-poetico – che la natura umana (o anima, psiche, etc.) è strutturata da un ordine, e dunque ha un senso intrinseco; spesso aggiungendo che questo ordine interiore, “microcosmico”, rispecchia l’ordine “macrocosmico” della physis, del cosmo, della divinità – personale o meno – etc.
    L’antropologia che sottende la gender theory afferma invece che:
    a) la natura umana, o anima che dir si voglia, non esiste, e dunque non è ordinata e non ha senso intrinseco (ciò che non esiste non può essere ordinato nè avere senso intrinseco: come massimo, un senso può essergli conferito dall’esterno in base a una scelta volontaria, individuale o collettiva, inverificabile e arbitraria)
    b) l’uomo è un costrutto determinato dal suo corredo biologico+l’influsso storico-sociale+la scelta individuale.

    Somiglia in questo alle tesi in proposito del marxismo-leninismo: negazione della natura umana, totale storicità dell’uomo, progressismo scientista. Al posto della palingenesi comunista, il “regno della libertà” nel quale avrebbe dovuto nascere “l’uomo nuovo”, la gender theory e le sue derivazioni politiche inseriscono un messianesimo scientifico (plauso alla produzione tecnica di esseri umani per consentire a chiunque, a prescindere dal sesso, la filiazione; eugenetica, etc.) e un messianesimo politico liberalprogressista (eguaglianza totale tra gli uomini, totale libertà di scelta individuale anche in merito alla propria identità sessuale, etc.).

    Altro “regno della libertà” e altro “uomo nuovo” in arrivo. L’altra volta non è andata tanto bene, vedremo (vedrete, io non ci sarò) come andrà questa.

  16. @ Buffagni Non vorrei sollevare il livello del suo discorso alla banalità, ma la gender theory ha soprattutto una componente pratica, di metodo, come chiariva Baldini “La sessualità e il comportamento sessuale (che vanno distinte sia dal genere, sia dal sesso) sono altre variabili in questa complessa equazione identitaria, in cui il genere e il sesso sono altrettante variabili” e “L’identità di genere ha una struttura analoga ad altre identità, come quella etnica”.
    Come non vedere un obiettivo pratico, di facilitare la convivenza sociale, in queste teorie, che hanno una forte componente ideologica nella terza accezione, quella sociologica, di Grimaldi?
    Che ci possa essere il rifiuto di ogni sostanzialismo in certe posizioni gender è vero, e anche un “messianesimo scientifico” circa la produzione dell’uomo nuovo, ma anche in Braidotti prevale sempre il rilevare quello che c’è, integrandolo, invece di escluderne perfino la pensabilità.

  17. @Giuseppe C.

    No, evidentemente “non impariamo proprio mai”, e la sue affermazioni ne sono una prova incontrovertibile.

    Dalla “constatazione” di un “fenomeno”, che sia “l’esistenza in vita di un numero di persone di identità ibrida rispetto a fisiologia clinica e cultura” o che “una specie chissa’ come senziente abita una pallina rocciosa fra miliardi e miliardi di altre palle rocciose o gassose nel buio nero spaziale” NON è razionale, scientifico, logico, autoevidente e pacifico dedurre che “si accetta il fenomeno tout court, in tutte le scale possibili da 0 a 100, e gli si riconoscono tutti i diritti fondamentali, sociali e politici” o che “l’esserci” degli abitatori della palla rocciosa Terra “è probabilmente senza senso.”

    Visto che lei è, presumibilmente, scolarizzato, questo lo dovrebbe sapere; ma siccome le fa più comodo ignorarlo, snocciola con supponenza il suo discorsetto di riporto, senza darsi neanche la pena di copiaincollare un argomento.
    A proposito di ideologia, questo genere di condiscendenza arrogante e di tronfia ignoranza è tipico di chi aderisce alle ideologie dominanti (tutte). Certo, così si risparmiano energie (non c’è bisogno di pensare, pensano gli altri per noi) e ci si mette dalla parte del più forte, posizione egosintonica quant’altre mai. Insomma: è comodo (finchè dura).

  18. @chris

    Concordo con lei sullo scopo anzitutto “pratico” della gender theory. Le faccio però rilevare due punti:

    1) una teoria antropologica che ha anzitutto “uno scopo pratico”, cioè a dire che si prefigge anzitutto di ottenere risultati politici, etici e sociali invece di curarsi anzitutto di capire e descrivere la realtà dell’uomo com’è realmente, vale meno di zero: è giustificazione a posteriori di una agenda politica (che possiamo anche condividere, perchè no). E’ il metodo che Leszek Kolakowsi, parlando del dibattito culturale nel campo comunista, definiva “la quinta operazione”. Le quattro operazioni sono addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione: in tutte e quattro, il risultato esatto viene individuato a partire dai fattori. Nella quinta operazione, invece, PRIMA si determina il risultato (in quel caso, che il marxismo-leninismo è vero e che le sue previsioni si realizzeranno, in questo che la gender theory è vera e che quando la applicheremo alla società vivremo tutti più felici e contenti), e POI si inseriscono i fattori in modo che diano il risultato voluto.

    2) La gender theory dà una descrizione di come è fatto l’uomo, e ne trae delle conseguenze, appunto “pratiche”, in merito a come dovrebbe essere trattato. Ma se la descrizione è falsa, appunto perchè dettata “da ragioni pratiche”, saranno false, sbagliate e rovinose anche le conseguenze politiche, sociali ed etiche che ne derivano. E’ una cosa che si chiama “eterogenesi dei fini”. Se una siffatta teoria “dettata da ragioni pratiche” venisse prodotta in campo medico, lei si farebbe curare volentieri dal medico che vi aderisce?

  19. Il pezzo è molto interessante, come il dibattito che ne è seguito. Vorrei riportare però, almeno in parte, il focus sulla questione educativa, che forse è finita nel cono d’ombra della discussione sull’ideologia e gli studi di genere (nessuna polemica in queste mie parole. Anzi ritengo la questione di grande interesse generale e visto che mi piace continuare a pensare alla scuola come a un luogo dove si affronta la complessità del mondo di fuori non voglio affatto giocare al gioco del benaltrista: quanto scritto dai commentatori E’ pertinente alla questione educativa).

    C’è un peccato originale in tutte le “educazioni alla” di cui i curricoli scolastici si sono riempiti: il rischio di diventare luogo di esortazioni moraleggianti e politicamente corrette a rispettare la natura, a mangiare sano, a rispettare l’altro (sulla linea di una scuola che finisce per assomigliare alla scuola canadese, almeno per come è ritratta dal film Monsieur Lazar, se qualcuno l’ha visto: una scuola nella quale il conflitto e le passionacce vengono rimosse e nascoste sotto la patina di un puerocentrismo frainteso e ipocrita). Mi pare che l’educazione di genere potrebbe correre lo stesso rischio.

    Per ovviare a questo peccato originale io vedo solo una via seria: che la scuola e gli insegnanti si approprino dei temi delle “educazioni” in profondità, entro le discipline (d’altra parte non si è parlato di un'”ecologia” degli studi letterari e non dovrebbe l’umanesimo, come scriveva Gadamer in alcuni saggi sull’educazione, essere proprio un’ecologia dello sviluppo tecnoscientifico che sfugge alle mani dell’uomo?). Troppo spesso le educazioni sono pensate da chi le propone (spesso enti esterni – e non è un caso – alla scuola) e percepite dagli studenti, come il laboratorio sull’attualità che richiede poco impegno e che si fa comunque e sempre a lato della “scuola vera”, quella noiosa ma formativa che ti parla di Tasso, present continuous, rocce metamorfiche e colonnato del Bernini. (Potrei citarvi i casi di progetti presentati nelle scuole in cui ho lavorato nelle quali si insisteva esplicitamente sul fatto che le attività proposte non erano “scolastiche”, ma “amichevoli, fondate sulla condivisione e il peer to peer”…). Ciò, lo capite, è offensivo e per la scuola e per le educazioni.
    Mi pare assolutamente da sottolineare, in quest’ottica, quanto dice @Baldini: la prospettiva di genere dovrebbe riguardare in primo luogo l’aggiornamento della didattica, diciamo dello sguardo sulle discipline (caro Baldini, non le dico che lei ha forse troppa fiducia nelle possibilità di aggiornamento culturale dei docenti, che sono presi da ben altri problemi – seri, e parlo solo di quelli di didattica spicciola – che non dall’aggiornamento culturale intorno agli studi culturali e di genere. Non glielo dico perché faccio parte della stessa genia di illusi). Mi pare da sottolineare, perché, per parlare per esempi, da quando insegno in un liceo a quasi totale prevalenza femminile non riesco a immaginare di parlare dell’amore di lontano provenzale nello stesso modo in cui ne avrei parlato quando stavo in licei nei quali la presenza di maschi e femmine le neutralizzava entrambe (o forse un po’ di più quella femminile, ma ci siamo capiti credo). La faccenda mi è diventata assai più problematica.
    Ma non vorrei, d’altra parte, che alle mie studentesse passasse l’idea che la poesia provenzale sia solo una forma di sublimazione di una secolare brutalità maschile (so che i più accorti fra noi mi rassicureranno e diranno che non ci sono questi rischi: stiamo facendo solo una battaglia pratica di libertà, basta paranoie. Be’, leggete il gustoso aneddoto sui due professori americani, uno old style e una formatasi nei dipartimenti di gender studies che trovate nella Guida allo studio della letteratura di Ceserani: è un battaglia ideologica, non saprei come diversamente definirla).

    Naturalmente tutto ciò è troppo raffinato. Il problema è insegnare il rispetto per la diversità, che c’entra la poesia provenzale. Semplicemente, io temo che senza passare per quella via lunga e tortuosa noi finiremmo solo per insegnare che gli omosessualei e i transessuali sono esseri umani degni di rispetto, poverini. Io vorrei, davvero, che la presenza finalmente dichiarata, esplicita, orgogliosa, degli omosessuali e dei transessuali mi desse un po’ da pensare sulla mia eterosessualità e mi insegnasse a relativizzarla. Sostanzialmente a scoprire che che l’eterosessualità è una forma di pluralità, non un’identità rocciosa. Che la verità sta sempre un po’ spostata rispetto al punto dove penserei di averla inchiodata (scusate, sembra Foucault su un bignami).

    Penso che a partire dalle proposte ministeriali ci si possa arrivare a tutto questo. Ma il Miur ha dato un quadro di riferimento, ora sta a noi. E possiamo fare male o bene.
    Per tutto questo, perché penso che la complessità vada salvaguardata, mi è spiaciuta la cagnara di destra e clericale contro l’ideologia di genere. Però, sia pure su un piano ben diverso (perché in fondo è la posizione in cui mi colloco nella “lotta”) mi sono spiaciute anche le semplificazioni che Grimaldi critica. Sembra sempre che sia in corso una guerra fra partigiani della libertà e oscurantisti. Da Voltaire in poi forse il nostro illuminismo dovrebbe essere un po’ cresciuto.
    Nello specifico, la questione del rapporto tra sesso e genere mi pare un caso particolare di quell’eterno dibattito su quali siano i confini reciproci tra cultura e natura (Leopardi nello Zibaldone scriveva che se fossimo in grado di risolvere quello avremmo risolto ogni problema intellettuale). Interessante continuare a dibatterne (e, visto che non è una questione teoretica ma umana e pratica, far sì che il dibattito ci modifichi). Forse meno interessante aver stabilito una volta per tutte che il genere è una costruzione culturale poggiata (ma agganciata dove? dov’è il punto di transizione?) su una base biologica ad essa, per così dire, estranea. Non mi convince (per le ragioni addotte da @Cucinotta e per quest’altra: lo strutturalismo che procede per opposizione di tratti distintivi funziona per descrivere il linguaggio. Si è provato ad applicarlo a tutto, dal menù alla parentela alla sessualità. Sono descrizioni affascinanti e le leggiamo ancora. Ma basterà?).
    Spero che questo non mi trasformi ipso facto in uno che crede che la famiglia nucleare eterosessuale sia naturale o in uno le cui affermazioni meritino subito la domanda “cui prodest” (come, mi pare, fa @Katia con le parole di Grimaldi).
    In fondo credo che stiamo tutti dalla stessa parte, educativamente parlando.

  20. @ Buffagni: non credo che la gender theory intenda dare “una descrizione di come è fatto l’uomo”, solo indicare un ampio raggio di prospettive attraverso cui guardare ai comportamenti.
    Posso convenire che queste prospettive non dovrebbero nascere dalla sola evidenza (si può chiedere: evidenza di che cosa?), d’altra parte oggi disponiamo solo di antropologie storiche, quindi si spiegano i conflitti sul gender.

  21. @ Mimmocangiano. Siamo d’accordo anche sull’analogia fra identità di genere ed etnica. Forse non mi sono espresso bene, ma ho cercato di argomentare proprio quell’analogia strutturale. L’ho fatto per mostrare che se si è convinti che esista un’ideologia di genere, allora si deve sostenere (per coerenza) che esista anche una ideologia dell’etnia (da intendersi nello stesso senso). Entrambe le convinzioni sono assurde e inaccettabili.

    @ Vincenzo Cucinotta. Spero che sia d’accordo sul fatto che non ci sia tempo di discutere qui di oggettività, democrazia e liberalismo. Quello che mi interessava era osservare che il consenso non deriva necessariamente da un comune assunto normativo, teorico o ideologico (questo è un “non sequitur”). In questo caso infatti il consenso sulla distinzione fra sesso e genere deriva da studi e osservazioni empiriche convergenti.

    Ho dei forti dubbi che la psicologia individuale si possa ridurre alla biologia – nemmeno per gli animali non-umani la cose sono così semplici . Ma questo non è il punto. Lei confonde identità e psicologia, che sono due dimensioni diverse. Quando si parla di genere si parla di identità e non di psicologia.

    @ Daniele Lo Vetere. Mi scusi se parto da dove non siamo d’accordo. Continuo a non capire dove stia l’ideologia. Ma ho provato a chiarire perché.

    Sulla didattica, le difficoltà che solleva sono reali. Se penso alla letteratura, l’approccio di genere è una lettura tematica come le altre – e presenta difficoltà e rischi che lei conosce bene. Sono a favore di letture “dense” che combinino forma e contenuto. Tutto questo non mi sembra costituisca un problema speciale che deriverebbe dall’introduzione di una riflessione sul genere a scuola.

  22. Ma no, Baldini, non ho fatto nessuna confusione.
    L’ identita è per sua definizione un fatto individuale. Come si suol dire, ogni persona è unica ed irripetibile, ed ha quindi una sua personale identità.
    Bene, ma la cultura che l’umanità ha sviluppato nel corso del tempo ha introdotto l’uso delle classificazioni. La realtà viene classificata perchè in tal modo ne viene fortemente semplificata la descrizione ed interpretazione. Naturalmente, nessuno si sognerebbe di considerare identici un gatto ed un leone solo perchè entrambi sono dei felini.
    Allo stesso modo, noi uomini tutti siamo classificati come specie “homo sapiens sapiens”, e nessuno si sognerebbe con ciò di intendere che siamo identici tra noi.
    E’ possibile all’interno dell’umanità introdurre ulteriori forme di classificazione? Io credo di sì, purchè a premessa deve essere condiviso il principio che le differenze devono essere accompagnate da un rigidissimo criterio non discriminatorio, e cioè che non si può concepire che le classi così costituite possano essere sottoposte ad un criterio gerarchico.
    Partendo da un principio credo abbastanza condiviso, che gli uomini costituiscano una inscindibile unità psicofisica, sembrerebbe ovvio, e difatti così storicamente è stato fatto fino ad oggi, che siamo le caratteristiche fisiche e psichiche a guidarci nelle classificazioni che operiamo.
    Sembrerebbe quindi altrettanto ovvio che le identità collettive siano collegate alle nostre caratteristiche fisiche e psichiche, nel momento in cui siano collettive, il che presuppone che le caselle preesistano al singolo individuo. Se invece ognuno intende costruirsi una sua personale casella, allora questo tipo di identità non può interessarci perchè smette di essere collettiva, è strettamente individuale e quindi non ha fini classificatori ed in sostanza non ha alcun significato, visto che il significato presuppone un uso sociale. A me sembra una cosa ovvia.
    Quindi, l’unica cosa su cui abbia senso discutere è quella delle identità collettive esclusivamente nel senso di classificazione semplificatoria del reale. Ecco, sembrerebbe più che ovvio che le identità collettive siano collegate a caratteristiche fisiche e psichiche, perchè fanno riferimento a come gli uomini sono.
    Su tutto questo, mi pare che dovremmo essere d’accordo. Per quanto capisco, il problema sorge solo adesso, tra chi crede che il sesso d’appartenenza debba rimanere come finora è stato il punto di riferimento della propria identità, e chi invece la affida ad un non meglio precisato criterio strettamente individuale, una scelta dello stesso soggetto della propria identità di genere.
    Io contesto questa ultima ipotesi perchè non ne vedo l’utilità, in quanto smette di avere una funzione oggettiva e quindi anche sociale. Nella sua versione più radicale, significa che ogni persona costituisce una sua unica identità di genere, e quindi il numero delle caselline cresce fino al limite uguagliare il numero degli individui, in una versione più moderata significa che le caselline non hanno una base oggettivamente riscontrabile e quindi non hanno una funzione descrittiva, e quindi in definitiva non esistono.
    Così alla fine mi pare che la questione non sia se sostituire un’identità sessuale con un’identità di genere, ma se mantenere una classificazione basata sul sesso d’appartenenza o se abbandonarla senza sostituirla con alcunchè. Poichè abbiamo evidenze di differenze psicofisiche tra maschio e femmina, eliminare questa distinzione appare incomprensibile.
    Accenno soltanto a quanto già ho detto, e che costituisce un altro motivo di dissenso, di come queste identità di genere apparentemente scelte dallo stesso soggetto, siano al contrario un frutto del clima culturale dominante, e come si possano costituire così delle identità fittizie mediaticamente costruite.

  23. La gender theory è strettamente legata alle discussioni nel femminismo contro la “differenza *ontologica* sessuale”, ed è collegata sia alla queer theory che al femminismo delle donne nere e chicane contro il femminismo bianco accusato di aver legato insieme al sesso e al genere anche i propri privilegi di razza e di classe.
    In tale allargamento della differenza a molte differenze naturalmente si rischia di perdere il senso stesso del femminismo (che infatti viene comunemente dato per perso già da tempo). L’idea di libertà femminile, collegata a autorità femminile e relazione, è stata la risposta del femminismo della differenza, che evita ogni sostanzialismo, ma rilancia sulla possibilità di costruire legami sociali in base alla capacità liberante e ordinatrice dei soggetti femminili in relazione.
    E’ uno spostamento in avanti, che risolve il sostanzialismo quasi in una filosofia della prassi che si apre alla differenza sessuale.
    Posso comunque osservare che oggi da un lato la gender theory può prestarsi a diventare “parte dell’ideologia dominante e che in ultima istanza discende dall’ideologia liberale, che ha un visione quasi caricaturale della libertà in generale ed in questo contesto del modo in cui il singolo individuo si concepisce” come scrive Cucinotta; ma che dall’altro lato le reazioni di opposizione al gender in nome di una differenza “naturale” dei sessi come complementarità diventa propria delle posizioni conservatrici e confessionali.

  24. @ Baldini. Non volevo imbarcarmi in una discussione, per la quale peraltro non avrei competenze sufficienti, sulla questione dell’ideologia, sulla stessa definizione della quale mi sembra che non ci sia previo accordo neanche in questo piccolo contesto. Dico solo che per me non ha alcuna connotazione negativa, né qualifica l’uno (ideologizzato) contro l’altro (in spontaneo rapporto con la verità e la natura).

    No, certo, l’educazione di genere non comporta “problemi speciali” rispetto ad altre educazioni (sarebbe un argomento peloso). E’ quanto ho cercato di argomentare, o almeno ci ho provato, parlando per l’appunto di “peccato originale” delle educazioni, al plurale.

  25. Quando la citazione calza che spreco non mandarla in contropiede, perciò:

    “Non esiste la Natura, né quella dei Padri della Chiesa, né quella di Darwin, né quella del calzaturificio Valleverde, né quella del Mulino Bianco: esisti tu, pirla!”

    Tratta dal “Manuale del perfetto Gentilomo”(1992) di Aldo Busi, con buona pace di ideologi, scienziati, educatori, maleducatori, negazionisti, filoqualcosa, qualcosafobici, terzisti, moralisti, ministri, papi, organismi mono/pluri/cellulari, bonobo, opinionisti, amanti dei sinonimi, frustrati dai contrari, con sesso o senza.

    Un saluto!

  26. @Giuseppe C.
    La crociata, ullallà! Più che scaldarmi mi deprimo, quando mi sferrano colpi da KO filosofico come i suoi.

    @Daniele Lo Vetere
    Il punto centrale della questione lei lo individua benissimo: “Forse meno interessante aver stabilito una volta per tutte che il genere è una costruzione culturale poggiata (ma agganciata dove? dov’è il punto di transizione?) su una base biologica ad essa, per così dire, estranea.” E allora perchè non lo si prende in esame seriamente?

    @ chris
    Certo che la gender theory vuole descrivere come è fatto l’uomo; ne affronta un aspetto particolare, ma fondativo: l’articolazione fra corpo e psiche, tra natura e cultura. Se le pare poco…
    Non ho capito che cosa lei intenda quando scrive che “oggi disponiamo solo di antropologie storiche”.

  27. Coda, avrei una notizia per lei, non esiste l’individuo a cui accenna Busi, esiste un individuo che sin dal suo primo vagito è inserito in un contesto sociale che gli preesiste, e che soprattutto attraverso l’apprendimento del linguaggio, diventa un membro di quella comunità di uomini.
    Sarebbe logico parlare della società piuttosto che dell’individuo, quello è il complesso prodotto di un fattore genetico e di uno culturale, e qui si tentava di parlare della cultura, che poi è l’unica cosa di cui abbia senso parlare a livello di pensiero collettivo. Se esistessero come dice Busi solo individui come se spuntassero dal terreno come fili d’erba, non avrebbe senso neanche l’esistenza stessa del linguaggio e di conseguenza dei libri, dei giornali, della TV, di questo stesso sito e così via. Atrraverso il discorso, noi tentiamo di influenzare la realtà, ma c’è chi vede solo individui apparentemente senza neanche chiedersi di come e di perchè egli parli.

  28. @ Buffagni et Lo Vetere

    Ma, in relazione al passaggio citato, credo ci sia un certo problema, ovvero che ci sarà pure chi parla di genere come costruzione culturale, ma non credo sia così importante, o almeno non saprei che dire. Ripartendo da Leopardi, smettiamo di pensare a natura e cultura come zone confinanti, o intersencanti, sullo stesso piano, e cominciamo a pensare a processi che si influenzano a vicenda. Per quanto riguarda la questione di genere, quello che è stato scoperto, e che andrebbe preso come conoscenza e basta, per questo ha ragione Baldini, è che sesso e genere sono cose diverse. Poi se uno vuole può benissimo pensare che l’uomo e la donna siano complementari, cosa degna di rispetto, basta che non rompa l’anima al prossimo, cosa che a tante persone proprio non riesce di fare. Il genere ovviamente non è solo una costruzione culturale, ma questo è il problema del costruttivismo, ma è un’etichetta, con un certo grado di approssimazione (again Leopardi), che sorge in un certo contesto sociale. Ma con questa etichetta ci si fa ben poco, per quanto è divertente notare come nei micro movimenti vari della nebulosa queer tutt* abbbiano uno spasmodico bisogno di sentirsi parte di una identità, e le sigle vanno come il pane. Meno divertente è vedere come ci siano lotte esculdenti pure in questi ambiti (del tipo che il collettivo lgbt toglie la t perché alcune non riconoscono le transessuali come compagne di lotta, perché non sono donne come loro). @ Lo Vetere, non è tanto e solo insegnare il rispetto delle differenze, ma comprendere e poi insegnare il concetto di diversità e di approssimazione, cosa che va contro il nostri bias (per questo è così difficile comprendere la natura a volte continua, a volte discreta della natura), per tornare ai discorsi dei tempi che furono.

  29. @ Buffagni: Nossignore, la g.t. vuole descrivere come si comporta, come si è comportato finora, l’uomo (der Mensch). Al contrario le antropologie filosofiche pretendono di raggiungere l’essenza: di quali antropologie disponiamo? Di quelle religiose, di quelle filosofiche, di quelle ottocentesche, di quelle etnologiche novecentesche, nei confronti delle quali un sano relativismo è come minimo auspicabile.
    Come aggiungevo in una nota successiva, neppure il femminismo della differenza riposa in una qualche consistenza umana (sessuata), ma solo in una realizzazione (o attualizzazione, in termini di fil della prassi) di umana e razionale libertà.
    Certo: che questo investimento in una possibile libera razionalità riposi in una prospettiva extra storica appare chiaro. Ma contemporaneamente dirò che non è data, è solo un’ipotesi a cui applicarsi.
    Ma è difficile andare più indietro di così senza doversi acquartierare in qualche luogo.

  30. Salve Cucinotta! Non usi il condizionale, sia diretto, tra la lettera ai filippesi e quella defilippiana: non esiste l’individuo! Questa sì che è una notizia che mi scuote.

    Tralascio momentaneamente la bella citazione di Busi, utilizzata da me a gamba tesa, e rispondo alla sua notizia con un pettegolezzo: purtroppo temo che gli individui esistano, che le persone non siano la logica conseguenza di qualcosa che gli preesiste: nell’attimo stesso in cui cominciano a esistere anche loro c’è una nuova variabile in gioco, uno scossone possibile alle regole precostituite, e quindi una nuova responsabilità: la loro; non che mi attrae il titanismo dell’Uno contro Tutti, Cucinotta: banalemente tendo a pensare che il Tutti sia la giustificazione più alla mano che uno adotta per sé se è diventato uno di quei Tutti senza opporre nessuna registrabile resistenza.

    Cucinotta, massì, i discorsi sono performativi, eccome; è la qualità del discorso di Grimaldi e dei suoi commentatori che però sono tristemente deformanti e dissociati, asettici e impersonali, giornalistici e niente più, anonimizzanti; sono la solita blatera: eh, mettersi a dare le patenti di ideologia; Cucinotta, secondo lei quanto manca prima che la ciacola si sposti sulle questioni di egemonia culturale?

    La si può far lunga quanto una enciclopedia, però un po’ di brusco pragmatismo è corroborante. Ci sono uomini e donne che vogliono viversela beatamente all’esterno dell’eteronormatività: non sostituirsene, abolendola, semplicemente farsi i cazzi e le fiche loro come fanno tra di loro gli altri che nell’eteronormatività ci stanno un amore e che per questo di come l’amore lo vogliono fare gli altri non ne vogliono sapere, anzi sono proprio infastiditi dall’idea che qualcos’altro da sapere ci sia.

    Lo so che di fronte all’evanescenza delle teorie uno si sente più libero di affondare la mano, ma i fatti sono questi: ci sono persone che vogliono gli siano riconosciuti dei diritti fondamentali e che sono arcistufe di dover ricoprire il ruolo delle macchiette eccezionali, delle anomalie da scandaletto preistorico; hanno il pio desiderio di voler vivere tra individui adulti e non tra eterni bamboccioni suscettibili che vogliono poter portare a spasso secondo l’estro del momento la loro capretta espiatoria, e come si fa a dargli torto? Il resto è allarmismo, fumo persecutorio per pipaioli incalliti, un buttarla in melodramma: “I bambini, cosa diranno ai nostri bambini!”, piazzata tipica di chi dai bambini è terrorizzato e dall’idea di educarli, di parlarci!, ancor di più, e che per questo deve istituirli come vittime totali da proteggere in maniera paranoica, ovvero da azzittire e uniformare al più presto, così non daranno fastidio e la quieta vita quotidiana e infernale potrà procedere secondo la sua beata debolezza di inerzia.

    Io non so lei Cucinotta, e non so gli altri, ma nel mio caso non me l’hanno mai dovuto dire né gli insegnanti né i genitori né chi per loro con chi mi piaceva stare e cosa mi dava piacere e cosa no. L’intellettualizzazione eccessiva è una forma di infantilizzazione dissimulata male, e il ricercare una causa accademica all’evidenza della propria personalità è un non voler ammettere il limite della conoscenza che ciascuno può avere di s* stesso: certo è che non si può avere altra ricostruzione se non quella che uno o si fa da sé o gliela faranno i tanti piccoli aspiranti dii-creatori con la fissa della loro immagine e somiglianza.

    Cucinotta, oggi è stata una giornata di stanca al lavoro, quindi ho messo in fila un po’ di bla e bla. Ritorno allora alla citazione di Aldo Busi prima di dileguarmi com’è consigliabile a chi ha un po’ a cuore il proprio tempo: e le dico perché l’ho scelta (ovvero, le dico la mia personale razionalizzazione del ricordo spontaneo che me n’è venuto): quale uomo e quale donna possono accontentarsi di essere il prodotto di qualcosa che li anticipa e li determina? E basta col pensarsi come un finale prescitto e pregiudicato, meglio riprovarci sentendoci un imprevedibile inizio. Discorriamo di realtà, Cucinotta, è un po’ l’urlo liberatorio che Aldo Busi semina nelle sue opere, di chi siamo, di come vogliamo vivere, di cosa significa venire ostacolati nell’espressione della nostra mai granitica identità. I discorsi teorici lasciamoli a chi ce la mette ancora tutta per smaterializzare le persone facendone demenziali, speciosi e vaniloquenti. e casi-generali-di-studio da ingabbiare meglio.

    Saluti serali Cucinotta! Coda.

  31. Caro Cota, prima di tutto i complimenti per il suo linguaggio pirotecnico.
    Ed anche complimenti per avere più volte ripetuto nel testo del suo intervento il mio nome, perchè così ho potuto capire che parlava con me.
    In effetti, le citazioni del mio nome sembrano costituire l’unico modo per capire che si rivolgeva a me, perchè per il resto lei non entra minimamente nel merito delle mia argomentazioni, ma anzi non si tira indietro neanche nel citare in maniera erronea ciò che ho scritto.
    Sin da “…non esiste l’indiviudo”, affermazione che lei mi attrribuisce, ma io scrissi che non esisteva l’individuo come Busi e forse anche lei immagina: le viene difficile cogliere la differenza?
    Lei mi ammonisce anche che le persone non sono determinate dal contesto, ma dove l’avrei scritto? Caro Antonio, ma mi legga per favore, si tratta di una fatica così pesante? Io scrivevo che noi siamo il prodotto complesso dell’interazione tra individuo geneticamente determinato e influenza dell’ambito culturale dove ci capita di nascere.
    Argomento anche in proposito e mi aspettavo quindi una critica alle mie argomentazzioni, ma niente, lei tira dritto in modo lei dice pragmatico, ma temo che l’uso che lei fa di questo termine sia alquanto approssimativo. Pragmatico come James, o come Dewey, perchè entrambi si definiscono pragmatici, ma dicono cose profondamente diverse l’uno dall’altro.
    Direi pragmatico secondo la vulgata dominante, e che poi significa che non ho voglia di argomentare e passo all’illustrazione di come le cose mi appaiono.
    Benissimo, ha detto la sua opinione, ma non mi ha risposto, e la sua opinione era già ben riassunta dalle poche parole citate da Busi. Ne prendo atto.

    L’unica cosa che non posso tollerare è che lei mi attribuisca delle opinioni che non mi sono mai sognato di esprimere. Dunque, lei non può affermare che io sia intollerante rispetto alla multiformità delle espressioni della sessualità, la potrei sorprendere su questo punto.
    La cosa è di grande interesse, perchè alla fine degli aspetti teorici, di conseguenzialità logica, lei vuole rapidamente liberarsi, ed andare al sodo,

    Il problema è costituito proprio da questo pensiero che nelle generazioni più giovani è così diffuso di fastidio per discorsi più di principio, e questo mi preoccupa perchè significa che il nuovo ceto dirigente non è più in grado di affrontare le tematiche sociali all’interno di un quadro più generale che assicuri una coerenza interna ai singoli provvedimenti, ma sa dall’inizio dove vuole arrivare e l’argomentazione si trasforma da un proficuo processo di ricerca, al mezzo usato per arrivare alla conclusione a cui sin dall’inizio vogliamo giungere. Un sistema di potere che usi potenti mezzi mediatici non avrà così alcun problema a conquistare il consenso generale su qualsiasi nuova iniziativa, perchè l’adesione all’iniziativa non dovrà fare i conti con ben sedimentate opinioni con una base filosofica, conquistare l’ultimo stadio del ragionamento sarà conquistare tutta la mente perchè la mente solo l’ultimo stadio contiene.

  32. @ Buffagni. Sarebbe interessante ma sorvolerei. Chissà in che labirinto ci impegoleremmo.

    @ PPP vs FF (ex DWF vs RB). Perdonami, ma mi sono perso (non ti sto sfottendo, davvero). Troppe carne hai messo al fuoco. L’ultimo punto, quello didattico, però mi è chiaro e direi che siamo d’accordo, mi pare di aver cercato di dire grosso modo quello.

    Saluti a entrambi

  33. Ri-salve Cucinotta!,

    per dovere e piacere di educazione metto giù qualche altro chiarimento, prima di ingranare con delle reportistiche aziendali che le assicuro, quanto a riduzione di singole eccezioni umane, e lavorative, in numeretti di cui farne deduzioni massive, e grossolane, non hanno niente da invidiare a nessuna teoria, sia essa del gender, del tatuaggio o delle tendine gialle alle finestre.

    Il mio registro di ieri era colloquiante proprio per ripulsa dell’anonima discorsività concettuale che tirava, e se poi ho scelto lei come interlocutore è stato per simpatia spontanea Cucinotta, mi aveva dato la sensazione che nel suo caso il linguaggio scelto fosse appunto solo un mezzo di espressione e non di mascheramento. L’ho ripetuto più di una volta proprio perché il cognome “Cucinotta” lo trovo foneticamente bello, poi riverbera sia dell’immagine della bella attrice messinese che di un interno domestico alla buona e saporito; beh, lei deve saperlo come funziona la mente umana: non si sa, per cui uno poi le dà le ragioni che lei non ti dice.

    La vera noia dei blog online è che chi li frequenta dà l’aria di essere sempre incazzato o di starcela mettendo tutta per non esserlo, continuamente offeso dall’eventualità che venga equivocato o calunniato o travisato. Cucinotta, io non metto in dubbio le sue competenze, non c’ho niente da confutare a nessuno. Con lei mi ero lasciato andare a un dialoghetto, non a un dibattito, e se pensa che stessi facendo la gara con le mie ragioni per vincere le sue e farle sembrare dei torti non è così, e non mi stupisce per niente che lei si dichiari tutto meno che intollerante verso tutte le sessualità: non mi avesse dato questa impressione, il dialoghetto non lo avrei fatto con lei. Io sono del parere che le sessualità della tolleranza o intolleranza altrui se ne debbano allegramente infischiare, ma di nuovo: è un mio parere, all’ontologia ci penserà qualcun altro.

    La nostra divergenza-di-metodo, ecco, si chiarisce quando lei scrive: intende pragmatico come James o come Dewey? Cucinotta, ora è per puro caso che io sappia chi sia uno (ma solo perché è il fratello di uno scrittore per cui provo abnorme ammirazione) sia l’altro (leggo gli albi a fumetti di War of Warcraft, vuole non legga qualche saggio di introduzione al pragmatismo americano?), ma lei mi vuol far credere che se qualcuno le dice “Dai Cucinotta, cerca di essere pragmatico!” lei gli chiede “Ma alla James o alla Deway?”. No, perché io credo che rispondergli con questa domanda sia l’atto meno pragmatico possibile.

    Io non so qual è la vulgata dominante, mi accontenterei ci si riuscisse a intendere secondo la vulgata comune, che comprende lo so la convinzione di chi ormai ha l’età certa secondo cui i giovani vanno di fretta e hanno noia a pensare e vogliono subito menare le parole se non le mani, ma per essere giovani ci vogliono prima di tutto dieci anni in meno ai miei, eppoi: nel caso specifico non si tratta di rifiutare le argomentazioni, ma di non sopportarne più l’utilizzo dilazionatorio. Che corruzione del ragionare quando se ne fa una scusa per non agire e per non attuare quelle quattro fesserie che renderebbero la società un posto meno frustrato e più inclusivo: non aver paura di quel che non rientra in quanto fin qui ci hanno concesso di sapere (di poter dire di sapere e di praticare) sulla sessualità. La mutazione antropologica semmai ci sarà non riguarderà mai i genitali degli individui, ma la loro capacità psichica di liberarsi dalle costrizioni che su quei genitali puntano e mica a caso: sensibili come i genitali sono pochi gli organi esterni in un corpo umano.

    Magari discutessimo di provvedimenti Cucinotta (ieri proprio ho letto una lettera spedita a un settimanale, di una donna che vive una storia con la sua donna da una decina di anni, entrambe professioniste, benvolute e serene, che se la ridevano con singhiozzo amaro pensando ai nuovi FSS, a questi mosci acronimi piddini), invece si sta ancora a chiedersi se è più ideologico il sesso alla missionaria o quello alla carlona, e se non sia il caso di lasciare tutto come sta, mandando i bambini al catechismo che tanto DioVede&Provvede, immaginando che in ultima analisi la sessualità infine dipenderà dalle circolari scolastiche, dai governi e dai palinsesti. Fosse così – e talvolta è così – sarebbero delle sessualità di merda, e dunque diventa secondario il come verranno determinate, chi l’avrà vinta sull’utilizzo autorizzato dei cazzi e delle fiche, perché di questo si parla: di gente che può desoggettivare e disoggettivare quanto vuole, ma comunque di cazzi e fiche sta parlando, non nominandoli mai.

    Non ci capiremmo, oh Cucinotta (registro invocativo) molto di più se ciascuno discorresse della propria sessualità e di quanto ci ha capito lui a proposito? Mica sui blog, per carità: normalmente, parlando di un più e di un meno, tutto qui. Per ritirare dentro Aldo Busi: in “Vacche amiche” ne ha qualcuna anche per Foucault, che ha ragionato tanto di sessualità riuscendo a non parlare mai della sua. Quindi, per concludere questo mio dialoghetto che non apporta nessun contributo epistemologico (ultimamente ho notato che la parola ‘epistemologia’ fa attizzare un po’ tutti): siamo sempre più individui che sillogismi. Equipariamo i diritti, smantelliamo le discriminazione, smettiamo di aver paura della sessualità nostra e altrui, e in questo modo ci difenderemo davvero da chi briga con e sulla sessualità e non solo con quella dei bambini e dei minori; diventiamo curiosi e rilassati, non rinunciando a noi stessi, ma aprendoci alla riposante evidenza di chi non è noi stessi, dopodiché potremo prenderci tutto il tempo di teorizzare per riformare e ritoccare e raffinare, senza più dover far finta però e nel frattempo che i nostri tentennamenti non corrispondano a un perpetuarsi di scorrettezze, violenze e vigliaccate sulla pelle degli altri.

    Mattutini e conclusivi saluti Cucinotta! Coda

  34. @ Antonio Coda

    Che “esisti solo tu, pirla!” lo diceva anche Mrs. Thatcher…

  35. L’articolo secondo me manca del tutto di evidenziare la cosa più importante: “ideologia” nel linguaggio giornalistico e mediatico attuale nonché tra la gente comune ha un significato ovvio ed evidente, che ben poco ha a che fare con Marx, la sociologia ed altro: per “ideologia” si intende “una o più opinioni sbagliate e sostenute da molta gente che non sa ragionare con la propria testa”, da qui le espressioni “sentenza ideologica” “azione ideologica” e simili. Ovviamente l’ “ideologia” è sempre degli altri, nessuno si autodefinisce “ideologico” “incapace di ragionare”, così come nessun governo dittatoriale si autodefinisce “antidemocratico” ovvero “non voluto dal suo popolo”, insomma è una parola usata sempre per gli altri, mai per se stessi.

    Come i media fanno notare, chi grida all’ “ideologia gender” sono certi settori di ambiente religioso (non solo cattolico e non tutti gli ambienti cattolici sono dominati da queste “grida”) ma anche di ambienti di altro tipo, si veda Diego Fusaro e tutta una certa sinistra critica dell’omosessualità come “vizio borghese”, presente fin dai tempi di Pasolini, vista come segno di “individualismo” che rende tutti “anonimi” e privi di nessi comunitari che non sono creati dall’individuo ma che preesistono ad esso. In realtà, come è già stato detto sopra, natura e cultura si influenzano a vicenda e ciò che era “naturale” e “preesistente all’individuo” è in realtà frutto di situazioni e mutamenti sociali precedenti, come sanno bene antropologi e storici della cultura e società. Troppo facile fare analogie tra chi vuole proteggere “l’identità dei due sessi” e tra chi vuole proteggere la “cultura occidentale” con relativo discorso delle “radici” (di “tronco” e “rami” non gliene importa nulla ovviamente) e così via.

    Alla fine comunque sono d’accordo con Daniele Lo Vetere: ho sempre trovato inutili le varie educazioni civica, sessuale, ambientale, alimentare e così via in quanto vivere rispettando gli altri e la società lo si impara attraverso l’esperienza di vita di ogni giorno e non attraverso libri e lezioni (o meglio come risultato delle attività a scuola di tutte le materie e di ogni attività extra-scolastica, non escluso il mondo del lavoro).

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