cropped-16051_383500421735417_439492146_n79.jpgdi Andrea Tarabbia

[Il giardino delle mosche, uscito in questi giorni per Ponte alle Grazie, racconta la storia di Andrej Romanovič Čikatilo, il “mostro di Rostov”: un uomo apparentemente normale che, dal 1978 al 1990, uccise e mutilò, in alcuni casi mangiando parti dei loro corpi, circa 56 persone. Čikatilo era marito, padre di famiglia e comunista convinto; sceglieva le proprie vittime fra i marginali e fra coloro che non si adattavano alle regole della società. Nel Giardino delle mosche la storia di Čikatilo è raccontata in prima persona, attraverso la confessione resa dopo l’arresto. Quello che segue è un estratto del romanzo. Ringraziamo l’editore per averci concesso di riprodurlo].

Avevo ricevuto nella notte una telefonata di Černenko in persona e mi ero precipitato da lui a Mosca. Nel vento freddo che tirava ai piedi del Cremlino, avevo bussato tre volte – come avevamo concordato – al grande portone della torre Spasskaja, e avevo atteso per alcuni minuti avvolto nella nebbia. Io non pensavo a niente, non sapevo niente: tenevo le mani in tasca e camminavo sulle pietre della piazza in attesa che qualcuno, da dentro, venisse ad aprire. L’enorme porta aveva cigolato all’improvviso e il volto vecchio, marcio del Segretario generale era apparso in tutto il suo sfinimento.

«Compagno Čikatilo, è lei! Finalmente è arrivato! La stavo aspettando» ha detto, e la sua voce era sottile, debole.
«Ho fatto il più in fretta possibile, Konstantin Ustinovič, mi creda».
Ho fatto due passi verso di lui, ho appoggiato una mano alla porta e ho tentato di infilare lo sguardo all’interno, per vedere com’è fatta la grande corte del Cremlino. Sopra di noi, la stella rossa della torre gettava la sua luce benedetta sulle cupole di San Basilio, e in qualche modo ci osservava, e osservandoci ci proteggeva.
«Che cosa fa? Non vorrà certo entrare!» ha esclamato Černenko, allarmato. «Quello che ho da riferirle non può essere detto all’interno delle mura! Venga con me, mi segua!»
È uscito infilandosi nella porta e «Sembra in buona salute, ho pensato», credevo di trovarlo in carrozzina e invece cammina sulle sue gambe. Dalla cintura, un enorme mazzo di chiavi tenuto insieme da un anello di ferro si è messo a tintinnare mentre Konstantin Ustinovič cercava la chiave giusta per chiudere la grande porta della torre.
«Dove vuole che andiamo?» ho chiesto, ma lui mi ha fatto cenno di tacere e di portare pazienza. Dalla tasca del cappotto spuntava un sacchetto di carta marrone di cui solo più tardi avrei scoperto il contenuto.
«È meglio tenere ben chiusa la porta» diceva intanto Konstantin Ustinovič. «Le guardie potrebbero insospettirsi se la trovassero aperta. Le chiedo scusa, Andrej Romanovič: avrei preferito incontrarla nel mio ufficio con più calma, naturalmente, ma la situazione non ce lo consente e io ho urgente bisogno di parlare con lei».
«Parli, compagno: sono qui per ascoltarla».
Si è guardato attorno con aria circospetta facendo roteare nella nebbia gli occhi stanchi:
«Oh, non qui, non qui! C’è un posto laggiù dove nessuno ci ascolterà e dove potremo parlare in tutta tranquillità:» mi si è fatto vicino con confidenza, con complicità, e ha sussurrato: «adesso lei rimarrà qui, mentre io mi allontanerò. Quando sarò arrivato a circa un quarto della piazza, lei cominci a venirmi dietro, ma in nessun caso deve dare l’idea di accompagnarmi – tutto deve essere come se stesse camminando per i fatti suoi. Io l’aspetterò dall’altro lato del Mausoleo».

Così l’ho guardato mentre, con lentezza, con circospezione, si avviava calpestando il fondo irregolare della Piazza Bella, ai piedi del Cremlino. Il suo corpo danneggiato camminava curvo, e non si è mai voltato a guardarmi finché non ha quasi raggiunto il Mausoleo: allora si è girato e, così mi è parso, con un gesto breve della mano mi ha chiamato a sé prima che la nebbia lo inghiottisse. Mi sono messo a camminare finché non ho sentito risuonare nella notte il mazzo delle chiavi. Appoggiato al fianco del Mausoleo, Černenko mi faceva segno di stare in silenzio mentre, di nuovo, sceglieva una chiave e la infilava in una porticina di acciaio.
«Là sotto», ha sussurrato, «nessuno ci verrà a disturbare».
Siamo entrati nel gelo del Mausoleo, il sacro ventre della Patria, e la luce elettrica delle lanterne appese alle pareti ha illuminato i nostri volti mentre si guardavano negli occhi.
«Lei è mai stato qui dentro prima d’ora?» mi ha chiesto Konstantin Ustinovič mentre scendevamo la grande scalinata di marmo nero che porta nella cripta.
«Mai» ho risposto. «Non pensavo che facesse così freddo». Mentre scendeva per la scalinata, lo seguivo tenendomi indietro di tre gradini.
«Non fa più freddo di quanto ne faccia fuori, mi creda» ha detto. «In ogni caso, manteniamo questa temperatura costante tutto l’anno: il freddo aiuta a conservare il corpo di Il’ič».
«Lui… lui è qui?» ho chiesto.
Konstantin Ustinovič si è voltato e ha sorriso, raggrinzendo le guance butterate: «Certo che è qui: alla fine di questa scala! Dove dovrebbe essere?»
«Credevo che, finito l’orario delle visite, il corpo venisse ritirato».
«Non c’è nessun motivo per farlo. La mummia – perdoni il termine – viene messa in manutenzione una volta la settimana, e a cadenze regolari viene spogliata e immersa in un bagno di formaldeide. Per il resto del tempo, rimane qui sotto. La sua casa, del resto, è questa».

Nel frattempo siamo arrivati alla fine delle scale e Konstantin Ustinovič ha spinto la porta che apre la cripta. La luce debole delle torce elettriche illuminava il grande sarcofago di vetro come una chiostra di fuochi fatui. Nel centro della grande stanza fredda, il corpo di Vladimir Il’ič dormiva chiuso nel suo sepolcro di vetro e velluto rosso. Incravattato, incerato, Lenin riposava nella posizione che tante volte avevo visto raffigurata sulle medaglie, sui giornali, sui francobolli.
«Konstantin Ustinovič…» ho detto.
«Compagno Čikatilo», mi ha interrotto, e il suo tono adesso era bonario, «parli pure ad alta voce: come le ho detto, questo è l’unico posto di Mosca dove nessuno ci può sentire».
«Io non l’avevo mai visto» ho balbettato. «Non ero mai venuto qui prima d’ora».
«Oh» ha risposto, guardandosi attorno con aria solenne, «ammetto che la prima volta possa fare un certo effetto…» con la punta delle dita ha accarezzato il cristallo che protegge la salma, «Uno si trova qui, al suo cospetto, e immediatamente tutta la grande storia del nostro Paese sembra cadergli sulle spalle, non è così?»
«Sì, è così» ho detto ancora. «Io compagno voglio dirle che per me è un grande onore… questa visita notturna…».
«Per carità» si è schernito lui, «Se non l’avessi ritenuta all’altezza di questo luogo e di questo incontro, mi creda, non l’avrei certo convocata e portata qui». Con delicatezza, ha appoggiato i palmi delle mani al vetro del sarcofago e ha continuato: «Ma il punto è proprio questo, Andrej Romanovič: viviamo in tempi sempre più difficili, facciamo sempre più fatica a comprendere quale sia la migliore direzione da dare al Paese». Le sue mani si sono mosse lentamente, come se accarezzassero il vetro: ne è uscito un fischio, uno stridio simile a un miagolio. «All’interno del Partito non c’è più molta chiarezza, molta unità di intenti, e si stanno formando delle correnti che non lasciano ben sperare per l’immediato futuro del governo…» ha aggiunto, trascinando l’impronta delle sue mani di vecchio lungo tutta la superficie di vetro. «Mi aiuti, per favore», ha ordinato, «non stia lì imbambolato: si metta dall’altro lato del sarcofago».
L’ho guardato dritto in volto senza fare domande. La sua testa di vecchio era circondata dai bagliori dei fuochi elettrici.
«Metta le mani così, come ho fatto io» ha detto poi. «Coraggio, non abbia paura. Ci siamo soltanto io e lei».

Mi sono sfilato i guanti e le mie mani nude si sono appoggiate al vetro. Il freddo della cripta è salito fino ai gomiti.
«Non abbia paura, Andrej» ripeteva intanto il vecchio Segretario. Attorno alla sua testa, adesso, i bagliori pallidi delle torce gli facevano una specie di aureola, e lo rendevano una copia smorta e sfinita di Cristo. «Faccia come faccio io», ha detto, «prema energicamente con i palmi sopra il vetro. Non si preoccupi: non si rompe!»
Da dentro la sua casa, il corpo di Lenin non ci guardava. Rimaneva con gli occhi chiusi degli imbalsamati e solo l’ombra delle nostre braccia gli gettava come una preoccupazione sulla fronte.
«Faccia pressione» diceva intanto Konstantin Ustinovič. «Bene, così: sapevo di poter contare su di lei». Il vetro ha emesso di colpo il suono dei barattoli di conserve quando vengono stappati e io sono trasalito, ho tolto le mani.
«Per carità!» ha esclamato il Segretario. «Non levi le mani finché non glielo dico io! Se il vetro cade sarà un danno irreparabile!»
Abbiamo sollevato il coperchio del sepolcro con circospezione. Un vago odore di muffa mescolata all’alcol si è levato dal corpo di Il’ič e mi ha fatto bruciare gli occhi.
«Io, Andrej Romanovič», ha preso a dire Černenko, mentre con delicatezza posavamo il cristallo per terra, «non ne ho più per molto: sono debole, e so che presto non potrò più adempiere ai miei doveri all’interno del Partito. Voglio essere sincero con lei: d’altronde, lei è da sempre un esempio di dedizione alla Causa ed è giusto che, in questo luogo, sappia tutta la verità. Sto morendo, compagno. I medici dicono che le mie settimane, forse i miei giorni, sono contati» si è chinato verso il corpo inerme di Vladimir Il’ič e con un tocco lieve della mano, il tocco di un padre che osserva il cadavere del figlio, l’ha accarezzato seguendo il profilo della maschera, «Non mi fido granché dei medici che girano per il Cremlino», ha detto poi, come sovrappensiero e senza levare gli occhi dal corpo del Capo, «tuttavia, essi rappresentano l’avanguardia della medicina sovietica e lei capirà che, nella mia posizione, non mi posso permettere di andare all’estero per fare dei consulti. Non in questo momento storico, perlomeno: oggi devo, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco, anche se sono consapevole che questo può portarmi alla morte. È così che funziona, qui da noi: un padre non può abbandonare i propri figli» si è chinato sulla salma di Lenin ed era come se lo controllasse. Poi, con un gesto veloce delle dita gli ha allentato il nodo della cravatta.
«Konstantin Ustinovič!» ho gridato. «Che cosa sta facendo?»

Ha fatto con la mano un gesto come a dire Non si preoccupi, compagno, e ha detto: «Voglio mostrarle una cosa». Poi ha proseguito, in tono grave: «Morirò dunque. E vuole sapere chi sarà il mio successore, se non faremo qualcosa per impedirlo?» ha slacciato i primi bottoni della camicia di Lenin e io, per rispetto, per devozione, mi sono voltato dall’altro lato mentre un freddo sconosciuto veniva a piegarmi le gambe. Le lanterne dei fuochi fatui mi hanno illuminato il volto e l’hanno reso caldo, così adesso il caldo e il freddo si combattevano il mio corpo.
«Gorbačëv» ha detto Konstantin Ustinovič. «Con ogni probabilità, mio caro, al mio nome succederà quello di Michail Sergeevič. Lo conosce? Ha fatto molta strada, negli ultimi anni, nel Politbjuro. Ha l’appoggio dei nostalgici di Andropov ed è un uomo capace e ambizioso: ho ragione di temere che il prossimo Segretario generale sarà lui».
Ha sfilato dal collo di Lenin la cravatta nera e me l’ha data perché la reggessi. Io adesso ero lì, in piedi davanti al simbolo della Rivoluzione, e con il volto acceso gli reggevo la cravatta lisa, leggermente scolorita dalle luci artificiali.
«E sa che cosa significa questo? Si rende conto di cosa vuol dire l’elezione di Gorbačëv a Segretario? Dissoluzione, amico mio: vuol dire economia di mercato, libera stampa, concessioni agli Stati satellite. In una parole: la fine dell’URSS».
Con le mani che leggermente gli tremavano, continuava a slacciare la camicia di Il’ič, mentre io rimanevo fermo e istupidito come un servomuto.
«Guardi com’è ridotto…» ha detto come tra sé. Ha aperto la camicia, mostrandomi il petto del padre della Rivoluzione e indicandolo a dito. Dalla breccia aperta nei vestiti, la carcassa di Ul’janov se ne usciva con un colore marrone che è quello del pesce essiccato. Avrei voluto voltarmi di nuovo, ma Černenko me lo ha impedito dicendomi: «Lo vede? Vede come hanno ridotto il padre della Rivoluzione? Questo è il nostro Lenin: un involucro di carne secca spaccata lungo l’asse dello sterno. Guardi, si chini, non abbia paura» ha infilato l’indice nel buco profondo aperto sull’addome di Ul’janov e l’ha percorso dalla gola all’ileo senza incontrare ostacoli, «è vuoto» diceva intanto, «l’hanno spolpato. È la normale prassi del processo di imbalsamazione: il corpo viene totalmente svuotato degli organi interni affinché non marciscano. Una volta all’anno circa, Vladimir Il’ič fa un bagno di glicerolo e acetato di potassio in modo che il suo aspetto, per così dire, si conservi immutato nel tempo. Naturalmente quando è vestito sembra integro a tutti gli effetti: ma adesso, come vede, non è che un involucro che puzza di formaldeide. Le risparmio la visione dei genitali, anche se probabilmente la interesserebbe…» ha levato l’indice dal corpo di Lenin e me l’ha puntato sul naso. «Noi, mio caro Andrej Romanovič, adoriamo un corpo cavo» ha detto.

«Perché, Konstantin Ustinovič, perché ha voluto che io vedessi tutto questo?» ho domandato, ma non avevo quasi voce.
«Perché stanno spolpando la nostra Unione Sovietica, compagno. Perché ci trattano come trattano la mummia del nostro Padre più grande. Presto non rimarrà più nulla. Nulla! Se lo immagina? Tutto quello per cui la gente come me e come lei ha vissuto e lottato in tutti questi anni, tutto quello per cui lui, quando era in vita, ha combattuto e sognato e scritto. Tutto quanto, Andrej Romanovič: non resterà più nulla, soltanto i nostri ricordi e il nostro rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. È per questo che l’ho portata qui, Andrej Romanovič, perché lei mi aiuti, mi aiuti a fare in modo che nessun Gorbačëv possa mettere la pietra tombale su tutto questo».
«Come posso fare, compagno Černenko? Come la posso aiutare?»
«Oh, lei fa già molto per noi. Lei ci è amico e noi lo sappiamo bene» ha infilato una mano nella tasca del cappotto e per un istante, nel silenzio assoluto della cripta, l’unico suono che si è sentito è stato il crepitio del sacchetto di carta. Ne ha cavato due sottili fette di pane nero e io ho pensato che avevano lo stesso colore della carcassa di Lenin. «Lei deve continuare nella sua opera, compagno Čikatilo» ha detto ancora Černenko. «Noi la seguiamo e la approviamo: lei ci deve aiutare a tenere pulita l’Unione, a fare in modo che il simbolo della falce e del martello continui a splendere su Mosca e su tutti i nostri territori».
Mi ha allungato una fetta di pane.
«Gorbačëv» ha continuato «è un pericolo. Siamo tutti in pericolo davanti all’idea di ricostruzione che quell’uomo ha in mente: lui vuole la democrazia! Nessuno, qui da noi, sa che cosa sia. Ci pensi bene: pensi a cosa succederebbe se, domani, ci fossero in Unione Sovietica il mercato libero e l’autodeterminazione. Nessuno saprebbe cosa farsene! Finiremmo tutti nelle fauci dell’America, i popoli occidentali fingerebbero di volerci insegnare come si vive fuori dal comunismo, e invece ci comprerebbero! Andrej! Combatta insieme a noi! Non lasci che il nostro Paese crolli e diventi la puttana dell’Occidente!»
Konstantin Ustinovič era rosso in volto, ansimava piano. È rimasto a guardarmi a lungo da dentro la congestione della sua faccia, poi ha infilato di nuovo il dito nella cavità di Il’ič e, per alcuni secondi, ha fatto il gesto di chi scava e scavando cerca qualcosa.
«Ci divoreranno, Andrej Romanovič. Noi russi, gli ucraini, i popoli del Sud: nessuno di noi conosce come si vive fuori dal comunismo, nessuno. Pensi a cosa c’era qui prima del 1917, ci pensi: c’era lo zar. Nessuno di noi, neanche tra i nostri avi, ha mai saputo che cosa sia un mondo dove mancano l’organizzazione, la disciplina, l’uguaglianza, l’amore reciproco. Nessuno! Senza il Cremlino, senza la grande e benevola guida di Mosca ogni russo è uno sbandato, un uomo solo e perso. La storia, se Michail Sergeevič salirà alla segreteria generale, ci annienterà».
Dalla cassa toracica di Ul’janov ha estratto qualcosa di piccolo e nero che non sono stato in grado di decifrare: forse era una sostanza solida che i tassidermisti mettono nei corpi mummificati per mantenerli freschi, o della muffa che stava cominciando a proliferare nel corpo di Il’ič o, ancora, ma non lo voglio pensare, non era né l’una né l’altra cosa. Nella cripta, si è propagato un odore antico di decomposizione, mentre Černenko mi guardava da dietro i suoi occhi stanchi e pieni di speranza e aspettava, forse, che dicessi una parola.
«Ci divoreranno!» ha ripetuto, strappando coi denti un pezzo di pane e inghiottendolo insieme alla piccola, nauseabonda appendice decomposta del corpo di Lenin.

4 thoughts on “Il giardino delle mosche

  1. Romanzo davvero notevole. Ciò che non mi ha convinto è il tentativo – se ho ben capito – di “giustificare” o “spiegare” le atrocità del serial killer attraverso un’infanzia terribile e una disfunzione sessuale. Naturalmente gli accidenti ambientali e fisici ci sono, ma non equilibrano la bilancia perché dall’altra parte pesano i cinquantasei cadaveri mutilati e divorati. Credo che in simili casi sussista un inspiegato natale, ciò che Hilmann chiamerebbe “ghianda”; e magari in questo spazio ambiguo e misterioso si poteva sostare di più. Del resto non possediamo prove né in un senso né nell’altro, e l’approccio a temi così delicati (al netto della documentazione) è per forza di cose soggettivo. L’oggettività, semmai ne esiste una, davanti al mostro impallidisce. Il romanzo però, ripeto, è molto bello e ben costruito, con autentiche vertigini di pathos

  2. Stomaco forte, Tarabbia! Ma se si vuole confermare la metafora che l’URSS ha divorato i suoi figli e alla fine se stessa non si potrà fare tanto gli schizzinosi.

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