Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Avrei fatto la fine di Turing

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cropped-Legnago-Museo-Fioroni-by-Luigi-Ghirri_fcsxwe-1024x8161.jpgdi Franco Buffoni

[Esce oggi il nuovo libro di poesie di Franco Buffoni, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli), di cui presentiamo una breve scelta di testi. «In questo libro – si legge nella nota finale – il tema profondo consiste nell’analisi del rapporto tra inizio e fine della genitorialità, ma anche nel suo opposto: la necessità di sopprimerla per poter sopravvivere […]. In precedenti raccolte – I tre desideri, Il profilo del Rosa e Guerra – mi è accaduto di pubblicare qualche poesia avente come soggetto mio padre o mia madre. Scomparsi in epoche diverse – il padre sessantenne nel 1980, la madre quasi novantenne nel 2010 – soltanto recentemente sono riuscito a ricongiungerli nella memoria, a ripensarli insieme, e ho composto nuovi testi strettamente legati all’attuale fase della mia poetica. Fino a decidere di dedicare loro un intratestuale libro unitario»].

Virilità anni cinquanta

La bottega del barbiere di domenica mattina
Camicie bianche colletti barbe dure
Fumo. E quelle dita spesse
Quei colpi di tosse quei fegati
All’amaro 18 Isolabella
Al pomeriggio sulla Varesina nello stadio
Con le bestemmie gli urli le fidejussioni
Pronte per domani, lo spintone all’arbitro all’uscita
La cassiera del bar prima di cena.

 

Vittorio Sereni ballava benissimo

Vittorio Sereni ballava benissimo
Con sua moglie e non solo.
Era una questione di nodo alla cravatta
E di piega data al pantalone,
Perché quella era l’educazione
Dell’ufficiale di fanteria,
Autorevole e all’occorrenza duro
In famiglia e sul lavoro,
Coi sottoposti da proteggere
E l’obbedienza da ricevere
Assoluta: “E’ un ordine!”,
Riconoscendo i pari con cui stabilire
Rapporti di alleanza o assidua
Belligeranza.
Ordinando per collane la propria libreria.

 

L’odore di mio padre

Cercavo i documenti della casa
Un antico rogito con mappa,
In una borsa chiusa da trent’anni
C’era il suo odore
In divisa da ufficiale,
Saltava fuori fresco
Mi copriva
Di amore singolare.

 

Tra le dita il bruciore

I frasconi in anticamera
Coi fondi di caffè
Vuotati e rivuotati
Per farli vigorosi
Le foglie luccicanti,
Qualche goccia di latte invece
D’inverno sotto il vaso delle viole.
Alla fioriera in mezzo al corridoio
Specchio a riflettere foglie di palmette e fiori in maggio
Feci omaggio a quindicianni del mio corpo piegato
E sverginato: se era una ferita
Se chiudeva ancora, tra le dita il bruciore.
Impietrati di stupore padre e madre sulla soglia.

 

Nella poltrona che ti conteneva

Nella poltrona che ti conteneva
La sera prima di morire
Ho trovato una corona del rosario
Finita sotto il cuscino.
Forse all’improvviso ti eri volta
Verso la porta: arrivavo
Ogni tanto, e tu
Cambiavi espressione:
Ti tornava la luce negli occhi,
Uscivi dalla poltrona.

 

La castagna

Ho il riccio spinoso ma il cuor generoso
Mi mangiano cotta bruciata o ballotta
Mi trovo in campagna mi chiamo…
Mi disorienta non saperti al mare
In questa frazione dell’estate
Con le carte in mano e le tre amiche
Uscite a borse a fiori. E spalle nere piene,
Gambe a uncino, frasi dalle sdraio.
Mi disorienta non doverti chiamare
Per mentirti ogni giorno parole.
Che la tua terra sia
Di forma perfetta una castagna.

 

Le nostre infanzie

Di quando il ventre ti fioriva di me
E lì il nostro tempo si è fermato.
Le nostre infanzie con le fiabe al Caran d’Ache
Nella scatola di metallo
E l’ultima già in età adulta,
Fino al tuo dolore animale
Che si fa quieta disperazione.
Quello è il passaggio che mi fa impazzire,
La trasformazione della fiaba in vita.

 

[Immagine: Foto di Luigi Ghirri].

4 commenti

  1. un poeta che usa “pantalone” per compiacere la decadenza della lingua lo leggo con qualche rancore!

  2. quello che colpisce della poesia di Franco Buffoni, secondo me, è questa capacità “dissociativa” tra la cultura infinita dello studioso e la semplicità anche ironica (difficilissima da raggiungere per chi scrive poesia) del poeta. e poi la capacità, pure, di farci scorgere un’epifania dietro ogni evento. ecco, leggendo queste poesie, non leggo solo ‘parole’ ma gli avvenimenti dietro le cose. eppure, il tema, il filo rosso, è di quelli per nulla semplici e nient’affatto ironici. inoltre, ha un che di rigenerante questa lettura, per lo meno per chi ha rischiato la fine di Turing… :)

  3. Ringrazio Gianluca per queste considerazioni. La mia speranza è che la lettura possa servire anche a chi NON ha rischiato di fare la fine di Turing.

  4. Garantisco che queste poesie parlano, e molto, anche a chi non ha rischiato di fare le fine di Turing e a chi, per generazione, ha avuto davanti agli occhi, per parte di padre, una virilità molto meno anni Cinquanta e pochissimo da ufficiale di fanteria.
    E però “Le nostre infanzie”, la madre, è la più bella fra le belle.

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