di Valentino Baldi

[Francesco Orlando è stato uno dei più importanti teorici della letteratura del secondo Novecento. La sua opera ha influenzato molti critici letterari, ma anche scrittori come Walter Siti o Patrizia Valduga. In questi giorni Quodlibet pubblica il saggio che Valentino Baldi ha dedicato alla figura e all’opera di Orlando, Il sole e la morte. Il titolo proviene da una massima di La Rochefoucauld che Orlando ripeteva spesso: «Il sole e la morte non si possono guardare fissamente»]

Per spiegare che cosa sia la coscienza e come questa reagisca agli stimoli del mondo esterno, Ignacio Matte Blanco fa ricorso ad una doppia analogia, in parte desunta dall’esperienza empirica e in parte ispirata ad un fortunato racconto di fantascienza di fine Ottocento. La coscienza, dice lo psicoanalista, è come una coppia di specchi paralleli che riflettono soltanto sé stessi fino a che un oggetto non venga posto in mezzo ad essi: in questo caso gli specchi rifletteranno infinite immagini dell’oggetto. Come onde che si propagano nell’infinito, le immagini dell’oggetto daranno origine ad un multiplo rispecchiamento interiore. Come nel racconto L’uomo invisibile di Wells, senza interventi esterni la coscienza non è percepibile: il solo modo che i personaggi hanno di vedere l’uomo invisibile è attraverso il rivestimento di un qualche materiale opaco. I pensieri interni della coscienza, che ne costituiscono la parte simmetrica, sono come l’uomo invisibile, mentre i pensieri-oggetto sono il materiale che ne rivela l’esistenza. Qualsiasi tentativo di descrivere razionalmente la coscienza è dunque destinato a fallire, ma forse, spiega Matte Blanco, «l’aspetto simmetrico della coscienza si rivela nelle nostre descrizioni attraverso il riferimento all’infinita riflessività della coscienza su sé stessa, che ci appare così strana e misteriosa».[1] Nell’ultimo capitolo di Mimesis, Erich Auerbach analizza Gita al faro della Woolf, l’Ulisse di Joyce e la Recherche di Proust ritrovandovi le caratteristiche di una scrittura che pone in secondo piano la realtà esterna per dare spazio ai movimenti delle coscienze dei personaggi. Aspetto sconvolgente è che l’universo interiore «non è visto direttamente» dagli autori di questi romanzi, «ma di riflesso».[2] Poco prima di giungere a questa conclusione, Auerbach è colpito dal modo in cui la Woolf riusciva ad esprimere razionalmente un universo profondo in cui nessuno «sa qualcosa di preciso; si tratta soltanto di supposizioni, di sguardi che qualcuno getta su un altro di cui non riesce a svelare il mistero».[3] A distanza di ventinove anni, senza che i due si conoscessero e scrivendo libri appartenenti a discipline diverse, Matte Blanco e Auerbach stavano parlando della stessa cosa: l’antinomia che costituisce ogni uomo. La letteratura di ogni tempo e ogni luogo si nutre di questa contraddizione in cui è possibile cogliere temporaneamente il mistero del nostro reale invisibile.

L’importanza di Freud e Matte Blanco è immensa per Francesco Orlando: essi hanno reso esplicito come qualsiasi operazione umana si muova sempre sul confine che separa razionalità e follia. La letteratura è il risultato più fulgido di questo sguardo nello ‘strano e misterioso’ universo che ci anima. Il fascino aumenta se si pensa che l’operazione sia riproducibile infinite volte: ogni lettore ha la possibilità di riattivare questo processo miracoloso leggendo La coscienza di Zeno, il Faust o la Fedra. Quei libri contengono il mistero antico che nutre ogni uomo. Non è rilevante che gli scrittori siano nati prima o dopo l’avvento della psicoanalisi, né cosa essi potessero pensare dei propri testi. A loro è toccato sondare queste toppe di inesistenza, la luminosa oscurità della vita che da Freud in avanti ha iniziato ad avere delle leggi. Matte Blanco l’ha definita bi-logica e ha dimostrato con i suoi libri che l’uomo e il mondo ne sono ontologicamente costituiti: «negli esseri umani e nel mondo esiste un modo di essere che si esprime nella distinzione fra le cose, dunque nella loro divisione; e un altro modo di essere che tratta ogni oggetto di conoscenza come se fosse indiviso da tutti gli altri: il modo eterogeneo e quello indivisibile».[4] Ma la letteratura ha anche il compito di tenere l’uomo al riparo da censura e repressione, assicurandogli una valvola attraverso cui riaffermare continuamente la propria anarchica libertà. È l’ironia nelle pagine del Dialogo sopra i due massimi sistemi di Galilei, ma anche l’urlo disperato di Satana dal fondo dell’inferno cristiano della Gerusalemme liberata. In Delitto e castigo, l’ex studente Raskòlnikov sogna, la notte prima di uccidere la vecchia usuraia Alëna Ivànovna e sua sorella, il massacro di un cavallino da tiro da parte di alcuni contadini ubriachi. La scena è insopportabile e si conclude con Raskòlnikov, bambino nel sogno, che si ribella vanamente alla tortura: «Il bambino, ormai, non sa più quello che fa. Gridando si fa largo tra la folla, si avvicina alla bestia morta, ne cinge con le braccia il muso insanguinato e la bacia, la bacia sugli occhi, sulle labbra…».[5] Solo alla fine del romanzo, dopo due delitti orribili e l’esilio in Siberia, il protagonista renderà concreto quel gesto prostrandosi disperato alle gambe della prostituta Sònja e accogliendo dentro di sé tutta la sofferenza umana. Capire la letteratura significa capire il mondo ed il suo rovescio: non è solo fraternizzare con chi è vittima, ma anche comprendere le ragioni del carnefice.

Il sole e la morte sono metafore di questo mistero. Il titolo del libro deriva da una celebre massima di La Rochefoucauld — Le soleil ni la mort se peuvent regarder fixement — che Orlando cita due volte in due testi significativi: la prima in un saggio che risale al 1975 e che oggi è posto a introduzione del libro di Freud a lui più caro: Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. La seconda citazione compare nel primo capitolo di Illuminismo e retorica freudiana del 1982 per esprimere, attraverso una analogia, la difficoltà nel parlare di inconscio solo attraverso le sue manifestazioni. È questo limite ad aver autorizzato i principali riduzionismi negli studi psicoanalitici di letteratura: i contenuti di sogni, lapsus e sintomi hanno di solito interessato più delle forme attraverso cui l’inconscio si manifesta nel mondo diurno col suo linguaggio. Eppure complessi edipici, castrazioni e simbologie oniriche hanno una portata meno decisiva ed universale dell’assenza di tempo, spazio e mutua contraddizione attraverso cui è possibile comprendere il funzionamento della logica dei sogni. La letteratura si fonda su un compromesso tra due mondi, due modi di essere e due differenti tipi di logicità. Cogliere quello che non si può guardare fissamente, ma che condiziona ogni singolo aspetto della nostra esistenza, è stata l’ossessione di Orlando. Il sottile gioco logico che anima questa dinamica si può definire una formazione di compromesso per cui due proposizioni possono essere in contraddizione fra di loro ed entrambe valide, come avviene in un motto di spirito in cui se la comicità si lega ad una dissociazione rispetto all’altro, il piacere liberato testimonia una affermazione inconfessabile di complicità. È così che funziona la logica dell’inconscio, una infrazione della razionalità che consente di affermare il piacere nell’atto stesso di negarlo. Che l’uomo viva di questa contraddizione senza poterla affrontare è continuamente dimostrato dalla letteratura. In essa, per un momento, l’uomo può guardare «in faccia ad ogni aspetto della realtà»[6] ed essere benpensante e trasgressore: «la poesia […] è stata da sempre, forse, la sola a poter prestare una voce a tutto ciò che resta soffocato nel mondo com’è, a qualunque cosa nel cui nome il mondo volta per volta andrebbe cambiato, alle ragioni che non trovano riconoscimento».[7] Per questo sarebbe auspicabile rileggere i testi di Orlando alla luce degli autori della decostruzione. Nonostante differenze nelle finalità e nei metodi di indagine, c’è la stessa passione nel guardare il rovescio di un mondo repressivo. Michel de Certeau ha definito la ricerca foucaultiana come la visione di un «sole nero» che brucia dentro il linguaggio:

Pensare […] significa lavorare in clandestinità; mettere in questione l’ordine costituito, non dare per scontato il fatto che sia lì; interrogarsi su cosa l’abbia reso possibile; cercare, attraversando i paesaggi, le tracce dei movimenti tellurici che lo hanno generato, per scoprire in queste storie che si credono immobili “come e fino a che punto sia possibile pensare in un altro modo”.[8]

In ogni scritto di Orlando si agita questa stessa ricerca, che però si esprime attraverso l’antitesi tra sistematicità e simmetria: il suo spirito razionale non si ritira mai dal confronto nella convinzione che l’uomo debba forzare i suoi stessi limiti per guardare con fissità il sole e la morte. Nonostante una postura molto diversa ed una metodologia inavvicinabile al decostruzionismo, la ricerca dei movimenti profondi che animano la storia è una costante del pensiero orlandiano. La sua eredità riguarda dunque tutti quelli che continuano ad interrogare la letteratura sforzandosi di leggervi il mondo ed il suo negativo. Ma questa convinzione deve sempre accostarsi all’ipotesi per cui la letteratura ha bisogno di codici attraverso cui filtrare e rappresentare la realtà: «i dati di realtà entrano in letteratura, grazie alla mediazione di convenzioni, vale a dire di codici letterari».[9] È qui che la distanza fra Orlando e il decostruzionismo diventa incolmabile.

L’insegnamento decisivo dei libri maturi di Orlando sta nel tentativo di seguire e interpretare il divenire storico attraverso le categorie dell’inconscio: la letteratura si fa luogo privilegiato in cui leggere i sintomi di conflitti sociali, ideologici e privati. I grandi scarti e le cesure con cui procede il pensiero occidentale riaffiorano nel tramonto di pratiche retoriche dominanti e nella conseguente elezione di codici diversi. Nelle pagine in cui Galileo manifesta la sua insofferenza per la figuralità metaforica della scrittura tassiana si condensa una frattura che lascia prefigurare il tramonto del Barocco e il trionfo dell’Illuminismo. Allo stesso modo, in qualsiasi oggetto rotto, sporco o dimenticato di un romanzo ottocentesco è possibile leggere la ribellione umana al trionfo del capitalismo. In questa prospettiva, ogni suo lavoro è attuale perché sottintende un tentativo di cogliere l’‘inconscio politico’ di un’epoca attraverso i testi. Formazione di compromesso e ritorno del represso sono categorie essenziali per comprendere il divenire storico, «perpetua concatenazione di istanze opposte».[10] Orlando non ricade però nelle genericità dei Cultural Studies, né si conforma alle provocazioni decostruzioniste, o all’autoreferenzialità del New Criticism: non trascura lo specifico letterario, ma lo studia alla luce del compromesso fra legge e trasgressione che i testi ospitano in ogni tempo. In questo senso sono convinto che le pagine orlandiane dimostrino una estrema attualità, entrando in dialogo (e spesso in conflitto) con i lavori su storia e cultura di Foucault, Jameson, Carlo Ginzburg, Agamben o Žižek.

Il sole e la morte si rivolge a chi sceglie, ancora oggi, di leggere i saggi e gli studi di Francesco Orlando. Non è un sostituto di quei testi, ma una dichiarazione di rilevanza. Leggere Orlando è una scelta di canone e di vita: è forse questa la principale ragione del suo insuccesso internazionale. I suoi libri non sono citabili come quelli di Derrida o Barthes, perché esigono un patto con il lettore, una condivisione profonda del significato dell’arte e del mondo. Il primo capitolo è una ricostruzione della sua biografia, ma anche dei suoi rapporti personali. Visto che nessuno dei suoi lavori sembra poter prescindere dalla sua figura, quel capitolo è un crocevia dell’intero testo. Con i due capitoli centrali si realizza un’operazione di riduzione, analisi e tradimento di sei libri principali: il secondo è dedicato a questioni di critica letteraria psicoanalitica relative al ciclo freudiano (1969-1982), mentre il terzo è più ampio, perché abbraccia un arco temporale che si estende dal 1966 al 2010 ed è dedicato ai modelli di critica tematica e di studio comparatistico della letteratura. Il quarto capitolo riflette sull’insuccesso, soprattutto fuori d’Italia, di queste teorie: oltre a valutare le conseguenze dell’egemonia decostruzionista, provo a riflettere sui limiti di alcune posizioni teoriche orlandiane suggerendo una strada per superarli. L’ultimo capitolo, Piccola enciclopedia orlandiana, può non essere letto consecutivamente, perché contiene quattordici mini-saggi in cui si fa il punto su alcune questioni (principalmente teoriche) la cui conoscenza è presupposta da Orlando nelle sue ricerche. Concetti come forma del contenuto, logica simmetrica o formazione di compromesso potrebbero risultare lontani da molti lettori di oggi e dunque l’intero capitolo è un tentativo di traduzione e adattamento. In ogni punto del libro in cui sarà necessario, il lettore verrà rimandato alla Piccola enciclopedia con un riferimento tra parentesi quadre.

All’eclettismo critico e teorico degli anni novanta sembra oggi succeduto un generale compianto funebre della teoria letteraria e della letteratura stessa: scompaiono i grandi maestri e nessuno sembra disposto a sostituirli, allo stesso tempo la letteratura appare come un mezzo in piena decadenza, salvabile solo a patto di molteplicità mediali e interdisciplinarietà. In Il sole e la morte cerco di spiegare perché la nostra comunità non può smettere di interrogare lo specifico letterario per leggervi la realtà e il suo negativo. E cerco anche di dimostrare quanto sia importante superare, ma ascoltare i propri padri. È una doppia scommessa ed è l’unica cosa che ci rimane.

Note

[1] Ignacio Matte Blanco, The Unconscious as Infinite Sets. An Essay in Bi-logic (1975); trad. it., L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica, Einaudi, Torino 2000, p. 252.

[2] Erich Auerbach, Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in der abendländischen Literatur (1946); trad. it., Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, Torino 2000, vol. II p. 325.

[3] Ivi, p. 315.

[4] Ignacio Matte Blanco, Thinking, Feeling, Being. Clinical Reflections on the Fundamental Antinomy of Human Beings and World (1988); trad. it., Pensare, sentire, essere. Riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo, Einaudi, Torino 1995, p. 64.

[5] Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Prestuplénie i nakazànie (1866); trad. it., Delitto e castigo, Garzanti, Milano 1994, p. 66.

[6] Francesco Orlando, Saggio introduttivo, in Sigmund Freud, Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten (1905); trad. it., Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Boringhieri, Torino 1975, p. 29.

[7] Francesco Orlando, Lettura freudiana della «Phèdre» (1971), in Id., Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo, Einaudi, Torino 1990, p. 28.

[8] Michel de Certeau, Histoire et psychanalyse entre science et fiction (1987); trad. it., Storia e psicoanalisi. Tra scienza e finzione, Boringhieri, Torino 2006, p. 124. Alla fine della citazione De Certeau riporta una frase tratta da Michel Foucault, L’Usage des plaisirs (1984); trad. it., L’uso dei piaceri. Storia della sessualità 2, Feltrinelli, Milano 1984, p. 56.

[9] Antonio Gargano, Referenti, codici e formazioni di compromesso, in Paolo Amalfitano, Antonio Gargano (a cura di), Sei lezioni per Francesco Orlando. Teoria ed ermeneutica della letteratura, Pacini, Pisa 2014, p. 173.

[10] Paolo Tortonese, Raccontare l’eterno presente: la storia e il paradigma nel pensiero di Francesco Orlando, in Amalfitano, Gargano (a cura di), Sei lezioni per Francesco Orlando, cit., p. 187.

[Immagine: Francesco Orlando].

3 thoughts on “Il sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando

  1. Cerco di sintetizzare in due brevi punti ciò che, fin dal titolo stesso, rende a mio parere questo lavoro di Valentino Baldi interessante, fecondo e aperto a discussioni ulteriori, potenzialmente aspre:
    1) “Il sole e la morte” rinvia al pensiero simmetrico e alla multidimensionalità della mente in Matte Blanco e alla conseguente idea che la letteratura sia il codice socialmente istituzionalizzato capace di rendere “guardabile fissamente” la logica dell’inconscio non rimosso, altrimenti impensabile;
    2) La massima di La Rochefoucauld invita al contempo a rileggere Orlando, provocatoriamente, a confronto con Foucault: de Certeau – ricorda Baldi – ha definito la ricerca foucaultiana come la visione di un «sole nero» che brucia dentro il linguaggio.

    -Per il primo aspetto, i dispositivi critici desumibili da Orlando potrebbero aprire una nuova frontiera dell’estetica della ricezione: la relazione fra la retorica testuale e lo statuto fusione delle emozioni umane finisce per implicare non solo le figure tradizionali (metafora, sineddoche, metonimia) ma anche le figure di pensiero e perfino le figure dell’invenzione (il reperimento dei materiali tematici), in quei campi di simmetrie, opposizioni e rimandi così rilevanti, nell’esperienza di ogni lettore e nella riuscita di un testo letterario. Secondo Orlando (con Matte Blanco), infatti le figure danno conto dell’infiltrazione del pensiero simmetrico nel pensiero conscio, e mettono in cortocircuito due logiche, quella che divide e distingue e quella che assimila e confonde. Da questo corto circuito consegue per il lettore il piacere dell’esperienza letteraria.
    Per il secondo, in Illuminismo e retorica freudiana, Orlando polemizza con Foucault – alla cui concenzione del tramontato “principio di somiglianza” attribuisce un difetto di senso storico, opponendogli Auerbach (pp. 73-74). Ma, al contempo, riconosce che in Le parole e le cose, si “sfiora” il modello del ritorno del superato e l’ipotesi che la letteratura possa alimentarsi di residui ideologici invecchiati, proprio perché tramontati e superati.
    Quando, negli anni Ottanta del Novecento, Orlando scriveva “Illuminismo e retorica freudiana” , Foucault era già destinato a una fortuna planetaria, non ancora tramontata, mentre l’ipotesi orlandiana si avviava a occupare una periferica nicchia: ho sempre pensato, da quando ho potuto assistere alla stesura di quel libro geniale, che diverse sarebbero state la profondità nell’ interrogare le opere e la possibilità di leggervi la realtà e il suo negativo, se fosse avvenuto l’esatto contrario.

  2. Ringrazio Emanuele Zinato, sia per questo commento che per il lavoro che ha condotto e sta conducendo su Orlando, la retorica e Matte Blanco. Ha colto perfettamente la provocazione che serpeggia non solo nell’introduzione, ma anche nel corso del libro. E’ certo che la postura con cui Orlando legge i testi (ma direi guarda e interpreta il mondo) è molto diversa da quella degli autori della decostruzione (e anche questa etichetta, come ha ribadito a più riprese Derrida, non coglie la complessità e le sfumature del fenomeno), eppure credo che sia necessario portare i libri di Orlando oltre certi confini che lui stesso aveva immaginato. E’ questa l’idea che mi ha portato a proporre delle comparazioni che avrebbero, forse, fatto infuriare lo stesso Orlando. Non è un caso che una delle tesi del libro, sempre provocatoria, è che sarebbe necessario dimenticare la figura di Orlando per far sopravvivere i suoi libri: questo significa, per me, non restare intrappolati in diffidenze di impostazione, ma capire che il metodo orlandiano è ricchissimo per interpretare la letteratura, la cultura e la società di oggi. Ovviamente, come ogni provocazione, è eccessiva, visto che la figura di Orlando è inseparabile dalle sue opere e credo, come ha più volte ripetuto anche Guido Mazzoni, che la sua eredità più grande sia contenuta proprio nei suoi corsi universitari. Ha scritto bene Zinato: “i dispositivi critici desumibili dalle opere di Orlando possono permettere di aprire nuove frontiere dell’estetica della ricezione”. Orlando stesso, in un breve scritto pubblicato nella raccolta “L’emozione come esperienza infinita” (curato da Alessandra Ginzburg e Riccardo Lombardi), ipotizza questo sviluppo e sono convinto che, se il tempo gliene avesse dato la possibilità, è questa la strada che avrebbe seguito per sviluppare ed aggiornare il suo ciclo freudiano. Il testo si intitola “Le unità di un testo letterario e le classi di Matte Blanco” e dimostra quanto enorme fosse l’apporto che Orlando poteva dare alla teoria della letteratura: l’idea di fondo è che non c’è nulla (contenuti, forme, strategie retoriche, metrica) che non potesse essere riconsiderato a partire dalle classi di Matte Blanco. Peccato che nessuno dei suoi scritti si sia confrontato sistematicamente con l’altro grande capolavoro matteblanchiano: Pensare, sentire, essere. E’ su questo libro che, oggi, insiste molto Alessandra Ginzburg, a partire dal suo fondamentale “Il miracolo dell’analogia”. Su questi argomenti ha scritto pagine bellissime Christian Rivoletti, che parte proprio da un tentativo di declinare le teorie orlandiane in accordo con la teoria della ricezione:

    http://www.mimesis.education/uncategorized/christian-rivoletti-costanti-tematiche-funzioni-del-simbolico-e-identificazione-emotiva-riflessioni-teoriche-intorno-a-francesco-orlando-lintimita-e-la-storia/

    Sono molti, per fortuna, gli interpreti che non solo si sono formati sui libri di Orlando, ma che cercano ancora oggi di seguire e aggiornare il suo insegnamento. Forse sarà impossibile trasformare Orlando in una star globale, sul modello di Foucault, però anche io, come Zinato, mi perdo a fantasticare sugli effetti che questo potrebbe avere sul modo in cui leggiamo la letteratura.. e il mondo.

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