di Massimo Gezzi

[Il primo brano dei Gesti sportivi è uscito qui]

È una sera di maggio del 1984. Ho otto anni. Ricordo la porta di casa aperta, quando inizia la partita: deve fare già abbastanza caldo. Sono seduto sul divano al posto di mia madre, perché questa è una serata speciale: a Basilea, in una città che non conosco e che probabilmente non saprei collocare su un mappamondo, Juventus e Porto si contendono la Coppa delle Coppe. Partita secca. Sono un tifoso della Juve, che stasera gioca con la seconda maglia, quella gialla. Una strana maglia, così diversa dalle righe bianconere che dipingono il petto di Michel Platini, nella foto appesa al muro della mia camera da letto.

Le immagini non sono nitide. Troppo accesi i colori, troppo sfocate le inquadrature, specialmente da lontano. Si fatica a riconoscere i giocatori, tranne uno, Platini: i capelli scomposti e la maglia fuori dai calzoncini lo distinguono nettamente da tutti gli altri (le scarpe sono tutte nere, nessuno sfoggia tatuaggi o creste, i calzoncini sono corti, tenuti su con un laccio bianco annodato, e i calzini lunghi).
Sono seduto al fianco di mio padre, che probabilmente fuma una sigaretta. Anche lui è tifoso della Juve. È la prima partita che vediamo insieme, o per lo meno è la prima partita che trent’anni dopo ricorderò di aver visto insieme a lui. La prima e la più bella.

Ci si aspetta molto da Platini e da Boniek, il polacco numero 11 capace di involarsi e di segnare, specie nelle partite di Coppa, con potenti stoccate di sinistro e di destro. Sono loro due che segnano, spesso. Sono loro che cerco di imitare, quando gioco goffamente a calcio con i miei compagni di scuola.

La partita è cominciata da pochi minuti. Dieci o poco più. Subito dopo il cerchio di centrocampo la palla è di Platini. Lo riconosco dalla maglia e dai capelli, e anche da quel modo di inclinare indietro la schiena, quando lancia in avanti. Come fa in questo istante, per esempio, quando alza un attimo la testa e spedisce il pallone verso la trequarti. Nando Martellini sta parlando d’altro. La sua voce, che sembra provenire da un altro pianeta, sta riepilogando il risultato e commentando un’azione già terminata, sul fronte d’attacco del Porto. Il gesto di Platini lo induce a interrompersi, a riprendere la telecronaca: «Adesso prova la Juventus con Vignola… Vignola…».

Beniamino Vignola, numero 7. Ricordo benissimo la sua figurina: una faccia che non sa se sorridere o restare seria, guance rosse da bravo ragazzo di campagna, scriminatura composta, occhi chiari. Un nome che fa ridere, Beniamino, e che nessuno dei tuoi amici o degli altri calciatori possiede né vorrebbe. Era arrivato alla Juve come vice di Michel Platini, e invece eccolo qui, stasera, a giocare al suo fianco, in una delle partite più importanti della stagione. Magari è pure bravo, ma chi si immagina mai di essere lui, quando si gioca dietro casa, da soli o con gli amici? Chi mai ha pensato una volta sola, da tifoso juventino, «voglio diventare come Beniamino Vignola», tra quelli che sognano di fare i calciatori e parlano già il gergo del calcio (mister, corner, mediano di spinta)?

C’è poco tempo per mettere a fuoco il nome. Vignola tiene palla, avanza, fa due metri, quattro, sei. Martellini ripete più volte il nome del numero 7; Vignola supera il primo avversario, che probabilmente lo ritiene inoffensivo, in quella posizione. Adesso è alle prese con il secondo, ma invece di provare a saltarlo si allarga sulla sinistra. È al limite dell’area e continua ad allargarsi. Farà un cross, immagino, o la ridarà indietro. Ma non c’è tempo, perché Vignola, un secondo dopo, calcia verso la porta di sinistro. Sembra un tiro senza pretese, anche se è stato improvviso. Lui, dopo aver tirato, fa una strana torsione del corpo, ruotando su se stesso di quasi 90 gradi. Ma non c’è tempo di osservare neanche questo, perché la palla calciata da Vignola è già nella fase discendente della sua parabola e si sta dirigendo verso il palo alla sinistra del portiere portoghese, immobile. Rimbalza a pochi centimetri dal legno, poi lo colpisce. È un particolare che non si dimentica, perché il palo ha la base dipinta di nero. Sembra che quella palla sia indirizzata proprio lì, a colpire quei trenta centimetri di nero tra il verde del prato e il bianco dei legni. Un tiro da cecchino, preciso e disinvolto. Persino elegante.

«Adesso prova la Juventus con Vignola… Vignola… Tiro di Vignola e goal! Goal!». Sono passati pochi secondi, forse tre. Poi Martellini ripete ancora: «Vignola. Vignola ha portato in vantaggio la Juventus». Un racconto semplice, non dopato di urla né di lazzi, così come è semplice l’esultanza del numero 7: braccio sinistro in alto, poi entrambi, poi in ginocchio, dopo una breve corsa, ad aspettare i compagni. Arriva per primo Cabrini, poi Boniek. Poi Bonini e Tardelli. Solo adesso si aggiunge Platini, numero 10, che dà una pacca sulla spalla agli altri, niente di più. Secondi, anche qui, poi tutti insieme corrono verso il cerchio di centrocampo: 1-0 per la Juve. Io però queste cose non le vedo, non le distinguo. Non posso, perché nel frattempo sono saltato in piedi, rovesciando qualcosa che avevo sulle gambe (un lenzuolo?). Mio padre ha alzato entrambe le braccia, come Vignola, e mi sorride. Io urlo qualcosa. Dura pochi secondi, ma li ricorderò tutti. Fuori è buio, la Juve ha segnato, io provo una felicità definitiva, di quelle che ritagliano un momento privilegiato dell’esistenza e lo sradicano fuori dal corso del tempo. Non ricorderò nient’altro di quella partita. La Juventus vincerà la Coppa delle Coppe, grazie a un altro goal di Boniek (su assist di Vignola), io forse vedrò la fine e anche la premiazione. Ma non le ricorderò. Ricorderò solo questi momenti: il tiro di Vignola, io in piedi che guardo l’ammucchiata di giocatori in giallo, mio padre a braccia alzate, qualcosa che esiste, in questa stanza e in quel televisore, e che non verrà cancellato: «Tiro di Vignola e goal! Goal!».

cropped-Cabrini-Vignola.jpg

[Immagine: Cabrini e Vignola festeggiano subito dopo il goal dell’1-0 (Juventus-Porto 2-1, 16 maggio 1984) (mg)].

2 thoughts on “Gesti sportivi /2. Il tiro di Vignola

  1. Purtroppo non riusciamo a sistemare il problema. Ho perfino eliminato il video, ma se si cerca di linkare l’articolo, il video rispunta fuori, senza possibilità di accedere al sito. Mistero (mg).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *