cropped-06-pasolini-pedriali_672-458_resize-1.jpgdi Walter Siti

[Quarant’anni fa, il 2 novembre 1975, moriva Pier Paolo Pasolini]

Vorrei partire dalla definizione di «mito» che viene data da Roland Barthes in Mythologies: il «significato mitico» si ha quando il significante e il significato di un’icona culturale diventano a loro volta il significante di qualcosa di più vasto, che è per l’appunto un «mito». L’esempio che lui dà è l’immagine di un soldato nero che saluta la bandiera francese: il significante (il colore della pelle e la divisa del legionario, il bianco il rosso e il blu eccetera) e il significato esplicito (appunto un ragazzo delle colonie che si è arruolato nell’esercito francese) diventano a loro volta il significante di un significato più vasto e impreciso (la lealtà delle colonie, l’universalità dei valori di libertà uguaglianza fraternità, la sicurezza un po’ paternalistica del vecchio colonialismo) che costituisce il mito della «superiorità francese».

Se proviamo ad applicare questa nozione all’immagine di Pasolini, ecco che abbiamo, come «significante», la sua opera intera, sia letteraria che cinematografica e pittorica, ma anche le fotografie che lo ritraggono, o gli spezzoni di video in cui compare; come «significato», quello di uno degli intellettuali più intelligenti e coraggiosi della seconda metà del Novecento in Italia, le tesi che ha sostenuto, la bellezza che è riuscito a creare, ma anche un uomo nevrotico e contraddittorio, e un artista che ha spesso sprecato il suo talento in testi ridondanti e non esenti dal kitsch. Tutte queste cose, significante e significato, diventano a loro volta il significante di quel «mito Pasolini» che si è cristallizzato in Italia durante trent’anni, e di cui cercherò di analizzare le componenti. (Per il mito, leggere effettivamente le opere di Pasolini non è affatto necessario, né è necessario confrontarsi con la critica che ha cercato di capirle: non più di quanto, per usare la parola «casa» in un nostro discorso, abbiamo bisogno di analizzare i movimenti che fa la lingua nel pronunciare i singoli fonemi).

La prima componente del «mito Pasolini» è certamente quella della poesia assassinata dalla società. Le parole che Moravia gridò al funerale («La poesia è una cosa rara, e hanno assassinato un poeta») hanno smesso di essere l’omaggio commosso da parte di un amico che sapeva di appartenere a una razza completamente diversa e che presentava le armi a questa diversità, e sono diventate la pietra angolare di un edificio mitico. Pasolini è diventato, per la massa, il «Poeta» per antonomasia; e i Poeti, si sa, devono essere assassinati. La poesia (nell’immaginario massificato) non esiste più nel mondo contemporaneo: sono i «poeti estinti» che Robin Williams, professore improbabile, fa amare a una classe del 1959, o sono le metafore che in uno sperduto paesetto di mare Neruda insegna a un postino. Pasolini, Poeta assassinato, ci vendica della spoetizzazione del mondo. Pasolini ha disseminato la poesia anche fuori dai suoi versi, aveva il «fisico» del Poeta. Non importa quello che ha scritto. Pasolini ci regala la soddisfazione di amare la poesia senza la noia di leggerla.

La seconda componente del mito è la certezza che esistono i profeti, che intuiscono e vedono per noi. «Che direbbe di questo Pasolini?». «Ah, se ci fosse ancora Pasolini!», si sente invocare spesso, anche sugli autobus o in coda per la posta. Di nessun altro scrittore, in Italia, si sente dire (forse qualche volta di Sciascia, ma solo nelle feste al Salone del libro). In realtà Pasolini non ha previsto praticamente niente del futuro italiano e mondiale: il «Processo» al Palazzo non prefigura Mani Pulite, è piuttosto una riscrittura di Todo modo con altri mezzi; dell’omologazione e della Borghesia Totale avevano già parlato i francofortesi; sulla rovina ecologica e sullo strazio dei monumenti avevamo letto Cederna. Là dove ha azzardato delle profezie (le meraviglie dell’Unione Sovietica negli anni Novanta, la sparizione delle differenze locali, la fine della religione, il benessere occidentale uniformemente crescente) le ha generalmente sbagliate, com’è giusto e umano. Lui, certo, ha visto con straordinaria precocità cose che stavano già accadendo, e le ha viste con quella chiarezza e quella prontezza perché per lui non erano solo dati sociologici, erano questione di vita o di morte. Ma il mito di massa preferisce pensare che in lui fosse all’opera, invece che un’ossessione dolorosa, una misteriosa capacità di veggente (forse da relazionare, ancora una volta, con la Poesia Mitica). Se ci sono i Profeti, noi possiamo smettere di sforzarci.

La terza componente del mito è quella del coraggio delle proprie idee, fino alla morte. Pasolini ha affrontato uno scandalo dopo l’altro, un processo dopo l’altro; si è fortificato con gli scandali (visto che all’inizio non ha potuto evitarli), e ha accettato una continua accelerazione della propria vita. Coraggiosamente, certo, ma anche inevitabilmente. Ha detto quello che pensava su riviste e giornali, senza temere inimicizie; e la situazione dei media era tale che una singola voce poteva ancora farsi sentire. Pasolini ha dato spesso l’impressione di combattere a mani nude contro il Potere. Ma non sarebbe morto per quello: l’apologo di Porno Teo Kolossal, del poeta che col suo pessimismo disperato spinge tutti gli altri a morire, ed è il solo che non muore, ha una grana oscuramente e atrocemente autobiografica. Le ragioni del suo assassinio sono probabilmente da ricercare nei rischi della sua vita privata. Invece il mito di massa preferisce la tesi del complotto politico, è bello avere anche da noi un martire come quelli che possono vantare la Birmania o il Sudamerica. Pasolini è l’eroe morto per le sue idee, non quelli che davvero sono stati fatti fuori dalla mafia. Potenza del mito.

La quarta componente è la prova che basta la passione per capire. Pasolini pensava «con amore»; pensava in grande, senza perdersi nell’erudizione e nelle minuzie. Ha divulgato sui media concetti semplici. «Usava» la cultura, rubacchiava qua e là. Per la sua ossessione erotica, non aveva «sublimato» la cultura facendola diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue (leggete le lettere di Primo Levi, o di Leone Ginzburg, per capire cosa intendo); era rimasto un «selvaggio», e se ne vantava; per lui la cultura era una pellicola che si poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del consumismo, ne era un modello. Questo segmento del «mito Pasolini» dà a chi lo coltiva la soddisfazione di avere delle opinioni forti senza bisogno di controllarle sui libri. (E senza pagare questo vantaggio col peso di un’ossessione erotica, come invece violentemente lo pagava Pasolini).

La quinta componente, anche se può apparire paradossale in un paese sostanzialmente omofobo come l’Italia, è proprio l’omosessualità esemplare di Pasolini. Pasolini non ha mai nascosto la sua omosessualità, almeno a partire da una certa data. Ma l’ha sempre declinata molto «virilmente»: il suo disprezzo per le «checche» traspare in tutti i suoi romanzi, da Ragazzi di vita a Petrolio. Non ha mai preso posizioni da omosessuale militante. È stato, insomma, un «omosessuale a cui si può stringere la mano». E soprattutto, essenziale per il nostro mito di massa, l’ha pagata. È un eroe, d’accordo, ma un eroe che ha una magagna, e a cui possiamo sentirci superiori. Da perfetto capro espiatorio, ha peccato ed è stato punito per tutti. Questo segmento del mito dà la soddisfazione di sentirsi tolleranti, e superiori in qualcosa a un mito.

La sesta e ultima componente, tra quelle che posso far emergere in una riflessione superficiale come la mia, è la testimonianza che si stava meglio prima. Anche questa apparentemente paradossale, in uno sperimentatore inesausto e in un rivoluzionario in pectore come Pasolini. Ma il «colore» in cui il mito Pasolini si trova immerso è certamente il colore della nostalgia; nostalgia della sua nostalgia, nostalgia per gli anni Sessanta, nostalgia per i suoi ragazzi di vita. Tutti a dire che i suoi sottoproletari erano adorabili mentre quelli di adesso fanno schifo; ma chi lo dice avrebbe trovato che facevano schifo anche quelli di una volta, se solo ci fosse capitato in mezzo. Forse come ogni mito, anche quello di Pasolini è un modo per evadere dal Tempo.

Il mito Pasolini è, politicamente, un mito trasversale. Mentre il mito Pavese, fin che è durato, era tipicamente un mito di sinistra, il mito Pasolini è bipartisan. La televisione può fare trasmissioni su Pasolini senza doverle ascrivere a una parte politica, non ha bisogno di controbilanciarle per par condicio. I fruitori di massa del mito sono rassicurati dal sapere che tra gli ammiratori di Pasolini ci sono intellettuali di destra e di sinistra, da Goffredo Fofi a Marcello Veneziani. La sua situazione bipartisan lo rende particolarmente caro agli assessori alla cultura, perché è un fiore all’occhiello e un sicuro richiamo: le piazze si riempiono e se qualcuno si oppone in Consiglio ci fa lui una brutta figura.

Lo amano i parlamentari e i rivoluzionari eversivi. Lo amano a destra perché ce l’aveva coi capelloni e con gli studenti che occupavano le università, e perché negli ultimi anni esaltava la disciplina. Perché era atletico e giocava a calcio, lo confondono con Mishima. Lo amano a sinistra perché era un compagno di strada, una «coscienza critica»; perché era pieno di contraddizioni, perché era gay; perché era un po’ antiquato e predicava Gramsci. Lo ama Maurizio Costanzo, perché era un supergiornalista che aveva scoperto le borgate, e perché vendeva al «Corriere» una cultura che di solito i giornali non possono permettersi. Lo amano i cineasti, perché non apparteneva alla confraternita. Lo amano i registi teatrali, perché «fa colto» ma mettendolo in scena si possono mostrare i corpi nudi. Nudo e poesia.

Il suo mito può contare, insomma, su quelli che in Italia promuovono la cultura.

Che fare? Difendere Pasolini dal suo mito? Rimproverare a Pasolini di essersi «prefabbricato» per il mito (certo, fin dalle infantili imitazioni cristologiche, c’era in lui una vocazione all’esibizione «corporale» molto più forte di un semplice esibizionismo nevrotico, qualcosa che stava più vicino al teatro e alla santità, in un triangolo approssimativo tra Artaud, Karol Wojtyla e Marilyn)? Auspicare che in tivvù, invece di cervellotici documentari in cui una telecamera posta sul lunotto posteriore di un’auto mostra strade in fuga, mentre a squarci Pasolini pronuncia frasi pensose tratte dalle sue interviste, si vada a leggere e a discutere seriamente l’opera sua? Temo che il mito e la critica tengano strade diverse, o addirittura appartengano a mondi separati. C’è un Pasolini che appartiene ai letterati italiani, e un Pasolini che appartiene a un microcapitolo di storia delle religioni. E non è affatto detto che il Pasolini del mito, tra i due, sia il meno interessante.

[Questo saggio è apparso su «Micromega», 6, 2005, pp. 135-139].

[Immagine: Dino Pedriali, Pasolini (gm)].

44 thoughts on “Il mito Pasolini

  1. Mi piace molto l’analisi che fa Siti del Mito Pasolini, e ne condivido molti aspetti. Quest’anno poi, il proliferare spudorato di programmi televisivi e di interventi vari su quotidiani e rotocalchi dedicati alla celebrazione di Pasolini ci evidenzia quanto puntuale sia l’analisi di Siti (e quanto attuale sia rimasto Barthes), e ci ricorda quanto il processo di mitizzazione sia il passaggio attraverso cui il portato pubblico (politico e poetico) di biografie singolari, critiche, sovversive anche, come quella di Pasolini, viene svuotato della sua forza critica e ricontenuto da una monumentalizzazione che è più che altro una normalizzazione. E’ interessante allora chiedersi che cosa viene normalizzato, e in questo senso mi pare che Siti sia troppo sbrigativo al punto tre della sua analisi nel liquidare i fatti privati relativi alle circostanze della morte di Pasolini con i fatti pubblici del coraggio della verità regolarmente mostrato da Pasolini in tutte le sue attività di intellettuale nell’Italia di quell’epoca. Le aggressioni che Pasolini subì ininterrottamente nel corso dell’ultimo quindicennio della sua vita (in un bellissimo articolo uscito su Internazionale il 29 ottobre scorso, Wu Ming I ci ricorda che Stefano Rodotà affermò che Pasolini rimase ininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975) — aggressioni fisiche e psicologiche, aggressioni fasciste, omofobe, mosse alternativamente da rozzezza culturale e da sadismo poliziesco — non possono essere semplicemente derubricate come concatenamenti che hanno finito per contribuire al mito Pasolini. Vanno invece, credo, ricondotte alle strategie di un sistema politico e culturale repressivo e violento che non ha smesso di auto-normalizzarsi, anche attraverso celebrazioni postume di Pasolini come mito nazionale.

  2. “ Senza data [1975] – sentirsi invulnerabile, savio / e terribile, piccolo ed incoercibile, / io e io, voluto e da dio, / uomo pensoso e femmina, / promesso e sposa, fermo e / Lucia, / ma, / Ostia Lido non era in Lombardia. (A P. P. P.) “.

  3. Della serie “cantarsela e suonarsela, farsi le domande e darsi le risposte da sè”.
    Trovo particolarmente sgradevole questo elenco di punti di un mito che Siti non si sa dove sia andato a pescare, tanto che può ragionevolmente sorgere il dubbio che egli l’abbia scovato nella sua stessa mente, attribuendo una sua fissazione a una collettività.

    Di fronte a questo mito creato dallo stesso Siti per uso e consumo polemico, forse sarebbe il caso di riaffermare le ragioni della riconoscenza che tanti, tra cui anche io mi annovero, sentiamo per Pasolini e per il suo insegnamento.

    Affronterò solo due punti perchè considero i rimanenti un puro frutto di fantasia di Siti e quindi non meritevoli di essere presi in considerazione.
    Il primo riguarda il pensiero che io definirei antimodernista di Pasolini. Qui, davvero Siti cade in un equivoco enorme, quando addirittura paragona Pasolini a Marcuse. Gli rinfrescherò la memoria, Marcuse era l’idolo del ’68, Pasolini è stato a suo tempo uno dei maggiori critici del ’68, cioè stavano su versanti opposti.
    Siti isola l’elemento anticonsumistico e pretende così di omologare pensieri del tutto opposti, perchè la vera novità verso cui considero sì Pasolini di avere visto prima di altri (non v’è bisogno di usare termini evocati di ben altro, quale profeta) non era la denuncia della deriva consumistica, ma la possibilità stessa che la modernità nel suo complesso costituisca ancora qualcosa che contribuisce a rendere più umana la nostra esistenza. In questo senso la domanda se si stava meglio prima di adesso, credo che sia del tutto sensata e forse perfino necessaria.

    La seconda questione riguarda l’omosessualità.
    Partirò con la nota frase detta da non so più chi (Busi forse?), che a chi gli chiede se è gay, risponde “non sono gay, io sono frocio”, che è una grande risposta. Con essa, si vuole intendere che essere omosessuale è di per sè eversivo dell’ordine sociale, e non un semplice collante lobbystico per estendere all’intera umanità un ordine conformistico, pretendendo in definitiva non di vedere valorizzata la propria diversità, ma l’omologazione agli etero, e quindi in definitiva ammettendo di aspirare a una normalità che diventa una meta di vita, il raggiungimento della normalità come esito della propria differenza in definitiva negata.
    Credo che Pasolini questo pensasse, esibiva la propria omosessualità, ma con l’orgoglio di chi ne riconosce un prezioso elemento di differenza e quindi di arricchimento della società, e non qualcosa la cui carica oggettivamente eversiva vada spenta.
    Per questo, io credo che ogni occasione sia buona per rileggere Pasolini e per ringraziarlo per il suo prezioso contributo alla possibilità stessa che all’interno delle società liberali si manifestino gli anticorpi necessari ad evitare all’umanità una sicura catastrofe.

  4. Condivido quanto detto nell’articolo.
    Due brevi osservazioni. Sbaglio o il mito di Pasolini è una faccenda tutta e solo italiana? E se sì, perché? Ancora: nei casi di maggiore genialità il mito non depotenzia gli effetti artistici (Rimbaud, Mozart, Caravaggio ecc), ma vi si fonde “organicamente”; il mito cioè, questa lente bizzarra, non sempre opacizza o confonde la visione; a volte ci consente di coglierla meglio, d’indagarne gli aspetti più nascosti.
    ps: è molto istruttiva al riguardo la vicenda di Etièmble vs mito/Rimbaud: duemila pagine di sostanziale fallimento

  5. altro che superficialità dell’analisi! caro Walter hai spiegato quella punta di fastidio che sento nel vederlo celebrato oggi, senza che mai lo abbiano davvero letto e capito…

    come si costruisce un mito, e come lo si svela, lasciandolo comunque mito
    grazie

  6. Come ha scritto lo stesso Siti, questa è una riflessione “superficiale”.
    Lui lo dice con falsa modestia, ma ha letteralmente ragione.
    E’ anche piuttosto ottusa, per non dire stupida.
    E’ pure snob, peraltro.
    Quoto poi tutto quel che ha scritto Cucinotta.
    Questo è l’ennesimo articolo contro Pasolini che leggo in questi giorni da parte di letterati – di sinistra o comunque non di destra, per inciso. Nel mio libro di antologia da licei anni ’80, già si criticava senza riserva Pasolini e il suo essere antimoderno e insomma di destra. Poi ci si stupisce se qualcuno di destra, che non ha mai capito nulla di Pasolini e che ha avuto amici o maestri che l’avrebbero linciato, si appropria di Pasolini, o meglio del falso mito negativo che ne hanno fatto gli stessi scrittori di sinistra.

    E questi stessi letterati vaneggiano di un mito Pasolini secondo cui sarebbe amato da tutti e sarebbe diventato intoccabile(“Pasolini è diventato per la massa il poeta per antonomasia”? Ma come si fa a scrivere delle scempiaggini del genere?).
    E’ l’ennesima conferma che gli scrittori italiani sono completamente fuori dal mondo, si costruiscono narrazioni totalmente avulse e parallele dalla realtà, se le raccontano tra di loro, si congratulano o azzuffano tra di loro.
    E la storia si fa altrove.
    Pasolini, per lo meno, stava dentro la storia. Come del resto gran parte degli scrittori e intellettuali veri del suo tempo.

  7. Già, come difendere, dopo la morte di un autore, la portata caustica delle sue opere, intese come ferite aperte, come armi puntate contro il lettore. Come difendere le opere da ex mogli, critici risvegliatisi ammiratori dell’ultimissima ora, critici santificanti quel che avevano sdegnato o ignorato. Come difendere dai sopravvissuti il portato malvagio o mortifero o da cui é spontaneo distogliere lo sguardo. Il grande scrittore aveva maltrattato donne o bambini o ebrei o. Come realisticamente difendere i suoi libri dalla cura che annulla la ferocia?

  8. “ 17 gennaio 1987 – Il premio Nobel Rubbia dice « quotata » (quoted) per dire « citata ». Ne deduco che il premio Nobel non sa (più) l’italiano. “.

  9. Pasolini come gay della porta accanto, ahbbé, Pasolini come omosessuale dal volto umano a cui ci daresti pure la mano. No che non è una lettura critica del mito di Pasolini; è il mito che Siti si è fatto a proposito del mito di Pasolini. Siti ha letto e studiato l’opera di Pasolini come credo pochi altri in Italia, perciò fa niente. Saluti! Coda.

  10. @ Lorenzo Galbiati. Da qualche parte, non ricordo più dove, Siti si è definito un illuminista di destra.
    La sua analisi del mito Pasolini mi pare in linea con questa definizione. Il pezzo che è uscito su Internazionale di Wu Ming, quello è un pezzo ideologicamente chiarissimo, che spiega perché la destra (non illuminista) sia abbastanza ridicola quando cita Pasolini su Valle Giulia. Siti mi pare che punti altrove.

  11. @ Daniele Lo Vetere
    Siti si può definire come vuole. Illuminista di destra può voler dire qualsiasi cosa, dato che i due termini non sono facilmente accostabili. La sua analisi (ma per chiamarla analisi occorre essere generosi) è in linea con l’essere illuministi di destra? Allora l’illuminismo di destra è spazzatura – e in effetti poteva essere diversamente? Il pezzo di Wu Ming 1 (che a me in genere non piace come intellettuale) è un gran bel pezzo. Quella è una analisi. E non è ideologica, perché usa l’intelligenza per accostare e interpretare i fatti: il pezzo di Siti è ideologico, perché non usa alcuna intelligenza, non sa che farsene dei fatti, non sa vederli per quello che sono, nemmeno quelli che cita. Il pezzo di Wu Ming ridicolizza la destra non illuminista? Ridicolizza anche Siti e i vari articoli scritti in questi giorni da gente di sinistra. E ricordiamoci che il pezzo di Siti qui citato è uscito 10 anni fa su Micromega, se non erro su quel numero (io ero abbonato) dove si descriveva un Pasolini meschino che non voleva perdere Ninetto quando questi voleva sposarsi – un numero della rivista dove si tentava il linciaggio morale di Pasolini.

  12. L’ex TQ zeru tituli Lorenzo Galbiati, non si sente ridicolo a trattare quello che è uno dei pochi importanti scrittori italiani, peraltro uno dei massimi conoscitori dell’opera di Pasolini, come fosse un suo domestico, opponendogli nientedimeno che Wu Ming1? A me sembra un tantino frustrato.

  13. Bastano le osservazioni demenziali su Ninetto e sull’illuminismo di destra per capire che Galbiati non sa di cosa parla. DI qualunque cosa parli.

  14. Non intervengo ulteriormente sul merito, perchè non ho finora letto obiezioni al mio primo commento, almeno minimamente argomentate.
    Devo tuttavia dichiare la mia tristezza nel vedere il livello di alcuni interventi che, o hanno uno stile assertivo che non si cura minimamente di argomentare l’opinione espressa, ed anzi magari la rilancia semplicemente ripetendo l’asserzione, secondo una logica del tipo “repetita iuvant”, (ma in realtà non giova questo ribadire), oppure con la logica del “lei non sa chi sono io”, o in questo caso più esattamente “lei non sa chi è lui”.
    Periodicamente, si ripetono queste rivendicazioni di autorità al di sopra dell’argomentazione logica, come già mi fu detto in un’altra occasione quando polemizzavo con Buffoni, e qualcuno osservò che non stava bene perchè egli è un grande poeta.
    Ancora evidentemente non tutti riescono a separare le idee da chi le profferisce, amen!

  15. “ Mercoledì 4 novembre 2015 – Poi leggo il signor Wu Ming – che non so che si crede di fare a chiamarsi in questo modo buffo – che dice che Walter Siti è un « illuminista di destra ». Mah. Boh. Comunque se lo è non è il solo. Parola di uno che ha appena spento la televisione. Che, ahimè, ancora una volta, non era riuscito a non accenderla, nel senso di illuminarla etc. “.

  16. @larry m(i)ssino @ Franco Quadri
    Ammesso che siate in grado di leggere:
    Questo articolo non tratta “l’opera” di Pasolini, ma una sua presunta mitizzazione di “massa” con una analisi “superficiale”, stando a quel che scrive Siti. Siti, Wu Ming1 e io abbiamo gli stessi tituli per valutare quale sia, e se esiste, questo mito. E per inciso, non ci vogliono tituli per scrivere argomentando a supporto di una propria tesi (che riguardi qualsiasi cosa: l’opera di Pasolini, il suo mito, le sue mutande sporche) o per contestare quella altrui: non esiste più il “principio di autorità” (si veda Cucinotta) e non è mai esistito nei blogs, ma se volete essere protetti da questo principio vi consiglio la Chiesa cattolica il cui capo è infallibile. Siti no. Nessuno lo è.
    2 larry, io frustrato? E’ uno spasso che ogni volta che mi vedi commentare (e senza rivolgermi a te, è l’ultima cosa a cui penso) poi perdi tempo a cercare di rispondermi in modo sensato, datti una frustatina e fatti passare la sbornia.
    3 Franco Quadri, non ho scritto alcuna considerazione delirante su Ninetto, evidentemente non hai capito perché l’ho citato – o hai un concetto alquanto delirante della parola delirante – o forse non sai mai di cosa stai parlando, visto che accusi altri di fare così.

    @Quadri e Barra
    4 Il concetto di “illuminista di destra” l’ha usato Lo Vetere, non io: lui ha scritto che Siti si definisce così. Io ho solo ripreso questo concetto. Quindi, ripeto, sempre che vogliate leggere bene quello a cui rispondete: non siamo stati né io né Wu Ming1 a definire Siti un illuminista di destra, bensì Siti stesso (e se non è vero che lo ha fatto, ditelo a Lo Vetere).

  17. “ Giovedì 2 maggio 1996 – La letteratura, invece, non è più nemmeno un mito. È stata un mito ai tempi di Proust, il mito del quale puoi leggerlo, già cotto-e-mangiato, nel numero speciale della NRF del ‘23, a pochi mesi dalla sua morte. È stata un mito ancora ai tempi di Cesare Pavese, ai tempi della morte di Cesare Pavese, e della pubblicazione del suo diario. Anche Gadda il suo bravo mito se l’è guadagnato, mito lillipuziano, mito romano del Gran Lombardo. Anche Pasolini un po’ « mitico » è stato, specialmente perché faceva i film e perché poi è morto come è morto. Anche Calvino, volendo, anzi Calvino’s. Ci hanno provato anche con Tondelli. Ci hanno provato anche con Di Lascia. Ci provano sempre, i mitografi, i mitomani, ma non abbocca più nessuno. Senza mito la letteratura si sente sola e non sa che fare. Non sapendo che fare tira a campare. “.

  18. @ Galbiati. Non si arrabbi, non facevo alcuna polemica. Portavo a conoscenza un’informazione. Libero di farne quel che crede, ci mancherebbe.
    Dicevo solo che Wu Ming ha scritto un pezzo chiaro dal punto di vista ideologico (nel senso non deteriore del termine), cioè un pezzo in cui dire “sinistra e destra” ha un senso chiarissimo. Siti, dicevo, mi pare che punti altrove, e non dico mica che per questo debba essere additato a esempio morale: solo che possiamo seguirne la logica se accettiamo di descriverlo senza ricorrere a quella contrapposizione politica. Tutto qui.
    Poi non sapevo che in quel numero di Micromega si tentò, come dice, un linciaggio di Pasolini. La ringrazio dell’informazione. Spero di avere il tempo di procurarmelo, perché sto leggendo in questo periodo ciò che non avevo ancora letto di Pasolini.
    Non ho molto altro di sciocco da dire.
    Saluti

  19. WUMing1 nel suo articolo se la prende con chi cerca di appropriarsi del mito di Pasolini da destra, magari facendogli dire ciò che non ha mai detto né pensato, e fa riferimento a una cosa in particolare (Valle Giulia e relativa poesia)
    Siti se la prende col mito di Pasolini in generale cioè soprattutto con la sua variante piddina, veltroniana, fabiofaziana dove tutti possono entrare nello stesso pantheon, da Che Guevara a Falcone & Borsellino, anzi da Che Guevara a Madre Teresa (citazione da un ideologo di riferimento), una melassa perbenista e paracula che è la nuova Democrazia Cristiana, il vero potere di oggi che se Pasolini fosse vivo attaccherebbe un giorno sì e l’altro pure

  20. “ 18 marzo 1989 – Incubo anzi nightmare: negli anni Novanta ho visto una immensa democrazia comunistana difesa da milioni di demivierges irriducibili spogliata vestita governata dai sarti interamente cinematografica illuminata a giorno. Per i maschi maggiori di trent’anni vige la procedibilità d’ufficio qualora portino i baffi o diano altri segni di insofferenza. “.

  21. E’ sempre difficile in quel che scrive Siti sbrogliare la matassa (autoriale? Autoautoriale? Autorevole? Autoritaria? Autoassolutoria?) che si porta appresso, specie se si e’ fuori del suo campo d’influenza anche pratico, ma questo pezzo ha dieci anni. Cosa e come ne scriverebbe il Siti del 2015? Dieci anni sono tanti per tutti, anche per il mito pasoliniano.

  22. @Daniele Lo Vetere.
    Non mi sono per nulla arrabbiato con te. Ti faccio presente, comunque, che sei stato tu a mettere la politica come spartiacque per comprendere Siti e Wu Ming1. Per me, semplicemente, quel che ha scritto Siti è il solito ritornello sul mito Pasolini che sento da anni anche e soprattutto da scrittori dichiaratamente di sinistra (forse Siti nel 2005 è stato uno tra i primi a forgiarlo, e poi ha fatto scuola) e che non ha nessuno scopo, dato che avalla il mito (presunto) di Pasolini tra la “massa” citando comportamenti di Pasolini che l’avrebbero favorito; Wu Ming1 invece dimostra con un discorso articolato, basato su una corretta interpretazione di una sequenza lunga di fatti, quanto all’origine di questo presunto mito (il Pasolini amante della polizia, bipartisan) vi siano delle distorsioni dei fatti, delle interpretazioni erronee dei suoi comportamenti (alcune delle quali presenti anche in Siti). Che per Wu Ming1 la destra e la sinistra siano del tutto caratterizzate e inconfondibili dipende dal fatto che effettivamente era così negli anni Sessanta e Settanta.

    Per quanto riguarda Micromega, ho controllato: è il n. 6 del 2005 che contiene questo pezzo di Siti, insieme ad altri contributi su Pasolini: Cortellessa, Veltroni in dialogo con Sofri, Ravera e Bertolucci, e la ricostruzione dell’omicidio di Lucarelli. Non è qui il linciaggio morale di cui parlavo, è in un altro numero che però non saprei a quando risale, di certo dopo il 2005 ma non ho le forze di controllare tutto il catalogo. In quel numero si citano e discutono le lettere di Pasolini a Ninetto ed altri (vado a memoria) quando questi decide di sposarsi, e lo si fa condannandolo senza appello (magari linciaggio è parola troppo forte, ma insomma c’è un giudizio netto). In pratica Pasolini è risentito, si sente portar via Ninetto, che aveva allevato e mantenuto, e risponde dicendo che non gli corrisponderà più i soldi con cui lo manteneva… cose del genere. Si trova materiale anche in rete su questo argomento, tipo le lettere di PPP a Volponi.

  23. “Non esiste più il “principio di autorità” (si veda Cucinotta) e non è mai esistito nei blogs”.
    In queste poche parole di Galbiati tutta la tragedia della Rete: il primo che passa e che non sa nulla di nulla pensa di poter fare la lezione, su un dato tema, a chi quel tema l’ha studiato davvero.

    Questo in generale. Nel merito, per il povero Galbiati:

    a) La nozione di “illuminista di destra” è perfettamente logica e sensata. E’invece il suo asserire che questo possa voler dire “qualsiasi cosa”, visto che i due termini sono “difficilmente accostabili”, a suonare demenziale. Demenziale, non delirante. Imparare a leggere prima di scrivere.

    b) “Su Micromega (…) si descriveva un Pasolini meschino che non voleva perdere Ninetto quando questi voleva sposarsi”. E’ vero alla lettera. Pasolini ha detto e scritto cose meschine (anche se poeticamente valide, nell’Hobby del sonetto: ovviamente non c’è nessuna contraddizione) quando Ninetto lo ha lasciato. Il suo (di Galbiati) rifiutare questo semplice dato di fatto, fino a sproloquiare di linciaggio, è demenziale. Demenziale, non delirante. Imparare a leggere prima di scrivere.

    Tra parentesi, ha Galbiati una vaga idea di cosa disse Elsa Morante a Pasolini in questa circostanza? No, eh?
    Ma del resto cosa conta il parere di Elsa Morante in confronto a quello di Lorenzo Galbiati. “Nei blogs”, naturalmente.

    Poi, Cucinotta: “Non ho finora letto obiezioni al mio primo commento, almeno minimamente argomentate”.
    Non ne ha lette perché nel suo commento ha scritto cose banali e irrilevanti sulla questione dell’omosessualità, più cose decisamente sbagliate quando ha preteso – con arroganza esilarante – di “rinfrescare la memoria” sulla questione Marcuse.
    Si potrebbe argomentare quanto sono sbagliate quelle osservazioni. Sarebbe anzi facile. Ma sarebbe anche inutile. “Nei blogs” non esiste più il principio di autorità, ma resta il fatto che certe discussioni sono così stupide che non vale nemmeno la pena di cominciarle.

  24. “ Domenica 2 novembre 1997 – Nella « Giornata Pasolini » c’è anche Alfonso Berardinelli che – noto – nel taschino ha un portaocchiali di un acceso rosso. Vorrei tanto sapere se ne aveva contezza. (C’è anche Bernardo Bertolucci che racconta che, la prima volta che vide Pasolini gli chiuse la porta in faccia. « Credevo che fosse un ladro », dice. Dal che si capisce che Bernardo Bertolucci ha paura dei ladri) “.

  25. @Franco Quadri
    Il peggior problema dei blogs non sono le discussioni stupide, quelle se si crede nel dialogo si possono trasformare per divenire meno stupide, ma la presenza di persone come lei che intervengono per un desiderio per me incomprensibile, ma tuttavia indiscutibilmente reale, di insolentire i potenziali interlocutori e così presuntuosi da esigere di essere creduti senza fare la fatica di argomentare.
    Lei dice “…resta il fatto che certe discussioni sono così stupide che non vale nemmeno la pena di cominciarle”. Dovrebbe tuttavia chiedersi perchè le ha iniziate, poteva leggere in silenzio e lasciare le stupidità agli stupidi. Invece, le ha iniziate, e quindi evidentemente e clamorosamente manca di coerenza.

    Infine, le do’ una notizia, di gente come lei se ne trova ad ogni angolo, non si creda così genialmente originale, è solo l’ennesimo arrogante tra tantissimi che incontriamo nella vita quotidiana, e di cui non ci curiamo minimamente.

  26. “ Sabato 9 novembre 2002 – Poco lontano dal portone di casa due ragazzi giocano con un cane. Lei è una giovanotta acqua e sapone, alta, atletica, grande e bambina, sfacciatamente androgina: ma ha anche due vitaminiche poppe; lui è bruno, più basso, ha un pizzetto, anzi una « mosca », sul mento: antipaticissima. In tutti e due sfavilla quella trasandatezza costosa che conosciamo bene, se possibile più smaccata di quella che vediamo di solito. Poi arrivano gli amici. Stesso look. Uno, un biondo, ha una gran testa piena di trecce: lo sappiamo benissimo, è l’estetica Rasta. Ma quello che mi colpisce è la faccia, lo sguardo: da yachtman, da riccone d’antan: quel lampo, quel bagliore sinistro: il carisma antico dei soldi. Penso al Pasolini di Valle Giulia: se avesse visto questi… “.

  27. Caro Cucinotta,
    la sua confusione fa tenerezza. Talmente tanta che decido di sprecare altri due minuti per dimostrare (argomentando, come le piace) che dialogare con gente del suo tipo non ha senso. Lei non capirà nulla come al solito, ma di certo capirà chi ci legge.

    Lei scrive: “Siti cade in un equivoco enorme, quando addirittura paragona Pasolini a Marcuse”. Nella sua ansia egotistica di esprimersi non si è nemmeno accorto che Siti nel suo articolo non ha MAI menzionato Marcuse e dunque non si è MAI sognato di paragonarlo a Pasolini. L’assunto su cui basa tutto il suo aggressivo pistolotto non è che il parto della sua mente confusa.

    Basterebbe questo a chiudere il discorso. Ma ammettiamo per un attimo l’assurdo, e cioè che Siti abbia effettivamente paragonato Pasolini a Marcuse. Lei scrive: ” Marcuse era l’idolo del ’68, Pasolini è stato a suo tempo uno dei maggiori critici del ’68, cioè stavano su versanti opposti”. Si dà il caso che Pasolini conoscesse effettivamente Marcuse (grazie a Fortini), che lo apprezzasse molto, e lo considerasse affine. Altro che “versanti opposti”. Perfino sull’appoggio al movimento studentesco Pasolini pensava che Marcuse avesse ragione, nel contesto (tedesco) in cui operava.

    Tutte queste cose sono facilmente verificabili, perché Pasolini le ha scritte. Non le dico dove: è bene che queste pagine se le cerchi da sé. Perché vede, caro Cucinotta, invece di vaneggiare su argomenti che non padroneggia, aggredire il prossimo e rendersi ridicolo, sarebbe opportuno che lei leggesse, che studiasse un minimo, che imparasse in silenzio da chi ne sa di più di lei. Solo dopo si potrebbe eventualmente “dialogare”.

    Non c’è bisogno di aggiungere altro. Anzi, una cosa. Il suo sproloquio, per quanto penoso, ha comunque il merito di convalidare uno dei corollari della tesi di Siti. “C’è un segmento del mito Pasolini che dà a chi lo coltiva la soddisfazione di avere delle opinioni forti senza bisogno di controllarle sui libri”. Dell’esistenza di questo segmento lei è la dimostrazione vivente.

  28. “ Lunedì 3 novembre 1997 – Vedere lo stolto Moravia che dice che Pasolini ha inventato la poesia civile in Italia – come se fosse un merito -, vedere il subumano Siciliano che si sbaciucchia con il checcone transatlantico Bertolucci – per di più in chiesa -, e, accanto, muto, blindato, atticciato come un autotrasportatore campano, l’urbanistico, manualistico Rosi, vedere i giovani giovani scrittori – più ignoranti delle Spice Girls -, vedere Dacia Maraini, che sposò Moravia e poi non fece altro, ma non gli è mai mancato niente, vedere Massimo Fini, incespicante, imbarazzante, come un giornalista senza padrone, vedere Berardinelli che, finché scrive, può anche sembrare una persona seria, ma, quando parla, si vede che è di Roma – e non c’è al mondo peggiore disgrazia che essere di Roma -, vedere Laura Betti che, ingrassando, invecchiando, è diventata qualcosa come una grande attrice. (Vedere l’Alfa GT 2000, che, se restava a fare poesie, come se la comprava?) “.

  29. Vado al bar tabacchi a comprare le sigarette, e la barista sui vent’anni mi fa: “Ma lo sa che è morto Pasolini?”

    Io: “Ma veramente è morto quarant’anni fa, sai? Tua mamma era una bambina.”

    Lei: “Ah sì? [pausa] Be’, fa lo stesso.”

    Io: “In effetti fa lo stesso, una volta che sei morto sei morto. E ti piace Pasolini?”

    Lei: “Sì, dalle foto si vede che era un bell’uomo, sensibile. Che brutta morte, poverino, solo perchè era gay. Ci sono tanti delinquenti al giorno d’oggi!”

    Io: “Anche al giorno di ieri…”

    Lei: “Eh già…fa dieci e quaranta.”

    Io: “Ecco qua. Ciao.”

    Lei: “Ciao. Scusi, buongiorno.”

    Io: “Va bene ciao. Ciao.”

    [dialoghetto autentico di tre o quattro giorni fa]

  30. Per chiudere, un saluto affettuoso al “povero” (contraccambio per educazione)

    Franco Quadri

    E’ difficile rispondere a un commentatore che ha dei concetti personalissimi
    di molti vocaboli della lingua italiana, specie quelli che iniziano con la “d”, tipo
    delirante e demenziale, ma tenterò l’impresa.

    Il povero Quadri scrive:

    1 <<>>
    Difficile scrivere qualcosa di più assurdo, e per diversi motivi.
    Ne citerò uno solo: chi può dire in rete se un commentatore, ossia un perfetto sconosciuto, ne sa più di lui, o più di Siti, su un argomento?
    Ma diciamo anche il secondo: io posso essere un accademico che ha studiato a fondo Pasolini, ma se accetto il confronto pubblico, accetto ogni tipo di critica al mio pensiero.
    In conclusione, rinfacciare a un commentatore sconosciuto di saperne meno di noi è un atto deficiente, direi il più deficiente che si possa fare in rete, perché manca totalmente di intelligenza. In più, pretendere di evitare il confronto o la critica dicendo Io ne so più di lei, è un atto arrogante, che squalifica sia moralmente sia intellettualmente il presunto erudito. Io non do alcun credito a una persona che si presenta così. La cultura non è correlata con l’intelligenza.

    2<<>>
    Ho già detto dei problemi del Quadri con le “d”.

    3<<>>
    Questo farneticante discorso di Quadri potrebbe ispirare una lezione di scuola sulla distinzione tra “dati di fatto” e opinioni. Già in prima media, parlando del metodo scientifico, i ragazzini capiscono la differenza tra dati di fatto e opinioni. Ciò che ha scritto Pasolini, le sue parole, sono dati di fatto. Qualificare quelle parole come “cose meschine” è un giudizio, una opinione rispettabile quanto si vuole, ma opinabile ossia non oggettiva; in ogni caso, non è un dato di fatto. “Sproloquiare” di linciaggio morale contro Pasolini in riferimento a certe critiche rivoltegli, è una opinione, condivisibile o meno, ma rispettabile come tutte le opinioni. Non saper distinguere i dati di fatto dalle opinioni è cosa assai grave ma ahimè diffusa: l’intolleranza, il razzismo, tutte le forme di autoritarismo e totalitarismo nascono da qui, dal delegittimare le opinioni altrui – magari dicendo che sono demenziali o deliranti – e dall’imporre le proprie come dati di fatto.

    3<<>>
    Purtroppo per il caro Quadri, al suo No, eh? Io potrei rispondere: Sì, molto bene. Come dicevo all’inizio, difficile trovare qualcosa di più e deficiente di rinfacciare a un perfetto sconosciuto, ossia a un commentatore di un blog, di essere ignorante circa un certo tema. Purtroppo, chi ha un atteggiamento intollerante, e vorrebbe zittire le opinioni diverse dalle sue, non riesce nemmeno a concepire che vi possa essere un altro soggetto molto informato sui fatti (del resto, se uno non sa distinguerli dalle sue opinioni…) che ha una posizione opposta alla propria. E’ un triste destino quello degli arroganti che si sentono superiori: rischiano di mostrarsi soltanto puerili e ottusi.

    Come già detto, la cultura e l’erudizione hanno poco a che fare con l’intelligenza – e anche con la maturità di una persona.

  31. PS Purtroppo nel mio precedente commento risultano mancanti le citazioni di Franco Quadri a cui si riferiscono i 4 punti del mio discorso.

    Il punto 1 riguarda questo:
    “Non esiste più il “principio di autorità” (si veda Cucinotta) e non è mai esistito nei blogs”.
    In queste poche parole di Galbiati tutta la tragedia della Rete: il primo che passa e che non sa nulla di nulla pensa di poter fare la lezione, su un dato tema, a chi quel tema l’ha studiato davvero.

    Il punto 2 riguarda questo:
    Questo in generale. Nel merito, per il povero Galbiati:
    a) La nozione di “illuminista di destra” è perfettamente logica e sensata. E’invece il suo asserire che questo possa voler dire “qualsiasi cosa”, visto che i due termini sono “difficilmente accostabili”, a suonare demenziale. Demenziale, non delirante. Imparare a leggere prima di scrivere.

    Il punto 3 riguarda questo:
    b) “Su Micromega (…) si descriveva un Pasolini meschino che non voleva perdere Ninetto quando questi voleva sposarsi”. E’ vero alla lettera. Pasolini ha detto e scritto cose meschine (anche se poeticamente valide, nell’Hobby del sonetto: ovviamente non c’è nessuna contraddizione) quando Ninetto lo ha lasciato. Il suo (di Galbiati) rifiutare questo semplice dato di fatto, fino a sproloquiare di linciaggio, è demenziale. Demenziale, non delirante. Imparare a leggere prima di scrivere.

    Il punto finale, che sarebbe il 4 e non il 3, riguarda questo:
    Tra parentesi, ha Galbiati una vaga idea di cosa disse Elsa Morante a Pasolini in questa circostanza? No, eh?
    Ma del resto cosa conta il parere di Elsa Morante in confronto a quello di Lorenzo Galbiati. “Nei blogs”, naturalmente.

  32. Caro Galbiati,
    la ringrazio per la sua risposta da manuale. E’ il fedele e personalissimo ritratto di un esaurimento nervoso, cresciuto nel rancore e nell’isolamento, ma anche un bel monumento eretto all’egocentrismo aggressivo, logorroico e ignorante di molti commentatori seriali. Del resto, è una risposta in due parti.

    Voglio rassicurarla soltanto su un punto: su Pasolini dimostra di saperne meno di Siti non perché Siti è uno specialista apprezzato mentre lei uno sconosciuto totale, ma semplicemente perché i suoi commenti sono farneticanti, mentre l’articolo di Siti è bello.

    In casi come il suo, replicare ulteriormente non sarebbe soltanto inutile; sarebbe anche un peccato. Un gesto antiestetico. Lasciamo tutto così, per l’edificazione e il divertimento dei lettori.

  33. Mah, la figura del commentatore da blog letterario che arricchiva e spesso aizzava la discussione (come Galbiati ai tempi di Nazione Indiana, tanti altri spariti ed io stesso che l’ho fatto dieci anni con presupposti letterari) si è estinta perché discutere non ha più senso. Se siti come questo vanno presi ormai come un notiziario semi-specialistico da leggere nei tempi morti del lavoro, magari di nascosto perché non sono robe autorevoli e tutt’al più intrattengono, a che serve commentare? Ma più in fondo, se nei commenti di un blog letterario non si può scrivere che Siti potrebbe anche essere un cazzaro perché poi arrivano i Quadri anonimi con i manganelli, a che serve commentare di arte e letteratura? A niente.

  34. Boh io fra innocui cazzari a proprio nome ed autorevoli manganellatori in maschera ho sempre preferito i primi, aria di famiglia direi, ad ognuno la sua eheheh.

  35. @Giuseppe C

    Infatti. Un altro aspetto della tragedia culturale della rete è il reciproco annusarsi degli innocui cazzari. Il loro spontaneo riconoscersi fratelli. Eheheheh.

  36. “In casi come il suo, replicare ulteriormente non sarebbe soltanto inutile; sarebbe anche un peccato. Un gesto antiestetico. Lasciamo tutto così, per l’edificazione e il divertimento dei lettori.”

  37. Caro Franco Quadri, vedo che a distanza di parecchi giorni, ancora non demorde, e mi rendo conto che non demorderà mai perchè ammettere di dire castronerie le risulta impossibile con quell’egone enorme che si ritrova.
    Pertanto, siccome è evidente che non merita il mio tempo e la mia attenzione, la lascio ai suoi bullismi, limitandomi a esplicitare almeno due delle sue carenze, quale risultano dalla sua risposta al mio intervento precedente (naturalmente per lettori terzi, di lei ho già finito di occuparmi):
    1. Ignora il procedimento logico che si chiama “la parte per il tutto”, cioè parlavo di Marcuse come membro influente della scuola di Francoforte (non mi dica che lo apprende adesso…), e per il motivo ovvio che proprio Marcuse era diventato l’idolo del ’68, così che apparisse stridente il contrasto tra Marcuse e Pasolini.
    2. Ignora altresì che le citazioni sono a carico di chi le usa, non di chi le legge.

    Alla luce di queste considerazioni, lei risulta bocciato, e da ora in poi nenche leggerò le sue risposte. Per me, tutto ciò è ampiamente sufficiente.

  38. Walter Siti scrive: “Dell’omologazione e della Borghesia Totale avevano già parlato i francofortesi”.
    Vincenzo Cucinotta capisce: “Qui, davvero Siti cade in un equivoco enorme, quando addirittura paragona Pasolini a Marcuse”.
    (Notare la bellezza di quell’ “addirittura”).
    E chiama questo procedimento “la parte per il tutto”.

    Questo è Vincenzo Cucinotta.
    Al netto di tutte le sciocchezze che poi ci ha propinato su Pasolini e Marcuse.

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