Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Fuori dal testo. Letteratura e critica: una conclusione.

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cropped-Vincenzo-Castella-Graz-Austria-1999.jpg[Qualche mese fa la rivista «Orlando Esplorazioni» ha dedicato un numero al rapporto tra giovani lettori e scrittori nella piena maturità. Nelle settimane successive LPLC ha ospitato un questionario su letteratura e critica organizzato da Claudia Crocco. Le risposte al questionario si leggono qui: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9. Quella che segue è la conclusione].

di Claudia Crocco

Quando ho deciso di organizzare il questionario  avevo soprattutto un obiettivo: volevo dare vita a una discussione. I luoghi per parlare di letteratura e di critica letteraria nel 2015 non mancano; eppure spesso ci si lamenta del fatto che vengano utilizzati soprattutto per autopromuoversi più che per mettere in gioco idee e confrontarle. Penso soprattutto alla critica online e agli ambienti universitari, cioè a quelli che conosco meglio: il regno del narcisismo i primi; la valle dello status quo i secondi. Ho passato il periodo compreso fra i diciotto e i ventiquattro anni discutendo in modo velleitario di letteratura, di critica letteraria, del senso che può avere la critica oggi. Questo era reso possibile dal luogo fisico in cui ero ‒ una Facoltà di Lettere ‒, ma soprattutto dalle persone che mi circondavano. In quel periodo leggere era tutt’uno con il parlare di ciò che leggevo, ascoltavo o vedevo; quasi non mi sembrava di avere letto davvero un libro se non ne avevo anche parlato con i miei compagni oppure discusso nel corso di una lezione. Non so se questo sia stato un bene o un male, ma ha senz’altro condizionato le mie idee sulla letteratura e sulla critica letteraria. Di qui l’esigenza di ampliare il sondaggio organizzato da Paolo di Paolo e da Giacomo Raccis sulla rivista «Orlando», quasi di glossarlo. Un questionario rivolto a meno di cinquanta persone non è un’inchiesta; né Raccis né io siamo sociologi, d’altronde. Non avevo e non ho nessuna velleità di rivelare verità generali su una generazione. Ma se gli intervistati da «Orlando» avevano dato delle risposte, almeno qualcuno di loro desiderava argomentarle.


Le persone che hanno accettato di intervenire sono trenta: Lorenzo Alunni, Marco Bellardi, Maria Borio, Ida Campeggiani, Mimmo Cangiano, Davide Castiglione, Martina Daraio, Francesca Fiorletta, Valentina Fulginiti, Guido Mattia Gallerani, Carmen Gallo, Paolo Gervasi, Cecilia Ghidotti, Gloria Maria Ghioni, Alessandro Giammei, Giacomo Giossi, Gaia Locatelli, Marco Malvestio, Lorenzo Marchese, Lorenzo Mari, Lara Marrama, Lorenzo Mecozzi, Marco Mongelli, Giusi Montali, Eloisa Morra, Dario Postiglione, Matilde Quarti, Giacomo Raccis, Giacomo Tinelli, Carlo Tirinanzi De Medici.

Conosco bene alcuni di loro, ho intravisto appena altri; molti non li ho mai incontrati. I criteri di selezione sono stati eterogenei. Innanzitutto avevo bisogno di un numero rappresentativo, ma non così ampio da richiedere maggiori competenze scientifiche, statistiche, sociologiche. Ho cercato fra i nati negli anni Ottanta per due motivi: perché sono quelli che oggi iniziano a ragionare sulla letteratura in modo autonomo e perché è la generazione alla quale appartengo, dunque mi è più facile intervenire in prima persona.

Non credo nelle quote rosa, ma avevo rimproverato a Raccis e a Di Paolo una scarsa rappresentanza femminile, e il mio obiettivo era cercare di coinvolgere quante più donne possibile. È stato difficile: non ho raggiunto una parità perfetta. Non mi aspettavo che i miei coetanei fossero molto più disposti ad esporsi delle mie coetanee, e considero già questo un primo dato rilevante. Per contro, proprio da una donna è venuta l’unica candidatura spontanea.

Il tentativo di includere altre voci femminili mi ha spinta a rendere il confine degli anni Ottanta più labile, sfrangiato: le generazioni non iniziano né finiscono con i numeri che terminano in Zero; questa discussione comprende anche Lara Marrama, nata nel 1991, e Giacomo Giossi, classe 1978.


Ho incluso innanzitutto critici militanti, cioè persone che pubblicano con costanza articoli o saggi sulla letteratura contemporanea, intervenendo su blog, siti letterari e riviste (Castiglione, Fiorletta, Marchese, Mongelli, Montali, Raccis). Quindi ho coinvolto studiosi e giovani ricercatori che hanno scelto la letteratura contemporanea ‒ non solo italiana‒ come settore di ricerca, e che sono impegnati in lavori critici o storiografici a lungo termine (Bellardi, Borio, Cangiano, Daraio, Gallerani, Gervasi, Ghidotti, Giammei, Mari, Mecozzi, Morra, Postiglione, Tinelli, Tirinanzi); nonché persone che hanno avuto una formazione umanistica e ora lavorano nell’editoria, nella scuola oppure all’università, ma in campi diversi dalla contemporaneistica (dalla letteratura del Rinascimento alla linguistica ecc: Campeggiani, Fulginiti, Gallo, Ghioni, Locatelli,
Quarti). Alcuni dei partecipanti a questo questionario non hanno una formazione specificamente letteraria, tuttavia gestiscono blog o spazi letterari su riviste (Alunni, Giossi). Infine, mi sono rivolta a studenti interessati alla letteratura contemporanea e alla critica letteraria, la cui formazione è ancora in corso (Malvestio, Marrama). Alcuni di loro (undici su trenta) sono anche autori o autrici di racconti, romanzi o poesie; in dodici vivono all’estero. Questi due dati non hanno influito sulla selezione inizialmente, ma hanno assunto un peso nella stesura delle considerazioni conclusive.

2.

Mi pare che dalle risposte pubblicate qualche mese fa su LPLC emergano molti problemi. Partiamo dal concetto di generazione, che vi ritorna più volte.
Chi lo introduce è Guido Mattia Gallerani. In un intervento precedente ‒ esposto nel corso di un convegno a Parigi, lo scorso giugno ‒ Gallerani fa riferimento alla teoria delle generazioni dell’ispanista Oreste Macrì e al sociologo Karl Mannheim, per poi chiedersi se esista un’unità generazionale, oltre che un semplice legame di generazione, fra i poeti nati negli anni Ottanta in Italia e in Francia. La sua tesi è che non ci sia stato un evento simbolico tale da determinare una coesione culturale fra i nati in quel decennio. Per quanto riguarda il caso specifico della poesia, le antologie italiane più recenti rivelano due punti di coesione, che prescindono dalle poetiche: l’allontanamento dalla figura tradizionale del poeta e il superamento del libro di versi come valore estetico.

La postura è ciò che caratterizza l’autore d’oggi, scrive Gallerani rispondendo al questionario di LPLC, e i poeti ne rappresentano l’avanguardia: il libro talvolta viene «capitalizzato» per crearsi attorno «uno status sociale di riferimento fra i giovani autori»; i festival sono «la discoteca del letterario». L’attuale sistema di produzione del mercato editoriale crea come risultato una «[…] postura letteraria che orienta le disposizioni dei singoli poeti a uscire dal proprio testo e al contempo non li determina, lasciando loro la libertà di non sottostare a una gerarchia comune, senza la quale essi possono sopravvivere democraticamente, ma senza diritti letterari».
Per sopravvivere alla competizione e per non essere dimenticati rapidamente, insomma, scrittori e poeti devono costruire il proprio destino «fuori dal testo». Sono osservazioni più che fondate. Nulla di nuovo, d’altronde: networking e gestione di pagine e account sui social incidono sulla popolarità di un autore quanto e più di ciò che effettivamente scrive – ci sono pagine e pagine su questo argomento. È un fenomeno che va di pari passo con l’indebolimento delle distinzioni fra forme letterarie e non, in quanto il concetto di testo letterario è diventato più fluido, e spesso si interseca con altri media e forme di discorso online (sia per la narrativa sia per la poesia, per esempio). Ma quanto ciò incide realmente sulle vendite, dunque sul successo materiale e presente di uno scrittore? Probabilmente ancora poco, come suggeriscono Gallerani e Gervasi nelle loro risposte.

Sarebbe interessante confrontare dati al riguardo. Ma c’è un’altra domanda che non mi pare sia stata formulata abbastanza, fino a ora: quanto la necessità di crearsi una postura «fuori dal testo» incide sulla generazione critica alla quale appartengo?
Ho provato a trarre qualche considerazione dalle risposte date dai trenta intervistati. Innanzitutto, volevo che venissero messe in gioco categorie e metodologie critiche. Questo era l’intento della prima domanda (Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo) e della quarta (Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi. Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?). Premetto che, quando chiedevo di fare una previsione sul “successo” degli autori, avevo in mente sia il successo di mercato che quello di critica, e ho lasciato che ciascuno interpretasse liberamente la domanda. Mi interessava capire come ognuno di noi interpreta l’idea di successo letterario, e a cosa guarda per determinarlo. Da qui le altre domande.

A una prima occhiata, questa generazione critica appare molto compatta nelle proprie previsioni, almeno per quanto riguarda la narrativa: gli autori forti sono Walter Siti, Michele Mari, Antonio Moresco (citati rispettivamente venticinque, ventidue e diciassette volte).
Rileggo le mie tabelle create sui post della scorsa primavera, e non riesco a evitare di pormi una domanda: cosa tiene insieme la scrittura di Mari, Moresco e Siti? Perché proprio questi scrittori formano «la triade delle patrie lettere», come la definisce Raccis? Ho cercato un filo conduttore, rileggendo ancora le risposte date al questionario. Mari sembra essere apprezzato soprattutto per l’accuratezza e la sperimentazione linguistica («l’unico autore italiano a cui si possa attribuire in questo momento un lavoro di ricerca letteraria e stilistica di un certo tipo», Quarti), ma anche per il rapporto con la tradizione, il citazionismo e il riuso di dispositivi postmoderni (Locatelli, Postiglione, Tirinanzi); il giudizio critico su Moresco sembra non riuscire a prescindere da considerazioni sul suo personaggio pubblico («un santo o un megalomane», Postiglione); Siti è considerato un modello per la sperimentazione formale e il rinnovamento dei generi letterari, nonché per la capacità di congiungere destini personali e destini generali (Malvestio, Mecozzi, Mongelli, Tirinanzi).
Questi giudizi testimoniano categorie critiche diverse: l’interesse linguistico induce a scegliere testi nei quali la letterarietà deriva dallo stile, dal lessico e dalla sintassi, mentre il legame fra testo e biografia dell’autore o l’attenzione al contenuto morale dell’opera porterebbero altrove; altra cosa è poi pensare la letteratura per generi letterari o osservare il contenuto di verità di un testo, il suo rapporto con il mondo e con la storia. Come è possibile, dunque, che sguardi critici diversi convoglino sugli stessi tre nomi?

Le previsioni sulla poesia sono molto più sfaccettate, ed è difficile tirare le somme. L’autore più citato è Valerio Magrelli (quindici volte, delle quali una come prosatore), seguito da Milo De Angelis (dieci volte) e da Antonella Anedda (nove); subito dopo troviamo Gabriele Frasca e Mario Benedetti (cinque); Fabio Pusterla (quattro); Cristina Alziati e Cristina Annino (tre volte). Molti altri poeti vengono nominati soltanto da una o due persone.
Come si spiega una differenza tanto pronunciata fra prosa e poesia?
Innanzitutto, con la geografia. I lettori di poesia contemporanea entrano in contatto con i testi in due modi: attraverso il web, i siti e i blog di poesia, oppure grazie ai corsi universitari. L’università e Internet sono due mondi comunicanti, ma quasi opposti per funzionamento interno. Chi legge poesia affidandosi soltanto ai blog, di solito, fa parte del pubblico della poesia: ovvero scrive versi e cerca un modo per introdurli in circolo, dunque per acquistare capitale simbolico. Il suo canone potrà essere variegato, eterogeneo, difficilmente argomentato e dovuto a una idea romantica di poesia; o al contrario vicino a un preciso modo di scrivere versi o poesie in prosa praticato e formalizzato da gruppi poetici ‒ insomma, più militante. All’opposto, lo studente che inizia a leggere poesia contemporanea all’università di solito ne ha una visione storica più organica, spesso plasmata sulla storia della lingua e dei caratteri formali; ma il suo canone sarà altrettanto parziale, in quanto risultato (talvolta inconsapevole) delle scelte dei singoli docenti titolari dei corsi. Quali autori vadano letti e affrontati in un corso universitario di poesia contemporanea è una decisione destinata a incidere su un canone, che ciò piaccia o meno.

Certo, questo discorso non riguarda solo la poesia; metterlo in rilievo potrebbe sembrare inutilmente determinista. Tuttavia le scelte poetiche dei trenta intervistati sembrano rivelare una geografia accademica: tre delle cinque persone che nominano Mario Benedetti hanno studiato a Siena (Borio, Mecozzi, Mongelli); un canone più sperimentale (nel senso novecentesco del termine) si trova a Roma e a Bologna (Giammei, Mari); infine Pusterla e Frasca vengono studiati soprattutto a Padova e a Pavia (Daraio, Castiglione, Malvestio).
Sembrano non esserci sorprese. O meglio, la vera sorpresa è forse la frammentazione del campo. Ma anche questo, in fin dei conti, si spiega con quanto già detto: il fatto è che spesso i due mondi si incrociano. Molti studenti (e poi dottorandi, e studiosi) interessati alla poesia seguono o animano blog, eventualmente vi pubblicano versi, insomma vi praticano una militanza diretta. Non a caso il maggior numero di nomi di poeti contemporanei si trova nelle risposte date da critici che sono anche poeti (Castiglione, Gallerani, Malvestio, Mari, Montali). I poeti-critici sentono il bisogno di esporsi non solo su un canone già consolidato, ma anche sui propri coetanei.

Più sorprendente, semmai, è la specializzazione del giudizio critico: diciassette degli intervistati intervengono sia sulla poesia sia sulla prosa, spesso con uno sbilanciamento verso una delle due al momento di fare nomi; undici rispondono soltanto parlando di narrativa; due soltanto di poesia. Undici fra gli intervistati, dunque, ritengono perfettamente normale rispondere a un questionario sulla situazione della letteratura contemporanea riferendosi soltanto alla prosa; e, in un certo senso, hanno ragione. La poesia italiana è ormai un genere residuale,  che non ha presa reale né sul mercato né sulle conoscenze generali di persone colte non specialiste.
Non la pensano così molti poeti-critici, che probabilmente non condividerebbero il mio giudizio. D’altronde, non si tratta di un giudizio di valore: hanno ragione anche Borio, Cangiano, Gallerani, Mari ecc. quando sostengono che in Italia ci sono ancora ottimo poeti. D’accordo. Ma, come scrive Cangiano:

A fronte di un elevatissimo numero di giovani poeti di ottimo livello […] resta forte la sensazione del sottobosco perenne, di presentazioni in libreria con 5 persone, di scaffali via via più ridotti, di auto-ghettizzazione per una profonda incapacità del “mondo della poesia” di entrare in contatto coi dibattitti di volta in volta più vivi del panorama socio-culturale.

Oppure, rileggendo le risposte di Postiglione:

La nuova poesia è vecchia e stanca nella misura in cui vorrebbe essere giovane e up-to-date […]  Ambiti con scarso richiamo di pubblico, come la poesia, cercano di resistere chiudendosi in piccole corporazioni in cui tutti conoscono e commentano tutti; opere peregrine o di difficile fruizione raggiungono pubblicazione e visibilità in virtù di rapporti personali.

La mia esperienza empirica (e parziale) è questa: nell’università sede del mio dottorato (Trento) nel 2013 otto dottorandi su dieci non conoscono poeti contemporanei successivi a Sereni e a Zanzotto; nell’università in cui ho studiato (Siena), nel 2010 i miei compagni di corso hanno un buon livello di conoscenza della poesia contemporanea, fino alle opere scritte da autori nati negli anni Cinquanta, mentre lo scarto tra poesia e prosa cresce per gli autori delle generazioni successive. Certo, c’erano e ci sono persone che studiano poesia, scrivono tesi di laurea su poeti contemporanei e leggono tutte le nuove raccolte pubblicate da Lo Specchio Mondadori, Einaudi, Donzelli, Marcos y Marcos, Transeuropa, Nottetempo, La Camera Verde, Benway Series ecc ecc. Di solito (non sempre) si tratta di aspiranti poeti. Sono cresciuta in un ambiente in cui era indispensabile, per sostenere una conversazione sulle nuove uscite letterarie, essere aggiornati sul romanzo contemporaneo. Conoscere la storia del romanzo e discutere dei testi era necessario per parlare di ciò che ci circondava, della vita reale. Io stessa studiavo poesia, ma trovavo e trovo assolutamente normale leggere più romanzi che interi libri di poesie.

La mia esperienza è troppo parziale per potere avere una rilevanza di qualche tipo? Sicuramente sì. Eppure, allargando un po’ lo sguardo, mi pare che altri dati portino a conclusioni simili. Guardiamo al mercato editoriale italiano: nelle rilevazioni Nielsen sui libri più venduti in Italia le opere poetiche sono quasi assenti, nelle prime 100 posizioni ci sono due poeti contemporanei e Dante. Passando ai blog e ai siti letterari italiani più noti (Doppiozero, minima & moralia, Nazione Indiana, La Balena Bianca, Lavoroculturale, oltre a quello da cui vi scrivo), notiamo che i post dedicati alla poesia sono quasi sempre in numero e inferiore rispetto a quelli sulla narrativa, e talvolta destinati a rubriche specializzate (è il caso di doppiozero); più spesso vengono pubblicati in modo occasionale ed estemporaneo (minima&moralia, lavoroculturale). Un lettore colto e interessato alla letteratura contemporanea, che segue i dibattiti online ed eventualmente vi partecipa anche come critico, non ignorerà i nomi di Walter Siti, Francesco Pecoraro, Nicola Lagioia, ecc.; ma non proverà alcun senso di colpa a non avere letto nulla di Milo De Angelis,  Antonella Anedda o Italo Testa.

Una conseguenza di questo dislivello è che il canone poetico sembra avere una doppia gestione: la storicizzazione ufficiale è ancora in gran parte dovuta all’accademia; tuttavia, come mostrato dal questionario, le cose cambiano quando a prendere la parola è chi è anche parte attiva. Attraverso internet la scrittura sulla poesia ha ripreso vitalità; siti e blog, negli ultimi quindici anni, hanno alimentato una storicizzazione militante molto interessante. La contraddizione del pubblico della poesia, già annunciata da Berardinelli esattamente quarant’anni fa, è ormai una realtà diffusa; ma sono cambiati le forme e i luoghi del dibattito. Scandalizzarsi per la marginalità della poesia nel dibattito contemporaneo vuol dire assumere una posizione poco pragmatica, di retroguardia.

Confrontando gli articoli presenti sui blog e i dati emersi dal questionario, il panorama del romanzo sembra più lineare, e più influenzato dalle discussioni e dalle mode critiche recenti. La prima conseguenza del passaggio dalla critica online a quella cartacea è la maggiore circolazione delle informazioni, e dunque anche dei veicoli di formazione dei modelli. L’attenzione critica data dalle riviste online ad autori come Siti o Moresco ha senz’altro influito sulle scelte dei trenta intervistati; e non è azzardato ipotizzare che la stessa rivelazione dei risultati del sondaggio di Orlando, con la conclamazione della «triade delle patrie lettere», possa avere influenzato le risposte, generando un effetto a catena.
Se l’autore ormai deve costruire il proprio destino fuori dal testo, lo stesso si può dire che accada per il critico. Questo è ancora più vero per quanto riguarda la poesia, come già visto.

Un altro dato significativo mi pare il rilievo che hanno assunto le fan fiction, le graphic novel e  le scritture collettive, nate soprattutto attraverso piattaforme online. Da questo punto di vista, per i nati negli anni Ottanta la discussione iniziata dai Wu Ming e dal blog Giap è stata un evento centrale; e questo è un punto di separazione con la generazione precedente. Che le tesi dei Wu Ming piacciano o meno, è innegabile il peso e quasi il ruolo di spartiacque che hanno avuto nella storia critica della generazione alla quale appartengo.
È molto più complesso fare il punto su quelle che spesso vengono definite «scritture ibride». Più della metà dei partecipanti al questionario (diciassette su trenta) considera quelle che un tempo venivano definite «altre scritture» il genere letterario destinato ad avere più successo in futuro. Ma di quale ibridazione stiamo parlando?
Tirinanzi si riferisce alle «scritture a bassa finzionalità» («perché il romanzo ibrido lo è stato da sempre»); Daraio parla di ibridazione «fra finzione e non finzione». Fulginiti considera innovative e degne di nota le opere di Amara Lakhous, Igiaba Scegbo, Laila Wadia, Carmine Abate, Anilda Ibrahimi, dunque ha in mente soprattutto ibridazioni linguistiche; Castiglione e Gallerani auspicano una contaminazione degli altri generi letterari con il saggio. Per Mongelli, infine, l’ibridazione assume un significato extraletterario:

Più di un ritorno al “genere”, più di un ritorno al “realismo”, l’ibridazione di forme e generi discorsivi differenti è già, e diventerà sempre di più, l’unico vettore tracciabile in un panorama sfrangiato e dalla difficile mappatura. E questo perché la condizione spuria sta diventando la più utile, privilegiata, funzionale a raccontare il presente. Poi certo, non tutte le ibridazioni sono all’altezza, ma nemmeno lo sono tutte le poesie e tutti i romanzi.

Una considerazione simile viene da Gervasi:

Detto questo, sono convinto che la sopravvivenza della funzione conoscitiva della scrittura sia possibile solo nell’ibridazione: non soltanto nell’ibridazione tra i generi, ma in una forma di ibridazione profonda, concettuale, tra linguaggi e sistemi di segni, e soprattutto tra media diversi.

3.

Uno degli intervistati, Lorenzo Mari, torna a parlare di generazione. Mari riprende le osservazioni di Gallerani, puntualizzandole:

Per quanto si tratti di concetti sui quali la sociologia successiva è tornata ad elaborare in modo consistente, essi possono servire a spiegare come gli autori nati in Italia negli anni Ottanta siano uniti da un legame di generazione che non si traduce, per il momento, in una qualsiasi unità generazionale e di classe, pur avendone una chiara possibilità. Per contro, tale possibilità è stata sfruttata a fondo dagli autori che hanno oggi tra i 49 e i 69 anni, ma gli stessi eventi ai quali si riferisce la loro unità generazionale – il Sessantotto e il Settantasette, su tutti – subiscono oggi un processo di disgregazione ideologico e materiale (cui chi scrive non aderisce, ma cerca di testimoniare) che è tanto e tale da mettere in seria discussione, salvo in alcuni casi idiosincratici (Gallerani ricorda ad esempio il complesso rapporto del poeta Gianni D’Elia con il Settantasette), l’idea di generazione anche per quel nucleo di autori.

Esiste un evento simbolico tale da determinare tratti sociologici e culturali comuni per i nati negli anni Ottanta? È una domanda che lascio a storici e a sociologi. Questa conclusione è e vuole essere soltanto una nota personale, sulla base di una discussione virtuale con trenta coetanei.

La mia impressione è che i nati negli anni Ottanta appartengano a una generazione di passaggio, la cui unità generazionale consiste in una scissione. Permangono meccanismi di costruzione del consenso e dell’autorità fondati sull’accademia e su un mondo 1.0; ma il nostro modo di gerarchizzare le informazioni e di praticare critica letteraria appartiene a un universo open source, scritto ma anche guardato, influenzato dai social network e dalle dinamiche che si creano online, più che dalle discussioni ascoltate ai convegni. «L’immagine del critico che lotta per l’egemonia fa un po’ sorridere», scrive giustamente Marchese. Ma come vengono condotte, oggi, queste lotte?

Ancora Gervasi scrive che:

A causa di un processo cui contribuisce sostanzialmente il precariato strutturale del mondo universitario, e dell’industria culturale, nessuno, a prescindere dalla preparazione, che spesso è mediamente alta, è più nelle condizioni di accumulare il capitale culturale, per dirla con Bourdieu, che consente di conquistare spazi di egemonia, di acquisire autorevolezza, e di accreditarsi come “maestro”. C’è invece la possibilità di costruire pratiche di indagine e di ricerca diffuse, distribuite, orizzontali, che possono perfino emanciparsi da alcuni vizi di forma del sistema verticale fondato sull’autorità dei maestri, consegnandosi a un liberatorio anonimato.

La mia conclusione (provvisoria) è molto meno ottimista. Metterò subito in chiaro una cosa: non credo che le dinamiche dell’attività culturale online siano intrinsecamente migliori di quelle del passato. Ho iniziato a scrivere online, e questo ha senz’altro condizionato il mio modo di pensare alla critica letteraria. Appartengo al contesto di cui sto parlando, ne seguo con interesse l’evoluzione e le discussioni teoriche sul suo statuto.
Rimangono irrisolte questioni centrarli. Alcune sono banali, fanno parte dell’eco che accompagna sempre le discussioni sulla critica online: l’orizzontalità dei commenti e delle discussioni (ma anche dell’accesso alla scrittura) garantisce più democrazia, tuttavia spesso comporta un livellamento delle opinioni critiche e un appiattimento delle analisi.
Altri problemi emergono, in controluce, dalle risposte date al questionario: se l’autorialità scompare ed è sostituita da scritture collettive o testi dalla struttura aperta, fluida, ed eventualmente multimediale, su cosa si basa il giudizio estetico? Quanto questo fenomeno rimane in superficie, e quanto realmente potrà alterare la struttura di un testo letterario, nel lungo periodo?

Inoltre, come ricordato da Gallo, a cambiare «fuori dal testo» non sono solo gli spazi di discussione:

[…] cosa continueremo a leggere dipende in parte anche da quali discorsi critici saranno formulati in futuro, e ovviamente da chi. Questa mi pare al momento una bella incognita visto che, come già sottolineato da altri, il critico “nato negli anni ‘80” cui è rivolto il sondaggio ha e avrà un profilo storicamente molto diverso da quello dei suoi predecessori: per formazione ricevuta (segnata da riforme discutibili e tagli alla ricerca), per prolungato precariato (che lo costringe a una relazione con la propria attività, e con la sua possibile influenza, spesso ‘contingente’, se non proprio dall’estero)il precariato inevitabile di chi voglia dedicarsi alla critica letteraria oggi; […]

Quanto le condizioni materiali nelle quali i critici della mia generazione si trovano a scrivere incideranno sulla loro scrittura? E quanto lo farà la specializzazione accademica in campo letterario?

Infine, una ultima considerazione. Ho già osservato che dalle risposte al questionario emergono, in controluce, geografie accademiche. Aggiungo che in almeno due casi (Cangiano, Giammei) l’università viene indicata come la sede più affidabile per un giudizio critico sui testi contemporanei. Giammei parla esplicitamente di «genealogie accademiche», e le considera una garanzia per stabilire il valore letterario dei testi.
Questa osservazione mi ha indotta a fare una prova su me stessa: se dovessi dare delle risposte virtuali al questionario che ho scritto, come risponderei? Ho provato un senso di orrore, nel notare che anche le mie scelte riguardo alla poesia si allineerebbero a quelle delle persone che hanno studiato nella mia stessa università, per quanto riguarda i nati negli anni Cinquanta (Anedda, Benedetti, De Angelis). Eppure, affidarsi soltanto alla critica letteraria online, spesso descritta come più aperta e più libera, non mi pare una soluzione. Le lotte per l’egemonia su internet sono altrettanto tenaci; creano condizionamenti percepibili, mode fallaci, miopie nella storicizzazione sulla lunga durata. Certo, non è necessario scegliere l’una o l’altra: la canonizzazione è di per sé il risultato di una somma vettoriale di forze tra loro non omogenee, come scrive Mecozzi. Lo stesso vale per la formazione di un giudizio critico personale.
La cosa che più mi stupisce delle risposte date dai miei coetanei è forse il senso di appartenenza, l’orgoglio che molti (non tutti, ovviamente) sembrano provare nel definirsi parte di un ambiente, virtuale o fisico, e la disponibilità a fare scelte di campo conseguenti. Come interrompere gli effetti di scuola? Come emanciparsi dalla facile retorica sulla democrazia di internet?

Insomma, come costruire se stessi in quanto critici?

 

[Immagine: Vincenzo Castella, Graz 1999 (gm).]

16 commenti

  1. Tante sono le questioni suscitate e aperte dall’indagine su Letteratura e critica, e ringrazio Claudia per aver prima ripreso il sondaggio di “Orlando” e poi per aver provato a riassumere quanto uscito dalle varie risposte in questo testo audace e che merita risposte e approfondimenti.

    In primis, forse, a proposito della questione generazionale, che per i nati negli anni Ottanta non si fonda certo su un evento (non)traumatico, ma piuttosto – per come la vedo io – nella Stimmung che condividiamo e che ci porta a fare considerazioni e previsioni sul mondo (prima di tutto culturale) a venire tutto sommato non troppo dissimili.

    Sugli effetti di scuola e sulla fondazione come critici, poi, non vedrei troppo di cattivo occhio una sostanziale omologazione nelle preferenze trai gli appartenenti alle medesime “scuole” accademiche: il tempo dell’autonomia del giudizio lo stiamo affrontando ora per la prima volta. Questo sondaggio, rifatto fra 5 anni, darà senz’altro risposte diverse. Ne sono sicuro.

  2. Grazie Claudia per aver tentato la sintesi finale. Mi riferisco alla parte sulla poesia.
    Da un lato, mi sembra che il quadro che viene fuori sia ancora quello di un conflitto tipico del campo autonomo della poesia all’interno del campo letterario odierno, vale a dire quello tra chi viene dall’università e chi no: due mondi che s’incontrano nella poesia ma che convivono difficilmente, la cui lotta porta l’unico risultato di espungere dal campo chi potrebbe compiere la sintesi, cioè la classe dei lettori..
    Penso la nostra generazione abbiamo mutuato le peggiori pratiche di chi ci ha preceduto, a partire dalla mancanza di autocritica dei nostri predecessori, che nemmeno noi sembriamo voler fare a livello collettivo. Le cooperazione mi sembra particolarmente difficile soprattutto perché si è voluto giocare al ribasso nel discorso critico, negando sul piano della socialità diffusa quel codice di accreditamento che l’università gode sul piano simbolico e istituzionale.
    Dall’altro, emerge come risultato l’inutilità del dialogo, che mi sembra ancora più pericolosa, nel momento in cui tutti si converge senza spirito critico verso alcune istanze riconoscibili (il potere tutelare del Nome), ma lo stesso conflitto delineato sopra, quando dovrebbe uscire da questioni di postura per confrontarsi sul terreno dei testi, si diluisce in un tutto omogeneo indifferenziato sul piano sociale, sostanzialmente improntato al consenso, a uno status quo di posizioni precostituite.
    Penso che solo sulla capacità di smuovere questo stato di cose (conflitto, dialogo, cooperazione) si potrà salvare la poesia italiana, che rischia di scomparire velocemente dal quadro internazionale della cultura, proprio per incapacità di rimettersi in movimento, laddove la sua grande ricchezza resta nondimeno inespressa.
    Guido Mattia

  3. Il questionario e i suoi risultati hanno dato luogo certo a vari spunti di riflessione, trovo però che non ci sia soffermati su un punto che io ritengo si debba mettere molto a fuoco: il ruolo delle opere più legate alla cultura di massa e alle logiche di mercato: ho trovato interessante il fatto che vengano citati nelle risposte autori e generi legati alla letteratura di consumo come la fantascienza e il poliziesco e in questo testo conclusivo, le fan fiction, i graphic novel e le scritture collettive, nonché critici che hanno riflettuto sul ruolo della cultura di massa come non più pensata come standardizzazione e manipolazione delle coscienze delle masse passive ma semmai come fonte di elevazione di cultura e di valori per esse. Certo, la differenza di linguaggio è fondamentale rispetto alla letteratura “colta” detta anche avente “campo di produzione culturale ristretto” come direbbe Bourdieu, ma potrei dire analogamente che le opere teatrali di Shakespeare è bene considerarle come opere teatrali per essere apprezzate, invece che confrontarle con romanzi e poemi, e questo naturalmente non esclude l’affermare che esistono opere teatrale di più alto valore (e quindi da mettere accanto a romanzi e opere in versi di alta qualità) assieme a miriadi di opere teatrali mediocri, così che possono esistere opere legate alla cultura di massa di alta qualità ma in mezzo a miriadi di altre opere legate alla cultura di massa ma mediocri e trascurabili ma non in quanto cultura di massa ma per altri fattori. Insomma, mi chiedevo se dopo indagini come queste troveremo negli ambiti accademici opere legate a questa cultura di massa studiate sempre di più dagli stessi critici che si occupano di letteratura ritenuta “alta” (che poi non si sa bene rispetto a cosa, le poesie di Manzoni e Leopoardi non sono forse più “alte” di quelle di tanti altri poeti italiani dell’800 che però non riterremo certo “di consumo” o legati alla “cultura di massa”?).

  4. Ho seguito con interesse saltuario questa rassegna sui gusti dei miei (quasi) coetanei più preparati di me e sì, l’impressione è proprio che, a voler fare una storiografia del contemporaneo, non si possa prescindere al contempo dal mappare una geografia: siamo insomma ancora, a secoli di distanza, dalle parti di Dionisotti. Non è strano, del resto: quella dell’Italia unita è pur sempre la storia di una centralizzazione parziale.
    In questo senso i blog letterari possono supplire solo in minima parte. Le scuole e le scuolette, lungi dal mettersi in discussione o ibridarsi, trovano per lo più terreno fertile per una comoda ghettizzazione: non c’è granché bisogno di accaparrarsi gli spazi egemonici di discussione; ciascuno può limitarsi a emettere i propri messaggi alle proprie frequenze e chi s’è visto s’è visto. Vengono fuori ogni tanto sondaggi come questo che, in quanto sondaggi, servono appunto a radiografare il già detto, a confermare ciascuno nelle sue posizioni, come in un ballo in maschera (e dunque come un gioco di potere) che è comunque, almeno da fuori, utile e istruttivo.
    La riflessione che mi sento di fare però è un’altra: non è che questa frammentazione del canone contemporaneo è uno dei motivi principali della nostra incapacità di esportare i nostri scrittori migliori? Prendiamo appunto Siti, Moresco e Mari: eccezion fatta in piccola parte per la Francia, nessuno di questi autori gode del benché minimo credito all’estero (e per l’estero non intendo naturalmente i dipartimenti di italianistica di Oxford e Princeton); in realtà non sono quasi nemmeno tradotti. Solo Moresco, che io sappia, ha cominciato a vendere i diritti di traduzione de “La lucina” (che è comunque un libro minore) a destra e a manca: ma non c’entra l’alacre lavoro di Carla Benedetti; c’entra naturalmente Fabio Fazio. Il nostro è insomma un canone molto de noantri: se chiedi agli americani, per quel che ne so, conoscono solo Eco, Ferrante e Baricco. Sarà una questione di qualità? Sarà l’interesse per il nostro Paese che scema? O c’entra anche appunto questa frammentazione e l’incapacità conseguente di convergere, sia pure con spirito critico e non ecumenico, su pochi, pochissimi nomi al momento giusto? Non c’è in Italia insomma una Parigi, non c’è un luogo espugnato il quale si può accedere al resto del mondo. Certamente nessuno si preoccupa, non solo in Italia ma nemmeno all’estero, di quel che dice la critica italiana: ma forse, mi domando, non è proprio per questo che tornerebbe utile, ogni tanto, la capacità di fare cordata? O anche soltanto un luogo in cui si svolga una discussione vera, ma che sia uno e che sia una discussione, non un elenco di nomi e punteggi. Forse questa mancanza ci dice solo che il potere relativo di ogni scuola e scuoletta è, se preso in assoluto, l’altra faccia di una sconfortante debolezza.

  5. L’articolo proposto mi lascia alquanto perplesso e denso di categorizzazioni assertive che lasciano dubbi. In primo luogo per il modo con cui si pone in rapporto, se di rapporto si può parlare, con il discorso affrontato da Di Paolo e Raccis, e con le risposte al questionario dei trenta intervistati, rispetto alle quali vengono tralasciati importanti nodi, forse i più significativi, interpretati dalla signora Crocco nella parzialità di una opinione personale arbitraria, che tra l’altro ho notato in altri precedenti articoli della Crocco, sempre su questo sito, in cui vengono tirate le somme con discreta presunzione. In secondo luogo perchè, nonostante la presenza di dati statistici sulla cosiddette classifiche di vendita, mostra importanti lacune. Tengo ad aggiungere che sono un lettore di poesia (non un lettore-poeta o un poeta-critico) e che gli spazi dedicati alla poesia, online e non, esistono eccome (ma qui non vengono minimamente presi in esame) e che se l’accademia italiana, come giustamente afferma anche il signor Gallerani in un commento precedente, ha commesso errori in passato e qualcuno continua a seguirli, il tentativo di sintesi della signora Crocco di certo non apre vie salvifiche.

    Tuttavia, il punto che mi preme sottolineare di più è che tali dati statistici vanno integrati con altri dati. Ma prima di passarli in rassegna vorrei riportare alcune considerazioni di questo articolo che reputo da prendere con le pinze:

    “Quali autori vadano letti e affrontati in un corso universitario di poesia contemporanea è una decisione destinata a incidere su un canone, che ciò piaccia o meno.”

    “La poesia italiana è ormai un genere residuale, che non ha presa reale né sul mercato né sulle conoscenze generali di persone colte non specialiste.”

    “Scandalizzarsi per la marginalità della poesia nel dibattito contemporaneo vuol dire assumere una posizione poco pragmatica, di retroguardia.”

    “Guardiamo al mercato editoriale italiano: nelle rilevazioni Nielsen sui libri più venduti in Italia le opere poetiche sono quasi assenti, nelle prime 100 posizioni ci sono due poeti contemporanei e Dante. Passando ai blog e ai siti letterari italiani più noti (Doppiozero, minima & moralia, Nazione Indiana, La Balena Bianca, Lavoroculturale, oltre a quello da cui vi scrivo), notiamo che i post dedicati alla poesia sono quasi sempre in numero e inferiore rispetto a quelli sulla narrativa, e talvolta destinati a rubriche specializzate (è il caso di doppiozero); più spesso vengono pubblicati in modo occasionale ed estemporaneo (minima&moralia, lavoroculturale). Un lettore colto e interessato alla letteratura contemporanea, che segue i dibattiti online ed eventualmente vi partecipa anche come critico, non ignorerà i nomi di Walter Siti, Francesco Pecoraro, Nicola Lagioia, ecc.; ma non proverà alcun senso di colpa a non avere letto nulla di Milo De Angelis, Antonella Anedda o Italo Testa.”

    Veniamo ora al punto: che cosa ha presa reale sul mercato e sulle coscienze del lettore colto? Il lettore colto non ‘si sente in colpa’ per non aver letto De Angelis, Anedda o Testa, mentre non ignora i nomi di Siti o Lagioia (vincitori tra l’altro del Premio Stega)? Mi chiedo se la signora Crocco conosca davvero la differenza tra mainstream e letteratura d’autore e sappia che dagli ultimi anni a questa parte in Italia un narratore che non appartenga al mainstream non venda in realtà tante copie in più rispetto a un poeta!!! Nel mainstream c’è Alda Merini, una poeta come si suol dire, che vende più di Siti o di Lagioia, mentre molti narratori che non hanno vinto premi come lo Strega non hanno uno spazio di vendita e di pubblico così ampio… Ciò che voglio dire è che, al di là delle esperienze personali, universitarie più che altro o di frequentazioni online, mi pare di capire, della signora Crocco, un lettore colto oggi conosce il nome di due autori, che fanno letteratura d’autore, e non mainstream, e che hanno vinto lo Strega, e anche quello di Moresco, così come quello di De Angelis o di Anedda. Inoltre, che cosa dire dei quotidiani nazionali che dedicano rubriche alla poesia e che cosa dire dei blog o siti di poesia, che seguo, alcuni dei quali sono ottimi? Non è certo la quantità a fare buona letteratura, l’indice di presenza, non è certo il fatto che siti come minima&moralia o il presente Leparoleelecose dedichino poco spazio alla poesia un dato che compromette il genere e lo rende davvero residuale. Il pubblico rende residuale un genere??? Inoltre, in realtà la migliore letteratura italiana contemporanea è solo in parte fatta dalla narrativa.

    Infine mi sorprendo per le affermazioni finali: “Come interrompere gli effetti di scuola? Come emanciparsi dalla facile retorica sulla democrazia di internet? Insomma, come costruire se stessi in quanto critici?”. Questo articolo appare su LPLC, non sul blog personale della signora Crocco, che rappresenta la falsariga di un’idea critica di pensiero ben chiara, che è avallato da certe posizioni accademiche ben chiare.

    Il compito di questi giovani critici, ho circa quindici anni più di loro, è quello di essere oggettivi con i testi, di lavorare onestamente, di salvare il salvabile, che non significa cercare spazi meno residuali, semplicemente lavorare per la letteratura di questo paese, per la buona letteratura. Il che non significa essere romantici, ahimè. Mi sembra che si siano formati a sufficienza per farlo. E qui mi affianco al commento del signor Gallerani.

  6. @Roberto Gerace

    Però se l’esempio dell’ininfluenza degli autori italiani all’estero come conseguenza della frammentazione del canone nasce dagli unici tre autori su cui quasi tutta la critica concorda, i conti non tornano.

    Va ricordato inoltre che Moresco, Siti e Mari, oltre a essere considerati maestri dai critici, sono anche pubblicati dai gruppi editoriali più forti, che quindi la capacità di esportare ce l’hanno pure.

    Le ragioni stanno altrove, forse.

  7. @Marco Santi

    Mi sembra che l’intervento di Claudia Crocco cerchi di attraversare in uno stesso discorso trenta posizioni per alcuni versi simili (o anche consensuali), per altri versi eterogenee, proponendo una riflessione ampia (cosa tutto sommato rara nel mondo della critica online) e che al tempo stesso mostra inevitabilmente dei margini ancora da esplorare (il mid-cult, ad esempio, ma anche altri). Non mi sembra che ci sia presunzione, dove quelle che lei definisce le “affermazioni finali” dell’autrice sono, in primo, luogo domande. Gli interrogativi ripropongono, certamente, lo schema critica accademica/online, ma é anche su questa relazione (forse ineludibile: dove sono le riviste, le pagine culturali dei quotidiani, gli altri media?) che bisogna interrogarsi se si vuole pensare un esercizio della critica che renda buon servizio a se stessa e alle sue effettive potenzialità, oltre a renderlo alla “buona letteratura”.

  8. @Giacomo Raccis:

    hai ragione, sicuramente i motivi sono principalmente altri e credo che sarebbe molto interessante, oltre che utile, sviscerarli. Quella su Siti, Moresco e Mari, però, mi sembra una convergenza piuttosto tiepida: conosco molti sitiani, moreschiani e mariani (?), ma difficilmente persone che apprezzino allo stesso modo tutti e tre o anche solo due di essi; più spesso mi capita di notare una logica gruppettara in cui il riconoscimento del valore altrui somiglia alla concessione del valore delle armi. Sono scrittori che in genere piacciono a categorie molto diverse di persone; se ne potrebbe fare quasi una galleria lombrosiana. Tu stesso nel tuo intervento parlavi di “ammiratori” e “detrattori” che, in un modo o nell’altro, finiscono per riconoscere alla triade un capitale simbolico consolidato. Eppure non è un caso che questa convergenza, che ci pare a tutt’oggi una canonizzazione quasi completa, avvenga fra i giovani critici: i quali hanno assistito, negli anni scorsi, alle lotte senza quartiere dei loro maestri. Se poi prendi tutti gli autori che invece non hanno raggiunto il quorum, mi pare che il mio discorso valga a maggior ragione. E certo, si potranno imputare a questioni di scuderia editoriale le sparute traduzioni che i tre sono riusciti a ottenere: ma torniamo appunto lì, all’ininfluenza della critica italiana. Voglio insomma dire che, visto il contesto, un mutuo riconoscimento di valore non basta affatto: ci vorrebbe un investimento maggiore; una piattaforma, un luogo, un’occasione. A Moresco appena è arrivato in Francia gli hanno fatto un convegno di due giorni tra la Sorbona e il Pompidou: noi siamo stati capaci di fare un convegno su questi tre alla Sapienza? Se anche l’avessimo fatto, avrebbe avuto lo stesso valore? Manca insomma completamente, mi pare, in questo Paese, un momento anche solo simbolico che rappresenti una consacrazione avvenuta. Non c’è nemmeno un premio come il Goncourt o il Pulitzer. Spesso anzi, come sta avvenendo sempre a Moresco e come avviene in tutti i campi (cfr. Sorrentino), bisogna essere accolti trionfalmente all’estero per diventare dei punti di riferimento in Italia.
    Scusate, forse sono andato abbondantemente OT, ma la questione mi sembra spesso ampiamente sottovalutata.

  9. Mi pare utile ricordare che la prima domanda verteva su “chi resterà?” non “chi sono i più bravi?” Quindi non è questione di convergenze né di fare gruppetto, perché non si trattava di rilevare lo specifico valore letterario, ma si trattava di evidenziare coordinate, letterarie come sociologiche, che permettono e permetteranno a questi autori di “resistere” nel tempo, e quindi sì, anche i gruppi editoriali contano.

  10. @mimmocangiano:

    grazie del tuo contributo. dunque credi davvero che se si ponesse la domanda sul valore la frammentazione che ho sottolineato, lungi dall’esasperarsi enormemente, finirebbe per sparire?

  11. @Roberto Gerace

    stai parlando di frammentazione in un caso in cui questa tutto sommato non si è verificata, e non si è verificata appunto perché la domanda faceva riferimento esplicito a meccanismi di creazione del consenso. Se invece ti riferisci alla difficoltà di costruire un canone condiviso a livello di “gusti”, sì, ti seguo.

    La controprova non esiste, ma sono abbastanza sicuro che la frammentazione aumenterebbe, perché in quel caso, molto più che in questo, entrerebbero in ballo “scuole” di appartenenza, tendenze ideologiche, gusti di lettura, etc.
    Però più che cercare soluzioni a questo problema all’interno della stessa letteratura (o critica letteraria), mi sentirei di rovesciare la domanda in: “come chiedere un canone letterario a una società frantumata che ha atomizzato, con gli esseri umani, gli stessi punti di vista?”

  12. @mimmocangiano:

    sono d’accordo, anche secondo me la frammentazione aumenterebbe. solo che non bisogna prenderla come un dato insuperabile, altrimenti la tua domanda finale si trasforma banalmente nel suo autoavveramento: tentare una lettura forte di questa complessità non solo si può, ma si deve (e si deve per ragioni politiche); il punto è semmai che finora nessuna delle letture fornite in Italia, forti o deboli che siano, ha avuto il potere di imporsi sulle altre. è insomma dalla debolezza della critica che deriva la frammentazione, non dalla frammentazione la debolezza, a mio parere, anche se naturalmente è una questione difficile da decidere. io insistevo però su un’altra questione ancora, che è la possibilità di istituire, pur tra le differenze, un luogo di verifica che sia unico e autorevole: questo è stato fatto in parte, per quel che ne so molto male, dalle classifiche Pordenonelegge; solo che non basta una classifica, ci vuole la capacità di produrre un discorso pubblico. Esiste, insomma, un discorso pubblico della letteratura contemporanea italiana? Se no, perché? Se sì, perché non si riesce a esportarlo? Io penso per esempio che per certi versi nel campo della cultura stiamo vivendo una sorta di autarchia. Siamo il Paese in cui nei telegiornali si parla per tre quarti del tempo di beghe di palazzo e per il restante quarto di cronaca nera; molto poco di quel che ci succede attorno, magari a un passo (morti in mare, stragi, guerre militari ed economiche, etc.). La nostra letteratura, mi pare, rispecchia molto da vicino queste proporzioni. Se esistesse, per esempio, una letteratura postcoloniale italiana, sarebbe lo stesso? Se furoreggiassero i cultural studies sarebbe lo stesso? Se assistessimo alla fioritura di una letteratura sul meticciato sarebbe lo stesso? Indipendentemente dall’auspicabilità in sé di tali prospettive, mi sembra naturale che all’estero continuino a leggere Baricco e a guardare Sorrentino: l’Italia si vende ancora o come la culla del dandysmo o come la patria della mafia (Saviano); su tutto il resto proprio non riusciamo, credo, a essere esemplari.

  13. Grazie a tutti quelli che sono intervenuti, innanzitutto.

    @ Giacomo Raccis

    “Sugli effetti di scuola e sulla fondazione come critici, poi, non vedrei troppo di cattivo occhio una sostanziale omologazione nelle preferenze trai gli appartenenti alle medesime “scuole” accademiche: il tempo dell’autonomia del giudizio lo stiamo affrontando ora per la prima volta. Questo sondaggio, rifatto fra 5 anni, darà senz’altro risposte diverse. Ne sono sicuro.”

    Beh, lo spero. Per quanto mi riguarda, in caso contrario, smetto di scrivere per sempre.

    @ Guido Mattia Gallerani

    Condivido buona parte di quanto hai scritto. Quando parli del Nome tutelare ecc., mi viene da aggiungere solo che dinamiche di questo tipo non diminuiscono affatto nel mondo online, malgrado la presunta orizzontalità. Anzi.

    @ Marco Santi

    Sono consapevole del fatto che esistono altre case editrici ecc. Questo cambia la portata generale del mio discorso? Non credo. Comunque non parlo di poesia più in dettaglio, semplicemente perché questo articolo non è solo sulla poesia. Il mio intervento non deve essere salvifico: parlo di uno stato di cose. L’illusione che la poesia abbia un mercato e un pubblico di non specialisti delinea un panorama più consolatorio: d’accordo. Ma non è così. E, Su questo, posso essere smentita solo con dei dati.

    Quanto all’assertività e alla mia opinione personale: ha ragione, infatti questo post contiene mie considerazioni. Non si tratta di un articolo accademico. Qui c’è la mia opinione. Dopo molte riflessioni, ho scelto questa forma: non avrei avuto le competenze per farne una discussione sociologica reale; non volevo assumere un tono troppo distaccato, perché avrei dato l’impressione di giudicare dall’alto i miei coetanei. Mettermi in gioco e parlare in prima persona mi è sembrato la cosa più sensata da fare (e anche la più onesta). So che questo non è il mio blog personale. Ma che c’entra?

  14. @ Roberto

    Esatto! Assolutamente d’accordo, ma la lettura “forte” che tu stai immaginando (e che io mi auguro con te) è indissolubilmente intrecciata a una posizione “forte” nei confronti di elementi politico-sociali (ideologici) con cui la letteratura entra in rapporto dialettico. E’ questa seconda presa di posizione ad essersi indebolita trascinando con sé la critica letteraria che è un suo sottoprodotto, non viceversa. Non è che i discorsi “forti” fatti nei decenni passati ce li siamo dimenticati o non siamo in grado di riprodurli (fosse questo discorso forte anche il “formalismo” eh, perché anche questo includeva, pur negandola, una precisa presa di posizione politico-sociale), è che li avvertiamo – o li abbiamo avvertiti fino a poco fa – come non più possibili. La frammentazione che tu giustamente riscontri a livello della critica è, ti ripeto, frammentazione ideologica (come ben evidenziano i recenti volumi di Mazzoni e Giglioli), e dunque prima ancora frammentazione sociale. Quella che tu chiami “autarchia” è atomizzazione. E la mia domanda non è né autoavveramento né resa, ma pallido riconoscimento che i problemi della letteratura (o della critica) si devono risolvere anche altrove.

    Per quanto riguarda le ultime domande, vivendo da 6 anni negli Stati Uniti, ti assicuro di no. L’accento posto sul post-colonial o sui cultural studies non risolve il problema. A mio giudizio tali approcci, con tutta la loro utilità (ci mancherebbe), stanno mirando al nemico sbagliato. Hanno identificato un “nemico”, a loro giudizio egemonico, che lotta per mantenere un Canone (quale che sia: il maschio bianco europeo, per esempio). Secondo me in questo momento il “nemico” non vuole mantenere un Canone, vuole produrre ulteriore atomizzazione. Ma questo è discorso lungo, mi scuso anzi per la semplificazione.

  15. @mimmocangiano:

    Sono pienamente d’accordo su tutta la linea e per certe cose mi togli le parole di bocca. Anche i postcolonial e cultural studies li citavo più per il loro potere di legante del dibattito internazionale che per il loro reale interesse che è, per quel che me ne è parso finora, un po’ sopravvalutato.
    Grazie dello scambio.

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