cropped-Orelli.jpgdi Giorgio Orelli

[È uscito da pochi giorni l’Oscar Mondadori che raccoglie Tutte le poesie di Giorgio Orelli. Il volume, curato da Pietro De Marchi e corredato di un’introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo e di una bibliografia di Pietro Montorfani, contiene anche il “quinto” libro inedito di Orelli, intitolato L’orlo della vita. Presentiamo una poesia di questo libro, inedita fino all’Oscar, e di seguito la prefazione di Pietro De Marchi che descrive le caratteristiche e la storia della raccolta postuma. Ringraziamo Mondadori per averci permesso di pubblicare questi estratti].

Con Tullio

Mi spiace, non possiamo
goderci il capriolo che divora
i bocciòli di rosa
così ben sigillati dalla notte
e lascia intatte le dalie
di mia sorella; ma, se ne hai voglia,
andiamo a vedere le vacche
ormai senza orgoglio di corna.

Comincia nell’odore di letame
la nostra breve, lunghissima gita.
Da villaggio a villaggio, così poco
lontano che non dura di più
lo sbadiglio del vecchio appoggiato
al muro di casa;
da sorbo a sorbo gremito di grappoli
scarlatti in attesa di tordi, cesene,
beccofrusoni russi talvolta, fra prati
folti di fiori del diavolo
e bombi vellutati,
spingo il volonteroso passeggino
per una stradetta di spiccio bitume
che spesso si fiacca rigandosi d’erba,
di camomilla.

Mi fermo a una panchina
nuova, saluto una gracile
villeggiante, con lei ricordo un giuoco
d’infanzia: stacco un calice
di silene per farlo scoppiare
sul dorso della mano, ma qualcosa
si muove, rischia d’essere schiacciato
“come un verme”, ed è un bruco, un vermetto
del nostro Vecchio Mondo,
lì come da una vita, ne inazzurra
l’urlo muto con tanto d’occhi Tullio.

Poche, chi sa perché, le cavallette,
e più brune che verdi del verde
dei saltamartini che un tempo
finivano perfino nel risvolto
dei pantaloni. Ora è quasi festosa
l’accoglienza a un’insolita locusta
turchina, la vivanda del Battista
nel deserto, nascosta fra gigli
decapitati dal maltempo.

……………………………….Forse,
se al ritorno allunghiamo la gita
prendendo un po’ più su
dove i prati si fanno bosco,
troviamo una poiana, una ghiandaia
o almeno uno scoiattolo sicuro
che nessuno lo scuoi.

Dobbiamo contentarci di guardare
le pecore che inquinano il ruscello.
Ed eccole le vacche senza corna
che levano il muso dal greppo
per guardarci con una mestizia
mai vista.

Dorme?
S’è tolto i calzini
a mia insaputa nell’attraversare
la piazzetta con gatto che chi sa
cosa sviticchia lì, fra i tageti
dell’Anna, giusto quando arriviamo
e il silenzio ridà la voce ai morti.
E intanto giungono i primi rintocchi
di mezzodì: né gravi né convinti,
seguiti da un discreto scampanio.
Tullio batte le ciglia, rivedo
farfalle e sùbito in un fresco d’alni
una ne svola, bruna
ma non orlata d’arancio
come l’erebia del Campolungo,
unica al mondo; sfiora
le mani, il viso, indugia intorno ai piedi.

2006

L’orlo della vita e il soffio della poesia
Il ‘quinto’ libro di Giorgio Orelli

di Pietro De Marchi

«Un poeta si muove continuamente entro un mondo di relazioni, trasformazioni che non lo lasciano in pace.» Così, durante un’intervista televisiva trasmessa alla vigilia dei suoi novant’anni, usando parole non molto diverse da quelle lette a suo tempo in una pagina di Paul Valéry, Giorgio Orelli lasciò trasparire l’inquietudine del poeta consapevole che il suo lavoro non può mai ritenersi davvero concluso.[1] In quella stessa occasione, Orelli aggiunse che riscrivere un testo, ritoccarlo, alla ricerca dell’equilibrio ideale tra le parole, dentro quell’insieme inscindibile di suono e senso che costituisce una poesia, era per lui ben più interessante del fatto tutto esteriore di pubblicare.[2] Come a dire, ancora sulla scia di Valéry, che l’eventuale stampa di un testo o di un libro poteva rappresentare un momento di sosta, ma non necessariamente il punto d’arrivo del lavoro poetico.

Anche per questo suo modo concepire la scrittura come un’attività mai esauribile, non sorprende che la raccolta di versi alla quale attendeva senza fretta da quando era uscito Il collo dell’anitra (2001) sia rimasta in bilico, in uno stato come di esitazione, al confine tra edito e inedito.[3] E per questo motivo è parso ragionevole pubblicare, gli uni di seguito agli altri, i testi anticipati da Orelli in varie sedi tra il 2003 e il 2013 e quelli inediti, rimasti nel dattiloscritto, nella convinzione che solo così fosse possibile rendere conto del suo lavoro intorno a questo libro di poesia: un libro ‘finito-non finito’, come era forse destino che fosse, se il titolo che il suo autore aveva scelto era L’orlo della vita.[4]

A chiudere il cerchio della sua carriera poetica, Orelli era ricorso ancora una volta, come già per L’ora del tempo (1962), a un sintagma della Commedia: «…Se quello spirito ch’attende / pria che si penta, l’orlo de la vita» (Purg. XI 127-28). È certo un titolo perfetto, L’orlo della vita, per l’ultimo libro di un poeta che ha sempre considerato strettamente connesse la vita e la poesia («bisogna vivere per poetare», aveva affermato già nel lontano 1960, sottintendendo che se non si vive non si scrive).[5] Ma è anche un titolo che non giunge inatteso. Quante volte la parola ‘vita’ ricorre fin dai suoi primi testi, e spesso in sede esposta o in clausola. Bastino alcune citazioni da L’ora del tempo: «l’orologio che segna / l’ora esatta per tutta la vita» (L’ora esatta); «in fuga, afferrati ad un lembo / della vita» (Nel dopopioggia); «Ed io, restituito / a un più discreto amore della vita…» (Nel cerchio familiare). Ma non si dimentichi Un giorno della vita, la raccolta di racconti che Orelli pubblicò nel 1960.

Anche dell’altra parola che compare nel titolo, ‘orlo’, si rinvengono delle anticipazioni nella poesia di Orelli, in Spiracoli (1989) e nel Collo dell’anitra. Si tratta per lo più di ‘orli’ minacciosi, su precipizi o burroni alpestri: «Allora balzò sul mio sguardo / inclinato agli steli paglierini tremanti sull’orlo / del precipizio, bianca la gola, la faìna» («Alter Klang» II); «Brucano in gruppo / con brevi distrazioni, e di nuovo in fila indiana / proseguono sull’orlo dei precipizi» (A Giovanna (che aspetta), di nuovo sulle capre); «sull’orlo di quale burrone / tremasti prima di scorgere un uomo / che sul tuo stesso sentiero veniva alla tua volta» (Per zia Anna). L’occorrenza più calzante si riscontra tuttavia ancora in Spiracoli, nella poesia del merlo morto, nella quale anche l’epigrafe petrarchesca di RVF 105 («et già di là dal rio passato è ’l merlo / deh, venite a vederlo») aiuta a comprendere subito che l’orlo di cui si parla è senz’altro ‘l’orlo della vita’: «così che di sull’orlo / più d’una nuova poté raccontarmi / lo spazzino-necroforo / esperto solo di trasmutazioni / rapide» («Certo d’un merlo il nero…»). E insieme a ‘orlo’ si potrebbe convocare il quasi sinonimo ‘lembo’ (il già visto «lembo della vita») e l’ancor più metaforico o metafisico ‘margine’: «al margine d’un nulla» (L’uomo che va nel bosco, in L’ora del tempo); «dal suo margine d’ombra» (Una visita, in Spiracoli).

Ma, varcata la soglia del titolo, incominciamo a conoscere questo ‘quinto’ e necessario libro di Orelli. Come ha ricordato Pier Vincenzo Mengaldo nel saggio introduttivo, lo stesso poeta aveva presentato Spiracoli come un libro «nel solco di Sinopie» e poi Il collo dell’anitra come «prolungamento» delle due raccolte precedenti. Se si guarda ai temi e, per quanto è possibile giudicare, alla struttura in progress del libro, il discorso della continuità vale anche per L’orlo della vita, a conferma di quanto Orelli diceva in un’altra intervista: «Col passare degli anni sempre più mi pare di star scrivendo un solo libro» (Un’altalena che s’inciela, «Idra» 1996). Nel dattiloscritto che conserva L’orlo della vita si riconoscono abbastanza facilmente zone o sezioni che richiamano quelle di Sinopie e dei libri successivi. Di nuovo ci viene incontro l’affabile poeta del ‘cerchio familiare’, per il quale basterà ricordare Sasso Corbaro (leggendo il “Fiore”), deliziosa e acrobatica poesia tutta giocata sull’insistente gruppo /-gli-/ che sigillava dantescamente alcuni dei versi più memorabili di Spiracoli: «perché tutto / è nuovo per il figlio di mia figlia, / tutto è meraviglia» («Che fa Matteo Delbrück?»), o anche la lunga ‘passeggiata’ Con Tullio, l’ultimo dei nipoti. I ricordi d’adolescenza si trovano radunati in una gustosa serie di testi intitolata In collegio ad Ascona, e una sezione ospita alcune prosette narrative, sapide di aneddoti e di ritratti di personaggi rustici e vitali, specie dell’Alta Leventina. Non mancano le vere e proprie poesie d’occasione o di viaggio come Il traghetto, Cremona, Linea lombarda, e i pungenti versi civili o satirici (Altri cardi).

A questi ultimi si potrà accostare La buca delle lettere, precisando però che si tratta di un testo nel quale Orelli va ben oltre lo sfogo dell’indignatio che pure l’ha motivato. A suggerire al poeta un discorso che diventa ben presto riflessione filosofica sul rapporto tra l’essere e il tempo è un ‘oggetto desueto’, una vecchia cassetta delle lettere vittima della razionalizzazione imposta dalla new economy e rimossa dal muro dove se ne stava in pace, «nel suo caldo colore», circondata da una «natura naturale» e quasi fasciata d’eternità. E se solo una tortora era rimasta nei dintorni a rammaricarsi del destino della cassetta, alla fine anch’essa vola via o scompare («Sparita anche la tortora / che ne lamentava la sorte»). Si noterà, tra parentesi, che la buca delle lettere di questa poesia è la stessa che elveticamente «gialleggia» sul muro invaso dal glicine nel secondo ‘cardo’ di Spiracoli; mentre il lamento della tortora è parente stretto di quello delle tortore di Abano Terme (Il collo dell’anitra) «che urlano i loro anfibrachi penosi»: segno della volontà di Orelli di tornare su oggetti e figure del proprio ‘paesaggio’ per approfondire i motivi a cui si affida il significato della sua poesia.

Per un poeta che ha lungamente meditato sul tema del tempo e che si è più volte ritratto come «né giovane né vecchio», non costituiscono un elemento di novità le poesie della vecchiaia e sulla vecchiaia. Perché è vero che Orelli ha rappresentato spesso nelle sue liriche figure di vecchi, uomini e donne, e basterebbe pensare a Sinopie, la poesia eponima del suo libro più celebre, del 1977, o a Una visita, l’ultimo testo di Spiracoli, che è una specie di ripresa con variazione (al femminile questa volta) del tema di quella poesia. Ed è altrettanto vero che Orelli si è sempre interessato al mondo dell’infanzia e all’uso inventivo della lingua e della logica fantastica che caratterizza la mente bambina (si rammentino le poesie dedicate alle figlie Giovanna e Lucia e più tardi ai nipoti). E tuttavia ora, grazie a una correzione del punto di vista, sono gli stessi vecchi ad essere osservati con curioso stupore dai bambini, che si interrogano su questi strani e fragili giganti a cui goccia il naso (La goccia) o che si muovono con inusitata lentezza (L’uomo da marciapiede). Quest’ultima poesia, uscita a stampa appena postuma, appartiene idealmente a una serie di testi, non tutti in ordinata sequenza, in cui compare appunto ‘l’uomo da marciapiede’, un alter ego di Orelli, un personaggio in là con gli anni che continua a osservare la realtà, anche nei suoi aspetti più bizzarri o sconcertanti, con atteggiamento di ironica comprensione di sé e degli altri oppure di risentito sdegno e di rifiuto.

Altra conferma di una tendenza riscontrata nelle opere precedenti si ha con la sezione delle poesie in dialetto, che replica quella del Collo dell’anitra. Con la differenza che qui il dialetto è esclusivamente quello leventinese, legato quindi al luogo d’origine dei genitori, ricordati insieme in un testo in due parti (La me mamm, u me’ pa’), quasi due ritratti affiancati, appesi al muro della cucina o della štüa (la ‘stufa’ o stanza riscaldata di Nel cerchio familiare).

Una novità più cospicua è costituita invece da una sezione plurilingue, intitolata in un primo momento Rendevous e quindi ribattezzata Riserva protetta: è un gruppo di liriche in cui Orelli mescola spiritosamente il linguaggio degli annunci pubblicitari di chi cerca l’anima gemella con la lingua due-trecentesca del Fiore (della cui attribuibilità a Dante Orelli era convinto), o addirittura crea un sorridente pastiche con testi dello stesso tipo in tedesco e in francese.

Anche queste innovazioni sono tuttavia in linea con l’evolversi della poesia di Orelli e con la sua progressiva apertura ad altre voci, diverse da quella dell’io lirico, e ad altre lingue. Fino a L’ora del tempo, la pagina di Orelli ospitava solo sporadici affioramenti di plurilinguismo, al massimo una frase in dialetto veneziano o qualche calco dialettale, che macchiava di colore locale alpino alcuni dei testi. Già con Sinopie invece si era affacciata la lingua di un’intera società moderna in rapido cambiamento – si pensi soprattutto a Foratura a Giubiasco, con gli inserti in latino ecclesiastico, in inglese e nel linguaggio della politica e della pubblicità –, e in Spiracoli erano aumentate le «irruzioni linguistiche» (Zanzotto) da altri idiomi, soprattutto dal tedesco (basterà ricordare Ascoltando una relazione in tedesco) e dal dialetto ticinese (l’esempio più vistoso è Ul misionèri).

L’ultimo libro di versi interamente sorvegliato da Orelli, Il collo dell’anitra, si apriva e si chiudeva con due poesie di grande fascino: Sulla salita di Ravecchia, nel quale l’io si definiva, anche lui, come un personaggio di Gogol’, «oriundo dell’aldilà»; e Le forsizie del Bruderholz, che richiamava il verso iniziale di Letzter Frühling, uno dei grandi testi di Aprèslude di Gottfried Benn («Nimm die Forsythien tief in dich hinein») e toccava temi terribili, come lo scandalo della morte non accidentale di alcuni ospiti di un ricovero, certo anziani lungodegenti, ma non perciò impazienti di andare all’altro mondo.

Con quei due testi Orelli affrontava già l’argomento condensato nel titolo della sua opera estrema. Non possiamo spingere troppo in là le congetture, immaginare la sistemazione definitiva che Orelli avrebbe dato ai suoi testi, licenziando il dattiloscritto per la stampa. Ma possiamo con certezza affermare che il suo ‘quinto’ libro, tra editi e inediti, contiene alcune poesie altrettanto emozionanti e memorabili dei testi sopra citati. Pensiamo soprattutto a Ragni (Due ragni nella redazione del dattiloscritto) e a L’altalena, uscite in edizioni numerate negli ultimi mesi di vita (Edizioni Lithos, rispettivamente nel dicembre 2012 e nel novembre 2013). Una altalena faceva già la sua comparsa in Ginocchi, il poème en prose o ‘raccontino’ di Sinopie carico di erotismo adolescenziale e di pudore, e un’altra in quella poesia del Collo dell’anitra nella quale una nipotina, spingendo sempre di più con le braccia e le gambe, «s’inciela» insieme alle foglie infinite di un platano. Ma qui l’altalena, con il suo andirivieni, congiunge vertiginosamente incipit ed explicit, inizio e fine della vita, un po’ come il dondolio della gondola di un epigramma veneziano di Goethe splendidamente tradotto da Orelli («Questa gondola è simile alla culla…»). La nuova poesia, che risale nella sua prima redazione al 2002, racconta la ricerca e poi il ritrovamento della casa natale, ad Airolo, ai piedi del San Gottardo, e mette in scena l’incontro con alcune anziane donne, coetanee dell’io lirico, e la rievocazione dei loro comuni giochi infantili. La cicatrice mostrata alla fine al pari di un documento d’identità è un segno di riconoscimento che unisce il vecchio poeta, un domestico Ulisse tornato a rivedere la sua montuosa patria, al bambino che era stato tanti anni prima.

Anche i ragni sono presenze tutt’altro che infrequenti nel foltissimo bestiario orelliano. Basterà ricordare, per fare un solo esempio, i due ragni di una lirica di Sinopie che si accorgono di non essere che le ombre di se stessi: «A furia di aggirarsi senza furia / su muri secolari / due ragni dalle gambe lunghe / si sono incontrati ma / colpiti da luce improvvisa / si sono accorti di non essere che / le proprie ombre. / Separati, ora stanno / immobili, molto simili a incerte /dita». Ma questi ultimi Ragni sono una delle vette dell’arte di Orelli: una poesia a sintassi continua, tutta verticale e iconica della discesa e poi risalita dei due animaletti, replicati anche dai frequenti due punti. È un’altra poesia del ‘mentre’, nella quale tutto è come intemporale e sospeso. Se per Leopardi Silvia era stata la «cara compagna dell’età sua nova», i due microscopici «inquilini abusivi del soffitto» sono per Orelli gli «strani compagni della sua vecchiaia», e il loro discendere dall’alto penzolando nel vuoto porta il poeta a riflettere sul «peso d’essere», sul mistero dell’esistere. A Orelli bastavano anche solo due piccoli ragni neri, immobili nel gran bianco del soffitto di casa, per viaggiare con gli occhi della mente dalla realtà alla metafisica.

La lunga fedeltà alla poesia è stata per Orelli anche una fedeltà a Dante, da L’ora del tempo a L’orlo della vita. E tutta nel segno di Dante è Libia, una poesia del 2006 che porta nel titolo un nome di donna raro e curioso: «Vista dall’aldilà la vita è: viva / lieta, dolce, beata, serena, / semplice, sconoscente, glorïosa, / viziata e lorda, pura e disonesta, / bella, bassa, bugiarda, cieca, ria, / corta… // Tutta questa masnada variopinta / era nel soffio d’una vecchia, sorta / come un iris violaceo contro i muri / di Sant’Ilario d’Elba: «Buffa», disse, / «com’è buffa la vita», e si strappava /cose tutt’altro che allegre dal cuore, / non senza ridere del proprio nome /come d’un alibi grottesco: Libia». Accostando quel solo aggettivo («buffa»), colto sulle labbra della donna elbana giunta anch’essa all’orlo della vita, agli epiteti con cui i personaggi dell’aldilà dantesco si riferiscono, con rancore o rimpianto e nostalgia, all’esistenza terrena, Orelli riesce a conferire alla sua Libia la medesima dignità letteraria di una Francesca da Rimini o di una Pia de’ Tolomei. Non c’è dubbio: Giorgio Orelli ha imparato soprattutto da Dante, il miglior fabbro del parlar materno, a rendere memorabili, con pochi tratti, le vite più umili e in disparte. E il magistero dantesco si avverte anche in quella che Orelli, citando Baudelaire, chiamava la «retorica profonda», nella quale ha tanto peso l’aspetto acustico della materia verbale. Se un semplice aggettivo, in bocca toscana, è sufficiente a racchiudere l’esperienza di tutta una vita, l’ars poetica orelliana non si limita a riprendere una parola espressiva udita dal vero e a metterla in carta, ma ne individua la forza di attrazione e rifrazione fonico-semantica; ecco allora che il lessema «buffa», ribattuto («Buffa», disse, / «com’è buffa la vita»), viene opportunamente preparato nel testo dal «soffio» della vecchia, così come la parola-suono «vita» è ben ‘scortata’ nel testo da «vista», «viva», «viziata», «variopinta», «vecchia», «violaceo».

Leggendo Libia sarà inevitabile pensare ad altre poesie dello stesso Orelli in cui già compariva giudiziosamente accoppiato l’aggettivo «buffo» (il «buffo buio» di Sinopie, il «buffo silenzio» di Ascoltando una relazione in tedesco di Spiracoli, il «buffo inseguimento» del Raccontino 1947 del Collo dell’anitra). E allo stesso modo la memoria convocherà altri illustri «soffi»» letterari, come quelli che troviamo in Inf. XIII, ai vv. 91-92: «Allor soffiò il tronco forte, e poi / si convertì quel vento in cotal voce», e ai vv. 137-38: «…“Chi fosti, che per tante punte / soffi con sangue doloroso sermo?”». Non è stato Contini, del resto, a parlare di «silenzi soffiati» al primo manifestarsi della poesia di Orelli con Né bianco né viola (1944)? Ma a più di un lettore attento tornerà in mente Una visita, la poesia di Spiracoli che mette in scena un dialogo con delle vecchie donne ricoverate in una stanza d’ospedale. A un certo punto, all’improvviso, mentre sta raccontando di aver raccolto castagne in un sito appartato a due passi da lì, l’io lirico si interrompe e in un indimenticabile ‘a parte’, abbassando il tono ma innalzando il lirismo, soffia queste miti parole: «(Chi sa se la mia voce / trova giusti versanti. Forse basta / spirare, come faccio, sorpreso da nebbie / che arruffano ogni sponda dell’anima)». Passa anche attraverso gli stretti ‘spiracoli’ di quelle fricative, sonore e sorde (voce / trova / versanti / forse / faccio / arruffano), e arriva limpida ai suoi lettori la voce irrinunciabile della poesia di Giorgio Orelli.

Note

[1] Tra le molte sottolineate o richiamate in margine nell’esemplare che gli apparteneva della raccolta di saggi di Paul Valéry, La caccia magica, a cura di Maria Teresa Giaveri, Napoli, Guida, 1985, si trova anche questa frase: «Senza saperlo il Poeta si muove in un ordine di relazioni e di trasformazioni possibili, di cui egli non avverte o non percepisce che gli effetti momentanei e particolari che gli interessano in una certa fase della sua operazione interiore» (p. 119.) Per il testo originale cfr. Questions de poésie, in Paul Valéry, Oeuvres, édition établie et annotée par Jean Hytier, Paris, Bibliothèque de la Pléiade, 1957, I, p. 1290.

[2] Intervista a cura di Maurizio Canetta, in Stupore e meraviglia, a cura di Mattia Cavadini, Maurizio Chiaruttini e Enrico Lombardi, Televisione svizzera di lingua italiana, 24 maggio 2011 (www.rsi.ch).

[3] Per le questioni filologiche si rinvia all’Avvertenza e alle Note del curatore.

[4] «Un volume di poesia che non è ancora un libro finito, anche se ci si avvicina»: queste parole di Seamus Heaney potrebbero costituire la più precisa e sintetica definizione della raccolta che Giorgio Orelli ha lasciato incompiuta. Cfr. Seamus Heaney, Elegie, egloghe, traduzioni, trasfusioni, intervista a cura di Rui Carvalho Homem, in Id., Virgilio nella Bann Valley, a cura di Giorgio Bernardi Perini e Chiara Prezzavento, con un contributo di Massimo Bacigalupo, Mantova, Tre Lune Edizioni, 2013, p. 73.

[5] Risposta a un Invito al chiarimento della poesia contemporanea, «La Fiera Letteraria», XV, 27 (3 luglio 1960), p. 3.

 

© Giorgio Orelli, Tutte le poesie, a cura di Pietro De Marchi, Introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo, Bibliografia di Pietro Montorfani, Milano, Oscar Mondadori, 2015.

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[Immagine: Giorgio Orelli].

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