cropped-bee8e884bdc6e948e00ae019431af29b-593x443.jpgdi Mauro Piras

L’esperienza dovrebbe servire ad apprendere, cioè a metterci in contatto con la realtà. Quello che le nostre conoscenze anticipano, nel reale, viene messo alla prova da esperienze che non vi rientrano. Che non possono essere anticipate. L’ordine in cui viviamo è garantito e riprodotto dagli strati di sapere implicito, già accettato, che ci orientano e ci sostengono. Tuttavia, quegli strati sarebbero gabbie rigide e intollerabili se non potessero, almeno in alcune parti, essere modificate. E di solito si modificano sotto l’urto dell’esperienza, del contatto con la realtà che ci ferisce e ci disorienta. Rimette in gioco, a volte distrugge, l’equilibrio di cui viviamo.

Sembra che questo non accada, in questi giorni. Le reazioni agli eventi di Parigi ci hanno precipitato nelle ripetizione dell’identico. Prevedibile, e noioso. Le reazioni più evidenti sono quelle che non meritano neanche di essere citate, se non fosse per la forza che hanno, e che le renderà determinanti. Il loro canone è noto: la nostra civiltà è sotto attacco, i nemici, “loro”, sono non solo i terroristi ma i musulmani, gli immigrati, tutti. Il primo ministro polacco si è affrettato a dirlo: “chiudiamo le frontiere”. E poi, senza sorpresa, i soliti Salvini, Le Pen, Belpietro ecc. Una variante razionalizzata di questa reazione è quella, proveniente da voci più “intellettuali”, che da tempo ci avvertono sui pericoli dell’Islam europeo: ci colonizzerà, occuperà lo spazio della nostra civiltà, troppo “molle” e priva di identità, troppo individualista, e questa azione di terrorismo è la prova che avevamo ragione. L’occidente ha bisogno di trovare una identità forte. Questo è il discorso che, in Francia, è scisso tra Houellebecq e Finkielkraut: il disincanto del primo e l’appello ai valori del secondo traducono la stessa convinzione, che l’occidente è sotto attacco. Il presupposto è l’identità tra occidente e valori della civiltà, e poi la convinzione che gli occidentali ormai siano moralmente infiacchiti. Un’altra variante razionalizzata è il discorso pubblico dei governanti che certo non attaccano l’Islam e gli immigrati, ma considerando ovvia l’equazione tra democrazia e occidente mobilitano alla difesa della democrazia, cioè dell’occidente.

E poi ci sono le tiritere dell’altro lato. La più ovvia, che sbuca dappertutto: è l’imperialismo occidentale che ha causato tutto questo. Le potenze occidentali portano la guerra in Medio Oriente e poi si scandalizzano se questo ha delle conseguenze? se la guerra arriva a casa loro? Gli Stati Uniti hanno foraggiato prima al Qaeda e poi gli stessi estremisti da cui è nato l’IS, quindi la causa è il loro imperialismo. Il vero male non è il terrorismo, ma il capitalismo globale che, tramite la potenza americana, genera una guerra infinita funzionale alla sua sopravvivenza. Il terrorismo fase suprema del capitalismo. Da questo sfondo rassicurante si alza (poiché non si vedono le vie di una rivoluzione proletaria planetaria) la condanna di qualsiasi guerra, appello che va a confondersi con la posizione puramente morale dei pacifisti. Alla Emergency: la guerra provocherà solo altra guerra. Posizione del tutto corretta, sul piano morale. Ma troppo facilmente confusa con il piano politico.

Meriterebbe poi una discussione a parte un altro discorso che si aggancia a questi, e che circola insistentemente su facebook, ma ha trovato sede anche in qualche grande quotidiano: tutti i morti sono uguali, perché dobbiamo piangere quelli di Parigi? perché non abbiamo pianto, non piangiamo tutti gli altri, quelli causati da altri attentati in altre aree del mondo (l’ultimo attentato in Libano, per esempio), o quelli causati addirittura dalle nostre guerre? Il ricordo e la commemorazione dei morti di Parigi sono ipocriti, perché unilaterali, e quindi vanno rifiutati. Un discorso irritante, in cui l’universalismo si erge a un tale livello di astrattezza da diventare disumano, negando il valore morale dei vincoli di solidarietà, di appartenenza alla stessa comunità e cultura, negando il sentimento di paura e pietà che attraversa chi condivide gli stessi spazi e le stessa abitudini sociali, la stessa storia, esigendo “per dovere” un sentimento che non nasce dal dovere, pensando quindi che la commemorazione di chi ci è vicino è giusta solo se accompagnata dalla commemorazione “obbligatoria” di chi non ci è vicino. Un discorso retorico e vuoto, dal momento che chi lo pronuncia non si regolerà mai su questi principi nella vita quotidiana, ma continuerà a difendere i suoi cari e la sua identità con le unghie e coi denti, contro qualsiasi attacco, e contro le catastrofi della vita. Un discorso fondato su una confusione imbarazzante tra il piano della compassione e della condivisione, e quello della giustizia e della eventuale condanna morale.

Ci sarebbe molto da dire, ma mi limito solo a queste osservazioni frammentarie. Qui mi interessa un’altra cosa. La ripetizione ossessiva di questi discorsi, noti, consumati, copre di una patina opaca la superficie degli eventi. Si fa fatica a leggere le poche analisi dei fatti, e si fa fatica a pensare che ci vorrà tempo per capire. L’effetto è un ottundimento della coscienza, che si chiude nelle sue gabbie rassicuranti. L’accesso all’esperienza è precluso. Sono avvenuti dei fatti che le coscienze, la maggior parte almeno, collocano dentro un sapere già noto: tutti avevano già capito, e ci fanno la predica.

Invece qualcosa di diverso è successo. Altrimenti non saremmo così disorientati. La verità dietro questi discorsi che si ripetono è che siamo disorientati: l’eventualità della guerra, concreta per la prima volta, per gli europei, dal 1945, mette paura e rende incerti. Allora forse è meglio iniziare a pensare che nessuno di quei discorsi vale più, e cercare di costruire nuovi quadri di riferimento, partendo da qualche aspetto particolare, qua e là.

La prima cosa è che a Parigi è stata condotta un’azione di guerra, per quanto isolata. Non si è trattato del consueto attacco kamikaze, in cui l’attentatore si fa saltare immediatamente. Gli attentatori hanno sparato sulla folla, si sono spostati nella città e hanno combattuto, anche. Hanno creato una situazione di guerra, circoscritta. Ma soprattutto, la novità è il soggetto di questi attentati. Al Qaeda era una organizzazione senza territorio, una internazionale del terrore che agiva senza avere una base territoriale riconosciuta, un proprio “spazio sovrano”. E con il tempo era diventata un marchio: gruppi terroristici si muovevano nel mondo utilizzando il suo nome, legittimandosi con il richiamo ad essa, ma muovendosi di fatto in modo autonomo. L’IS invece si presenta in modo tradizionale fin dal nome. Vive nel nome il paradosso di essere un soggetto antioccidentale che si fa definire con un concetto, “stato”, carico di storia occidentale. Lo stato è un potere che esercita una sovranità su un territorio. E l’IS ha voluto questo: dare un territorio statale al terrorismo islamico. Il suo successo in quei territori deriva dal fatto che sta offrendo alle popolazioni locali proprio quello che lo stato deve offrire: protezione contro obbedienza.

Ma allora, questa idea tradizionale di stato è, paradossalmente, la novità: il soggetto che ha attaccato la Francia è uno stato, per quanto non riconosciuto e attaccato da una coalizione internazionale proprio perché vuole diventare stato. Se le cose stanno così, siamo nella logica della guerra in termini più diretti ed espliciti rispetto al dopo 11 settembre. Uno stato attaccato da uno stato ha il diritto di difendersi, si potrebbe dire. La guerra difensiva non esce dal recinto della legittimazione democratica. Questo è il primo elemento che può sembrare razionale, ma crea disorientamento e paura. Se si segue la china di questa logica, la Francia è in guerra, come dice Hollande, e non ci sono vie d’uscita. E l’Europa rischia di trovarsi nella stessa situazione, perché la minaccia dell’IS si rivolge a diversi stati europei, all’Europa stessa.

Bisogna approfondire ancora la logica della sovranità. Lo stato francese non può permettersi di non garantire la sicurezza ai suoi cittadini, e questo lo porta a considerare legittima la reazione bellica. Se questa è la ragione, potrebbe valere anche per gli altri stati europei. Il rischio che si ripetano azioni del genere non può essere accettato dagli stati, che hanno la loro ragion d’essere nella sicurezza che garantiscono ai loro cittadini. È qui che si vede la gravità di quello che accade: gli stati europei rischiano di doversi confrontare con l’eventualità della guerra.

A questo punto emerge il secondo aspetto su cui bisogna riflettere: l’inesistenza dell’Europa. La reazione del primo ministro polacco subito dopo gli attentati, quell’appello a chiudere le frontiere, è il segno della situazione dell’Europa. L’Unione europea ha dimostrato di non esistere durante la crisi del debito greco, e in tutta la lunga crisi dei rifugiati. Venerdì mattina ancora i giornali erano pieni delle analisi sulla lentezza dell’applicazione degli accordi per la redistribuzione dei rifugiati in Europa. La disintegrazione della solidarietà europea in nazionalismi contrapposti mostra tutta la sua debolezza di fronte a quest’altra crisi, la più grave: il pericolo terroristico. L’IS cercherà di muoversi liberamente sul territorio europeo. Colpisce come uno stato, e allo stesso tempo come un’organizzazione terroristica, ma non colpisce un solo stato. Tutto, negli eventi recenti, su tutti i fronti, ha mostrato ai governi europei che la logica dei piccoli stati nazionali è fallimentare: non garantisce né sicurezza né benessere economico, di fronte a minacce globali e a sistemi economici globali ormai resisi autonomi dagli stati. Ma la vischiosità degli stati nazionali ha impedito di fare il passo verso un vero potere europeo. E ora ci troviamo di fronte a questo paradosso: solo gli stati sovrani possono garantire la sicurezza a fronte degli attacchi terroristici, ma non ne sono all’altezza, perché questi minacciano l’Europa intera. Non avere attrezzato l’Europa al di sopra degli stati, per questo, rischia di farci correre gravi pericoli.

E la questione della guerra non troverà la soluzione giusta, in questo quadro. La Francia aggredisce e non può evitare di farlo. Ma questo potrebbe portare a un rafforzamento dell’IS, aumentando i volontari che ingrosseranno le sue fila, perché manca una strategia generale e coordinata, e una visione della guerra che si vuole fare e degli obbiettivi che si vogliono realizzare. E soprattutto, manca una visione degli obbiettivi politici da raggiungere. A cosa serve distruggere l’IS se poi, come dopo la morte di Bin Laden, il pericolo terrorista può sempre rinascere? Bisognerebbe eliminare le radici del fenomeno. Ora, queste radici sicuramente sono molte e complesse, anche interne alla crisi di identità della cultura islamica nel suo rapporto con la modernità. Tuttavia, una cosa circoscritta l’abbiamo imparata, forse: in Medio Oriente il terrorismo islamico si è rafforzato ogni volta che la sovranità statale è collassata. Prima in Iraq, poi in Siria. E non solo in Medio Oriente: anche in Libia, è evidente. L’errore più grave degli interventi militari occidentali è stato quello di distruggere degli stati senza pensare a crearne altri, a garantire la transizione politica. Andrebbe ripensata la riflessione di Walzer dopo la guerra in Iraq: non bastano lo jus ad bellum e lo jus in bello, serve anche uno jus post bellum, prima di decidere una guerra. Bisogna cioè chiedersi se si è capaci di garantire l’ordine dopo la guerra, nei territori in cui si è combattuto. Se non è possibile, una tale guerra non solo è ingiusta, perché sicuramente peggiora la situazione della popolazione, ma è anche inutile, come abbiamo visto. Finché non si riusciranno a garantire delle sovranità stabili, in Medio Oriente, queste guerre saranno del tutto inutili, il terrorismo continuerà a fiorire. Ed è per questo che i veri vincitori, a fronte delle esitanti e impulsive piccole nazioni europee, e delle potenza dimezzata americana, rischiano di essere la Russia e l’Iran.

(Torino, 17 novembre 2015)

[Immagine: Germania-Olanda, Hannover, 17 novembre 2015 (gm)].

46 thoughts on “L’Europa dopo il 13 novembre

  1. Mi chiedo se a Piras vengono mai dei dubbi.
    Questo ISIS o come dir si voglia, è l’oggetto più strano ed incomprensibile, a spuntare nel panorma geopolitico contemporaneo.
    Tutti pronti a condannarne ideologia e pratica, e finora solo la Russia, i curdi ed i paesi sciiti realmente impegnati a distruggerlo.
    Ora Piras, dopo i sanguinosi fatti di Parigi, esprime timore per questa roba qui di cui è difficile pure la semplice classificazione.
    Siamo ancora nella fase ancora a caldo a stretto ridosso dei fatti, e già Piras ha le idee chiare, egli sa chi sono tutti gli agenti coinvolti nei fatti, e così stavolta sembra non avere timore ad unirsi a Salvini nel chiamare alla guerra santa, non a tutti gli islamici, per carità, ma a questi fanatici sì, senza tentennamento alcuno.
    Piras invoca la guerra subito senza ritardi perchè l’ISIS è terribilmente pericoloso.
    Vorrei capire allora perchè la Turchia di Erdogan non sembra prendere sul serio la guerra con l’ISIS. Stanno proprio a ridosso, condividono confini, la Turchia ha un esercito di primo livello, certo superiore a quello italiano, eppure niente, a Kobane, si sono goduti lo spettacolo in primissima fila, li avevano a poche centinaia di metri, e non hanno sparato un solo colpo. Hanno fatto qualche incursione aerea, ma guarda caso più contro i curdi che contro l’ISIS.
    Allo stesso modo, Netanyau, con i suoi modi grossolani che ci sono ormai noti, ha addirittura deriso le preoccupazioni di Obama nei confronti dell’ISIS, dicendo esplicitamente che a lui interessa l’Iran, quello sì che è un reale pericolo.
    Non parlo dei paesi della regione, ricchissimi essendo tra i principali esportatori di petrolio, di cui si sa senza che ci possano essere più dubbi di sorta essere i finanziatori dell’ISIS. In Yemen, i sauditi hanno schierato un enorme esercito per contrastare i ribelli pro-iraniani, contro l’ISIS, nulla di nulla.
    Insomma, l’ISIS non sembra fare paura a quelli che meglio li conoscono essendo nella stessa regione del mondo, mentre un Hollande qualsiasi, che finora forse ha dormito, si sveglia un giorno e dice che siamo in guerra, e tutti dalla commissione UE a Piras, indossano le tute mimetiche e partono per recarsi al fronte.

    Io dico, finiamola con questi scherzetti che hanno finalità del tutto differenti e che riguardano la stessa europa, la nostra stessa vita, diamo ai fatti il loro corretto nome.
    A parigi, ci sono stati dei sanguinosissimi e gravissimi attentati, la cui finalità dovrebbe essere chiara a tutti tranne come sempre a coloro che sono troppo intelligenti, creare panico nella popolazione. Punto. Quando si uccide per creare terrore, abbiamo la parola appropriata, si parla di terrorismo.
    Ma guardate invece cosa ti esce dal cappello di quel mediocre prestigiatore che è Hollande. Egli si dichiara in guerra, ed invoca contestualmente il coinvolgimento dell’intera UE, sulla base di un’apposita clausola. Logica vorrebbe che ci fosse un organismo europeo (ne hanno fatti così tanti che farne un altro non dovrebbe costituire alcun problema), che si occupi di accertare se si possa correttamente parlare di guerra. No, la commissione approva prima ancora che arrivi la richiesta.
    E tutto questo avviene sullo sfondo della volontà ferma degli USA di imporci il TTIP e dall’altra parte dell’esito delle elezioni in tre differenti paesi europei, Croazia, Polonia e Portogallo, che vogliono dare la buonuscita alla UE.

    L’ISIS è nata perchè faceva comodo a tanti, anche agli USA, e questi attentati, pure se presumibilmente totalmente organizzati all’interno dell’ISIS, fanno comodo a tanti, soprattutto a quegli stessi che hanno trasformato una crisi economica in un macello tramite l’imposizione di politiche neoliberiste, e che temono di non potere continuare indisturbati perchè forse le potenziali vittime cominciano seppure timidamente ad aprire gli occhi.

  2. caro Vincenzo, e quindi? L’ISIS e il Califfato sono stati creati dagli occidentali (c’è del vero), sono finanziati dai sauditi (c’è del vero), usati dai turchi (c’è del vero), Solo i curdi li combattono armi in mano (verissimo). Noi subiamo solo qualche atto terroristico (c’è del vero, rispetto a quanto subiscono i popoli conquistati dai fondamentalisti o a quanto rischiano i curdi, è niente). Bene, e allora? dobbiamo limitarci a isolare le cellule terroristiche presenti in Europa? Insomma aumentare i controlli, restringere un po’ le libertà in modo da continuare a vivere in sicurezza. E poi indirizzare la nostra lotta contro i soliti veri nemici: i neoliberisti che si giovano di questa instabilità (in che modo non capisco), gli Stati Uniti e, mi par di capire, anche Israele (che c’entra sempre…) perchè all’origine di tutto ci sono loro?

  3. Grazie Mauro per questa riflessione seria e articolata (se ne sentiva il bisogno). Hai ragione a insistere sulla confusione che nelle persone pensanti suscita questo tipo di violenza indiscriminata. Se ci pensi bene, il disorientamento si manifesta esemplarmente nella nostra incapacità di immaginare che cosa possa significare nel concreto la vittoria nella guerra verso cui sembriamo inevitabilmente incamminati, se non forse nei termini delle questioni ultime che si ripropongono sempre di fronte ad atti così efferati che sfidano la nostra stessa capacità di dare un senso intelligibile agli eventi. Credo che tu abbia ragione a invitarci a non trascurare le questioni penultime (e terzultime e quartultime). C’è sicuramente molto da fare in tutti gli ambiti da te evidenziati. Resta però sullo sfondo anche la sensazione che nella nostra forma di vita ci siano dei punti ciechi talmente profondi che rendono, almeno prima facie, il disorientamento (e l’ammutolimento) effettivamente la risposta più ragionevole all’urto della realtà che abbiamo sperimentato a Parigi lo scorso venerdì.

  4. Il giocattolo si è rotto, anzi – come nel film Il mondo dei robot – ha subito una mutazione tecno-genica e si è rivoltato contro i suoi costruttori: sta di fatto che i morti ora non sono tra quelli ma, come sempre, nella popolazione, anzi nella sua giovane generazione innocente. Il terribile errore-orrore dell’Isis, come del resto di tutti i terrorismi, è scambiare i responsabili degli errori-orrori di un certo colonialismo del recente passato con la società e la cultura occidentale nel suo complesso. E questo sì, è imperdonabile e richiede una risposta decisa.

  5. E poi ci sono le tiritere dell’altro lato ancora, quelli che dicono che l’UE non c’è, e che questa, anche se non sembra, è una guerra perché… Oh, wait…

  6. La UE è nata sul presupposto che alla sua sicurezza avrebbe sempre pensato qualcun altro (gli USA). Oggi accade che i principali responsabili dell’immane caos mediorientale siano proprio gli USA, che hanno abbattuto con la collaborazione o la connivenza della UE i regimi laici arabi (Saddam, Gheddafi, nelle intenzioni Assad) e sin dalla guerra talebani-URSS hanno giocato con la bomba dell’estremismo islamico, che ora scoppia in faccia a noi europei; perdipiù, gli stessi USA non hanno la minima intenzione di stabilizzare il Levante, per gli enormi costi politici che comporterebbe.
    Sintesi: chi doveva essere principale responsabile della nostra sicurezza è il principale responsabile della nostra insicurezza.
    La UE, questo ferro di legno economicista e disfunzionale, non sarà MAI in grado di garantire la sicurezza dei cittadini europei: all’ISIS al massimo manderà un accertamento dell’AdE o la Troika. Si dimostra così per quel che è, tutta chiacchiere e distintivo: forte coi deboli (i cittadini europei, la Grecia) e debole coi forti (il nemico esterno).
    Uno Stato può chiedere obbedienza solo se dà protezione.
    Dov’è la protezione della UE? I cittadini europei sono protetti più dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah che dalla UE. Sono questi, i veri “compiti a casa” che la UE non sa fare. Prima ce ne accorgeremo e la bocceremo, meglio sarà.

  7. Caro Andrea,
    grazie delle domande molto pertinenti.
    Manca, è vero, nel mio commento, l’aspetto propositivo. Ciò deriva dal fatto stesso che mi trovo a commentare un post altrui, e quindi mi è sembrato prioritario entrare nel merito del post proposto.

    A mio parere, ciascuno dei paesi europei dovrebbe al momento limitarsi a contrastare le azioni dell’ISIS nel proprio territorio.
    Se alla Turchia, a Israele ed alla Arabia Saudita non interessa sconfiggere l’ISIS, sarebbe del tutto irrealistico che lo facesse l’Italia, ma anche una coalizione europea. Lì, iraniani e russi stanno facendo un ottimo lavoro, e questo è possibile perchè sono paesi che sono in grado di operare separatamente dagli USA.
    Oggi, l’Europa, storicamente sempre molto armata e pronta guerreggiare al proprio interno, ha trascurato il settore militare, ma soprattutto l’ha creato su misura della NATO, e la NATO non è una vera e propria alleanza tra nazioni alla pari, c’è la potenza imperiale che domina, e gli altri paesi forniscono il loro contributo adattandosi alle linee guida dell’alleato-padrone.
    Il risultato è quindi che, indipendentemente dall’ammontare del budget annuale militare e della consistenza complessiva degli armamenti, le forze armate nazionali non sono in grado di operare efficacemente se non all’interno del supporto determinante, fosse anche minimo, ma comunque determinante delle forze armate USA.

    Gli USA però, hanno scelto di adottare in medioriente una strategia che è stata definita del caos, hanno guardato con compiacenza se non partecipato attivamente alla creazione, al finanziamento ed all’armamento dell’ISIS, e nello stesso tempo di tanto in tanto un loro drone li bombarda con effetti finora insufficienti se vogliamo usare un eufemismo. Il fine di tale strategia sarebbe quella di mantenere un clima di instabilità in medioriente, dove da tempo gli USA non hanno più la forza di imporre ai suoi principali alleati locali, dai sauditi, a Israele, passando per la Turchia, una propria geopolitica. A ciò contribuisce anche il contarsto interno agli stessi USA, con da una parte un presidente debole come Obama che apre all’Iran, e fortissime lobbies di apaprati militari e finanziari, più prossimi ai repubblicani, che premono per seguire pedissequamente le politiche antiiraniane degli alleati mediorientali.
    Il caos, con la presenza dei malvagi per antonomasia costituiti dai combattenti ISIS, ha un ulteriore vantaggio per gli USA, mantenere l’instupidita popolazione europea sotto un clima di paura che consenta all’establishment europeo di far passare le politiche più antipopolari che si possano immaginare, e soprattutto di mantenere in piedi la UE, almeno per il tempo necessario a fare approvare il TTIP (dopo la UE non servirà più, ed è mia personale opinione che verrà sciolta).

    Quindi, seppure bombardare l’ISIS avrebbe una sua motivazione seria, l’ingombrante presenza degli USA rende del tutto illusoria questa prospettiva, andremmo lì a fare ammuina come gli USA fanno già da tempo, e nel frattempo i soliti solerti intelligentoni della sinistra europea sarebbero in prima fila a disfare le strutture nazionali, ora anche nel settore della difesa, per affidare il tutto a tecnostrutture europee che così finirebbero il processo di sequestro della nostra residua sovranità, il tutto in un clima che già sperimentiamo in questi giorni, di unità europea e nazionale, in modo da oscurare i nostri avversari politici che sono nostri concittadini italiani ed europei.

    Ripeto, concentriamoci sui servizi di intelligence, di forze di sicurezza interne, e soprattutto impariamo a convivere con l’incertezza di subire attentati, anche questa forza morale può contribuire in maniera determinante a farci superare le criticità.
    Manteniamo quindi un sano clima di conflitto interno, aborriamo un clima da “siamo tutti sulla stessa barca”, riconosciamo che gli avversari principali non stanno a Rakka ma purtroppo stanno tra noi, non facciamoci infinocchiare da questa falsa unità che servirebbe solo a farci subire qualsiasi ulteriore sopruso, e diamo anche noi il benservito alla UE, ricostruiamo le strutture che possano garantire un ripristino della nostra sovranità nazionale, stringiamoci patriotticamente attorno alla nostra amata costituzione nata dalla resistenza, cominciando col respingere le revisoni apportate dal parlamento nel referendum che si terrà prossimamente.

  8. Cara Mariangela, sono pieno di opinioni, non di certezze, si chiamano opinioni. Esprimerle, non implica pretendere che siano la verità assoluta.
    Rimane comunque interessante che ciò costituisca a suo modo scandalo.

  9. Finalmente un pensiero lucido. Il primo che ho il piacere di leggere da venerdì a questa parte: grazie.
    …bene anche l’accento sull’inadeguatezza dei piccoli (e a mio avviso anacronistici) stati nazionali in Europa di fronte alle dinamiche globali. Personalmente auspico il passaggio alla federazione il prima possibile, per un mio sincero sentimento di fratellanza con gli altri popoli d’Europa, e più pragmaticamente per scongiurare l’irrilevanza politica alla quale saremmo altrimenti comunque condannati.
    Sono insegnante (precario) di Matematica e Fisica a Torino: se un giorno dovessi venire per caso dislocato presso il Gioberti mi farebbe piacere conoscerti di persona.
    Buon lavoro

  10. Ha ragione Piras ad affermare che l’eccidio di Parigi è senza precedenti. In effetti, per registrare uno stato d’eccezione in Francia è necessario risalire al 1961, cioè all’epoca del tentativo di colpo di Stato posto in atto contro il generale De Gaulle dai terroristi di estrema destra dell’OAS, contrari all’indipendenza dell’Algeria. Quella che è stata attuata a Parigi è dunque una vera e propria azione di guerra, il cui obiettivo è terrorizzare la popolazione e colpire la convivenza e la vita civile di una comunità. Ciò fa venire in mente azioni analoghe compiute in Siria nel 2011 dai gruppi terroristi di matrice jihadista che bestemmiavano Dio al grido di “Allahu Akbar!”, mentre scannavano le loro vittime. Era quella l’epoca in cui la grancassa mediatica e lo stesso Piras, se non erro, parlavano di rivolta democratica brutalmente repressa dal dispotico regime di Assad. Lo scopo dei gruppi terroristi che hanno seminato morte e terrore sia in Siria che a Parigi era ed è quello di sgretolare lo Stato, rovesciare l’ordinamento repubblicano, dissolvere la società civile e scatenare i ‘pogrom’ anti-musulmani per creare le condizioni atte a far insorgere le minoranze islamiche e ad estendere il reclutamento di nuove leve jihadiste.

    Sennonché, siccome il mondo musulmano non è un blocco unico, ciò che non viene considerato è che le prime vittime del terrorismo jihadista sono i paesi dell’area arabo-islamica contro cui questi gruppi agiscono. In realtà, le forze che combattono l’Isis sono l’esercito siriano del governo legittimo di Assad, la repubblica islamica dell’Iran e il “Partito di Dio” libanese del movimento Hezbollah, ossia forze arabe o musulmane. Quanto al ruolo dell’Occidente, è bene sottolineare che l’Isis è una creatura mostruosa armata, finanziata e addestrata, oltre che dalle monarchie ultrareazionarie del Golfo Persico, proprio dai paesi occidentali e in primo luogo dagli Stati Uniti con l’intento di demolire tutte quelle nazioni che nel Vicino Oriente si opponevano e si oppongono ai piani dell’imperialismo, come la Libia, la Siria ecc. La Francia, rinnegando l’eredità gollista, è stata in questi ultimi anni una lancia spezzata del fronte imperialista e reazionario impegnato sia a rovesciare Gheddafi e a distruggere la Libia (e le conseguenze sono da tempo sotto i nostri occhi) sia a rovesciare Assad e a distruggere la Siria, questa volta senza riuscire nell’intento a causa del forte e deciso intervento della Russia, spalleggiata dalla Cina.
    Di fronte all’effetto-boomerang che la strumentalizzazione dei gruppi jihadisti da parte dell’imperialismo statunitense e dell’imperialismo francese ha provocato su Parigi, come non ricordare allora la facile profezia del presidente Putin, che ammoniva gli occidentali mettendo in guardia circa il pericolo rappresentato da quei combattenti per i loro paesi di origine? E come non ricordare che, quando fu la Russia ad essere colpita dall’orrendo eccidio consumato nel 2004 dai terroristi islamici nella scuola di Beslan, l’Occidente tendeva ad addossarne la responsabilità al Cremino, come se i bambini fossero stati sequestrati da Putin in persona? Anche Piras non rinuncia nel suo articolo ad alimentare una russofobia da quattro soldi. Oggi l’Europa si trova a fare i conti con le conseguenze delle sue scelte di politica estera e in Italia il partito unico bicefalo del centro-sinistra e del centro-destra porta per intero le responsabilità di questo disastro, perché, se è la destra che ha fatto la guerra alla Libia, è stato con il plauso di un certo Bersani che salutò le prime bombe cadute sul paese arabo con la celebre frase: “Alla buon’ora!”. In conclusione, il terrorismo islamico reazionario è una derivata dell’avventurismo con cui Washington persegue il suo progetto di un altro secolo americano. Di fronte ad una politica dissennata che semina vento e raccoglie tempesta, temo perciò che non vi sia nessuno spazio per la resipiscenza e che la parola d’ordine delle forze che conducono questo gioco sanguinoso sia quella stessa di Enrico IV: “Parigi val bene una messa”. Infine, qualcuno potrebbe domandare quale sia il ruolo della UE. La risposta è che la UE non ha alcun ruolo, essendo un informe aggregato sub-imperialista, l’equivalente contemporaneo di quel mostro gotico dalle mille membra che fu l’Impero dopo la pace di Westfalia del 1648. La politica e la guerra, che ne è la continuazione con altri mezzi, sono infatti precluse all’informe aggregato. Ma se la UE non ha alcun ruolo, questo significa che gli Stati nazionali, che gli sprovveduti hanno spacciato come defunti, possono (e devono) tornare ad essere i veri attori della politica internazionale.

  11. Mi sembra che la tua analisi nontralascinulla sabato alle 10,30 al centro gobetti si discute di questo la tua presenza sarebbe importante laura

  12. Articolo piuttosto lungo, condivisibile ma non molto originale. Condivido il sotteso appello all’effettiva integrazione europea, agli Stati Uniti d’Europa, magari capaci di divenire quella che, anni fa, Gian Enrico Rusconi chiamava “Potenza gentile”, un’Europa cioè dotata di un suo esercito unico ma orientata ad azioni più in sintonia con quelle dell’ONU (ma più veloci, condivise ed efficaci) che con quelle della NATO e degli USA.
    E’ forse l’unica via a difesa delle nostre democrazie parlamentari, piene di difetti ma che non cambierei con nulla di esistente altrove…

  13. Oggi

    Autunno di foglie
    Rosse gialle verdi.

    Autunno di foglie
    Raccolte
    Cadute e disperse non
    Rimarranno
    Nei sacchi
    Raccolte.

    Autunno di foglie
    Rosse bianche blu.

    . (savina, novembre 2015)

  14. caro Vincenzo, mi pare che nella tua analisi troppo ti concentri sulle cause e sulle responsabilità che hanno innescato nei decenni passati questo stato di cose e poco su cosa fare adesso. Non metto in dubbio che coloro che chiameranno questi tempi antichi giudicheranno quel che accade partendo dall’Afghanistan anni ’80, dai tentativi delle diverse potenze di controllare una zona vitale come il medio oriente, dall’uso sconsiderato dell’estremismo islamico, proprio come noi oggi analizziamo la prima guerra mondiale non partendo dall’attentato di Sarajevo ma dalle tensioni internazionali dei decenni che lo precedettero, o analizziamo la seconda guerra non partendo dall’invasione della Cecoslovacchia: ma se è pur vero che Churchill aveva pensato che il nemico vero fosse Stalin e che Hitler poteva essere usato contro di lui, poi, nel 1939, fece bene o male a cambiare politica? Con le infinite differenze del caso, ci vedo qualche analogia: se continuiamo a dirci che la colpa è dei vari Bush rischiamo di non fare nulla, tranne pensare egoisticamente (e in modo miope) di poterci limitare a rendere più sicuro il nostro orticello europeo, tu dici con l’intelligence, altri chiudendo le frontiere.

  15. Caro Andrea, ciò che tu chiami egoistico e miope, può al contrario rivelarsi l’unico modo di sopravvivere in un mondo in cui prevalgono forze antiumane.
    Se non riesci a fermare un autobus che corre verso il baratro, non mi sembra così miope, tentare di scendere.
    Magari, da chi ha resistito ritagliandosi una sua casamatta, l’umanità potrà ripartire, e così si disvelerà l’aspetto tutt’altro che egoistico di questa scelta di separatezza.
    In genere, seguire la corrente prevalente non si rivela la scelta migliore.

  16. Va bene che lo Stato islamico ha una strategia a lunghissima scadenza, ma se pensiamo che la UE riesca a trasformarsi in Stato federale, o anche confederale, in grado di dotarsi di una propria sovranità politica e militare (dotandosi, inevitabilmente, anche di armamento nucleare strategico, visto l’ordine di grandezza delle sfide che gli si porrebbero) in tempo per affrontare l’IS sul serio e sul serio sconfiggerlo sul campo, stiamo freschi (e conviene metterci a studiare il Corano).
    Trovo francamente sbalorditivo che tante persone intelligenti continuino a credere, dur comme fer, che questo loro desiderio benintenzionato debba divenire realtà effettuale a dispetto di tutto: storia, logica politica, esperienza di questi ultimi vent’anni.
    Per nominare solo un problemino: sul serio pensate che gli USA favorirebbero, perlomeno con il silenzio-assenso, la formazione di uno Stato europeo a vocazione imperiale che non potrebbe non stabilire rapporti di buon vicinato o addirittura di alleanza con la Russia? Cioè a dire, la formazione di un concorrente temibilissimo per l’egemonia mondiale?
    Perchè una UE autonoma e sovrana questo, sarebbe: il sogno di Jean Thiriart, di Napoleone, e anche di Hitler (dall’esclusivo pdv geopolitico, non accuso nessuno di nazismo).
    O pensate seriamente che uno Stato europeo con i requisiti suddetti sarebbe forever pacifista, preoccupato solo dell’integrazione culturale degli immigrati, dell’estensione dei diritti civili, dello spread?
    Una specie di Svizzera+Svezia, con le responsabilità internazionali e le ambizioni politiche del Liechtenstein? Sembra di sognare…
    A me potrebbe anche andar bene, ma gradirei che chi persegue l’obiettivo illustrasse con un minimo di realismo i mezzi per raggiungerlo. Per esempio: approvare il TTIP come intende fare il governo italiano è in linea con questo progetto, o no? A me non pare proprio.

  17. Chiaro il parallelo tra due “STATI” circa l’ atto di guerra.
    Ciò giustifica la reazione francese.

  18. Lascio qui un articolo (in inglese) che secondo me può essere un utile complemento a quello di Mauro (col quale concordo pienamente).

    http://qz.com/553733/isils-terrorism-is-not-a-reaction-to-western-foreign-policy/

    @Buffagni (ma credo che anche altri abbiano espresso nei loro commenti opinioni simili):

    Se interpreto correttamente il pensiero di Mauro, non credo che egli parli di ruolo europeo unitario e convinto perché lo veda prossimo venturo o facile da organizzare.

    Sta dicendo semplicemente che, per quanto difficile ed improbabile, avere un’Europa capace di intervenire come continente politicamente coeso sarebbe la cosa migliore, e forse anche l’unica efficace.

    Questo significa derogare al pragmatismo della realtà effettuale? Non credo.

    Visto che siamo dalle parti di Machiavelli, ricordiamoci che Machiavelli invocava per l’Italia un’iniziativa politica e militare di grande portata, davvero utopistica al tempo suo, ma questo non lo rendeva meno pragmatico.

  19. @ Francesco Rocchi

    Grazie della replica e dell’obiezione. Personalmente, sarei ben lieto se l’Europa diventasse una realtà statuale unitaria, autonoma, politicamente e militarmente sovrana. Poi si potrebbe e si dovrebbe discutere su confini, forma e limiti dell’unificazione, fonti della legittimità, etc., come avvenne, per fare un esempio a noi vicino, quando si parlava dell’unificazione italiana, con posizioni che andavano da Gioberti e Cattaneo a Pisacane e Mazzini.

    Quel che sostengo è una cosa molto semplice: che è IMPOSSIBILE CHE l’Unione Europea effettualmente esistente dia luogo a uno Stato continentale come sopra descritto; e che, anzi, la UE così com’è è il principale ostacolo a ogni forma di autonomizzazione e indipendenza europee: per le ragioni argomentate nel mio precedente intervento, e perchè non esiste, in Europa, uno Stato che abbia la volontà e i mezzi per mettersi alla guida del progetto federatore (più altre che ometto per brevità). Di Europa-Stato se ne riparla, eventualmente e su basi completamente diverse, DOPO che la UE sarà finita (e non sarà mai troppo presto).
    Quanto a Machiavelli, non c’è bisogno che le ricordi che il progetto di unificazione italiana da lui propugnato a) si fondava almeno su una realtà effettuale, l’ambizione e la potenza di Cesare Borgia b) fallì con la morte di costui.
    Inoltre, la sua riflessione resta valida ancor oggi perchè, sforzandosi di attuare il suo progetto, egli ne delineava, con la celebre acutezza di visione, le condizioni di possibilità, gli ostacoli da superare, i metodi per perseguirlo, fin nei dettagli.
    Non pretendo che gli europeisti siano geni politici come Machiavelli. Gradirei però qualcosa di più dell’espressione accorata e martellante di un wishful thinking: ma non vedo altro.

  20. Trovo che quella di Piras sia una riflessione limpida e equilibrata, una fotografia della realtà abbastanza fedele e presa alla giusta distanza.A mio parere Il problema è che l’Europa è molto sfuggente sulle questioni internazionali, formata com’è da stati con un vissuto abbastanza eterogeneo. Inoltre è stata costruita su motivazioni economico-finanziarie e spesso ha salvaguardato interessi e rendite di posizione. L’atto di unità è stato meramente monetario e la maggior parte dell’azione europea è stata pertinente ad aspetti estranei alla difesa e alla sicurezza . Parimenti non ha perseguito una politica estera comune , non ha direttive condivise chiare e la risposta attraverso una guerra “a caldo ” rispetto agli ultimi avvenimenti è un grosso rischio.

  21. @Roberto Buffagni

    Ora io non saprei dire quanto Mauro Piras possa essere machiavellico, però è chiaro che non è un discorso che si esaurisce in un post il cui focus, peraltro, è un altro…

  22. @ Francesco Rocchi

    Non addebito al solo Piras, per quanto lo stimi, l’obbligo di spiegarmi dalla A alla Z come si fa a costruire la Festung Europa. il problema è che non lo spiega nessun altro, forse perchè spiegare l’impossibile non si può.

  23. dice Piras

    …Tutto, negli eventi recenti, su tutti i fronti, ha mostrato ai governi europei che la logica dei piccoli stati nazionali è fallimentare: non garantisce né sicurezza né benessere economico, di fronte a minacce globali e a sistemi economici globali ormai resisi autonomi dagli stati. Ma la vischiosità degli stati nazionali ha impedito di fare il passo verso un vero potere europeo. E ora ci troviamo di fronte a questo paradosso: solo gli stati sovrani possono garantire la sicurezza a fronte degli attacchi terroristici, ma non ne sono all’altezza, perché questi minacciano l’Europa intera. Non avere attrezzato l’Europa al di sopra degli stati, per questo, rischia di farci correre gravi pericoli…

    Tutto fa brodo per i sostenitori del PIU’ EUROPA!

    l’Europa (ma chi è? sua cugina?) si è ottimamente attrezzata per terrorizzare i popoli degli stati privati di sovranità.
    Questo fomenta inevitabilmente i nazionalismi e il terrorismo.
    Il fronte dei traditori delle rispettive patrie, usano, come hanno sempre usato, la vecchia e collaudata strategia della tensione, per ricompattare il popolo contro un Nemico, che ci taglierà la gola se non la smetteremo di opporci al grande progetto di un’ Europa al di sopra degli stati, al di sopra di tua madre, di tuo padre, di tuo fratello, di tua sorella e…mi voglio allargare…al di sopra dello spirito santo!
    amen!

    signor piras
    i suoi pensieri mi inquietano perchè rischiano da farci correre gravi pericoli!

    mi conforta leggere il signor Buffagni e il signor Cucinotta che dimostrano nel loro argomentare una pazienza disarmante :)

    a loro un caro saluto

    la funambola

  24. Mi convince l’aspetto della novità rappresentato dallo jus post bellum, che ha gettato il Nord Africa del dopo Gheddafi in un limbo di forze territoriali contrapposte che pure esistevano durante la dittatura del rais ma che evidentemente non potevano assumere alcuna velleità di potere. È importante oggi più che mai proiettarsi nell’ipotesi di ciò che avremmo di fronte all’indomani di una guerra tradizionale combattuta con il fine di colpire un nemico non convenzionale: un’entità politico-territoriale che si fa fatica a definire Stato, le cui alleanze sono diffuse ma non sono diplomaticamente articolate, mancandone i presupposti di diritto. Colpire un territorio e un popolo e una forma di governo vaghe, non quindi uno Stato autodeterminato per sedimentazione storico culturale potrebbe nascondere l’arroccarsi su un fallace conflitto fra civiltà e barbarie, tendenzialmente irrisolvibile giacché la barbarie è, in varie forme, un aspetto della civiltà, posto che di quest’ultima non tutti possono essere parte senza rinunciare a qualcosa di identificamente forte.

  25. Sia Napoleone che Hitler provarono a unificare l’Europa come potenza militare, e furono sconfitti e dalla Russia e dall’Atlantico. D’altra parte l’Europa ebbe unità e potenza, a sud, quando né l’Asia del nord né l’Atlantico ospitavano potenze rilevanti.
    La situazione reale di debolezza europea dipende dai diversi interessi tra gli stati europei riguardo la Russia e gli USA, l’Europa è il classico vaso di coccio tra i vasi di ferro.
    Posso immaginare che Hollande pretenda attualmente a una egemonia della Francia sulla Ue, e che glielo lascino anche fare, avendo indebolito sul piano commerciale la Germania e ridimensionato le pretese dei suoi paesi vassalli di provocare la Russia…

  26. 1) ” <>. Un discorso irritante, in cui l’universalismo si erge a un tale livello di astrattezza da diventare disumano, negando il valore morale dei vincoli di solidarietà, di appartenenza alla stessa comunità e cultura, negando il sentimento di paura e pietà che attraversa chi condivide gli stessi spazi e le stessa abitudini sociali, la stessa storia, esigendo “per dovere” un sentimento che non nasce dal dovere, pensando quindi che la commemorazione di chi ci è vicino è giusta solo se accompagnata dalla commemorazione “obbligatoria” di chi non ci è vicino”. Eh no; una delle grandi trasformazioni tardo-novecentesche riguarda proprio il concetto di comunità. Io personalmente (ma non credo di essere il solo) mi riconosco in una comunità, magari ancora in corso di definizione, che c’entra poco sia con gli spazi che con le abitudini sociali, perché da molto tempo non si lascia definire dalle frontiere. Io mi sento solidale, e non per dovere ma per appartenenza, alle vittime che gli integralisti islamici seminano per il mondo: e dunque, per esempio, ANCHE agli ottantasei pacifisti assassinati il mese scorso ad Ankara, e ai quarantuno libanesi fatti esplodere a Beirut appena cinque giorni prima che il conflitto si estendesse anche a Parigi (un fatto, quello di Beirut, sbrigato in due righe dai media italiani e di cui quasi tutti si erano stupidamente dimenticati). I sentimenti di paura personalmente ce li ho dall’agosto 1990, quando la guerra contro Saddam Hussein spalancò, come ampiamente previsto e denunciato, il vaso di Pandora del conflitto medio-orientale di cui il massacro di venerdì scorso è solo il più recente aggiornamento. “Condividere la stessa storia”? Crede davvero Piras che basti essere nati e cresciuti nello stesso continente perché la storia sia la stessa?

    2) Chi afferma che in questa catastrofe l’imperialismo occidentale ha avuto un ruolo determinante, farebbe volentieri a meno di ripetere sempre le stesse accuse (o, come dice Piras con sarcasmo assolutamente fuori luogo, di “recitare tiritere”): se però nessuno risponde, se le accuse continuano a cadere nel vuoto, non c’è nulla di strano che questi discorsi vengano replicati. Che tali accuse da sole non risolvano niente è fuori dubbio: ma credo che niente possa venire risolto finché non verranno prese sul serio.

  27. @ Chris
    L’Europa è debole perchè si è suicidata nella guerra civile europea, I e II puntata. L’indagine sul perchè e il percome, interessantissima, con Spengler, Toynbee, etc., non mi pare adatta ai limiti di questa discussione (e miei).

    @ Jacopo
    Concordo con lei quando dice che ” in questa catastrofe l’imperialismo occidentale ha avuto un ruolo determinante”. Il fatto che sia ben noto non lo rende meno vero, e come diceva Hegel, “non sempre ciò ch’è ben noto è ben compreso”.

    Concordo meno quando scrive “crede davvero Piras che basti essere nati e cresciuti nello stesso continente perché la storia sia la stessa?”. Spiego perchè.
    Lei può benissimo “riconoscERSI in una comunità, magari ancora in corso di definizione, che c’entra poco sia con gli spazi che con le abitudini sociali, perché da molto tempo non si lascia definire dalle frontiere.” Lo facciamo tutti, lo faccio io stesso (ad esempio, riconoscendomi anche nella comunità dei cristiani, o provando simpatia, affetto e vicinanza per i popoli del Levante).
    Il problema sorge quando qualcuno ti designa come nemico. Che fai allora?
    A questo proposito c’è un aneddoto illuminante: il dialogo fra Julien Freund e Jean Hyppolite mentre si discuteva la tesi di dottorato di Freund, “L’essence du politique”. Lo riporto qui da un’intervista a Freund:

    “Julien Freund avait commencé avec Jean Hyppolite sa thèse sur L’Essence du politique (1). Après quelque temps, il lui envoya les cent premières pages pour appréciation. Jean Hyppolite, en des termes inquiets, lui donna aussitôt un rendez-vous au Balzar. Il avait pris soin d’inviter aussi Canguilhem. Il s’agissait de révoquer son thésard : « Je suis socialiste et pacifiste », dit Hyppolite à Freund. « Je ne puis diriger en Sorbonne une thèse dans laquelle on déclare : Il n’y a de politique que là où il y a un ennemi. » Freund étonné et dépité écrivit à Raymond Aron pour lui demander de diriger la thèse commencée, et celui-ci accepta. Des années plus tard, vint le moment de la soutenance, et Jean Hyppolite participait au jury. Il servit à Freund un discours sévère : « Sur la question de la catégorie de l’ami-ennemi, si vous avez vraiment raison, il ne me reste plus qu’à aller cultiver mon jardin. » Freund se défendit audacieusement : « Vous croyez, comme tous les pacifistes, que c’est vous qui désignez l’ennemi. Or c’est lui qui vous désigne. S’il veut que vous soyez son ennemi, vous l’êtes, et il vous empêchera même de cultiver votre jardin. » Hyppolite se dressa sur sa chaise : « Dans ce cas, affirma-t-il, il ne me reste plus qu’à me suicider ».”

    http://vouloir.hautetfort.com/archive/2007/05/26/eajf.html

  28. Vorrei esprimere (sia pur in ritardo) la mia insoddisfazione nei confronti delle due principali posizioni emerse finora dal dibattito (quella di Piras da una parte; e di Barone,Buffagni e Cucinotta dall’altra), sperando che non sia solo personale e incoraggi anche altri ad approfondire le questioni che porrò.

    Parto dal “sano” empirismo di Piras, che accusa le visioni d’insieme (sempre ideologiche?) di non cogliere il «diverso» presente nel nuovo attentato a Parigi. Obietterei quanto segue:

    1. Fosse pure invecchiato il concetto di imperialismo, ma dalla Guerra del Golfo del 1990 in poi è vero o no che gli Usa e i suoi alleati della Nato hanno condotto continue guerre sullo scacchiere mediorientale?

    2. I sostegni ad Al Qaeda sono, secondo lui, accertati o frottole?

    3. «La condanna di qualsiasi guerra», pur rimanendo «posizione puramente morale dei pacifisti», cioè incapace di delineare una politica per fermare o diminuire i massacri, non è preferibile alla posizione di quanti continuano ad appoggiare guerre che, come egli stesso scrive, distruggono ma non sono in grado di costruire: «L’errore più grave degli interventi militari occidentali è stato quello di distruggere degli stati senza pensare a crearne altri, a garantire la transizione politica»? (A parte: ma perché spetterebbe agli occidentali il compito di costruire gli stati agli altri popoli?).

    4. È davvero irrilevante (non solo moralmente anche politicamente) la sproporzione tra il numero dei caduti che sentiamo *nostri* e piangiamo e quello dei tanti che restano in una sorta di zona limbica del nostro pensiero critico o addirittura rientrano comodamente nel concetto dei *costi inevitabili* di ogni guerra *giusta* in difesa della democrazia?

    5. Se «si fa fatica a pensare che ci vorrà tempo per capire» e c’è un diffuso «ottundimento della coscienza, che si chiude nelle sue gabbie rassicuranti», perché buttarsi subito a difendere la posizione di Holland?

    5.1. Se il 13 novembre 2015 a Parigi «qualcosa di diverso è successo» perché non includere anche il discorso di Holland tra quelli che non valgono più? Cosa ha esso di *nuovo* rispetto a quello *vecchio* di chi accusa l’imperialismo (Usa in particolare)? Perché solo quest’ultimo discorso si ridurrebbe a «predica», a vuota retorica? Non è «ripetizione ossessiva» anche il discorso della guerra?

    5.2. Solo oggi si profilerebbe «l’eventualità che altri portino la guerra in Europa»? Ma la ex- Jugoslavia non era in Europa? E non ci furono, prima di questi, gli attentati a Madrid in Spagna (11 marzo 2004, che uccisero 191 persone, 177 delle quali morte immediatamente negli attentati, e provocarono 2.057 feriti) e in Gran Bretagna (7 luglio 2005 a Londra)?

    5.3. Anche se la novità stesse nel fatto che « il soggetto che ha attaccato la Francia è uno stato, per quanto non riconosciuto e attaccato da una coalizione internazionale proprio perché vuole diventare stato», possiamo sorvolare sulle ragioni per cui si è potuto formare o sta tentando di formarsi? Perché, invece, svirgolare dichiarando sveltamente che «uno stato attaccato da uno stato ha il diritto di difendersi»?

    5.4 È poi vero che la Francia starebbe facendo una «guerra difensiva [che] non esce dal recinto della legittimazione democratica»? (Erano *difensivi* anche i precedenti interventi in Irak, in Libia, etc?).

    6. Siamo d’accordo su un solo punto: «l’inesistenza dell’Europa», che Piras stesso riconosce. Ma questo non dovrebbe indurre alla prudenza? Come potrà un’Europa “inesistente”, che ha già dimostrato – come Piras stesso dice – di non saper agire «durante la crisi del debito greco, e in tutta la lunga crisi dei rifugiati» seguire Holland nella nuova guerra, un’operazione certo più impegnativa e rischiosa?

    7. Il punto più oscuro e controverso riguarda il modo come Piras dà per scontato che il nemico principale e unico sia – come ci raccontano – il “terrorismo” (in questo caso: l’Isis). Egli liquida con sprezzo, parlando addirittura di «potenza dimezzata americana» (cioè statunitense), tutte le critiche degli “antimperialisti”. Questo tabù della sua riflessione mi pare in contrasto con la pretesa di ragionare al di là degli schemi o delle “tiritere”. Ma allora «la vischiosità degli stati nazionali [che] ha impedito di fare il passo verso un vero potere europeo» è fattore tutto interno alla loro storia di stati nazionali? Non è per nulla o ben poco condizionata dalle scelte del più potente alleato d’oltre Oceano? Sarebbe doveroso un approfondimento visto che si parla tanto di globalizzazione.

    Cosa, invece, non mi convince nei discorsi dei tre “antimperialisti”?

    La distinzione tra terrorismo e guerra (di Cucinotta) la trovo utile sul piano dell’analisi storico-politica, ma non risponde all’esigenza legittima di tutti noi che siamo di fatto sottoposti a queste minacce. Essere uccisi da un terrorista o in guerra da un soldato cosa cambia?
    Se poi gli Usa sono i burattinai dell’Isis, dovremmo dedurne che sono nostri nemici o ambigui amici. O magari – chissà – ci *appaiono* burattinai ma agiscono invece *a fin di bene* o persino a nostro vantaggio. Se invece fossimo del tutto convinti che gli USA, avendo «scelto di adottare in medioriente una strategia che è stata definita del caos», continuino soltanto la loro tradizionale politica imperialista (o imperiale), molto blandamente ostacolati dalla Russia – è una posizione ormai assodata per una certa fascia di persone che proviene da esperienze sia di sinistra critica che di destra critica – ci sarebbero due punti da chiarire al meglio nella discussione:

    1. dimostrare che, come insinua Piras, questa analisi non è una vecchia «tiritera» di nostalgici del periodo della Guerra fredda;

    2. indicare come renderci (almeno in prospettiva) autonomi o più autonomi da questi alleati Nato così invadenti o più “padroni” che alleati.

    La sordità di una vasta area sociale a trattare questi temi a me non pare però dovuta a “stupidità”. Certo esiste un clima di paura che consente «all’establishment europeo di far passare le politiche più antipopolari che si possano immaginare, e soprattutto di mantenere in piedi la UE, almeno per il tempo necessario a fare approvare il TTIP » (Cucinotta). Ma esiste davvero un progetto politico che miri all’autonomia dagli Usa e da altre potenze maggiori?
    Per ora esistono, credo, due orientamenti abbastanza informali – gli stessi che si scontrano in questa discussione: da una parte quanti, come Piras, vogliono rimediare al vuoto politico (l’«Europa inesistente») rilanciando il progetto di un’Europa non più solo economica ma politica. E, dall’altra, quanti – in questa discussione Barone, Buffagni e Cucinotta – vogliono un recupero della sovranità nazionale, passando per il disfacimento dell’UE (dell’«Europa inesistente») e puntando al “ritorno” o al rafforzamento degli stati nazionali.
    Da qui, di fronte al nuovo attentato di Parigi, deriva anche la proposta “nazionalista” di Cucinotta: «A mio parere, ciascuno dei paesi europei dovrebbe al momento limitarsi a contrastare le azioni dell’ISIS nel proprio territorio».
    Non so valutare la validità in prospettiva dei due orientamenti. Anche perché diffido di entrambi e delle valutazioni esclusivamente geopolitiche. Entrambi,comunque, mi paiono poco coinvolgenti, perché in fondo ci riducono a mere tifoserie a favore di questo o quello dei principali capi di stato e dei rispettivi ceti dirigenti che li sostengono.
    Avevo guardato a suo tempo con una certa simpatia all’idea di un’Europa sociale di Balibar, ma non mi pare che abbia trovato consenso o abbia fatto passi avanti nel tempo.
    Forti però restano le mie riserve verso il *sovranismo*. Come ho già altre volte obiettato, questa ipotesi mi pare in ritardo rispetto all’evoluzione della storia che ci ha ingabbiato in *questa* Europa (UE). E Cucinotta stesso è costretto a parlare di difesa di una «nostra residua sovranità». Sarebbe come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. O, peggio, passare dalla padella (in cui ci hanno cucinato le grandi potenze per tutto il secondo Novecento) alla *solita* brace: i nazionalismi che, lungi dall’essere un rimedio alla crisi, rischiano di riportarci alle tragiche esperienze del primo Novecento.
    Ma, anche se quella storia non si ripetesse e fosse ancora possibile ricostruire «le strutture che possano garantire un ripristino della nostra sovranità nazionale», è davvero un buon progetto politico unirsi « patriotticamente attorno alla nostra amata costituzione nata dalla resistenza» (Cucinotta)? Né mi sento di affermare, come fa Buffagni, che «i cittadini europei sono protetti più dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah che dalla UE».

    Ritornare agli stati sovrani non mi pare meno difficile che fare uno Stato politico europeo. Ma indipendentemente da questo, qual è però la scelta di valore da sostenere, la scommessa da fare? Ritornare agli stati sovrani o costruire più decisamente lo Stato (politico o federato) europeo? E nella logica di «Jean Thiriart, di Napoleone, e anche di Hitler»? O in alleanza con la Russia di Putin, lodatissima da Barone e che però a me pare un semplice ribaltamento della «russofobia da quattro soldi» di Piras?
    A questo punto, criticate le varie posizioni, cosa potrei proporre (sempre ragionando in teoria)? Non certo l’utopia (né in forma socialdemocratica: « Una specie di Svizzera+Svezia» o una «Potenza gentile» alla Rusconi né « la rivoluzione proletaria planetaria» su cui ironizza Piras…). Semplicemente una posizione alla Madre Courage. Poca cosa, forse, ma questo è quel che penso.

  29. Caro Ennio, sempre molto stimolanti i tuoi interventi.
    Mi pare che il cuore delle tue obiezioni rispetto a quello che ho scritto, sta nel sovranismo.
    Innazitutto, bisogna sgombrare il campo dalla confusione tra nazionalismo e sovranismo.
    Secondo me, senza dilungarsi in riflessioni di carattere teorico, v’è un modo immediato per distinguerli.
    Il nazionalismo è singolare, e il sovranismo è plurale. Chi è nazionalista, vuole far prevalere la propria nazione a scapito delle altre, ha quindi un punto di vista di parte.
    Chi invece è sovranista, immagina un processo che possa avere compimento parallelamente in tutti gli stati, perchè non c’è la pretesa di conferire un ruolo preminente al proprio, ma quello di contrastare il globalismo.
    Il contrasto è tra sovranismo e globalismo, non tra nazionalismo ed internazionalismo.
    Mi spingo sino a dire che il sovranismo è internazionalista, perchè suggerisce una via, un’opzione politica buona per tutti, anzi oggi il vero internazionalismo non può che essere sovranista. Chi per primo riuscirà a sottrarsi al globalismo distruttivo ed antiumano dominante, avrà svolto già con il suo stesso esempio una funzione di stimolo e di suggerimento per tutto il mondo, per tutta l’intera umanità.
    Tu dici che è tardi, i buoi sono già scappati. Forse, ma io non dicevo questo. Quando parlavo della residua sovranità, non associavo nessun carattere di irreversibilità alla situazione attuale. Abbiamo poca sovranità, ma abbiamo ancora un territorio, una costituzione, un esercito, un parlamento, dells trutture statali in qualche misura funzionanti. Da qui, si può partire per dare il benservito alla UE. ripristinare una propria banca (non autonoma, certo, ma com’era prima dell’improvvida decisione di Andreatta del 1981) ed una propria moneta. Difendiamo i bìnostri confini non solo da attacchi militari, ma anche da attacchi finanziari ed anche semplicemente commerciali.
    Tu dici poi che non ti pare una prospettiva esaltante.
    Può darsi, credo anzi che tu abbia ragione, ma vorrei richiamarti la metafora dell’autobus che ho usato. La forza della mia proposta non sta nel prospettare il paradiso in terra, ma nel lavorare semplicemente per la stessa sopravvivenza dell’umanità.
    Una parte importante di ciò che penso sta nella prospettiva catastrofista in cui mi pongo.
    Sto insomma solo cercando di non finire nel burrone, nell’evitare possibilmente che lo stesso autobus non ci finisca, e credo che in un discorso razionale sia inevitabile concludere che in questo momento storico siamo lanciati a tutta velocità verso il baratro.

    V’è mi pare un’illusione assolutamente irrazionale che prevale nettamente nel nostro mondo, quello che stiamo attraversando un transitorio momento di crisi economica, e che alla fine dovremo piegarci alle pretese dei ricconi di esserlo ancora di più e di avere più potere. Essi sanno come uscirne, e presto torneremo agli antichi fasti del trentennio d’oro post-bellico.
    Si continua a credere che chi comanda al mondo ci stia fregando ma che sappia cosa stia facendo.
    Ciò contro ogni evidenza che ci mostra come costoro siano solo degli apprendisti stregoni che alla fine non sanno più che cavolo fare, e l’unica cosa che riescono ad immaginare è quella di prolungare lo stato di agonia, illudendosi anch’essi che qualcosa che non controlliamo alla fine ci salverà.
    Vedo insomma un’umanità affetta da un forte e patologico spirito di infantilismo, un bambino a cui hanno regalato uno strumento troppo potente per il livello delle sue capacità critiche, e che procurerà una catastrofe.
    Siamo finiti in una giostra infernale, la cosa migliore che possiamo fare è prima di tutto di uscirne, di dirlo quanto sia folle quello che stanno facendo, e indicare agli altri come uscirne col nostro stesso esempio: altro che nazionalismo!

    Infine, riflettevo appunto come ancora una volta c’è un aspetto ideologico che ci distingue,ma spero non ci contrapponga, la tua visione hegeliana di una storia che va in una certa direzione e quindi la tendenza da parte tua a sottolineare aspetti di irreversibilità, di impossibilità di tornare indietro. Io non la penso così, penso che invece sia sempre possibile ravvedersi anche a livello dell’intera umanità, basta solo volerlo.

  30. A proposito del sovranismo di cui scrive Cucinotta, osservo che la UE ha avuto finora una precisa egemonia economica della Germania, mentre ora si avvia ad avere una egemonia militare francese. La Francia ha la bomba atomica, non dimentichiamolo.
    Il sovranismo come “processo che possa avere compimento parallelamente in tutti gli stati, perchè non c’è la pretesa di conferire un ruolo preminente al proprio” non è mai esistito, e proprio ora, per ragioni militari, sarebbe ancora più lontano.
    La UE è una unione di stati non uguali, se c’è uno spazio politico per i cittadini europei quello è lo spazio nazionale. Finora hanno prevalso i partiti democristiano e socialista, collegati in Europa, e questo ha portato a coalizioni in molti governi. Comunque le strategie politiche europee sono collegate alle forze politiche delle situazioni nazionali.

  31. @Chris
    Chiarisco, anche se pensavo che non ce ne fosse bisogno.
    Quando parlo di avvenire parallelamente, lo dico a livello potenziale, che nulla osterebbe se avvenisse in tutti i paesi, non che avviene solo se avviene anche altrove.
    Che qualcuno cominci per primo ed altri seguano a distanza di qualche tempo, è nelle cose, il parellelismo non si riferisce a una contemporaneità, ma alla modalità analoga. Io, Italia faccio così, e sono felice se lo fai anche tu, anche se ti prendi del tempo per seguire la mia strada.
    Pensavo fosse chiaro quando parlavo di valore esemplare del sovranismo, lo fai tu e mostri agli altri che la supposta inevitabilità del corso delle cose è un concetto falso, e che un modo diverso di rapportarsi al mondo è possibile.

  32. Caro Abate,
    una proposta entusiasmante non ce l’ha nessuno, in Europa, tranne a quanto pare i jihadisti (ognuno si entusiasma come può).
    La UE non ha mai entusiasmato nessuno, che io sappia, neanche i suoi ultrà (non entusiasma neanche Piras, a quanto disse in altra conversazione).
    Lo Stato italiano ha entusiasmato qualcuno, soprattutto ragazzi avventurosi, un centocinquant’anni fa. Gli è poi passata abbastanza in fretta, con alcuni ritorni di fiamma che da un bel pezzo non bruciano più.
    Io adesso come adesso, forse perchè giovane non sono più, dell’entusiasmo farei anche a meno. Mi basterebbe un bell’esame di realtà, personale e collettivo.
    Qualche risposta la potrei anche proporre, in merito al dopo UE; per esempio, secondo me l’Italia dovrebbe uscire dalla NATO e scegliere la neutralità vigile (vigile vuol dire armarsi bene, con un esercito professionale+territoriale di leva come in Svizzera) e allearsi con altri paesi neutrali circonvicini (anzitutto Svizzera, Austria, poi verso i Balcani) per evitare d’essere trascinata negli scontri che vedo prepararsi. Dovrebbe anche fare politiche di spesa pubblica e interventismo statale per riassorbire la disoccupazione e ricostruire il tessuto industriale. Dovrebbe limitare l’immigrazione, nella prospettiva di chiuderla definitivamente, perchè l’immigrazione fa male a tutti e diffonde lo sradicamento, con i suoi terribili mali.
    Ma siccome non voglio dar fondo a tutti i condizionali del mio vocabolario, sintetizzerò: Italia ed Europa tutta, che vivono una grave crisi anzitutto spirituale e culturale, devono piantarla di credere che si può reinventare la storia, la politica e la vita umana, e che bastano overdosi di tecnologia ed economicismo per vivere insieme. Sul dopo, se ne discute.

  33. Nel fornire una prima risposta al quesito che formula Abate (“che cosa proporre come alternativa alla realtà presente?”) mi sembra utile partire da un esame della composizione sociale del popolo italiano, formato ormai da 60 milioni di persone. Di esse 8 milioni sono operai, 15 milioni lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, 2,3 milioni lavoratori di pendenti a tempo determinato, 3,2 milioni lavoratori dipendenti del settore pubblico, 5,2 milioni lavoratori autonomi, 530000 lavoratori cassintegrati, 1,8 milioni studenti universitari, 4 milioni di imprenditori di cui il 97% con meno di 50 dipendenti, 16,7 milioni di pensionati, 3 milioni di disoccupati ufficiali, ma in realtà 6 milioni di persone in età da lavoro prive di qualsivoglia attività lavorativa (fonte: ultimo censimento).

    È partendo da questa situazione che occorre chiedersi quale sia il programma politico atto ad introdurre profondi cambiamenti a favore dei lavoratori. La prima fondamentale e fondativa misura per dare all’Italia un futuro differente dalla prospettiva catastrofica che l’Occidente capitalistico sta preparando e ormai realizzando è l’uscita del nostro Paese dalla NATO e il suo disimpegno da tutte le missioni di guerra all’estero con la conseguente chiusura di tutte le basi militari straniere. Contestualmente occorre che l’Italia esca dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea, ripristinando la sua sovranità politica ed economica al fine di sviluppare tutte le potenzialità di crescita del nostro Paese e per non precipitare nel baratro dell’indebitamento e della recessione. Da qui, scendendo “per li rami”, sgorgano tutte le altre misure: dall’azzeramento unilaterale del debito detenuto da banche, monopoli e fondi speculativi italiani ed esteri fino al divieto di qualsiasi attività di ‘rating’, da parte di agenzie straniere, sul territorio italiano; dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario sino al ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile).

    Altrettanto fondamentale è l’obiettivo dell’esproprio, nazionalizzazione e controllo popolare dei principali gruppi produttivi e bancari per allentare, fin da subito, e ridurre in misura consistente la pressione fiscale, fino alla sua riduzione ai minimi termini (non a caso, quando il sistema economico era a carattere misto, con la proprietà privata ma anche pubblica delle attività produttive strategiche del Paese, la pressione fiscale era più bassa, mentre è schizzata a livelli insopportabili dopo le privatizzazioni degli anni ’90). Proseguendo in questa sintetica illustrazione del programma alternativo, meritano altresì attenzione i punti che seguono: il diritto alla salute va garantito concretamente affermando il carattere universalistico della prestazione sanitaria, ossia nazionalizzando l’industria farmaceutica; il diritto all’istruzione va difeso ed esteso portando l’istruzione gratuita ed obbligatoria sino ai 18 anni; il diritto all’abitazione requisendo i grandi patrimoni immobiliari sfitti. Tralascio altri aspetti meritevoli di approfondimento (ad esempio, la riforma delle Forze dell’Ordine) e sottolineo la centralità, già evocata da Buffagni nel suo intervento, della ricostruzione di un esercito fondato principalmente sulla leva popolare (giacché, se mi posso permettere una notazione di carattere antropologico, è deprimente vedere come camminano i nostri giovani, con la loro andatura anserina e la loro oscillante asimmetria…). Aggiungo soltanto, per concludere questo abbozzo di programma alternativo, che deve essere sancita una netta separazione della Chiesa dallo Stato e un’effettiva parità di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo. È evidente, infine, come alla base di un simile programma vi sia la constatazione della irriformabilità del capitalismo in generale, dunque anche di quello europeo (il che segna il punto di rottura insanabile tra i comunisti e gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea). Perciò l’unica via percorribile per cambiare l’Europa e scongiurare un futuro segnato dalla povertà di massa e dalla barbarie, nonché per acquisire la sovranità politica ed economica del nostro Paese, è il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e l’instaurazione del potere proletario.

  34. Cari amici, scusandomi per il grande ritardo, provo a rispondere alle critiche.
    Una premessa: mi sembra che il mio pezzo sia stato letto, dai critici, in maniera troppo unilaterale. Sostanzialmente, mi si accusa di due cose: 1) sosterrei la posizione di Hollande, “questa è guerra, e la risposta sono i bombardamenti sull’IS”; 2) proporrei come unica soluzione una politica dell’Unione Europea. Forse mi sono spiegato male o sono stato criptico, ma io ho invece voluto esporre alcuni punti che fanno problema e che, messi insieme, sono contraddittori tra di loro. Quando ho detto che si può parlare di una azione di guerra, condotta da uno stato, ho detto che questo “potrebbe” legittimare l’intervento francese. Allo stesso tempo, questa cosa non è ovvia, e ho sollevato diversi elementi che mettono in dubbio che questa sia la risposta corretta: gli errori di reazioni simili nel passato, il fatto che questa reazione potrebbe ingrossare le file dei terroristi, l’instabilità creata dagli interventi occidentali nella zona, e poi il problema dello “jus post bellum”, che in realtà è secondo me un bel deterrente alle “guerre facili”, e soprattutto non è affatto preso in considerazione dalla reazione di Hollande. Allo stesso tempo, non mi sembra che limitarsi al semplice antiterrorismo basti; sicuramente non basta per la Francia. Da qui il disorientamento.
    Tra i critici trovo la percezione corretta di questo disorientamento, e l’umiltà di riconoscerlo, solo in Ennio Abate, che ha scritto un commento molto ricco e interessante, cui cercherò di rispondere. Ma prima due righe ancora sugli altri interventi: Cucinotta e Buffagni sottolineano l’impossibilità e anche la non auspicabilità dell’unione politica europea. Io e loro siamo distanti su quest’ultimo punto. Sul fallimento della Ue invece, adesso, siamo d’accordo. Ma qui i veri utopisti, un po’ fuori dalla realtà, mi sembrano loro (e su questo io e Abate ci troviamo d’accordo): credere che la risposta siano gli stati nazionali europei e i loro giochi di alleanze con altre potenze è illusorio. Io sono molto più pessimista, questa cosa non l’avete capita: le potenze che determinano la politica mondiale, ora, sono di taglia “imperiale” e gli stati nazionali europei, piccoli e litigiosi, possono ben poco. Quindi il fallimento della Ue ci condanna a subire tanto la politica estera di Stati Uniti e Russia, quanto la minaccia terroristica globale, alla quale come Europa non sappiamo rispondere su una scala sovranazionale (e si vede anche sul piano dell’antiterrorismo). Mi sembra invece troppo semplicistico e manicheo lo schema di Eros Barone, per cui i “cattivi” in Medio Oriente sarebbero gli Usa e la Ue, e i “buoni” la Russia e l’Iran. Se così fosse, le cose sarebbero semplici: ti allei con la Russia, con l’Iran, con la Siria, fai a pezzi l’Is e rafforzi questi poteri nell’area. Come se i crimini commessi da Assad non fossero niente; come se questo possa garantire stabilità alla ragione, mentre non l’ha garantita prima (e non basta invocare gli interventi occidentali per spiegare tutta l’instabilità della regione).
    Io non ho le competenze per fare delle analisi dei conflitti in Medio Oriente, volevo solo far notare che se si affronta la questione in termini di principio (“è giusta o no la reazione di Hollande?”, “è giusta o no una guerra contro l’Is?”) emergono delle contraddizioni, e questo non rende facile la risposta. Come ho già detto, l’unico che si muove in questo senso è Ennio Abate, gli altri sembrano sapere già qual è la risposta. Però una cosa generale la vorrei dire: molte aree del mondo arabo, e in particolare il Medio Oriente, vivono da almeno venti-venticinque anni un conflitto che forse ci sta sfuggendo. Sono cioè costretti a oscillare tra regimi autoritari e militari non islamici che non hanno il consenso delle masse islamiche (per esempio Gheddafi, Mubarak e ora al-Sisi, Assad ecc.), da una parte, e movimenti islamici incapaci di governare società complesse in trasformazione perché troppo presto travolti da derive fondamentaliste (si veda l’esempio dei Fratelli Musulmani in Egitto, e ora il tentativo dell’Is). Fanno eccezione l’Iran sciita, il cui regime ha trovato un equilibrio, e la Tunisia, che sta trovando il suo piccolo e fragile equilibrio. Ma in tutte le altre aree, fino a quando le maggioranze islamiche, sunnite, non troveranno delle classi dirigenti capaci di governarle stabilmente, i regimi saranno instabili e minacciati dal terrorismo.
    Vengo al pezzo di Ennio Abate. Seguo i punti, e grazie per questa chiarezza.
    Ok per i punti 1. e 2.
    3. La condanna di qualsiasi guerra taglia fuori il problema, morale e politico, di quando la guerra si è costretti a farla. In ogni caso, io ho messo in evidenza i mali causati dagli interventi occidentali proprio per dire che altri interventi condotti alla stessa maniera non sono la soluzione. Ma la soluzione non è neanche il pacifismo a ogni costo: ogni stato deve la sicurezza ai suoi cittadini. E’ qui il dilemma.
    4. Non è irrilevante dal punto di vista della giustizia. Questo tema merita davvero una trattazione a parte. Ho detto di corsa che dal punto di vista morale è del tutto lecito dire che le vittime di Parigi non valgono di più di quelle di Beirut o di Bamako. Ma il fatto che una collettività pianga le sue vittime non deriva da principi morali, bensì da un sentimento di appartenenza (che è un dato di fatto storico, legato a molte cose). E’ vero, come dice Jacopo, che questo sentimento di appartenenza può variare, non è legato necessariamente solo a schemi tradizionali come la famiglia, la nazione ecc. Però questi legami ci sono, e negarli vuol dire essere poco sensibili agli uomini in carne e ossa, alle loro esigenze concrete. Né si possono creare dei nuovi legami di appartenenza per obbligo morale. Le cose si evolvono, e ci sono quindi coscienze che sentono forme nuove di solidarietà. Ma questo non cambia la sostanza. E quindi attaccare gli europei o altri occidentali che hanno un legame storico, culturale, spesso personale, con Parigi e con i suoi abitanti, perché piangono i parigini morti, e non hanno la stessa reazione emotiva nei confronti dei morti di Bamako, è una critica fuori luogo. Diverso è dire, invece, in termini più astrattamente morali: le morti di Parigi e di Bamako sono condannabili alla stessa maniera, l’ingiustizia che ha causato queste morti deve mobilitare anche la nostra responsabilità morale, dal momento che siamo implicati in quei contesti e siamo profondamente interdipendenti; e questo tanto più se le potenze occidentali sono tra le cause di quelle morti. Ma questo è un discorso morale, non un discorso sulle emozioni e sulla condivisione del dolore.
    5. Come ho scritto sopra, io non ho affatto detto che Hollande ha ragione, dal momento che ho, dopo, mostrato le contraddizioni di una simile scelta. Però non è neanche così banale dire che Hollande sbaglia tutto, dal momento che ci sono i problemi che ho esposto (la sovranità, la garanzia della sicurezza ecc.). Da qui la confusione e l’indecisione, lo dico con franchezza. Rifiuto quindi con fermezza ogni lettura secondo cui avrei le idee chiare e sosterrei senza esitazione la crociata della Francia (e la sua spregiudicata politica estera del tutto slegata dall’Europa, come si vede in questi giorni), sono letture superficiali. 5.3: anche quelli erano atti di guerra, in fondo; però il soggetto di questi atti non rivendicava un territorio, e quindi mi sembrava del tutto illegittimo attaccare certi territori per attaccare quel soggetto; ora il problema è che la territorialità di quel soggetto, anche se sfuggente e non legittimato, potrebbe a sua volta legittimare l’attacco di quel territorio; però questo secondo me non è un argomento definitivo, è questo che volevo dire, perché ci sono tutti gli altri problemi che vanno in senso opposto (indirizzo queste osservazioni anche al mio amico Fabio Agrosì). 5.4: la guerra non è solo difensiva, perché la Francia già combatteva lì, ed è un altro degli elementi contraddittori di tutta questa faccenda.
    6. Se l’Europa esistesse, politicamente, non seguirebbe Hollande nella sua avventura, ma farebbe qualcosa di diverso, credo.
    7. Non ho mai creduto alla tesi (tanto cara a Buffagni) che l’Ue sarebbe debole soprattutto per colpa degli Stati Uniti. Intanto perché negli ultimi tempi (si veda crisi economica e crisi greca) gli Stati Uniti sarebbero stati ben felici di avere un’Europa unita che non crei tutti i problemi che crea all’economia mondiale e anche alla loro; e poi perché l’Europa esiste nel mondo, e non nel vuoto, e nel mondo ci sono anche le grandi potenze come gli Usa, che ovviamente fanno i loro interessi; se però gli stati europei preferiscono favorire le potenze esterne piuttosto che essere unite contro di loro, allora non possono poi dare la colpa a quelle potenze.
    Questa risposta è insoddisfacente, lo so, me ne scuso, ma di più non so dire.
    Ringrazio tutti per le osservazioni e le critiche,
    mp

  35. @Piras
    Il punto che lei mi pare trascura, è quale sia la direzione di marcia.
    E’ vero, i paesi europei in ordine sparso rischiano di non farcela ad influenzare la geopolitica, ma chi vuole inpegnarsi in questi compiti, non può usare mezzi e procedure differenti dagli altri.
    Ora, si da’ il caso che alcuni di noi pensano che queste stesse procedure che includono come loro elemento determinante, aspetti mediatici tanto importanti nell’ambito di quella che viene chiamata la biopolitica, siano intrinsecamente incompatibili con la democrazia. La lotta procede sotterranea segretamente, ed implica l’intero quadro delle attività umane, quindi certamente anche quelle economiche, ma anche fatti di sangue, attentati con bombe, compiute dagli stessi stati.
    E’ ormai divenuta una corsa folle verso la catastrofe, perchè tutti sono convinti di potere prevalere sugli altri sulla base della propria determinazione ad usare tutte le armi possibili, senza apparentemente capire che anche gli altri siano in grado di fare lo stesso.
    Nessuno in tutta evidenza ha la più pallida idea di dove questa dissennata politica dell’oggi ci porterà nel prossimo futuro, ma è come se fossero impegnati in un gioco che non ammette pause e defezioni, come forse potrebbe essere illustrato dai giochi folli della cosideetta “gioventù bruciata” degli anni cinquanta negli USA, con le corse folli delle macchine verso il burrone, in cui vinceva chi riusciva a fermarsi per ultimo, col rischio di finire davvero nel burrone.

    Io dico che oggi, non contare nello scenario geopolitico dovrebbe costituire per le persone ancora ragionevoli un pregio.
    Ad un paese piccolo, ma comunque di una dimensione e di un livello economico-tecnologico significativo anche in un quadro mondiale, come l’Italia, occorrerebbe la complessa ma non impossibile missione, di tentare di ritrarsi da questi folli equilibri ottenuti a forza di morti e distruzioni, dichiarando e dimostrando nei fatti di non volere più essere coinvolto in queste vicende, magari disposti anche a pagare in termini economici un tributo che ci eviti il coinvolgimento forzato in tali eventi.
    Nel frattempo, dovremmo aumentare le spese militari, reintrodurre il servizio di leva, mettere su un apparato di intelligence e di difesa territoriale formidabile.
    A livello economico, dovremmo curare il rispetto delle frontiere in termini di flusso di merci e di capitali, ma anche a livello di persone.
    Abbiamo il privilegio (ancora per poco se non invertiamo rapidamente le politiche praticate) di possedere un patrimonio inestimabile di ricchezze archologiche, architettoniche e paesaggistiche unico al mondo, ed invece di partire dallo sfruttamento di tali risorse, siamo disposti a svenderli per pochi spicicoli, pensando di fare chissà quale affare.

    In un mondo di pazzi, che va dritto dritto verso la catastrofe, verso l’estinzione di ogni forma di organizzazione civile dell’umanità, ritrarsi, non contare nulla sullo scenario geopolitico, mi pare un privilegio, un vantaggio, non qualcosa di cui ci sarebbe ragione di preoccuparci.

    Scendiamo da quell’autobus che c’hanno convinto che porta alla felicità (il diritto alla felicità, questa frase idiota è l’emblema stessa di questa follia), che invece su una base razionale dobbiamo ammettere che porta alla catastrofe.

  36. Caro Piras,
    grazie della risposta. Le replico in sintesi.

    1) Lei scrive:
    “Sul fallimento della Ue invece, adesso, siamo d’accordo. Ma qui i veri utopisti, un po’ fuori dalla realtà, mi sembrano loro [Barone, Cucinotta ed io] (e su questo io e Abate ci troviamo d’accordo): credere che la risposta siano gli stati nazionali europei e i loro giochi di alleanze con altre potenze è illusorio. Io sono molto più pessimista, questa cosa non l’avete capita: le potenze che determinano la politica mondiale, ora, sono di taglia “imperiale” e gli stati nazionali europei, piccoli e litigiosi, possono ben poco.”

    Io NON credo che LA risposta alla presente crisi siano “gli stati nazionali e i loro giochi di alleanze”. Io credo che il ritorno agli stati nazionali europei e ai loro giochi di alleanze sia il primo passo di una MANOVRA DIFENSIVA DI SGANCIAMENTO indispensabile e urgente.
    Per dirla terra terra: in Europa, nessuno ha un’idea sparata di come uscire dalla presente crisi, che è anzitutto una crisi spirituale, culturale, di identità. La UE, oltre ai suoi difetti e aporie intrinseci, ha una caratteristica che aborro: che volens nolens (più volens che nolens) serve a inglobare l’Europa – intesa sia come realtà geografica e politica, sia come civiltà europea, per quel che ne rimane – nello spazio fisico e mentale che si usa denominare “Occidente”. Questo “Occidente” presenta due caratteristiche: a) la sua cultura mi ripugna, la trovo la soluzione finale per la civiltà europea e sinonimo di un mondo invivibile, fondato su principi sbagliati b) con il suo centro di gravità statunitense, è esso stesso responsabile e vittima di una crisi storica di prima grandezza, e non è improbabile che finirà per trascinare chi vi sia legato in conflitti gravi (vulgo, guerre dove muore un sacco di gente, civili compresi).
    Sintesi: posso sbagliare la diagnosi, ma non per utopismo. Il ritorno agli Stati nazionali NON è la panacea, NON è l’alba di una nuova storia più bella e più splendente che pria, NON è la soluzione del problema Europa, Postmodernità, Mondo, Uomo, Vita: il ritorno agli Stati nazionali è sganciarsi da un treno che va a sbattere, raccogliere le forze e le idee, e SALVARE IL SALVABILE. Se non entusiasma, mi spiace ma fino a un certo punto, avanti con le idee che c’è tanto posto.
    (Poi se a qualcuno interessa avrei anche le mie ideuzze sul dopo, per esempio sulla collocazione internazionale dell’Italia, ma trovo un po’ puerile mettermi a fare il geopolitico+futurologo contando zero.)

    2) Lei scrive:
    “Non ho mai creduto alla tesi (tanto cara a Buffagni) che l’Ue sarebbe debole soprattutto per colpa degli Stati Uniti.”

    Evidentemente non ho illustrato bene la tesi che mi è tanto cara. Io NON penso che la UE sia debole per colpa degli Stati Uniti. Io penso quanto segue:

    a) L’Europa (NON la UE, l’Europa) è debole perchè in seguito alla I e II GM, è stata occupata da grandi potenze straniere, USA e URSS, una delle quali permane tuttora, con le sue basi militari, su suolo europeo. La colpa, se di colpa ha senso parlare in questo campo, è decisamente nostra, di noi europei, che ci siamo suicidati politicamente in queste due guerre civili europee. Gli USA hanno logicamente fatto il loro interesse.

    b) La UE (la UE, non l’Europa) è nata all’interno di un progetto politico e culturale dominato dagli USA. La Ue come la conosciamo oggi si è sviluppata sulla falsariga del progetto che si usa ascrivere a Jean Monnet. Jean Monnet era il responsabile del piano Marshall per l’Europa.

    c) Gli USA sono contenti, contentissimi che esista la UE, perchè la UE garantisce la neutralizzazione politica degli Stati europei che ne fanno parte, e favorisce la loro integrazione nella NATO (p.es., la Francia è rientrata nella NATO, sono entrati nella NATO o sono sulla via di entrarvi diversi paesi dell’Est europeo, etc.) e nell’ “Occidente” di cui sopra.

    d) Gli USA invece NON sarebbero contenti se, per miracoloso intervento della Madonna di Fatima, la UE provasse a trasformarsi in uno Stato realmente indipendente, cioè a dire dotato di una propria sovranità politica e militare: il che importerebbe necessariamente l’espulsione di tutte le basi militari USA dal territorio europeo, l’uscita dalla NATO, e la creazione di una potenza mondiale concorrente con gli USA.

    e) Quando una potenza delle dimensioni degli USA non è contenta, ci sono serie ripercussioni. Non prenderle in considerazione danneggia gravemente la salute.

  37. Piras giudica semplicistico e manicheo lo schema interpretativo con cui leggo il conflitto che si sta dispiegando nel Vicino Oriente (“Vicino Oriente”, caro Piras, ché tale per l’Italia è geograficamente il ‘Mashrek’, mentre solo gli anglodipendenti, che credono di vivere nei paesi anglosassoni, lo definiscono incongruamente “Medio Oriente”). Orbene, cercherò di puntualizzare sinteticamente alcuni aspetti geopolitici di una certa importanza, che contrassegnano quest’area esplosiva della formazione imperialistica mondiale. Il presupposto da cui prendo le mosse è che il ciclo oggettivo dell’imperialismo si gioca tutto nella dialettica tra crisi e guerra, la quale, a sua volta, può condurre a due diversi sbocchi: la ricostruzione, ovvero un nuovo ciclo di accumulazione e valorizzazione del capitale che fa tesoro delle distruzioni, sia di capitale costante sia di capitale variabile, che la guerra inevitabilmente involge, oppure la rottura rivoluzionaria in una o più regioni del mondo con la conseguente costruzione di un regime socialista. Nel primo caso, l’imperialismo conosce, come ci ha mostrato il secondo dopoguerra, una nuova fase, più o meno lunga, di espansione e di prosperità, mentre nel secondo caso si apre un periodo, più o meno lungo, di transizione dal capitalismo al comunismo (che può anche comportare, come l’esperienza storica ci insegna, l’inversione del processo e la conseguente restaurazione del capitalismo).

    In altri termini, la guerra determina hegelianamente non soltanto le sorti degli individui, ma il tratto fondamentale di un’intera epoca storica. Il grande fisico Boltzmann diceva che non c’è nulla di più pratico di una buona teoria; io sono convinto che proprio questo, nell’àmbito delle scienze economiche, sociali e politiche, sia il caso del marxismo. Dunque, a partire dai problemi, che vanno chiaramente individuati, occorre costruire una teoria della realtà che ci si propone di indagare e, contestualmente, sottoporre a critica altre teorie concorrenti o rivali (questo ci insegna Popper, il quale, anche se pochi lo sanno, era un ammiratore del pensiero filosofico di Lenin).

    L’eccidio di Parigi dimostra infatti che, per quanto si possa ignorare la guerra, questa non ignorerà noi. Consapevole come nessun altro della portata epocale della crisi internazionale in atto, il presidente Putin aveva rivolto, il 28 settembre scorso, all’ONU e, ‘in primis’, alle potenze delle “democrazie occidentali”, che si sono ben guardate dal prenderlo in considerazione, un appello per la costituzione di una coalizione internazionale contro l’ISIS e la minaccia fondamentalista, simile a quella realizzatasi negli anni ’40 del secolo scorso contro il nazifascismo. Gli USA, la Francia e l’Inghilterra, nel momento in cui la Russia, attraverso il suo parlamento, ha deciso l’intervento in Siria a sostegno delle forze che combattono sul serio l’ISIS, ovvero l’esercito regolare siriano, i volontari iraniani e l’organizzazione politico–militare Hezbollah, hanno manifestato non solo indifferenza, ma ostilità. Il motivo di questo atteggiamento dovrebbe essere evidente per chi non sia accecato dal pregiudizio antirusso: ogni giorno che passa il fastidio e il disagio delle potenze occidentali si accrescono, poiché l’imperialismo è costretto ad ammettere che il nemico non è il terrorismo islamico, bensì l’unico governo laico della regione, ovvero il legittimo governo di Damasco contro il quale, come ammettono ormai apertamente, le potenze occidentali hanno armato, finanziato e addestrato numerose forze fondamentaliste in funzione della ‘jihad’. Insomma, per le forze occidentali il vero obiettivo è l’attuale governo siriano nei confronti del quale esse puntano ad un rovesciamento sanguinoso non dissimile da quello perpetrato nel 2011 contro Gheddafi e il governo libico.

    Da ciò risulta in modo inequivocabile che per l’imperialismo, considerato nel suo insieme e indipendentemente dalle diverse politiche perseguite, tutte le forze che si battono contro Assad sono ben accette, ossia vale il principio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. Se il nemico è Damasco, tutti coloro che lo combattono sono obiettivamente amici. Come si vede, questa è la legge del beduino. Approfitto pertanto di questa occasione per motivare un concetto essenziale in questa congiuntura critica, cioè l’equiparazione tra fondamentalismo e nazifascismo, precisando che ciò che li unisce non è soltanto la sacralizzazione della violenza e il misticismo tanatofilo, ma è soprattutto la loro natura neo-imperialistica, che è divenuta sempre più evidente, per citare due esempi concreti, con il progetto neo-ottomano della Turchia e con il rigorismo wahabita dell’Arabia Saudita. Solo se si considera con la massima attenzione il tratto imperialista del fondamentalismo, diviene possibile comprendere il senso dello scontro che si è aperto e che si sta sviluppando in forme sempre più aspre. Dal punto di vista dell’eurisi per opposizioni di classe, ossia dal punto di vista del materialismo storico e dialettico, i movimenti politici sono, come diceva Gramsci, “la nomenclatura delle classi”, vale a dire la manifestazione organizzata degli interessi di determinate classi sociali: il fondamentalismo islamico va perciò inquadrato, al netto della brutalità che lo accomuna al nazifascismo, nella rete degli interessi di classe di cui è espressione. Si tratta, allora, di leggere la realtà attraverso le lenti di Marx e di Lenin, evitando di accodarsi all’empirismo e all’idealismo degli ideologi borghesi, soliti a rovesciare il mondo e a collocare se stessi al centro del mondo così rovesciato. Senza escludere utili approfondimenti, che anch’io mi sono sforzato di produrre, su altri terreni (e in particolare su quello dell’indagine antropologica e culturale), la sostanza della questione, che è da tempo squadernata sotto i nostri occhi, va còlta nelle contraddizioni proprie della formazione imperialistica mondiale e della fase in cui essa è entrata; diversamente si finisce con lo scivolare sull’infido terreno dei teorici della “guerra di civiltà”. In conclusione, il concetto fondamentale che va fissato è che ogni borghesia imperialista in ascesa (e il fondamentalismo islamico è l’involucro e il motore ideologico di tale classe) ha lottato per conquistarsi il proprio “posto al sole”. Questa è la legge storica del sistema imperialista. Prima ne terremo conto e meglio sarà per tutti, se non vogliamo ridurci a lavorare per il re di Prussia.

  38. Gentilissimo Barone, lei credo giustamente individua “nelle contraddizioni proprie della formazione imperialistica mondiale e della fase in cui essa è entrata” la “borghesia imperialista in ascesa (e il fondamentalismo islamico involucro e il motore ideologico di tale classe)”.
    OK, ma questo significa solo che la vecchia borghesia, cioè noi, dell’imperialismo mondiale, verrà scalzata e distrutta se non riesce a opporsi. Egemonicamente.
    Le vecchie categorie di civiltà servirebbero a sostenere che la nostra civiltà sarebbe inclusiva e la loro distruttiva. Possiamo davvero sostenerlo, con tutte le cautele e autocritiche del caso? Ne va della pelle e della storia,.

  39. “Sul fallimento della Ue invece, adesso, siamo d’accordo”

    Si sta riposizionando, come tanti europeisti all’interno di quell’area sinistra che sente avvicinarsi il conto.
    Queste persone che non hanno l’umiltà di chiedere scusa per l’appoggio “sconsiderato” ad un progetto criminale e dichiarato fallimentare da decine di premi nobel per l’economia ,sono moralmente responsabili del dolore di tutte le persone che in questi anni hanno vissuto sulla propria pelle una politica che li ha defraudati di diritti e dignità.
    Fanno discorsi alti di geopolitica dall’alto della loro vita che credono garantita
    Il mantra è quello di cedere sovranità e magari anche qualcos’altro ad un organismo lontano che sta massacrando intere fasce deboli della popolazione europea in nome di un’ “utopistica” europa dei popoli e che prepara il terreno per inevitabili esplosioni di nazionalismo e “terrorismo”
    Un’ europa smentita dai fatti e dalla storia, un Mostro, per chi vuol vedere e vuol capire.
    “usurpare i diritti altrui comporta delle conseguenze più gravi e più immediate che violare il mistero o semplicemente la materia. Si comincia col fare tremare
    gli altri, ma gli altri finiscono col comunicarvi i loro terrori”
    Si faccia un giro in grecia signor Piras

    Che vergogna!

    Che dio vi perdoni, io posso solo disprezzarvi e combattervi (pacificamente, ovviamente)

    la funambola

    p.s. voglio condividere questo passo col signor Buffagni

    Apocalisse 3:15-19

    “Io conosco le tue opere, che tu non sei né freddo né caldo. Oh, fossi tu freddo o caldo! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca”

  40. @ la funambola

    Grazie. L’Apocalisse è sempre una lettura utile. Anche il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev mi pare di grande attualità.

  41. @ chris

    Lei ha colto con chiarezza il nodo della questione. In effetti, in una congiuntura di crescente instabilità delle relazioni internazionali si è inserito il cuneo tagliente della crisi del modo di produzione capitalistico, che ha reso il confronto interimperialista sempre più acuto, tanto che la stessa possibilità di un conflitto generalizzato non è più un’ipotesi accademica, ma una realtà largamente in atto. L’assalto al potere mondiale nasce oggi da giovani imperialismi che cercano di erodere prima e rovesciare poi le vigenti gerarchie politiche, economiche e militari, già fortemente destrutturate dalla crisi economica. Tensioni crescenti caratterizzano i diversi conglomerati imperialisti, alimentando un hobbesiano “bellum omnium contra omnes” in cui non vi è contraente di un’alleanza che non sia disposto a pugnalare alle spalle l’alleato del momento, se ciò gli consente di acquisire un qualche vantaggio. Le uniche eccezioni sono costituite dalle nazioni indipendenti, come la Russia, capaci di difendere la propria sovranità nazionale entrando, se occorre, in conflitto con le forze imperialiste che, oggi più che mai, non intendono tollerare la presenza di borghesie nazionali che rifiutano la eterocefalia sistemica, ossia la sottomissione alle forze imperialiste attualmente egemoni. Accade così che governi progressisti, come quelli dell’ALBA latino-americana, siano costantemente sottoposti a manovre destabilizzanti da parte dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati-concorrenti europei. Per converso, emergono potenze regionali governate da forze nazionaliste ed espansioniste, come ad esempio la Turchia, che operano sul terreno militare per accrescere il loro peso specifico.

    L’impressione che si riceve da questo equivalente contemporaneo, su vasta scala, della zattera della Medusa è che le stesse borghesie imperialiste siano incapaci (non solo di comprendere ma anche) di controllare la tendenza oggettiva verso il conflitto interimperialistico, esattamente come accadde negli anni Trenta del secolo scorso e conformemente alla natura storica della borghesia, la quale è strutturalmente incapace di comprendere e di spiegare gli eventi se non ‘post festum’ (si noti che di tale cecità cognitiva è organicamente partecipe, a causa del suo organico opportunismo e della sua metamorfosi regressiva, la ‘soi-disante’ sinistra moderna e riformista). Insomma, non è difficile prevedere che dalla crisi esplosa nel 2007-2008 il mondo uscirà profondamente trasformato, poiché la crisi economica è anche crisi politica e militare (la politica come ‘economia concentrata’ e la guerra come ‘continuazione della politica con altri mezzi’, per usare una terminologia leniniana) e poiché è in corso la gestazione, tutt’altro che indolore e lineare, di nuove gerarchie di potere su scala internazionale. Ancora una volta, crollate miseramente le false teorie dell’‘ultra-imperialismo’ e della ‘fine della storia’, l’oggetto della contesa fra le potenze è nuovamente il mondo e l’obiettivo la sua spartizione.

    Infine, merita di essere analizzato e approfondito l’odio verso la Russia, che promana dagli Stati Uniti e attraversa l’intero Occidente capitalistico. Quest’ultimo, infatti, sembra più interessato a combattere contro la Russia che non contro il fondamentalismo islamico. L’Ucraina ‘docet’. Qui l’alleanza stabilìtasi tra i paesi occidentali e i nazisti ucraini in funzione anti-russa ricorda in modo davvero impressionante l’incubo della guerra civile spagnola del 1936. Abbiamo inoltre constatato proprio in questi ultimi giorni che in Siria la possibilità che si verifichi un ‘incidente’ dalle conseguenze irreparabili tra le diverse forze militari della NATO, all’interno delle quali spicca per la sua aggressività uno Stato imperialista ed avventurista come la Turchia, non è, anch’essa, una semplice questione accademica. Sorge allora spontanea la domanda: perché la Russia è diventata l’obiettivo principale di gran parte dei gruppi imperialisti? Contro la Russia si sono infatti schierati gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati, a cominciare dagli Stati arabo-sunniti, nonché, sebbene in modo più oscillante, la UE. Perché tanto odio verso la Russia? Perché la Russia deve essere il bersaglio da colpire? Perché una propaganda anti-russa così martellante e così rozza (si pensi all’idea di escludere la Russia dalle prossime Olimpiadi, giacché i suoi atleti sarebbero portatori del “doping di stato”)? Insomma, che cos’è oggi la Russia e che cosa rappresenta (non solo nell’immaginario ma anche) nella realtà politica attuale?

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