di Alberto Casadei

[Presento il primo di una serie di Assiomi sulla letteratura attuale che vorrei proporre nel blog Le parole e le cose. L’argomentazione è minima per ridurre uno dei problemi più forti di questo modo comunicativo, la sua tendenza a dividersi in sottoinsiemi che diventano, di messaggio in messaggio, sempre più esili e dispersivi. Lo scopo è anche quello di definire obiettivi concreti, e non solo astrattamente plausibili, all’interno di una concezione del ‘fare letterario’ che vorrebbe confrontarsi con alcuni fondamenti dell’archeologia del sapere contemporaneo.]

1. La critica artistica in genere e letteraria in particolare viene fondata, nella forma attuale, tra la fine del Sette e l’inizio dell’Ottocento. In quel momento, l’adeguarsi di un autore a poetiche normative, di tipo classicistico o meno, non è più scontato, e il ruolo del critico diventa decisivo per sancire il valore di una nuova opera.

2. Nel corso dell’Ottocento, il critico assume una funzione sempre più essenziale nello stabilire non solo valori puntuali, ma anche duraturi. La sua posizione si carica di un eccezionale prestigio dovuto all’influenza dei giudizi espressi: esemplare il caso di Sainte-Beuve, che proprio per la sua autorità dominante deve essere reinterpretato e smitizzato da Proust per potersi aprire uno spazio letterario ‘valutabile’ in modi nuovi.

3. In questa condizione, la bipartizione letteratura alta/letteratura di consumo era ovvia, così come era ovvio che la vendita di un notevole numero di copie non significava niente dal punto di vista del valore da attribuire all’opera. Ciò, in linea di principio, è vero perennemente.

4. Dopo la fine della fase più alta del modernismo, la mescolanza di alto e basso si è fatta in apparenza costante. Il tramite è stato lo sviluppo del pop, che ha coinvolto parallelamente, negli anni Sessanta, artisti considerati di alto valore e altri invece votati alla logica dell’industria culturale. Quest’ultima aveva e ha ogni interesse a favorire l’allargamento di questa mescolanza, per garantirsi fasce di lettori o fruitori sempre più ampie.

5. Il ruolo del critico si è evoluto in modi assai diversi nei vari settori artistici. Nell’ambito della pittura, per esempio, è ancora decisivo, perché la possibilità di attribuire un valore è sostanzialmente ristretta al circuito gallerie-mostre-critica-aste. Dall’assegnazione del valore da parte di questo circuito molto ristretto ed elitario dipende la fortuna o la sfortuna di un’opera e in genere dei giovani artisti. Spesso le ragioni delle scelte sfuggono agli utenti anche colti, ma non inseriti nel circuito di cui sopra.

6. Nell’ambito della musica e della letteratura, il successo di pubblico è invece assai più importante che non il giudizio degli esperti. Si tratta di prodotti di scarso costo unitario, che quindi devono essere venduti in quantitativi elevati per poter risultare redditizi. Ogni sforzo dei produttori e degli editori è volto a massimizzare le vendite, secondo una logica tipica del sistema capitalistico contemporaneo, che tende a creare agglomerati sempre più ampi e visibili per la loro massa critica. La visibilità (diretta e indiretta) indubbiamente favorisce le vendite per l’effetto della tendenza all’imitazione e all’omologazione, forte in ogni società larga. Correttivi a questa logica, come quelli segnalati da Schiffrin, sono per ora del tutto minoritari e periferici.

7. In tale contesto, il critico letterario non può svolgere solo il ruolo di ‘individuatore di valori’: l’opinione del recensore, anche prestigioso, o quella del docente, non solo erudito, contano come una delle tante e sono spesso equiparate, se non subordinate, a quelle dei personaggi massmediatici più in vista. Nella logica di cui al punto (6), questo è del tutto scontato. Purtroppo, senza un progetto di cambiamento, ogni tentativo di singoli intellettuali (o anche di gruppi a sé stanti) di proporre modelli alternativi risulta solo velleitario.

8. Eppure il giudizio di valore, troppo spesso obliterato nelle ricerche critiche degli ultimi cinquant’anni, risulta ancora discriminante per poter considerare il ruolo della critica come significativo. Si pongono perciò alcuni problemi fondamentali, da affrontare attraverso la costruzione di una ‘comunità critica’ rappresentativa di voci di singoli esperti, ma anche di gruppi coesi di lettori e di operatori nel campo dell’editoria di qualità.

9. Il primo obiettivo è la costituzione di un canone davvero condiviso della letteratura italiana del secolo scorso. I dibattiti in questo senso sono stati numerosi, e possono essere recuperati, ma devono sfociare in una difesa di autori o, più plausibilmente, singole opere decisive nello sviluppo letterario e culturale del Novecento.

10. Questa riflessione deve essere portata soprattutto nei luoghi dove si forma la capacità di lettura non passiva delle opere, ovvero le scuole superiori. Occorre ribadire in tutte le sedi deputate che il non affrontare con ampiezza almeno gli autori e le opere più importanti sino agli anni Sessanta e Settanta del XX secolo crea, fra i nostri diplomati (e spesso anche fra i laureati in materie umanistiche) una sfasatura nei gusti, nelle competenze, nell’interesse per la letteratura attuale.

11. Occorre poi rafforzare in tutti i modi le iniziative che mirano a sostenere non singole poetiche ma un’ampia e ben discussa assegnazione di valori. Occorre pensare a un forum annuale in cui si confrontino le varie anime culturali della rete, gli organizzatori di iniziative specifiche attraverso centri culturali nazionali (compresi giornali, radio e televisione ecc.), i promotori di nuove sperimentazioni, per es. nel territorio tra cultura scritta e visuale, ecc.

12. Un’iniziativa di questo tipo si dovrebbe opporre sia all’attuale iperframmentazione degli spazi letterari alternativi a quelli gestiti dalle majors dell’editoria e della distribuzione, sia alla logica di alcuni festival e di molte ‘classifiche’, onnicomprensiva ed evenemenziale, e non selettiva e durativa.

13. Non si tratterà invece di cercare nuovi paradigmi estetici, che ora risultano non sancibili, visto che i fondamenti culturali sono ormai orientati in senso geospecifico da un lato, e  passivamente globalist dall’altro. Da questo punto di vista, la logica uniformante del postmodernismo degli anni Sessanta-Ottanta sembra corrispondere ancora in pieno allo spirito dei tempi.

14. Se però si riuscirà a collegare le nuove modalità di giudizio di valore a parametri trasversali e transculturali, come la compiutezza stilistica e la valenza cognitiva non scontata che l’opera manifesta, sarà in futuro possibile ricreare una prassi valutativa che porti a distinguere le opere che sono in grado di aspirare a una lunga durata da quelle unicamente ripetitive del già noto.

15. Anche in Italia dovrà diventare possibile rendere evidente a chiunque l’abisso che separa Vita e destino o Le benevole o, seppure a un gradino più basso, Il partigiano Johnny da un qualunque racconto di “dolori del giovane” o di “egotismi aggressivi” o di “quêtes paranoiche”, cui spesso si riducono, da un punto di vista cognitivo, buona parte dei nostri romanzi (ma, con le opportune variazioni, il discorso varrebbe anche per gran parte della produzione lirica).

68 thoughts on “Assiomi/1. La critica e il giudizio di valore

  1. Mi permetto qualche obiezione:

    6. Di che musica parliamo? La musica colta contemporanea gode di una posizione istituzionale che nulla a che vedere con quella della letteratura. Un giovane compositore come Bruno Mantovani non vende certo milioni di cd, ma può vivere confortevolmente esercitando il proprio mestiere, grazie alle committenze di festival musicali, teatri lirici, istituzioni consacrate alla ricerca musicale eccetera.

    9. La proposta di un «di un canone davvero condiviso della letteratura italiana del secolo scorso» mi sembra avere qualcosa di poliziesco (sia detto senza spirito di polemica).

    14. Non credo sia così scontato riconoscere nel presente le opere che possano aspirare a una lunga durata (la storia della critica letteraria, anche la migliore, mostra spesso il contrario). È legittimo chiedersi se, viceversa, il valore conoscitivo di un’opera non abbia bisogno proprio della durata per affermarsi pienamente.

  2. Ho apprezzato gli assiomi, mi sembrano una buona base. Anche se il vocabolo non è tra i miei preferiti, bisogna pur riconoscere che l’umanità ha bisogno di “tavole di leggi”, e l’umanità artistica non fa eccezione.
    Mi pare che il perno di questi 15 punti sia la necessità di un riesame e di una conoscenza approfondita, consapevole, e dialogante con il presente, del passato recente e meno. Se non si distingue tra Il partigiano Johnny e qualunque racconto egotico-aggressivo-paranoide pubblicato ai giorni nostri, o tra le opere che un gallerista e un critico compiacente decidono di promuovere ignorando, o peggio, ricostruendo improbabili genealogie con il gesto avanguardistico (spesso vecchio di un secolo) di cui le opere in questione sarebbero l’eco afona, siamo davanti con tutta evidenza a un meccanismo di trasmissione inceppato. Possiamo attribuire moltissime colpe, quasi tutte, al sistema capitalistico, al neoliberismo che fa della cultura un sintomo di mercato, un bene di consumo tra i tanti, però dovremmo cominciare anche dallo spazio in cui siamo cresciuti e in cui operiamo, ossia quello della scuola e dell’università. Lo specialismo forsennato che ha caratterizzato l’accademia italiana nell’ultimo trentennio ha prodotto letterati che non saprebbero riconoscere un Donatello da un Bernini, o che non si rendono conto, ad esempio, che il realismo dell’arte italiana nel ‘600 è avanti due secoli rispetto alla letteratura, storici dell’arte paludati in un birignao impossibile che li fa ammutolire, però, davanti a qualsiasi opera che non sia compresa nei venti trent’anni in cui sono specializzati, e di cui si dicono esperti al punto da saper riconoscere il tipo di tarli e di pulci che attaccano i quadri. Archeologi e antichisti che non hanno mai letto un romanzo che vada oltre la data 1960, quando va bene, scrittori e artisti che ignorano bellamente che molto di quello che stanno facendo è già stato fatto. Il giudizio di valore ha senso, anche qualora non risulti condiviso, solo se tiene conto di tutti gli elementi possibili, ha senso all’interno di una visione allargata, che lo specialismo e il tecnicismo avrebbero dovuto sostenere e che invece hanno inibito e censurato.

  3. Sono anch’io del medesimo parere di Alessandra: nell’oscurare la possibilità di un giudizio di valore ben argomentabile e non solipsistico (più che univocamente condiviso), alla censura del mercato che stabilisce un giudizio di valore ultramercantile si è affiancata (dialetticamente) per decenni quella del tecnicismo snobistico della critica. Non occorre giungere agli eccessi di Tirature e della scuola di Spinazzola per ipotizzare lessici e criteri flessibili ma normativi che aiutino a socializzare oltre l’acquario ormai incrinato degli addetti ai lavori la ricerca letteraria contemporanea e le sue punte d’eccellenza diffuse.

  4. @ emanuele zinato

    Mi sembra che fra l’idea di “un giudizio di valore ben argomentabile e non solipsistico (più che univocamente condiviso)” e l’ipotesi, a mio modo di vedere, un po’ castrante, di “criteri flessibili ma normativi” ci sia un abisso, a meno che la norma non sia semplicemente l’argomentabilità del giudizio. Altrimenti di quali criteri parliamo? Alberto Casadei propone la compiutezza stilistica e il valore conoscitivo, e si potrebbe anche essere d’accordo. Ma pigliamo a esempio un testo da lui citato: Le Benevole. Un romanzo infarcito di anglicismi maldestri. Cosa ne facciamo? O prendiamo Houellebecq. Valore conoscitivo, a mio giudizio, molto elevato, compiutezza stilistica probabilmente discutibile.

  5. Del tutto d’accordo fino alla tesi 7. Dopo cominciano i problemi. Perché il giudizio di valore intorno a un’opera non si può vedere sganciato da questa o quella poetica. Se sono futurista, dirò che una poesia di Marinetti è alta poesia; se non lo sono, dirò che fa schifo. Un giudizio di valore “a prescindere” non c’è: rischia di essere pura mistificazione. Un conflitto aperto tra poetiche diverse permetterebbe, invece, di dare giudizi “di parte”, sì, ma per questo più chiari e onesti. Il lettore poi vedrà, si farà un’idea.
    Prendiamo “Le Benevole”: per il semplice fatto che, per via della radice linguistica del suo autore, egli faccia parlare il suo personaggio nazista in francese, fingendo che si tratti di un alsaziano o qualcosa del genere, a me sembra un artificio che, in origine, già mina l’intenzione per altri versi “realistica” del romanzo. Ve lo vedete un ipernazionalista nazista che parla in francese? È un pasticcio che, considerando anche il tema “alla moda” dell’orrore e dell’Olocausto (termine, tra parentesi, da respingere), fa subito pensare a un prodotto confezionato per l’industria culturale. Ipotizzando un’opzione preliminare di poetica, riguardo al giudizio di valore di un’opera, si potrebbe dire per esempio: “Se sei un realista non puoi fare questo, non puoi inventarti un racconto in prima persona così artificioso”. Ma se non c’è un’opzione precedente, qualcosa che appunto ha a che fare con una poetica, non c’è alcun metro di giudizio. È solo nell’interazione tra lavoro critico intorno all’opera e discorso intorno alla poetica, che il giudizio di valore può svelare i trucchi di un’opera, spacciata in partenza come grande.

  6. Sono d’accordo con gli Assiomi proposti da Alberto, nei quali riconosco il precipitato di tanti circuiti di pensiero e tante discussioni, fra lui Guido Mazzoni e me, che due anni fa ci condussero all’ideazione e all’organizzazione delle Classifiche di qualità. Dispositivo che, malgado il forse fisiologico logoramento dei Lettori (non da ultimo a causa delle polemiche pretestuose che sin da allora hanno innescato), continua ad apparirmi necessario e più che valido.
    Preciso infatti di essere d’accordo con tutti gli Assiomi di Alberto, tranne l’ultimo. Non perché non condivida (non lo condivido) il suo giudizio sulle Benevole, ma perché nella definizione parodica di «qualunque racconto di “dolori del giovane” o di “egotismi aggressivi” o di “quêtes paranoiche”» come antimodello, come epitome cioè dell’opera narrativa non di qualità, rientrano in effetti una quantità di opere di qualità ivi compresa per es. la Recherche (che rientra a perfezione, a ben vedere, nella definizione in oggetto).
    Il che sta a significare che nessun singolo critico, fosse pure il meglio intenzionato e il più preparato (come è Alberto sotto ogni punto di vista), può identificare senza fallo, oggi, una definizione “normativa” (come mi pare la invochi, qui, Emanuele Zinato: il quale vorrei precisasse il suo pensiero al riguardo) di «qualità» individuandola in un testo contemporaneo modellizzante. Come in un’altra tipologia della cultura poteva fare, che so, Pietro Bembo col Canzoniere.
    C’è di mezzo non solo il postmoderno ma appunto la modernità: che ci ha abituato a classi qualitative diversamente sagomate, e fra loro compresenti nel campo letterario. Compresenza che impedisce (se non come affermazione di una poetica individuale, del tipo di quelle avanguardistiche qui stigmatizzate da Alessandra Sarchi) di mettere pregiudizialmente da una parte Le benevole e, dall’altra, il «racconto di “dolori del giovane” o di “egotismi aggressivi” o di “quêtes paranoiche”».
    La risposta, all’esigenza di “confini” della letterarietà, può venire dunque, a mio avviso, da un giudizio “singolare-plurale”, emesso da comunità ampie ma non indiscriminate di “esperti”. Le Classifiche di qualità sono per l’appunto un dispositivo di questo genere, magari rozzamente articolato, ma a mio parere sufficientemente efficiente. Vincenzo Ostuni ha scritto una cosa molto interessante per questa prospettiva di lavoro “singolare-plurale” (attribuita nella fattispecie al movimento TQ e al suo lavoro su una possibile certificazione di “qualità” editoriale) su alfabeta2 numero 12, settembre 2011, p. 9. Ed è importante il contesto di questa concettualizzazione, dal momento che essendo nata TQ non come proposta di un’estetica o di una poetica condivisa ma come movimento politico di «lavoratori della conoscenza», deve per forza andare in cerca di una definizione di qualità che vada al di là delle scale valoriali dei suoi singoli componenti. Ne cito qualche passaggio: «Un giudizio di qualità si vuole […] deflazionato, procedurale, composizionale (diremo anche stipulativo). Un giudizio estetico potrebbe definirsi invece “baldanzoso”, tematico, individuale […] È quanto accade nelle giurie dei premi letterari (ci riferiamo ai casi virtuosi), nella ormai proverbiale commissione norvegese [Ostuni si riferisce al caso riportato da André Schiffrin nel suo Il denaro e le parole, Voland 2010, su cui aveva già scritto un interessante articolo sul numero 6 di alfabeta2, gennaio-febbraio 2011]. Accade anche nelle classifiche di Dedalus, che presentano numerosi pregi. Se ne scorriamo le liste, troviamo libri che possono non piacerci esteticamente, ma di rado libri della cui presenza sui nostri scaffali potremo vergognarci […]. Il risultato “composto” della procedura, che avrebbe per ingrediente le incommensurabili preferenze dei singoli, fonderebbe (e non presupporrebbe) una soglia informale e fallibile di dignità letteraria».
    Trovo particolarmente importante un’altra considerazione di Vincenzo: «il giudizio estetico è continuo e individuale, il giudizio di qualità è collettivo e discreto. Ma tale divaricazione non va intesa come mero frutto del comporsi statistico di giudizi estetici vari e confliggenti attorno a un comune denominatore o a una mediana. Già a livello del singolo, esiste una differenza sostanziale fra discorso della qualità e discorso, se vogliamo chiamarlo così, della bellezza. L’espressione di un giudizio di qualità si basa su una volontaria sospensione, o attenuazione metodica, di un’altrimenti salutare “baldanza”, quella che fonda l’analisi estetica, a favore di un atteggiamento etico inclusivo, una forma di rispetto; il genere di rispetto basilare che in noi accomuna tanto le opere di scrittori affini e ammirati, quanto quelle di onesti e degni> estranei o avversari».

  7. Leggo in ritardo il commento di Rino Genovese, col quale concordo (non è un caso che citi il caso del futurismo: appunto la modernità – e retrocederei all’inizio del romanticismo, al riguardo – prima della postmodernità ha cambiato le carte in tavola).

  8. Ringrazio intanto tutti quelli che sono intervenuti e mi fa piacere che la formula che ho, davvero sperimentalmente, voluto proporre risulti in qualche modo efficace, se non altro perché consente un’immediata evidenziazione degli snodi su cui discutere. L’obiettivo primario era quello e cercherò di precisarlo ancora meglio nei miei interventi futuri.

    Intanto, rispondo ad alcuni problemi di fondo (di solito non faccio riferimento ai singoli, sempre per non disperdere troppo il discorso: ma grazie ad Andrea di aver voluto sottolineare il legame operativo fra le mie riflessioni attuali e le motivazioni di fondo delle “Classifiche” e in particolare del “Premio Dedalus”.

    E’ chiaro che il mio intento era quello di riportare nell’ambito concreto della prassi critica la ricerca di criteri condivisibili per poter formulare giudizi di valore. Non volevo in nessun modo essere poliziesco o limitativo: ma se non vogliamo che siano leggi ‘allotrie’ (il mercato, le vendite, le antipatie dell’editor ecc.) a segnare il destino della nostra letteratura attuale, è chiaro che alcune scelte si debbono fare.

    Che queste dipendano da una poetica, in teoria, è vero: ma quale poetica? Quelle appunto rigidamente legate a una e una sola ‘buona norma’? Classicismi e avanguardismi in questo non differiscono e possono anche riuscire a individuare valori duraturi. Ma il mio ideale è semmai il Leopardi che, nello “Zibaldone”, riconosce l’eccezionale persino nei classici più classici: Omero che è anche poeta ‘di cuore’ pur dovendo, secondo la poetica leopardiana, essere tutta immaginazione ingenua. Questa è l’apertura secondo me necessaria, adesso, a riconoscere valori: e concordo senz’altro con chi vede ancora nelle ultime forme di chiusura e arroccamento nei giudizi standard o nella pura descrittività parastrutturalista il Nadir della critica in quanto tale degli ultimi decenni.
    Non sono convinto che un giudizio condiviso si possa ottenere partendo da poetiche forti. Occorre la disponibilità a un confronto che esca dagli schemi: e il livello che io cerco non è quello della buona riuscita, dello scrivere bene, nemmeno della verosimiglianza (sul realismo in letteratura ho le mie idee, come qualcuno sa: ma su questo, ci sarà forse un altro ‘assioma’). “Le Benevole” non è un grande libro per i suoi aspetti stilistici di superficie: è un grande libro perché nessun altro, di recente, è riuscito a penetrare nei meandri di un essere umano chiaramente ‘abnorme’ senza voler sottolineare la sua abnormità. Se si fa così, cioè se si pretende di ‘spiegare Hitler’, si compie un’operazione meramente ideologica. Invece, se riesco a immedesimarmi in un assassino che uccide non per gusto estetizzante o per mera banalità del male, ma per un insieme di cause che hanno a che fare con la sua a suo modo straordinaria cultura, con le sue ‘deviazioni’ (lo dico in senso neutro, ma per far capire che questo aspetto è essenziale, con il suo essere scampato alla morte in modo quasi meta-fisico ecc. Questi sono aspetti che rendono un romanzo cognitivamente di grande valore, e questo credo che sia, non solo oggi, il primo motivo per cui noi continuiamo a leggere certe opere considerandole classiche. Dante ci dirà sempre molto di più di un banale poemetto allegorico coevo, perché ha compreso molto di più rispetto alla somma dei suoi presupposti culturali.
    Il problema, e con questo momentaneamente mi fermo, è allora quello di arrivare a un confronto effettivamente aperto ma che condivida non tanto una poetica bensì alcune tendenze fondamentali. La prima, per me, è quella della necessità di riconoscere una complessità gnoseologica significativa in un’opera che vogliamo sia considerata di ‘valore’. Questa complessità diventa poi sempre, a suo modo, parte di una visione del mondo: non immediatamente politica, ma in prospettiva anche tale, se intendiamo per azione politica anche la creazione di una comunità capace di motivare su un piano non unicamente pragmatico le scelte di fondo dei propri destini.
    Per questo, credo sia fondamentale un confronto sempre più chiaro e non precostituito sui valori che, adesso, ci sentiamo di sostenere, a cominciare, non vede perché non si dovrebbe, da quelli del XX secolo – che non saranno fissi per l’eternità e brutalmente normativi, ma devono essere posti in evidenza, questo sì), proprio per poter andare oltre.

  9. Anch’io leggo con interesse il tentativo di organizzare un pensiero critico attuale attorno ad alcune priorità antimercantili, ma con preoccupazione trovo invece prefigurato in questi assiomi il ribadirsi di certi steccati e dell’ossessione canonizzante di alcuni di noi. Anzitutto perché pur esercitando o avendo esercitato o sperando di poter continuare a esercitare, come Casadei e alcuni degli intervenuti alla discussione, la medesima attività, e cioè la critica tanto “accademica”, ovvero il dialogo con i testi del passato o comunque in qualche modo storicizzati attraverso la loro ricollocazione entro il sistema didattico-formativo, quanto la critica cosiddetta “militante”, ovvero l’attività di scrematura, segnalazione, valutazione, promozione (nella migliore delle accezioni) dei testi dei contemporanei attraverso i canali della comunicazione cosiddetta di massa (non che l’università non lo sia, d’altra parte), dicevo, pur esercitando la medesima attività di Cortellessa, Zinato e Casadei, non credo ci troveremmo mai d’accordo nello stilare un canone dei romanzi imprescindibili degli anni dal Sessanta in poi, canone di cui in effetti la formazione secondaria e universitaria fa volentieri a meno, arrestandosi, non ci si crede, ancora a Svevo e Pirandello, nella gran parte dei casi. Allora: già mi vedo immersa in interminabili discussioni coi suddetti o, peggio ancora, con altri critici posti da certe tipologie di scrittura (sperimentalismo, ricerca linguistica, etc.) a distanze siderali: Tizio ce lo mettiamo? No, ci mettiamo Caio, e quindi se ci può stare Caio non ci può stare Tizio, perché è solo in parte vero quello che dice Cortellessa, che il postmodernismo ci ha abituati alle compresenze. Sì, certo, ma nel senso che possono avere ribalta e riconoscimenti e patenti letterarie oggetti diversissimi, se non opposti – le classifiche di qualità, peraltro benemerite, sono lì a dimostrarlo – ma poi, per carità, a chi piace Tizio non dovrete mai nominare Caio, e viceversa. E se, tanto per fare due nomi (non) a caso, al posto di Tizio ci mettiamo il solito Sanguineti e al posto di Caio i soliti Bassani e Cassola, ecco che senz’altro immediatamente ci capiamo, e non ci troviamo più così d’accordo, noialtri critici.
    Allora: forse il compito della critica, al di là delle discussioni sulla qualità e i valori estetici assoluti, che nel dominio egemonico dei valori meramente “monetizzabili” vanno senz’altro ripristinati a mo’ di contrappeso, si deve però in primo luogo riattivare come compito dialogico e storico, per dirla con Guido Guglielmi, la prima funzione della critica essendo quella di dare voce a un’opera che di per sé potrebbe restare muta, o esprimersi in una lingua “straniera” (come diceva Proust) o per lettori ancora “non nati” (Manganelli). Chi restituisce al testo la sua voce, e qui voglio citare Guglielmi direttamente, è il critico in quanto al testo restituisce il suo senso “storico, dinamico, in divenire. E gli resta tanto più fedele quanto più si rifiuta di dargli una figura positiva, di immobilizzarlo nella sua letteralità”. Forse è qualcosa di diverso e di prioritario rispetto al mero giudizio di valore o alla necessità di un canone: perché, non so se ve ne siete accorti, ma nei supplementi cosiddetti culturali che tendono a formare il gusto e a far prevalere certe tendenze/valori, i nomi dei critici stanno scomparendo in favore degli scrittori rampanti o dei cosiddetti scrittori: perché il critico come “scienziato del possibile”, ancora con Guglielmi, viene avvertito come troppo fumoso, inutilmente complicato, mentre lo scrittore che racconti un libro (vedi il solito Baricco) lo può fare in modi affabulatori, che “arrivino direttamente al lettore”, e che siano più adatti (ultima citazione da Guglielmi, un po’ a memoria) “a tradurre in misure di senso comune o di gusto l’arte, lasciandone cadere l’elemento critico-negativo, con una lingua che riassorbe e livella la singolarità delle opere”.
    Forse è a questa singolarità che deve ancora guardare il critico, per recuperare il vero tratto di differenza rispetto a tutto quello che possono fare, effettivamente, anche gli altri al posto suo, i common reader, gli “scriventi”, oppure, e tanto peggio, dei bravi uffici stampa.

  10. La necessità di ‘punti fermi’ (formula che preferisco a quella più asettica di assiomi) credo debba imporsi come necessità prima di tutto individuale. Ciascun critico, ha il diritto di redigere la propria mappa, delineare il proprio canone, esclusivamente fondato sulla sovrana ragione di un giudizio di valore (e di gusto, che poi è lo stesso) che sia vissuto come espressione di una verità soggettiva il cui disegno si viene componendo e definendo per forza d’argomentazione; depurato da ogni idolatria di marca semiologico-strutturalista: del testo per il testo, del misconoscimento dell’autore, della scrittura intesa come scienza (secondo la vulgata di Roland Barthes e dei suoi tanti, troppi, nipotini). E che riduce la funzione del critico a quella di anatomista del testo: mero verificatore, nell’analisi letteraria, di verità a priori (confezionate a tavolino). Il giudizio di valore dovrebbe essere sentito come precisa e individuale assunzione di responsabilità da parte del critico; basata sull’incastro tra giudizio e canone, e sull’idea che la forza della letteratura si misuri, sempre e comunque, sulla capacità di rapportarsi all’«altro» da sé, nella “spola infinita” tra letteratura e vita, per citare un luminosissimo scrittore (purtroppo, a torto, obliato) come Michele Perriera.
    La critica da interpretare, dunque, come critica della vita.
    Riguardo poi al sacrosanto riferirsi a “parametri trasversali e transculturali”, e nello specifico l’invocare la “compiutezza stilistica” e la potenziale “valenza cognitiva” che l’opera letteraria può e deve in sé contenere, mi pare la strada da compiere sia più che lunga… Per dirne una: pensiamo alle opere del secondo Calvino (dalle storie cosmicomiche ai raccontini palomariani) che, mentre necessitavano di essere comprese e interpretate proprio alla luce di quei valori sopra indicati da Casadei (di “compiutezza di stile” e “valenza cognitiva”), hanno prodotto, complici griglie ermeneutiche viete, letture critiche che pompano insistendo sul basso continuo del disimpegno e del gioco a de-responsabilizzarsi, misconoscendone l’alto valore gnoseologico. Ma solo per dirne una.

  11. Riporto come contributo alla discussione queste righe di mia madre tratte da “Punto di vista” (n°27/2001):
    “…Ho letto critici seri, fortemente limitati dal loro gusto e dalle esperienze di determinate poetiche che li rendevano prevenuti, se non ostili, e comunque poco permeabili al libero rapporto poesia-critica. Infatti il critico si serve dei “materiali” e degli “strumenti” dei poeti per “spaziare” ed è ben grave se costruisce per essi le ali di Icaro o, peggio, le stampelle. Un poeta, creato dal nulla, se cade il critico che l’ha costruito o i contesti storico-politici o le mode d’élite, ha scritto per il piacere proprio e del suo critico.

    Penso sia importante che i giovani di oggi curino lo studio di testi divergenti e convergenti con il loro gusto, ampliandolo e che si abituino a questa libertà dai condizionamenti che piovono dalle esemplari banalità che i maestri di stile (minimalisti o altro…) spacciano per modelli di poesia. Così facendo, acquisteranno pure un potenziale critico, utile per se stessi, se sono anche poeti e mai si acquieteranno in una determinata forma che li comprime, a torto definita stile, forma che rischia unicamente la maniera ed il pregiudizio semantico…” MARIA GRAZIA LENISA

  12. Alcune precisazioni.
    Il fatto che gli ‘assiomi’ risultino ad alcuni un po’ sospetti perché vi ci colgono subito rigidezza, steccati, sclerotizzazioni è forse spia di un retropensiero che io sento in molti critici e letterati: la libertà di *non* chiudere il discorso è una forma di superiorità rispetto ad ambiti come quello delle scienze dure, le filosofie sistematiche ecc. che dobbiamo salvaguardare in quanto proprio del pensiero artistico. Io non credo che sia così. Occorre una spietata chiarezza in quello che speriamo di raggiungere con il nostro ‘fare critico’ se vogliamo poi capire quali sono gli obiettivi da proporci se vogliamo davvero incidere in questo tempo. Le prese di posizione a priori, come sono quelle di molte poetiche, non corrispondono alle esigenze della letteratura attuale, che io credo debba prima di tutto provare a riformulare i miti condivisi sul nostro ‘esserci’.

    Non vedo perché non possiamo a confrontarci su autori e, soprattutto, opere, che seriamente consideriamo le più significative fra quelle che, per esempio, noi tutti vorremmo che si leggessero anche alle scuole superiori: io considererei la lettura, anche solo antologica, del *Partigiano Johnny* un incredibile accrescimento nell’asfittica visione della nostra letteratura, con la quale molti ragazzi lasciano le superiori per non tornare più a leggere niente. Quando poi andiamo a fare i conti sul pubblico che non c’è per le opere attuali ‘fuori mercato’ dobbiamo capire che molto nasce a quel livello. E d’altra parte, molti insegnanti si decidono ad affrontare il secondo Novecento solo dopo molti incontri e rassicurazioni, come ho avuto modo di constatare.

    Io credo però che sia giustissimo considerare l’obiettivo della valutazione come qualcosa di dinamico e di accettabile a livello di comunità: il giudizio del singolo mi interessa, quello di una comunità di individui con cui so di potermi sempre confortare mi interessa ancora di più.

    Infine, lo stile. So che ci sono state molte discussioni in merito anche di recente. Ma se continuiamo a pensare che lo stile sia solo un tratto formale e un ‘miglioramento’ (o peggioramento) estetico, invochiamo solo degli pseudo-princìpi. Da questo punto di vista, una seria riflessione su molti dei nostri pregiudizi fondativi andrebbe effettivamente affrontata, se non altro per dimostrare perché una buona parte dei discorsi sulla letteratura si fonda su mere approssimazioni, e questo genera poi il rumore di fondo di molti nostri dibattiti.

  13. @ Cortellessa, Prazio
    Ammetto senza difficoltà che il termine “norma” da me impiegato possa aver dato luogo a qualche equivoco. Io intendo “norma” come codice deontologico della critica non come uniformità di criterio di valore. In un’epoca in cui l’aggressività dell’ignoranza e l’ipostasi del soggettivismo sono in ogni campo tracotanti, credo alla necessità di pazienti operazioni condivisibili, anche nel piccolo campo della ricerca letteraria. A esempi, è buona norma affiancare all’interpretazione la descrizione dei testi. L’interpretazione non può che essere parziale, determinata non solo dal giudizio estetico ma soprattutto dalla visione del mondo del critico, dal suo ordine di valori e di finalità personali e collettive (con cui storicizza o attualizza l’opera). Esibendo la propria parzialità, il giudizio critico incontra alleati e avversari: e ciò è già un importante atto comunitario. Quello che credo debba essere davvero “normativo”, universale, e che pertiene alla descrizione, è invece “Il rispetto con cui ci avviciniamo a un testo letterario” – che può “modellarsi eticamente sul rispetto dovuto all’altro”, “all’individualià delle persone umane” (F. Orlando)

  14. Ho trovato le “tesi” molto interessanti e per quel poco che ne capisco largamente condivisibili.
    Vorrei soffermarmi sul punto 10: l’insegnamento della letteratura nelle scuole superiori. Il mondo della critica accademica dovrebbe fare una campagna decisa per far saltare definitivamente l’insegnamento solo storico della letteratura a scuola (questo vale anche per i filosofi accademici nei confronti dell’insegnamento storico della filosofia). Per la letteratura, una parte di insegnamento di storia della letteratura forse dovrà rimanere, lascio la valutazione agli specialisti. Però certo bisogna affermare il principio che i testi vanno letti, senza seguire il percorso storico. A giugno, a un esame di maturità di un Liceo ex magistrale ho sentito delle ragazze che commentavano Vittorio Sereni. Mi sono risvegliato dal torpore, felicemente sorpreso. La collega di italiano mi ha detto che lei semplicemente porta i testi, li fa leggere e li commenta. Con una certa spregiudicatezza. E’ la via da seguire. Il percorso storico ci sta strangolando.
    E’ importante che sia l’università a far sentire la sua pressione “culturale” sul ministero e sulla scuola, per far capire che lo storicismo soffoca la possibilità della valutazione critica (così come soffoca l’argomentazione e il giudizio critico in filosofia).
    Concordo anche con Alessandra Sarchi sui danni dello specialismo, ma è un problema di sistema sociale, difficilmente ne usciremo.

  15. @Zinato: Già portato su questo terreno, con questa precisazione, mi trovo più d’accordo.

  16. @ alberto casadei

    “a me sembrate tutti fuori di testa, ma dove pensate di andare!” per dirla con gli Offlaga Disco Pax, Lungimiranza.

    Premessa: una volta c’era il sangue blu, e il critico pure. oggi resta il sangue blu ma il critico non conta più un cazzo ( un giorno anche il sangue sarà rosso per tutti ) e dunque dobbiamo correre ai ripari.

    Nel mezzo: cosa c’entra l’idea che a scuola sarebbe bello leggere Fenoglio con il resto?

    Un po’ di assiomi: Il valore dei libri non esiste. se anche esistesse nulla ci dice che i critici lo saprebbero riconoscere e stimare e proporzionare.

    conseguenze: le classifiche di qualità sono senza senso, funzionano tali e quali le classifiche di vendita, ovvero segnalano dei titoli. dunque hanno una loro utilità nonostante la premessa assurda. un po’ come pretendere di porre degli assiomi per un metodo che non può essere scientifico altrimenti deve riconoscere che non c’è alcun abisso tra x e y.

    Prova di finale riconciliante: davvero non capisco come persone che hanno evidenti talenti e passioni perdano il loro tempo a presidiare una fortezza vuota che non interessa a nessuno.

  17. Sono d’accordo con Alberto Casadei. Molti libri di critica, soprattutto di critica militante, mancano di chiarezza. Il critico non può mai essere disgiunto dal teorico e non solo per questioni di chiarezza verso il lettore e verso lo scrittore di cui parla, ma anche per se stesso. Tuttavia le teorie letterarie hanno valenze storiche, sociali, economiche, ecc., che s’interallacciano in modo più complesso che in una teoria sociologica o economica. La logica che le sottende è emotiva e il giudizio non può trascurare la provvisorietà delle aspettative delineate dalle idee teoriche (non parlerei di assiomi perché c’è sempre un’esperienza diretta alla base).
    Che poi tutti questi discorsi siano senza senso, come dice dfw vs jf, sarà pur vero, ma anche la vita è senza senso eppure bisogna viverla.

  18. @ roberto bertoldo

    Infatti, possibilmente bene.
    Senza senso: le classifiche di vendita sono basate su un dato reale esterno difficilmente influenzabile da chi stila la classifica ( una casa editrice può comprare le proprie copie per far entrare il libro in classifica e dargli spazio, oppure pagando per la pubblicità; ma un giornale perché mai dovrebbe farlo? ). Così abbiamo una classifica buona per tutti, perché si limita a dire chi ha venduto di più. Il numero di copie, che sia alto o basso, non ha nulla a che vedere con il presunto valore del libro in questione. La classifica di qualità invece è basata su un metro di giudizio direttamente creato da chi stila la classifica. Sono di qualità quei libri che vengono votati da coloro che abbiamo invitato a votare, e li abbiamo scelti perché sappiamo che sanno votare.

    Dopodiché io la classifica di qualità la consulto perché mi aiuta a conoscere dei libri, ma basterebbe citarli, senza metterli in ordine di punteggio. Però ai difensori della fortezza interessa il marchio di qualità, e allora io intervengo a segnalare l’inconsistenza dei loro metodi.

    Al punto 6 Casadei dice che “nell’ambito della musica e della letteratura, il successo di pubblico è invece assai più importante che non il giudizio degli esperti”. Importante per chi e cosa? Quando ci piace un libro o un cd di solito non lo condividiamo con gli altri? È così strano che le persone vadano a cercare cosa piace agli altri? Vogliamo invece un rapporto 1 a 1? È così strano che le persone leggono i libri e solo alcuni libri che parlano direttamente di altri libri? Non c’è logica dietro, e non c’entra niente il capitalismo contemporaneo, c’entra invece che l’uomo è un animale sociale ( sebbene con geni egoisti ). Segue il punto 7. E così via. Razzismo intellettuale, si chiama. Il problema della cultura è l’accesso per tutti, la possibilità di conoscere le opere prodotte, non che le opere di qualità vengano riconosciute e imposte. Banalmente che il blockbuster esce con 1000 copie e invade ogni spazio pubblicitario e i piccoli film se la giocano con il passaparola. Che i film abbiano lo stesso spazio, poi la gente vedrà comunque il blockbuster, perché è normale così, e non c’è da lamentarsene. Non, rendere evidenti a tutti i presunti abissi, ma riempire gli abissi con parole, note e colori.

    Grazie, mi ha dato l’appiglio per sfogarmi di nuovo.

  19. Forse per colpa della mia inesperienza o della mia incapacità, o di entrambe le cose, quando si parla del giudizio di valore come di qualcosa che dipende da fatti strutturali e rigidamente interni al testo (in questo caso la compiutezza stilistica e cognitiva), non riesco a trovarmi a mio agio.
    Io ho l’impressione – ma scrivo per essere corretto – che i fatti di stile (che sono poi una sola cosa con quelli di cognizione) possano essere analizzati, ma non giudicati.
    Mi sembra di non poter scegliere in che gerarchia valoriale collocare le forme possibili dell’opera letteraria. Prende più punti la simmetria o l’asimmetria? La completezza o l’incompletezza? Il bassorilievo o il tuttotondo? I colori o il bianco e nero? La rima ricca o la rima imperfetta?
    In genere mi rispondo da solo: prende più punti chi sviluppa stilisticamente al meglio la propria intenzione. Più o meno come diceva su questo stesso sito Siti parlando della “surdeterminazione” come legge interna delle grandi opere letterarie.
    Poi però mi rispondo di nuovo: ma sei sicuro che valga di più quello che vale, e non quello che non vale? Sei proprio proprio sicuro che si possa dare un marchio di qualità a quello che in definitiva è un insieme di sensazioni? Non stiamo compiendo un’operazione classicistica col solo fatto di dare per scontato che “surdeterminazione sì” sia meglio di “surdeterminazione no”?
    Anche in sede di storiografia letteraria non è difficile rendersi conto che i criteri che utilizziamo non sono affatto questi: molti degli autori che noi consideriamo classici, letture formative per la scuola, li leggiamo non (o, più spesso, non solo) per le qualità strutturali interne delle loro opere, ma perché reputiamo le loro opere sintomatiche di un certo momento storico o di un certo – storico – modo di sentire a nostro avviso significativo. Perché, allora, per la contemporaneità conta solo il testo, e il contesto possiamo non considerarlo? Perché non siamo capaci di prevedere il futuro, e quindi è difficile storicizzare? Certo. Ma allora la critica militante che cos’è? Il momento immaturo e provvisorio della critica accademica? Non è una domanda retorica: voglio proprio saperlo.
    Se è così, questa esigenza mi sembra avvicinarsi pericolosamente a quella mania dell’esattezza che persino i sistemi d’interpretazione fisica del mondo hanno perso. Mi e vi chiedo: non si può fare molto di più? Non è molto più auspicabile una critica assolutamente partigiana, in quanto derivante da una più o meno precisa idea del mondo e della storia e di quel particolare buco da cui vogliamo che il mondo e la storia passino nel futuro?

  20. Non c’è il rischio di disinnescare le potenzialità di ogni tipo che la letteratura possiede, per canalizzarle interamente nella realizzazione di un “piacere specializzato” spaventosamente funzionale?

  21. @ dfw vs jf
    Prego, non c’è di che; gli sfoghi, se di qualità come il suo, fanno per l’appunto vivere meglio.
    Più che senza senso le classifiche non fanno scrivere meglio né chi vi è inserito né chi non vi è inserito. Ed è la scrittura che deve interessare ad uno scrittore, con quello che ci mette dentro, non gli apprezzamenti che essa può o meno donargli.
    In ogni caso questo post ci invita alla questione del giudizio di valore. Non troveremo senz’altro una soluzione definitiva e bisognerebbe quanto prima decidere se valutiamo un libro o l’opera intera di uno scrittore. Per fare un esempio, dovessi confrontare i romanzi di Pasolini con quelli di Dostoevskij direi che Pasolini è un narratore ‘normale’, le sue poesie con quelle di Pasternak direi che è un poeta ‘normale’, lo stesso direi per Camus filosofo rispetto a Kant e Leopardi poeta rispetto a Tasso, ma la personalità di Pasolini, Leopardi e Camus è talmente pregnante da illuminare anche le loro produzioni di genere. Devo dunque inserire nel giudizio di valore la personalità dell’autore o no? Perché, veda, il problema degli scrittori è spesso la mancanza di spina dorsale, come diceva Nabokov, e senza questa i loro libri risultano meteore, quando va bene. Il critico, a mio avviso, non può trascurare questo fatto della personalità, in quanto è essa che crea il nuovo stile, non il lavoro a tavolino. Chi scrive sa bene che non può forzare lo stile, ne verrebbe fuori un’opera monca. Invece lo stile non è mai maniera ed è per questo che sfugge ad una critica assiomatica.
    Però le idee teoriche non sono un impiccio se sono esse stesse prodotto della personalità del critico, e a quel punto fa bene Emanuele Zinato a richiamare l’attenzione sul modello etico di Francesco Orlando, sufficiente per un giudizio dialettico, il solo plausibile, in grado di riattivare il carattere epagogico della teoria assunta. Purtroppo gli scrittori di questo genere sono talmente impegnativi da fare scappare a gambe levate i contemporanei.
    PS. Riguardo l’insegnamento della letteratura e della filosofia, controfirmo le affermazioni di Mauro Piras

  22. Vediamo di riassumere. Siamo d’accordo sul fatto che i criteri, gli assiomi, o come altro vogliamo chiamarli, ci vogliano, perché siamo tutti d’accordo, mi pare, sul fatto che una critica puramente “avalutativa” non abbia più senso. Anche i due punti della “compiutezza stilistica” e del “valore conoscitivo” ci trovano d’accordo. Un’opera sgangherata, per quanto possa avere un valore conoscitivo, difficilmente potremmo ritenerla “bella”; un’opera che ci dia molte informazioni su qualcosa, o su un certo mondo, senza porsi la questione della forma (ciò vale anche per un saggio secondo me) non potremmo metterla in cima alle nostre classifiche. Però, pur consentendo che le poetiche siano plurali, come in senso più ampio lo sono i contesti dei nostri giudizi, se Gilda Policastro porrà in cima alla sua “classifica” Sanguineti e Ottonieri, poi, parlando, che so, di Calvino e Tabucchi, potrà certo dire “Meglio Calvino!”, ma questo giudizio, per lei, sarà sempre su un altro piano rispetto a quello, più alto, su cui colloca Sanguineti e Ottonieri. Ciò dipende appunto dalla sua opzione di poetica. Se invece volessimo prendere in considerazione un criterio più ampio di quello della poetica, come quello del conflitto o stridore che una data opera o un dato autore hanno con il mondo editoriale circostante, con l’industria culturale – e questo sarebbe un discorso di contesto anziché di poetica -, potremmo dire, che so, che un libro di Celati è migliore di uno di Tabucchi, e cercare di argomentare questo giudizio con l’analisi delle loro opere. Se paragoniamo, che so, “Il partigiano Johnny” di Fenoglio con “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, potremmo farlo per contiguità storico-culturale tra i due testi, e per la diversità dei procedimenti stilistici che utilizzano: e il nostro giudizio avrà un senso. Se invece paragoniamo Fenoglio e Littel (a parte le mie considerazioni precedenti sul sospetto kitsch di quest’ultimo), entriamo in una “terra di nessuno”, perché i due libri non sono paragonabili né per le poetiche né per i contesti. Dunque la nostra classifica, se vogliamo farne una, si complicherà, perché dovremmo frammentarla a tal punto che, al limite, ogni confronto tra due libri sarà un caso a sé. La conclusione è: non sarebbe meglio, allora, non stilare affatto delle classifiche, ma dire più semplicemente: cari lettori, questi sono i libri che noi consigliamo, pari merito, per delle ragioni di ordine generale, che comprendono sia scelte di poetica sia scelte di contesto?

  23. Convengo con Roberto Bertoldo circa la non trascurabilità della personalità dell’autore e sulla centralità della forma nella quale l’autore concretizza un’intenzione; così come mi pare corretto il discorso tenuto da Rino Genovese, di ordine potremmo dire metodologico, sulla possibilità di avere strumenti più fondanti per instaurare, in fase comparativa, un giudizio sul piano della opzione di poetica o della scelta di contesto. @Rino Genovese: perché “i libri che noi consigliamo” non sono il personale canone che, a seconda della soggettiva considerazione di valori che ognun critico inevitabilmente opera, si confronta, si oppone, con quello espresso da altri critici?…

  24. Perché l’idea di canone spaventa?… Lo chiedo sinceramente a Casadei, Zinato, Cortellessa & Co.

  25. L’idea di canone, benché “oscillante”, non mi spaventa. In area angloamericana, come si sa, è stata – due o tre decenni or sono – un’idea praticata soprattutto in senso postcoloniale. Banalizzazioni culturaliste a parte, quella discussione ci ha aiutato a considerare il canone come il frutto di un conflitto e di un dialogo, non come un primum originario. Dobbiamo però cercare ora con pazienza dei punti fissi dentro la contingenza e la relatività “liquida” dei significati e dei criteri di giudizio. Finché il giudizio di “gusto” resta soggettivo, in interiore homine, o esibizione narcisista e muscolare da salotto mediatico, non si arriverà a nessuna canonizzazione condivisa delle scritture contemporanee. Sia pure su basi “deboli”, la costruzione di un giudizio condiviso passa di necessità per la trasparenza argomentativa (dicevo: il rispetto del testo e la parzialità dell’interpretazione). Nel passato non lontano Fortini e Pasolini, Sanguineti e Calvino discutevano animatamente sul valore di poetiche “sperimentali” o “classiciste”, sull’oscurità o sulla chiarezza della lingua poetica (e sull’idea di rapporti linguistici e sociali che spesso ne era il sottointeso). Ma erano tutti interpreti capaci di argomentare e di indicarci delle (difformi) tavole di valori.

  26. @Zinato: forse semplifico un po’ troppo, e chiedo venia per questo, ma non credi che sia venuta meno proprio la possibilità di far dialogare proposte di canoni letterari, sistemi di riferimento basati su presupposti antitetici?… Un esempio banale che, anche se ormai datato (e per quanto mi riguarda più che morto e sorpassato), continua a riprodurre un’ideologia critica che pericolosamente si ripropone e la lettura interpretativa del Pasolini contro Calvino di Carla Benedetti… Esempio a mio giudizio paradigmatico di come il pre-giudizio ideologico neghi di fatto la possibilità di accogliere nel canone tanto l’uno che l’altro (che nega a priori una coesistenza: l’accetarli come espressioni e risposte alla crisi di pari dignità sul piano dell’espressione letteraria e del racconto della realtà).
    Ancora: se si spinge sulla funzione stile, intesa come invenzione linguistica, quanti scrittori resistono, tra i più recenti? Epperò, chiedo ancora, se si prescinde dalla lingua e dallo stile (in tal senso mi tocca essere d’accordo con Pedullà junior) nel giudizio di valore, non neghiamo sostanza a una parte certo fondamentale del mestiere del critico?… Mi rendo conto di semplificare, ma davvero mi piacerebbe sentirvi su questi argomenti.

  27. @ emanuele zinato

    «Ammetto senza difficoltà che il termine “norma” da me impiegato possa aver dato luogo a qualche equivoco. Io intendo “norma” come codice deontologico della critica non come uniformità di criterio di valore. In un’epoca in cui l’aggressività dell’ignoranza e l’ipostasi del soggettivismo sono in ogni campo tracotanti, credo alla necessità di pazienti operazioni condivisibili, anche nel piccolo campo della ricerca letteraria. A esempi, è buona norma affiancare all’interpretazione la descrizione dei testi. L’interpretazione non può che essere parziale, determinata non solo dal giudizio estetico ma soprattutto dalla visione del mondo del critico, dal suo ordine di valori e di finalità personali e collettive (con cui storicizza o attualizza l’opera). Esibendo la propria parzialità, il giudizio critico incontra alleati e avversari: e ciò è già un importante atto comunitario. Quello che credo debba essere davvero “normativo”, universale, e che pertiene alla descrizione, è invece “Il rispetto con cui ci avviciniamo a un testo letterario” – che può “modellarsi eticamente sul rispetto dovuto all’altro”, “all’individualià delle persone umane” (F. Orlando)».

    Su questo principio ermeneutico mi trova completamente d’accordo, ma penso sia spesso di ostica applicazione. Come mostrato dalle recenti discussioni critiche su internet a proposito di Elisabeth di Paolo Sortino, le opere letterarie, come gli individui, possono suscitare idiosincrasie la cui forza rischia di prendere il sopravvento sulla volontà di ascolto dei testi. Per superare questo stato di cose, non credo basti abbracciare l’enunciazione del principio, penso sarebbe necessario, da parte dei critici, compiere un faticoso tirocinio di corpo a corpo coi testi, accettando anche l’eventualità di una messa in crisi dei propri postulati interpretativi. Quanto alla questione del canone, mi sembra che, per quanto esso possa essere concepito e strutturato elasticamente, ci sia il rischio di una svalutazione aprioristica delle opere inattuali, o della «letteratura minore» nel senso che Deleuze attribuisce alla categoria .

  28. @Calcaterra:
    A me non risulta che Carla Benedetti non accetti le opere di Pasolini e Calvino “come espressioni e risposte alla crisi di pari dignità sul piano dell’espressione letteraria e del racconto della realtà”. Non le accetta, semmai, come espressioni e risposte di pari efficacia. Un conto è la dignità, che riguarda fattori interni ai testi, un altro conto è l’efficacia in rapporto alla risposta che vorremmo (che il critico vorrebbe) si desse a un determinato problema. La prof. Benedetti voleva rendere giustizia a un Pasolini fin troppo trascurato dal gusto della critica e degli stessi scrittori contemporanei, non sostenere che Pasolini andasse letto AL POSTO di Calvino.
    Io riesco a vedere un senso soltanto in operazioni di questo tipo, che sono poi quelle che partono più spesso dagli scrittori. Così nell’Ottocento ci si è sempre più resi conto che Dante non solo non aveva niente di meno di Petrarca, ma che addirittura dovesse ritenersene più importante la lettura e l’assimilazione rispetto all’altro. Ovviamente questo deriva da ragioni di poetica e, a dispetto di tutti i postmodernismi, ogni poetica implica un’idea della storia. Se il critico è capace di proporre dei testi che realizzano la sua idea della storia, cioè la sua posizione ideologica, argomentando perché, ne approvo l’importanza. Se il critico deve dirci quali testi siano “qualitativamente elevati” senza ulteriori distinzioni, allora mi sembra che la sua figura sia perfettamente funzionale all’esclusione della letteratura dai luoghi di discussione che contano per il futuro degli uomini.
    Per fare un esempio banale, da lettore, preferirei leggere dieci testi di “qualità” molto varia che però contengono un certo sviluppo di un certo tema che a me sembra molto interessante e importante (che so, semplificando molto, se sono un animalista dieci testi con protagonisti animali), che leggere dieci testi di “qualità” elevata senza ulteriori specificazioni. Credo che non si debba scordare che i “lettori banali” come me sono la maggioranza.
    Ma poi non sarà la stessa “qualità” a essere infinitamente banale? Onestamente, a me sembra veramente poca cosa. L’insospettabilissimo Contini, quando la Ripa di Meana, intervistandolo, gli chiese che libri avrebbe portato su un’isola deserta, rispose che di sicuro ne avrebbe portato uno brutto, e iniziò a parlare dell’enorme importanza dei libri brutti.
    Davvero, quando sento tutti questi discorsi sulla qualità mi sembra che non ci allontani granché dall’affermazione di Baricco su Iphone e Foster Wallace (“è molto più arte l’Iphone di Infinite Jest”): mi viene in mente quest’idea di letteratura confezionata, ben fatta, tutta tornita e lucidata (e magari però coi pezzi assemblati direttamente in Cina), in cui il ruolo del critico ha un po’ di quello del recensore di gadget tecnologici (http://www.tecnozoom.it/cellulari/recensione-apple-iphone.html: appunto, “descrizione” e “valutazione”) e un po’ di quello del compilatore del libretto delle istruzioni.

  29. Non credo possano esistere parametri di giudizio estetico (assiomi?) condivisi da applicare o da cui partire nella interpretazione di un testo letterario, perché è proprio il concetto di condivisione che fa acqua. Per dirla in soldoni, mi pare che questo tipo di condivisione assiomatica abbia nel discorso critico la stessa valenza che ha in quello politico il concetto di politicamente corretto. Esistono invece, a mio avviso, dialettiche di interpretazione critica fondate sulla tendenza (vecchia storia, ma sempre attuale), la quale, di per sé, esclude la condivisibilità intesa come valore teorico o teorico-pratico accomunante. Su di che, se non del contrasto, anche acceso, si basa il conflitto delle interpretazioni? Ma il contrasto fa parte della lotta teorica, e la tendenza ne è il sale che insaporisce la pietanza (giudizio critico).

  30. Esimi professori, eccellenti dottori, sono anche io un uomo di mondo, non crediate, ho fatto tre anni di ermeneutica a Cuneo. Sicché, ripetermi, non è che mi piaccia più di tanto. Però, come si dice, ogni pazienza ha una litote. Volevo semplicemente osservare che stringendo stringendo vi state così allontanando non dico dal senso comune, che sarei reazionario, ma da discussioni appena fatte sugli stessi temi, anche qui, dove certe rigide posizioni sono state messe in grave difficoltà anche da vostri pari; vi state così allontanando da far apparire tale atteggiamento vagamente difensivo, diciamo di casta, meglio ancora di una porzione di casta, ovverosia lobby a fin di bene. Però, sempre per rifarsi alla politica, la cui forma non è malvagia come si vuol far credere, non dovreste far finta di non sapere che quando una proposta di legge non passa in commissione, bisogna far passare un certo periodo di tempo per ripresentarla; nel caso poi non passi al vaglio degli elettori, attraverso lo strumento del referendum, bisogna che passino almeno dieci anni. Per dire…

    Comunque, giusto per ribadire e ripigliarmi del sabot attore, sono d’accordo con dfw vs jf (e te pareva!), ma temo che per scalzarvi di un millimetro dalle Vostre ortodosse posizioni ci vogliano oramai i Caschi blu dell’Onu.

    PS: si può alla fine alla fine fare la sintesi che il premio Dedalus è espressione critica di un cerchio ristretto di addetti ai lavori rivolta ad allargare il più possibile il cerchio degli inesperti lettori? O si vièn ritenuti maliziosi a raffigurare la quistione a questa maniera?

  31. GIUDIZI DI VALORE DI UN CONTRABBANDIERE

    Amici critici, una sola osservazione. Volete, come per i propri capelli fece il Barone di Münchhausen, tirarvi fuori dalle sabbie mobili del presente solo lucidando un po’ gli attrezzi del mestiere (stile, qualità, letterarietà, canone)?
    Guardatevi attorno: la storia corre, distrugge e ci distrugge. Non basta più.
    In questa discussione, all’inzio, mi era piaciuta la sincerità di un passaggio del discorso di Casadei:«Purtroppo, senza un progetto di cambiamento, ogni tentativo di singoli intellettuali (o anche di gruppi a sé stanti) di proporre modelli alternativi risulta solo velleitario». Ho pensato per un attimo che per «cambiamento» intendesse mutamento della realtà e non solo delle faccende della critica letteraria. Toh, mi sono detto: *Hic Rodhus hic saltus…* Macché! Ho travisato. Casadei intende proprio e solo un cambiamento “endo-critica”. E pure l’Alessandra Sarchi, che, se non proprio a saltare, accennava a fare l’occhiolino all’ ”extraletterario” (così lo si denotava una volta), subito rincula nel discorso *inter nos* (inter vos, dovrei dire da sfacciato). Con un passo di danza in due tempi: uno («Possiamo attribuire moltissime colpe, quasi tutte, al sistema capitalistico, al neoliberismo che fa della cultura un sintomo di mercato, un bene di consumo tra i tanti»); due («però dovremmo cominciare anche dallo spazio in cui siamo cresciuti e in cui operiamo, ossia quello della scuola e dell’università». Come dire: Sì, c’è questo maledetto “generale” – questo «sistema capitalistico» – con cui fare i conti (come?), ma stiamo prudentemente, per non comprometterci troppo, al particolare (o al “particulare”?).
    E nel “particulare” – quello di cui s’occupano cotidie vostri colleghi d’università, operatori dell’editoria maior et minor, ecc. – qualcuno proprio ci sguazza. Come fa qui Cortellessa, che – mi scuserà dell’irriverenza – ma mi somiglia a un piazzista delle imprese in cui ha un piede dentro: TQ, alfabeta2, Pordenonelegge-Dedalus.
    Solo un folle come il sottoscritto, con un occhio a Piazza Tahrir al Cairo, un altro a Pomigliano che sta sputando fuori operai e spiccioli di memoria storica che non si fermano agli ultimi dieci anni, oserebbe invitarvi – come faccio – a rileggervi il (famoso.. una volta!) *Intervento al I Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, Parigi 1935*, che si concludeva con un terra terra: « Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!» (Lo trovate qui: http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=223:bertolt-brecht-intervento-al-i-congresso-internazionale-degli-scrittori-per-la-difesa-della-cultur&catid=1:fare-polis&Itemid=13).
    Altro che «non c’entra niente il capitalismo contemporaneo», caro dfw vs jf ! C’entra fin nel tuo nick name e nel modo tuo di argomentare e nelle pieghe di tutti i discorsi che andiamo facendo, anche qui su LPLC!
    Salvo Zinato. Che sa ancora ricordare: «Nel passato non lontano Fortini e Pasolini, Sanguineti e Calvino discutevano animatamente sul valore di poetiche “sperimentali” o “classiciste”, sull’oscurità o sulla chiarezza della lingua poetica (e sull’idea di rapporti linguistici e sociali che spesso ne era il sottointeso)»; e ha tuttora ben presente che «l’interpretazione non può che essere parziale, determinata non solo dal giudizio estetico ma soprattutto dalla visione del mondo del critico, dal suo ordine di valori e di finalità personali e collettive» . (Anche se poi, secondo me, eticizza un discorso che dovrebbe politicizzarsi).
    Salvo Gerace. Che almeno affaccia dubbi:«Perché, allora, per la contemporaneità conta solo il testo, e il contesto possiamo non considerarlo?».
    Ma per il resto il discorso si avvita, come al solito, su beghe da esperti di letteratura e di editoria, sull’*homo legens* e, ovviamente, su cosa far leggere agli studenti in una scuola pubblica semismantellata. Come se far leggere a un adolescente il *Partigiano Johnny* contribuisse davvero – IN ASSENZA DI UNA VISIONE POLITICA ALTERNATIVA ALL’OGGI, che manca a tutti (giovanie e adulti) – a salvarlo da alcunché. Se non è nato figlio di papà, quel giovanotto, appena fuori dalle superiori, va incontro a disoccupazione o a lavoro nero o precario. Se non peggio. Che cancelleranno ogni godimento e memoria della bellezza e dei valori umani di Fenoglio e della Letteratura. Come lo sfascio della Germania di Weimar e la Seconda guerra mondiale cancellarono dalla mente dei giovani tedeschi la Nona di Beethoven. (Tra l’altro, attorno al ’68-’69, gli insegnanti “progressisti” suggerivano/imponevano di leggere Marx. E vedete che è arrivato dopo!).
    Non mi arrestate, anche se sono un contrabbandiere. Non vi porto patacche. Certo, siamo combinati male e dobbiamo «cercare ora con pazienza dei punti fissi dentro la contingenza e la relatività “liquida” dei significati» (Zinato). Per favore, però, non guardate solo quello che sta sotto il vostro naso critico-letterario! A un tiro di scoppio da qui ci sono post “politici”, che i letterati e i critici di LPLC o associati pare frequentino poco. Fate anche voi i contrabbandieri, sciacquate i vostri panni, invece che nel solito Arno, in quella fiumara sporca e inquinata che è da sempre la politica. Sporcatevi anche le mani, invece di restare alle Bahamas (dello spirito, s’intende! ), come ha sospettato Rino Genovese (22 novembre 2011, ore 20:17).

  32. @ Roberto Gerace,
    e allora vorrei aggiungere un’altra minima (ma indispensabile) considerazione, che prima mi è rimasta nella penna (ossia nella tastiera), vale a dire arrivare al concetto di verità nello specifico della critica letteraria. Senza allungare troppo il brodo, direi che se il critico si pone alla ricerca del brandello di verità (limitata, parziale, e se non fosse screditato aggiungerei il termine “relativa”) che il testo letterario “comunica” ai suoi propri livelli stilistico e cognitivo (e direi che questa, in ultima istanza, è l’irrinunciabile funzione didattica della critica letteraria), ebbene a mio avviso lo può fare solo mettendosi in gioco nella conflittualità, di cui la tendenza (anche a livello di partigianeria verso uno stile letterario) è parte integrante.

  33. @ ennio abate
    “Come lo sfascio della Germania di Weimar e la Seconda guerra mondiale cancellarono dalla mente dei giovani tedeschi la Nona di Beethoven”.

    Abate, ma cosa diavolo dice? Si legga il capitolo “Beethoven Fürher” di Esteban Buch, “La Neuvième de Beethoven. Une histoire politique”, Paris, Gallimard, 1999. La nona fu l’opera musicale più suonata in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo umanesimo vetero-marxista è davvero pietoso.

  34. @Roberto Gerace: accetto la tua correzione dovuta, forse, a una mia imprecisione di discorso. Epperò è chiaro il senso interpretativo che, se si legge fino in fondo il saggio, la Benedetti tende a costruire basandosi sul contrasto d’efficacia tra Pasolini e Calvino (rispetto alle opzioni letterarie percorse nel porsi dinnanzi a una critica contingenza), tutto incentrato su una depotenziante lettura del secondo sotto il paradigma dell'”effetto di apocrifo” (tematizzato da Se una notte d’inverno un viaggiatore) e ignorando totalmente i contenuti concreti e straordinariamente coerenti che il secondo Calvino mette in campo, all’ombra della irremovibile convinzione di una letteratura più che mai a trazione gnoseologica. Ancora la focalizzazione sull’ossessiva questione per il ligure dell’obliterazione dell’io autoriale senza valutarne (caso per caso, opera per opera) la portata entro una più ampia visione nettamente antiantropocentrica ed epistemica, appare ai miei occhi un pretestuoso (o se preferisci ideologico), per quanto militante, esercizio critico. D’accordo ogni poetica presuppone un’idea della storia. Epperò ancora non si può pretendere di leggere Calvino e Pasolini partendo da un analogo schema interpretativo: altrimenti il risultato non potrà che essere una lettura come quella, per quanto dotta (e certo non priva di riflessioni acute e pregnanti), cui perviene Carla Benedetti. Il critico, come mi pare qualcuno degli amici sopra abbia già rappresentato, deve mantenere una certa versatilità d’approccio: e il secondo Calvino non può mai essere letto come si legge il Pasolini della crisi. Per intenderci, dal mio punto di vista: le due soluzione non sono antagoniste ed esclusive, non presuppongono uno schierarsi ma possono benissimo coesistere proprio a patto che ci si liberi da una zavorra di marca ideologica (unico concreto ostaco ad accogliere come valida la proposta di entrambi); le due risposte, di Pasolini e Calvino, sono “diversamente abili” a rappresentare la crisi secondonovencentesca. Circa i guasti e gli eccessi che la funzione Gadda, il continismo incontenibile, hanno prodotto in termini di negazione di un onesto inquadramento di grandi scrittori come Brancati, Soldati e tanti altri, mi pare sia arcinoto a tutti (lettori avvertiti compresi). Proprio in tempi di barbarie culturali, sorvergliare sulla qualità dello stile e provare anzi a ripartire anche dallo stile per una formulazione più puntuale di giudizi di valore non mi pare cosa vana. Se poi l’alternativa debba essere una critica letteraria sociologizzante che pone sul medesimo piano di un limbo diverse per valore letterario e vicenda intellettuali degli autori (si pensi al Senza trauma di Daniele Giglioli), in barba ad ogni gerarchia di valori, a maggior ragione mi sento di professarmi partigiano dello stile.

  35. @ prazio
    “Abate, ma cosa diavolo dice? Si legga il capitolo “Beethoven Fürher” di Esteban Buch, “La Neuvième de Beethoven. Une histoire politique”, Paris, Gallimard, 1999. La nona fu l’opera musicale più suonata in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo umanesimo vetero-marxista è davvero pietoso.”

    “Durante…”, appunto. E,infatti, ancora oggi la suonano, mentre cadono bombe (USA, italiane, francesi, inglesi) sugli altri.
    Ciao,vetero-liberal!

  36. @Prazio

    Aggiunta.
    “cancellarono dalla mente dei giovani tedeschi la Nona di Beethoven”. Intendevo dire che la potevano anche suonare o ascoltare, ma mentre ammazzavano ebrei etc. Da schizoidi. Come il bachiere cattolico che poi all’uscita della messa dà l’elemosina alla zingarella implorante. In teoria, i valori della Nona o di Dante o di Cristo dimmi tu come si conciliano con guerra, colonialismo e porcherie varie. Ma basta ridurli a Ideologia (anche della Letteratura) e si copre tutto. Si possono torturare prigionieri anche ascoltando la Nona, caro mio. Ah, il fardello dell’uomo bianco superiore e civilizzatore!

  37. @ ennio abate

    “In teoria, i valori della Nona o di Dante o di Cristo dimmi tu come si conciliano con guerra, colonialismo e porcherie varie”.

    Personalmente, non vedo alcuna seria contraddizione di fondo tra i valori della Nona, di Dante o di Cristo e fenomeni come la guerra e il colonialismo. Quanto a un certo umanesimo universalista – sia esso d’ispirazione illuminista, liberale, marxista o cristiana – credo poi che, volente o nolente, si trovi all’origine degli stessi. In modo più generale ancora, penso che nella sua deprimente storia plurimillenaria la cultura non abbia veicolato un solo valore che non si sia prontamente prestato a un pessimo uso.

  38. Afferma Prazio:
    “Personalmente, non vedo alcuna seria contraddizione di fondo tra i valori della Nona, di Dante o di Cristo e fenomeni come la guerra e il colonialismo.”
    Beh, io qualcuno ne vedo: bellezza, armonia, sensibilità, profondità, etica, estetica, creatività, gioia, umanità nel senso più pieno del termine, insomma vita. Bastano?

  39. @Enrico Macioci

    Sono gli stessi valori invocati da Bernard-Henri Lévy, uno degli artefici della guerra in Libia

  40. Per non parlare poi del fatto che l’atto di nascita della letteratura occidentale è la celebrazione di una guerra coloniale.

  41. @ roberto bertoldo

    mi fa piacere. io non riesco a seguire i suoi paragoni tra autori, sono abbastanza ignorante, però ho cominciato a leggere sul serio con Delitto e Castigo, e sono anche finito a Petrolio. I commenti di questo post ho bisogno di rileggerli per capirli. Ma faccio notare una cosa: il punto 1 si conclude così: “e il ruolo del critico diventa decisivo per sancire il valore di una nuova opera”. Ma i libri sono importanti perché ci piacciono e ci cambiano la vita oppure perché i critici hanno sancito il loro valore? Possibile che nessuno si renda conto dell’immagine ridicola di un consesso di intellettuali che si mette a decidere il canone della letteratura? Io leggo la critica perché è in grado di dirmi più di quanto io riesco a leggere in un libro, non perché ho bisogno di sapere se quello che leggo vale.

    @ Abate Ennio

    mi spiega meglio il riferimento a me?

  42. Sono abbastanza d’accordo col Signor dfw vs jf, il rischio è che, con l’ausilio di internet, la comunità dei critici si trasformi in un virtuale salon des Verdurin, soddisfatti della loro marginale devozione all’Elstir di turno, salvo poi deprecarne il passaggio du côté des Guermantes.

  43. @ dfw vs jf
    Riguardo alla discussione che qui si svolge, sono in parte d’accordo con tutti relativamente all’assunto principale e cioè che “il ruolo del critico diventa decisivo per sancire il valore di una nuova opera”. Di fatto è così. Non è giusto, sono d’accordo con lei, ma volenti o nolenti è così. E allora o continuiamo a fare la battaglia, come per esempio fa con molto acume e preveggenza Ennio Abate, o cerchiamo un dialogo per capire le ragioni di tutti: teorici, critici, lettori, scrittori. Questo dialogo tra tutti è necessario a smussare l’albagia – sia pure non voluta ma congenita – del critico puro, che fortunatamente è in estinzione; è necessario per non cadere nell’errore di accusare snobisticamente di snobismo; ed è necessario per non confondere gli accertamenti con la verità.
    Insomma, una presa di posizione ci vuole, è una responsabilità che chi vive nell’orizzonte della letteratura deve assumersi, altrimenti il dialogo è inficiato all’origine. Come quando si riunisce un collegio per discutere e la maggior parte dei partecipanti non ha una propria idea di partenza. La comunità letteraria è una comunità scientifica, è aperta alla discussione di tutti ma chi vi si addentra deve, di base, coltivare la propria ricerca, deve compiere le proprie sperimentazioni (letture, interpretazioni, …).
    In ogni caso si resta nell’ambito del provvisorio, dell’ipotetico, come in ogni scienza. La scienza produce solo una conoscenza adeguata alle esperienze e agli strumenti che possediamo, ma queste esperienze e conoscenze vanno sfruttate. Comprendere la grandezza di Baudelaire senza comprendere il respiro che concede la sinestesia non è possibile. Un lettore inesperto considera scemenze le ricchezze emotive e sensuali delle sinestesie, invece esse, al pari di altre figure retoriche del pensiero e della costruzione, hanno arricchito le possibilità espressive degli uomini.
    Lei fa bene a seguire i critici come lettore – se li scelga solo intelligenti – e a trascurare il loro giudizio, ma una comunità letteraria ha bisogno anche del giudizio del critico per ricavare quella conoscenza estetica e espressiva che accerta il valore sociologico oltre che letterario di un libro e di un autore. Hauser e la sua storia sociale dell’arte, le classificazioni di Wollflin, le estenuanti derive del postmoderno, ecc., sono punti di partenza, non d’arrivo, che possono scuotere l’intelligenza. I libri sono importanti, positivamente o negativamente, per il singolo, che può accontentarsi anche solo per edonismo; ma il giudizio è necessario per la collettività. Continuare a sostenere una letteratura povera emotivamente, intellettualmente, contenutisticamente e dunque stilisticamente è un grave danno per la crescita mentale dell’umanità, un danno volutamente portato dal mondo classista in cui ci troviamo.
    Come fare allora a riconoscere l’autore o il libro che rappresenta, in tutto o in parte, questa “crescita mentale”, quella che io ho chiamato in passato la vera avanguardia, dal punto di vista estetico? Questo è il secondo punto al quale Casadei probabilmente ci condurrà in Assiomi2. Io, che non appartengo ai lettori di Pordenonelegge, ricordo solo quanto poco si comprese l’aspetto avanguardistico di Giacomo Leopardi, poeta prosatore e pensatore medio, ma grandissimo scrittore per i motivi che qui sintetizzo: 1. L’uso della tonalità come forma principale di espressività. 2. Una teoria letteraria che emancipa l’estetica dalla forma. 3. Il superamento del nichilismo.

  44. @Calcaterra, errebì, Abate:
    Provo a riformulare un po’ di cose per spiegarmi (con “-mi” prima dativo e poi accusativo).
    Lo stile è l’unico punto di partenza immaginabile per canonizzazioni condivise, perché è realizzazione linguistica (di linguaggio) di un pensiero. Solo che queste canonizzazioni, mi pare, non c’entrano con la critica militante: proprio in quanto condivise, eseguite all’insegna del politically correct, sono operazioni di tipo accademico. Rappresentano un’esigenza di sistemazione storica della tradizione, di opportuna individuazione dei capitoli fondamentali da inserire in un manuale in modo che si dia conto di “tutto ciò che conta”. Tralascio qui il fatto che a mio parere andrebbero nettamente separati, a scuola, il momento di studio storico della cultura del nostro passato (in cui Lialà, Nabokov e Playboy hanno lo stesso valore) e quello della lettura dei grandi capolavori.
    Ora, io non sento nei confronti della contemporaneità questa necessità di rendere giustizia a tutte le forze in campo. Mi pare che, in sede di critica militante, sia molto più significativo avanzare letture forti della situazione letteraria attuale. Mi pare che questo discorso debole sul “contare tutti quelli bravi” nasconda, col suo fare peso sul mero elemento quantitativo (la quantità della qualità), sotto l’ammirevole esigenza di opporre classifiche non meramente commerciali a classifiche commerciali, un forte disagio nei confronti dei problemi decisivi posti dalla contemporaneità: non avendo la minima idea di come fare per uscire da questa crisi (non certo “solo” economica) di portata epocale, l’unica cosa che sappiamo fare è contarci. In questo senso, sebbene io non ridurrei il problema a cose come “parlare di rapporti di proprietà”, ha ragione Ennio Abate quando dice che a giocare un ruolo decisivo è l’”assenza di una visione politica alternativa all’oggi”.
    Quindi, riassumendo, posizioni critiche molto forti, segnate da un’analisi non banale e non superficiale dei fenomeni letterari, in quanto corpi in movimento all’interno del macroorganismo dell’universo e della storia. Le posizioni forti di cui parlo io sono più che disposte a sacrificare il feticcio prima borghese e ora neocapitalista (ossia pienamente integrato nell’ideologia del neocapitalismo) dello stile, in favore di linee di lettura e di orientamento che prendono a piene mani dalla letteratura di genere, dalle serie televisive, dalla satira, dai fumetti, dai libri brutti, dai blog, se ce n’è bisogno. Non certo per una vicinanza e una simpatia di ricordo echiano per le forme dell’intrattenimento di massa, che non mi appartiene minimamente, ma perché tutti questi sono fenomeni culturali che, se saputi inserire in un panorama deciso, orientato, propositivo e quindi costruttivo, possono diventare omorganici al grande romanzo e alla grande poesia. Se contiamo di convincere un’ampia folla di lettori che certi libri vanno letti semplicemente perché “valgono”, credo che avremo risultati molto scarsi. Noi dobbiamo invece sostenere che, anche grazie a certi grandi romanzi e a certa grande poesia, gli stessi prodotti dell’intrattenimento sfuggono alle maglie di fruizione ristrette per cui sono stati concepiti, e possono essere considerati anch’essi chiavi di lettura della contemporaneità e segnali stradali nel cammino verso un futuro più desiderabile. Così, per citare l’esempio a me più caro, la lettura dei Canti del caos di Antonio Moresco strappa addirittura la pornografia dal campo del mero intrattenimento e la costringe a diventare chiave di lettura dell’intera contemporaneità.
    Il critico, insomma, non deve eleggere le reginette del ballo, deve avere la forza (enorme!) e il coraggio di proporre costruzioni organiche e funzionanti di lettura della contemporaneità. E se non lo fa il critico, chi lo deve fare? Per citare un mio amico, Le carré ci dice molto più sul capitalismo di tutti i manuali di storia e di economia che si studiano all’università. Perché buttare via l’occasione di sfruttarlo? Non per diventare politologi, ma per scoprire cose che i politologi non saprebbero scoprire.

    @Calcaterra:
    Su Pasolini contro Calvino: devi considerare che la lettura della prof. Benedetti, a mio avviso, prende volutamente in considerazione solo alcuni fattori, che, a farci caso, sono quelli che risulteranno decisivi anche per i suoi libri successivi. Lei è la prima (basta leggere il suo ultimo libro) a insistere sul valore gnoseologico della letteratura.
    Ciò che alla fine importa, a mio parere, è che l’atteggiamento de-responsabilizzante di Calvino ha contribuito a formare un’idea della letteratura che ha fatto da padrona per decenni, in Italia: negli scrittori, nei critici, negli operatori culturali in generale (ed è quanto è studiato magistralmente ne “Il tradimento dei critici”). Che poi Calvino avesse tutte le sue ragioni per fare quello che faceva è un altro paio di maniche. Ma insomma, Pasolini contro Calvino non è un saggio su Calvino, e neanche un saggio su Pasolini: va letto come un’indagine sulla guerra fra due diversissime idee della letteratura e sui loro sbilanciati influssi sulla contemporaneità, e come un invito a non fossilizzarsi nella staticità funzionale di un’idea pregiudiziale e istituzionalizzata della letteratura. (Rileggiti, se vuoi, anche solo l’ultimo paragrafo, che dice proprio questo).

  45. Delle tre maniere comparate in pubblico per formarsi un’idea dei valori, cioe’ classifiche di vendita, valutazione dei competenti, estetica individuale su base carismatica, la seconda e’ quella piu’ opaca. Basterebbe pero’ chiamarla “sindacato” e molte discussioni scemerebbero di tono, conciliando le istanze tanto delle parole quanto delle cose.

    Rimango dell’opinione che i fatti estetici siano puramente individuali e che il percorso formativo non possa che essere iniziatico, strato dopo strato. Che i critici abbiano generalmente scarso appeal e’ dovuto al solito dualismo fondativo della nostra civilta’ occidentale europea, quello fra chi parla e chi fa, cioe’ fra logos e rhema.

  46. @ roberto bertoldo

    intanto grazie per il commento e per le parole su Baudelaire e Leopardi che spero di leggere un giorno.

    scusi se riporto la discussione su un piano più elementare. Bolt è l’uomo più veloce del mondo nei 100 metri piani. Perché possiamo dirlo? perché possiamo misurarlo confrontandolo con altri corridori, usando due soli parametri: la velocità di percorrenza in una data distranza. questa è metodo scientifico. a me farebbe piacere che i critici usassero il metodo scientifico per operare, ma questo presuppone il riconoscimento che la critica letteraria non è una scienza. le rappresentazioni che ci fornisce la scienza sono approssimative quanto vogliamo ma la forza di gravità è un fatto, e la fisica è una scienza, non la filosofia, non la psicologia, non la sociologia, non l’economia. Per questo il valore del libro viene sempre deciso arbitrariamente, e va benissimo che i critici maturino dei giudizi, ma sono giudizi, non leggi. sui giudizi ci si mette d’accordo, sulle leggi fisiche no. Poi è ovvio che all’interno di comunità piccole o grandi ci si riconosce e si formano anche dei canoni, dei valori condivisi e tutto il resto, le religioni godono ancora di ottima salute, ma quando si discute e si mette la parola assioma come base di partenza, si mette in chiaro che dio non esiste, e che il critico grazie alla sua capacità di lettura ha la possibilità di far emergere da una qualsiasi opera un certo potenziale, che per comodità chiamiamo valore, che si regge però sulla fiducia. Mi sbaglio o secoli fa i romanzi erano per le donnine, e il secolo scorso i fumetti erano per i ragazzini, e un domani chissà? banalmente possiamo metterci d’accordo sul considerare i massimi romanzi scritti quelli che contengono 145.567 caratteri. è un esempio troppo scemo o offensivo? se @Casadei sta leggendo, l’impressione finale è questa: per vari motivi i critici letterari hanno persa la loro capacità di giudizio e insieme la loro influenza. dobbiamo essere più bravi in modo da ritornare importanti. ora, posto che erano importanti in un mondo di merda, io penso che possono diventare più bravi se lasciano perdere la loro importanza e si convincono che non hanno nessuna possibilità di esprimere dei dati di fatto rilevanti per la loro materia ( il numero dei caratteri di un romanzo non lo è ), ma solo opinioni riconosciute e possibilmente condivise. I post-moderni che hanno provato a dire che anche le verità scientifiche erano opinioni erano ignoranti dal punto di vista scientifico, impostori intellettuali.

  47. @dfw vs jf
    Peccato quell’ultima frase che si è voluta fare sfuggire…
    Non so in che senso Lei usi il termine post-moderni, ma mi pare del tutto azzardato attribuire loro il fallimento di ogni sforzo epistemologico.
    Capisco che sia più tranquillizante suddividere la filosofia contemporanea in neokantiani, idealisti, e postmoderni, ma sarebbe davvero una visione caricaturale.
    Nel mio piccolo, io non mi colloco in nessuno di questi tre gruppi, sono professionalmente nel campo delle scienze sperimentali, e malgrado ciò, guardi un po’, trovo un errore formidabile aspettarsi certezze dalle scienze sperimentali.
    Mi scuso per l’OT, ma non potevo proprio tacere.

  48. @ vincenzo cucinotta

    è facile che io abbia detta una cazzata, comunque sto leggendo Rorty, la filosofia e lo specchio della natura; faticosamente, perché ho troppe cose da conoscere.

    nello specifico, la mia considerazione confusa e approssimativa l’ho tratta da qualche parte: “interi settori delle discipline letterarie e delle scienze sociali sembrano essersi convertiti a quello che chiameremo, in mancanza di un termine migliore, postmodernismo: una corrente intellettuale caratterizzata dal rifiuto più o meno esplicito della tradizione razionalista dell’Illuminismo, da elaborazioni teoriche disconnesse da qualsiasi controllo empirico e da un relativismo cognitivo e culturale che considera la scienza alla stregua di una narrazione, di un mito o di una costruzione sociale tra le altre”.

    visto che ci siamo, anche se è OT ma chissenefrega, tanto usciranno gli assiomi 2 mi piacerebbe che Lei estendesse il suo pensiero sul suo campo di studio e lavoro.
    sorry

  49. …spero che la controversia sulla litote non degeneri in lite… vacue discussioni accademiche su un argomento accademico che è già accaduto…
    assistere alle Vostre discussioni è come assistere ad uno spettacolo di combattimento di gladiatori (ma almeno lì c’erano delle regole e c’era un arbitro!)… concetti come: «necessità di ‘punti fermi’» o addirittura di «assiomi»… o addirittura che ciascun critico abbia diritto a, come scrive il Calcaterra: «redigere la propria mappa, delineare il proprio canone, esclusivamente fondato sulla sovrana ragione di un giudizio di valore (e di gusto, che poi è lo stesso) che sia vissuto come espressione di una verità soggettiva»…
    Tutta una teminologia simil-teologica e simil-monarchica come «valore», «assiomi», «canone», «verità soggettiva», «sovrana ragione» mi rendono persuaso e dissuaso ad affrettarmi a prendere una tazzina di caffè… vorrei stare al largo da chi detiene un tal vocabolario dogmatico-teologico e demotico-monarchico tipico di una casta di sacerdoti i quali sono stati fatti sloggiare dal Tempio dalla nuova sopravvenuta religione laica del «mercato».
    La verità è che per fortuna i critici (di professione) non contano più nulla, i loro «giudizi» sono carta straccia… e francametne non nutro alcuna nostalgia per quanto si è perduto, di quell’epoca del giurassico dove c’era una casta di unti del Signore (i critici accademici e giornalistici) i quali si arrogavano il potere di dichiarare il «giudizio di gusto», e quindi la condanna a morte o alla vita eterna dei testi e dei loro autori…
    Oggi, per fortuna non è rimasto più nulla di tutto ciò e i garruli nostalgici dell’epoca monarchico-demotica possono intonare alti peana su quanto si è perduto…
    Io invece non nascondo la mia intima soddisfazione: quanto si è perduto valeva probabilmente quella perdita, si è perduto ciò che doveva esser perduto…

  50. dimenticavo il gioco: qual è l’opera letteraria in lingua italiana più importante del Novecento? e degli anni 0?

  51. @ Prazio
    “l’atto di nascita della letteratura occidentale è la celebrazione di una guerra coloniale”.

    Beh, restiamo all’atto di nascita? C’è pura una storia o no? Sono pur state tagliate delle teste di Re o no? Qualche rivoluzione è pur riuscita o no? E la letteratura è luogo di conflitti o sempre torre d’avorio?

    @ dfw vs jf

    Le devo una risposta. In questo suo brano :«Quando ci piace un libro o un cd di solito non lo condividiamo con gli altri? È così strano che le persone vadano a cercare cosa piace agli altri? Vogliamo invece un rapporto 1 a 1? È così strano che le persone leggono i libri e solo alcuni libri che parlano direttamente di altri libri? Non c’è logica dietro, e non c’entra niente il capitalismo contemporaneo, c’entra invece che l’uomo è un animale sociale ( sebbene con geni egoisti )» trovo la negazione completa di tutta la mia visione delle cose. Dove io vedo una montagna, per intenderci, lei vede una pianura. Per me, almeno a partire dalla rivoluzione industriale, il capitalismo è l’habitat reale in cui nasciamo, cresciamo, pensiamo, comunichiamo, ci riproduciamo e moriamo. Azzardo: è come un (cattivo) empireo dantesco che tutto domina e avvolge o la “gabbia d’acciaio” di cui parlò Max Weber. E da qui non riusciamo a uscire, ma non possiamo rinunciare a uscire, pena la distruzione metodica, calcolata, necessaria per la sopravvivenza di questo sistema (o modo di produzione capitalistico) di tre quarti delle potenzialità costruttive delle società umane. Pensare, come fa lei, che gli scambi tra le persone ( e non solo di libri e di cd) siano facili, normali, senza logica e non sfiorati dal «capitalismo contemporaneo» e che sarebbero mossi dalla natura socievole umana come ai tempi di Aristotele mi fa sorridere amaramente. Perché misuro, purtroppo, la distanza tra quel che penso io e quel che pensano in tanti con cui dovrei cercare d’intendermi (per tentare di uscire dalla suddetta gabbia…).
    Potrei aggiungere che per me ( e non solo per me) l’uomo è, sì, un animale sociale, ma secoli di storia ( e – ripeto – a partire dalla rivoluzione industriale) l’hanno reso sempre più un animale sociale ( o meglio un individuo sociale) che deve fare i conti con strutture di potere (economico, politico, ideologico) enormemente più complesse e vincolanti. Un libro un cd sono merci. Non si danno in natura. Solo in misura minima condividiamo questi beni con altri, come doni o quasi doni. La loro produzione non è mirata a soddisfare il bisogno di tutti. La loro circolazione in mezzo ai vari strati in cui è divisa la nostra società (capitalistica) trova barriere di vario tipo. Per godere del piacere che essi ci procurano dobbiamo pagarli. E non tutti hanno di che pagarli. Eccetera, eccetera…

  52. @ Ennio Abate

    Provo a continuare con due premesse: la prima è che non sono del tutto in grado di esprimermi con chiarezza circa cosa penso ( dato che non ho maturato un’idea in proposito ) e la seconda è che io mi riferivo al punto 6, in cui il capitalismo contemporaneo è messo come condizione per cui l’esperto viene sopraffatto nella sua importanza, e le masse sono indirizzate dalle logiche di cui sopra. Ora, dal punto di vista musicale non è vero: in tutti gli angoli del mondo è nata la musica popolare, ( quella dei canti intendo, delle danze eccetera ), e si è modellata attraverso i gusti della gente del posto. Arriva il capitalismo, appiattisce il panorama mondiale, la musica diventa pop, ma i gusti sempre largamente uguali sono, perché semplicemente nel nostro cervello certi suoni sono più ascoltabili di altri, perché la gente balla, in modi differenti per cultura, e genere musicale preferito, ma ballano tutti. Che ci siano degli artisti che sono stati “fatti” diventare famosi non lo nego, ma è stato possibile non grazie al capitalismo contemporaneo ma nel capitalismo contemporaneo. Il marketing è una tecnica possibile che si adatta perfettamente alle abitudini umane. Non le crea però. Le modella in forma vendibile e sfruttabile d’accordo, ma partirebbero da noi in qualsiasi habitat vivessimo.

    Venendo però al centro della sua risposta, ho capito che lei vede in me troppe cose, per via della sua esperienza magari. Io posso avere una certa ingenuità, ma certo nel mio commento non citavo la natura socievole come ai tempi di Aristotele, più che altro perché non l’ho mai letto, e di quel tempo so quasi niente. È una questioni di piani magari. L’ambiente, qualsiasi ambiente determina l’uomo nel mentre che la sua evoluzione ( evoluzione intesa in termini stretti, senza giudizi positivi o negativi ) fa lo stesso. Per dare una piccola chiusa però direi che non deve rammaricarsi più di tanto in questo caso perché intanto io non ho un’idea particolare di mondo, non “la penso” così o cosà, per adesso cerco di pensare.

    Dopodiché l’altro pomeriggio stavo camminando con la pizza in mano e un giovane mi si è avvicinato chiedendomi dei soldi per mangiare.

  53. @dfw vs jf
    Non vorrei apparire scortese, ma non credo di potere nel breve volgere di un commento specificare alcunchè di significativo su ciò che penso.
    In compenso, poichè ci metto la faccia, tengo anche un blog, ed ho anche scritto un libro su tali argomenti, non credo sia difficile informarsi in proposito.

  54. Due osservazioni sul punto 8.

    “Eppure il giudizio di valore […] risulta ancora discriminante per poter considerare il ruolo della critica come significativo”.

    Ma è vero? Siamo sicuri che è vero? Siamo sicuri che non ci siano attività diverse dall’emissione di giudizi di valore e più discriminanti per considerare il ruolo della critica come significativo?
    (Sarò scemo, ma a me non verrebbe mai in mente di chiedere a un critico di spiegarmi che una certa cosa è bella, né di spiegarmi perché è bella. Gli chiederei piuttosto di spiegarmi come è fatta, di contestualizzarla, di storicizzarla ecc.).

    “Si pongono perciò alcuni problemi fondamentali, da affrontare attraverso la costruzione di una ‘comunità critica’ rappresentativa di voci di singoli esperti, ma anche di gruppi coesi di lettori e di operatori nel campo dell’editoria di qualità”.

    Ho la netta sensazione di un non sequitur.
    In che modo la seconda proposizione deriva dalla prima? Attraferso quali passaggi?

  55. una domanda ingenua a giulio mozzi:
    è possibile che fra le cause della bellezza di un’opera ci sia una sua contestualizzazione o storicizzazione? nel senso, secondo lei può essere che un’opera sia bella anche per via di queste cose?

  56. …mi sembra che quanto affermato da Giulio Mozzi sia ineccepibile.
    Parlare, come fanno i critici di codesto blog, intorno al «giudizio di valore», mal dissimula quel che c’è dietro tale ipostasi: «giudizio di valore» come giudizio di una casta di sacerdoti che perorano la liturgia della religione che essi rappresentano. Dietro queste prese di posizione c’è, enorme e ben visibile, la crisi di rappresentatività della critica ufficiale (quella delle Università e degli uffici stampa) la quale non riesce ad «imporre» politicamente il proprio «progetto culturale».
    Che dire? questa è la situazione, e non credo che un Congresso Universle dei blog letterari possa cambiare una situazione di fatto.
    Inoltre, pensare di «imporre» con decreto dei blog o con metodo oligarchico (o poliziesco) da parte di alcuni critici di professione, un «canone», uno statuto del «giudizio di valore», mi sembra quanto meno ingenuo…
    In una situazione «liquida» e di «svendita» a saldo dei prodotti (anche culturali) come quella attuale, anche la questione critica diventa «liquida» e viene «liquidata» dall’unica logica che poi è quella del mercato, il quale ha le sue logiche del profitto e dell’accumulazione ma anche dell’azzeramento di tutto ciò che gli è estraneo… poi c’è la logica delle Istituzioni deputate alla creazione della «cultura»… ma questo è già un altro discorso…

  57. Lorenzo Marchese: non ho capito la domanda.

    Giorgio Linguaglossa: e se anziché di “quel che c’è dietro” ci occupassimo di quel che ci viene offerto, ossia del discorso di Alberto Casadei?

  58. (Sarò scemo, ma a me non verrebbe mai in mente di chiedere a un critico di spiegarmi che una certa cosa è bella, né di spiegarmi perché è bella. Gli chiederei piuttosto di spiegarmi come è fatta, di contestualizzarla, di storicizzarla ecc.).

    da questa parte del suo discorso, mi è parso (ma forse è una mia impressione errata) che lei consideri nettamente separati una bellezza del testo, non meglio da lei chiarificata, e una sua storicità, una sua identità nel contesto. spero si capisca meglio, così=)

  59. con “identità nel contesto” intendo: particolare fisionomia, insieme di caratteristiche strettamente legate a un contesto culturale, o anche di altro tipo.

  60. Lorenzo, leggo: “da questa parte del suo discorso, mi è parso […] che lei consideri nettamente separati una bellezza del testo, non meglio da lei chiarificata, e una sua storicità, una sua identità nel contesto”.

    No. Considero nettamente separate due attività del lettore:
    – dare un giudizio di valore,
    – capire (ed eventualmente mostrare) come un’opera è fatta, storicizzarla ecc.

    Non penso che un giudizio di valore sia argomentabile. Quando dico: “quest’opera mi pare bella”, posso condire l’affermazione con un tot di stratagemmi persuasivi; ma niente più.

    Potrei dire ad esempio – tanto per “chiarificare” – che “bello è ciò che mi fa intuire che questo mondo è stato creato”. Ma ho il sospetto che questa non sia una “chiarificazione”: tutt’altro.

  61. x giuliomozzi,

    Le dirò che tutto l’articolato di Alberto Casadei mi sembra un catalogo delle «buone» intenzioni in pro della letteratura; insomma, una serie di «rivendicazioni» (lecite, comprensibili, addirittura filantropiche) che un esponente di un ceto impiegatizio del settore Cultura fa al settore Cultura. Purtroppo (dobbiamo prenderne atto), ormai le regole del gioco sono imposte dagli uffici stampa degli Editori Maggiori e dai corrispondenti letterari dei Quotidiani (che poi sono sempre i critici di professione), dalle leggi della società dello spettacolo e della visibilità mediatico-culturale (come tutti sappiamo).
    E sappiamo anche che di buone intenzioni è lastricato il sentiero verso l’inferno…
    Io, lo ripeto, poiché sono un indipendente solitario (e per questo ne pago il corrispettivo prezzo di esiliato in fuori gioco), non posso che accettare con giubilo che l’antica dinastia di dinosauri si sia estinta e che rimangano soltanto dei flebili barriti di cordoglio e di rivendicazione… ripeto, ciò che è stato perduto forse era degno che andasse perduto.
    Dal mio punto di vista di intellettuale indipendente (perché nessuno mi ha finora ingaggiato in un Ufficio della Letteratura, e quindi sono un disoccupato della Letteratura), guardo a questi fenomeni come un entomologo osserva gli insetti che sta studiando. È con l’allegria del naufrago che assisto alle interminabili discussioni se inserire questo o quel libro in lettura nei Licei nazionali…
    La mia opinione è che la medicina proposta sia del tutto inadeguata alla gravità della malattia diagnosticata. Ci vorrebbe una bel altra medicina, a mio modesto avviso.
    Per quanto riguarda il «giudizio di valore» che il critico di professione è legittimato a profferire, mi sembra di parlare del sesso dei cherubini in un congresso di teologi vaticanisti con i vocaboli della Controriforma… costoro usano un concetto come quello di «valore» in modo acritico e storicamente ingenuo… a questo punto dovrei scrivere un trattato per stabilire la liceità e l’ambito di applicazione di un tal concetto… e non mi sembra questa la sede idonea.

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