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di Francesco Rocchi

In ognuno di noi ci sono valori, idee, fedi e convincimenti così profondamente radicati che non notiamo nemmeno più l’influenza che hanno su di noi. Li diamo per scontati, immaginiamo che anche gli altri siano d’accordo e procediamo tranquilli per la nostra strada, come se niente fosse. È un fatto normale, ma è bene che ogni tanto ci si fermi a constatare anche le cose più banali, e a chiedersi se davvero l’ovvio sia poi così ovvio.

Per quanto sorprendente possa sembrare, io credo che tra le cose che oggi meritano un pensiero consapevole e attento ci sia per noi docenti la libertà di insegnamento. Si dirà: è un nobile principio costituzionale nato per sottrarre all’autoritarismo e alla coercizione chi abbia il coraggio di professare le proprie idee, e non è che un necessario corollario della libertà di pensiero e di parola. Possibile che si possa voler ritornare su qualcosa di così fondamentale?

Se si parte dai principi astratti sicuramente no. Chi può seriamente considerare positivo che a un preside si dia il potere di coartare la coscienza dei suoi insegnanti? A meno di curiosi deliri di onnipotenza, nessuno può sostenere qualcosa del genere.

Il fatto è che se impostiamo la questione in questi termini abbiamo già sbagliato. Muoversi su questo piano significa immaginare il problema in termini di massimi sistemi, di ideologie, di propaganda e contro-propaganda. Non che ciò sia sbagliato o inutile, anzi: è necessario e fertile. Soltanto, questo alato approccio vola altissimo sulla vita quotidiana della scuola e non permette di dire una sola parola su quella routine che comincia tutti i giorni alle 8 e finisce alle 13, sabati inclusi (più o meno). Eppure a uno sguardo attento e ravvicinato sulla quotidianità scolastica non possiamo ovviamente rinunciare in alcun modo.

Preliminarmente, cominciamo con il dare un’occhiata alle regole. In questo senso, i riferimenti legislativi fondamentali sono tutto sommato pochi: a monte c’è l’art. 33 della Costituzione (che giustamente considera l’insegnamento come qualcosa di ben più ampio che la sola attività scolastica), mentre a valle ci sono il Testo Unico 297/1994, il D.P.R. 275/1999 (autonomia scolastica). Essi stabiliscono che la libertà di insegnamento trova un limite soltanto nella garanzia della crescita culturale dei ragazzi. Se è utile a istruire i ragazzi, nulla può essere impedito.

Il principio, dunque, è chiarissimo. Nella pratica c’è però un problema serio: in un contesto reale e di fronte a studenti in carne ed ossa, stabilire cosa sia utile o meno per la crescita culturale dei ragazzi non è affatto facile. Nonostante Indicazioni Nazionali, schede, tabelle, rilevazioni e sussiegosi consigli ministeriali, alla fin fine si rimane nel campo dell’opinabile, e ogni docente ha la sua idea. E se c’è libertà di insegnamento, ogni opinione deve essere rispettata e ogni docente deve poter fare come gli pare.

Dal punto di vista dei diritti di chi insegna, tutto questo non è nemmeno particolarmente problematico: ognun per sé e Dio per tutti, e viva la libertà. Ma dal punto di vista dello studente? Dal punto di vista dello studente la questione è ben più spinosa: lasciato in balia di una pluralità di metodi e di approcci, esposto ad forme di valutazione fortemente oscillanti e messo di fronte ad una totale mancanza di coordinamento, è facile che uno studente finisca per non capirci più nulla.

È un esito ben paradossale, ma non strano, se la nostra attenzione si appunta tutta sui docenti piuttosto che sugli studenti, e sui diritti di chi insegna piuttosto che su quelli di chi impara. E soprattutto se ci dimentichiamo che chi insegna non ha solo diritti, ma anche doveri, che in questo caso restano piuttosto vaghi ed indeterminati.

Si può pensare che il mio pessimismo sia generico ed astratto. Ma se si getta uno sguardo onesto sulla scuola italiana si noterà che in realtà in esso c’è del concreto e del realistico. Nelle nostre scuole la collaborazione è l’eccezione piuttosto che la regola, e non è raro che dietro lo schermo della libertà didattica si nascondano le sciatterie piuttosto che le idee dei docenti: se si è liberi di fare qualsiasi cosa e non vi è un modo oggettivo per stabilire se ciò che si fa è dannoso, ogni cosa andrà bene. Così però la libertà rischia seriamente di trasformarsi in arbitrio, le scelte didattiche in una serie di scuse e l’autonomia del docente in un modo comodo di rigettare qualsiasi critica.

Spero che a questo punto i miei dubbi sulla libertà didattica per come è declinata siano diventati più comprensibili: quella del docente italiano statale è più la libertà della solitudine che quella della piena espressione della propria coscienza. È più anarchia che progettualità condivisa e partecipata. È una libertà che è molto efficace nel liberare un insegnante da qualsiasi interferenza, ma insieme con gli abusi essa tiene lontani anche gli interventi necessari e utili.

Certo, essa permette anche, in qualche modo, di tenere a distanza l’eccessivo normativismo ministeriale, ma è un gioco delle parti: da un lato gli insegnanti sono liberi di fare quel che vogliono, dall’altra il ministero cerca di tenere insieme un sistema di istruzione che si vorrebbe se non omogeneo almeno governabile e coerente. Il modo che il ministero ha per ottenere la governabilità che a torto o ragione pretende è quel groppo di minutaglie normative che, articolo 33 o meno, finiscono per imbrigliare l’attività del docente molto più di un ipotetico autoritarismo.

Cosa vien fuori da questa strana sintesi di autonomia e pressione burocratica? Un ircocervo in cui la libertà didattica è concessa, ma funziona male e per di più viene non solo percepita dal sistema come confusa e anarchica, ma anche temuta. E per quanto burocratico, il sistema non ha nemmeno tutti i torti: guida, coordinazione, rendicontabilità, chiarezza, trasparenza, progettualità ed efficacia sono aspettative legittime da parte non solo dell’opinione pubblica ma anche ed in primo luogo da parte di chi a scuola ci manda i propri figli.

Come se ne esce?

Se ne esce cambiando radicalmente l’approccio. Di certo non per tornare a uno stolido normativismo o imponendo a tutti, di nuovo, i cari vecchi programmi ministeriali (contro cui solo una minoranza di docenti si è schierata, mostrando che talora più che la libertà ha contato la comodità di avere un percorso pronto), ma attribuendo la libertà didattica alle singole scuole, piuttosto che ai singoli docenti. Non è un’idea nemmeno tanto peregrina: in nuce, l’idea fondante del collegio dei docenti è proprio questa.

Accanto al collegio dei docenti, però, ci deve anche essere una struttura funzionale e chiara, in cui sia possibile prendere decisioni di ampio respiro e seguirle. La scuola italiana ha bisogno di responsabilità, ovvero di qualcuno che abbia le competenze, le conoscenze e l’esperienza per offrire e, se necessario, imporre ai singoli consigli di classe (il luogo in cui tutto diventa concreto) le scelte didattiche di fondo, e portarle avanti.

In altre parole, la scuola italiana ha bisogno di un docente guida, non diverso dal professore ordinario universitario che guida i ricercatori sotto di sé. Non bisogna immaginare questo “ordinario” come un autocrate. È sufficiente che un tale docente, non privo di esperienza e di competenze trasversali, raccolga il meglio di quanto il suo consiglio ha da offrire e gli dia una forma didattica funzionale, a cui poi tutti si attengono, a costo di vedere limitata in qualche misura la propria “libertà didattica”. La sua attività sarebbe controllata da un collegio democratico, e altre forme di tutela sarebbero facilmente escogitabili.

I vantaggi sarebbero numerosi. Innanzitutto, al posto delle burocratiche programmazioni si avrebbe un vero piano di lavoro che, spiegato e condiviso tra i colleghi, sarebbe esito di una vera progettazione e non una mera compilazione burocratica quale quella cui siamo abituati. Un simile documento, peraltro, richiederebbe e favorirebbe l’attiva partecipazione di tutti, e questo darebbe ampie possibilità di esprimere e vedere applicate le proprie convinzioni didattiche. Sicuramente di più dell’attuale menefreghismo istituzionale.

Questi piani di lavoro renderebbero molto meno necessarie le Indicazioni Nazionali e le Linee Guida, che pure, stranamente, sono sempre state accettate senza batter ciglio dai docenti italiani, gelosissimi del principio della libertà didattica, ma abbastanza indifferenti a documenti che gli dicano in dettaglio cosa fare e quando (soprattutto le Indicazioni).

Il normativismo di queste ultime è avvilente: è la plastica dimostrazione della sfiducia del ministero dell’istruzione nei confronti della capacità dei docenti. È lo Stato che dice ai docenti quali libri sono importanti da leggere, quali filosofi sono necessari, quali teoremi scientifici vanno studiati, come se i docenti da sé non lo sapessero. Un gruppo di lavoro in cui un docente “ordinario” (o “senior”, se si vuole) abbia efficaci strumenti di intervento, indirizzo e controllo, potrebbe tranquillamente sostituirsi a questi imbarazzanti consigli burocratici.

I gruppi di lavoro avrebbero inoltre tutti i vantaggi della vicinanza al teatro di operazioni, e opererebbero con quell’elasticità che un testo fisso come le Indicazioni o le Linee non può avere.

Una scuola in cui tutti i professori sanno cosa accade in tutte le classi è anche una scuola dove le interclassi, i seminari aperti, gli inviti a relatori esterni diventano facili da fare. È una scuola in cui le supplenze non sono perdite di tempo in cui un docente a caso fa da baby-sitter agli studenti. È una scuola in cui finalmente la valutazione può diventare collegiale e condivisa, con tutto quello che questo significa per la responsabilizzazione dei ragazzi.

Si noti il paradosso: ho cominciato mettendo in dubbio la libertà didattica per i singoli docenti, ma attraverso una struttura che operi per squadre di docenti, la libertà didattica della scuola o del consiglio di classe risulterebbe alla fine maggiore. Sarebbe una vera libertà di progetto e di movimento, da unire ad una seria capacità di render conto del proprio operato e della propria efficacia, cosa verso cui il sistema di istruzione, tra valutazione delle scuole ed INVALSI, sta andando comunque. È una sfida, e ci sono dei rischi, certo. Ma è una partita che va giocata, perché l’alternativa non è sostenibile.

La scuola italiana non è in salute. La scuola italiana traballa e incespica, e ogni sua azione le costa sempre più fatica. È bene che si cambino alcune impostazioni di fondo, e se pure i miei argomenti non sono riusciti del tutto convincenti, spero almeno si sia capito che oggi non è la libertà dei docenti a essere in pericolo, ma quella degli studenti che escono dalla scuola indifesi e impreparati al mondo. La responsabilità di quello che per loro si poteva fare e non abbiamo fatto, presi come eravamo dalla celebrazione della nostra libertà, ricade su di noi.

[Immagine: Aula scolastica (gm)].

6 thoughts on “Libertà di insegnamento o arbitrio?

  1. Articolo molto interessante, sottoscrivo il giudizio di fatto seguente: “da un lato gli insegnanti sono liberi di fare quel che vogliono, dall’altra il ministero cerca di tenere insieme un sistema di istruzione che si vorrebbe se non omogeneo almeno governabile e coerente.” In effetti anche a me sembra che la libertà di insegnamento nella scuola attuale sia in parte sfrenata e senza alcuna assunzione di responsabilità nelle pratiche concrete in classe e nei suoi risultati concreti, in parte la libertà di insegnamento sia estremamente limitata riguardo ai dettagli dei contenuti (penso alle indicazioni nazionali dove si leggono cose come “obbligo minimo di 25 canti della Divina Commedia nel triennio” e se sono 24 e se si fanno solo parti di canti non va bene?).

    Io ho già detto in passato che queste particolarità si potrebbero spiegare con una visione di centralismo statalista ogni servizio pubblico, in quanto calato dall’alto dallo stato (e non come risultato del confronto dal basso tra i cittadini e i membri della società) si autolegittima da se stesso come unica e migliore soluzione possibile ai bisogni dei cittadini. Nel caso del servizio pubblico dell’istruzione, dunque il docente, in quanto rappresentante dello stato ha il diritto assoluto di giudicare chi vuole e nel modo che vuole ma in nessun modo può essere giudicato da esterni. I contenuti invece devono essere uguali per tutti e calati dall’alto dallo stato senza alcuna possibile margine alla libera ricerca dal basso da parte della società di decidere cosa e come sia più giusto insegnare anche in relazione all’ambiente sociale (presenza di ragazzi stranieri, scuola che risiede vicino a musei o a luoghi di interesse culturale e così via). Insomma, sembra ancora presente un certo pessimismo antropologico in cui si ritiene che la società dal basso è incapace di essere autonoma nell’usare i mezzi delle scienze e dei saperi per adattarli ai singoli ragazzi, magari perché si ha paura che tale società sia preda degli interessi particolari (le sirene del mercato, visioni ideologiche e politiche di parte…) ignorando tuttavia che siamo in una società in cui è perdente ogni proposta di interessi particolari che non faccia a patti con il confronto e con i risultati fecondi che da esso tutti ricavano. Non so se questa mia impressione può essere condivisa da altri come dall’autore, ma mi sembra una delle più plausibili.

  2. Caro Rocchi,

    trovo impeccabile la prima parte del suo pezzo. La diagnosi dello stato presente mi pare formulata con rara lucidità.

    Sulle visioni future sono molto scettica, invece. Nella scuola italiana la pratica collegiale fa parte al momento solo dell’orizzonte della primaria, mentre manca abbondantemente nei percorsi successivi. Già dalle scuole medie, infatti, il percorso formativo si struttura solidamente in discipline, delle quali i docenti si sentono chiamati ad essere i mediatori in una prospettiva più chiusa. Quindi ciascuno tende a coltivare il proprio orto, ad accumulare la propria cultura per spargerla poi nelle lezioni in aula, secondo una prassi consolidata (e asfittica) ma, come dice lei, rassicurante. Forse andrebbe prima di tutto intaccato questo disciplinarismo. Come farlo, beh, temo che sia anche una questione di forza dell’istituzione scolastica attraverso le figure dei Dirigenti: gli insegnanti della primaria, chissà perché, sono stati più docili rispetto alla formazione obbligatoria che ha trasformato negli anni il loro ruolo educativo, a mio parere rafforzandolo in una saldatura più significativa con le esigenze dei bambini e delle famiglie. Bisognerebbe imparare da loro.

  3. cara Mariangela

    Grazie per i complimenti, innanzitutto.

    Nonostante il suo scetticismo sulle visioni future, non mi sembra che siamo poi così distanti. Io mi sono limitato ad esprimere il mio pio desiderio, tratteggiando uno scenario alternativo che, mi sembra, potrebbe essere più funzionale di quello attuale.
    Sulle reali possibilità di cambiamento non mi sono espresso. Tendo ad essere pessimista, ma questa potrebbe essere un mio difetto caratteriale.

    Ci sono diverse cose da cambiare, per arrivare ad una scuola che presenti aspetti vagamenti simili a quelli che tratteggiavo:

    1) L’attività e la carriera dei docenti: ora le attività sono indifferenziate e la carriera inesistente. Gavosto sulla Stampa oggi questo lo ha sottolineato molto chiaramente. Il problema è la ripartizione del monte stipendi (ora ancorato all’anzianità). La possibilità che i nuovi docenti si trovino a lavorare su più scuole rende la cosa anche peggiore: la carriera diventa ancora meno appetibile. Il primo luogo dove parlare di tutto questo dovrebbe essere il momento del rinnovo del contratto, che sarebbe anche un buon momento per rivedere lo status giuridico del docente.
    E neanche il sistema di valutazione dei docenti escogitato dal governo mi sembra possa funzionare bene.

    2) L’autogoverno delle scuole. Scuole che non possono formare il proprio corpo docenti decidendo autonomamente chi assumere non possono neanche creare progetti di ampio respiro.

    3) Il controllo, la vigilanza, lo stimolo che dovrebbero arrivare dal Ministero e dalle sue articolazioni regionali e territoriali non ci sono. Le competenze degli uffici ministeriali sono fondamentalmente amministrative, non tecniche e professionali e questo fa sì che le scuole siano molto “sole”, ma anche del tutto incontrollate nel loro operato. La struttura gerarchica del ministero è rigida, poco permeabile e ancora meno trasparente.

    4) I Dirigenti Scolastici attuali, anche se questo c’era una ricerca della Fondazione Agnelli, sono di qualità mediamente bassa: senza formazione manageriale, con poteri curiosamente sbilanciati, poco formati e pochissimo aggiornati. E per quel che posso vedere non controllati in alcun modo, con il risultato che delle loro scelte sbagliate non siano mai chiamati a pagare.

    Come intervenire su tutto questo? Ovviamente serve una volontà politica, perché le vecchie abitudini da modificare sono tantissime. Ci si riesce? Chi lo sa?

  4. Il lavoro da fare è politico, ma è anche a livello del terreno, in un quotidiano scavo della mentalità tradizionale degli insegnanti. Sarà un lavoro durissimo per qualche anno, perché molto forti sono le resistenze dei più anziani, entrati in servizio direttamente dopo gli studi e vissuti per anni in una quiete priva sia di controlli che di stimoli: è stata questa generazione ad innalzare il totem della libertà d’insegnamento anche come arbitrio, come ben ha descritto lei. Guardando alle generazioni più recenti, infatti, si notano delle vistose differenze: c’è una visione anche ‘tecnica’ del mestiere, una maggiore agilità nell’attraversamento delle paludi burocratiche (troppe, comunque), anche grazie alla familiarità con le nuove tecnologie, un dinamismo intellettuale trasversale alle discipline e certamente una cura maggiore del rapporto con gli studenti.
    Dei quattro punto da lei sollevati nella risposta, poi, il quarto mi sembra stia diventando esplosivo grazie alla legge 107, di cui molti Dirigenti continuano a non capire niente, producendo un marasma senza precedenti in certe scuole: bene, quanto meno il re è nudo!

  5. «In altre parole, la scuola italiana ha bisogno di un docente guida, (…) che (…) dia una forma didattica funzionale, a cui poi tutti si attengono, a costo di vedere limitata in qualche misura la propria “libertà didattica”.»

    Non giochiamo con le parole. In pratica è l’autocrate. Che due righe sotto Lei dice di non volere. Queste argomentazioni forse funzionano per altri, ma non per un docente di italiano.
    Cordialmente.

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