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di Daniela Brogi

– KEEPER, di Guillaume Senez (Belgio/Svizzera/Francia) MIGLIOR FILM

LA PATOTA / PAULINA, di Paulina di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA e PREMIO MIGLIOR ATTRICE (Dolores Fonzi)

COUP DE CHAUD, di Raphael Jacoulot (Francia) PREMIO MIGLIOR ATTORE (Karim Leklou) e PREMIO DEL PUBBLICO

A SIMPLE GOODBYE, di Degena Yun (Cina) PREMIO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA EX-AEQUO

SOPLADORA DE HOJAS, di Alejandro Iglesias (Messico) PREMIO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA EX-AEQUO

COLPA DI COMUNISMO, di Elisabetta Sgarbi (Italia)
COMA, di Sara Fattahi (Siria / Libano)
GOD BLESS THE CHILD, di Robert Machoian e Rodrigo Ojeda Beck (USA)

IDEALISTEN / THE IDEALIST, di Christina Rosendahal (Danimarca)
I RACCONTI DELL’ORSO, di Samuele Sestieri e Olmo Amato (Italia)
JOHN FROM, di Joao Nicolau (Portogallo)
LES LOUPS, di Sophie Deraspe (Canada / Francia)
LO SCAMBIO, di Salvo Cuccia (Italia)
THE WAITING ROOM, di Igor Drlijaca

Il lungometraggio d’esordio con cui il belga Senez ha conquistato il premio miglior film di TFF33 mette in scena una vicenda molto semplice. Maxime e Mélanie hanno quindici anni, vivono in una piccola cittadina francofona, e stanno assieme come si sta insieme a quell’età: baciandosi dietro i muri, consumando videogiochi in camera, aspettandosi all’uscita da scuola, frequentando il pub, chiacchierando a vuoto e raccontandosi storie senza alcun ritmo, passando sempre dalle stesse strade (è quello che fanno anche i tre ragazzini protagonisti dell’opera prima Sopladora de Hojas), allenandosi a calcio. Finché Mélanie scopre di essere incinta. Sulle prime Maxime è preso dal panico e sparisce. Poi però i due fanno pace, e Maxime accompagna Mélanie a informarsi su come abortire; la loro vita continua a scorrere tra tenerezze adolescenziali e uscite al Luna Park, e così i due piano piano ci ripensano (« – È fico comunque un bambino! – » dice l’amico a Maxime, mentre mangiano pizza sul divano), e alla fine si convincono di poter mandare avanti la gravidanza. Anche se Maxime avrebbe bisogno di concentrarsi soltanto sull’allenamento sportivo, perché è stato selezionato per entrare a far parte di una scuola di calcio (e a forza di distrarsi sarà eliminato); anche se la madre di Mélanie, che ha cresciuto la figlia da sola, si oppone in tutti i modi, giungendo al gesto estremo di mandar via di casa la ragazza; nonostante tutto ciò i due ragazzini vanno avanti, con l’aiuto della madre di Maxime, ma, proprio in prossimità del parto, Mélanie crolla: scappa e trova rifugio nel mondo materno, da cui escluderà Maxime, lasciando poi il bimbo in un centro di affidamento. Accompagnato da sua madre, Maxime va a vedere il figlio: « – Bonjour papà! –», dice l’infermiera mettendogli in braccio per la prima volta il neonato. Cosa accadrà adesso? Il film si conclude lasciando aperto questo dubbio.

Già opere come Juno, o 17 filles, per esempio, avevano affrontato la storia di una gravidanza adolescenziale. Ma Keeper ha una particolarità narrativa che lo distingue e che rende convincente l’assegnazione del premio, perché il film sposta lo sguardo su una zona di intimità di solito lasciata fuori, possiamo dire anche esclusa, dalle storie di gravidanza. Il film, infatti, costruisce la funzione protagonista attorno non a Mélanie, come ci si aspetterebbe, ma a Maxime: è lui “the keeper”, cioè la persona che dovrà appunto farsi carico, oltre che della scelta sul bambino, dei fili di raccordo della storia. La tenuta delle parti del film, i riflessi sulle cose, sui volti o le reazioni degli altri, nei quali si mimetizzano le paure mai esplicitate ma proprio perciò intensissime di Maxime, passano tutte da questa trasgressione delle regole classiche di presentazione della storia – non per niente il titolo previsto per il film era stato anche Hors de cadre. Il film di Senez sta bene nel paesaggio del Torino Film Festival – che da tempo si è ormai costruito il meritato prestigio di festival italiano più capace di esplorare la pluralità come occasione di ricchezza – perché fa esistere l’esperienza di modi diversi di vivere e di guardare, sia al cinema che nella realtà, la condizione di un’adolescente rimasta incinta. Perché possono anche esserci, e avere il diritto di esserci, anche i ragazzi; o perché ci sono strutture e consultori dove gli adolescenti possono andare e magari parlare, senza sentirsi in colpa, con personale maschile: « – Perché lo vuoi? – || – Perché è mio figlio – || – Non è sufficiente – »: non è così facile immaginarsi questo scambio di battute – che si svolge in un ambulatorio, tra un uomo adulto e un ragazzo – in Italia, nel senso che purtroppo si fa fatica a immaginarsi le strutture materiali e culturali che lo possano garantire. Si fa fatica a immaginarsi una situazione così laica.

Keeper offre la possibilità di pensare il maschile e la paternità con uno sguardo hors de cadre, senza ossessioni di virilità, e, finalmente, senza la necessità di raccontare una biografia maschile legandola esclusivamente a una parabola edipica. « – Au revoir papà! – » dice l’ultima battuta del film, e i dialoghi fanno corpo con la composizione spaziale della scena – che si svolge su una soglia.

Au revoir papà: la battuta finale di Keeper, a pensarci, rimanda a quello che forse è stato il tema più ricorrente tra le opere in concorso: che nella maggioranza dei casi hanno fatto esistere modi diversi di ripensare le relazioni tra genitori e figli, o le forme stesse della genitorialità e dei sentimenti da essa mobilitati, lavorando più spesso attorno a una domanda che ha trovato anche risposte paradossali – come nel film fuori concorso Lamb, di Ross Partridge – ma che tornava quasi sempre, e che era, in sintesi: “come ripensare, come ritrovare il padre?”. Dove però la definizione dell’oggetto, va subito precisato, non asseconda un orizzonte di attesa unico, ma, al contrario, lavora sulla pluralità, anche sull’ambiguità, costruendo scenari decisamente più originali e più vari – attenti, per esempio, anche alla relazione padre/figlia. Il padre, inteso come forma unica e universale, è stato anzi trattato, come nel bellissimo film fuori concorso Sunset Song, di Terence Davies, non come un mito da rimpiangere, ma come un modello che, alla prova della storia anziché dell’ideologia, ha spesso agito come figura violenta – e non si tratta di situazioni simboliche, ma di botte vere, prima di tutto sui figli maschi.

E così, è proprio sul filo di una più ricca modulazione della relazione con il genitore che si svolge La patota, ispirato a un film argentino del 1960, dove si racconta il carattere ostinato di Paulina, dottore di ricerca in scienze politiche, che, come una sorta di nuova Antigone, si contrappone alla legge del padre, di professione giudice, prima tradendo i suoi progetti di carriera per andare a lavorare come insegnante in uno sperduto villaggio, e poi, dopo una violenza sessuale, trasgredendo gli ideali di giustizia incarnati dal padre pur di non venir meno alle sue scelte («- voglio andare avanti! – »).

Anche se rivelata soltanto a metà film, anche Les Loups racconta, talvolta con passaggi un po’ pretestuosi, la ricerca del padre compiuta da Élie, in una sperduta isola di pescatori di foche, nel Nord dell’Atlantico. (Ed è un padre, di un figlio piccolo, anche il nuovo vicino di casa, single e estremamente affettuoso con il suo bambino, per cui prende una cotta la quindicenne Rita, smarrendo i confini tra realtà e fantasia, in John From, il secondo lavoro di João Nicolau, montatore di Miguel Gomes. La prima parte è noiosissima).

A Simple Goodbye, il secondo lavoro della cinese Degena Yun, figlia del regista SaiFu – di origini mongole, che negli anni Novanta, assieme alla moglie Mailisi, ha realizzato film con spettacolari corse di cavalli nelle steppe mongole – era una delle opere migliori tra quelle in concorso; è un film autobiografico, dedicato alla reinvenzione, anche cinematografica, di una relazione e di un’eredità del padre, malato terminale. Il film mette in scena una doppia separazione: quella della figlia dal padre e quella del padre dalla vita, procedendo per stacchi duri di racconto che mimano una analoga doppia durezza del lavoro di elaborazione: tanto della figlia (« – Era un debole. L’ho odiato perché non ha mai pensato a noi. – »), quanto del padre (« – Basta con questa positività! – » protesta il malato, contro l’entusiasmo coatto e disperato della moglie e della sorella).

Il padre invece è del tutto assente in God Bless The Child, un film completamente girato ad altezza di bambino, che procede come una filastrocca, incrociando lo stile documentario (i cinque protagonisti sono figli di uno dei registi) e il registro fiabesco – in cui non c’è una progressione, ma ogni sequenza viene fatta cadere addosso all’altra, in una sorta di girotondo di ricorrenze. Il film mette in scena una sorta di mondo salvato dai ragazzini, perché racconta di come quattro bambini, da uno a cinque-sei anni, e la sorellina adolescente, se la cavino da soli in un imprecisato lasso di tempo (un giorno, forse di più) in cui sono stati abbandonati a sé stessi da una madre – forse depressa, non si sa – che rientra in scena solo alla fine, per mettersi a letto, chiedere scusa alla figlia, e addormentarsi mentre la giovane le canta “dormi, piccolo mio…”. Ma la riconsiderazione di nuove forme di relazione tra genitori e figli, come si diceva, è davvero uno dei temi che più volte sono tornati nel paesaggio dei film in concorso a TFF33: per esempio il protagonista della fiction documentaria Mia madre fa l’attrice, il regista Mario Balsamo, mentre attende la madre che sta facendo un provino commenta « – Ho portato la figlia dal pediatra! – ». Il film di Balsamo è un lavoro autoironico e non velleitario: questa postura produce un senso del limite che è il limite ma anche il punto di forza di un film che non vuole esagerare; diverso invece è il discorso per il secondo dei quattro film italiani in concorso, cioè Lo scambio, ispirato al caso di cronaca criminale del rapimento e dell’uccisione, a Palermo, a metà anni Novanta, del piccolo Giuseppe Di Matteo; la prima parte del film, strutturato come un thriller, funziona molta bene: per la capacità di gestire l’ambiguità come codice privilegiato del racconto, per la composizione teatrale delle scene, per le riprese degli spazi; la seconda parte invece deraglia verso un eccesso di onirismo che fa perdere il senso complessivo della storia.

Colpa di comunismo, di Elisabetta Sgarbi, opera documentaria dove si inscena la vita di tre donne rumene che cercano lavoro, è un film che fa impressione pensare che sia del 2015, perché sconcerta constatare come, ancora oggi, si possa pensare di raccontare il prossimo, in quanto subalterno, alternando l’esotismo dolente alla confidenza caritatevole con il personale di cucina.

I racconti dell’orso era stato pensato come un corto: realizzato rimontando situazioni girate nei paesaggi meravigliosi della natura finlandese in cui si aggirano due personaggi postumani, vale a dire un omino tutto rosso e un monaco meccanico, a cui si aggiungerà un orso di peluche. Sono le figure che popolano i sogni di una bimba durante un viaggio in macchina. Il film è un eccellente prodotto di ingegneria acustica e visiva; ma era nato per essere un corto, e forse doveva rimanere tale, perché portare avanti, per sessantasette minuti, due omini che si scambiano urletti ed esclamazioni senza alcuna sceneggiatura, significa prendersi gioco degli spettatori.

Coma, in cui tre donne – nonna, madre, figlia – vivono a casa, a Damasco, in una condizione di volontaria reclusione, mentre fuori infuria la guerra, mette alla prova la resistenza dello spettatore, sia per la monotonia della situazione e dei dialoghi, sia per gli effetti di interferenza creati dal montaggio; però quel fastidio, anche se con qualche eccesso di manierismo, ha un senso, perché crea una precisa esperienza di percezione dell’ambiente, in cui cadono, sempre contro gli stessi vetri, sempre contro lo stesso muro, sempre contro la stessa penombra, i discorsi vuoti di qualcuno che continua a esistere in uno stato di guerra.

Alcuni elementi della vicenda di Coup de chaud , come la presenza di un personaggio con un ritardo mentale; lo spazio di un microcosmo rurale pronto a scatenare violenza, ricordano la storia di Uomini e topi, di Steinbeck. Siamo in un villaggio di campagna, durante l’estate più calda del secolo. L’acqua inizia a scarseggiare; la siccità rovina i raccolti, e gli abitanti, sempre più nervosi, cominciano a guardare come responsabile dei loro guai Josef, un ragazzo di origini gitane.

Mescolando filmati di repertorio (la regista è una documentarista) allo stile cinematografico americano del giornalismo d’inchiesta Idealisten / The Idealist, ambientato in Danimarca, negli anni Ottanta, racconta la vicenda che ha portato Poul Brink (1957-2002) a ricevere, nel 1997, il “Journalist of the Year Award” per il suo libro Thule-sagen – løgnens univers – un testo di denuncia contro i potenti del mondo che simulano di promettere e garantire sicurezza intanto che occultano le catastrofi. Durante le indagini attorno a un contenzioso operaio in una remota area della Groenlandia, Brink scoprì informazioni insabbiate da vent’anni su un incidente nucleare avvenuto nel 1968 vicino alla base militare di Thule, tra i ghiacci polari.

Il protagonista di The Waiting Room, un film talvolta forse troppo lento ma certamente tra i migliori, è un attore bosniaco emigrato a Toronto dopo la guerra nella ex-Jugoslavia. Il film racconta i due viaggi che deve compiere Jasmin: quello reale per andare a Sarajevo dal padre, e quello che recita su un set, dentro una macchina ferma – mentre intanto le immagini del paesaggio fatte scorrere sulle quinte creano l’effetto del movimento. Tutto è staccato nella sua vita, e questo senso di scollamento continuo è reso principalmente attraverso gli spazi impersonali in cui si muove (la macchina finta; skype; le sale d’attesa; la camera d’albergo di un aereoporto); e attraverso l’uso continuo dello stacco netto di macchina, che può servire per sezionare le sequenze e interrompere di continuo la successione cronologica, andando in avanti e indietro nella storia; ma può servire anche a staccare il filo narrativo principale spostando il punto di vista. Jasmin non è semplicemente un emigrato: è un uomo in fuga dal trauma della guerra, e questo fa di lui una figura staccata, in senso sia tecnico che simbolico, da tutto: dalla Bosnia, dagli altri, da sé stesso.

[Immagine: KEEPER, di Guillaume Senez, 2015 (dbr)].

2 thoughts on “Il film vincitore e le altre opere in concorso a Torino Film Festival 33

  1. “Ed è un padre, di un figlio piccolo, anche il nuovo vicino di casa, single e estremamente affettuoso con il suo bambino, per cui prende una cotta la quindicenne Rita, smarrendo i confini tra realtà e fantasia, in John From, il secondo lavoro di João Nicolau, montatore di Miguel Gomes. La prima parte è noiosissima.”

    Si vede che la prima parte è stata talmente noiosa che Daniela Brogi non si è nemmeno accorta che il vicino di casa è padre di una bambina, e non di un bambino. Eppure gli indicatori di genere erano molto più che evidenti, a partire dal nome, Beatriz.

  2. @Giulia: ha ragione, o meglio mi fido di lei, perché non mi ricordo se si trattasse di un bambino o di una bambina. non è un dato significativo direi, cmq la ringrazio.

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