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di Giovanna Marmo

[È uscito da poco il nuovo libro di poesia di Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda (Aragno). Ne presentiamo alcuni testi].

Edera ovunque

Inutile fotografarmi il viso,
somiglio a chiunque. Cambio
il mio trucco di continuo,
indosso costumi diversi.
Ho un corpo che vale per tutti,
che diventa ogni cosa.
Sono l’alieno che può essere visto
solo dalla mia finestra.

Dopo essermi tolta i guanti, entro in scena
quando le luci di sala sono ancora accese.
Il palco è abitato da escrescenze,
vite pluricellulari, parassiti.

La trama è composta di fili scuciti,
discorsi riportati, elenchi privi di nessi.
Mi esprimo per quadri e frammenti,
eseguendo le indicazioni
che mi vengono fornite.

Descrivo e scompongo un evento terminale.

Non mi sorprendo se qualcuno mi passa
attraverso. Sono la minaccia che si muove
con il ritmo del giorno, che muore,
muore e poi ricomincia. Edera ovunque.
Niente morfina, voglio che rimaniate svegli.

Funghi, mucillagini insetti.

Ho aperto il mio ventre,
le foglie affusolate si ramificano.
Lascerò andare i miei pezzi,
perché desidero riavervi.

Il punto di fuga

Il film della sua vita la segue.
Per proteggerla dalle altre comparse
si adegua al suo percorso lento,
non la trascina con sé.

Cieli di rame, strade invase dal fango,
sfregi di pallottole esplose sui muri,
facciate distrutte. La guerra è dichiarata.

Ma non accade niente.
Per lei tutto ciò che conta
è già avvenuto fuori campo.

Si muove quasi senza spostare l’aria,
nonostante gli arti lunghi e arrugginiti.
E non chiede mai:
cosa avete fatto alle mie gambe?

Non ha bisogno di mantenersi in equilibrio,
non capisce niente del filmato
che la sta riprendendo.

Ha un nome di copertura,
ha scelto di vedersi
come se fosse un’altra. Quando si specchia
nell’obiettivo il volto riflesso è una città
assente nel ricordo.

Pronuncia solo due battute:
– Dissolvenza in nero.
– Fine.

 

Un topo senza voce

La porta tocca quasi il tetto. Il tetto è basso,
assorbe ogni cosa: non è più la mia casa.
Il pavimento è coperto di briciole.

Ogni tanto percepisco una frase
che non collego alle altre. Divido
l’aria con le mani, il catrame si scioglie.
Tutto si riveste di ottone fuso.

Secondo voi, perdo ancora sangue?
Ho un corpo privo di membra.

Allungò il braccio per spegnere
l’unica luce rimasta accesa.
Nessuno protestò.

Gli alberi erano molto più grandi, i pali
si piegavano nel buio.

 

Avvenimenti

Al primo piano una persona cade per terra.
Il soffitto è troppo alto, i mobili si allontanano.
Le porte sono ovunque aperte.

La cucina è già buia.

Le gambe della sedia, del tavolo e della persona
numero due vedono sparire
il suolo su cui poggiano.

Una lampadina illumina il viso.
Nel corridoio brillano teste di pesce inchiodate.

Distante dagli avvenimenti,
non comparivo in ciò che guardavo.
Tuttavia, alla fine del programma,
il mio nome apparve di nuovo tra i titoli.

Al piano di sopra svuotano una vasca da bagno,
il meccanismo riprende a funzionare.

 

Emisfero muto

Non so come difendermi dal grido delle larve,
dalla solitudine degli atomi dispersi.
Ti sono mancata?
Sarebbe più facile se anche tu avessi ucciso.

La penombra si addensa in nuvole basse,
la bocca si chiude; il tempo si ferma.
La bocca si apre: il tempo cade nel buco.

Il pavimento è senza colore.
Ha perso anche la prospettiva.
I contorni sfumano, non riconosco gli oggetti.
Il letto sul quale ero stesa è solo un materasso
che conserva l’impronta di un corpo.

Nella retina, in sovrimpressione, le foglie scure.

Sento la preda a grande distanza,
le persone che hanno lo stesso odore
devono stare insieme.
Ma non è sempre possibile.

Voglio la notte senza suono, pressione,
ossigeno. Nello spazio privo di luce
ogni cosa si muove senza incontrarsi.
Non sono io, è l’universo
intero a essere abbandonato.

All’alba i serpenti escono dalla foresta
per scaldarsi con il primo sole.

 

Una medusa

Le strade si svuotano, le tane sono piene
di lucertole, ragni e bisce. Una medusa
scura pulsa nel cielo, la stoffa che tiene
l’universo si spezzerà.

Costellazioni di sedie, divani logorati
dal tempo. Gli oggetti risaltano nel vuoto,
disegnano atlanti immaginari.

Non riesco a leggere i segni. Che qualcuno
mi spieghi, mi riconduca a una forma.
Temo di non sapere chi sia il carnefice.
E la vittima poi, ci sta?

Baciatemi presto,
sto lottando contro il crepuscolo.
Posso resistere fino a quando la luce nella casa
di fronte si accende. Non c’è tempo,
baciatemi.

 

[Immagine: Alice Pavesi, Sundays by the sea (gm)].

4 thoughts on “Oltre i titoli di coda

  1. Baciatemi presto,
    sto lottando contro il crepuscolo.

    A volte bastano tre parole per ricordarsi di qualcuno.

  2. Baciatemi presto,
    sto lottando contro il crepuscolo.
    Posso resistere fino a quando la luce nella casa
    di fronte si accende. Non c’è tempo,
    baciatemi.

    non posso che mandarle un bacio metaforico
    dopo queste letture, ma le assicuro che compro
    subito il suo libro.

    Coraggio

  3. Robaccia. Balbettii, soprassalti, “non riesce a leggere i segni”: meglio tacere. La vittima, il lettore, non ci sta.

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