cropped-2006_untitled_september20060.jpgdi Maurizia Balmelli

[Maurizia Balmelli è una delle voci più autorevoli nel panorama della traduzione letteraria italiana. Tra i suoi autori: Emmanuel Carrère, Martin Amis, Cormac McCarthy, Jean-Marie Le Clézio, Aleksandar Hemon, Agota Kristof. Ha vinto il premio Von Rezzori 2010 per la traduzione di Suttree di Cormac McCarthy (Einaudi) e il Premio Terranova 2014 per Cuore di bestia di Noëlle Revaz (Keller). Questo racconto è la sua prima opera di carattere narrativo (im)].

 – Assolutamente no. Smettila di chiedermelo! – Emilia si alza da tavola, getta il tovagliolo nel piatto, spalanca la finestra.
– Giuro che me ne occuperei io, non metterebbe in crisi la tua libertà…
Emilia si accende il sigaro e sputa nei vasi dei fiori.
– E poi ci sono mia madre, mia sorella, il signor Giunti…
Emilia zappa la terra delle primule sul davanzale e a Rosa viene da piangere, perché sa bene che quando si mette a «fare i lavori» Emi intende «fine della discussione».
– Ti prego, Emi! È una parte di me che ha bisogno di esprimersi…
– E il CSAM le dà l’occasione di farlo, mi pare.
– Non essere cattiva! Sai bene quanto sia importante per me la tua partecipazione!
– Dacci un taglio, Rosa. Non sono mica tuo marito.
Rosa piange. Si versa del tè nella tazza, lo zucchera molto, si asciuga le lacrime nella manica del pigiama. Di spugna, con le lumachine stampate. Ma il sole sta sorgendo, e con lui una forza nuova che Rosa, ragazza intelligente e di carattere, sa cogliere. Si infila le scarpe da ginnastica e ferma la chioma di capelli scuri con una fascia elastica. Programma il timer del microonde, va in camera da letto, apre la finestra e parte. Un quarto d’ora di corsa sul posto. Progetto di graduale reintegrazione dell’esercizio fisico nella dieta quotidiana.

Sente sbattere la porta d’ingresso e subito dopo il timer trilla. Si sfila il pigiama zuppo di sudore, si caccia in bocca una mentina per combattere la sete, va in bagno. Accende la radiolina e si sfila gli slip. Sotto la doccia ricomincia a piangere. Radio Mattino sta trasmettendo Patty Pravo, Pensiero stupendo. Per quanto forte sia, alla voce maschia di Patty Rosa soccombe. Si passa il guanto tra le pieghe dell’adipe, sulle cosce grumose, tra i seni. Se li immagina più tondi, più sodi. Turgidi: è questa la parola che la fa singhiozzare. Dopo la doccia si cosparge di latte per il corpo. Così non va bene. A furia di pianti la sua pelle si è disidratata, ha perso elasticità. Rosa si guarda dritto negli occhi: se davvero lo desideri, devi dimostrarlo. Devi cominciare a prepararti. Da oggi in poi mangerai tanta frutta. Solo frutta. Per partire bene almeno nove chili devi perderli. E poi rinforzerai gli addominali. Può darsi che così anche Emi capisca la profondità del tuo desiderio… Povera Emi. Sempre presa dal lavoro. Da quel lavoro pesante con gengive malate. Ulcere, ascessi, pulpiti… «lavoro con la morte, io!» Emi la sera è molto stanca, bisogna scusarla se ha dei modi un po’ bruschi…

Squilla il telefono. Rosa attraversa l’appartamento correndo, nuda, i cuscinetti che sbattono gli uni contro gli altri.
– Pronto? – Rosa ha il fiato grosso.
– Pronto? Signora Frescura?
– Sono io. – Rosa sfoglia i vestiti appesi nell’armadio.
– Qui è il CSAM. Il dottor Calamia mi ha chiesto di anticipare la riunione alle 9. Crede di poterci essere?
Rosa è rimasta incastrata in un tubino di raso verde veleno e fatica a portarsi la cornetta all’orecchio.
– Pronto?
– Eccomi, ci sono. Ho il piccolo che si agita sul fasciatoio…
La voce della segretaria si intenerisce all’istante.
– Birichino! Quanto tempo ha?
– Quasi… quattro mesi.
– Amore! Crescono così in fretta… Mario, vero?
– Manlio.
– Certo, Manlio! Che testa… Un gran bel nome!
– Mh-mh.
– Allora a più tardi, signora Frescura.
– A più tardi, sì.
Rosa si decide per un vestito svasato blu marine in viscosa con un pavone azzurro stampato sul davanti. Il viso rotondo è di nuovo bagnato di lacrime.

Sulla tangenziale c’è un traffico infernale. Rosa mette in folle e abbassa il finestrino della sua Mini Minor. Le merende pastorizzate Plasmon, Preparate con lo yogurt, la frutta e la serenità Plasmon, si stagliano contro il cielo blu.
Rosa ripensa a Manlio. Inutile che Emi si innervosisca, era l’unico modo per non perdere il posto: il CSAM ha ristretto il campo d’indagine al settore di vendita mamma/bambino e lei, in quanto consumatrice-pilota, si è vista costretta a inventarsi una gravidanza prima e un pupo poi.
«Signora Frescura, lei risplende!» le diceva il dottor Calamia durante quei nove mesi in cui portava vestiti molto larghi e mangiava uva passa. «La sua pelle è così luminosa! I tratti del viso così rilassati!» E credendo di individuare il pancione quadrato sotto la camicia aggiungeva: «È sicuramente una femminuccia!» Invece era nato Manlio, a riprova del fatto che le credenze popolari non sempre sono fondate.
Rosa si sorride nel retrovisore. Tornare ai primi mesi di Manlio la fa sentire bene. Un Pliko Matic, il primo passeggino con passeggero, decolla con due bimbi felici a bordo.

Attorno al tavolo ovale stanno sedute dieci puerpere. Rosa ne conosce alcune, altre non le regge. Sono al loro terzo figlio e guardano il mondo con un’aria da donne arrivate. Presiede il dottor Calamia, assistito da un perito chimico.
– Ciao Giada!
La ragazza in tuta scosta la sedia per farle posto. Rosa non ci giurerebbe, ma le pare proprio che sia incinta di nuovo. La ragazza si gira verso di lei infastidita.
– Ci vai, tu, alla ginnastica post-parto?
Presa in contropiede, Rosa non sa cosa rispondere.
–Ti converrebbe, sai!
Rosa è sul chi vive: l’intenzione è velenosa.
– Se non rinforzi i muscoli pelvici rischi prolassi interni.
Rosa sgrana gli occhi.
– Eh sì, cara mia! Emorroidi, incontinenza.
– Come ben saprete, la riunione odierna verte sui prodotti per l’igiene del bambino nei primi 8 mesi di vita –. Il dottore fa un cenno al perito chimico che si alza e fa circolare un dattiloscritto con l’elenco degli articoli testati.
Le puerpere cominciano subito a consultarsi a bassa voce. Rosa è ripiegata sulla propria cavità addominale. È mostruosa, questa cosa dei prolassi interni! Con discrezione, si passa una mano sul ventre.
– Signora Frescura, se crede, la inviterei a rompere il ghiaccio –. Il perito chimico le rivolge un sorriso incoraggiante.
– Io… avrei qualche perplessità al riguardo di Nivea Baby. Da quando ne faccio uso quotidianamente Manlio soffre di un eritema…
Le altre drizzano le creste in blocco.
– …all’interno delle cosce.
Le altre si dissociano, loro con Nivea Baby si trovano bene. Si sono sempre trovate bene, puntualizzano le arrivate. Rosa ne fulmina una con gli occhi. Una a caso. Legittima difesa. Da qualche tempo sente che nei suoi confronti serpeggia il sospetto. Sorprende le colleghe a bisbigliare indicandola, perfino a ridacchiare durante i suoi interventi. «Il pupo lo guarda il babbo questa sera?» Le chiedono prima di ogni riunione serale e dopo, non ci giurerebbe, ma le pare proprio che dopo si strizzino l’occhio.
– E invece io dico che non rispetta le difese naturali della pelle. Per una neutroprotezione efficace…
Le puerpere si tirano gomitate nei fianchi. Rosa resiste.
– …proverò Baby Johnson’s Respira Libero. Cinque minuti di carezze comunicano più amore che cinque minuti di parole –. Rosa dosa una pausa, si impettisce e conclude: – E questo, Baby Johnson’s lo sa.
Le puerpere si sbellicano sulle sedie. Il perito chimico chiede il silenzio e si lancia in una perorazione in favore di Rosa e figlio. Si tratta certamente di un neonato molto sensibile, dice, e in quanto tale è di estremo interesse per il CSAM, uno dei cui scopi è proprio quello di sviluppare un’offerta più confacente all’eterogeneità della richiesta.
Rosa non lo ascolta più. Le pare che il suo Manlio si stia sfaldando sotto gli sguardi increduli di quelle galline, e avverte una gran voglia di morderle. Che cos’hai fatto, Emilia, per incrinare in questo modo la mia montatura? Eppure ti avevo chiesto di collaborare…
Rosa si alza di scatto. Dice scusate, ma l’ha presa un inspiegabile conato di vomito. Dice che forse è meglio per tutti che lei se ne vada. Premuroso, il perito chimico l’aiuta a infilare la giacca e le tiene aperta la porta.
– E per quel problema cutaneo, provi con Infasil.
Rosa ringrazia ed esce. Prima che la porta si chiuda fa in tempo a sentire una puerpera:
– Che sia incinta davvero?

Rosa alza il volume dell’autoradio: Pensiero stupendo. A quest’ora la tangenziale è sgombra e la Mini Minor prende velocità. Chicco dream car, benvenuti a bordo! I capelli sfibrati per l’allattamento di Manlio svolazzano nel vento.
È stato unicamente per scongiurare la nascita di eventuali sospetti in seno all’associazione che si è inventata una sorella. «Buon giorno, qui è il CSAM, parlo con la signora Frescura?» «No, sono la sorella». Adesso non t’arrabbiare, Emi. Non ti voglio accusare. Immagino che passare il giorno ad aspirare sangue da certe bocche fetide, come dici tu, possa non predisporre a un particolare buonumore. Ma purtroppo temo che l’indolenza traspaia dalla tua voce quando dici «sono la sorella». La scarsa convinzione che ci metti rimbalza dall’orecchio della segretaria a quelli avidi delle puerpere. Capisci adesso che non sono pazza quando al primo squillo del telefono mi prende il panico? Capisci che io devo approfittare della provvidenziale presenza di un uomo in casa nostra per salvarmi il posto di lavoro?
Vimodrone, Comune d’Europa. Rosa ingrana la terza. Il signor Giunti è vecchio, gobbo e sordo, ma distinto e meno tonto di quello che appare. L’altra sera sorseggiava l’aperitivo sul terrazzino di casa Paratore-Frescura quando il telefono mette in subbuglio Rosa. «Signor Giunti, lei è così gentile… io devo chiederle un favore… sì, un favore, non le costerà nulla. Adesso lei risponde, e se è il CSAM dica pure “sono il nonno”.» Servizievole come sempre, il signor Giunti non se lo fa ripetere, e sorridente come sempre alza la cornetta. «Buona sera, qui è il CSAM, la signora Frescura è in casa?» Il signor Giunti è attraversato da momentaneo smarrimento. Vede bene che la risposta suggerita non ha niente a che fare con la domanda; ma il silenzio imbarazzato è già durato anche troppo e il signor Giunti, temperamento intrepido, taglia la testa al toro: «sono il nonno!» Spara dentro la cornetta con una nota di orgoglio.
Primo Nido, per chi sta mettendo le prime piume, riposa con un bimbo dentro su un letto di foglie verdi. Un velo di lacrime commosse offusca la vista di Rosa. Di fronte a un nonno così candido si sente l’utero in fiamme. Lo vuole proprio, lei, questo Manlio! Lo desidera con tutta se stessa, e non sarà certo Emilia Paratore a impedirle…
La testa di un parchimetro entra dal finestrino.

– Perle ai porci!
Emilia si aggira rabbiosa negli otto metri quadri della cucina. Rosicchia l’estremità del sigaro. A intervalli regolari pesta il pugno sul tavolo. Il piatto fondo salta e la pozza di Prima Pastina Plasmon si allarga sulla tovaglia di tela cerata. Le mosche volano via impaurite. A testa bassa, Rosa si alza e prende la spugnetta dal bordo dell’acquaio.
– Ecco, brava! Levami quella schifezza di torno, che mi sembra di essere all’asilo!
Una mosca è immobile nella pastina. Rosa si avvicina: sta deponendo le uova. Rosa esita un istante, poi passa la spugnetta tutt’intorno alla mosca. Emilia prende dal frigo una bottiglia di birra, la stappa, beve un sorso e la piazza sulle uova. A Rosa viene da piangere.
– Sono rimasta abbagliata dal riflesso del sole sul parabrezza…
– No, dico: vado al lavoro a piedi per lasciarle la macchina e lei si schianta contro un parchimetro!
Emilia sferra un calcio alla sedia, si protende al di sopra dello schienale, pianta in faccia a Rosa due occhi furibondi.
– Non siamo mica ricche! Lo sai o no che cazzo di lavoro faccio, io? Ulcere! ascessi! pulpìti! Lavoro con la morte, io!
– Ti risarcirò i danni…
– Ma se con quei quattro soldi che guadagni col tuo Manlio non ci paghi neanche il signor Giunti!
Rosa non sopporta quando Emilia parla del suo Manlio così. Si chiude in bagno.

Seduta sul water, Rosa ripassa gli ultimi numeri di Donna & Mamma, annotandosi sul taccuino quello che le era sfuggito a una prima lettura. C’è un servizio rassicurante di Maddalena Gnocchi e Carlo Igor Brambilla sulla preparazione al parto. I corsi del MIPA sono indubbiamente seri ed esaustivi. Articolati in più fasi comprendono un momento informativo, un momento pratico e un momento teorico-psicologico. Training-autogeno: una passeggiata dentro e fuori dal corpo. Rosa si segna il numero telefonico della sede di riferimento nazionale a Modena. Le pare già di essere più tranquilla. Si sciacqua la faccia. Mentre si spalma la crema rigenerante sente un rumore. Ascolta. Emi ha attaccato a russare. Sorride: non gli farebbero mancare nulla… Gira piano la chiave nella toppa e attraversa il corridoio in punta di piedi. In camera da letto non accende la luce. Le piace guardare Emi dormire: è così piccola che quasi sparisce sotto il lenzuolo. Ecco: si è svegliata. Solleva la testa dal cuscino e Rosa le si siede accanto. Le stringe una mano.
– Hmmm… Rosa. Che pacco che se!
– Hai solo paura, Emi. Paura di non essere all’altezza del ruolo…
Emi accende l’abat-jour sul comodino e si mette a sedere, perfettamente sveglia.
– Senti: se quello che vuoi è una famiglia, rivolgiti altrove. Io ero di quelle che le streghe tornavano. – Spegne la luce, si tira il lenzuolo sugli occhi e si riaddormenta all’istante.
Rosa ha voglia di piangere. Pensa ai biscotti Milupa, alla crema vaniglia Mio. Ma il sole sta sorgendo. Infila le scarpe da ginnastica, la cassetta di Patty Pravo nel walkman, va ad aprire la finestra del salotto e guardando il muro grigio dell’autorimessa di fronte corre per più di mezz’ora . Ha dimenticato di programmare il timer.

.2.

Una riunione sugli articoli per la nanna. Rosa prende posto accanto a Olivia, che sarà pure brutta ma con gli uomini ci sa fare: tre figli da tre matrimoni diversi e uno in arrivo dal quarto.
– Passata la nausea? – Il perito chimico le dà un buffetto sulla guancia e Rosa non ci giurerebbe, ma le pare proprio che con lo sguardo indugi sul suo decolleté.
Ha dovuto trattenere il respiro ma ce l’ha fatta a chiudere la lampo del tubino verde veleno. E il risultato non è male. Basta che stia attenta a mantenere una respirazione toracica. L’elenco degli articoli testati circola e Rosa, con discrezione, si passa la mano sull’addome. Il perito le chiede se vuole rompere il ghiaccio e lei esprime il suo entusiasmo per lo Yuppi Go, lettino da viaggio dalla pratica chiusura a compasso. Le puerpere starnazzano: che provi un po’ a utilizzarlo in viaggio e poi vedrà quanto è comodo! Immediatamente però si dividono in due fazioni: le une per Week-end plus, le altre per Pisolo. E dev’esserci una congiunzione astrale problematica, perché stavolta s’inalberano davvero e si azzuffano, e il perito chimico ha il suo daffare a separarle. Rosa non batte ciglio. Divarica le belle labbra verdi in un sorriso dedicato al dottor Calamia, che senza dubbio apprezza la Dracula Collection di Helena Rubinstein.
Nella pausa caffè il dottore l’avvicina.
– Mi permetta di esprimerle tutta la mia ammirazione per il suo contegno. Lei è una signora. Posso offrirle un caffè?
Rosa annuisce e lo segue con gli occhi alla macchinetta.
– Zucchero?
Il dottore si muove con un’eleganza consumata.
– Grazie, no. Lo preferisco amaro.
Le porge il bicchierino e in quella si avvicina anche il perito. Il dottore si scosta. Rosa si impone la calma.
– Così, non ha avuto modo di provare il lettino in viaggio… – il perito pronuncia in viaggio con un’inflessione divertita. Rosa avverte un lieve senso di vertigine.
– No… vede… mio marito è spesso all’estero per lavoro, e sola con il bambino è un po’ pesante…
– …andare in gita?
Rosa non ci giurerebbe, ma le pare proprio che il perito strizzi l’occhio al dottore.
– Sentite, – in un improvviso slancio di cameratismo, il perito prende sottobraccio Rosa e il collega. – Ho una splendida casa al mare che troppo spesso rimane chiusa. Che ne direste di andare a farci una nuotata, uno di questi giorni? – Una sospensione, e poi: – Sarebbe un’occasione per provare il lettino…
Se non ci fosse quel braccio a sorreggerla, Rosa scivolerebbe a terra. Stringe i denti, poi ricorda l’insegnamento yoga: rilassa la mascella, stringi lo sfintere.
– Perché no? – dice, in coro col dottore. Si ride e si decide per il prossimo giovedì.

«Se sei donna e cerchi da scopare, trovi sempre». Forse questo detto è vero. Ma allora lo è anche il suo rovescio: «Di fronte a un invito galante, chi è quel fesso che si tirerebbe indietro?» Rosa è confusa. Un anziano signore in doppio petto non la smette di guardarla. Per darsi un’aria disinvolta, Rosa canticchia Pensiero stupendo a volume piuttosto alto.
– E tu e noi e lei fra noi vorrei non so che lei o no le mani le sue pensiero stupendo nasce un poco strisciando si potrebbe trattare di bisogno d’amore meglio non dire… – e siccome tutta tutta non se la ricorda, Rosa ripete il primo pezzo in loop.
L’autobus è affollato e il sole cala sui campi. PRÉNATAL, Nuova Generazione. Un giovanotto imberbe dai lunghi capelli ricci si strofina il collo con un bebè come se fosse un asciugamano. Dopo averla fissata per tutto il tragitto un anziano signore in doppio petto si alza, si dirige deciso verso di lei, le si pianta davanti e le assesta un ceffone.
– Sta’ zitta, brutta troia! – grida in falsetto. Poi scende alla fermata.
Rosa si tocca la guancia. Le si stringe la gola, quasi quasi soffoca. Il tubino verde fagiolo cede all’affanno: uno strappo all’altezza della vita. I passeggeri in piedi attorno a lei la guardano con diffidenza. Non è come credete! Lo sto facendo per Manlio! Rosa cerca di nascondere lo strappo. Baby Roberts, L’amore che profuma di bambino. Inutile. Non capirebbero. Rosa prenota la fermata, scende e prosegue a piedi.
BALLA BALLA… e si salta in piena sicurezza. CAM, il mondo del bambino. Sul cavalcavia vuota il borsellino nella mano tesa di un piccolo mendicante storpio annerito dallo smog.

– E il pane?
– Non l’ho comprato.
– Come non l’hai comperato?!
– Ho fatto un’elemosina.
– Cos’hai fatto?
– Un’ elemosina. Era necessario. Quel bambino stava morendo.
– Rosa, stammi a sentire.
– Giovedì vado al mare.
– Dove vai giovedì?!
– Al mare, in trasferta con il CSAM. Dobbiamo testare la qualità della nuova linea MAREMAMMA della CAM.
– Sarebbe?
– Alucce, salvagente, gommoni per tutta la famiglia.
– E Manlio, dove lo rimedi?
– Me lo faccio prestare…
Rosa ci ripensa.
– Mi presto per testare il gommone.

Il giovedì mattina Rosa si sveglia alle cinque. Tira fuori la bilancia da sotto il letto e ci sale sopra. Un altro mezzo chilo.
– Recessione apicale sulla trentotto… bisturi elettronico…
Emi sta navigando nei suoi sogni di vendetta.
– Cauterizzi! Cauterizzi tutto! TUTTO, le dico!
Ha la schiena cosparsa di goccioline di sudore e Rosa non resiste: si china su di lei e le lecca via a una a una. Poi appoggia la guancia sulle reni addormentate. Non è molto preoccupata. Eccitata però sì. Perdonami Emi, ma un po’ eccitata lo sono… Rosa si infila le scarpe da ginnastica, va a programmare il timer del microonde, corre ad aprire la finestra del salotto e prima di partire libera una risata.
– Ride da sola, signorina?
Il signor Giunti accende la luce del corridoio e posa il mazzo di chiavi sulla scarpiera. Si sfila i sandali, infila le pattine e scivola in bagno. Il signor Giunti è così: fa domande ma non si aspetta mai risposte. La discrezione della sordità. Un giovedì su due, il signor Giunti viene dalle Paratore-Frescura ad arrotondare la pensione: dà la cera, lava i vetri, e se vede passare sua moglie si nasconde dietro la tenda. Per lei sarebbe un disonore. Lei non deve sapere. Per questo il signor Giunti è costretto a venire così presto di mattina. Rosa lo sente fregare la vasca da bagno con la spazzola di crine. Pensa che anche questa volta dovrà chiedergli di pazientare per il pagamento. Adesso glielo dico. Il pensiero la spaventa. Cincischia con il cordoncino della veneziana.
– Come sta il nostro Manlio? – Il signor Giunti apre l’acqua della doccia e scoppia a ridere forte.
Adesso glielo dico. Di lui mi posso fidare.
– Tra un po’ nasce davvero!
Lo scroscio dell’acqua cessa e il signor Giunti appare in salotto asciugandosi le mani con uno straccio da pavimento. Non dice niente, non chiede niente. La guarda, asciugandosi le mani. Rosa non è sicura che abbia sentito.
– Sto aspettando…
Il signor Giunti diventa tutto rosso in faccia e descrive con la mano la forma di un pancione.
– Eh certo, stellina! Lei diventerà nonno!
Il signor Giunti strabuzza gli occhi umidi. Si asciuga il naso con un fazzolettino, scrolla la testa.
– Felice?
Il signor Giunti annuisce tra le lacrime.
– Venga un po’ qui! – Rosa lo abbraccia. Sente il mento aguzzo pungerle la spalla e l’anziano cuore pulsare nella gobba. – Così me lo porta a passeggio e si guadagna qualche soldino in più!
Il signor Giunti gongola di gioia.
– Allegri?
Emilia, in canottiera, regge due caffè.

– E il pupo dove l’ha lasciato?
Il perito indossa una camicia californiana aperta sul petto glabro. Birkenstock e cappello di paglia. Sta seduto sul sedile anteriore, piedi sul cruscotto e torso girato verso di lei. Con discrezione, Rosa cerca di allungare il prendisole di qualche centimetro: il caldo le appiccica alle cosce la pelliccia sintetica del coprisedile.
– Manlio, oggi, – questa se l’era preparata, – me lo guarda il nonno.
Fortuna che Emilia non è arrivata prima! Quando l’ha vista sulla porta del salotto, per un attimo Rosa ha pensato «tutto è perduto».
– E pensare che avevo portato il lettino! – il perito scoppia in una risata e dà una pacca energica al dottore, che sorride nel retrovisore. Ray Ban neri, pizzetto, vestiti color safari. Look da golfista.
– Sarà per un’altra volta, – insiste il perito, e inserisce nell’autoradio una cassetta di musica afrocubana.
– Le piacciono i caraibi?
– Non ci sono mai stata.
– Ma così? Come idea?
Pony Rock’n’Roll Chicco. Divertimento a briglia sciolta.
– Preferisco il Nord.
– Te l’ho detto, Mimmo: la nostra amica è una Signora! – Il dottore sorride nel retrovisore. – Le piace la velocità?
Rosa stringe lo sfintere.
– Molto.
Il dottore pigia l’acceleratore e la BMW scivola silenziosa attraverso la campagna.

Rosa stende l’asciugamano e il perito attacca il suo a quello di lei. Il dottore si sfila le scarpe, disfa il laccetto di pelle e srotola la stuoia.
– Posso mettermi qui?
Rosa annuisce e il dottore stende la stuoia trenta centimetri alla sua destra.
Il perito è già in costume. Pochi peli, tanti muscoli, gambe tozze. Grana grossa. Il dottore ripone i calzini, si cala i pantaloni, gambe lunghe e villose. Si sbottona la camicia, corpo svelto. Rosa temporeggia. Si maledice. Perché non ti sei messa il costume intero? Lo yoga la aiuta: caverna addominale. In apnea vuota si sfila il prendisole.
L’occhio del perito le corre su per le gambe, rallenta nelle curve, le fa il solletico. Rosa ride, si accuccia, ricorda che da un punto di vista estetico non è la posizione migliore. Si allunga sull’asciugamano, si rilassa un po’, si spalma la crema solare. La pelle è diventata più setosa. Rosa calcola: fa una settimana che ha smesso di piangere.
– Allora? Che ne dici di questo posticino? – Il perito è sdraiato su un fianco, il busto sorretto dal braccio a squadra. – Dai, a questo punto mi sembra logico darci del tu!
Allunga una mano, Rosa gliela stringe. Grande e callosa.
– Io sono Mimmo e tu…
– Rosa.
– Già, Rosa.
Rosa si volta verso il dottore immerso nella lettura de Il Sole – 24 ore.
– Aò! Dotto’! Tocca a te!
Il dottore si volta verso il perito.
– Dille come ti chiami!
Il dottore le dà la sua mano magra da pianista.
– Pietro. Piacere.
– Piacere. Rosa.
– Allora? – Riprende il perito, – ‘sto posto?
Rosa si guarda attorno: Alassio è sempre Alassio.
– Bello. Bello. Piacevole.
Niente bambini. Le scuole non sono ancora finite. La spiaggia pullula di coppie. Giovani uomini; giovani donne; la cicciona che lecca un Cucciolone sullo scoglio. Rosa cerca gli occhiali nella borsa e li inforca per poterla guardare meglio. Non potrebbe giurarci, ma la cicciona le pare Miss Muretto ’76. «Se ci vai tu la stendi!» Le aveva detto Ilaria mentre le faceva i fanghi di sabbia sulla spiaggia. «Magari solo in finale, ma ti giuro: la stendi!» La futura Miss Muretto se ne stava finto-annoiata a sette metri da loro. Mangiava una noce di cocco sulla sedia a sdraio passandosi un cubetto di ghiaccio sul corpo. Fortuna che Rosa non ha raccolto la sfida, altrimenti guarda come si sarebbe ridotta! Un uomo abbronzatissimo con gli slip color carne modella il dorso del capodoglio, umidificandolo di tanto in tanto con un vaporizzatore.
Miss Muretto ’76 solleva la testa per guardarla. Rosa si toglie gli occhiali e chiude gli occhi.
Un piede le sfiora la caviglia destra. Incredibile. Avrebbe giurato che succedeva con il perito. Le pareva, come dire, più espansivo. No: più determinato. Rosa non si muove né apre gli occhi. Non che la nuova prospettiva le dispiaccia, anzi: questo Manlio avrà pelle candida, arti agili e, se Dio vuole, un’intelligenza di parecchio superiore alla media. Una mano greve la accarezza a sinistra. Rosa non capisce più bene. Apre gli occhi.
– Vieni in acqua?
Segue il perito nel mare mosso.
– E il dottore?
– Il dottore –, le fa il verso lui, – ha paura di queste.
Rosa urla. Un’enorme medusa galleggia. Il perito si infila tra le sue gambe, se le annoda alla vita e a cavallo di un’onda la bacia con la lingua. Mentre traffica nella sua bocca lei pensa che allora è proprio come aveva previsto: Manlio sarà tarchiato e più portato, diciamo, per le attività manuali. Pazienza. Speriamo almeno che erediti l’intraprendenza del padre.

Al calar del sole le prende un attacco di panico. La spiaggia lentamente si spopola, e a un tratto all’infuori di loro non c’è più nessuno. Il perito fumacchia una sigaretta staccandosi le pellicine delle unghie dei piedi. Il dottore ha finito di leggere Il Sole – 24 ore e fissa un punto all’orizzonte che lei non vede. Mi trovano noiosa. Ecco: non sono abbastanza piccante. Adesso il perito si alza e dice: «Bene, si è fatto tardi. Rientriamo in città». A Rosa viene da piangere. Le lacrime spingono forte agli angoli degli occhi e lei si infuria. Si sfrega energicamente la faccia con le due mani e si volta verso il dottore, aggressiva.
– Ho una fame che divorerei un pesce spada! Ci sarà qualche simpatica trattoria da queste parti, no?
Il dottore ha lo sguardo che torna da lontano. Spazientita, Rosa si rivolge al perito.
– Sì o no?
Il perito la guarda divertito.
– E mo’ a te chi ti ferma più!
Rosa sta già piegando l’asciugamano.
– Non vestirti. Ti porto in un posticino che so io.
Rosa si rilassa un attimo. Il perito si passa l’asciugamano attorno al collo come fosse il bambino di Prénatal. Il dottore arrotola la stuoia e comincia a vestirsi.
– Ma cosa ti vesti a fare? sai bene dove andiamo!
– Appunto. Non mi va di farmi massacrare dalle zanzare! – Il dottore continua a vestirsi.
– Da questa parte, prego!
Il perito accenna un inchino e Rosa scoppia a ridere. Si incamminano sulla battigia e il dottore li segue a distanza, la stuoia in una mano, le espadrillas nell’altra.

Il ristorante si trova in una caletta appartata. Una tettoia di canne, qualche tavolo da campeggio, un calcio balilla. Il cuoco sta friggendo dei calamari su un fornello a gas e alla vista dei primi clienti saluta caloroso. Appesa alla tettoia, una tavola da surf dice IL CANTO DELLA MURENA. Come posto non c’è male. A Rosa dispiace soltanto di non potersi mettere il vestito che si è portata dietro in borsa.
– Là va bene?
Il perito indica il tavolo più vicino al mare. Va bene. Si siedono. Rosa seppellisce i piedi nella sabbia ancora tiepida.
Il cuoco si occupa anche del servizio ai tavoli. Spaghetti allo scoglio, consiglia. Va bene. E poi orate alla brace. Va bene, va bene. Il cuoco soppesa Rosa e con il faccione sudato ammicca vistosamente agli altri due. Ciò la rassicura molto. Si scolano la prima caraffa di vino bianco della casa.
Quando il sole si spegne del tutto il faccione pianta una torcia per terra, leva dal tavolo le due caraffe vuote e ne porta una terza. A Rosa pare che l’orata si agiti nel piatto.
– Guardate! Le branchie!
– Hai ragione, si muove! – La asseconda seriamente il perito, e con il piede comincia a scavare nella sabbia.
Rosa apre l’orata. Questo dev’essere piedino. Il dottore le versa altro vino e vedendola in difficoltà si offre di pulirle il pesce. Il piede lavora nella sabbia. È incredibilmente morbido. Rosa appoggia il gomito al tavolo, la guancia al palmo della mano e guarda le stelle riflettersi nel suo bicchiere. O sono le scintille della torcia. A Rosa gira un po’ la testa. Alza gli occhi al cielo e vede le stelle cadere. Il dottore le restituisce il pesce. Rosa chiede anche la lisca. Il perito si alza per andare a pisciare. Sotto il tavolo il piede la tocca. Ma il perito non era andato a pisciare? Rosa lo cerca con gli occhi nell’oscurità e lo trova a gambe divaricate, rivolto verso il mare. Butta giù un altro bicchiere e guarda il dottore: le sue nobili labbra stanno articolando qualcosa. Si china di lato per sentire cosa dice.
– Sei bbona!
Rosa cade dalla sedia.

– Cosa fai sotto il tavolo?
– Mi è caduto qualcosa…
– Che cosa?
– Niente, niente… trovato.
Il perito le toglie la sabbia dalle ginocchia e la aiuta a issarsi sulla sedia.
Di nuovo a tavola tutti insieme. Rosa si è innamorata della lisca d’orata e se la passa e ripassa sullo sterno. La marea sta salendo e bagna i loro piedi. Una brezza leggera inebria le narici. Da una radiolina legata a un palo escono le note disturbate di Pensiero stupendo. Rosa piange. Stringe le mani dei suoi due amici e mormora:
– Vi voglio bene…
Il perito e il dottore si scambiano un’occhiata perplessa.
– A uno o all’altro… non importa… vi devo la vita di… – un singulto la ferma.
Perito e dottore adesso ridono, e dicono che è ora di mettersi comodi.

Attraverso la cortina liquida le due figure si distinguono appena. Si direbbe che parlino tra loro, o forse a lei.
– Alza il piede!
Questo lo riesce a sentire. Ma Rosa è troppo ubriaca per reggersi su una gamba sola. Leva la faccia verso la doccia e raccoglie l’acqua con la bocca. Una mano le afferra la caviglia e le stacca il piede dalla vasca. Rosa barcolla, trova una spalla a cui aggrapparsi. Che la lascino bagnarsi in pace! La mano le insapona la pianta del piede. Poi le solleva l’altro. Poi la insapona tutta. Dal basso all’alto, davanti e dietro, nel mezzo. Un dito su per l’orifizio. Nemmeno Emi è mai arrivata fin lì! Un altro paio di mani nel frattempo le striglia i capelli.
Il getto d’acqua si interrompe.
– Ancora.
– Basta così. Ci manca solo che ti pigli una congestione!
Rosa è contrariata ma il dottore la strappa fuori dalla doccia. Il perito è pronto con un grande asciugamano spalancato. La avvolge. La strofinano per bene. In ginocchio. Il dottore è affetto da calvizie avanzata; il perito ha il sale nei capelli.
– Ecco fatto! – Il perito lancia l’asciugamano nella cesta della biancheria e le schiocca un bacio sul monte di Venere.
– Andiamo, – le dice il dottore.
Rosa chiede se prima può lavarsi i denti e il perito le procura uno spazzolino.
– Forza. Ti aspettiamo in cucina.
Rosa recupera l’asciugamano dalla cesta e se lo annoda sotto l’ascella. Si guarda i lividi sugli stinchi, gli occhi nello specchio. Si risponde:
– Ti legheranno al tavolo con delle corde e ti passeranno sopra con il mattarello. – Spreme il tubetto del dentifricio sulle setole dello spazzolino, gli occhi nello specchio. Aggiunge:
– Ti spalmeranno la margarina sul buco del culo e ti ficcheranno dentro una melanzana. – Bagna lo spazzolino, gli occhi nello specchio. Si convince:
– Ti infileranno il membro in bocca e ti chiederanno di morderlo forte. – Si lava i denti.

Seduto a un’estremità del tavolo in formica, il perito sorseggia un Averna. Il dottore, un grembiule legato in vita, cucina.
– Ti cuocio un po’ di riso, – dice a Rosa. – Dobbiamo assorbirlo, tutto quel vino.
Rosa si affaccia alla finestra: l’appartamento è al quinto piano, a picco sul mare. Un salto di venti metri. Si sente il frangersi delle onde e la cascata di chicchi di riso nel bicchiere. Tutto è molto complicato. Molto più complicato di quello che credeva.

Mentre Rosa mangia il riso gli uomini discutono animatamente.
– Io dico che assistiamo a una vergognosa sudditanza psicologica degli arbitri!
– Ma per piacere! Non nascondiamoci dietro a un dito! Da che mondo è mondo siamo i migliori! Lo sanno anche i bambini.
– Ma il rigore c’era! Il-ri-go-re-c’e-ra!
Rosa non ha mai visto il dottore così alterato.
– E vabbè, – conclude il perito, posando il bicchiere vuoto nell’acquaio, – viste le capacità effettive, qualche favoritismo ce lo possiamo anche permettere.
– Non mi va più. – Rosa spinge via il piatto.
Il dottore ammassa le stoviglie sporche nell’acquaio, si gira verso di lei, si sbottona il pantalone, si abbassa le mutande e comincia a masturbarsi. Il perito lo affianca immediatamente. Rosa tira un sospiro di sollievo. Si raggomitola sulla sedia e osserva affascinata. Due stili completamente diversi. Lento e delicato il perito, rapido e vigoroso il dottore. Il perito lavora soprattutto di dita, il dottore utilizza l’intero palmo. Il dottore rantola, il perito… il perito lancia uno spruzzo lattiginoso che riporta Rosa alla realtà: afferra la mano libera del dottore, lo trascina in corridoio, apre una porta dietro l’altra lui continuando a lavorarsi. Buon Dio! Dov’è questa camera da letto?! Il pensiero di lasciarsi scappare anche la prossima gettata le paralizza le gambe.
– Là! Là! – Il dottore indica con il mento una porta accanto all’ingresso.
Dio bono, potevi svegliarti prima! Rosa si precipita nella camera, sbatte sul letto il dottore, gli sale sopra… troppo tardi: il membro si è accartocciato sul ventre concavo, tutto viola e marrone. Rosa lo solleva con due dita. Rianimarlo dev’essere un’impresa al di sopra delle sue forze. Il dottore guarda da un’altra parte. Rosa gli sferra un pugno sul petto.
– Io comunque sono disponibile…
Rosa si volta. Appoggiato a una colonna del baldacchino, il perito la guarda serafico, in piena erezione. Lei gli salta addosso inferocita e lo sbatte sul letto accanto al dottore, che libera il campo scusandosi.
– Non abbatterti, dai! Magari poi ci riprovi.
Il perito gli lancia un’occhiata pietosa e scompare sotto le carni di Rosa.
– Aspetta! Faccio io.
Mentre il perito si sistema dentro di lei, Rosa nota la foto della moglie con il bimbo al seno. Ciò le infonde una forza infinita.
Fissando la donna con il bambino Rosa comincia a muoversi. Il perito le va largo. La donna le sorride come a dire «è presto finito!».
Venti secondi dopo, Rosa scende dal perito.

In piedi davanti alla porta chiusa della camera dei bambini il perito insiste.
– Dai Pietro, non fare così! Provaci ancora una volta! – Avvicina l’orecchio alla porta. – Dice che non vuole.
Rosa guarda il perito. Pazienza. Se lo farà bastare.

Il plenilunio illumina i campi di barbabietole. La radio trasmette musica afrocubana. Stesa sul sedile posteriore, Rosa sorride felice.

.3.

Giochi Chicco, crescere in tutti i sensi. Davanti alla finestra del salotto, Rosa corre ipnotizzata dal nuovo cartellone apparso sul muro dell’autorimessa di fronte.
Ha passato un mese difficile. Soffriva di nausea da mattina a sera e di notte non dormiva pensando che Manlio sarebbe stato irrimediabilmente figlio del perito. Alle riunioni del CSAM lui non le chiedeva più di rompere il ghiaccio e puntava chiaramente su Olivia. Anche il dottore aveva smesso di guardarla, ma lei continuava comunque a pensare che geneticamente lui valesse di più. Poi arriva quella lettera Causa ristrutturazione interna siamo spiacenti di comunicarLe che il nostro organico verrà ridotto eccetera, eccetera. Firmata Dottor Pietro Calamia. «Bastardo di un impotente figlio di cagna!» grida Rosa. E guarda Emilia setacciare la casa e far sparire tutti gli articoli per la prima infanzia «via questa merda!». Licenzia il signor Giunti e si trova un posto come cassiera al buffet della stazione di Milano Lambrate. Alla terza settimana il test di gravidanza risulta negativo.
Il timer trilla. Rosa si lascia cadere sul divano e comincia a piangere. Singhiozza talmente forte che quasi non sente il campanello della porta di casa.
– Signorina Frescura, non si butti giù!
Il signor Giunti è tutto arzillo. Indossa jeans nuovi perfettamente stirati e una cravatta con dei disegni cachemire. Non si informa sul motivo di tanta tristezza. Gli piacerebbe che Rosa lo accompagnasse a cogliere la cicoria.

In drogheria si fanno fare due panini imbottiti al prosciutto cotto.
– Con quelle michette belle croccanti! – indica Rosa.
Il signor Giunti le dice piano all’orecchio che lui preferisce il pane morbido.

Lungo la Padana Superiore non c’è nemmeno un cartellone pubblicitario. Sulla vespa 150 carta da zucchero Rosa stringe la vita snella dell’autista e non sta comoda. Il signor Giunti ha voluto farla sedere all’amazzone. «Nell’altro modo non è elegante». All’altezza di Cascina Gobba lasciano la Padana Superiore per una strada sconnessa che si inoltra nei prati. Dove la strada si ferma si fermano anche loro.
– Qui è tenera tenera, perché la terra è grassa.
Il signor Giunti posa il paniere a terra e mette in mano a Rosa un coltellino dell’esercito svizzero che, dice, è l’ideale. Si chinano sull’erba. Rosa canticchia Pensiero stupendo perché ha scoperto che solo se cantata da Patty Pravo la fa piangere.
– Voce argentina… – mormora il signor Giunti. Tira fuori un’ocarina e cerca le note della stessa canzone, ma in un’altra tonalità.
Presa da forte emozione, Rosa rasa l’intero prato.

– Lo sa, mentre la guardavo, china sulla cicoria, mi è tornata alla mente l’estate del mio servizio militare.
Rosa e il signor Giunti masticano i loro panini sulle rive di un ruscello. Il signor Giunti ha steso sull’erba una tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi, si è tolto le scarpe da tennis, i calzini di spugna e ha immerso i piedi bianchissimi nell’acqua fresca. Adesso glielo dico, pensa Rosa.
– Mi avevano mandato a Vercelli, corpo di fanteria. Facevo la sentinella in caserma. – Un soffio di vento gli scompiglia i capelli. Il signor Giunti si aggiusta il riporto.
Adesso glielo dico.
– A luglio, durante le libere uscite, si andava in bicicletta lungo l’argine a vedere le mondine, – il signor Giunti guarda lontano con gli occhi sognanti. – Ce n’era una… una di Asigliano, dopo l’abbiamo anche conosciuta… che sotto la gonna portava le mutandine di pizzo.
Adesso glielo dico.
– Certi giorni la trovavamo con i mutandoni e ce ne tornavamo in caserma con la coda fra le gambe –. Il signor Giunti sorride. Ha gli angoli della bocca incrostati di saliva asciutta. – Quelli sì che erano tempi!
– Signor Giunti, ho perso il bambino.
Il signor Giunti guarda Rosa. È diventato serio di colpo. Anzi, pallido. Il panino morbido rotola nell’erba.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero, – sussurra abbracciandola.
Rosa pensa che mai nessuno l’ha abbracciata così.

– Una volta quella di Asigliano non ha messo le mutande.
Rosa sussulta.
– Noi abbiamo immediatamente colto il segnale. L’abbiamo aspettata alla fine del lavoro e ce la siamo portata in una casupola non lontano dal podere –. Con piccoli gesti nervosi il signor Giunti accarezza i capelli di Rosa, che stringe ancora tra le braccia. – Eravamo l’emiliano, il pugliese e io. Lei diceva che le piacevamo tutti, che non sapeva scegliere.
La voce è diventata più profonda. Rosa non ci giurerebbe, ma le pare perfino che il signor Giunti si sia raddrizzato un po’.
– Così ha deciso di fare all’amore con tutti e tre. «Uno alla volta, gli altri aspettano fuori!» – Il signor Giunti ride sommessamente e bacia Rosa sulla fronte. – Noi abbiamo insistito per assistere, ma niente da fare. Quella sapeva il fatto suo!
Il signor Giunti tace. Rosa gli sente il cuore agitarsi nel petto. Adesso glielo chiedo.
– Mentre aspettavo il mio turno, e sentivo gli amanti ansimare, e guardavo i voli delle rondini e la campagna infinita ho giurato a me stesso che sarei morto tra le braccia di una donna.
Rosa rimane immobile. Il signor Giunti continua ad accarezzarla piano. Poi la afferra per le spalle e la scosta da sé. Ha gli occhi celesti, non marroni, come le è sempre sembrato. O forse è cataratta.
– Vuole che le dia una mano?
Rosa continua a fissare il signor Giunti, inebetita.
– Per il pupo, intendo.
Rosa non batte ciglio.
– Si potrebbe… venirsi incontro. Io do una mano a lei, lei dà una mano a me.
Il signor Giunti sorride dolcemente. Rosa sente la propria lingua seccarsi. Lui le passa un dito sul mento:
– Farina.
Solo per te, Manlio.
Rosa stringe lo sfintere e si sfila la maglietta. Il signor Giunti le slaccia il reggiseno.
– Grazie, – le dice sfiorandole il seno.
– A lei. – Rosa allunga una mano e armeggia con la cintura dei jeans.
Si stendono sull’erba e lei finisce di svestirlo. Lui ha il corpo liscio e asciutto di un serpente. Il membro stenta a drizzarsi. Si ripiega su se stesso. Rosa lo raccoglie e lo massaggia, prima alla maniera del perito, poi alla maniera del dottore, infine a modo suo, perché si è accorta che il membro del signor Giunti è molto sensibile e ama le carezze lievi, con il dorso della mano, con le nocche delle dita. Quando sta in piedi da solo Rosa leva le mani.
– Le spiace dare un’occhiata nella tasca dei miei jeans? Ci dovrebbe essere un anello.
Rosa fruga e trova un pesante anello d’argento.
– Me lo infila per favore? – chiede il signor Giunti.
Rosa esegue e allora il signor Giunti la rovescia sulla schiena, le sfila la gonna e le mutandine, le passa una mano tra le gambe.
– Io le darò le indicazioni necessarie. Non deve temere.
Nella bocca del signor Giunti Rosa intravede le capsule d’oro. Sente la vulva scaldarsi e il membro che giocherella all’entrata dell’orifizio. Il signor Giunti scherza con gentilezza: entra un pochino, esce, un colpo nell’ombelico. Lei si bagna un po’.
Le braccia tese ai lati delle spalle di Rosa si inarcano paurosamente. Il signor Giunti è stanco: lo sente sbandare contro le proprie pareti interne e lo sorregge facendo forza con i bicipiti.
– Grazie.
– Si figuri.
Le scapole di Rosa sprofondano nella terra molle.
Trovata la strada, il signor Giunti va da sé. Rosa se lo posa sul torace, gli risistema i glutei che stanno cascando, gli va incontro col bacino. Le contrazioni dei muscoli vaginali sono un’altra bella cosa imparata dallo yoga. Rosa affonda il naso nell’ascella: odore intenso di cuoio bagnato.
– Adesso, – ansima il signor Giunti in corsa, – può cominciare a mordermi.
– Dove?
– Sul collo! Sul collo!
Il signor Giunti ha fretta e Rosa non se lo fa ripetere: comincia a mordicchiargli il collo.
– Mordere! Mordere ho detto! Mi deve fare fuori!
Spaventata, Rosa affonda i denti nella carne frolla che cede con facilità.
– Brava, grazie, – sbuffa il signor Giunti.
Le giugulari invece non sono semplici da aprire. Scivolano sui denti e li respingono, gommose. Sempre più spaventata, Rosa si aggrappa alla gobba. Sotto le sue mani la pelle slitta come la buccia sulla polpa di una pesca cotta. Rosa ce la mette tutta. Si aiuta con la lingua. Un colpo secco di incisivo e la prima vena si spezza. Il signor Giunti muggisce di piacere. Dai! Ce la puoi fare! Rosa sente un calore pervaderle il corpo.
Con accanimento, Rosa insegue le altre vene. A una a una le spezza. Il sangue prende a scorrerle sul viso e lungo il corpo, mentre il signor Giunti si indebolisce. Un ultimo colpo di reni e le crolla addosso stremato, il membro sempre duro che si affaccia sull’utero.
– La prego, continui lei.
Rosa lo ribalta, lo sprona.
– Si sbrighi! Sto venendo!
Rosa afferra il coltellino dell’esercito svizzero, glielo affonda nella gola, lo vede dibattersi, diventare cianotico, schiumare, e orgasmano in un modo che zittisce la campagna.
– Se è un maschio, per favore, lo chiami Enea, – mugola il signor Giunti. Poi muore.

Rosa è distesa sul dorso con le gambe ripiegate sul petto e si culla dando piccoli colpi di reni. Asana che favorisce la fertilità. L’altra volta se l’era dimenticato. Il sapore del sangue digerito dagli enzimi salivari lentamente si trasforma: le sembra di succhiare una caramella. Rosa rotola su un fianco.
Il panino morbido è nero di formiche. Rosa fischia Pensiero stupendo. Le formiche in fila indiana affrontano la salita dell’orecchio del signor Giunti, si infilano tra le pieghe, scendono lungo la mascella, nuotano nel taglio del collo, proseguono sul petto, il ventre, il pube. Si perdono nella peluria. Riappaiono sullo scroto gonfio. Rimangono lì.
Il sole secca il sangue sulla pelle e Rosa si lava nel ruscello. Si asciuga con la tovaglia a quadrettoni, si infila maglietta, gonna e mutandine. Si ficca una bottiglia di acqua Panna vuota e senza tappo sotto l’ascella, cerca nel paniere, nelle tasche dei jeans, nelle scarpe da tennis. Nel casco trova le chiavi, sale sulla vespa e mette in moto.
Guida con il sole negli occhi fino a Cascina Gobba. Posteggia in piazza, davanti all’edicola. Compra La Repubblica, Il Corriere della sera, Astrella, Il Manifesto e La Gazzetta dello Sport. Entra dal tabaccaio.
– Vorrei dei fiammiferi e un pacchetto di Fisherman.
– Signorina, le sanguina il naso.
– Mi dia anche dei cleenex.
Rosa paga, esce, si mette in bocca una Fisherman e si pulisce il naso. Caccia in tasca il fazzoletto, poi lo ripesca e lo getta in un cestino. Salta in sella alla Vespa ed esce da Cascina Gobba.
Si ferma in una piazzola, lascia i giornali sulla sella, torna indietro un pezzo a piedi. Duecento metri circa, con la bottiglia in mano.
– Mi darebbe un litro di benzina? Sono rimasta per strada…
Il benzinaio la guarda sospettoso.
– E se poi ci fai la molotov?
Rosa esita un istante. Non vorrebbe tradirsi con una risposta avventata.
Il benzinaio scoppia a ridere e le dà un buffetto.
– Scherzo! – sgancia il becco della pompa.

Sulla statale Rosa guida a quindici all’ora per non rovesciare la bottiglia che tiene stretta tra le gambe.

Al signor Giunti lacrimano gli occhi. Rosa glieli asciuga con un fazzolettino e li chiude. Piega la Polo e gliela fa scivolare sotto la nuca. Piega i jeans, le mutande, ficca i calzini e la cravatta nelle scarpe da tennis, le scarpe dentro il paniere e dispone ogni cosa lungo il corpo. Scaccia le formiche dal panino di pane morbido e lo posa sul petto ossuto. Prende la bottiglia e annaffia tutto di benzina. Fatto.
Estrae i fiammiferi dalla tasca, ne accende uno, poi un altro e un altro, e dà fuoco al signor Giunti.
Quando le pare che le fiamme si affievoliscano le alimenta con qualche pagina di giornale.

.4.

Emilia e Rosa sono a letto e guardano i filmini di Creta – estate ’78 proiettati sul muro. RENT A BIKE AT EMILIA’S. Rosa che pedala pedala ma non riesce ad accendere il motorino.
– Lo sai perché mi sei piaciuta subito? – Emilia passa la canna a Rosa.
– No, perché? – Rosa scuote la testa e gliela restituisce.
– Perché si vedeva che non avevi studiato.
Rosa si irrigidisce.
Emilia che arriva ridendo in canotta e pantaloncini e fa scendere Rosa. Emilia che pedala in giro per il piazzale finché il motorino si mette in moto.
– Da cosa si vedeva?
– Dal tuo sguardo cosmico.
Primo piano di Rosa che guarda dentro la cinepresa e caccia fuori la lingua.
– Non capisco.
– Il tuo sguardo incontaminato sulle cose del mondo, – insiste teneramente Emi sfiorandole una spalla.
Rosa che scompare su per la salita in un nuvolone di polvere.
Enea le tocca dolcemente gli organi interni e Rosa trattiene il pianto. Non può assolutamente essere triste, gli farebbe del male. Si passa una mano sul ventre e si concentra sul filmino.
Un nuovo giorno che nasce. Una grotta sul mare arredata senza troppe pretese. Emilia e Rosa sulla sabbia che fanno il Saluto al sole.
– Back to the country! – Emi spegne la canna e stende Rosa sulla schiena. – Perché non molliamo tutto e ce ne torniamo a Creta?
I vigneti dell’entroterra. Erik Tron che ferma la Harley e scompare tra i filari. Erik Tron che torna happy happy con due sacchi di plastica pieni d’uva. Primo piano dell’uva.
Emi spinge la lingua contro le labbra di Rosa. Rosa socchiude la bocca. Tutto sommato non sarebbe male portare via Enea da Vimodrone, al riparo dal disagio suburbano.
– Magari si riesce a metter su un altro piccolo commercio… – Emi mordicchia i capezzoli di Rosa attraverso il pigiama con le lumachine. – Mmmh! Sono duri come olive!
Rosa tenta di allontanarla. Emi si innervosisce e le strappa via la maglia. Rosa si dibatte, Emi le inchioda i polsi al materasso. È vero: non fanno l’amore da tre mesi, Emi ha tutte le ragioni di non tenersi più! Rosa si lascia leccare fino all’ombelico.
– Hai una pancia che sembri incinta!
Erik Tron che saluta con la mano.
È arrivato il momento di parlarne. Emi guarda Rosa che guarda Erik Tron salire sul ferry.
– Rosa? – Emi sta sondando la pancia. – Sei incinta?
Il ferry che leva l’ancora e prende il largo. Il ferry che diventa sempre più piccolo. Un puntino.
Rosa annuisce.
– Puttana! – Emi a cavalcioni su Rosa che la schiaffeggia come una forsennata. – Puttana! Puttana! Chi è stato?
– Scendi! Ti prego! Lo schiacci! Ti prego! Scendi! Adesso te lo dico!
Emi si ferma di botto. Rosa si copre la faccia. Allarga un pochino le dita.
– Il signor Giunti.
Emi scende dalla pancia. Scende dal letto.
– Il signor… – la guarda incredula. – Ma… non era…
Rosa tiene le mani sulla faccia. Singhiozza.
– Prima abbiamo colto la cicoria… poi abbiamo mangiato un panino… poi lui mi ha detto che se proprio ci tenevo ad avere un bambino mi aiutava, ma che io… – per farsi coraggio Rosa strilla – io in cambio dovevo ucciderlo!!
Emilia si china su di lei. Rosa fa un gesto con le braccia, come se volesse proteggersi.
– Ti prego, non dirlo a nessuno… – mugola.
Emilia si siede sul letto. La sua voce è ridotta a un filo.
– In che senso “in cambio”?
– In cambio… mentre lo facevamo…
– E… come hai fatto?
Rosa si tira su contro la testiera.
– Prima gli ho morso il collo. Ho spezzato tutte le vene. Poi, siccome lui aveva fretta, ho usato il coltellino dell’esercito svizzero. Lui dice che è l’ideale. Poi mi sono lavata nel ruscello e sono andata a Cascina Gobba a comperare la benzina. Poi sono tornata e gli ho dato fuoco.
Con la manica del pigiama Rosa si asciuga il sangue che le cola dal naso. Emi le porge un fazzolettino.
– E cosa… diceva, mentre lo finivi?
– Ha detto… se è un maschio, di chiamarlo Enea.
Emi le accarezza la fronte. Rosa nota che la pelle di Emi ha i pori molto dilatati. Nota i baffetti scuri. Forse di solito sono ossigenati.
– La mia piccola Rosa… – ripete Emi ansante – la mia piccola Rosa… la mia piccola Rosa… – Le infila una mano nelle mutandine e la tocca a lungo, con dedizione. Sa perfettamente quali sono i gesti preferiti di Rosa. Sa che il suo clitoride reagisce meglio se stimolato da destra, che si offende se lo abbandoni per andare a frugare altrove. Rosa pensa a tutte quelle donne, e nel mondo sono milioni, costrette ad arrivare all’orgasmo di corsa, aggrappandosi all’immaginazione, perché se lui viene prima loro rischiano di rimanere per strada. Rosa è grata alla congiunzione astrale che quel giorno a Matala l’ha determinata a noleggiare un motorino, e si commuove quando Enea fa una piroletta di felicità.
Emilia le afferra una mano e se la ficca tra le gambe.

Verso le 23.30 Emilia accompagna Rosa all’Esselunga con l’insacchettatore automatico di Via Washington a comprare una confezione famiglia di uva passa.

. 5 .

– Vi dico che è il padre! Fatela entrare!
La porta a battenti della sala travaglio si spalanca e a Rosa si interrompono le doglie dalla gioia. Emi è splendida. Indossa un giubbotto scamosciato con le frange, stivaletti al ginocchio e incede senza guardare in faccia nessuno. L’esperienza della gravidanza l’ha decisamente aiutata a sbocciare. Si avvicina al capezzale e Rosa le prende una mano.
– Sei arrivata in tempo per la danza della dilatazione…
Emilia guarda il vassoio dei medicinali.
– Forza, amore! Lo sai che aiuta ad accorciare i tempi!
Sotto gli occhi ammirati dell’ostetrica, delle altre due partorienti e consorti, Emilia e Rosa dondolano attraverso la sala.
– Adesso che ci sei qui tu non ho più per niente paura… – boccheggia Rosa. – Lo dicevo a loro che non c’era bisogno della scopolamina…
Vanno a sbattere contro un’infermiera. Emilia cambia rotta e rallenta il ritmo. Rosa è molto orgogliosa: Emi dimostra di avere assimilato appieno i corsi pre-parto del MIPA.

Il trasferimento in sala parto è come la processione dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo, con i confratelli che spingono il letto ed Emi che lo precede pregando i fedeli di scostarsi. Nell’aria c’è un intenso odore di disinfettante e Rosa sente sparare i fuochi d’artificio. Le acque si rompono sulle prime note di Vergine Dolcissima.

– Forza, signora! Spinga!
Rosa afferra le maniglie della poltrona e spinge con tutta sé stessa. L’ostetrica pratica l’episiotomia e preme sull’addome di Rosa. Emi arde dal desiderio di partecipare all’evento. L’ostetrica ha un moto di insofferenza. Di fronte a tanta insensibilità Rosa s’indigna. Prende Emi per mano e la trascina via dal pancione.
– Emi, dimmi quella frase!
– Quale frase?
– Quella del MIPA, sul respiro…
Emilia si china su Rosa e articola macchinalmente:
– Il respiro, mi respira.
Rosa trova che la collaborazione sia deliziosa.

Enea nasce in pochissimi minuti. Quando le spalle spalancano la vulva Rosa sente il messaggio forte e chiaro: «Ti voglio bene, mamma!»

Con la bambina attaccata al seno Rosa singhiozza.
– Cosa c’è da piangere adesso? – Emilia sembra un po’ stanca.
Rosa sfila il capezzolo dalle piccole labbra che continuano a ciucciare a vuoto.
– Non la voglio!
Rosa allunga la bambina urlante a Emilia. Emilia se la rigira tra le mani. Rosa inarca le labbra all’ingiù e strizza il bordo del lenzuolo.
– È femmina, non la voglio.
Emilia passeggia avanti e indietro nella stanza con la bambina urlante tra le braccia. Rosa fissa il soffitto.
– E non posso chiamarla Enea.
Emilia accende la TV. Patty Pravo foderata di nero canta Pensiero stupendo. La bambina smette di piangere.
– E noi, invece, la chiameremo Enea. – Pronuncia lentamente Emilia.
– Enea? – Rosa guarda Emilia con il suo sguardo cosmico.
– E certo, come credi che si chiamasse mia nonna?
– Credevo che si chiamasse Germana…
Emi sorride, amorevole.
– Certo, quella paterna. Ma l’altra, che non hai conosciuto, si chiamava…
– Enea? – Rosa si sente l’alba di un nuovo giorno nel petto.
Emilia annuisce, e riattaccandole la bambina al seno conferma:
– Enea.
Rosa posa la testa sul cuscino e chiude gli occhi felice.

Torino, giugno 1998

[Immagine: Hannah Starkey, Untitled, September 2006].

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