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di Angelo Ferracuti

[Esce domani in libreria per Feltrinelli Andare. Camminare. Lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere, il nuovo libro di Angelo Ferracuti. Questo è il primo capitolo].

Più vicini del vero

Ci sono le dita di un postino oggi in Italia
che si prenderanno cura delle mie parole.
Potessi farti anch’io una carezza da lontano,
potessi avere anch’io un poco del tuo sole.
Ci sono le dita di un postino oggi nel mondo
che ci faranno sentire più vicini del vero:
potessi essere io ancora un bambino, e volare
come una lettera magica nel tuo cielo straniero.
Claudio Lolli, Dita

Se un occhio potesse osservarli tutti adesso, in questo stesso istante, li vedrebbe contemporaneamente i tanti portalettere italiani, con passi differenti, e diverse espressioni, altezza, colore dei capelli, occhiali da sole e da miopi, passi diversi, tutti in movimento, frenetici su giroscale deserti, impettiti in attesa davanti al cancello di una palazzina residenziale, fermi sulle soglie degli appartamenti, a guardare il cielo, le nuvole, dentro le auto di servizio nelle vie di città o negli scooter lanciati sui rettifili, lentamente avanzare a velocità ridotta sulle stradine solitarie di una campagna coi prati verdi e alberi secolari. L’occhio di un paese, che è quello ciclopico dei suoi milioni di abitanti, con una vista potente. Tutti i santi giorni li vedrebbe inerpicarsi sui colli, sfidare i litorali, attraversare in bicicletta una cittadina della provincia, fischiettare, camminare e andare a passo svelto o lentissimo, tornare indietro all’improvviso o bere da una fontana; sorridere, maledire la pioggia che scende giù ininterrottamente e bagna le strade, i tetti dei palazzi e pure le persone, bearsi del sole che illumina le vie, le case, e fa sentire allegri. Donne e uomini, in mano un pacchetto di lettere, che osservano un indirizzo, scrutano una busta, si spostano spinti da una forza sconosciuta, e pensano migliaia di cose diverse mentre camminano. Pensano agli anni che passano, oggi è già ieri, che il fine settimana faranno un viaggio con la famiglia, riordineranno il giardino, forse saranno aggrediti da un terribile mal di testa, correranno intorno a una pista di atletica, cucineranno come si deve il coniglio in potacchio, l’anatra all’arancia, il pollo allo spiedo come il brodetto di pesce, certo, andranno coi figli a pesca, la loro vecchia è all’ospedale, un figlio sta all’università, vive lontano e non si fa sentire da diversi giorni, sperano stia bene, la rata del mutuo sta per scadere; pensano a quello che vedono, che le città e i paesi potrebbero essere più belli, con maggiori spazi verdi e attrezzati, meno automobili, meditano che vorrebbero essere da un’altra parte invece che in quel maledetto quartiere a consegnare lettere, sempre lettere, cartelle esattoriali, pacchi e pacchetti, buste inviolabili e grigie, pubblicità di prodotti come televisori, telefoni cellulari, affettatrici, frigoriferi, computer di tutti i formati. Alcuni vorrebbero essere un tantino più benestanti, molti amano il proprio mestiere, si sentono fortunati di stare in mezzo a quella via ed essere protagonisti della propria giornata, di sentirsi utili, insomma, perché qualcuno li sta aspettando, sa che arriveranno più o meno a quell’ora, è una delle poche certezze quotidiane. Ogni santo giorno rimuginano inquieti certi, altri si sentono in quello stesso momento molto allegri e sorridono, e altri ancora, invece, sono assaliti da immaginazioni erotiche, le donne si figurano uomini virilissimi coi petti villosi, gli uomini signore delicate che quando parlano cinguettano, maschi e femmine che vivono in quegli appartamenti di città, nei paesi medievali, in quelle villette riva mare, li vedono tutto l’anno e invecchiano sotto i loro occhi come invecchiano loro, mannaggia, alcuni sono ridotti proprio male, certi invece hanno ancora una grinta invidiabile, bontà loro, sembra che abbiano fatto un patto col diavolo. Altri ancora hanno paura del futuro, fanno la conta dei disoccupati, dei cassaintegrati, quelli in mobilità, caduti improvvisamente in depressione e i licenziati, anche loro coi nervi saltati, ai quali consegnano e dubitano persino che un giorno possa continuare a esistere il loro di mestiere. Si immaginano come potrà essere un portalettere fra cento anni, che forse volerà nello spazio, raggiungerà quelle abitazioni attraversando le mura come uomini bionici, con duecento processori e un milione di sensori, salterà da un tetto all’altro o recapiterà da una navicella messaggi criptati direttamente nei cervelli delle persone. Saranno forse postini telepatici capaci di trasmetterli direttamente con la forza del pensiero.

Mentre sta piovendo, nevica, o il sole cocente accarezza e brucia i corpi, un esercito di queste donne e uomini sta arrivando nelle case di tutti, nei quartieri metropolitani di città, nelle isole, come nei vichi, nei vicoli, centri storici, quartieri dormitorio, sui monti più alti, nelle valli alpine, sui rifugi ad alta quota, insomma ovunque, come un piccolo esercito di formiche. A Chamois, come allo Zen di Palermo, a Piazza Affari a Milano, certo, dove il danaro decide molti destini, a Trepalle, il comune più alto della nazione e quello più vicino al cielo, persino a Castelluccio di Norcia mentre imperversa una tormenta di neve, perché in quel posto sperduto tra le montagne qualcuno li aspetta, sa che arriveranno, nelle città d’arte con le piazze medievali assolate, nei borghi arroccati sui colli, nelle isole di Ponza e Ventotene, al quartiere Tamburi di Taranto, sotto il vulcano dell’Etna, in quello del Vesuvio, contemporaneamente scendono da un mezzo meccanico, camminano a piedi, stanno controllando l’ora di questo giorno che passa inesorabile scandendo il suo ritmo impalpabile mentre vanno avanti e si liberano del loro carico. Sanno dei morti, quelli che non ci sono più, li ricordano ogni volta che arrivano sulle soglie degli appartamenti. Sbirciano una fotografia appesa alla parete, conoscono gli avi per sentito dire dai molti racconti dei parenti sopravvissuti, alcuni di loro hanno visto nascere i figli dei figli di quelli che se ne sono andati, contano le somiglianze, il colore degli occhi, le fisiognomiche; certi non sembrano figli di certi padri, altri se li figurano adottati, altri ancora invece sono simili, anche nei caratteri. Stesso modo di fare, stessa arroganza o dolcezza, identica voce. Se volete sapere di un certo Gregorio, un notaio del Centro Italia, il suo portalettere sa che andava in vacanza ogni anno a Ginevra e che era scapolo. Alcuni dicevano avesse un’amante da quelle parti, altri avrebbero giurato una figlia illegittima avuta con una donna della borghesia lombarda, s’erano fatte parecchie congetture ma sul manifesto funebre non c’era nessun nome del genere, solo quello di un lontano nipote. Ecco, quel notaio era abbonato a riviste di storia e numismatica, aveva un boxer tigrato dal muso nero, fumava toscani, antichi toscani, e prima delle feste comandate potevi star certo che ti aspettava sulla soglia, e quando arrivavi all’altezza dello zerbino sfilava dal portafogli una bella banconota e te la dava in mano dicendoti: “Auguri postino”.

Quando certi vedono una donna salire le scale immaginano cosa farà dopo aver chiuso alle sue spalle la porta, libera di non apparire più agli occhi degli altri. E poi penserà a tutte queste persone dentro lo stesso stabile fatto di voci e di piccoli tonfi, rumori minimi, decibel di televisori volgari, passeggini che vanno e vengono, che forse qualcuno è innamorato in quel momento, forse quello del quinto piano, non riesce ad ammetterlo, ma s’è infatuato della donna delle pulizie, quella che lava le scale, pulisce la balaustra, spolvera, anestetizza, che il portalettere del condominio incontra e lei gli sorride. Forse negli ammezzati, negli appartamenti accadono anche tragedie minori, forse qualcuno sta pregando inginocchiato ai piedi del letto e allora il postino di una via si accorge che lì dove sta passando in quel momento c’è un mondo, il suo mondo, che si anima ogni mattina in maniera diversa come un teatrino di pupi o un dipinto di Balthus, che la sua fantasia muove quelle piccole trame segrete, le inventa persino. E quelle condizionano la sua di vita per tanti motivi.

Quando il portalettere arriva ai piedi del palazzo ascolta le voci dei televisori che si mischiano a quelle delle persone, sente l’irrealtà di quei momenti quando la vita di uomini e donne in carne e ossa riverbera e si specchia in quella degli schermi che è più viva, paradossalmente, più interessante, meno cupa. Talmente attraente che non è più quella filmata, raccontata che prende spunto da quella viva fatta dai corpi in carne e ossa, ma l’esatto contrario. Le scale sono le ossessioni del corpo di ogni portalettere che deve salire ai piani, ma anche l’agguato più sorprendente, l’ignoto assoluto. Vedere dal piccolo spiraglio della porta la vita interna, quella degli appartamenti, gli odori di quelle stanze e di quelle persone sono esperienze non comuni. I portalettere registrano, guardano, si accorgono. Non sfugge loro niente, tutto messo da parte in un luogo segreto della memoria. Oggetti, visi, sguardi, profumi. Sanno i dolori, le malattie, ma riescono a intuire anche gli stati improvvisi di felicità, lo vedono nei sorrisi, traspare dal tono di voce che squillante si annuncia ai citofoni, e non è più scocciato, moscio come quello di un altro giorno dove la vita di quella persona andava in un’altra direzione. Così certi giorni il portalettere del quartiere riflette su questa variabilità, che già due ore dopo, mezza giornata può cambiare tutto e questa cosa gli piace, “domani è un altro giorno, si vedrà,” proprio come ripeteva il malinconico refrain di quella famosa canzone.

[Immagine: Jane Bown, Postman and postwoman having a picnic, 1966 (mg)].

2 thoughts on “Andare. Camminare. Lavorare

  1. Buogiorno! Sono una portalettere mi chiamo Grazia e lavoro al Trullo ma recapito a Ponte Galeria. Ho letto il libro. Mi e’ piaciuto molto mi rispecchio in tante realta’ che sono raccontate. Finalmente qualcuno ha descritto il nostro lavoro con umanita’. Non siamo solo numeri che portano cartelle esattoriali, multe o cose da pagare! Abbiamo rapporti umani con la gente, ci affezioniamo a loro, coltiviamo amicizia e fiducia con loro. Viviamo le loro gioie e i loro dolori, condividiamo la loro vita. Purtoppo andiamo sempre di fretta e molte volte non possiamo dedicarci alla gente come vorremmo! Volevo solo dire grazie per aver ridato un po’ di valore al nostro lavoro.

  2. A un capo, in un punto esatto del Paese, c’è chi ha scritto, il mittente; all’altro capo del tracciato c’è chi riceverà quella lettera, il destinatario; tra i due c’è una distanza, uno spazio più o meno esteso, e chi recapiterà quella lettera è il portalettere, il tramite sul posto. Nell’epoca analogica e slow la cassetta della posta appesa al muro d’ingresso della casa era centrale alla vita di chi vi abitava; nell’epoca digitale e ultra fast il messaggero portalettere si è smaterializzato, almeno in apparenza, e la cassetta è la casella di posta elettronica. Al portalettere in carne e ossa e spirito della tradizione è affidata per lo più la consegna di ingiunzioni, di raccomandate che necessitano di firma e ricevuta scritta di ritorno.
    Angelo Ferracuti si avventura, in senso stretto, in questo suo nuovo libro in una impresa assai smisurata (ha la misura del stesso nostro Paese) e prende 55 posti, da Chamois in Valle d’Aosta a Salina, L’isola del Postino, da Passo Rolle ai Colli di Bologna, dall’Aspromonte a Pietralata, e tutti gli altri, e li raggiunge di persona, e in ognuno di essi incontra il portalettere di lì, e si fa guidare da lei o da lui, a conoscere quel posto, a trascrivere “dal vivo” quanto detto e quanto visto, e mille storie (e dunque quasi tutte le storie) si incrociano, escono allo scoperto, e leggere questo libro è come ricevere una lunghissima lettera di 338 pagine da questo tempo in cui stiamo.

    ***

    Appena ieri, su “LaLettura”, Leonardo Caffo, nel suo articolo sul movimento filosofico accelerazionista, in coda, suggerisce al lettore di quello stesso articolo di stare al passo “con il movimento filosofico internazionale, smettendola di considerare innovativi fenomeni del secondo dopoguerra, come la filosofia analitica anglosassone, dato che proprio il mondo anglosassone, com’era prevedibile, nel frattempo ha virato altrove”.

    ***

    In questo libro, “Andare. Camminare. Lavorare.”, dove è manifesta la volontà di sintesi, questa stessa, tuttavia, viene affidata alla pagina scritta, che è dire: all’attenzione e all’analisi di chi la leggerà.

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