Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Da “Servizio di realtà”

| 25 commenti

di Alessandro Broggi

Nuova vita

I .

[…] avrai un’aria più seria e raccolta. Sentirai la necessità di concentrarti maggiormente su te stessa.
Rimarrai rilassata, uscirai e ti divertirai. Ti godrai ciò che rimane.

II.

Lui ti aiuterà a rimanere tranquilla. Si congederà da visite inopportune e difenderà la vostra intimità. Il suo impegno ti dimostrerà il suo coinvolgimento e la sua affidabilità nel momento del bisogno. Si assicurerà che ti sia chiaro ciò che sta succedendo. Il suo buon umore sarà estremamente necessario.

III.

Avrai sensazioni nuove e indefinibili. Scatti di grande attivismo. Potrebbe iniziare in qualsiasi momento.
Potrai sentirti ansiosa e impaziente. Avrai voglia di arrivare alla conclusione.
La forza che dimostrerà il tuo corpo ti sarà forse sconosciuta. Proverai sensazioni viscerali, sconvolgenti, andare incontro alla morte, alla vita, rinascere… Queste nuove sensazioni ti riempiranno di gioia o di paura. Le emozioni che sentirai in questo momento saranno fondamentali per la tua vita futura.

IV.

Crampi alle gambe. Nausea, vomito; eruttazione, singhiozzo. Vampate di caldo. Vampate di freddo. Tremori alle cosce. Perdita del senso del “qui e ora”, indifferenza per quanto ti circonda. Insofferenza a tutto e a tutti. Pessimo umore. Non avrai più voglia di parlare. Ciò che prima desideravi ti potrà essere insopportabile.

V.

D’un tratto ti si rischiareranno le idee e ritornerai padrona di te stessa; non cercherai di resistere alle sensazioni che starai provando. Avrai un nuovo e tremendo carico di energia. Fuoriuscirà anche del sangue. Visualizzerai il collo dell’utero che si sta aprendo.

 *

 Daily Planet

 

Nessuno ha mai avuto in mente la maggior parte di ciò che accade.
John Cage

Per vendicarsi, una prostituta violentata da un gruppo di sbandati fa quasi massacrare l’unico che l’aveva difesa. Per poter vivere l’amore che provano l’uno per l’altra, Pedro e Cati dovrebbero superare il loro attaccamento morboso. Rapito dai ribelli del Blood Brotherhood, Orked è addestrato alla guerra, drogato, indottrinato e spinto a compiere crimini orribili. Durante la dittatura di Augusto Pinochet, un movimento indipendente di fotografi cileni documenta la repressione militare e la resistenza della popolazione fotografando quello che i media ufficiali nascondono. Da oltre vent’anni l’associazione Special Olympics lavora per integrare gli handicappati mentali nella società per mezzo dello sport. In Ghana esiste un fenomeno chiamato Ayan, o “drum poetry”, dove il tamburo parla ed è considerato un vero e proprio linguaggio. Batad è una località incantevole sulle montagne terrazzate delle Filippine, dichiarata luogo a rischio della terra dal World Heritage Committee. Theo vive con un unico sogno: diventare un modello di fama e affermarsi nella società del marketing e della pubblicità. Bunny chow è una specie di pane ripieno di carne e verdure che si mangia in compagnia. Dana vive con la nonna, la madre e il fratellino, il padre è partito in cerca di lavoro e non è più tornato. Autista e narratore di storie, Abdelrazzak trasporta le persone sul suo pullmino verso un luogo nel deserto dove officia una famosa guaritrice. Chen, killer professionista, riceve le sue commissioni via Internet. Sei ragazze di Porto Said condividono un appartamento al Cairo come studentesse. Christoph lascia la moglie, la famiglia e il lavoro di avvocato per vivere in modo solitario e anonimo in un quartiere popolare di Anversa. Il giorno del suo compleanno Jeanne scopre dalla madre di avere un padre indiano. Benicio si asciuga lo sperma prima di addormentarsi sul divano. Durante il battesimo, Edo vede gli arcangeli pulire il volto di Cristo dalle ferite della sofferenza umana. Stoffer si comporta normalmente. Le donne di Haenyo, Corea, per vivere si immergono 20 metri sotto il mare e trattengono il respiro per 2-3 minuti raccogliendo frutti di mare, alghe e altri prodotti marini. Per sfuggire alla miseria e soddisfare i bisogni famigliari Mocktar decide di lavorare in una miniera d’oro del Burkina Faso. William incontra Sara in un bar chiamato “Bitter End”. Sebbene divorziata da tempo, Carla litiga di continuo con l’ex marito sotto gli occhi dei figli. La relazione con Naima conduce Sydney da un una proposta di matrimonio a una situazione di estrema indigenza. Un giorno Rebecca viene avvicinata da un uomo che la segue e le offre un passaggio. Sergej scopre di avere un male terribile, che lo porta a fare i conti con se stesso. I Samburu sono un popolo pastorale semi-nomade, con una vibrante tradizione orale e una forma di costruzione della memoria associata a oggetti, addobbi fisici e canzoni. Una famiglia – padre, madre e tre figli – è riunita per la colazione. Camminando in alta montagna Arild incontra per caso il padre di un vecchio compagno di scuola che non vede da vent’anni. Samia chiede a un ragazzo di curare il figlio mentre va a fare una nuotata. Il giovane Wolfgang Amadeus a soli cinque anni ha già una forte passione per la composizione e una vivida immaginazione. Abner e Amira attraversano in auto la periferia di Riga. Seduto di fronte al medico Dragan Ledeux non ha più dubbi: non potrà avere figli. Marco è affascinato dal mito della vecchia mafia. Un battaglione di tiratori scelti giunge nel campo di transito di Verneuil-sur-Avre, dove li attende la smobilitazione. Quique attraversa il confine e arriva negli Stati Uniti. Il pittore Rembrandt accetta con riluttanza di dipingere la milizia civica di Amsterdam in un ritratto di gruppo. Cole è un giovane americano a Parigi che si guadagna da vivere come sosia di Michael Jackson. Il rito della riesumazione dei morti è diffuso in tutto il Madagascar. Noriko da piccola non ha mai capito perché tutti parlassero d’amore, ora lavora di notte come prostituta. Aya vanga un pezzo di terra negli aridi paesaggi del massiccio dell’Aures. George W. è alle prese con la calamità dell’uragano Katrina. Norma e Kika confessano la loro relazione in un diario a quattro mani. Jamie arriva a Vancouver per far visita a un’amica che però non riesce a rintracciare. Un centro commerciale di New York in rovina è sede di un mercato delle pulci. Lotte è stata licenziata dal delfinario. Wendo Kolosoy è una leggenda della rumba congolese. Un uomo e una donna vengono sottoposti a un esperimento terrificante.

[NdA: Nuova vita è inedita; Daily Planet è apparsa in Antologia, nel volume collettivo Prosa in prosa, Le Lettere, 2009]

 

25 commenti

  1. Chiedo agli esperti : ma questa, è letteratura ?!

  2. “Noi vediamo le cose stesse, il mondo è ciò che noi vediamo: formule di questo genere esprimono una fede che è comune all’uomo naturale e al filosofo dacché egli apre gli occhi, rinviano a un sostrato profondo di ‘opinioni’ mute implicate nella nostra vita. Ma tale fede ha questo di strano, che si cerca di articolarla in tesi o enunciato, se ci si chiede che cos’è noi, che cos’è vedere e che cos’è cosa o mondo, si entra in un labirinto di difficoltà e di contraddizioni” (Maurice Merleau-Ponty).

    Un “mondo” è tutte le relazioni che si articolano e colpiscono la nostra stessa presenza eppure rischiamo continuamente di scivolare dal margine della prospettiva inclusiva (che è l’operazione di Broggi, sanissima non lo metto in dubbio) all’elencazione da rotocalco: il soggetto poetico non è immerso in un “mondo” ma resta fuori da ogni “campo” d’azione e si limita ad essere mero chiosatore degli avvenimenti (niente di male nel mondo “claustrale” in cui ci troviamo a vivere, glossare può bastare anche se occorrerebbe una vera esegesi piuttosto che una semplice collazione – o collage – delle informazioni-testo sacro del presente). “I mondi” di Mazzoni hanno lo stupore della presenza e coagulano forme di senso attorno alla figura (estraniata è vero, ma compartecipe) del soggetto poetante (Ποιείν non scordiamolo!), l’uomo in poche parole c’è, fa attrito, non si limita ad essere “cosa”, uomo oggettivato che memorizza vicende e le rielabora meccanicamente. Il passaggio tentato da Broggi, che si collega bene al lavoro di Mazzoni richiamandolo in tendenza, si inceppa proprio dove si avverte un superamento: nell’assenza del poeta, nella scollatura tra uomo e realtà (sembra impossibile ma leggendo: “Crampi alle gambe. Nausea, vomito; eruttazione, singhiozzo” per una gravidanza quasi ‘immaginata’ più che vissuta il risultato è la sensazione ricevuta che ho tentato di spiegare velocemente). “Nothing that is not there and the nothing that is” non significa scomparire per evitare l’umiliazione che comporta riconoscersi niente nel niente, ma divenire finalmente umili di fronte al nostro stesso esubero e nonostante sia così, continuare la relazione. Qui occorrerebbe un approfondimento etico che mi piacerebbe discutere con Alessandro Broggi e Guido Mazzoni.

  3. Sono due pezzi molto belli.

    È bella la poetica modernista. Ed è vera l’immagine della vita umana che viene mostrata, in Daily Planet attraverso lo straniamento prodotto dal montaggio in una totalità di frammenti di accadere quasi incommensurabili per valore oggettivo, anche se tutti importanti per chi li vive. Uno sguardo divino racconta e registra gli eventi come pura cronaca, riconducendoli freddamente alle loro forme di vita, senza però esplicitare alcun legame generale di senso. Il mondo è tutto ciò che accade.

    In Nuova vita, l’effetto più riuscito mi sembra quello creato, grazie anche all’uso del tempo verbale, dalla provenienza e dal tono di misteriosa autorevolezza della voce parlante. Amica più esperta, medico, saggezza collettiva? Anche in questo caso chi parla è capace di descrivere e spiegare con precisione gli eventi, addirittura di anticiparli, ma non di offrire un senso. E, se privata del senso, l’esperienza non è più tale, è puro accadere.

    A me sembra che “l’assenza del poeta” criticata sopra, se è tale, sia coerente con la concezione filosofica di fondo. Semmai mi chiedo se una tale concezione non rischi di diventare ripetitiva (le liste e cronache di eventi possono essere infinite e tutte equivalenti), e se la letteratura, come discorso che salva l’individuale, non tenda a dissolversi nell’universalità di uno sguardo antropologico e filosofico.
    Ma anche per questo sono molto curiosa di leggere altre cose di Alessandro Broggi.

  4. @ Signorina Else

    Non dico ci sia incoerenza nelle prove di Alessandro Broggi qui presentate, piuttosto ha un valore questa poetica in cui “l’assenza esposta” impone una neutralizzazione dell’uomo (poeta è un paradigma) iper-potenziante? laddove l’umiltà occorrerebbe a fare dello stesso cosa tra le cose. Secondo me il rischio è che questo modo di agire presupponga una forte volontà decisionale che si situi comunque super partes e tragicamente:

    “E’ questa concezione ‘comica’ della creatura umana, scissa in natura innocente e persona colpevole, che Dante ha lasciato in eredità alla cultura italiana E’ certamente possibile vedere nella sua scelta una conferma di quella posizione storicamente arretrata, su cui si è tanto spesso insistito. Poiché oltre al progetto tragico dei poeti d’amore che egli aveva condiviso,erano già all’opera nella cultura del suo tempo quei fermenti, di cui in Italia si fece interprete Mussato, che avrebbero portato, sulla base della scoperta del carattere tragico della storia, alla riaffermazione della tragedia nell’età moderna. Ma se queste tendenze, che andarono lentamente prevalendo nella cultura moderna fino alla presunzione tragica del secolo che guardò alla propria Weltanschauung come a quella in cui soltanto il tragico poteva trovare uno sviluppo coerente, in Italia restarono invece singolarmente inattive, se la cultura italiana più tenacemente di ogni altra restò fedele all’eredità antitragica del odo tardoantico, ciò si deve anche al fatto che, alle soglie del Trecento, un poeta fiorentino decise di abbandonare la pretesa tragica all’innocenza personale in nome dell’innocenza naturale della creatura, l’integro amore edenico per l’amore umano comicamente scisso, la personalità inalienabile della morale per la ‘persona aliena’ del diritto” (Giorgio Agamben: Categorie italiane).

    Sono problemi vasti, cara signorina else: in che posizione si situa il poeta? essere “presenti” non può voler dire accettare l’evenienza di essere nati postumi, o sì? se così fosse l’operazione di Broggi avrebbe una giustificazione definitiva e morta come ogni tragedia e niente avrebbe più senso né possibilità di accoglienza, ma torno a ripetere sarebbe catalogo e collezione senza nessuna posterità di riferimento.

    @ ilena
    per fortuna non è letteratura.

  5. mondo tardoantico

  6. Ringrazio i commentatori intervenuti.
    Provo intanto a rispondere ai primi due commenti.

    Per quanto riguarda il discorso sull’etica (certo molto complesso, e difficilmente affrontabile in questo micro-format commentativo), non so se una nozione di etica che fa perno sulla mediazione del soggetto lirico, o comunque di un soggetto “nel testo”, sia economica / pertinente rispetto a un lavoro come quello di Daily planet che, com’è stato osservato, si inquadra entro paradigmi in buona parte diversi. (Un testo costruito su meccanismi presentativo-ostensori, di tipo oggettivante – “Tutto quanto dobbiamo fare è accostare informazione a informazione, non importa quale. È così che diverremo consapevoli del mondo, perché è quanto fa esso stesso”, John Cage – è forse costitutivamente eccentrico rispetto al tema dell’etica del soggetto nei termini posti).

    Tale nozione di etica coglie invece bene (o vi si attaglia), mi sembra, una delle qualità delle poesie de “I mondi”, che rispetto al genere lirico tradizionalmente inteso [che promette notoriamente al lettore il (e si fondi sul) più o meno quieto rispecchiamento nell’io dell’autore, o in una figura di soggetto che coincide tradizionalmente con l’autore (precisamente con l’esibizione – mediata – di una presunta interiorità occulta, dotata di corpo esperiente, che si pone in modo onnisciente rispetto al proprio dettato)] presenta proprio un soggetto “etico” rispetto al mondo dalla spiccata attitudine riflessiva, ragionativa, che pur garantendo con la sua presenza la permanenza nel paradigma, rende più temperata, rarefatta, problematica e a un massimo grado avveduta – poche altre raccolte di poesia, credo, hanno recentemente saputo fare meglio su questa linea – la propria assertività.

    Comunque sia, ritengo che l’assegnazione di un primato etico a testi basati su o che operano con dispositivi linguistici (per i quali – provo a ipotizzare – si può forse parlare di etica del soggetto solo a un metalivello, oppure converrebbe spostarsi verso una nozione più generale di etica del testo, o di etica della testualità) rispetto a testi intenzionati da una nozione di poesia più tradizionale – o viceversa – sia un falso problema. Una prospettiva sintomale e una veritativa giocano semplicemente su diversi livelli di discorso e si fanno carico di istanze e strategie non sempre analizzabili con la tessa lente.

    L’affermazione che una delle due scelte abbia implicazioni di maggior eticità, o responsabilità, non mi sembra perciò argomentativamente “necessaria”, o decisiva.

    (Volendo fare una similitudine, forse un po’ off-topic, con la fiction, sarebbe come chiedersi se è più “etico”/”autentico” ecc. un romanzo eterodiegetico o uno omodiegetico.. ma il discorso ci porterebbe davvero troppo lontano..)

    Per quanto riguarda la letteratura – reagisco qui al primo commento – si tratta di intendersi in primis sul piano definitorio.

    Provo comunque a dire qualcosa.

    Se ho inteso la prospettiva della domanda, volendo semplificare brutalmente la questione, potrei dire che (quando scrivo) non mi interessa ciò che è letteratura, ma quanto “non è lo ancora”.

    Il quadro teorico che ha avuto sbocco nel volume “Prosa in prosa”, nel quale è da rubricare anche “Servizio di realtà”, riguarda, secondo la mia prospettiva, qualsiasi tipo di lavoro con la prosa e nella prosa (del mondo e, quindi, del mondo della comunicazione odierna) non eminentemente poetico, narrativo o saggistico. In breve: non – in senso lato – di genere (ma affondante le sue radici nel fondo politico della questione della testualità e della scrittura), e in ciò, almeno in parte, esorbitante la cornice rassicurante della letterarietà, le sue marche retorico-formali e i suoi giochi linguistici più consueti e logori.

    In tal senso credo che l’efficacia di un testo non possa ridursi alla sua validazione o non validazione rispetto ai parametri di tale o talaltro genere codificato.
    Su un piano più eminentemente linguistico, si possono anzi analizzare, scomporre (“ridurre a materiali” e manipolare) i contenitori dei cosiddetti generi, letterari e non – i generi del discorso, e le strategie dei linguaggi della comunicazione – nelle loro risorse testuali atomiche (la grammaticalità, la frase, la coerenza, la consistenza, la coesione, la pertinenza ecc), nelle loro componenti retoriche, nei loro elementi e parametri costitutivi (l’asserzione, la descrizione, il commento, il dialogo, la presentazione, la rappresentazione, la scansione, il verso ecc.); in una più che vasta scatola di strumenti.

    I generi letterari codificati riguardano alcuni modi storicamente vincenti e cristallizzati di agglomerare tali risorse, elementi, parametri e modalità d’uso che sono poi gli elementi della lingua e del discorso. Infiniti sono gli altri modi possibili.
    È anzi possibile lavorare su tutte le combinazioni possibili di tali parametri e caratteristiche salienti. A partire da quelli della retorica e (soprattuto) della pragmatica, nella quale si ritagliano e prospettivizzano le successive scelte: sintattiche, semantiche e così via: sono infiniti i progetti estetici praticabili.
    Ancora Cage: “Ogni volta che uno parla nozionisticamente, con esattezza, su come qualche cosa andrebbe fatto, tu ascoltalo, se puoi, col massimo interesse, sapendo che il suo discorso descrive un’unica linea in una sfera di attività potenzialmente illimitate, che ognuna delle misure che lui ti dà esiste entro un campo spalancato all’esplorazione”.

    [Questo tipo di piattaforma può certo portare allo scoperto (e in ciò “denunciare”) due differenti disattendimenti rispetto alle attese medie del lettore:
    1) rispetto a bisogni di una letterarietà a chiara (e spesso ad alta) soglia – per dettato verbale, per evidenza di indici stilistici e segnali formali (valide invece, le opzioni contrarie: vd. http://gammm.org/wp-content/ uploads/2008/02/hanna-christophe-poesia-azione-diretta.pdf) e per predeterminazione di quali siano i parametri della lingua chiamati in causa in una lettura “informata” rispetto a dato un genere letterario; e
    2) rispetto al bisogno, ugualmente legittimo, di una chiara codifica e di un ordinamento dei generi, o almeno di una loro immediata o rassicurante riconoscibilità, vissuta come prima, costitutiva e ovvia regola del gioco.]

    Un ultimo chiarimento vorrei aggiungere.

    Altrove è stato più volte accennato all’attitudine “concettuale” del mio lavoro, e in effetti, semplificando molto, all’inizio di un progetto e di un lavoro con un testo c’è sempre un’idea, un concept: fare qualcosa con la lingua, con qualcuno dei suoi elementi e livelli in particolare, finalizzando questo progetto a uno scopo ben preciso. In questo c’è il concettuale. Nel prendere un’idea artistica, linguistica, poetica e “realizzarla” in modo trasparente e senza residui. Portandola se necessario alle sue estreme conseguenze (così tutta la migliore arte del presente).
    Le scelte consistono prima di tutto nel decidere quali domande fare (a elementi e parametri della lingua, ai format e ai linguaggi della comunicazione, alle diverse strategie di consumo e di uso dei segni nei contesti testuali ed extratestuali, ecc.). È importante che ogni testo crei un territorio di analisi in cui entrare, una direzione che si apre. Se le domande non sono radicali/penetranti sul piano degli strumenti e storicamente urgenti su quello del confronto con il reale/sociale, le risposte non potranno mai esserlo. Ciò che distingue lo scrittore come sperimentale è, secondo me, che può inventare la regola della sua opera mentre la fa, e cambiarla volendo di opera in opera molto al di là dell’abituale dialettica tradizione/innovazione delle epoche passate.

    Più in generale, allargando rischiosamente il discorso:

    Fuori dalla cornice rassicurante della letteratura la cosa è invero piuttosto semplice, banale addirittura: tutto, o quasi, è testo, e in quanto tale è oggettivabile, studiabile e manipolabile, per qualsivoglia fine. Tutta la nostra cultura è text-oriented (prose oriented). La comunicazione sociale, scritta e orale, dall’e-mail al foglietto di istruzioni dei medicinali, dall’oroscopo alla denuncia giudiziaria, dal gobbo con sopra scritti i discorsi politici ai testi delle pubblicità, dei programmi televisivi, alle sceneggiature ecc., è imperniata sul testo in prosa. È un immenso magazzino, un repertorio di testi in atto.

    “Niente è nascosto, tutto è sotto i nostri occhi”, se lo vogliamo vedere. I testi sono i supporti di senso in cui si istituisce e si consuma il vivo di molte nostre pratiche sociali. La produzione testuale collettiva è un po’ una radiografia del nostro Occidente.

    Di qui la centralità forse più politica che “etica” del lavoro sui testi, letterari e soprattutto non letterari: su tutti i testi possibili già esistenti, come materiale.

    Lavorare su parti di questo repertorio, interpolandolo, riusandolo, mostrandolo, postproducendolo, defunzionalizzandolo, sovraesponendone gli stereotipi o facendoli girare a vuoto, ecc. può significare:

    1) Andare oltre i cliché e gli automatismi dei repertori tematici e formali, e allargare il campo del letterario, introducendo metodi, enunciazioni e testualità diverse;
    2) Cercare differenti narrative, nuovi copioni culturali e sociali possibili (ricorso alla postproduzione come strumento di nuove ipotesi) a partire da quanto già c’è, con i materiali disponibili in un vero e proprio “servizio di realtà” (scriveva Benjamin: “Ogni insieme di proposizione è un libro su qualche mondo”). “Ciò che abbiamo l’abitudine di chiamare ‘realtà’ – ha scritto Nicolas Bourriaud – è un montaggio […]. La scrittura può essere come una consolle di montaggio alternativa che turba le forme sociali, le riorganizza o le inserisce in scenari originali”.
    3) Fare critica, tramite metalavoro, ostensione, messa in scacco delle strutture e retoriche della produzione linguistica della qualità di massa (pubblicità, rotocalchi, pop da edicola e stereotipi vari) – mi riferisco qui maggiormente al mio lavoro con le quartine, parallelo alla scrittura in prosa – piegata all’imperio dell’infotainment e delle merci, alla sua inautenticità e vuotezza, su cui (purtroppo) ci formiamo e in cui nuotiamo oggi come Dante nel volgare fiorentino.

  7. Un paio di spunti di fondo ulteriori su un piano di teoria estetica
    (prima di uscire offline a causa di un viaggio che mi impedirà – e me ne scuso – di intervenire nuovamente a breve):

    ARTISTA
    “Ricordando la generazione concettuale e minimale degli anni Sessanta, il critico Benjamin Buchloch definiva l’artista un “sapiente/filosofo/artigiano” che consegna alla società “i risultati del suo lavoro”. A parer suo, questa figura succede a quella dell’artista come “soggetto medianico e trascendentale”, rappresentato da Lucio Fontana, Yves Klein o Joseph Beuys. I recenti sviluppi dell’arte però modificano l’intuizione di Buchloch: l’artista odierno appare come un operatore di segni, che modella le strutture di produzione al fine di fornirgli doppi significanti. È un imprenditore/politico/regista. Il minimo comun denominatore di tutto gli artisti è che essi “mostrano” qualcosa. L’atto di mostrare è sufficiente a definire l’artista, che si tratti di una rappresentazione o di una designazione.”
    [Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale]

    MATERIALISMO DELL’INCONTRO, O MATERIALISMO ALEATORIO (Louis Althusser)
    “Tale materialismo assume come punto di partenza la contingenza del mondo, che non ha origine né senso che gli preesista, né ragione che gli assegnerebbe un fine. Così, l’essenza dell’umanità è puramente transindividuale, costituita dai legami che uniscono gli individui tra loro in forme sociali che sono sempre storiche (Marx: l’essenza umana è l’insieme dei rapporti sociali). Non esistono possibili “fine della storia” né “fine dell’arte”, poiché la partita si riavvia in permanenza, in funzione del contesto, cioè in funzione dei giocatori e del sistema che essi costruiscono o criticano. Hubert Darmsch vedeva nelle teorie della “fine dell’arte” il risultato di un’infelice confusione tra “fine del gioco” (game) e “fine della partita” (play): una nuova partita si annuncia non appena il contesto sociale cambia radicalmente, senza che il senso del gioco sia rimesso in questione.
    Questo gioco interpersonale, che costituisce il nostro oggetto (Duchamp: “L’arte è un gioco fra tutti gli uomini di tutte le epoche”), supera nondimeno il quadro di ciò che per comodità potremmo chiamare “arte”: così le “situazioni costruite” esaltate dall’Internazionale situazionista sono parte integrante di questo “gioco”, malgrado Guy Debord, in ultima istanza, negasse loro ogni carattere artistico, vedendovi al contrario il “superamento dell’arte” tramite una rivoluzione della vita quotidiana.”
    [idem]

  8. Ringrazio i commentatori (di se stessi e di altri) per le risposte approfondite al mio commento che voleva essere appositamente, davvero “brutalmente”, semplificatore .

    @ Gianluca d’Andrea
    Grazie per avermi rassicurato e spiegato attraverso parole precise quel senso di delusione, di vaga perplessità che ho spontaneamente provato leggendo ieri questi testi : è esattamente questo mettersi fuori campo del soggetto, che si limita ad elencare la realtà senza che la sua presenza “faccia attrito”. Sono bei testi, e certo il loro statuto di prosa è innegabile, ma rimane un senso quasi di sconfitta o di rinuncia alla comprensione, come se lo scrittore si fermasse al momento prima di scrivere. Come se per esempio questa lista (resa significativa secondo me soprattutto dalla perfetta citazione di Cage) fosse un appunto di mille possibili storie da raccontare e che non saranno mai raccontate.

    @ Alessandro Broggi
    Grazie per aver chiarito la sua posizione di sperimentazione, l’apporto teorico non è affatto irrilevante per un testo cosi concettuale! Con la mia domanda sulla letteratura non volevo riferirmi ai “parametri di un codice regolamentato” : apprezzo il lavoro di scomposizione del testo che lei fa e la piena libertà che ogni “autore” (anche casuale) deve avere di fronte al proprio testo. IN questo senso il testo è davvero politico ! anche perché “cio’ che non è ancora ” letteratura è appunto libero di non diventarlo mai . Mi pare calzante l’idea di radiografia che sostituisce oggi la fotografia – dove lo sguardo del soggetto è ancora fondamentale – ma la “produzione testuale collettiva”non basta a radiogrfare il senso e nemmeno a negare la ricerca stessa di quel senso, cosa che un testo di letteratura puo ancora arrivare a fare.

  9. Grazie Broggi, mi riprometto di intervenire a breve.

  10. Ribadisco che i pezzi mi sono piaciuti molto.

    Ma la discussione così cervellotica che ne è seguita mi sta deludendo e soprattutto annoiando.
    “Un’opera imbevuta di teorie è come un oggetto su cui si lasci il cartellino del prezzo”: proprio perché mi occupo di filosofia vorrei leggere Broggi senza riconoscervi immediatamente Althusser, o, meglio, avendo la sensazione che Broggi mi può dire o far vedere delle cose che, pur partendo dalla stessa intuizione del mondo di Althusser, Althusser non mi può dire.

    Questo intendevo con la mia domanda sulla specificità dei linguaggi e sull’individuale. Così consapevole filosoficamente, questa poetica rischia di annullarsi. In Daily Planet e Nuova Vita la scommessa riesce: mi chiedevo con curiosità se sia così anche per le altre prose.

  11. @ Signorina Else
    Non c’è niente di cervellotico nel tentativo di chiarirsi.

  12. @D’Andrea
    Contenti voi. Però mi conceda un discreto sbadiglio.

    Ciò che conta, comunque, è sempre il risultato. Perché non parlare di più dei pezzi e delle loro effettive qualità?

  13. @ ELSE
    Si partiva da quello e si è rimasti piuttosto aderenti. Dispiaciuto per averla annoiata, non si è sempre dentro un parco giochi, neanche su internet, umilmente.

  14. è come un dittico: in alto Nuova vita; in basso “un ritratto di gruppo” “dove il tamburo parla”; lascia pensare; lo leggi e lascia pensare, molto pensare – in mezzo un solo *
    un cordiale saluto
    Adelelmo Ruggieri

  15. @ Ruggieri
    Lascia pensare eccome!

    @ Broggi
    non è il concettualismo che viene criticato, l’operazione che si basa sull’oggettivazione rende la lingua incorporea. Il corpo “prosaico” attinge dalla fantasmaticità del reale più opaco (l’informazione), la lingua in cui era immerso Dante era carne viva e coglieva da più strati, per questo rappresenta un modello di inclusività ricco di umanità in un cammino verso il denudamento. L’autorialità travestita del suo mascheramento “cosale”, invece, è una vestizione e, a ragion veduta, un’operazione metafisica, di scomparsa dell’umano laddove il desiderio esprime una ulteriore aderenza.
    Nella “Vita Nova” il linguaggio è scisso e la lotta si risolve temporaneamente nell’impossibilità di riunire i registri. Nella “Commedia” la lingua che si spinge al proprio denudamento si arricchisce gradualmente di virtuosismi stilistici ma così assimilati da rendere più scabra la lettura del Paradiso rispetto alle altre due Cantiche.
    L’esempio vuole essere alto di proposito e sempre di proposito vuole spingersi alle origini della nostra letteratura, perché, a mio avviso, viviamo qualcosa di molto simile al trasferimento dal latino al volgare nell’espressione e nella trasmissione dei saperi. Dal volgare all’ipervolgarizzazione dell’esprimersi attuale, “informatizzato”, si certifica una resa al bisogno di integrazione: il mondo è trasformato, nessun valore può sostenere qualsivoglia scelta e invece di resistere (o ribaltare, come fece Dante, non accomodandosi sul canto o sulla prosa, addirittura raddoppiandosi per smascherare il personaggio ed eliminare qualunque autoreferenzialità), ci si adagia sulla propria scomparsa, correndo il rischio sciagurato di mascherarsi e confondersi (fino a perdersi) nei fenomeni più astratti ( e meta-linguistici perché para-linguistici) dell’infotainment.
    La scelta politica, è vero, risulta evidente ed è in direzione dell’assuefazione mascherata dalla più miope degradazione inerente la democrazia: il relativismo.

  16. Mi sono piaciute entrambe le prose; meno le dichiarazioni di poetica. Intervengo per difendere Daily Planet, che è stato bersaglio delle critiche più dure.

    Mi sembra una prosa riuscita proprio perché è infaticabile nel perseguire un desiderio titanico la cui sconfitta è dichiarata fin dall’inizio: abbracciare con la mente la maggior parte di ciò che accade (l’epigrafe di Cage è eloquente). E lo fa col mezzo proprio della letteratura, onorando il particolare, raccogliendo i fatti diversi e le innumerevoli cose che la filosofia di Orazio neanche si sogna.
    I bruschi scarti, il succedersi di episodi ritagliati dal loro intorno, il procedere spedito e infaticabile, suscitano il piacere e la vertigine della lista: viene rotta la catena causale, compiaciuto il gusto regressivo dell’associazione libera, accarezzato il sogno titanico della percezione sincronica e universale.

    Daily Planet smonta il mondo in una miriade di fatti e ritagli noti ed esotici, altrettanto difficili da classificare quanto gli animali catalogati nell’enciclopedia cinese del racconto di Borges citato nel libro che dà il nome a questo blog. E lo rimonta in una costruzione sincronica, vera anche se irrealistica, come un quadro cubista. Perciò, mondo creato ad arte da Daily Planet è al tempo stesso irrimediabilmente incompleto (la lista è virtualmente infinita) e più plausibile di qualunque sintesi o generalizzazione. Ben lontano dal farci indulgere nel relativismo (di cui lo accusa D’Andrea), provoca lo sconcerto e la meraviglia che l’esperienza o la lettura dei giornali raramente scatenano e che, come è noto, sono i genitori della ricerca filosofica e non della pigrizia intellettuale.

    Concordo con la Signorina Else nel vederci un bell’esempio di letteratura modernista (per esempio, mi sembra molto consonante con Manhattan Transfer di Dos Pasos).

    Non so se Broggi sarebbe d’accordo, ma penso che la forza del suo testo stia proprio nel fatto che si lascia leggere e apprezzare anche (o addirittura meglio?) senza l’apparato critico che lui stesso ci ha dispensato.

  17. belle, solo un aggettivo.

  18. @ Natàlia
    certo, si cercava di allargare il quadro. bello può essere tutto e il contrario di tutto.

    Agli altri:
    l’apparato critico di Broggi è importante per chi vuole discutere di poesia anche all’interno di un blog, quindi merito a lui se si è esposto. I testi sono esposti a critiche e i dialoghi di questo genere fanno maturare, quindi non c’è da annoiarsi.
    Alla prossima

  19. Gianluca, sei simpatico di natura o cosa? Mi limito a dire “belle”, perché per me sono delle “belle” prose e non ho altro da dire: mi sono arrivate, mi sono piaciute e sono rimaste a girarmi nella testa, tanto che sono tornata a leggerle. Apprezzo i tuoi sforzi per allargare il quadro e le altrettanto notevoli spiegazioni e motivazioni che in risposta ti ha fornito Alessandro, ma per quanto mi riguarda the frame is perfect, comme ça. Donky, para mi, c’est tout. Spero perdonarai la mia pochezza. bye.

  20. @ Natàlia
    bye ;)

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