Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Johannes Vermeer, Veduta di Delft (1660-1661)

| 4 commenti

cropped-Vermeer_De_Soldaat_en_het_Lachende_MeisjetZ.jpgdi Timothy Brook

[A Jan Vermeer, nato nel 1632 e morto il 15 dicembre 1675, si ispira uno dei libri di saggistica più belli pubblicati in Italia nel 2015: Il cappello di Vermeer, tradotto da Annalisa Fontanesi per Einaudi (l’edizione originale risale al 2008). Si tratta anche di un formidabile esempio di divulgazione seria. Il suo autore è il canadese Timothy Brook (Toronto, 1951), sinologo, docente presso la University of British Columbia di Vancouver e professore onorario all’East China Normal University of Shangai. Brook usa le sue competenze di storico per ridare vita, e interesse narrativo, alle storie a cui rimandano gli oggetti raffigurati nei quadri di Veermer. Il libro esamina cinque opere: oltre alla Veduta, Ufficiale e ragazza che ride, Donna che legge una lettera davanti a una finestra aperta, Il geografo, Donna con bilancia; lo spirito del lavoro è quello di persuadere a parlare i quadri, affinché ci raccontino non solo la loro storia, ma anche la nostra, mostrandoci come – questa è la tesi di fondo – il Seicento sia un’epoca in cui la ricchezza di scambi tra Oriente e Occidente permette già di parlare di un mondo globalizzato. Il brano proposto, per gentile consenso della casa editrice, è quello dedicato alla lettura della Veduta di Delft (dbr)].

[]

M’imbattei nel quadro per la prima volta durante una visita al Mauritiushuis trentacinque anni dopo il mio arrivo a Delft. Speravo di vedere La ragazza con l’orecchino di perla e ci riuscii. Sapevo che vi erano esposti anche altri quadri di Vermeer, sebbene ignorassi quali, finché non entrai nella sala d’angolo dell’ultimo piano, e mi trovai di fronte alla Veduta di Delft. Il dipinto era più grande di quanto immaginassi, più animato e ben più complesso nella modulazione di luce e ombra di quanto rivelassero le riproduzioni. Mentre cercavo d’identificare gli edifici basandomi su quanto avevo appreso dalle riproduzioni cartografiche del Seicento, pensai che in dieci minuti di treno avrei raggiunto Delft. Perché allora non confrontare la resa di Veermer con la città attuale, specie se (come sospettavo) il Seicento vi era ancora ben presente? Mi precipitai al piano terra, comprai una cartolina del dipinto e corsi alla stazione. Il treno partì quattro minuti dopo, e in men che non si dica arrivai a Delft.

2qx0sg0

Camminai nei luoghi in cui Veermer aveva dipinto il quadro, anche se la collinetta del piccolo parco che nella tela si trova in primo piano non era abbastanza alta da permettermi di guardare la città dal suo stesso angolo prospettico. Doveva averla dipinta da una finestra del secondo piano. Sarebbero comunque state necessarie alcune modifiche per adattare il dipinto alla Delft moderna: le vicende storiche e la pianificazione urbanistica avevano infatti trasformato gran parte della scena originale. Le porte di Schiedam e Rotterdam non ci sono più, così come la fabbrica di birra Parrot. Al posto delle mura cittadine serpeggia una strada affollata. I campanili delle due chiese, tuttavia, continuano a ergersi nel punto in cui Vermeer li aveva collocati. Non era la Delft del 1660, ma le somigliava. Il dipinto mi consentiva di orientarmi abbastanza bene. Se oggi lo guardo, una prima porta si apre facilmente: ecco come appariva Delft vista da sud. Ma esiste una seconda porta? Sì, anzi in realtà ve ne sono parecchie.

Il luogo da cui partiremo per cercare la seconda porta è il porto. Il Kolk regolava il traffico delle navi che raggiungevano o partivano da Delft attraverso il canale dello Shie, che scorre verso sud in direzione di Schiedam e Rotterdam congiungendosi col Reno. Attraccata alla banchina, in primo piano a sinistra, c’è una chiatta; imbarcazioni del genere, lunghe e strette (per facilitare il passaggio attraverso le chiuse dei canali), trainate da cavalli, svolgevano la loro attività a orari fissi, collegando Delft a città e cittadine dell’Olanda meridionale. Alcune persone sono radunate sulla banchina. I loro abiti e il loro atteggiamento suggeriscono che prenderanno posto tra gli otto passeggeri che viaggeranno in prima classe nella cabina posteriore della chiatta, e non tra i venticinque di seconda classe che si accalcheranno nella parte anteriore. Tranne un alito di vento che increspa l’acqua, tutto è immobile. Sugli altri due lati del porto le barche sono ormeggiate o in disarmo. A introdurre un movimento nel dipinto sono soltanto la linea frastagliata degli edifici che si stagliano all’orizzonte e le ombre proiettate sulle abitazioni dagli alti cumuli di nuvole dipinti nella parte superiore. Tuttavia l’effetto complessivo del dipinto è quello di una perfetta tranquillità, di una giornata gradevole. Altre imbarcazioni sono attraccate nel porto: una piccola nave da carico sotto la porta di Schiedam, e quattro chiatte accanto alla porta di Rotterdam. Le due imbarcazioni sulle quali voglio focalizzare l’attenzione sono però due vascelli bassi e larghi attraccati l’uno all’altro sul lato destro del dipinto. Questa parte del molo, situata di fronte alla porta di Rotterdam, era la sede dei cantieri navali di Delft. In entrambi i vascelli mancano gli alberi di mezzana, mentre i trinchetti sono parzialmente inclinati, il che suggerisce che le imbarcazioni siano lì per riequipaggiarsi o per essere riparate. Sono vascelli a tre alberi, adibiti alla pesca delle aringhe nel Mare del Nord. È una nuova «porta» quella che si presenta qui, ma la sua apertura richiede una spiegazione preliminare.

Un fattore che più di ogni altro influenzò la storia del XVII secolo è il raffreddamento globale che si verificò in questa epoca. Per centocinquant’anni, tra il 1550 e il 1700, le temperature diminuirono in tutto il mondo, non in modo continuo e uniforme, ma scesero ovunque. Nell’Europa settentrionale il primo vero inverno freddo, di quella che fu conosciuta come la «piccola era glaciale», cadde tra il 1564 e il 1565. Nel gennaio del 1565 un grande artista, Pieter Bruegel il Vecchio, pittore della gente comune, realizzà la sua prima scena invernale rappresentando dei cacciatori in un paesaggio innevato e delle persone che si divertono sul ghiaccio.

unnamed

L’artista credeva forse di aver ritratto un fenomeno singolare che non si sarebbe più verificato, e invece esso si ripeté più volte, come mostrano le numerose scene analoghe da lui dipinte negli anni successivi, che dettero vita alla moda dei paesaggi invernali. Veermer non dipinse mai scene di pattinaggio sul ghiaccio, ma praticò lui stesso questa attività, come dimostra l’acquisto, nel 1660, di una slitta a vela, per la quale pagò la cifra considerevole di ottanta fiorini. Non ebbe un gran tempismo, dato che i canali olandesi nei due inverni successivi non gelarono, ma poi il freddo tornò e le temperature scesero anche altrove. In Cina fra il 1654 e il 1676 il gelo distrusse intere piantagioni secolari di arance e mandarini. Il freddo non sarebbe durato per sempre, ma questa era la condizione in cui si viveva nel XVII secolo.

Gli inverni freddi rappresentavano ben più di una semplice gita sul ghiaccio, ossia minor tempo per la maturazione dei raccolti, terreni più umidi, crescita dei prezzi del grano e malattie in aumento. Una diminuizione delle temperature in primavera di appena mezzo grado centigrado può ritardare la semina di una decina di giorni e in autunno provoca un medesimo ritardo nel raccolto, cosa che nei climi temperati può avere effetti disastrosi. Secondo alcuni studiosi il freddo generò un’altra conseguenza negativa, la peste. In tutto il mondo – nel periodo che va dal 1570 al 1660 – la peste fece strage in regioni densamente popolate. Si accanì contro Amsterdam fra il 1597 e il 1664, e nella sua ultima apparizione uccise più di ventiquattromila persone. L’Europa meridionale fu colpita ancora più duramente. Durante l’epidemia del 1576-77 Venezia perse cinquantamila persone (il 28 per cento della popolazione). Una seconda grande epidemia nel 1630-31 uccise altre quarantaseimila persone (il 33 per cento della popolazione già decimata). In Cina il freddo che ebbe inizio verso la fine degli anni Trenta del XVII secolo fu seguito da un’epidemia particolarmente virulenta nel 1642. Il morbo pestilenziale percorse il Gran Canale con enorme rapidità, devastando la popolazione e lasciando il paese vulnerabile, in balia prima degli assalti dei contadini ribelli, i quali assediarono Pechino nel 1644, e poi dell’esercito dei Manciù, che fondarono una dinastia (i Qing) destinata a regnare nei tre secoli successivi.

Il freddo e la peste arrestarono la crescita della popolazione, ma considerando il fenomeno retrospettivamente si ha l’impressione che l’umanità si stesse preparando al salto in avanti che iniziò intorno al 1700 e che prosegue ancora oggi. La popolazione mondiale aveva già superato il mezzo miliardo di persone prima che iniziasse il XVII secolo, ed era arrivata oltre i seicento milioni alla fine del secolo. Johannes Vermeer e Catharina Bolnes dettero il loro piccolo contributo alla crescita della popolazione mondiale, anche se non fu semplice: persero infatti quattro figli, tre dei quali riposano nella tomba di famiglia nella Chiesa Vecchia. Non ci sono prove certe, ma è plausibile che la causa della loro morte sia stata la peste. Le perdite subite dalla famiglia vennero tuttavia controbilanciate dalla sopravvivenza fino all’età adulta di altri undici figli. Quando comprò la slitta a vela Vermeer aveva già cinque o sei figli. Forse l’aveva acquistata per il loro divertimento, oltre che per il suo. Solo quattro figli si sposarono ed ebbero a loro volta figli. In molte famiglie, se non in quella di Vermeer, coloro che non si sposavano si spingevano lontano dal paese natale in cerca di fortuna, o almeno della sopravvivenza. I giovani facevano i marinai, oppure trovavano lavoro nei porti come dipendenti o uomini di fatica addetti ai pontili e ai magazzini, contribuendo allo sviluppo del nuovo commercio globale. Altri si arruolavano nelle armate che proteggevano tale commercio. Ma c’era anche chi entrava a far parte dell’equipaggio delle navi pirata che depredavano i mercantili, il cui numero aumentava rapidamente. Le giovani donne, generalmente, diventavano domestiche o prostitute.

Un indizio delle specifiche condizioni storiche dell’epoca nella Veduta di Delft: si tratta delle imbarcazioni adibite al commercio delle aringhe. Uno dei benefici che gli olandesi trassero dal freddo globale fu lo spostamento a sud di banchi di pesce provenienti dal Mare del Nord. Gli inverni rigidi fecero sì che il ghiaccio artico si spostasse a sud, causando estese gelate lungo le coste della Norvegia, dove la pesca delle aringhe era tradizionalmente praticata. Di conseguenza la pesca si spostò verso il Mar Baltico, dove finì sotto il controllo dei pescatori olandesi. È questo il motivo per cui nel dipinto vediamo imbarcazioni adibite al trasporto delle aringhe. Secondo uno studioso della storia del clima la prosperità di cui godevano gli olandesi nella prima metà del XVII secolo – quella di cui lo stesso Vermeer si trovò a beneficiare – derivava anche da questa risorsa inattesa. Il commercio delle aringhe procurava fondi da investire in altre attività imprenditoriali, soprattutto nei trasporti e nei commerci marittimi. Quelle due navi rappresentano la prova – fornitaci da Veermer – dei cambiamenti intervenuti nel clima.

Ma la Veduta di Delft offre anche un’altra porta di accesso al Seicento. Osservando il campanile della Chiesa Vecchia, posto accanto alla torre del birrificio Parrot, si vede un lungo tetto che si stende in una linea ininterrotta sul lato sinistro della tela (se il dipinto fosse stato un po’ più largo vi avrebbe trovato posto anche il grande mulino  – situato ai margini della città – che pompava acqua fuori dal canale, ma ciò ne avrebbe alterato la struttura). I primi critici accusarono Vermeer di aver semplificato troppo la linea dell’orizzonte per non distrarre l’attenzione dell’osservatore da altri elementi del dipinto.  Quando mi recai sul lato sinistro del Kolk, cercari questa linea e, sebbene i tetti delle case non fossero proprio disposti nel modo in cui li aveva dipinti l’artista e nel corso del tempo qualcosa fosse stato aggiunto e qualcosa tolto, vidi ciò che Vermeer aveva dipinto: il tetto di un’ampia e complessa struttura architettonica che si estendeva dal blocco di edifici ubicati sull’Oude sino al fossato sul lato ovest della città. Era il magazzino dell’Oost-Indisch Huis, il Palazzo delle Indie Orientali, come accertai camminando fino all’Oude Delft e controllando le facciate degli edifici. Era la sede della Camera di Delft della Compagnia olandese delel Indie orientali (Verenigde Oostindische Compagnie), il centro di una vasta rete di commerci internazionali che collegava Delft all’Asia.

La Compagnia olandese delle Indie orientali – conosciuta come VOC – rappresenta nella storia del capitalismo cià che l’aquilone di Franklin rappresenta nella storia dell’elettronica, ossia l’inizio di un processo di straordinaria importanza che all’epoca era del tutto imprevedibile. La VOC, prima società per azioni mondiale, nacque nel 1602, quando la Repubblica olandese obbligò molte compagnie di commercio  emergenti a fondersi in un’unica organizzazione per approfittare del boom economico asiatico. L’obiettivo di questo provvedimento era il monopolio commerciale. Le imprese che non aderivano alla VOC non potevano commerciare in Asia. Il vantaggio consisteva nel fatto che lo Stato non interferiva nei profitti, limitandosi a una modesta tassa sui dividendi. I mercanti acconsentirono (sia pure con riluttanza) a questo accordo, e la VOC si sviluppò come federazione di sei camere regionali: la Camera di Amsterdam, che contribuiva con metà del capitale, quelle di Hoorn e Enkhuizen nell’Olanda del Nord, quella di Middelburg sull’estuario del Reno a sud, e quelle di Rotterdam e Delft nel cuore dell’Olanda. Ciò che a prima vista era parso un compromesso impraticabile – camere separata che controllano il proprio capitale e le proprie operazioni, mentre aderivano a linee guida e a norme uniformi – si dimostrò invece una brillante innovazione. Solo uno stato federale come la Repubblica olandese avrebbe potuto inventarsi un sistema di camere federate. La VOC conciliava flessibilità e solidità, garantendo agli olandesi vantaggi enormi nella competizione per il conseguimento dell’egemonia nei commerci marittimi con l’Asia.

Nell’arco di pochi decenni la VOC divenne la corporazione commerciale più potente del XVII secolo, e costituì il modello dei colossi che ancora oggi dominano l’economia mondiale. Anche la sigla che designava divenne il marchio più famoso dell’epoca: di fatto fu il primo logo globale. Delle tre iniziali che la componevano, la V (Verenigde) era collocata al centro, mentre la O (Oostindische) e la C (Compagnie) si sovrapponevano ai due segmenti della V. A ciascuna Camera locale era consentito di aggiungere l’iniziale della città d’appartenenza, collocandola sopra o sotto le iniziali VOC. Quella di Delft decise di porre la D sotto la punta inferiore della V, dando origine a un monogramma ancora visibile sulla facciata della Camera di Delft (la quale acquisì l’edificio nel 1631), sul lato ovest del Canal Vecchio. Successivamente vennero aggiunti altri edifici, ciascuno ornato con lo stesso monogramma. Ormai da molto tempo gli edifici originali sono stati trasformati in appartamenti privati – la VOC fallì nell’ultimo decennio del XVIII secolo e venne sciolta nel 1800 – ma il suo logo è ancora lì a ricordarne le vicende. Familiare a tutti, resta una presenza viva anche nell’Olanda di oggi.

Chiunque nella Delft del Seicento sapeva dove si trovava la Camera locale. La VOC era troppo importante per l’economia della città per non essere conosciuta da tutti. E chiunque si fosse trovato con me all’estremità del porto, nel punto in cui il Canal Vecchio passa sotto il ponte Capels fra la porta di Schiedam e quella di Rotterdam e sfocia nel Kolk, avrebbe saputo indicarmi senza alcuna difficoltà i tetti di tegole rosse del deposito e dell’ufficio della VOC, così come, più a sud, lungo il canale in direzione di Delfshaven, Schiedam e Rotterdam, il porto marittimo della città che si trova alla foce del Reno. Questo prolungamento di Delft costituisce il volto commerciale della città, il luogo dal quale si diramavano i suoi traffici con il mondo. Una volta che abbiamo individuato la presenza della VOC, la Veduta di Delft comincia a sembrarci un dipinto meno decorativo, meno casuale nella scelta del soggetto, più intenzionale.

Nonostante la presenza della VOC nel quadro (così come nella città di Delft), non esistono prove che Veermer avesse un legame personale con la compagnia. Nei primi anni dopo la fondazione della VOC il nonno aveva rischiato il fallimento speculando con le sue azioni, e in seguito la famiglia non ebbe più niente a che fare con la compagnia. Ma in realtà nessuna famiglia di Delft poteva evitarla del tutto. Il padre di Vermeer, Reynier Vos (la famiglia non aveva ancora adottato il cognome Veermer quando Reynier nacque), commerciante di oggetti d’arte e locandiere, non aveva rapporti diretti con essa, ma i suoi commerci dipendevano dalla gente che passava da Delft per motivi in genere connessi alla compagnia. Pertanto era facile che anche un pittore si ritrovasse a operare nell’orbita della VOC. Ad Amsterdam, per esempio, Rembrandt riceveva cospicue somme di denaro per dipingere i ritratti dei direttori della compagnia. Veermer non dipingeva ritratti su commissione, per quanto ne sappiamo. Delft poteva anche essere una città commerciale, ma Veermer non divenne mai un pittore commerciale. Decine di migliaia di olandesi lavorarono per la VOC, ma Veermer non figurò mai tra loro.

Un gruppo di storici olandesi ha stimato che nei primi dieci anni di attività della compagnia (che coincidono quasi con il primo decennio del XVII secolo) ottomilacinquecento uomini lasciarono l’Olanda su navi della VOC. Nei decenni successivi questo numero aumentò progressivamente. Entro gli anni Cinquanta più di quarantamila uomini partivano ogni dieci anni. Quasi un milione di persone viaggiarono dall’Olanda all’Asia durante i due secoli che vanno dal 1595 al 1795. Si trattava, per lo più, di giovani che preferivano lavorare per la Compagnia delle Indie orientali, piutttosto che vivere in abitazioni sovraffollate e lavorare per un salario misero. L’Asia rappresentava per loro la speranza di una vita migliore. Almeno tre cugini di Vermeer figurano fra questi emigranti: dal testamento di Dirck Van der Minne, fratello di suo padre, redatto nel 1675, apprendiamo infatti che un cugino chiamato Claes lavorava come «chirurgo nelle Indie Orientali», e altri due, Aryen e Dirck Gerritszoon Van Sanen, nipoti di Claes, «si trovavano entrambi nelle Indie Orientali» allorché venne letto il testamento.

Non tutti passavano da Delft per raggiungere l’Oriente, ma migliaia di persone sì, navigando lungo il canale fino a Rotterdam, sulla foce del Reno. Vermeer, da bambino, ne incontrava regolarmente nella locanda del padre, e ascoltava gli ambiziosi progetti di coloro che partivano e i racconti semi-fantasiosi di quelli che tornavano. Partire non sempre voleva dire tornare: anzi era più probabile che non si facesse ritorno. Alcuni morivano durante il viaggio, molti altri poco dopo l’arrivo a causa di malattie contro cui non avevano difese immunitarie. Ma la mortalità non era il solo motivo per cui non si tornava. Molti sceglievano di rimanere in Asia, o per evitare di pagare il prezzo del successo o, al contrario, per non affrontare in patria la vergogna dell’insuccesso. Altri vi restavano perché si erano creati una nuova vita e non desideravano tornare a ciò che avevano lasciato. Nonostante il tasso di mortalià tra gli uomini che lavoravano per la VOC fosse molto alto, la compagnia prosperò, e con essa l’Olanda.

[Immagine: Johannes Vermeer, Ufficiale e ragazza che ride, olio su tela, 1657 circa, New York, The Frick Collection (dbr)].

4 commenti

  1. Pingback: Johannes Vermeer, Veduta di Delft | Fogli Consanguinei

  2. “ Domenica 10 settembre 2000 – Diceva oggi il giudice ragazzino – con il culo grosso e la macchinetta ai denti (avresti dovuto vederlo) – che è andato apposta in Olanda a vedere la Veduta di Delft di Vermeer perché Proust diceva che è il più bel quadro del mondo. Io gli ho detto che, quando l’ho visto in riproduzione, non sono riuscito a capire quale fosse il « pan de mur jaune » di cui parla Proust, perché i pezzi di muro giallo sono più d’uno. C’era anche chi era convinto che Bergotte fosse un commediografo. Questione di vedute. “.

  3. Pingback: Link 179 | ZANZIBAR 2015

  4. Pingback: What We’re Reading: Week of Dec. 12 | JHIBlog

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.