Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La stranezza che ho nella testa. Intervista a Orhan Pamuk

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cropped-0001029.jpga cura di Francesca Borrelli

[Questa intervista è uscita su «Alias»]

Da sempre alla ricerca di un equilibrio tra l’ingenuo e il sentimentale, Orhan Pamuk oscilla tra le romantiche tentazioni di quella scrittura che Schiller fa discendere direttamente dal dettato della natura, e le moderne angosce derivate dalla consapevolezza dello scarto che separa i propri mezzi espressivi da ciò che aspira a rappresentare. Ma, per la verità, l’indole dello scrittore turco sembra sbilanciarlo, ancora e forse felicemente, verso una spontanea e appagata fusionalità di paesaggi mentali e romanzeschi, dove trionfano i sentimenti e arretra l’intelletto. Proprio questo stato della mente, questa nostalgica inclinazione, questa evocatività mai sazia di echi del passato è quanto rinchiude il titolo del suo ultimo romanzo, La stranezza che ho nella testa (traduzione di Barbara La Rosa Salim, Einaudi, pp. 574, euro 22,00). Protagonista Mevlut Aktaş, nato poverissimo sul finire degli anni ‘ 50 in un villaggio dell’Anatolia centrale, e da ragazzo approdato a Istanbul, le cui trasformazioni seguirà nei quarantatré anni delle sue peregrinazioni in qualità di venditore ambulante, mentre la città passa da tre a tredici milioni di abitanti e i quartieri della sua infanzia vegono rasi al suolo, decretando che “il tempo delle baracche è scaduto”.

Al centro della vicenda, il rapimento di una fanciulla desiderata e, intorno, un affollamento di voci appartenenti a tre generazioni di parenti più o meno stretti, dei quali Pamuk offre un albero genealogico, con tanto di “Indice delle persone” e “Cronologia”, apparati di un intrigo nel quale teme, e al tempo stesso desidera, che ognuno di noi si perda e si ritrovi. Facili associazioni di parole vengono in mente nel rendere conto di questo romanzo abilmente confezionato con quella zuccherosità di ingredienti cui già ci aveva assuefatto la storia dell’ossessione amorosa raccontata nel Museo dell’innocenza, anche qui fra corteggiamenti del Kitsch e meticolose dedizioni all’inventario capillare dei singoli gesti di ogni personaggio. Sulla scena di La stranezza che ho nella testa avanzano dunque i protagonisti di un romanzo radicalmente polifonico e compiutamente dialogico, dove ognuno è il responsabile portatore della propria parola pronunciata in prima persona, in una dialettica corale che include, non più autorevole di altre, anche la voce del narratore.

Ciò che più conta, in questo romanzo, la vicenda le cui conseguenze si riverberano sulle oltre cinquecentocinquanta pagine dell’intreccio, ha inizio durante un ricevimento di nozze, quando Mavlut incrocia gli occhi della giovane Samiha e ne resta stregato. Per tre anni le scriverà lettere d’amore senza riceverne risposta, ma ingannato sul nome di lei indirizzerà inconsapevolmente quelle lettere alla sorella maggiore, Rayiha, purtroppo non altrettanto bella. Quando l’autore del raggiro, il cugino Süleyman (anche lui, innamorato di Samiha) organizzerà per Mevlut il rapimento della fanciulla, a presentarsi avvolta dal velo e protetta dal buio sarà non la reale destinataria delle lettere ma colei che, di fatto, le ha ricevute: la tanto bruttina Rayiha.

Un lampo nella notte illumina il volto della ragazza, che di buon grado ha acconsentito al rapimento per sfuggire il matrimonio combinato dalla famiglia: Mevlut la vede, prende coscienza del fatto che chi ha di fronte non è la spasimata Samiha, e tuttavia tace. Forse la sua profonda dignità, o una ancora più radicale sottomissione al destino fanno sì che Mevlut lasci andare le cose per il loro corso e sposi dunque Rayiha, che lo ricambierà con un amore solido e capace di renderlo felice. Solo dopo la morte di lei, l’affranto Mevlut inaugurerà un nuovo capitolo della sua vita sposando finalmente Samiha, che nel frattempo si è separata dall’uomo che aveva aiutato Mevlut a scriverle le lettere d’amore, il comunista di famiglia curdo-alevita Ferhat, tra i personaggi più convincenti del romanzo. Intorno, orgogliosi genitori, intriganti zii, competitivi cugini, fratelli, sorelle, figli, nipoti, un potente imprenditore, un virtuoso calligrafo sceicco del Tempio, che avanzano sulla scena ognuno offrendo il proprio punto di vista, in una orchestrazione di voci che rimanda al Faulkner di Mentre morivo – mentre sullo sfondo si susseguono tre colpi di stato, l’inaugurazione del primo ponte sul Bosforo, l’invasione di Cipro, il massacro degli Aleviti e soprattutto la proliferazione dei nuovi quartieri di Istanbul, ritratta nei suoi anfratti più poveri e desolati. Quella desolazione nelle cui viscere amorevolmente si addentra l’ambulante Mevlut, che vende la boza, bevanda degli ottomani derivata dal grano fermentato, poi passa al gelato, poi al riso, e che conoscerà lavori meno gravosi e più remunerativi, ma non per questo abbandonerà le amate strade della capitale, dove vendendo le sue bevande, che ormai più nessuno vuole, può tuttavia “osservare i passanti” e abbandonarsi alla “stranezza” che ha nella testa. 

Il romanzo comincia con un narratore onnisciente, poi – a partire dal terzo capitolo – tra i personaggi si insinua un’altra voce in terza persona, introdotta dalla effigie di un uomo con due bilance sulle spalle: quell’uomo è Mevlut, il protagonista, un piccolo venditore ambulante di Istanbul. Come mai, proprio lui parla di sé in terza persona, mentre tutti gli altri avanzano sulla scena dicendo “io”?

Per scrivere questo romanzo ho deciso di uccidere il giovane scrittore postmoderno che è il me, e tornare a uno stile classico: mi fa piacere che questa conversazione parta da un problema di natura letteraria, perché mi dà l’occasione per raccontare come mi servo di quel dispositivo, messo a punto da Flaubert, che è lo stile indiretto libero. Lei notava che me ne servo per differenziare quella che è una voce narrante più vicina alla mentalità del protagonista da un’altra voce che racconta la vicenda in modo oggettivo, attenendosi ai dati di fatto. Anche Tolstoj a volte usa un registro di tipo storico-giornalistico – per esempio quando dice, in Guerra e pace, che le armate napoleoniche si stavano avvicinando a Mosca – e altre volte si immedesima nel punto di vista di Pierre Bezochov, usando il suo lessico. Va e viene tra queste due strategie narrative senza cambiare marcia, e con la massima libertà. Ma a me pare che a influenzarmi sia stato, soprattutto, il Flaubert di Un cuore semplice. Detto questo, per raccogliere il materiale che mi sarebbe servito per il romanzo, mi sono basato su una miriade di interviste alle persone più diverse, venditori ambulanti come Mevlut, ma anche camerieri, e altri piccoli professionisti, persino certi alti ufficiali di polizia ormai in pensione sotto la cui giurisdizione cadevano i diversi quartieri di Istanbul che mi servivano per l’ambientazione. Nei sei anni impiegati per la stesura del libro, mi sono reso conto di avere raccolto così tante voci che i dispositivi classici del romanzo non bastavano più a rappresentarle, quindi sono tornato a una soluzione che avevo già sperimentato in Il mio nome è rosso, un romanzo costruito dall’intreccio di molte voci diverse, che si smentiscono anche reciprocamente e parlano in modo più o meno affidabile, o inaffidabilmente affidabile, dando luogo a uno spazio narrativo molto libero ma anche assai ambiguo.

Secondo Bachtin, il romanzo polifonico è popolato da “uomini-idea”, portatori di un punto di vista sul mondo, di una loro valutazione della realtà, che scontrandosi con altri punti di vista innescano un principio dialogico. Quali sono le principali idee che si oppongono in questo romanzo?

Sì, anche questo mio ultimo romanzo, come già uno precedente titolato Il mio nome è rosso cade sicuramente sotto la prospettiva bachtiniana che lei ricorda, ma in questo caso non spetta al lettore risolvere il conflitto creato dalle diverse voci dei personaggi, che si alternano, si sovrappongono, e in molti casi si scontrano. Piuttosto che deflagrare in qualcosa come un drammatico conflitto, tutte queste voci si ritrovano e si riconciliano un po’ in quella di Mevlut, il protagonista al quale riservo – del resto – il maggior numero di pagine.

Lei è un appassionato conoscitore della tradizione modernista occidentale, quella da cui trae, per esempio, l’idea di fare avanzare sulla scena i personaggi facendoli parlare ognuno in prima persona. Al tempo in cui scrisse La casa del silenzio, disse che se non aveva osato dotare di una voce propria Nilgün, la nipote della vecchia protagonistai, era perché non se la sentiva ancora di adottare un punto di vista femminile. Qui, invece, mette in scena tre sorelle, due delle quali sposeranno il protagonista, e le impegna in monologhi molto credibile. Quali difficoltà ha trovato nell’adottare il loro punto di vista?

Nessuna difficoltà, questo è il mio primo romanzo femminista, e non resterà l’unico. Detto da un maschio turco, questo le suonerà come un ossimoro, e infatti lo dico in modo ironico, tuttavia sono molto contento dei risultati. Mi sembra di essere riuscito, infatti, a rappresentare bene la condizione in cui vivono le donne in Turchia, la repressione a cui sono soggette, gli abusi che subiscono, la loro umanità fatta di rabbie espresse in un linguaggio spesso molto affilato, la loro immaginazione, il loro senso dell’umorismo, e in definitiva il loro essere tramiti di un vero pensiero alternativo. In quanto figlio di una madre che aveva una sorella maggiore e una minore, ricordo benissimo le sedute tra queste tre donne, che si raccontavano a vicenda la relazione con i loro mariti, confrontavano le reciproche situazioni familiari, producevano una battuta dopo l’altra, e ridevano davvero molto. Certo, io provengo da un ceto sociale diverso da quello dei personaggi di cui parlo nel mio romanzo, tuttavia ritrovo in loro un senso dell’umorismo capace di schierarsi e di contrapporsi efficacemente alla consuetudine repressiva che le donne subivano da parte dei loro mariti, spesso trattate come delle serve, al tempo in cui ambiento la vicenda ma anche oltre. Mi creda, per parlare di questi aspetti non ho dovuto né documentarmi, né fare chissà quali ricerche, potevo disporre di molto materiale in presa diretta.

C’è, a questo proposito, un capitolo in cui il personaggio di Vediha, la sorella maggiore, infila cinquanta domande per chiedersi se sia giusta la sorte che le spetta, evocando le colpe che ingiustamente le addossano, i rimproveri che le muovono, il disprezzo che le riservano, e così via per tre pagine, tanto che, alla fin fine, il tutto suona piuttosto comico…

Ecco, appunto, per scrivere questa pagine non ho certo avuto bisogno di andare a cercare chissà dove. Il monologo di Vediha, questa donna che manda avanti da sola tutta la baracca e dispensa consigli, mi viene da osservazioni accumulate nella mia infanzia, quando andavo a trovare i miei compagni di scuola e già sulla soglia delle loro case capivo con chi avevo a che fare. C’erano famiglie in cui ci facevano togliere le scarpe prima di entrare, le donne erano velate, non facevano che andare e venire per servirci il te, insomma era chiaro che ci trovavamo in famiglie conservatrici musulmane, e tuttavia anche tra queste avevo dei carissimi amici. Ma alle donne non si permetteva, in quelle famiglie, nemmeno di accedere al telecomando della televisione.

I suoi sono personaggi al tempo stesso felici e malinconici, non si abbandonano a congetture ma si dilungano nella stesura di una sorta di diario interiore in cui riportano capillarmente, come già nel Museo dell’Innocenza, ogni loro minimo gesto. Alla fin fine, questa mancanza di economia nel riportare ciò che pensano, dicono e fanno i suoi personaggi, “fra intenzioni del cuore e intenzioni delle labbra”, è diventata una cifra del suo stile, non crede?

Questo mi sembra un modo molto gentile per dirmi che questo romanzo si addentra troppo nei dettagli, e posso anche accettarlo. Ma se è così, non dipende dalle voci narranti, e non è un dispositivo stilistico. Ha molto più a che vedere con il mio desiderio di accogliere e restituire tante voci e tanti particolari che diano conto dei cambiamenti di Istanbul durante l’arco dei cinquant’anni in cui si svolge il romanzo. In questo senso, direi che mi comporto come il curatore di un museo che non riesce a buttar via nemmeno un cucchiaino: così come quello non si può disfare di un oggetto, per quanto banale, io non riesco a tralasciare nemmeno un gesto o una parola dei miei personaggi. D’altronde ho deciso che questo sarebbe stato un romanzo epico.

Tuttavia, si direbbe che lei si trovi soprattutto a suo agio quando affonda la penna nel miele, e riconducendo i sentimenti amorosi alla loro elementarità, li espone senza il filtro del pudore…

Per le verità mi irrito molto quando qualcuno, magari non avendo letto bene il romanzo, mi dice: ecco qui un libro alla Zola. Non è così. Il mio romanzo vuole essere una invenziona giocosa e al tempo stesso molto introspettiva, e la cura che metto nel restituire l’eleganza di certi gesti, di determinati oggetti, così come l’importanza di certe relazioni, o delle piccole cose nella vita di ogni giorno rimanda, a mio parere, piuttosto a un atteggiamenrto proustiano, o tolstojano. Certo, il mio Mevlut non è un Pierre Bezuchov, uno che esercita chissà quale impatto, o che lascia chissà quale segno sulla Storia. E’ un uomo qualunque, preso dalla vita ordinaria. Ma proprio questa sua piccolezza, combinata con ciò che lei chiama “miele” porta a una attenzione minuziosa nei confronti dei dettagli più diversi della vita.

 Quando scopre di essere stato ingannato, Mevlut non reagisce: crede di avere organizzato il rapimento della donna di cui si era innamorato, ma dopo avere scoperto che si è presentata al suo posto la sorella, non dice niente e la sposa senza protestare. Come dobbiamo interpretare questa sua passività?

Beh, è probabile che, quando scopre la trappola, Mevlut si dica tante cose, ma Orhan Pamuk non permette al lettore di leggere nella sua testa: che ognuno arrivi alla fine del libro e tragga le proprie conclusioni. Il romanziere plasma i personaggi a volte anche occultando i loro pensieri, per lasciare al lettore un po’ di lavoro e perché prenda lui la decisione definitiva su cosa pensarne. Non è detto che se avessi squadernato i ragionamenti di Mevlut e i suoi sentimenti questo lo avrebbe reso più interessante. E c’è una cosa, soprattutto, da non dimenticare: Mevlut accetta con affetto e sposa con dedizione la donna che gli si è presentata, nonostante l’inganno, perché con lei scoprirà le gioie del sesso. Una volta che le ha scoperte e le ha frequentate, in fondo che gliene importa se era lei la donna giusta o quella sbagliata?

In una delle sue Norton Lectures lei afferma che noi andiamo sempre “scrupolosamente alla ricerca del centro segreto del romanzo”. Qui, tra le pagine di La stranezza che ho nella testa, il centro qual è?

Dipende dalle interpretazioni. La sfida che ho lanciato a me stesso era vedere la vita di Istanbul, nella sua dimensione epica, attraverso gli occhi di un protagonista appartenente a una classe povera, quindi molto distante dal mio ceto di provenienza. Ho fatto del mio meglio per non cadere nei soliti tranelli, per non scivolare nel melodramma e provocare compassione. Perciò, era necessario che mi sforzassi di ritrarre Mevlut nella contraddittorietà della sua dimensione umana, con tutti i suoi errori, senza appiattirlo su un ritratto di ambientazione pauperistica. Ecco, magari da un punto di vista teorico non sarà questo il centro del romanzo, ma era il cuore delle mie ambizioni.

Per i suoi personaggi il pensiero è azione, e l’azione si svolge perlopiù nei dialoghi: le torna?

Non ci avevo pensato, però è vero che trovo un po’ rozzo concentrarsi solo sulla azione tout cort, e certamente desidero che questa si distribuisca nei dialoghi tra le parti. Inoltre, la gravitas di certe azioni o situazioni deve essere bilanciata dalla ironia: in questo romanzo, la pesantezza è data dalla condizione sociale molto umile alla quale appartiene Mevlut, con il lavoro al quale è sottoposto e le umiliazioni che questo implica; tutto ciò cerco di controbilanciarlo offrendo del personaggio una vita intima che è, in realtà, piena di gioia. Avevo il problema di fare in modo che il lettore fosse disposto a seguire il mio personaggio per cinquecento e rotte pagine, e questo mi ha obbligato a dotarlo di fantasia, di stranezza, appunto, di una sua speciale visione delle cose. In parte Mevlut somiglia a me: fin da quando ero ragazzo gli amici mi dicevano: “Orhan, hai una strana testa”. Poi un giorno ho letto Il preludio di William Wordsworth e ci ho trovato questa frase da cui ho tratto il titolo del libro: “Avevo pensieri malinconici… Una stranezza nella mia testa”, così mi sono detto che prima o poi avrei dovuto scrivere un romanzo il cui titolo contenesse queste parole.

[Immagine: Orhan Pamuk]

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