di Italo Testa

[Anticipazione dal n. 47 de «il verri», intitolato ancora novissimi?, all’interno del quale G.M. Annovi, M. Berisso, A. Carnaroli, M. Giovenale, A. Inglese, L. Pugno e I. Testa rispondono alla domanda “Hai letto i Novissimi?”].

1. Dietro la tenda

Considera un’interruzione di 23 anni. Tra la nuova edizione 2003 de I novissimi e la quinta ristampa Einaudi del 1979. Un lungo intercorso fantasmatico. Conta gli anni della tua formazione. Coincidono. Considera le parole di Alfredo Giuliani sull’ultima edizione del 1979: «il libro era diventato un piccolo classico». Considera la Prefazione 1965: «per capire la poesia contemporanea, piuttosto che alla memoria delle poesie del passato, conviene riferirsi alla fisionomia del mondo contemporaneo».

Fasi di trasformazione. L’antologia, «libro settario», così Giuliani nel 1961, formula, così Anceschi su Il verri (1, 1962), l’«orizzonte significante» di un nuovo tempo della poesia. Fase 2: un classico, così Giuliani: oggetto della memoria. Fase 3: un fantasma. Dietro la poesia: l’antologia. Alle loro spalle. Entri in quel tratto. Del bosco solo l’apparenza. Di fronte gli alberi. Considera l’incipit dell’Introduzione alla prima edizione del 1961: «scopo della “vera contemporanea poesia”, annotò Leopardi nel 1829, è di accrescere la vitalità».

«Sagome dietro la tenda/[…]/dietro la tenda/sagome». Le sagome appaiono su un’antologia scolastica. Alle scuole medie inferiori. E’ il controcanto, così Giuliani nella nota al testo su I novissimi, delle figure dell’inconscio della ragazza Carla. Tu non lo sai, e vedi solo le sagome, ti ossessionano, non riesci ad afferrarle, le lasci scorrere e guardi avanti. Poi, nel giro di un paio d’anni, accidentalmente, da un fondo di magazzino, non sai più bene come, ne appaiono altre: «Dietro la porta nulla, dietro la tenda,/l’impronta impressa sulla parete, sotto». Dietro la tenda. E’ Aprire, il mantra di Antonio Porta. Il secondo albero. Secondo avvistamento individuale. Ne seguono altri. Con sfasatura temporale. Postkarten. Blackout.

Fuga in avanti. E’ il 2011. Hai in mano I novissimi, l’oggetto letterario, lo leggi dall’inizio alla fine. La ragazza Carla e Aprire stanno ai due estremi dell’antologia, ne delimitano lo spazio. Considera le parole di Giuliani nella Prefazione 2003:«Ricercavamo procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (questo il compito e il piacere di chi scrive poesie)».

Quando entri in scena, ci sono solo gli individui. I loro corpi testuali. Sono tali proprio perché sono esistiti altrimenti, hanno sterzato in una la loro direzione idiosincratica, non sempre prevista dal «libro iniziale». Proprio così possono essere contemporanei, accrescere la vitalità. L’antologia, il corpo collettivo, ha già iniziato un’altra sua forma di esistenza, sotto traccia, fantasmatica. Come dispositivo ideologico. Giuliani è il dispositivo. Non ce n’è altra traccia.

Inizi a pensare a I novissimi come a un trattato sui fantasmi.  Il dispositivo sono le prefazioni, le introduzioni, le note di Giuliani. E la sezione  di saggi Dietro la poesia. Dietro la tenda. Ti chiedi se Ghostbusters abbia giocato un ruolo. «Non si può fare poesia pensando in direzione della poesia se non come tecnica» (Prefazione 1965). Gli anni ottanta in mezzo.«Procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (Prefazione 2003).

2. Controcanto

Procedere ad una lettura immanente. Descrivere il movimento interno del dispositivo. Valutarlo in base ai suoi stessi criteri.  Misurarne la contraddizione intrinseca, portare in luce il resto, ciò che eccede l’impianto. Porsi, a proposito dei Novissimi, la domanda che essi rivolgevano ai Lirici nuovi di Anceschi. Quando è successo che un linguaggio a suo tempo innovativo e capace di aprire all’accadere si è rivelato come qualcosa che «imprigionava tutti i nostri slanci e non riusciva a contenere ciò che per noi stava diventando l’esperienza» (Introduzione del 1961). La domanda su cui anche I novissimi devono essere giudicati, in base ai loro stessi criteri.

Dispositivo 1961: 1) riduzione dell’Io quale produttore di significati; 2) versificazione svincolata dalla misura sillabica.  I due aspetti comuni, identificanti, su cui Giuliani richiama l’attenzione dei lettori. Nella Prefazione 1965 emerge un altro aspetto, di matrice sanguinetiana, canonizzato nel 2003 come terzo tratto fondante: «visione schizomorfa della composizione».

Seguire l’andamento interno dell’Introduzione del 1961, esplorando insieme i fondali delle annotazioni, e le quinte Dietro la poesia. Descrivere il movimento che il dispositivo non focalizza, non riesce a contenere, la tensione che ne risulta, gli slanci che imprigiona. Il sovrappiù. Il controcanto e i suoi motivi dominanti.

3. Sotto il dispositivo

Amplificazione del reale.  La chiave dell’Introduzione del 1961, l’explicatio non petita, sta alla fine, nella nota al Dialogo con Herz. Questo nome contribuisce a quella «amplificazione del reale che è in sostanza il tema della poesia». Secondo indizio, la nota ad Aprire: «il racconto incalzante di varie “aperture” sulla realtà». Tornare indietro. Allo scopo della vera contemporanea poesia con cui inizia tutto. Deve accrescere la vitalità. E come tale è «apertura» a «un accadere in cui possiamo ritrovarci». La sua contemporaneità è tale rispetto al nostro «sentimento della realtà». E’ una «capacità di contatto» con l’accadere e con «la lingua che la realtà parla in noi con i suoi segni inconciliabili». Siamo nell’Introduzione. E’ il tema dominante. E’ l’imperativo di Porta in Poesia e poetica: «Calarsi nella realtà».

Conoscere. Misura della contemporaneità della poesia è la sua capacità di contatto con il mondo, con «le forme linguistiche della realtà». Capacità di «aprire un varco». Porta, Dietro la poesia: «bisogno di penetrazione». L’apertura al reale, nell’Introduzione del 1961, è una questione gnoseologica. Giuliani: «suppongo che sia chiara in noi una vocazione a conoscere». Dietro la poesia, Porta: «l’articolarsi del conoscere, nel nostro ora». E’ la posta conoscitiva della poesia oggettiva, il modo in cui essa si pone in «relazione con la verità». Non il tuffo ingenuo nel mare anonimo dei fatti, ma il tentativo, attraverso oggetti ed eventi, di «intuire la verità». Balestrini, Dietro la poesia: «una luce nuova sulle cose». Retromarcia. Ancora sull’Introduzione. Farsi carico del problema della rappresentazione. Non assumere la realtà come qualcosa di per sé dato, immediato, come accade nel «realismo coatto». Farsi carico criticamente del problema della rappresentazione. Farsi carico della sua mediazione storico-linguistica: che non dissolve il problema della rappresentazione. Giuliani: «Nel rispecchiare la realtà rispondere al bisogno di penetrare lo specchio». Bisogno di penetrazione. Dietro la poesia, Sanguineti (Poesia informale?): il linguaggio della poesia ha il compito «di documentare e rispecchiare». Uno stato «soggettivo», e insieme uno «stato oggettivo di alienazione». Ma mentre rispecchia l’alienazione, il linguaggio a sua volta alienato, estraniato della poesia, trasforma, ‘metamorfosa ciò che riproduce: è esso stesso parte della mediazione storico-epocale del reale. Rappresentazione critica. Nel 1965 Giuliani ha pronta la formula: «mimesi critica della schizofrenia universale», «rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato».

Esperienza. L’apertura al reale, avvertito come urto con il contemporaneo, scontro con l’ora, choc, è un darsi a fondo perduto a «ciò che per noi stata diventando l’esperienza», a ciò che il linguaggio dei Lirici nuovi non riusciva più a contenere. L’esperienza sotto il dispositivo ideologico del 1961. In questo cortocircuito entrano anche i procedimenti linguistici introdotti dalla poesia come tecnica dei Novissimi – forme di scrittura più «impersonale» ed «estensiva», ampliamento della «possibilità di parlare in versi», adozione delle tecniche della comunicazione di massa e della sua lingua contemporanea. La forma schizomorfa della composizione non è solo un tratto formale, sottende l’esperienza. «Forme di scomposizione mentale», così Giuliani, «di cui occorre tener conto quando si vuole ottenere una ricomposizione dei significati dell’esperienza». Forme che nascono «dall’inclinazione a far parlare i pensieri e gli oggetti dell’esperienza». La nuova tecnica di versificazione, con l’abbandono della «ambizioni pseudorituali» della versificazione sillabica, è motivata, così Giuliani Dietro la poesia, dal bisogno di corrispondere al mutamento storico sia della lingua sia dei modi di pensare e della sensibilità, del nostro modo di far contatto con le cose.  Icasticamente Porta, Dietro la poesia: «la metrica accentuativa è soprattutto un metodo di penetrazione». Giuliani, Introduzione: l’«inquietudine metrica» è parte del movimento di apertura al reale: «sintomo per cui si manifesta nel poeta l’angoscia della realtà». Della realtà come esperienza, da cui il problema per il poeta di «foggiare, come può, un metro diretto sulle cose o sulla biografia». Caratterizzazione dialettica della metrica dell’esperienza. Focalizzare meglio la dialettica  conoscitiva della rappresentazione : «io non voglio esprimere me stesso, ma l’esperienza che il “me stesso” fa  rispecchiando e  anche resistendo al rispecchiamento». Giuliani adombra la Fenomenologia dello spirito: «L’esperienza non è il risultato, è biografia della coscienza».

Soggettività. Dispositivo: riduzione dell’io quale produttore esclusivo di significati. La riduzione è metodologica. Problema sostantivo: non fraintendere l’avversione alle «ostentazioni dell’io» di cui scrive Porta. Tornare all’Introduzione. Non si tratta qui «di nascondere la soggettività». Giuliani: la riduzione dell’io «è la mia ultima possibilità storica di esprimermi soggettivamente». (Formula del 2003: «Riduzione dell’io a soggetto critico»). Tecnica dialettica. «Dialettica dell’alienazione»: si tratta di cercare, dalla parte dell’oggetto, «l’unità di visione e quindi il recupero di quel medesimo io prima ridotto metodicamente». La riduzione dell’io non è una «scelta ideologica», ma una questione di fantasia linguistica. E di apertura. Così Porta, Dietro la poesia, legge l’eteronomia dell’arte: apertura del poeta isolato all’esperienza degli altri, nella comunità degli uomini. Prendere sul serio, a futura memoria, il caveat di Giuliani nell’Introduzione: «nelle poesie che vorrebbero essere più aliene dall’intimismo,  l’io si nasconde con orgoglio e pervicacia dietro una presunzione di oggettività». Mettere a contrasto con le ideologie contemporanee della riduzione dell’io. Spiegarlo agli epigoni. Problema critico: come un metodo diventò ideologia.

4. Retromarcia

Considerare la dinamica della ricezione. Il dettato si irrigidisce, risaltano le forme nude, diventano formule, il movimento sotteso si fa più lontano, la tensione tra i due registri non più avvertibile. Nascita di un dispositivo. Prendere in considerazione anche l’ipotesi di uno scivolamento interno. Come si rifrange nelle edizioni successive.  Prima spia linguistica. Nella Prefazione 1965 comincia a dominare il registro dell’apparenza. L’apertura al reale fa posto ai «rapporti con l’ombra». La realtà al suo fantasma interno, alla proiezione mentale, all’«apparenza reale». Così per la poesia si tratta di venire a capo con «quella realtà che l’ippocampo […] filma ininterrottamente». Seconda spia. La portata conoscitiva della poesia viene revocata. Proprio mentre pone in evidenza la formula della poesia come «mimesi critica» – nozione intrinsecamente legata alla rappresentazione conoscitiva – Giuliani scrive che la poesia «non è tanto una forma di conoscenza quanto un modo di contatto». Con questa contraddizione in re la «vocazione a conoscere» del ’61 è messa a tacere. Rimane l’idea del contatto, risolto però in commercio con l’ombra: «arricchimento non tanto cognitivo quanto immaginativo». Terza spia. La necessità della mediazione linguistica dell’esperienza, e il primato della struttura linguistica nell’arte, sembra far posto ad un’identificazione integrale, senza residui dialettici, tra mondo e linguaggio: quel «mondo linguistico che tutti scriviamo vivendo». E’ una linea di tendenza. In mezzo tre decenni. Incluso quello in cui il mondo vero diventò favola. Nel  1965 il libro è ancora letto come «un salto dalla preistoria del “moderno” alla contemporaneità pura e semplice». Nella Prefazione 2003 Giuliani retrodata invece al 1959 la propria consapevolezza «che la modernità stava tramontando» ,  e rivendica per i Novissimi lo status di «libro iniziale» del postmoderno: per iniziare a leggere poesie nell’epoca della «sciapa postmodernità».

5. Trattato sui fantasmi

Considera il punto d’arrivo. 2003: la poesia dei Novissimi come insieme di «procedimenti utili a intrattenere i fantasmi». Considera la parola entertrainment. Considera l’ipotesi che punto di partenza e punto d’arrivo non coincidano. Nell’intervallo la storia del dispositivo. Torna all’ipotesi di leggere I novissimi come un trattato sui fantasmi. Non è una tua ipotesi. E’ la chiave attraverso cui Giuliani rilegge retrospettivamente tutta la vicenda. Presenze fantasmatiche diventano qui territori, sino ad allora inesplorati, ma sotto gli occhi di tutti, di cui l’antologia voleva comporre una mappa. E Pagliarani diventa colui che vide anima e corpo il «fantasma della ragazza Carla» che circolava negli anni Cinquanta per Milano. Si tratta di utilizzare diversamente, o di guardare in una luce inedita, alcuni elementi già sparsi nelle note ai testi del ’61. Le sagome dietro la tenda di Porta e Pagliarani. La «realtà fantasmata realmente» del v. 7 de La cara contraddizione di Giuliani. La nota a De Magnalibus Urbis M. di Balestrini, di cui si sottolinea in un verso («o forse sarà un legno o frasca o altra ombria/dietro  tergicristalli in agguato») il richiamo a un passo di Bonvesin de la Riva e ad altri fantasmi che circolavano per Milano facendo trasalire i viandanti notturni. La vera e propria ossessione per gli elementi iniziatici e demonici che pervade molte delle note di Giuliani. Che lo porta a sottolineare in Laborintus l’aleggiare della presenza di Ellie, come riferimento al caso dell’anima storica e alla figura demonica della discesa agli inferi; ma anche altre minime presenze, come lo «spettro maschile con voce telefonica», il rinvio demonologico del «duplex intellectus» , che è «dei demoni (“duplices daemones”)», cui risponderà nella nota a In debito di una morte famigliare il motivo della «doppia vista». E il fantasma della metrica – e della tradizione – che domina il saggio di Giuliani su La forma del verso, il cui impianto teorico è centrato sulla citazione eliotiana per cui «il fantasma di qualche vero metro dovrebbe spiare da dietro l’arazzo anche nel più libero dei versi».

6. Coda

Riconsidera tutto. Torna alla Prefazione 2003. I veri fantasmi stanno nel gran finale. Li hai già incontrati. Sono tre. Finito il movimento, rimane il puro involucro delle tre formule, i «tratti della nostra poetica» che Giuliani fissa a futura memoria. 1) riduzione dell’io; 2) visione schizomorfa della composizione; 3) texture metrica svincolata dalla disposizione sillabica. Considera come valida l’ipotesi del ’61, e del 1829: scopo della vera contemporanea poesia è di accrescere la vitalità. Considera l’ipotesi che la poesia sia un modo per liberarsi dai fantasmi. Procedi.

 

6 thoughts on “Intrattenere i fantasmi

  1. ancora i novissimi???? basta agitare i fantasmi, meglio vedere come questi grandi maestri si sono evoluti DOPO quell’antologia (2 riferimenti: il Balestrini della ‘signorina Richmond’ e il Pagliarani della ‘ballata di Rudi’) e fare i conti con tutto il loro lavoro.
    Dalla prefazione 1965: «per capire la poesia contemporanea, piuttosto che alla memoria delle poesie del passato, conviene riferirsi alla fisionomia del mondo contemporaneo». Dunque cosa aspettate, andate subito su

    http://officinedipoesialin.wordpress.com/

    la poesia sperimentale ad un nuovo livello

  2. Considera che al di fuori del movimento, e nel muoversi stesso della poesia, e sempre ricercando la vibrazione che permette alla vitalità di farsi codice, e persino nello stesso codice, considera che sempre si agita, al di là di ciò che appare alle cronache, sempre si agita dell’altro. E considera anche – se ti parrà, ch’io certo non voglio convincerti – che sempre, e recalcitranti ad apparire, dentro il bosco, e ben nascosti alle sue evidenze, ci sono i cinghiali, tra i rovi, a metter paura alle capre. E questo considera: il bosco è sempre il gioco intramontabile delle inclusioni e delle esclusioni. Il raglio del somaro, il sibilo della serpe, il belato della capra, dispensatrici di aromi, spesso offuscano il puzzo e il rimbombo di chi lavora fuori del recinto. E quindi considera che ogni recinto ha il suo pastore, ed ha una guardia forestale che sorveglia i cinghiali, tenendoli lontani; ed anche considera che il mondo di fuori riserva sorprese. E infine, considerato il lentischio e il sego, procedi: dietro i nomi-di-gusto ci sono i nomi-mancati: c’è la meraviglia di Edoardo Cacciatore, c’è il brivido di Emilio Villa, c’è lo schianto di Giorgio Cesarano, c’è l’arsura di Gianni Toti, c’è il pugno di Francescco Leonetti: c’è un’altra vitalità.

    Stan. L.

  3. @stan
    considera che “trattenere i fantasmi” riguarda il guardiano e i dispositivi messi a protezione del libro.
    considera l’altro che nonostante questo si manifesta dentro il recinto. considera la critica immanente.

  4. Mi permetto di intervenire solo per nostalgia, non certo per competenze: su un argomento vicino al gruppo 63 feci la tesi, poco meno di vent’anni fa. Dopo di che, non mi sono salvato, e sono entrato in banca pure me, parafrasando un cantante che non amo molto… Vorrei solo citare un pensiero di Franco Fortini sulla neo-avanguardia, un pensiero di quegli anni lontani e vicini. Non ricordo la frase esatta, ma diceva qualcosa del tipo: “il centro della ruota era vuoto, però quella ruota rimise in movimento tutto quanto”. Ecco, credo che Fortini avesse detto bene: fu una specie di astuzia della ragione. O forse l’astuzia fu di qualcun altro: era dai tempi di Orpheus (una sconosciuta rivistina di metà “ventennio”, ancor prima di Autonomia ed eteronomia dell’arte) che Luciano Anceschi cercava di coniugare arte e società. E cercava di farlo elegantemente, pazientemente, confusamente, ma soprattutto prudentemente, oh, prudentemente assai… D’altronde, ce lo insegna Eliot: il genere umano non può sopportare troppa realtà…

  5. Gentile Italo Testa,
    consideri che anche il mio precedente commento riguardava “il guardiano e i dispositivi messi a protezione del libro”. E consideri pure ciò: quando sento parlare di Novissimi respiro un «un tanfo da camerino». Ma è un problema mio, lo so; solo che non è un problema solo mio. Ora, io non contesto il valore del libro in sé (e il suo testo lo rimanda meravigliosamente, per di più con un’eccesso di scrittura che lo rende doppiamente meritevole); io volevo solo ricordare – non a lei, che non ne ha bisogno; ma agli amici in ascolto – che il “guardiano” e i “dispositivi” di difesa hanno operato delle esclusioni: quelle di Edoardo Cacciatore e di Giuseppe Guglielmi (Emilio Villa è un caso a parte). Esclusioni che sono “agli atti”, come si suol dire (quella di Guglielmi decisa da Giuliani, quella di Cacciatore da lui stesso per incompatibilità con Sanguineti). Ma forse sono già dentro l’ipotesi sua finale: già oltre i fantasmi centrati su una certa idea riduzionista dell’Io, versione schizoide d’una poesia di metrica usurpata. Quella vecchia antifona della neo-avanguardia non è garanzia di nulla; tanto meno di poesia (anche se dentro i Novissimi di poesia ce n’è in abbondanza). Corollario (ribadito): non mi rivolgevo a lei. A partire da ciò, prenda il mio come una sottolineatura del suo discorso: dentro il recinto ogni scelta conduce all’esaltazione del recinto medesimo, quand’anche gli atti contraddicono le istanze che hanno determinato quella stessa scelta. Ecco, consideri l’immanenza dell’errore (io direi errore teorico; c’è chi dice che è nella prassi poetica specifica). Infine un invito: si esca dal recinto, si cerchi il cinghiale “eslege e abnorme” e riottoso a farsi rinchiudere: è più divertente. Magari ci si ferisce, però si impara a sbalordirsi di un’altro Altro.

    Mi perdoni dell’abuso e degli eventuali fraintendimenti.

    Suo Stan. L.

  6. Gentile Stan. L.,
    nessun abuso.Semmai riprova che anche in forma ellettica e’ possibile intendersi. C’e’ appunto l’altro che si manifesta internamente nella contraddizione di atti e istanze. e c’e’ l’altro che si agita all’esterno. sono due diversi modi di indagine, che pero’ possono intersecarsi. e l’ipotesi finale e’ uno di questi snodi. anche perche’, se una critica e’ immanente sino in fondo, fa saltare il suo oggetto, e ne fuoriesce.

    it

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